Pubblicato: mercoledì 17 maggio, 2017 - Tempo di lettura: 3 min.

Scritti Vaganti, Io sto con i suonatori delle feste di piazza

di Michele Mignogna

Questo millennio, il millennio delle trasformazioni lo definiscono alcuni intellettuali, ha lasciato intatto alcune cose del millennio scorso. Mamma mia parlare di “millenni” fa un po’ senso, sembra anzi è, qualcosa di indefinito, di infinitamente grande irraggiungibile ma tant’è.

Una delle cose, dicevo, che è rimasta intatta è il concerto del santo patrono dei piccoli centri. La primavera solitamente è il nucleo delle feste paesane, religiose e non. Complessi, pardon band come si definiscono adesso, che salgono sul palco al cospetto di tutta la flora e la fauna locale, dove la biodiversità è altissima, quei poveretti trovano di tutto. Arrivano con l’atteggiamento da grandi star della musica internazionale, come a dire che soprattutto nei piccoli centri del sud, e soprattutto in Molise la tecnologia non sia ancora arrivata, come se da noi youtube sia un demone da scacciare, ma non è cosi, oggi anche mia madre, non dico l’età perché e donna, ma io sono adulto quindi… guarda i video su internet, quelli musicali intendo. Bene, arrivano salutando tutti, e aspettano solo di poter fare sfoggio della loro bravura. Molti, per carità, sono bravi, altri invece…

Quelli bravi li vedi da come provano l’impianto, chek sound mi dicono si chiami, ebbene, da questo chek capisci se quel gruppo è bravo o no e soprattutto se puoi stare in piedi almeno due ore e mezzo ad ascoltarli, sempre se non hai altro da fare, passeggiare con la tua compagna, sederti al tavolo del bar della piazza con gli amici e fare lo sborone con una birra in mano, mangiare una trentina di arrosticini o un panino con la salsiccia fatto al furgoncino all’angolo della piazza, insomma tutto quello che si fa in una serata di festa paesana.

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Finalmente arriva l’orario di andare in scena, solitamente, salgono prima i musicisti che danno un anticipo delle loro doti, poi entra il coro, spesso formato da un solo elemento, spesso ovviamente donna, e poi, mentre la musica inizia su una canzone di solito famosa che ti fa muovere il piede come a portare il tempo, arriva la star, corre sul palco, anche questo spesso di dimensioni ridotte, ma loro pensano sia il palco di Vasco Rossi, arriva al microfono con un balzo felino e inizia a cantare dando il meglio che la voce gli consente, saluta con la mani, manda baci, anche se non conosce nessuno e tira la canzone fino alla fine. Terminata la prima canzone iniziano i ringraziamenti, al comitato feste, al don della chiesa, al santo che ci ha permesso di stare qui, alcuni cenni sulla città, trovati magari su Google, anche questo è arrivato nei piccoli centri quindi sappiamo che hai smanettato su internet e non hai letto altre notizie storiche, ma va bene cosi, inizia la seconda canzone e qui iniziano anche i guai per gli spettatori e i patemi per i musici. Su le mani forza, tutti insieme, dai questo ritornello lo conoscete tutti, venite più vicini, dai diamoci calore, (diamoci calore scusa ma Franco al bar che ti ha fatto bere?) e cosi via. E questa richiesta, questa supplica di “calore va avanti fino alla fine del concerto, senza però rendersi conto che hanno davanti le dieci vecchiette del paese che hanno fatto visita al Santo dopo la processione, sette o otto anziani che smaltiscono il vino dopo cena, e alcuni ragazzetti che hanno solo voglia di prenderli per i fondelli. Insomma non capiscono che il loro concerto è diverso da quello di Vasco Rossi, per esempio.

Ma in fondo però ammiro il loro coraggio e la loro voglia di cantare innanzitutto, ma in fondo anche di divertirsi, pagati ma sempre di divertimento parliamo, sto con loro perché, come si dice oggi, ci mettono la faccia e già questo in un epoca di “leoni da tastiera” è una dimostrazione di coraggio non indifferente. Sto con loro perché è una delle poche cose che mi riportano ai mitici anni ottanta e novanta, quelli si, anni di trasformazioni e cambiamenti…

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