
Riceviamo e pubblichiamo da una cittadina di Campobasso, Florence Della Valle questa lettera.
“Lettera aperta: Campobasso, la cultura e il mio bastone bianco: il diritto di vivere la mia città
Ci sono giorni in cui vivere a Campobasso è un privilegio per i sensi. Penso al fresco della Villa Comunale, ai suoni storici del nostro borgo medievale, alla tenacia che si respira tra la nostra gente. È la mia città, la amo e la rivendico. Eppure, per me che sono non vedente, questa stessa città sa essere incredibilmente ostile, quasi escludente. Amo profondamente la cultura, ma a Campobasso la cultura e la socialità hanno un prezzo invisibile che non tutti pagano: l’isolamento. Prendiamo un simbolo della nostra vita culturale, il Teatro Savoia. Andare a teatro per me dovrebbe essere un momento di gioia, condivisione e autonomia. Ma la realtà si scontra con l’impossibilità di accedervi dignitosamente, perché l’impossibilità di arrivare vicino all’ingresso in macchina trasforma un evento culturale in un percorso logistico insostenibile. La cultura non dovrebbe avere barriere d’accesso, soprattutto laddove si professa inclusiva. E questo limite non si ferma ai teatri. Coinvolge anche la nostra identità gastronomica. Quando ci chiedono: “Siete mai stati in quel locale? Si mangia benissimo!”, la risposta è quasi sempre condizionata da una mappa di esclusione. Penso a mio marito, che convive con una disabilità motoria diversa dalla mia. Quando il locale si trova in centro o nel centro storico, per noi la serata finisce prima di iniziare: nel borgo antico lui non ci può arrivare in macchina e in centro trovare un parcheggio riservato libero è un’utopia. Tutto questo si scontra con una profonda barriera culturale e di civiltà. Si fa un gran parlare di inquinamento, di smog e di cambiamenti climatici, eppure a Campobasso nessuno sembra disposto a fare un piccolo sforzo: si prende l’automobile anche per fare cento metri. Questo egoismo urbano satura i parcheggi e le strade, precludendo a chi ha veramente necessità di muoversi in macchina — come mio marito — di poterlo fare in modo dignitoso. La soluzione esiste ed è legata alla civiltà del trasporto pubblico e alternativo. Per me, muovermi in autonomia con il mio bastone bianco significa scontrarmi con marciapiedi troppo stretti, dissestati o perennemente occupati da auto in sosta selvaggia. Se i mezzi pubblici funzionassero meglio, l’intera città ne beneficerebbe. Ma la vera ferita all’autonomia si consuma fuori dalla città, con la situazione disastrosa dei collegamenti ferroviari. Siamo costantemente condannati a viaggiare su pullman sostitutivi, una scelta che si traduce in un disagio immenso e ingiusto per le persone con disabilità. Se sul treno possiamo contare su un servizio di assistenza ferroviaria strutturato ed efficiente, i pullman sostitutivi cancellano ogni garanzia, privandoci di un trasporto sicuro e accessibile. Perché, inoltre, il Comune non prende esempio da altre realtà e non investe concretamente su soluzioni dedicate, come un piano strutturato di buoni taxi o trasporti assistiti agevolati per i cittadini non vedenti o con mobilità ridotta? Spostarsi non può essere un lusso o una concessione straordinaria. Non chiedo favori speciali. Chiedo solo che Campobasso smetta di considerare l’accessibilità — sia essa legata a un marciapiede sicuro, a un autobus, a un collegamento ferroviario o all’ingresso di un teatro — come un problema secondario da sbrigare. Garantire l’autonomia di un cittadino non è un atto di generosità: è la misura della civiltà di una comunità. Io non voglio rinunciare alla bellezza, alla cultura e alla vita sociale della mia città. Spero solo che Campobasso decida finalmente di non rinunciare a me.”
Florence Della Valle



