di Italo Di Sabato*
La legge elettorale in discussione in Parlamento sta assumendo una forma sempre più coerente con l’idea di democrazia che questa maggioranza porta avanti da quando è al governo: concentrare il potere in alto e restringere gli spazi attraverso cui la società può organizzarsi autonomamente in basso. L’ultimo emendamento sulla raccolta delle firme è, da questo punto di vista, persino più rivelatore delle discussioni sul premio di maggioranza, sui capilista bloccati o sull’indicazione preventiva del candidato alla presidenza del Consiglio.
La norma porta infatti da 1.500 a 6.000 il numero minimo di firme da raccogliere per ogni collegio, con un massimo di 7.000, per le formazioni politiche non rappresentate in Parlamento. Non 6.000 firme in tutta Italia. Seimila firme per collegio. Secondo i calcoli emersi nel dibattito parlamentare, per una formazione che volesse presentarsi su scala nazionale si potrebbe arrivare nell’ordine delle centinaia di migliaia di sottoscrizioni. Per alcune forze già presenti nelle Camere attraverso proprie componenti parlamentari, invece, l’onere rimarrebbe enormemente inferiore, mentre i partiti che soddisfano i requisiti di rappresentanza previsti dalla legge continuerebbero a beneficiare delle esenzioni.
È difficile trovare una rappresentazione più chiara di una democrazia costruita a vantaggio di chi già occupa le istituzioni. Chi è dentro viene protetto; chi è fuori deve superare un muro prima ancora di poter chiedere agli elettori di votarlo.
Per capire concretamente cosa significhi una soglia di 6.000 firme per collegio, basta guardare al Molise. Nella nostra piccola regione, dove l’intero corpo elettorale conta poche centinaia di migliaia di persone, raccogliere seimila firme autenticate per presentare una lista non rappresenta una normale verifica del radicamento politico. Significa imporre a una forza politica una gigantesca prova organizzativa prima ancora che possa partecipare alla competizione elettorale. Lo stesso problema assume proporzioni evidenti nelle realtà territorialmente e demograficamente più piccole, come la Valle d’Aosta.
È praticamente una soglia elettorale anticipata.
Una forza politica deve dimostrare di possedere già una consistente capacità di mobilitazione prima ancora che ai cittadini venga consentito di esprimersi sulla sua proposta. E deve farlo attraverso una procedura burocratica complessa, raccogliendo migliaia di firme valide, certificandole e autenticandole nei tempi stabiliti dalla legge. Per organizzazioni prive di grandi apparati, finanziamenti e rappresentanza istituzionale può diventare un’impresa quasi impossibile.
Il paradosso è evidente: per ottenere il diritto di verificare alle elezioni quanto consenso possiedi, devi dimostrare di possedere già un consenso considerevole prima delle elezioni.
Non stiamo parlando della necessità ragionevole di impedire la proliferazione di liste fittizie costruite alla vigilia del voto. Nessuno contesta che possa essere richiesto un minimo di radicamento per partecipare a una competizione nazionale. Qui la questione è completamente diversa. Quando si passa da 1.500 a 6.000 firme per collegio e contemporaneamente si mantengono esenzioni o condizioni enormemente più favorevoli per chi è già presente nelle istituzioni, il meccanismo smette di essere una semplice garanzia e diventa una barriera politica.
Una barriera che non colpisce tutti allo stesso modo.
Rifondazione Comunista, Potere al Popolo o qualsiasi altra formazione oggi priva di rappresentanza parlamentare potrebbero trovarsi davanti a un ostacolo organizzativo enorme semplicemente per comparire sulla scheda elettorale. Una nuova forza nata domani da un movimento sociale, da un’esperienza sindacale, da una mobilitazione contro la guerra o da una rottura politica con gli schieramenti esistenti partirebbe dalla stessa condizione di svantaggio.
Il problema, quindi, non sono Rifondazione Comunista o Potere al Popolo. Il problema è il principio.
Una democrazia vive della possibilità che possa nascere qualcosa che oggi non esiste. Se invece le regole vengono costruite in modo da proteggere chi è già rappresentato e rendere sempre più difficile l’ingresso di chi non lo è, il Parlamento rischia di trasformarsi progressivamente in un club nel quale i soci decidono quanto debba essere difficile l’ammissione di nuovi concorrenti.
È il favor castae trasformato in meccanismo elettorale.
Ed è ancora più grave che tutto questo avvenga nel mezzo della più profonda crisi della rappresentanza della storia repubblicana. Da anni discutiamo dell’aumento dell’astensione, della dissoluzione dei partiti, della perdita di fiducia nelle istituzioni, dell’incapacità del sistema politico di rappresentare settori sempre più vasti della società. Milioni di persone hanno smesso di votare. Quartieri popolari, giovani, precari e settori sociali impoveriti sono progressivamente scomparsi dalle urne.
La risposta più logica dovrebbe essere allargare gli strumenti della partecipazione e della rappresentanza. Si sceglie invece di restringerne gli ingressi.
È una contraddizione solo apparente. Perché il problema della politica italiana degli ultimi trent’anni non è stato considerato la progressiva scomparsa degli elettori, ma la presunta difficoltà dei governi a governare. Tutta la trasformazione istituzionale iniziata negli anni Novanta è stata dominata da una parola: governabilità. Sistemi maggioritari, coalizioni precostituite, personalizzazione della leadership, premi di maggioranza, elezione di fatto dei governi attraverso il voto parlamentare. La rappresentanza è stata progressivamente subordinata alla necessità di produrre un vincitore.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: partiti più deboli, Parlamento impoverito, partecipazione più bassa, milioni di cittadini fuori dal circuito della rappresentanza.
