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mercoledì, Agosto 5, 2026

La strada degli ultimi. Il romanzo che restituisce un volto ai dannati

EditorialiLa strada degli ultimi. Il romanzo che restituisce un volto ai dannati

di Italo Di Sabato*

Ci sono libri che raccontano un viaggio e libri che raccontano un’epoca. La strada degli ultimi, opera prima di Fabio Lemme, appartiene a entrambe le categorie. È la storia di Jafar, un giovane curdo costretto a lasciare il Kurdistan iracheno per attraversare la rotta balcanica fino all’Italia. Ma è soprattutto un racconto che interroga il nostro presente, mettendo il lettore davanti a una domanda fondamentale: chi sono oggi gli ultimi?

Fabio Lemme non è uno scrittore che osserva il mondo da una torre d’avorio. È un camionista che da decenni attraversa l’Europa sulle strade del lavoro. È un attivista sociale è stato militante di Democrazia Proletaria e poi di Rifondazione Comunista, protagonista dell’impegno politico e sociale nel suo territorio. Le sue testimonianze sull’attivismo degli anni Ottanta a Palata sono già entrate a far parte della memoria collettiva attraverso il volume Giovani, ribelli e sognatori. Questa biografia pesa positivamente sul romanzo: ogni pagina trasmette la sensazione che l’autore conosca i luoghi, le persone e le contraddizioni che racconta, senza mai cedere all’enfasi o alla retorica.

Il libro nasce da una ferita personale e collettiva. Nel 2016 Palata, fu attraversata da una delle tante vicende che hanno segnato l’Italia degli ultimi anni. L’apertura di un centro di accoglienza nell’ex asilo di via Roma provocò proteste, raccolte di firme, prese di posizione istituzionali e la mobilitazione di gruppi della destra e dell’estrema destra contro l’arrivo dei richiedenti asilo. In quel clima avvelenato Fabio Lemme fu uno dei pochissimi cittadini ad esporsi pubblicamente in difesa dell’accoglienza, scegliendo di stare dalla parte dei migranti quando la paura sembrava aver conquistato gran parte della comunità.

Quella vicenda non è mai stata davvero elaborata. È rimasta una ferita aperta. La strada degli ultimi nasce anche da lì: dalla necessità di comprendere, attraverso la letteratura, ciò che la politica e il dibattito pubblico hanno trasformato in uno scontro identitario. Il romanzo diventa così una forma di riconciliazione con la memoria e, allo stesso tempo, un atto di accusa contro la normalizzazione del razzismo.

Jafar attraversa boschi, montagne, frontiere, fiumi e città invisibili. Ma il vero protagonista del libro non è soltanto il viaggio. È la trasformazione dello sguardo. La rotta balcanica non viene raccontata come un semplice percorso geografico: diventa un luogo dell’anima, uno spazio nel quale la paura, la speranza, la solidarietà e la dignità si intrecciano continuamente. Le figure di Amir, Arash, Zembo e Sigaro non sono semplici comprimari: rappresentano quella rete di mutuo appoggio che rende possibile la sopravvivenza lungo il cammino. In un mondo costruito per dividere, il romanzo mostra che nessuno si salva da solo.

