Di Antonello Catelli*
Nelle scorse ore si è registrata una grave escalation in Medio Oriente, con un’operazione militare condotta da Stati Uniti e Israele contro obiettivi in Iran. Secondo quanto comunicato dalle autorità
coinvolte, l’azione sarebbe stata motivata da ragioni di sicurezza e prevenzione rispetto a minacce ritenute imminenti. Teheran ha reagito con fermezza, parlando di aggressione e preannunciando
ritorsioni.
Il quadro è in evoluzione e merita prudenza nelle valutazioni. Tuttavia, ciò che appare evidente è che l’area mediorientale rischia di precipitare in una nuova fase di instabilità, con conseguenze che
potrebbero andare ben oltre i confini regionali.
La lezione degli ultimi anni dovrebbe essere chiara. La guerra in Ucraina ha dimostrato come i conflitti moderni non restino confinati ai campi di battaglia. A pagarne il prezzo sono soprattutto i
cittadini europei: aumento dei costi energetici, rincaro delle materie prime, inflazione, instabilità dei mercati, difficoltà per famiglie e imprese.
I numeri aiutano a comprendere la portata del rischio. Durante la guerra in Ucraina, il prezzo del gas in Europa ha registrato aumenti superiori al 300% nei momenti più critici del 2022, mentre il petrolio ha superato stabilmente i 100 dollari al barile per diversi mesi.
L’inflazione in Italia ha toccato picchi superiori all’8%, erodendo il potere d’acquisto di famiglie e pensionati.
Come riportato dalla Banca Centrale Europea nei suoi rapporti sui mercati energetici, l’impennata dei prezzi di gas e petrolio ha avuto un impatto diretto sull’inflazione nell’area euro. Allo stesso
modo, la International Energy Agency evidenzia che il Medio Oriente rappresenta circa il 30% della produzione mondiale di petrolio e una quota significativa di quella di gas, confermando la centralità
strategica della regione. Le recenti tensioni, come riportato anche da Euronews, hanno già prodotto
volatilità nei mercati energetici per il timore di possibili interruzioni nei traffici attraverso lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio globale di greggio.
Oltre agli effetti economici, non possono essere trascurate le possibili implicazioni umanitarie di un’escalation militare. Un conflitto su vasta scala rischierebbe di provocare vittime civili, spostamenti forzati di popolazione e danni a infrastrutture essenziali come ospedali, scuole e reti energetiche. Come riportato da organizzazioni internazionali, anche tensioni più circoscritte
possono avere conseguenze immediate sulla vita quotidiana delle persone, aumentando insicurezza,
difficoltà di accesso a beni di prima necessità e pressioni sulle autorità locali. Questo sottolinea l’urgenza di ricercare soluzioni diplomatiche e di contenimento dell’escalation, per limitare il più
possibile il costo umano di qualsiasi azione militare.
Un eventuale allargamento del conflitto in Medio Oriente, quindi, rischierebbe di incidere nuovamente su petrolio, gas e rotte commerciali strategiche, con effetti diretti sull’economia italiana. Non possiamo permetterci un’altra stagione di shock energetici e tensioni economiche.
La guerra non conviene a nessuno. Non conviene ai popoli coinvolti, non conviene all’Europa, non conviene all’Italia. Serve responsabilità, serve diplomazia, serve evitare che la spirale dell’azione e
della reazione trascini l’intera comunità internazionale in un conflitto più ampio.
Come Dipartimento Esteri ritengo fondamentale lavorare per la stabilità, sostenere ogni iniziativa diplomatica utile e difendere, prima di tutto, gli interessi dei cittadini italiani.
*Capo Dipartimento Esteri Lega Molise



