Pubblicato: giovedì 23 marzo, 2017 - Tempo di lettura: 19 min.

Lo Stato si riprenda il governo del credito e lo metta al servizio dell’economia dei territori

Prof. Avv. Francesco Fimmanò, Ordinario di Diritto Commerciale Università degli studi del Molise.

I nostri Atenei e la nostra Rivista hanno organizzato lo scorso 20 giugno, unitamente ad una serie di altre istituzioni, un convegno internazionale su “Il futuro del sistema bancario. Tra riforma del credito cooperativo, concentrazioni bancarie e fiducia dei consumatori”. La formidabile occasione di dibattito, divisa in quattro sezioni, si è tenuta nel complesso monumentale di Santa Chiara che – non a caso- ha ospitato uno dei primi “Banchi pubblici dei luoghi pii” di matrice francescana, quando Napoli, nel ‘500, era la capitale finanziaria del mondo a cominciare dalla c.d. finanza solidale ed etica . Questi Monti di Pietà, che si aggregarono poi nel glorioso Banco di Napoli , avevano – come le successive Fondazioni bancarie – una funzione socio-economica fondamentale, che ci è stata sottratta nel tempo. Funzione di cui si è persa la memoria storica ed etica e che è stata ricordata – in apertura dei lavori – da don Adriano Vincenzi, delegato della Cei, che ha lucidamente richiamato tutti ai tre momenti fondamentali della Libertà, del Rischio e della Responsabilità.
Orbene, Napoli – che tra il ‘500 ed il ‘600 rappresentava il baricentro della politica finanziaria del mondo, con strumenti che ancora oggi appaiono modernissimi come le associazioni tontinarie – deve essere in grado di proporre una nuova via, dopo che il governo del credito le ha sottratto nell’ultimo lustro ogni ruolo. Non si tratta di essere a favore o contro le Autorità di vigilanza o la Politica che ha governato in Italia il fenomeno del credito nell’ambito del rapporto banca-impresa di questi ultimi trent’anni, ma il dato oggettivo è che il mutamento del quadro di riferimento precedente è stata la causa principale del declino dell’Italia e del Mezzogiorno in particolare. Mi limito a rilevare che quando la Banca d’Italia, sin dall’inizio degli anni ’20, aveva un ruolo guida – persino di eterodirezione – si assumeva però al contempo anche la responsabilità delle proprie scelte e ciò aveva un senso complessivo . Oggi si esercita una moral suasion senza responsabilità, si suggeriscono soluzioni e strade, essendo tuttavia pronti in caso di malfunzionamento a prenderne le distanze. Orbene i Regolatori possono sicuramente essere artefici di un centralismo, purché sia un centralismo responsabile, come quello del buon padre di famiglia.
Il professore Nicola Rossi, nelle concludere la prima sessione e confutare il rappresentante della Cei, ha richiamato la necessità di ripercorrere i fatti analiticamente, perché gli stessi non sono spesso come appaiono; e ha continuato dicendo che talora sono state messe delle inevitabili “pezze” per parare problemi contingenti e che non hanno avuto significati strategici globali. In realtà, ce le ricordiamo bene tutte le “pezze a colori” a partire dallo scandalo BNL di Atlanta nei primi anni ’90. E ci ricordiamo bene chi fosse il responsabile della sede Usa della Banca. Pezze pagate dal malcapitato Banco Di Napoli qualche tempo dopo. E vogliamo ricordare poi le pezze al Monte dei Paschi, dalle spericolate operazioni salentine ai giorni nostri. Stranamente queste pezze vengono articolate in maniera sempre sbagliata per il tessuto economico, specie meridionale.
Ora il tema non è la buona o cattiva riforma delle BCC e prima di esse delle Banche Popolari, ma il venir meno del sistema cooperativo nel modello bancario italiano e dello scopo mutualistico. Il professor Rossi che si potrebbe svincolare la cooperazione dal modello giuridico e pensare a nuove forme per l’attuazione della stessa. In realtà l’affermazione non ha molto senso: la cooperativa è innanzitutto una formula giuridica, basata sullo scopo mutualistico, sul voto capitario, sulla porta aperta, sui ristorni, etc. Il dato di fatto è che viene meno un ulteriore baluardo al sostegno effettivo del tessuto economico del Paese. Dopo la scelta sbagliata della fine delle fondazioni bancarie con il ruolo di istituti di credito pubblico e la trasformazione in società per azioni, poi privatizzate in modo indiscriminato e selvaggio, stiamo assistendo alla fine di un altro segmento fondamentale del credito, tipico delle specificità ordinamentali italiane.
