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martedì, Giugno 16, 2026

Le intercettazioni e il difficile equilibrio tra diritti confliggenti

EditorialiLe intercettazioni e il difficile equilibrio tra diritti confliggenti

di Manuela Petescia*

Pubblichiamo il testo dell’intervento svolto dal nostro direttore, Manuela Petescia, al “Corso di perfezionamento in diritto penale e procedura penale”, Tribunale di Larino, Aula delle assemblee del COA, 10 giugno 2026

Quando si parla di intercettazioni in genere si fa riferimento a diritti potenzialmente conflittuali (o confliggenti): da una parte il diritto di cronaca e quello dei cittadini ad essere informati; dall’altra il diritto alla riservatezza e alla dignità della persona.

Princìpi, dunque, che andrebbero bilanciati.

Ma troppo spesso non succede.

In passato anche io ho creduto di risolvere questo conflitto in maniera piuttosto semplice: se la notizia esiste, se è verificata e se i tempi previsti dalla legge sono maturi, si pubblica. Punto. E anche io ho fatto parte della gara, soprattutto in ambito giudiziario, a chi pubblicava la notizia per primo. Perché certe dinamiche, quando le si osservano da cronisti, finiscono per essere considerate quasi fisiologiche.

Poi però mi è accaduta una cosa che mi ha costretto a cambiare prospettiva.

È accaduto che molti anni fa sono rimasta coinvolta in una vicenda giudiziaria, risoltasi nel migliore dei modi (è bene dirlo subito), e in quel contesto sono stata intercettata (in qualità di persona offesa, e anche questo è bene dirlo subito), ma non devo parlare della mia storia personale, non è questo il punto.

Il punto è quello di aver capito quanto immenso dolore si infligge a una persona innocente, costretta a leggere le proprie conversazioni estrapolate dai fascicoli giudiziari, virgolettate, commentate pubblicamente. Senza un filtro, senza un contesto preciso.

E allora vorrei fare alcune riflessioni sulla comunicazione, tutte interne al nostro mestiere di giornalisti, che si adattano però a meraviglia al ragionamento che intendo fare a proposito del significato delle parole, o meglio: come cambia e come si stravolge quel significato qualora i contesti siano diversi.

Io faccio televisione.

E il giornalismo televisivo è profondamente diverso da quello della carta stampata: sono due professioni entrambe autorevoli, entrambe difficili, entrambe nobili, ma profondamente diverse.

Ebbene quando nacque la televisione in Italia, negli anni ’50 del secolo scorso, molte grandi firme della carta stampata pensarono di poter trasferire il loro lavoro giornalistico in tv semplicemente presentandosi a leggere davanti a una telecamera gli articoli pubblicati sui quotidiani.

E ne erano così convinti – forti appunto del grande successo che riscuotevano sui giornali – che quando si rendeva necessario aggiungere qualche foto o qualche immagine, e dunque i giornalisti sparivano dallo schermo, chiamavano questa operazione di montaggio “la sporcatina”, a voler intendere, in gergo, una contaminazione del loro eccelso lavoro.

Ebbene fu un disastro.

Tanti erano gli applausi ricevuti sui quotidiani e tanti erano i fischi rimediati in televisione: eppure le parole erano le stesse.

Perché dico questo: perché era cambiato il contesto e le loro parole avevano perso di efficacia e di forza narrativa.

La tv vive di immagini, prima di tutto, e vive di suoni, di colori, di luci, di audio ambientale, vive di timbro e tono della voce, un timbro e un tono che sono peraltro diversi secondo gli argomenti trattati.

Il tono brioso con cui si annuncia, ad esempio “Moda, attualità, spettacolo: Milano in passarella questa sera alle 21 su Rai uno”, non può essere usato per annunciare “Terremoti, alluvioni, sciagure, tutti i numeri della scala Richter questa sera su Rai uno”.

Insomma la lettura televisiva degli articoli di giornale non era commestibile, i telespettatori non capivano, non riuscivano a seguire. E peraltro non avevano nemmeno quel tempo (che si usa appunto durante la lettura) di rappresentare nel pensiero i fatti narrati. Tecnicamente si chiama “astrazione simbolica”.

Perché faccio questo esempio?