La forza del libro, tuttavia, non risiede soltanto nella qualità narrativa. Sta soprattutto nella capacità di inserirsi dentro una delle grandi questioni del nostro tempo: l’Europa delle frontiere.
Leggendo La strada degli ultimi viene naturale pensare a Frantz Fanon e al suo capolavoro I dannati della terra. Fanon descriveva un mondo diviso tra chi aveva piena cittadinanza e chi era relegato ai margini della storia. Quel mondo coloniale non è scomparso. Ha semplicemente cambiato forma. Oggi i “dannati della terra” attraversano il Mediterraneo e la rotta balcanica, vengono rinchiusi nei CPR, lavorano nei ghetti agricoli, vivono nelle periferie delle metropoli europee. Il colonialismo si è trasformato in un regime globale delle frontiere, che decide quali vite meritano protezione e quali possono essere lasciate sospese, invisibili, sacrificabili.
Jafar è uno di questi dannati della terra. Ma il romanzo rifiuta di ridurlo a vittima. Gli restituisce complessità, carattere, memoria. Gli restituisce soprattutto una dignità che il linguaggio politico contemporaneo tende sistematicamente a cancellare.
La lettura del romanzo suggerisce anche un’altra chiave interpretativa, quella proposta da Karl Marx quando descrive l’esercito industriale di riserva. Il capitalismo ha sempre avuto bisogno di una massa di lavoratori disponibili, facilmente sostituibili, privi di potere contrattuale. Oggi molti migranti occupano proprio questa posizione. Non sono il problema del sistema economico: ne rappresentano una componente essenziale. Da una parte vengono criminalizzati, dall’altra diventano indispensabili nei campi, nella logistica, nell’edilizia, nell’assistenza familiare. Sono considerati indesiderabili sul piano politico e necessari su quello economico.
Ed è qui che emerge il grande cortocircuito delle politiche migratorie contemporanee. Prima si riducono i fondi destinati all’accoglienza, si smantellano i percorsi di integrazione, si eliminano strumenti di tutela e si restringono le possibilità di ottenere o rinnovare un permesso di soggiorno. Migliaia di persone vengono così trasformate artificialmente in irregolari. Private dei documenti, non possono lavorare legalmente, affittare una casa o costruire un percorso di inclusione. L’irregolarità non nasce spontaneamente: viene prodotta politicamente. Successivamente quella stessa marginalità viene indicata come prova del fallimento dell’immigrazione e utilizzata per giustificare nuove politiche securitarie. È il meccanismo perfetto del governo della paura: prima si crea il problema, poi lo si utilizza per alimentare consenso.
In questo senso la Fortezza Europa non serve realmente a fermare le migrazioni. Serve a governarle, a selezionare forza lavoro vulnerabile e, nello stesso tempo, a costruire un nemico utile a spostare il conflitto sociale. La rabbia prodotta dalla precarietà, dai salari bassi, dalla riduzione del welfare e dall’abbandono delle aree interne viene così indirizzata verso gli ultimi, anziché verso le cause strutturali delle diseguaglianze.
È qui che il romanzo dialoga idealmente anche con don Lorenzo Milani. “Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io reclamo il diritto di dividerlo in oppressi e oppressori.” Questa intuizione attraversa silenziosamente tutto il libro. Jafar non rappresenta soltanto il migrante. Rappresenta tutti coloro che vengono progressivamente espulsi dalla cittadinanza sociale: il lavoratore povero, il precario, il giovane costretto ad emigrare, l’abitante delle aree interne private di servizi essenziali. La funzione politica del razzismo diventa allora evidente: impedire che gli sfruttati riconoscano di appartenere alla stessa condizione.
Da questo punto di vista assume un significato particolare l’arrivo del protagonista nell’Italia interna. Il passaggio a Fonte Secca racconta due Paesi che convivono nello stesso territorio. Da una parte quello della solidarietà, delle persone che aprono le porte e riconoscono nell’altro un essere umano. Dall’altra quello della paura, della diffidenza e della chiusura. È impossibile non ripensare, leggendo queste pagine, a ciò che accadde realmente a Palata nel 2016. Fabio non cerca vendette né regolamenti di conti. Affida invece alla letteratura il compito più difficile: comprendere come una comunità possa lasciarsi attraversare dal razzismo e, allo stesso tempo, indicare la possibilità di un’altra strada.
La strada degli ultimi è, in definitiva, un romanzo necessario. Non perché offra risposte semplici, ma perché costringe il lettore a cambiare prospettiva. Ci ricorda che dietro ogni frontiera c’è una storia, dietro ogni numero una persona, dietro ogni “emergenza migratoria” un sistema economico e politico che produce contemporaneamente sfruttamento, irregolarità e paura.
Fabio Lemme consegna ai lettori un’opera che nasce dalla memoria di una piccola comunità del Molise ma parla all’intera Europa. Un romanzo che restituisce voce ai dannati della terra e ci ricorda che la vera alternativa alla Fortezza Europa non è l’indifferenza, bensì la solidarietà. Perché, come insegna la storia degli ultimi, nessun muro ha mai reso una società più giusta. Sono invece i ponti, le relazioni e il riconoscimento reciproco a rendere possibile una comunità degna di questo nome.
*Responsabile nazionale dell’Osservatorio sulla repressione

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