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lunedì, Maggio 4, 2026

Il genocidio dell’Alto Molise

EditorialiIl genocidio dell'Alto Molise

di Agostino Rocco*

L’Alto Molise, culla dell’Italia sannita, viene oggi colpito in uno dei suoi simboli più profondi: nascere. Non è soltanto la chiusura di un servizio sanitario. È una ferita civile, storica, identitaria.
Se in provincia di Isernia non si nascerà più, il messaggio che arriva alle comunità è netto: qui si può vivere, forse; ma non si deve più cominciare a vivere. Gli isernini dovranno andare a Campobasso o a Cassino per mettere al mondo i propri figli. È una decisione che pesa ben oltre l’organizzazione ospedaliera. Colpisce il senso stesso di appartenenza a una terra antica.

Agostino Rocco

Un territorio non muore soltanto quando perde abitanti. Muore quando perde i suoi riti fondamentali: nascere, curarsi, studiare, restare. Quando una madre deve lasciare la propria città per partorire, quando una famiglia è costretta a spostarsi decine di chilometri in un’area interna fatta di distanze, inverno, strade difficili, allora non siamo davanti a una semplice razionalizzazione. Siamo davanti all’ulteriore arretramento dello Stato.
Chiamarlo “genocidio culturale” significa denunciare qualcosa di preciso: la lenta cancellazione della continuità storica di una comunità.

L’Alto Molise non perde soltanto un reparto, rischia di perdere un pezzo della propria memoria collettiva. Per secoli queste terre hanno custodito civiltà, lingua, tradizioni, sacrifici, emigrazioni e ritorni. Oggi viene sottratto perfino il diritto più elementare, quello di nascere nella propria terra.
La domanda allora è politica prima ancora che amministrativa: che idea di Paese è quella che considera le aree interne un costo da comprimere invece che una parte viva della nazione? Se le istituzioni accettano che intere comunità vengano private dei servizi essenziali, allora non stanno governando lo spopolamento — lo stanno accompagnando.
Ecco perché a Isernia non si chiude soltanto un punto nascita. Si apre una questione nazionale. Perché quando un territorio smette di generare i propri figli, non perde soltanto popolazione.
Perde il suo futuro.
*Giornalista, scrittore

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