Perché ogni comunicazione guadagna il suo significato in stretta connessione con il suo contesto, l’ambiente, i suoni, il tono e il timbro della voce.

Ebbene le intercettazioni (telefoniche, ambientali, scambi di messaggi su WhatsApp o su altre piattaforme digitali) si comportano nello spazio pubblico esattamente come un linguaggio televisivo mutilato di tutti quei requisiti che consegnano un significato alla comunicazione: frasi e parole estrapolate dai contesti (dunque prive di contesto), a loro volta estrapolate da discorsi più ampi, senza immagini, senza suoni, il più delle volte prive del tono della voce (ironia, umorismo, collera), prive soprattutto dei cosiddetti “assunti inespressi”, argomenti che gli interlocutori già conoscono, dunque commentano senza ripeterli o spiegarli e che restano sullo sfondo, non decodificati, generando il rischio di equivoci a catena.

Un rischio che corriamo noi, attenzione, noi giornalisti, non i magistrati, come meglio vedremo in seguito.

L’esempio classico che si fa quando si studia il valore del contesto è quello dell’interlocuzione tra due persone, un uomo e una donna: la donna dice “Siamo io e mio marito”, l’altro risponde “Ottimo”, la donna aggiunge “C’è anche un cane” e l’altro chiude bruscamente la conversazione: “Allora no, mi dispiace”.

Se non si decodificano gli “assunti inespressi” (in  questo caso la trattativa per l’affitto di un appartamento) quella comunicazione diventa indecifrabile.

Senza voler scomodare la grande corrente filosofica dello strutturalismo linguistico, magari per piegarla ai miei ragionamenti, non sembra fuori luogo ricordare che il linguaggio non si limita a registrare la realtà ma spesso la crea: basta posporre un termine, scegliere un sinonimo, aggiungere una virgola, i puntini sospensivi, le parentetiche, le incidentali… e quei termini vivono un’altra vita: pur essendo gli stessi, cioè, possono contenere un altro significato.

Ebbene questo problema nelle intercettazioni diventa colossale, prima di tutto perché le conversazioni private (non destinate a un pubblico o a un contesto ufficiale) sono quasi sempre sciatte, raramente gli interlocutori si preoccupano di scegliere il vocabolo più giusto (non ne avrebbero nemmeno il tempo); in secondo luogo perché quello che arriva poi alla stampa sono frammenti di vita privata catturati al di fuori dell’ecosistema umano.

Farò un solo esempio concreto, questa volta necessariamente personale, per averlo vissuto.

Chi mi conosce sa quanto io ami gli animali, non solo cani e gatti: tutti gli animali.

Non li mangio. Prima vegetariana, poi vegana, li raccolgo per strada feriti, li faccio curare, li accolgo in casa.

Sono la persecuzione dei veterinari, che chiamo anche di notte.

Ricordo scene memorabili a Telemolise, quando, molti anni fa, per lavori di ristrutturazione c’erano dei varchi aperti nello stabile e da lì entravano i topini: li andavo recuperando uno ad uno per paura che qualcuno li ammazzasse, e li riportavo in campagna, povere creature.

Eppure in un’intercettazione di quegli anni compariva una frase terribile: “Sto tornando a casa a prendere a calci in culo i gatti”.

Ed era vera, l’avevo pronunciata realmente.

Ma mancava il contesto: mesi di tira e molla con mia figlia che voleva tenersi tutti i cuccioli di una gattina randagia raccolta dalla strada che mi aveva partorito sei gattini. Che, uniti alla mamma e agli altri gatti, che pure avevo adottato, avevano reso l’appartamento ingestibile, dunque si trattava di un umanissimo sfogo all’interno di una banalissima quotidianità: eppure, isolato dal contesto e trascritto, quel momento di collera viveva un’altra vita, mi dipingeva come una persona violenta, una specie di finta animalista, insomma l’esatto contrario di quello che sono. Ed è quello che succede a moltissime persone intercettate, proprio per quegli elementi mancanti di cui parlavo prima, proprio per l’assenza di quell’ecosistema umano che consegna valore, spiegazione, significato.