E ora si vorrebbe curare questa crisi innalzando ulteriormente le barriere d’ingresso. È la medicina che continua a produrre la malattia.
Le mobilitazioni degli ultimi anni raccontano infatti un Paese molto più largo del suo Parlamento. Le manifestazioni contro il genocidio a Gaza, gli scioperi contro la guerra e il riarmo, il sindacalismo di base, le lotte per la casa, i movimenti territoriali e climatici, le esperienze mutualistiche, le nuove forme di attivismo delle giovani generazioni dimostrano che l’assenza dalle urne non coincide necessariamente con l’assenza dalla politica. Esiste una società politicamente attiva che non trova rappresentanza nell’attuale sistema dei partiti.
Lo abbiamo visto anche con il referendum. Settori che da tempo guardano con sfiducia alle elezioni politiche sono tornati a votare quando hanno percepito che era in gioco qualcosa di concreto: gli equilibri costituzionali, l’autonomia dei poteri, il rischio di un’ulteriore concentrazione dell’autorità.
Quella partecipazione avrebbe dovuto suggerire una strada: riaprire la democrazia. Si sceglie quella opposta.
Ed è qui che la legge elettorale incontra le politiche sicuritarie di questi anni. Non perché una legge elettorale e un decreto sicurezza siano la stessa cosa, ma perché appartengono alla medesima concezione del rapporto tra potere e società. Chi prova a entrare nelle istituzioni trova barriere sempre più alte; chi prova a esercitare conflitto fuori dalle istituzioni trova nuovi reati, sanzioni, fermi preventivi, zone rosse, fogli di via, Daspo e un progressivo ampliamento dei poteri di polizia.
Si può partecipare, purché non si mettano realmente in discussione gli equilibri esistenti. Si può manifestare, purché la manifestazione non disturbi. Si può scioperare, purché lo sciopero non blocchi. Si può concorrere alle elezioni, purché si disponga già della struttura necessaria per superare una barriera costruita da chi quelle elezioni le affronta da una posizione privilegiata.
È una forma moderna di democrazia autoritaria. Non occorre abolire le elezioni per svuotare una democrazia. Basta restringere progressivamente le condizioni attraverso cui il conflitto può esprimersi, la società può organizzarsi e nuove rappresentanze possono entrare nelle istituzioni.
Per questo la questione delle firme pone anche un problema costituzionale serio. Non spetta a un editoriale dichiarare l’incostituzionalità di una norma prima ancora che il suo iter sia concluso, ma è difficile non interrogarsi sulla sua compatibilità con l’architettura della Costituzione. Non c’è soltanto l’articolo 48 sul diritto di voto e l’articolo 51 sull’accesso alle cariche elettive. Ci sono il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 e soprattutto l’articolo 49, secondo cui tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.
La parola decisiva è concorrere, ma se per concorrere bisogna essere già rappresentati, o affrontare condizioni radicalmente più onerose rispetto a chi lo è, qualcosa nel principio di uguaglianza della competizione democratica inevitabilmente si incrina. Essere presenti in Parlamento diventa una rendita politica che facilita la possibilità di rimanervi; esserne fuori diventa uno svantaggio che rende più difficile entrarvi.
E non è irrilevante che siano proprio i beneficiari di questa rendita a stabilire quanto debba essere alto il muro per i loro concorrenti.
Per questo la questione dovrebbe riguardare anche il Presidente della Repubblica. Non si tratta di chiedere a Sergio Mattarella un intervento politico sull’opportunità di questa o quella legge elettorale. Si tratta di ricordare che il Presidente è garante della Costituzione e che il pluralismo politico, l’uguaglianza dei cittadini e la possibilità di concorrere democraticamente alla determinazione della politica nazionale non sono dettagli tecnici della legislazione elettorale. Sono elementi costitutivi della Repubblica.
La domanda, allora, non riguarda soltanto se siano troppe 6.000 firme per collegio. La domanda è: chi deve poter partecipare alla democrazia?
Se la risposta diventa che chi è già dentro può presentarsi senza raccogliere quelle firme mentre chi è fuori deve compiere un’impresa organizzativa enorme soltanto per comparire sulla scheda, abbiamo smesso di discutere di regole neutrali della competizione e abbiamo cominciato a costruire un sistema di protezione degli esistenti.
Dopo trent’anni di bipolarismo forzato, governabilità elevata a dogma, leaderismo e progressiva espulsione della società dalla politica istituzionale, avremmo bisogno dell’esatto contrario: una legge elettorale proporzionale, capace di restituire centralità alla rappresentanza e di permettere agli elettori di scegliere i propri rappresentanti, non soltanto quale blocco debba governare.
Perché il problema della democrazia italiana non è che ci siano troppi soggetti politici. È che milioni di persone non ne trovano più nessuno che le rappresenti. Impedire o rendere quasi impossibile la nascita di nuove rappresentanze non risolverà questa crisi. La renderà ancora più profonda.
Una democrazia degna di questo nome deve consentire alla società di entrare nelle istituzioni anche quando porta con sé conflitto, anche quando rompe gli equilibri, anche quando mette in discussione chi quelle istituzioni già le occupa.
Il pluralismo non consiste nel permettere ai partiti esistenti di competere eternamente tra loro. Consiste nel garantire che possano nascerne altri. Altrimenti il messaggio agli elettori diventa brutalmente semplice: alle elezioni può partecipare soprattutto chi c’è già.
*Coordinatore nazionale Osservatorio per la repressione