Il tema vero è questo. Noi siamo giuristi e non economisti, ma abbiamo la percezione dei fenomeni economici per quello che accade sia nel mercato che nella legislazione per le imprese. Nella Commissione di Riforma del diritto delle società, c’era quasi un “ordine di scuderia” di creare quanti più strumenti innovativi di finanziamento al sistema delle imprese che rappresentassero la cosiddetta “terza via”: laddove noi italiani abbiamo avuto sempre equity e debt nel senso proprio, cioè mezzi propri e prevalentemente debito bancario, con una sistematica sottocapitalizzazione del sistema delle imprese .
In realtà creare un armamentario pluralista di strumenti è inutile se non si ha un mercato di capitali. Difatti in dieci anni di applicazione della legge non ho visto un effettivo ricorso a questo tipo di strumenti. I patrimoni destinati si contano sulle dita di una mano, stessa cosa vale per i titoli di debito di Srl (che rappresentano un rischio integrale ai fini del patrimonio di vigilanza) , ed infine lo stesso discorso può farsi per azioni correlate, riscattabili, postergate, etc. etc. Alla privatizzazione del sistema bancario, doveva seguire l’emersione di investitori istituzionali. In questo contesto, il venir meno dell’intervento pubblico nell’economia a mezzo di grandi banche pubbliche accompagnato alla mancata emersione di tali investitori, è stata la principale causa del declino industriale, e più generale economico. Si è avvertita insomma l’assenza di un disegno strategico di fondo e la volontà di consentire a qualche “squalo” di appropriarsi di pezzi dello Stato.
Molte volte dalla visione limitata della propria prospettiva nasce però una lettura socio-economica che va ben al di là della stessa: imparai quando ero ragazzo che le società per azioni avevano avuto un ruolo fondamentale nella scrittura dei sistemi democratici moderni. Il nostro sistema democratico nasce dalla democrazia inglese e dall’averlo copiato dalla Compagnia Delle Indie Orientali, di cui John Locke era socio, e quindi il modello “parlamento-amministrazione”, non è altro che il modello previsto nella prima società per azioni che era la Compagnia delle Indie orientali . Analogamente appresi che dietro la scelta dell’Italia di vietare la circolazione delle azioni al portatore, che pure erano state contemplate nel codice civile, v’era una macro-scelta di politica economica, fatta da un legislatore autarchico che voleva che le imprese venissero sostenute dalle Banche, all’epoca in gran parte pubbliche, e che i cittadini investissero in titoli di debito dello Stato, a sua volta dominus del governo del sistema creditizio complessivo.
Questo è un modello economico che non esiste più. Infatti ci si meraviglia talora che le banche si comportino da “biechi imprenditori” perché siamo abituati ad un sistema bancario in cui v’erano i Banchi pubblici, i Monti di pietà e poi le Fondazioni, sulla falsariga Banco di Napoli, che avevano un ruolo ed una struttura completamente diversa dal modello dell’impresa societaria per azioni. Così come completamente diverso è il modello bancario cooperativo a scopo mutualistico, che è qualcosa di diverso dal paradigma lucrativo, e la cui trasformazione non può non avere un impatto sul sistema economico.
Ora il tema è, secondo il giurista che conosce la responsabilità sociale dell’impresa, che negli anni novanta abbiamo distrutto questo sistema, il quale buono o cattivo che fosse, aveva una sua armonia e funzionalità. Non si concepiscono gli strumenti finanziari se non implementa prima un mercato dei capitali e se non si hanno gli investitori istituzionali. Ho imparato da ragazzo, quando ero a Berkeley, che uno dei più grandi azionisti di società quotate statunitensi non era un qualche tycoon, ma il Calpers, il Fondo pensioni californiano . Al di là dei tentativi, nel nostro Paese non abbiamo questo mercato dei Fondi istituzionali, dei Fondi sovrani, dei Fondi Pensione, dei Fondi di private equity. Dall’altro lato abbiamo introdotto le azioni correlate, che scimmiottano le Alphabet stocks , oppure gli strumenti finanziari di partecipazione ai patrimoni destinati e tante altre figure analoghe che sono rimaste del tutto inutilizzate.