Ma tutto questo che ho detto finora non porta affatto a negare la validità dello strumento investigativo delle intercettazioni, anzi: io lo ritengo utilissimo, indispensabile nel contrasto alla criminalità organizzata, alla corruzione, ai delitti gravi: sarebbe inconcepibile nel terzo millennio non avvalersi di questi strumenti tecnologici avanzati. Le indagini proteggono la collettività, procedono a vantaggio del bene comune.

Il problema non è lo strumento investigativo ma il suo trasferimento nello spazio pubblico: perché il magistrato fa il suo mestiere e interpreta le conversazioni all’interno di un quadro completo: il magistrato incrocia i dati, verifica, cerca riscontri, ascolta altre testimonianze, interroga altre persone. E se decide di formulare la richiesta di rinvio a giudizio, e se poi si finisce in dibattimento, anche lì si svolgerà il contraddittorio tra le parti e il giudice farà i suoi riscontri e le sue valutazioni.

A me viene da ridere quando i giornalisti (e qualche volta in passato lo avrò fatto sicuramente pure io) si vantano di poter ricostruire gli eventi criminosi perché hanno in mano (e hanno letto) l’intero fascicolo: un fascicolo si può comporre di 50mila carte sommate a 50mila intercettazioni (e non scherzo). È assai improbabile che qualcuno riesca a leggersi tutto.

Quello di cui entriamo in possesso noi giornalisti, soprattutto all’inizio, quando i fatti non sono ancora chiari, sono i frammenti delle intercettazioni narrativamente più esplosivi. Avremo in mano, per restare nel mio esempio, solo “prenderò a calci in culo tutti i gatti” che ‒ attenzione – fa notizia e (poiché fa notizia, appunto) si pubblica, producendo spettacolarizzazione e gogna mediatica e infliggendo quel dolore immenso di cui parlavo prima a un indagato potenzialmente innocente. Producendo, cioè, una condanna sociale anticipata.

E la condanna anticipata entra in fortissima collisione con i principi costituzionali.

Penso all’articolo 27 della Costituzione, sulla presunzione di non colpevolezza, e penso anche all’articolo 15 della nostra Costituzione, sulla libertà e la segretezza delle comunicazioni.

Anche l’articolo 114 del codice di procedura penale impone limiti alla pubblicazione degli atti processuali, mentre le riforme Orlando e Cartabia, allineandosi peraltro alla normativa europea, hanno tentato di tutelare la presunzione di non colpevolezza.

Ma a mio avviso invano, perché, sempre a mio avviso, non è un problema di nuovi divieti di legge, nuove restrizioni o di censura: è un problema umano.

Non sto parlando, ovviamente, dei casi di flagranza, né dei casi in cui la gravità dei fatti è così chiara ed evidente che al giornalista non resta che il dovere di raccontarli, senza esitazione.

Parlo di quelle situazioni investigative ancora fluide, costruite su indizi, su piste da seguire: e che bene, anzi benissimo, fanno i magistrati a seguire.

Ma in questi casi la diffusione di frammenti di attività intercettiva (che pure accade) rischia di trasformare un’ipotesi in sentenza sociale di condanna ai danni di una persona innocente.

E attenzione: sarebbe una condanna sociale che arriva non solo prima del processo, ma in alcuni casi addirittura prima della formulazione degli stessi capi di imputazione. E non è giusto.

E concludo: non servono ulteriori leggi restrittive (di cui si parla un giorno sì e l’altro pure) per imporre a tutti noi giornalisti e operatori dell’informazione una sorta di censura. Serve il buon senso, serve l’empatia, serve la coscienza, la lealtà, la responsabilità: doti tutte umane che dovrebbero impedire da sole la corsa alla notizia, quando la notizia è ancora nebulosa e avvolta nel dubbio.

Perché come ho detto prima il processo penale ha tempi, garanzie, contraddittorio, strumenti di verifica.

Il processo mediatico no.

La cautela, la prudenza nella divulgazione delle intercettazioni sono le migliori bussole per orientare la nostra attività professionale: immedesimarsi (ecco l’empatia), fermare un attimo i motori e chiedersi, semplicemente: e se fosse innocente?

Chi attraversa pubblicamente un’accusa infondata subisce una ferita alla propria reputazione.

Una ferita che spesso nessuna sentenza riesce più a cancellare.

* Direttore di Telemolise

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