Una tavola rotonda dal titolo “La Scienza della Nutrizione applicata allo sport” con relatori illustri. L’evento organizzato dall’Università degli Studi del Molise, dall’ufficio UniSport e dal Cus Molise con la collaborazione della Regione Molise, vedrà al tavolo anche il professor Giuseppe Monteduro, docente Unimol e professore associato di sociologia che si occupa di disuguaglianze sociali, diritto allo studio e condizionamenti sociali sulla salute. E’ stato Visiting all’Università di Grenoble (Osservatorio per l’accesso ai diritti sociali). Responsabile del gruppo di ricerca che collabora con il CNSU (Consiglio nazionale degli studenti universitari) per l’indagine “La vita degli studenti universitari in Italia”. Membro del Collegio di Dottorato in “Social Work and Personal Social Services” (Univ. Cattolica di Milano). Collabora a progetti nazionali e internazionali. Delegato del Rettore alla condizione studentesca e diritto allo studio.
Professor Monteduro, quanto è importante oggi considerare l’alimentazione come parte integrante della preparazione atletica e, più in generale, del benessere di chi pratica sport?
“Oggi l’alimentazione deve essere considerata una componente essenziale della preparazione atletica, insieme all’allenamento, al recupero e al riposo. Non serve soltanto a migliorare la prestazione: contribuisce alla prevenzione degli infortuni, alla capacità di recupero e, più in generale, al benessere psicofisico della persona. È però importante evitare una visione esclusivamente prestativa o moralistica, molto in voga oggi, in cui la salute tende a essere presentata come il risultato delle sole scelte individuali. Crawford ha definito “salutismo” proprio questa tendenza a trasformare la salute in un dovere personale: se stai bene è merito della tua disciplina; se ti ammali o non raggiungi determinati standard fisici, la responsabilità sarebbe soltanto tua. Nello sport questa logica può diventare particolarmente forte: mangiare correttamente è importante, ma il cibo non dovrebbe trasformarsi in un’ossessione né il corpo in una macchina da ottimizzare continuamente. Una buona preparazione atletica deve rispettare l’età, la disciplina praticata, le condizioni di salute e gli obiettivi personali. Soprattutto nello sport non professionistico, il fine non dovrebbe essere soltanto produrre una prestazione, ma promuovere una relazione equilibrata con il corpo, il movimento e l’alimentazione”.
Nello sport circolano moltissime informazioni, spesso provenienti dai social network e da influencer: quanto possono incidere mode alimentari, falsi miti e disinformazione sulle scelte nutrizionali degli atleti e delle persone che praticano attività fisica?
“I social network incidono profondamente sulle scelte alimentari perché non si limitano a trasmettere informazioni: propongono modelli di corpo, di successo e di disciplina personale. Diete estreme, integratori, alimenti “miracolosi” e programmi di trasformazione fisica vengono spesso presentati attraverso testimonianze molto persuasive, ma prive di basi scientifiche o non applicabili a tutti. Il rischio è particolarmente rilevante tra i giovani, perché l’autorevolezza viene talvolta attribuita a chi è più visibile o possiede un corpo conforme agli ideali dominanti, non necessariamente a chi ha competenze professionali. Inoltre, gli algoritmi tendono a mostrare contenuti simili a quelli già visualizzati, creando ambienti nei quali una convinzione infondata può apparire normale e universalmente condivisa. Qui possiamo richiamare Foucault: il potere contemporaneo non agisce soltanto attraverso divieti e imposizioni, ma anche inducendo le persone a sorvegliare, misurare e disciplinare autonomamente il proprio corpo. Calorie, peso, percentuali di grasso e prestazioni possono essere strumenti utili, ma rischiano di diventare criteri attraverso cui giudichiamo il nostro valore personale. La disinformazione, quindi, non produce soltanto scelte nutrizionali sbagliate, può generare ansia, senso di colpa, comportamenti alimentari disfunzionali e una relazione punitiva con il corpo. Per contrastarla non basta smentire i falsi miti: bisogna fornire strumenti per valutare le fonti e distinguere una testimonianza personale da un’indicazione scientificamente fondata. In questo senso è di grande valore la presenza sul territorio di centri universitari sportivi che possono garantire sia gli spazi dell’attività fisica sia conoscenze e competenze (difficilmente rintracciabili altrove)”.
Dal punto di vista sociologico, quanto il contesto familiare, culturale ed economico influenza il modo in cui una persona si alimenta e vive lo sport? Quanto è importante rendere una corretta educazione nutrizionale accessibile a tutti?
“Le scelte alimentari non avvengono nel vuoto: esse sono influenzate dalle abitudini familiari, dalle tradizioni culturali, dal livello di istruzione, dal reddito, dal tempo disponibile e dalle caratteristiche del territorio. Anche la possibilità di praticare sport dipende dall’esistenza di strutture accessibili, dalla sicurezza degli spazi pubblici, dagli orari di lavoro e dalle risorse economiche della famiglia.
Per questo è riduttivo affermare che tutti possono mangiare bene e fare attività fisica purché lo vogliano”.
Guardando al futuro, quale ruolo dovrebbero avere università, società sportive, scuole e professionisti della nutrizione nel promuovere una cultura dell’alimentazione consapevole, soprattutto tra i giovani che praticano sport?
“Università, scuole, società sportive e professionisti della nutrizione dovrebbero costruire una rete educativa stabile. Gli interventi occasionali sono utili, ma non sufficienti: serve una cultura condivisa nella quale alimentazione, movimento, riposo e salute psicologica siano considerati dimensioni interdipendenti. L’università deve produrre ricerca e formare professionisti capaci di comunicare anche fuori dagli ambienti accademici. La famosa Terza Missione degli Atenei è una risorsa fondamentale: bisogna però dotare i docenti di strumenti di valorizzazione delle proprie conoscenze. Inoltre, le società sportive devono avvalersi di figure qualificate e prestare attenzione ai messaggi trasmessi da allenatori e dirigenti, perché un’osservazione sul peso o sull’aspetto fisico può avere conseguenze profonde, soprattutto durante l’adolescenza. I professionisti della nutrizione, infine, dovrebbero proporre percorsi personalizzati e scientificamente fondati, senza alimentare paure o promesse irrealistiche. L’obiettivo dovrebbe essere formare persone autonome e consapevoli, capaci di comprendere che l’essere umano ha non solo meccanismi di funzionamento diverso dalla macchina ma anche “scopi esistenziali” differenti”.