Da un lato abbiamo perso una modalità tutta italiana di finanziamento e sostegno al tessuto economico, attraverso il tipo peculiare di sistema bancario cui eravamo abituati, dall’altro non abbiamo dato nuove risorse alle imprese, inevitabilmente sottodimensionate e sottocapitalizzate.
Gli USA dopo la crisi del ‘29 accelerarono la scissione tra proprietà e governo delle imprese, in un modello in cui alle banche si sostituiva il mercato dei capitali . Da noi viceversa la spina dorsale del modello economico erano, come detto, le banche pubbliche che poi finanziavano e sostenevano il sistema dell’economia sotto il Governo dello Stato, a sua volta finanziato dai cosidetti “Bot people” cioè dai sottoscrittori di buoni del Tesoro. Negli anni 90 sulla base del “mantra” che fosse l’Europa a chiedercelo abbiamo rivoluzionato il sistema. Con questo mantra dell’imposizione europea si sono portati a compimento i peggiori misfatti in Italia. D’altra parte è già una anomalia una Europa in cui la Banca Centrale conti più del governo politico della stessa, laddove la finanza dovrebbe essere ancillare al governo complessivo dell’economia.
Quasi mai l’Europa ha voluto quello che ha deciso la politica italiana: si è fatta una privatizzazione selvaggia del sistema bancario italiano, laddove viceversa si sarebbe dovuto semplicemente liberalizzare in base alle direttive comunitarie. Si è passati dalla Fondazione bancaria alla Spa per dare alla fine le imprese in mano agli squali del mercato ed infatti e non a caso, proprio in quel periodo si colloca Tangentopoli. Un po’ come in Russia con gli oligarchi a seguito della caduta del sistema dell’Unione Sovietica. Con la scusa del sistema Basilea si è finito per togliere ogni sostegno alle imprese .
Il sistema bancario dovrebbe essere ”ancillare” allo sviluppo delle attività industriali e imprenditoriali dell’economia reale. L’attivismo legislativo degli ultimi tempi in materia bancaria non va sicuramente in questo senso . La riforma delle banche popolari è partita da una premessa sbagliata: soddisfare le esigenze della finanza, e dei conti economici delle grandi banche invece di privilegiare le strutture del credito direttamente legate al territorio e alla sua crescita economica. Secondo la riforma, le 10-11 banche popolari con attivi superiori a 8 miliardi di euro dovranno essere trasformate in società per azioni e se non lo faranno verranno sanzionate persino con la liquidazione coatta e la revoca dell’autorizzazione.
La mutazione genetica è stata motivata dicendo che il voto capitario violerebbe il principio di democrazia penalizzando quei fondi che partecipano con ingenti capitali. Inoltre, si è affermato che, aprendosi al mercato globale, le banche popolari potrebbero attrarre investimenti nazionali ed internazionali rendendole così più grandi e più competitive. In realtà così diventeranno oggetto di scalate finanziarie e di attacchi speculativi che ne snatureranno la loro originaria funzione di sostengo allo sviluppo dei territori. Ciò senza considerare le gravi violazioni anche costituzionali perpetrate a danno degli azionisti non solo dalla legge ma dalla normazione di secondo livello della Banca d’Italia . Nel mondo bancario americano invece si è accertato che le dimensioni enormi delle banche globali sono il vero problema della stabilità finanziaria e sono state la causa delle passate crisi sistemiche.
Le banche territoriali infatti sono le uniche a sostenere la crescita del sistema produttivo italiano rappresentato, come noto, per il 95 per cento da piccole imprese. Negli ultimi anni la Bce ha messo a disposizione oltre 1.000 miliardi di euro con operazioni di rifinanziamento a lungo termine a tassi di interesse vicini allo zero, nella speranza che questi soldi andassero a finanziare la ripresa. Finora però le grandi banche hanno incassato ma non hanno erogato. Nel nostro Paese negli ultimi anni le banche popolari hanno aumentato del 14 per cento circa il credito offerto alle imprese e alle famiglie mentre le grandi Spa lo hanno diminuito del cinque per cento. Nel corso del 2014-2015 le 70 banche popolari e le 380 BCC hanno insieme dato credito alle Pmi per quasi 240 miliardi di euro . Nel periodo della crisi tra il 2008 e il 2014 i finanziamenti alle piccole imprese esportatrici sono aumentati del 28 per cento .
