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sabato, Agosto 22, 2026

La povertà dei numeri pentri

EditorialiLa povertà dei numeri pentri

di Agostino Rocco*

La povertà del Molise, e dell’Isernino in particolare, nasce prima di tutto da un conto che non torna. Ottantamila persone sparse in 52 comuni, con il capoluogo che si ferma a 20.529 abitanti e il paese più piccolo, Castelpizzuto, che nel 2024 ne contava 132. È come prendere un lembo del Prenestino e un palazzone del Nomentano e farne una provincia intera.
Non è retorica. È l’unica provincia italiana sotto i centomila abitanti, quella che perfino chi propone di annetterla all’Abruzzo descrive senza giri di parole come “la provincia meno popolata d’Italia, 80mila abitanti”.
Quando sei in così pochi, la povertà non è un’opinione, è aritmetica. Al primo gennaio 2025 la provincia aveva 80.564 residenti, a fine anno ne aveva persi 652, tra culle vuote e valigie piene. Ogni chiusura pesa doppio: una classe con dodici alunni diventa antieconomica, un ambulatorio che serve tre valli diventa un lusso, un autobus che gira mezzo vuoto diventa un costo politico.

Agostino Rocco
Agostino Rocco
Da qui viene la povertà storica. L’Isernino non ha avuto pianure da industrializzare, né autostrade attraversate per caso. Ha avuto l’emigrazione di fine Ottocento, quella operaia degli anni Sessanta verso Torino e la Germania, e oggi quella silenziosa dei laureati verso Roma e Milano. Sono partiti i braccianti, poi i figli, ora i nipoti. È rimasta una terra di anziani tenaci, e di case che si svuotano ogni inverno.
E da qui viene anche la povertà culturale e sociale. Non perché manchi la cultura — qui ci sono i Sanniti di Pietrabbondante, la Pineta di Isernia, i tratturi, le chiese antiche, anche le zampogne — ma perché manca la massa critica per farla vivere ogni giorno. Con mille anime non mantieni una libreria, non tieni aperto un cinema, non fai un liceo musicale. La cultura resta, ma si trasmette a voce bassa, in famiglia, e rischia di spegnersi con l’ultimo che se ne va.
La povertà demografica è diventata un destino amministrativo. Senza numeri non hai gettito, senza gettito non hai servizi, senza servizi perdi altri residenti. È un cerchio che si chiude.
Se non si rompe questo cerchio, l’Isernino continuerà a essere raccontato per sottrazione: meno abitanti, meno scuole, meno treni. La sfida non è chiedere elemosine a Roma o a Campobasso, è accettare che ottantamila persone non possono fingere di essere una provincia come le altre. O si inventa un modello diverso, fatto di unioni di comuni veri, di servizi itineranti, di residenze per chi vuole tornare, oppure resteremo per sempre un lembo di città, piccolo, spalmato su cinquanta campanili sopra chiese deserte.
*Giornalista, scrittore

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