Riceviamo e pubblichiamo gli appunti di viaggio di Maurizio Palmieri.
di Maurizio Palmieri*
Palestra Italia
Brasile. Argentina. Uruguay. I tre giganti del calcio sudame-ricano. In ciascuno di queste paesi esiste un club, e che club!, “italiano”. Del Boca argentino ho già parlato.
A Montevideo, un immigrato piemontese di Pinerolo, Giovanni Battista Crosa, fondò il villaggio Penarol, in ricordo della sua città natale. I locali lavoratori delle ferrovie, molti dei quali erano nostri connazionali, crearono una squadra che nel 1913 diventò una società che assunse tale nome.
Tale società “nata in una officina, è l’espressione sociologica dell’Uruguay che viene costruita dall’immigrazione tra la fine dell’800 e l’inizio del 900, alla quale appartiene la maggior parte della popolazione del paese”, raccontò il noto politico Sanguineti.
Il club che in Brasile ha origini italiane è il Palmeiras. Quando il Grande Torino arrivò a San Paolo per un torneo, alcuni immigrati italiani ebbero l’intuito di fondare Palestra Italia, una polisportiva dove si praticava soprattutto calcio.
All’epoca tale gioco era appannaggio solo di una elite bor-ghese. Cominciò a diventare uno sport popolare quando la squadra esordì nel campionato nel 1917 ed entrò nella leggenda già nel 1920, quando vinse il primo trofeo. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, il dittatore Vargas si schierò a fianco degli alleati e contro l’Asse. Intimò quindi di cambiare nome a quella squadra che faceva riferimento all’Italia e che addirittura aveva sulla maglia il tricolore. Fu allora che il nome fu trasformato in Palmeiras: ” Nati per essere Campioni”. Dalla maglia scomparve il colore rosso.
Da allora furono adottati solo il bianco e il predominante verde, tanto che il club è noto come Verdao, il grande ver de. Il soprannome della formazione di origine italiana è
“Maiale”. Inizialmente veniva usato dai tifosi rivali in senso dispregiativo (proprio come ci chiamano i paesi “frugali” europei, cioè Pigs!), alludendo alla provenienza sporca. || termine si è trasformato poi, con molta autoironia, in un simbolo di orgoglio. Oggi allo stadio, i tifosi locali gridano con fierezza “Porco!”, ed inoltre l’animale è l’emblema della società.
La società è ancora così legata all’Italia che voglio mostrarvi una sua recente lettera: “Cara Italia, sono ormai trascorsi più di 100 anni dal nostro saluto, quando la Guerra, la miseria, la fame e la povertà hanno cambiato i nostri destini all’inizio del secolo XX. Con molto dolore e nostalgia, abbiamo attraversato l’Atlantico per “Fare l’America”.
Qui abbiamo piantato il tuo seme in tutti i campi d’attuazione, sostituendo la mano d’opera degli schiavi. Con sudore, lavoro, fede e resilienza, sono stati i tuoi figli immigrati qui a San Paolo che…”
*Scrittore e docente