Nello stesso senso va la riforma di quest’anno delle BCC che dovranno necessariamente aderire a un gruppo bancario cooperativo che abbia come capogruppo una società per azioni con un capitale non inferiore a un miliardo di euro, che sarà condizione indispensabile per il rilascio, da parte della Banca d’Italia, dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività bancaria in forma cooperativa. La capogruppo dovrà svolgere attività di direzione e di coordinamento delle BCC in base ad accordi contrattuali, chiamati “contratti di coesione”, che stabiliranno i poteri della capogruppo sulle singole banche. Le banche di credito cooperativo che non volessero aderire a un gruppo bancario potranno farlo a patto che abbiano riserve di almeno 200 milioni di euro e versino all’erario un’imposta straordinaria del 20 per cento sulle riserve stesse. Inoltre, non potranno continuare a operare come BCC ma dovranno trasformarsi anche in questo caso in società per azioni ed abbandonare lo scopo mutualistico. Si pensi che in Francia al contrario lo Stato regalò il novanta per cento del Crédit Agricole alle Casse regionali e il 10% a dipendenti e pensionati, trasformando così questo soggetto pubblico in una società controllata, attraverso la holding Rue La Boétie, dalle Casse regionali.
Le BCC potenzialmente destinate all’opting out sono tredici, con un patrimonio netto aggregato di 4 miliardi costituito al 90 per cento dalla riserva indivisibile. Non si contesta in linea di principio la possibilità che una BCC possa trasformarsi in Spa, purchè versi ai fondi mutualistici la riserva indivisibile, accumulata negli anni in esenzione d’imposta. Il favor fiscale si giustifica con l’esigenza di capitalizzare l’impresa cooperativa, la cui natura giuridica rende difficile l’accesso ai mercati finanziari, e non con l’obiettivo di assegnare un premio agli azionisti. La cooperazione si regge nel tempo su un doppio sacrificio: lo Stato rinuncia a una parte delle imposte; i soci alla rivalutazione delle quote rappresentata dall’accumulazione degli utili non distribuiti. Non a caso le quote delle cooperative si scambiano al valore nominale .
Il sistema suggerito dal prof. Nicola Rossi, consulente di alcune BCC toscane, è che la banca resta cooperativa ma può scorporare l’azienda bancaria in una Spa che capitalizza con il proprio patrimonio. La riserva indivisibile resterebbe nella banca, e tuttavia sarebbe investita non più nell’attività aziendale mutualistica che la giustificava, ma nella partecipazione in una banca che sarà, a questo punto, a fini di lucro. Una simile soluzione era stata considerata non conforme alla Costituzione quando era stata prospettata per le Banche popolari, che non hanno favor fiscali. A maggior ragione la censura vale per le BCC, ove lo schema non può trovare conforto nel c.d. modello Unipol. Le grandi cooperative di consumo e alcune coop di lavoro, in quel caso, hanno infatti investito nelle assicurazioni le risorse che consideravano in eccesso, ma nessuna ha scorporato i supermercati o le fabbriche in tante Spa riducendosi a mera holding. La variante mina alla radice la ragion d’essere della cooperazione perché sarebbe improprio applicare a una cooperativa ridotta a holding finanziaria il favor fiscale riconosciuto alle attività mutualistiche.
E proprio il prof. Rossi ha rilevato durante il convegno che sarebbe difficile spiegare razionalmente cosa era successo negli ultimi 30 anni e che ha provocato soluzioni tampone. Avrei voluto seriamente conoscere queste ragioni recondite, avendo avuto l’onore di essere stato allievo di uno dei più grandi maestri della mia materia il prof. Gustavo Minervini che ho visto da presidente della Fondazione Banco Napoli soffrire per quanto accadde 20 anni fa al nostro glorioso istituto di emissione e che sta accadendo oggi alle cooperative, ancora perchè l’Europa lo esigerebbe.
