Bandiera rossa, ridiventa straccio
di Italo Di Sabato*
«Bandiera rossa, ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli». Il verso di Pasolini conserva una forza straordinaria perché rovescia la retorica della bandiera: per tornare a significare qualcosa deve perdere le proprie glorie, ridiventare povera, essere restituita alle mani di coloro per i quali era nata. È anche un’immagine attraverso cui interrogare la lunga trasformazione della sinistra italiana, il suo progressivo allontanamento dai mondi popolari e la sostituzione, troppo spesso, del conflitto sociale con una rappresentazione morale della società.
Forse dovremmo ripartire da qui quando discutiamo del perché operai, poveri, abitanti delle periferie, lavoratori manuali o persone con titoli di studio più bassi non votino più a sinistra. La domanda viene frequentemente formulata come se contenesse già la risposta: perché sono meno istruiti, perché non comprendono i propri interessi, perché sono facilmente manipolabili dalla propaganda, perché prevalgono paura e risentimento. È una spiegazione rassicurante soprattutto per chi la formula, perché consente di attribuire la sconfitta agli elettori anziché interrogare la politica che quegli elettori ha perduto.
C’è in questo atteggiamento una supponenza che costituisce ormai una parte essenziale del problema. L’elettore che vota a destra «non ha capito», quello che non vota «fa il gioco della destra», chi esprime rabbia o sfiducia deve essere educato alla scelta corretta. Il risultato è paradossale: una sinistra che ha progressivamente perduto il rapporto con ampi settori popolari pretende contemporaneamente di spiegare a quegli stessi settori perché sbagliano a non riconoscersi più in essa. La possibilità che siano invece gli ultimi ad avere compreso qualcosa della trasformazione della sinistra viene raramente presa sul serio.
Eppure istruzione e condizione sociale non sono variabili indipendenti. Chi nasce in una famiglia povera, vive in un territorio deprivato, frequenta scuole impoverite, deve cominciare presto a lavorare e non può acquistare sul mercato ciò che il welfare non garantisce dispone mediamente di opportunità formative inferiori. Combattere questa diseguaglianza dovrebbe essere precisamente una delle ragioni storiche dell’esistenza della sinistra. La lotta di classe, se vogliamo continuare a utilizzare questa espressione, dovrebbe essere contro l’ignoranza e non contro gli ignoranti, contro la povertà e non contro i poveri.

Bisogna allora rovesciare la prospettiva. Gli ultimi non si sono allontanati dalla sinistra perché improvvisamente sono diventati culturalmente arretrati. Una parte della sinistra si è allontanata dagli ultimi quando ha progressivamente cessato di rappresentarne gli interessi materiali. Il passaggio si è consumato durante la lunga stagione nella quale le forze progressiste europee hanno assunto il mercato come orizzonte sostanzialmente invalicabile, accompagnando privatizzazioni, precarizzazione del lavoro, ridimensionamento dello Stato sociale e subordinazione dei servizi pubblici alle compatibilità economiche. Contemporaneamente è cambiato anche il proprio riferimento sociale: maggiore attenzione ai ceti urbani istruiti, alle professioni intellettuali e ai segmenti relativamente protetti; minore capacità di stare dentro il lavoro manuale, le periferie, le campagne, la disoccupazione, il lavoro povero e quelle esistenze frammentate che difficilmente riescono a trasformare una necessità individuale in una domanda politica collettiva.
Non si tratta di contrapporre lavoratori manuali e intellettuali, periferie e centri urbani, diritti sociali e diritti civili, costruendo un’altra caricatura identitaria. Il punto è riconoscere una frattura materiale. Quando vengono ridotti i servizi pubblici, chi possiede un reddito sufficiente può acquistare privatamente almeno una parte di ciò che perde: asili, assistenza, libri, lezioni, cure mediche. Per chi vive appena sopra o sotto la soglia della povertà, invece, la contrazione del welfare significa semplicemente rinunciare.
Una madre disoccupata che aspetta inutilmente da anni un asilo nido non ha bisogno di un dottorato per sapere che una promessa è stata tradita. Né un operaio precario ha bisogno di conoscere la storia del neoliberismo per accorgersi che il proprio salario non basta più. E il tradimento pesa ancora di più quando proviene da chi aveva costruito la propria legittimità politica proprio sull’estensione dei diritti sociali. «Ma neppure la destra costruirà quell’asilo», si potrebbe obiettare. E’ vero. Ma la destra non aveva fondato la propria ragione storica sulla promessa di costruirlo.
La destra approfitta di questa frattura senza risolverla. Propone politiche economiche destinate persino ad aggravarla, ma possiede una capacità che una parte della sinistra ha perduto: riconosce politicamente il malessere. Poi lo manipola, lo indirizza, gli assegna un nemico. Trasforma l’insicurezza sociale in paura del migrante, la perdita di status in rancore, l’impoverimento in richiesta di ordine. Offre appartenenza dove non offre redistribuzione, protezione simbolica dove non offre protezione sociale, capri espiatori dove non offre soluzioni. Ma prima ancora di deformarlo, quel disagio lo intercetta.
