Il Molise è un invenzione , ….siamo piccoli perciò stiamo messi male… Isernia torni ad avere come capoluogo l’Aquila… così’ saremo più forti….questa la panacea dogmatica ancorché suggestiva proposta dagli “scissionisti” che vogliono annettere la provincia di Isernia all’Abruzzo, peraltro in modo antidemocratico senza curarsi del parere di tutta la popolazione molisana, dato che la perdita della provincia di Isernia significa di fatto la fine dell’intera regione.
Ma far girare all’indietro la ruota della storia migliorerà la condizione delle masse popolari molisane?
Oppure sarà solo un salto nel buio che rischia di marginalizzare ancor di più la realtà locale, di peggiorare condizioni sociali e di fruizione di servizi, che convoglia verso falsi obiettivi le pur giuste doglianze sociali molisane, così affrancando la classe dominante e dirigente regionale e nazionale dalle proprie responsabilità ?
La storia d’altronde ha molto da insegnare per l’oggi.
La rivendicazione dell’autonomia regionale molisana, ben radicata nella popolazione sin dagli anni ’20 del secolo scorso, fu fermata solo durante la sanguinaria repressione da parte del regime criminale fascista, ma ben riemerse appena dopo la Liberazione mediante il C.L.N. riunitosi a Campobasso , e quindi nel dibattito della Costituente, dove fu Emilio Lussu all’epoca del Partito Sardo D’Azione (poi nel PSIUP), già antifascista e partigiano, a recepirla quale relatore.
“Il Molise non è una nuova Regione che si vuole creare; è una vecchia Regione, che già esiste”, sosteneva Lussu, denunciando che solo per gravissimi errori commessi dal governo del regno d’Italia (legati a ripartizioni economico-statistiche) fu annesso agli Abruzzi, tanto più che comunque la regione già si chiamava “Abruzzi e Molise”.
Lussu parlava non di “moventi campanilistici” o di intrallazzatori della borghesia locale alla ricerca di più comode nicchie di potere, ma di istanze di emancipazione sociale dai disagi enormi (anche umilianti) che le masse popolari molisane lamentavano dipendendo dall’Aquila, sotto il profilo della funzionalità amministrativa e logistica, della fruizione dei servizi essenziali e della maggiore partecipazione democratica sulle questioni territoriali.
Guardando la carta geografica – osservava Lussu – non si comprende come il Molise possa avere capoluogo l’Aquila (all’epoca raggiungibile mediamente in 4 giorni, come oggi in 4 ore); né come possa dipendere da Bari, Napoli o Roma; di qui l’evidenza della sua autonomia amministrativa con capoluogo Campobasso già per elementari considerazioni logistiche e geografico-amministrative.
Nella relazione di Lussu ed in quelle sino al 1963 (quando fu istituita la Regione Molise) si constatò che durante l’annessione all’Abruzzo lo spopolamento nel Molise era aumentato molto più che in Abruzzo e così il gap sul piano economico: il che smentisce i sostenitori attuali dell’annessione della Provincia di Isernia all’Aquila i quali invece paventano sul nulla chissà quali “magnifiche sorti e progressive”, senza neanche raccogliere l’insegnamento della storia.
L’esigenza dell’autonomia amministrativa per le classi popolari molisane fu talmente sentita e rilanciata dal CLN, che fu sostenuta anche dalle sezioni molisane dei partiti della destra reazionaria – contrarie al regionalismo per tradizioni autoritarie ereditate dal ventennio – come quella dell’Uomo Qualunque con l’on.le Colitto.
Nondimeno durante il dibattito ultimo nel ’63, sia il gruppo parlamentare del PCI sia l’on.le Colitto denunciarono l’ambiguità della DC che, mentre nelle piazze molisane prometteva l’autonomia, in parlamento la ritardò sino al ’63, forse per comporre le contrapposte beghe territoriali e clientelari interne.
In particolare gli esponenti della DC del beneventano, insieme all’on.le Bosco Lucarelli della DC di Campobasso, ostacolarono il Molise per assorbirlo tutto nel “Sannio” con capoluogo Benevento (ipotesi che rimase priva di consenso sia nel resto della Campania che nel Molise).
La stessa deputazione abruzzese riconobbe le esigenze delle masse molisane e votò a favore.
Il Msi fu l’unico a votare contro il Molise nel ’63, dopo una precedente ambiguità per salvare la faccia di fronte alla popolazione molisana. I reduci di Salò temevano l’autonomia regionale in sé: come durante il regime fascista vi vedevano un aumento dell’agibilità democratica per le masse popolari e delle sinistre per il cambiamento sociale contro i poteri reazionari.
L’autonomia amministrativa così conquistata dalla popolazione portò inevitabilmente un miglioramento delle condizioni popolari molisane, per evidenti motivi pratici e logistici, ma non poteva essere il rimedio fondamentale all’arretratezza lamentata, che rimase (e rimane) legata all’irrisolta questione meridionale figlia delle ingiustizie del sistema capitalistico, così come posta da Gramsci e anche da scrittori del Molise, su tutti Felice del Vecchio premiato a Viareggio con la sua “Chiesa di Canneto” nel ’57, sia pure con le dovute attualizzazioni dal solco che questi tracciarono.
16/08/2026
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI – MOLISE



