Riceviamo e pubblichiamo la nota del del portavoce M5S in Consiglio regionale, Angelo Primiani, sull’importanza di affiancare chi si impegna per preservare le tradizioni molisane.
“Il Molise rischia di restare senza voce, prima ancora che senza abitanti. Ma se oggi quella voce si sente ancora, è grazie a una minoranza silenziosa che non fa proclami, non cerca palchi e continua ostinatamente a reggere il peso delle feste, dei riti, delle manifestazioni che raccontano questa regione meglio di qualunque slogan. Sono donne e uomini che da anni rinunciano a ferie, weekend, tempo con la famiglia pur di non spezzare il filo con ciò che hanno ricevuto in eredità. Ma organizzare eventi, intanto, diventa sempre più complicato e oneroso, denso di responsabilità, tra burocrazia e adempimenti biblici.
Pensiamo alle grandi ricorrenze che hanno portato il nome del Molise oltre i confini regionali: i Misteri di Campobasso, la ‘Ndocciata di Agnone, le Carresi in Basso Molise, la Festa del Grano di Jelsi, i carri di San Pardo a Larino, la Pagliara di Fossalto, il Ver Sacrum o il De Moulins di Bojano, la Faglia di Oratino o, da alcuni anni, il Carnevale europeo delle maschere zoomorfe di Isernia. Ma ce ne sono tante, tantissime altre di eguale e inestimabile valore. Dietro queste iniziative non ci sono solo locandine e pacche sulle spalle: ci sono volontari che si alzano all’alba, artigiani che lavorano per mesi in laboratorio, comitati che fanno i conti fino all’ultimo euro. In molti casi, senza alcuna certezza sul futuro.
Non è mancanza di volontà, semmai l’opposto: quelle persone stanno facendo da anni un lavoro che non spetterebbe solo a loro. Il Molise, come gran parte delle aree interne, perde residenti, giovani, famiglie. Ma a resistere, spesso, sono proprio le pro loco, le associazioni, le confraternite, i comitati festa: realtà che, mentre tutto si svuota, continuano a riempire piazze e strade, a insegnare canti, gesti, rituali. Il problema non è che i giovani non vogliono fare nulla, frase comoda e ingiusta. È che ce ne sono sempre meno. E intanto chi porta il peso di questi sforzi da decenni inizia ad essere stanco, anziano. O peggio, c’è chi semplicemente ci lascia e porta con sé un sapere e una dedizione senza prezzo.
È proprio per questo che il discorso non può trasformarsi in un processo a chi tiene in piedi le tradizioni. Al contrario: andrebbe riconosciuto pubblicamente che queste persone sono, di fatto, un pezzo di servizio pubblico. Mantengono coesione sociale, generano economia, custodiscono competenze che non si imparano né sui libri né online. Il minimo che le istituzioni dovrebbero fare è partire da qui: dal riconoscimento esplicito del valore e del sacrificio di chi, nei nostri paesi, continua a lavorare sottotraccia.
Poi c’è il tema del futuro, che non si può ignorare. Se il Molise continua a spopolarsi e se il ricambio tra chi organizza e chi dovrebbe subentrare resta così fragile, alcune manifestazioni oggi di punta rischiano, tra dieci o vent’anni, di non esserci più. Per mancanza di forze. È un rischio concreto, che non va usato per fare allarmismo, ma per aprire una discussione seria: che politiche servono affinché questi riti non restino appesi alla buona volontà di pochi?
Qui entra in gioco la responsabilità delle istituzioni. Non basta intervenire ogni volta che esplode un’emergenza, quando una festa annuncia il proprio stop o un’associazione lancia un appello. Occorre una visione che metta al centro proprio chi oggi sacrifica il suo tempo per tutti: progetti di affiancamento tra generazioni, percorsi nelle scuole, incentivi per chi rientra e decide di impegnarsi nella vita comunitaria, forme di sostegno stabile alle realtà che dimostrano di coinvolgere nuove leve.
Difendere le tradizioni molisane, in fondo, significa difendere coloro che le tengono in vita. Si tratta di smettere di dare per scontato ciò che scontato non è affatto: senza quelle ore di lavoro volontario, senza quel senso di responsabilità quasi ostinato, molti paesi sarebbero già solo un elenco di vie e numeri civici. Il rischio, nei prossimi anni, è che a spegnersi non siano “solo” gli eventi, ma l’idea stessa di comunità che li ha generati.
Forse il punto di partenza più onesto è proprio questo: guardare negli occhi chi ancora oggi monta palchi, intreccia covoni, guida carri, organizza processioni, e dire chiaramente che non vanno lasciati soli. Mai. Non per cortesia, ma per interesse collettivo. Perché, se un giorno quelle persone decideranno di fermarsi, non basterà un bando dell’ultimo minuto a riaccendere ciò che oggi, a fatica, continua a brillare.”