Una parte della sinistra ha reagito nel modo peggiore possibile, aggiungendo alla distanza sociale una distanza morale. Il povero che vota a destra diventa arretrato, chi usa un linguaggio rozzo culturalmente inadeguato. E l’astensionista viene rimproverato perché, non andando alle urne, favorirebbe la vittoria delle destre. Ma dire a chi non crede più nella politica che ha persino il dovere morale di votare per noi significa non aver compreso la profondità della frattura. L’astensione non è necessariamente un gesto consapevole di protesta, ma quando assume dimensioni di massa è un fatto politico che deve essere spiegato, non un comportamento da condannare. Se milioni di persone ritengono che nessuna delle alternative disponibili possa modificare concretamente la loro vita, il problema non può essere ridotto alla loro irresponsabilità civica.
Questa postura pedagogica diventa ancora più grave perché si accompagna a un’altra trasformazione: l’adesione di settori importanti della cultura progressista al giustizialismo e al panpenalismo. Una sinistra nata storicamente per interrogare le cause sociali della devianza, della marginalità e del conflitto ha finito troppo spesso per condividere l’idea che alla complessità della società si possa rispondere attraverso nuovi reati, pene più severe, polizia, carcere e dispositivi di sicurezza. La cultura della trasformazione ha lasciato spazio alla cultura della legalità quando questa viene separata dalla giustizia sociale e assunta come criterio morale per distinguere rispettabili e devianti, meritevoli e immeritevoli, buoni e cattivi.
Moralismo e giustizialismo appartengono, da questo punto di vista, alla stessa rinuncia politica. Se non si trasformano più le condizioni che producono un problema, diventa più semplice giudicare gli individui che lo incarnano. Se non si combatte la povertà, si può colpevolizzare il povero; se non si comprendono le ragioni dell’astensione, si può accusare l’astensionista; se non si interviene sulle cause sociali della marginalità, si può chiedere più sicurezza. Il conflitto cede così il posto al processo, l’analisi dei rapporti di potere alla ricerca del colpevole, la trasformazione alla punizione. E una cultura che continua a definirsi progressista finisce per condividere con la destra proprio una parte decisiva della sua grammatica politica.
Questo non significa assolvere razzismo, sessismo o discriminazioni perché provengono dai ceti popolari. Sarebbe una forma opposta, ma altrettanto paternalistica, di disprezzo. Significa comprendere che combattere un’idea reazionaria non equivale a disprezzare la persona che la esprime e che dietro quella posizione possono esserci contraddizioni materiali sulle quali la politica ha il dovere di intervenire. L’emancipazione non nasce dalla superiorità morale di chi educa gli altri, ma dalla possibilità di costruire insieme condizioni differenti di esistenza.
Nel frattempo la composizione sociale è nuovamente cambiata. La relativa sicurezza economica di una parte del ceto medio si è consumata, il lavoro povero si è esteso, i giovani entrano nella vita adulta in condizioni di precarietà permanente e una famiglia può precipitare rapidamente nella vulnerabilità per un affitto, una malattia o la perdita di un’occupazione. Dentro la working class contemporanea stanno insieme chi lavora e chi il lavoro non riesce a trovarlo, il precario, il rider, la giovane madre, l’operaio della logistica, il migrante, chi vive nelle aree interne e chi nelle periferie metropolitane. È una composizione frantumata e disorganizzata, spesso privata dei luoghi nei quali potrebbe riconoscere come collettiva una condizione vissuta individualmente.
Qui ritroviamo il significato contemporaneo dell’invocazione pasoliniana. Far ridiventare la bandiera uno straccio non significa restaurare simboli e organizzazioni del Novecento. Significa restituire alla politica una collocazione sociale: tornare negli asili che non ci sono, nelle scuole dove il tempo pieno rimane un privilegio, negli ospedali dove una visita richiede mesi, nei luoghi di lavoro nei quali il salario non consente più di vivere, nei quartieri dove l’unica presenza visibile dello Stato rischia di essere quella delle forze dell’ordine.
Da lì può ricominciare una politica meno ossessionata dalla rappresentazione di sé e più interessata all’organizzazione dei bisogni. Un nido, una scuola, una casa, un salario, un consultorio, un trasporto pubblico non sono soltanto servizi: producono libertà concreta e, quando vengono conquistati collettivamente, ricostruiscono appartenenza, solidarietà e fiducia nella possibilità di cambiare le cose.
Per questo non si tratta di trovare un linguaggio più semplice con cui spiegare ai poveri perché dovrebbero tornare a votare a sinistra. Questa stessa formulazione conserverebbe intatta la supponenza che ha contribuito alla frattura. Si tratta di ricostruire le condizioni materiali e politiche perché possano riconoscere nuovamente nella partecipazione collettiva uno strumento utile alla propria esistenza.
Finché la sinistra continuerà a chiedersi che cosa non abbiano capito gli ultimi, invece di domandarsi che cosa essa abbia smesso di capire delle loro vite, continuerà a perdere. E continuerà soprattutto a chiamare ignoranza, populismo o irresponsabilità ciò che, almeno in parte, è il prodotto del proprio fallimento.
Pasolini chiedeva alla bandiera di perdere le proprie glorie e tornare nelle mani del più povero. Forse il problema, mezzo secolo dopo, è ancora questo. Non convincere il più povero a tornare sotto la nostra bandiera, ma costruire una politica per cui quella bandiera possa tornare ad appartenergli.
*Coordinatore nazionale Osservatorio per la repressione



