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mercoledì, Luglio 22, 2026

“Città invisibile”: “Perchè ’omicidio di Fakir parla anche a noi”

Attualità"Città invisibile": "Perchè ’omicidio di Fakir parla anche a noi"

Riceviamo e pubblichiamo la nota di Francesco De Lellis per la Città invisibile/FACED

“Ci sono vite che contano e vite che non valgono niente.
Un uomo è morto ammazzato, sotto il peso – letteralmente – del corpo di altri uomini. Un uomo disarmato in stato di vulnerabilità, è stato schiacciato fino a soffocare e morire da uomini armati che dovrebbero essere addestrati ai metodi di contenimento e all’uso della forza. Non tornerà a casa dalla sua famiglia, non riderà più con i suoi amici, non avrà più sogni da realizzare, carezze da dare.
Un uomo è morto ammazzato, e questo è il fatto ineludibile da cui si dovrebbe partire. Ucciso senza un motivo (esiste mai un valido motivo?). Non rappresentava un pericolo immediato per nessuno, ma qualcuno ha pensato e pensa che la sua vita valeva così poco che meritava quella fine, o che comunque quello che è successo non è poi così grave.
Come operatrici e operatori sociali, lavoriamo e viviamo quotidianamente con persone considerate da alcuni meno umane, vite “di scarto”, che hanno vissuto o vivono ai limiti della “decenza” e delle regole della società per bene. Per questo quando abbiamo visto la scena di Abderrahim Fakir messo a terra, quando abbiamo ascoltato le sue disperate urla di aiuto nei minuti concitati prima della morte, abbiamo rivisto i volti dei tanti Abderrahim che abbiamo incrociato in questi anni, delle tante persone che incontriamo in strada e nei nostri servizi, di chi esce dal carcere per costruirsi una nuova vita, di chi non esce più perché ci muore suicidato. Abbiamo rivisto i segni della violenza incisi sulla loro pelle, la violenza dei confini esterni (quelli fatti di guardie, filo spinato e botte), e la violenza dei confini che stanno dentro la società stessa, meno visibili ma non meno feroci (fatti di controlli, barriere e… anche qui botte).
Come le ginocchia e le mani di quei due poliziotti, c’è un sistema che quotidianamente soffoca le persone che il sistema ha deciso di mettere ai margini. Per ogni storia che arriva tragicamente alla cronaca come quella di Abderrahim ci sono altre centinaia di storie che avvengono ogni giorno sotto il nostro balcone, sui nostri marciapiedi, nelle nostre stazioni, nelle strade in cui camminiamo ogni giorno, ma dove abbiamo smesso di guardare negli occhi l’altro.
Perché la creazione di queste categorie di “non-persone”, la disumanizzazione di intere fasce di popolazione comincia ancora prima, nel linguaggio. Lo vediamo nei titoli di giornale che etichettano: “marocchino”, “pregiudicato”, “tossicodipendente”, “pusher”, “extra-comunitario”. Questi termini creano una distanza tra “noi” e “loro”, ci permettono di sentire meno empatia e vicinanza con le persone classificate sotto queste semplificazioni. E così, se una di queste persone disumanizzate viene malmenata, deportata o perfino uccisa, non conta poi così tanto, non è un fatto che ci riguarda da vicino, non sentiamo che riguarda un altro essere umano come noi.
Viviamo in una città, Termoli, dove solo nella prima metà di quest’anno sono morte due persone senza dimora. Una media di due o tre all’anno da quando abbiamo iniziato questa macabra conta. Viviamo in una regione in cui chiudono servizi sanitari essenziali, che salvano vite nelle urgenze, che fanno prevenzione e curano il benessere degli e delle abitanti. Viviamo in un paese in cui tre persone al giorno escono di casa per andare a lavoro e non tornano più, perché al lavoro ci hanno lasciato la pelle. Un paese dove quasi 6 milioni di persone sono in povertà assoluta, cioè non riescono a comprare beni e servizi per uno standard di vita minimamente accettabile, un paese in cui 650mila persone avrebbero diritto alla casa popolare ma restano escluse per mancanza di politiche e di investimenti. E potremmo continuare…
In questi ultimi venti-trent’anni ci hanno detto che “sicurezza” significa più telecamere, più carcere, più pistole, più leggi repressive contro i giovani, contro chi viene da un altro paese, contro i poveri, contro chi protesta per chiedere una società diversa. Abbiamo speso miliardi delle nostre tasse per rafforzare questo sistema e in cambio abbiamo ottenuto solo più insicurezza, più morti, più poveri, più schiavi, più esclusi. Alla fine siamo tutti più insicuri, precari, preoccupati per il futuro e il presente, spaventati di qualsiasi cosa.
Ci hanno venduto questa idea di “sicurezza” proprio per questo, per tenerci buoni. Ci hanno spacciato l’idea di un “nemico” interno da combattere per manipolare le nostre paure. E mentre con una mano ci davano queste pillole allucinogene, con l’altra ci toglievano tutto.
Vogliamo continuare a prendercela con chi sta come noi o peggio di noi? O vogliamo finalmente pretendere l’unica sicurezza veramente possibile, quella dei diritti?”

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