Con atto del 26 giugno 1991, la Fondazione Istituto Banco Napoli (allora Banco di Napoli – Istituto di credito di diritto pubblico) effettuò (ai sensi del d.lgs 20 novembre 1990, n. 356) il conferimento dell’azienda bancaria alla Spa Banco di Napoli, ricevendone n. 500 milioni di azioni ordinarie di detta società bancaria e per un valore non inferiore a Lmd. 1.988,5. L’assemblea straordinaria della Società per azioni con deliberazione del 30 luglio 1996, in virtù di una presunta enorme perdita, rilevata sulla base di una ispezione della Banca d’Italia, deliberò l’azzeramento del capitale sociale, determinando un danno rilevantissimo ai coevi azionisti tra i quali notoriamente la Fondazione. L’improvvisa ed inaspettata perdita (specie alla luce di precedenti ispezioni vicine nel tempo che non avevano rilevato nulla) trovava tra l’altro origine dalla culpa in vigilando dei soggetti tenuti appunto alla Vigilanza, al controllo dell’attività ed alla verifica dei bilanci della società bancaria. Vigilanza, controllo e verifica, se regolarmente e congruamente esercitati, da ciascuno nell’ambito della propria competenza, avrebbero appunto evitato il danno gravissimo alla Fondazione che ha perduto pressochè per intero la sua partecipazione.
Incredibilmente però all’art. 7 del D.l. n. 59/2016, rubricato “Società per la Gestione di Attività SGA Spa”, che: “1. Le azioni rappresentative dell’intero capitale sociale della Società per la Gestione di Attività S.G.A. S.p.A., istituita nel quadro degli interventi di risanamento, ristrutturazione e privatizzazione del Banco di Napoli…, per le quali è attribuito al Ministero dell’economia e delle finanze il diritto di pegno…., sono interamente trasferite al Ministero dell’economia e delle finanze. A fronte del trasferimento, sarà riconosciuto un corrispettivo non superiore ad euro 600.000 pari al valore nominale delle azioni trasferite, determinato sulla base di una relazione giurata di stima prodotta da uno o più soggetti di adeguata esperienza e qualificazione professionale nominati dal Ministero dell’economia e delle finanze. 2. Successivamente all’acquisizione da parte del Ministero dell’economia e delle finanze, la SGA può acquistare sul mercato crediti, partecipazioni e altre attività finanziarie, nonchè compiere le ulteriori attività previste dallo statuto, fermo il rispetto dei requisiti e degli obblighi previsti dalla normativa applicabile allo svolgimento di determinate tipologie di servizi nei confronti del pubblico. Dalla data di entrata in vigore del presente decreto-legge sono abrogati i commi 6 e 6-bis dell’articolo 3 del decreto-legge 24 settembre 1996, n. 497, convertito in legge, con modificazioni, dall’articolo 1 della legge 19 novembre 1996, n. 588. Lo statuto della SGA è adeguato alle disposizioni del presente articolo” .
Orbene quanto accaduto in questi anni – ed ora conclamato dal decreto legge in parola – evidenzierebbe che addirittura le perdite che generarono azzeramento e conseguente danno per la Fondazione sarebbero state enormemente sovrastimate, con una sorta di eccesso di prudenza secondo una lettura in buona fede, od una voluta imprudenza secondo altra lettura meno magnanima. In ogni caso delle due l’una: o le perdite all’improvviso affiorate furono frutto della culpa in vigilando, od al contrario – peggio ancora – non esistevano affatto, come conclama il decreto legge e come confermava già la strana vendita dopo due anni di bilancio in perdita del 60 per cento della partecipazione da parte dei primi acquirenti BNL-INA. Nel 1997, infatti, il Banco di Napoli viene acquistato (dopo una ricapitalizzazione di circa 2.000 miliardi a danno della Fondazione) per una cifra irrisoria (sessantuno miliardi di lire per il 60 per cento del capitale, esattamente 61.661.475.000 lire) da parte di una joint composta dalla Banca Nazionale del Lavoro e dall’INA, due società dalle quali lo Stato stava uscendo all’epoca. Dopo neppure due anni di risultati scadenti ed una modestissima ricapitalizzazione di circa 500 miliardi di lire, il Banco viene venduto – nelle stesse condizioni di fatto e di diritto – a Sanpaolo Imi, ma BNL ottiene una plusvalenza di seimila miliardi di lire (sessanta volte di più). In tutti e due i casi la Fondazione ha subito l’enorme danno dell’azzeramento del valore delle azioni possedute