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giovedì, Agosto 27, 2026

Il woke, la classe e l’istinto di punire

EditorialiIl woke, la classe e l’istinto di punire

di Italo Di Sabato*-

La sinistra non deve scegliere tra classe e identità. Il problema non sono le lotte contro le discriminazioni, ma la loro separazione dal conflitto sociale e la tentazione di affidare allo Stato penale ciò che dovrebbe trasformare la politica
Da qualche tempo una parte della discussione sulla crisi della sinistra sembra aver trovato il colpevole perfetto: il “woke”. La sinistra avrebbe smesso di parlare di salari, lavoro, pensioni, casa e sanità per occuparsi di identità di genere, minoranze, razzismo e linguaggio. Avrebbe sostituito la classe con l’identità, l’uguaglianza con il riconoscimento, il conflitto sociale con il politicamente corretto. Per tornare a parlare al proprio popolo dovrebbe dunque liberarsi di questa zavorra.
La tesi contiene un problema reale e propone una soluzione sbagliata. Il problema riguarda le possibili derive identitarie, la frammentazione dei conflitti e l’illusione che una coalizione politica possa nascere dalla semplice sommatoria dei soggetti discriminati. Donne più migranti più persone Lgbtq+ più minoranze razzializzate non producono automaticamente un blocco sociale. Un elenco di oppressioni non è ancora una politica.