pari ad almeno 1.988,5 adeguati ai valori monetari attuali, come ora emerge per tabulas dal decreto legge. Come noto, nella operazione concepita come pseudo-salvataggio, Banca d’Italia erogò un prestito all’un per cento, per un importo pari ai titoli di Stato concessi in garanzia. A fronte di questo, venne creata la Sga, una società veicolo, c.d. bad bank, che con quei soldi acquistò tutti quei crediti a rischio del Banco Napoli (allora ammontavano a 16.839 miliardi di lire), non al loro valore nominale, bensì già al prezzo scontato di 12.378 miliardi (valore al netto dei dubbi esiti). Il decreto stabiliva inoltre che le perdite eventuali della SGA venissero sopportate dallo Stato (a garanzia dei futuri acquirenti) attraverso il meccanismo di ristoro previsto dal decreto del Ministro del Tesoro del 27 settembre 1974 (noto come “decreto Sindona”). Il Banco di Napoli girava alla SGA il finanziamento, ma al tasso di mercato che nel 1997 era in media il 9,6 per cento. In questo modo, ha anche potuto ottenere un clamoroso beneficio sul conto economico. Grazie agli incassi delle somme recuperate, il “debito” della SGA si è via via ridotto, poi annullato e poi trasformato in una enorme sopravvenienza di oltre 500 milioni di euro . Incredibilmente una legge dello Stato avalla una operazione con questa risultanza finale senza neppure meccanismi di compensazione risarcitoria. Il decreto legge citato, infatti, se da un lato conclama la gravità di quanto accaduto, dall’altro si limita ad abrogare i commi 6 e 6-bis dell’articolo 3 del decreto-legge 24 settembre 1996, n. 497, convertito in legge, con modificazioni, dall’articolo 1 della legge 19 novembre 1996, n. 588 .
Le sopravvenienze non sono state restituite all’originario azionista di riferimento del Banco Napoli, né le risorse sono state destinate ai territori che l’Istituto ha sostenuto nei secoli, anzi andranno a rimpinguare le casse del famigerato Fondo Atlante, che ricorda nel nome guarda caso lo scandalo BNL di Atlanta, per il salvataggio di realtà bancarie che nulla hanno a che vedere con la storia di cui abbiamo parlato . Eppure questa appariva come l’occasione giusta non solo per porre un minimo riparo agli antichi guasti, ma per risolvere l’ulteriore paradossale nodo della partecipazione rilevante del Banco Napoli al capitale della Banca d’Italia ed attribuire risorse da destinare alla capitalizzazione delle start up di successo del Mezzogiorno.
Ora nessuno sogna o ipotizza che si possa tornare al passato come se nulla fosse accaduto, in quanto il dado è tratto. Tuttavia occorre impedire il ripetersi questi clamorosi errori anche se fossero stati commessi in buona fede, perchè parafrasando Talleyrand sarebbero comunque peggio di un crimine . Se lo Stato, la Cassa depositi e prestiti, le Fondazioni bancarie, le Casse di previdenza e di assistenza, devono intervenire in operazioni di salvataggio della banche, devono farlo consentendo alla Stato di riprendersi il vero governo del sistema del credito, che pur depredato dagli avventurieri di questi anni, deve tornare ad essere al servizio dell’economia reale, dell’economia dei territori. In questo momento storico, in una visione persino liberale e non liberista , occorre un intervento forte dello Stato nell’Economia , proprio per avviare una nuova concezione di finanziamento alle imprese.
Tutto ciò anche per avviare forme di intervento e sostegno legate al venture capital, all’equity crowdfunding ed al finanziamento delle start up in un momento storico in cui il gap è divenuto nuovamente recuperabile se si percorre la strada giusta. Molte delle principali società quotate a Wall street sono nate nell’era globale post-industriale in pochi anni, spesso da giovani studenti e dal binomio business-education, da idee innovative vincenti senza bisogno di grandi finanziamenti , laddove nella società c.d. industriale l’avvio di grandi industrie pesanti, avrebbe richiesto investimenti enormi. Questa è la vera sfida una mutazione genetica che parta dalla funzione sociale del governo del credito.

Lo Stato si riprenda il governo del credito e lo metta al servizio dell’economia dei territori

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Editorialista Pasquale Di Bello - Direttore responsabile Manuela Petescia

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