Italo Di Sabato

Ma da qui a sostenere che la sinistra abbia perso il proprio radicamento popolare perché si sarebbe occupata troppo dei diritti delle minoranze c’è un salto enorme. Prima bisognerebbe chiedersi di quale sinistra e di quale woke stiamo parlando.
Negli Stati Uniti woke possiede una genealogia precisa. Nasce dall’esperienza afroamericana: stay woke, resta sveglio davanti al razzismo e ai meccanismi che continuano a riprodurlo. Successivamente il termine attraversa movimenti antirazzisti, femministi e di liberazione sessuale, fino a conoscere processi di istituzionalizzazione e commercializzazione. È qui che diventa legittima la critica alla “cattura delle élite” descritta da Olúfẹ́mi O. Táíwò: rivendicazioni nate dentro movimenti di emancipazione vengono assorbite da università, imprese e istituzioni e trasformate in codici linguistici, politiche aziendali di diversity e marketing. Una multinazionale può celebrare il Pride comprimendo i salari; un consiglio di amministrazione può diventare più diversificato lasciando intatta la distribuzione del potere.
Ma questa è una critica alla neutralizzazione delle lotte, non alle lotte.
In Europa, e soprattutto in Italia, il quadro è diverso. Il woke è diventato soprattutto uno spauracchio della destra, un contenitore nel quale infilare femminismo, antirazzismo, educazione sessuale, diritti delle persone trans, critica del colonialismo, immigrazione e multiculturalismo. In Francia l’islamogauchisme svolge una funzione analoga, arrivando a delegittimare anche chi denuncia discriminazione, segregazione e abbandono delle popolazioni immigrate delle banlieue.
Certo, esistono degenerazioni del politicamente corretto, dispute linguistiche trasformate in guerre di religione, tentazioni censorie e competizioni vittimarie. Ma quale sarebbe l’egemonia woke nell’Italia contemporanea? Quella di un Paese dove l’educazione sessuale continua a essere terreno di scontro, l’accesso all’aborto incontra ostacoli enormi, i migranti sono sottoposti a una legislazione sempre più repressiva e razzismo e omotransfobia attraversano tranquillamente il discorso pubblico? Il nostro problema sarebbe davvero un eccesso di antirazzismo, femminismo e tutela delle minoranze?
La sinistra ha effettivamente abbandonato una parte consistente delle classi popolari. Ma non perché abbia combattuto troppo il razzismo. Le ha abbandonate quando ha accettato precarizzazione, privatizzazioni, compressione salariale, smantellamento del welfare e subordinazione delle politiche pubbliche al mercato. Ha perso il lavoro mentre governava il lavoro, le periferie mentre amministrava le città, i ceti popolari mentre spiegava loro che non esistevano alternative.
Una parte della sinistra liberale ha così conservato un progressismo culturale separandolo dalla trasformazione sociale. Si potevano difendere i matrimoni egualitari e contemporaneamente precarizzare il lavoro, celebrare la diversità e privatizzare i servizi pubblici. Ma questo non dimostra che i diritti civili siano stati un errore. Dimostra che sono stati separati dai diritti sociali.
Neppure la risposta opposta funziona. Non si ricostruisce la classe sacrificando femminismo, antirazzismo e libertà sessuale. Anche perché la classe lavoratrice realmente esistente ha sesso, colore della pelle, provenienza e status giuridici differenti. Il bracciante migrante non può separare il salario dal permesso di soggiorno e dal razzismo; l’operaia non lascia il patriarcato all’ingresso della fabbrica. Non sono identità da sommare, ma rapporti di potere che attraversano gli stessi corpi.
Il problema dell’identitarismo comincia quando l’identità diventa invece un recinto e l’esperienza individuale sostituisce la costruzione collettiva. Se soltanto chi appartiene a una determinata identità può comprenderne l’oppressione, diventa impossibile costruire solidarietà oltre il proprio gruppo. La politica si riduce a una federazione di comunità ciascuna titolare della propria ferita. Una politica di emancipazione deve fare l’opposto: partire dalle differenze per costruire ciò che è comune.
C’è poi una questione meno discussa. Alcune declinazioni identitarie hanno incontrato, soprattutto nella sinistra italiana, una cultura legalitaria e giustizialista che esisteva molto prima del woke. Sarebbe assurdo sostenere che sia stato quest’ultimo a produrre il giustizialismo italiano: la questione morale trasformata in paradigma politico, la fascinazione per procure e manette e la delega alla magistratura di funzioni proprie della politica hanno almeno trent’anni di storia. Ma alcune forme di politica identitaria hanno trovato in quella cultura un terreno fertile.
Il punto d’incontro è la moralizzazione del conflitto. Il vecchio giustizialismo divide il mondo tra onesti e disonesti, legalità e illegalità. L’identitarismo punitivo rischia di riprodurre una struttura simile: vittima e colpevole, oppresso e oppressore, soggetto legittimato a parlare e soggetto da espellere. In entrambi i casi l’analisi dei rapporti sociali può essere sostituita dalla ricerca di qualcuno da denunciare, isolare e punire.
È qui che una battaglia nata per estendere i diritti può incontrare il panpenalismo. Davanti a una discriminazione o a una violenza la domanda può diventare non più “quali condizioni la producono e come le cambiamo?”, ma “quale nuovo reato introduciamo?” e “quanto aumentiamo la pena?”. Riconoscimento della vittima, protezione, criminalizzazione e inasprimento penale finiscono per comporre una sequenza quasi automatica. Lo Stato penale assume così un volto progressista: punisce in nome della tutela dei soggetti vulnerabili.
Eppure proprio l’esperienza statunitense dimostra che dalle lotte antirazziste, antifasciste e femministe può nascere anche una direzione esattamente opposta. Dopo l’uccisione di George Floyd e le mobilitazioni di Black Lives Matter del 2020, Defund the Police e Abolish the Police hanno portato nel dibattito pubblico una domanda radicale: sicurezza significa necessariamente più polizia, più carcere e più repressione?
Defund the Police, nelle sue formulazioni più articolate, proponeva di spostare risorse dalla risposta poliziesca verso casa, scuola, salute mentale, servizi sociali e prevenzione. L’abolizionismo ha spinto la domanda oltre: non soltanto come avere una polizia migliore, ma quali condizioni sociali possano ridurne progressivamente funzioni e necessità. In altre parole: come costruire una società che abbia sempre meno bisogno di punire?
È una differenza fondamentale. Una parte delle politiche identitarie cerca protezione attraverso l’espansione della sfera penale; un’altra, cresciuta soprattutto dentro il femminismo nero, l’antirazzismo e l’abolizionismo carcerario, mette in discussione l’idea stessa che la liberazione possa essere affidata agli apparati punitivi. Da Angela Davis a Ruth Wilson Gilmore e Mariame Kaba, il problema posto è semplice e radicale: perché chiedere continuamente protezione a istituzioni che esercitano la coercizione soprattutto sui poveri e sulle comunità razzializzate?
Anche il femminismo abolizionista ha contestato l’idea che combattere la violenza contro le donne significhi necessariamente consegnare nuovi strumenti a polizia, procure e carcere. Non perché la violenza debba essere minimizzata, ma perché una causa giusta non rende automaticamente giusto ogni strumento utilizzato in suo nome.
È un principio che dovrebbe valere anche da noi. Si può essere antirazzisti e panpenalisti, femministi e giustizialisti, difendere le minoranze e contemporaneamente contribuire all’espansione del potere punitivo. Per questo bisogna diffidare dell’istinto di punire anche quando nasce nel nostro campo e parla il linguaggio dei diritti. Altrimenti il garantismo vale soltanto per chi ci piace e l’antipenalismo scompare appena il destinatario della pena ci risulta moralmente odioso.
La contrapposizione tra diritti civili e sociali è dunque una falsa alternativa. Casa, salario, sanità, scuola, libertà sessuale, diritto all’aborto, cittadinanza e lotta al razzismo riguardano tutti la possibilità concreta di decidere della propria esistenza. Che libertà possiede una donna formalmente libera se dipende economicamente da un uomo perché non ha reddito né casa? E quale universalismo sociale garantisce un salario ma pretende che qualcuno nasconda chi ama o accetti una discriminazione razziale?
La dignità è indivisibile.
La destra tenta invece di dividerla, convincendo una parte dei subalterni che la causa della propria insicurezza siano altri subalterni: il migrante, la persona trans, la donna emancipata, il musulmano, il povero. Una guerra verticale sulla distribuzione della ricchezza viene trasformata in una guerra orizzontale tra chi possiede poco e chi possiede ancora meno. Il discorso anti-woke serve anche a questo.
Il compito di una sinistra radicale non è allora diventare meno femminista o meno antirazzista. È tornare a essere radicalmente sociale dentro quelle battaglie. Significa comprendere che il razzismo segmenta anche il mercato del lavoro, che il patriarcato organizza lavoro gratuito e di cura, che la precarietà rende tutti più ricattabili e che l’autodeterminazione richiede condizioni materiali per essere esercitata.
E significa smettere di chiedere automaticamente al codice penale di risolvere ciò che politica e conflitto sociale dovrebbero trasformare.
Il problema non è essere stati troppo woke. È aver separato troppo spesso riconoscimento e redistribuzione, libertà e uguaglianza, differenze e interesse comune. Non servono battaglie da abbandonare: serve tornare a collegarle.
Il punto non è scegliere tra classe e identità. È costruire una classe capace di riconoscere le differenze che la attraversano e differenze capaci di riconoscere il terreno materiale che può unirle. Solo così dal catalogo delle discriminazioni può nascere una coalizione e dalla coalizione un progetto di trasformazione. Senza rinunciare a nessuna libertà e senza affidare ancora una volta allo Stato penale il compito che spetta alla politica.

*Coordinatore Nazionale Osservatorio sulla Repressione

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