di Teodoro Musacchio
“È stato annunciato per il prossimo 29 aprile un presidio lungo la S.P. n. 40 Campomarino-Portocannone, nei pressi dei terreni destinati alla realizzazione di un impianto agrivoltaico. L’iniziativa, promossa da un’associazione di categoria del mondo agricolo, nasce con l’obiettivo dichiarato di contrastare la diffusione degli impianti fotovoltaici sui terreni agricoli, ritenuti responsabili di sottrarre suolo all’agricoltura. È una preoccupazione comprensibile, almeno in linea di principio. La terra agricola è un bene prezioso. Il paesaggio rurale va tutelato. La produzione agricola non può essere sacrificata a una logica puramente speculativa o industriale. Ma proprio per questo il tema andrebbe affrontato con maggiore profondità, evitando slogan generici e rappresentazioni semplificate. Perché la domanda vera è un’altra: quale agricoltura stiamo difendendo? L’agricoltura molisana, che per decenni è stata una delle colonne portanti dell’economia regionale, vive oggi una crisi profonda. Non è più, salvo rare eccezioni, il mondo diffuso dei piccoli proprietari capaci di vivere dignitosamente della propria terra. Non è più il modello familiare nel quale un appezzamento, anche di dimensioni contenute, poteva garantire reddito, autonomia e continuità generazionale. Quel mondo, in larga parte, si è spezzato. Oggi molti piccoli proprietari non riescono più a coltivare direttamente i propri terreni. I costi sono aumentati, i margini si sono ridotti, la burocrazia è pesante, il mercato è spietato, la manodopera è difficile da reperire, le nuove generazioni spesso non trovano nell’agricoltura tradizionale una prospettiva di vita accettabile. Così accade che tanti appezzamenti vengano affittati a grandi operatori agricoli, capaci di gestire superfici estese con logiche industriali. In alcune aree, la vecchia trama agricola fatta di piccoli proprietari, famiglie, coltivazioni differenziate e presidio diretto del territorio si è progressivamente trasformata in un sistema dominato da pochi grandi imprenditori agricoli, che conducono vaste estensioni di terreno, spesso destinate a colture intensive. Non si tratta di demonizzare nessuno. Anche la grande impresa agricola ha una sua funzione economica e produttiva. Ma bisogna avere il coraggio di dire che questa non è più la piccola agricoltura che molti fingono di difendere quando si oppongono all’agrivoltaico. Quando si dice che un impianto agrivoltaico toglie terra agli agricoltori, bisognerebbe chiedersi se quella terra sia davvero coltivata dal piccolo proprietario oppure se, nella realtà concreta, sia già stata consegnata a una gestione industriale, spesso perché il proprietario non ha più convenienza, forza o mezzi per coltivarla direttamente. Questo è il punto rimosso dal dibattito. Il problema non è solo impedire che la terra cambi uso. Il problema è dare ai proprietari agricoli strumenti economici per non essere costretti ad abbandonare, svendere o affittare i propri fondi a grandi operatori. Il problema è rimettere il proprietario nelle condizioni di restare protagonista del proprio terreno. Da questo punto di vista, l’agrivoltaico può rappresentare non una minaccia, ma una possibilità. Nel caso dell’impianto agrivoltaico previsto a Campomarino, non siamo davanti a una colata di cemento, né a una cancellazione pura e semplice della vocazione agricola del fondo. Siamo davanti a un progetto che, per sua natura, mira a integrare la produzione di energia rinnovabile con il mantenimento di una componente agricola e agronomica: gestione del verde, essenze vegetali, oliveti, apiari, cura del suolo, presidio dell’area, attività compatibili con la natura rurale del territorio. La trasformazione di una parte della proprietà in agrivoltaico può generare risorse economiche nuove. E quelle risorse possono consentire al proprietario di tornare a seguire direttamente la parte agricola residua, di mantenerla viva, di curarla, di non essere costretto ad affidarla integralmente a soggetti terzi. In altre parole, l’agrivoltaico può diventare uno strumento per restituire autonomia al piccolo proprietario. È esattamente il contrario della narrazione dominante. Non sempre l’agrivoltaico sottrae terra all’agricoltura. In certi casi può sottrarla a una gestione agricola puramente industriale, rendendo possibile una nuova forma di equilibrio tra reddito, energia, agricoltura e presidio del territorio. È qui che il dibattito dovrebbe farsi serio. Perché se un piccolo proprietario, senza l’integrazione economica derivante da un impianto agrivoltaico, è costretto ad affittare tutto il fondo a grandi conduttori industriali, dov’è la difesa dell’agricoltura? Se invece, grazie a una rendita energetica regolata e a un progetto agronomico integrato, quel proprietario può mantenere un rapporto diretto con il terreno, curare una parte agricola specializzata, gestire oliveti, apiari, essenze vegetali, siepi, verde e manutenzione ambientale, siamo davvero sicuri che questo sia un danno per l’agricoltura? La verità è che il mondo agricolo deve uscire da una contraddizione. Da un lato si lamenta la crisi dell’agricoltura tradizionale, l’abbandono dei campi, la fuga dei giovani, la difficoltà dei piccoli proprietari, la concentrazione delle terre in poche mani. Dall’altro lato, quando si presenta una possibilità di integrare reddito agricolo e reddito energetico, si alza una barriera ideologica, come se la terra potesse essere difesa soltanto lasciandola nella condizione economica che l’ha portata alla crisi. Ma una terra economicamente povera non è una terra salva. È una terra fragile. È una terra esposta all’abbandono, alla concentrazione fondiaria, all’affitto forzato, alla perdita di controllo da parte dei piccoli proprietari. La difesa vera dell’agricoltura non consiste nel conservare formalmente la destinazione agricola di un fondo, mentre nella sostanza il proprietario non riesce più a viverlo, coltivarlo o gestirlo. La difesa vera consiste nel creare le condizioni perché la terra continui a produrre valore, lavoro, cura, reddito e presenza umana. L’agrivoltaico, se ben progettato e controllato, può portare nuova linfa proprio alla filiera agricola. Può generare lavoro tecnico nella fase di costruzione e manutenzione dell’impianto. Può generare lavoro agricolo nella gestione agronomica dell’area. Può coinvolgere agronomi, operai specializzati, manutentori del verde, apicoltori, potatori, addetti alla cura di oliveti e siepi, imprese locali. Può creare una filiera mista, energetica e agricola, più articolata di quella prodotta da un semplice terreno affittato a colture intensive. Naturalmente non ogni progetto è buono per definizione. Servono regole, controlli, verifiche, qualità progettuale, tutela del paesaggio, garanzie sul ripristino dei luoghi, rispetto della vocazione agricola del territorio. Ma respingere in blocco l’agrivoltaico significa rinunciare a distinguere. E quando non si distingue, non si difende la terra: si difende soltanto una rappresentazione astratta della terra. Il presidio del 29 aprile può essere una legittima occasione di protesta. Ma dovrebbe anche diventare l’occasione per porre una domanda scomoda: siamo sicuri che il nemico della piccola agricoltura sia l’agrivoltaico? O non è forse più grave un sistema nel quale i piccoli proprietari non hanno più strumenti economici per coltivare direttamente i propri fondi e sono costretti ad affidarli a grandi gestioni industriali? La terra non si difende soltanto impedendo che vi siano installati pannelli solari. Si difende impedendo che diventi economicamente inutile per chi la possiede. Si difende dando ai proprietari la possibilità di restare presenti, attivi, coinvolti. Si difende costruendo modelli nuovi, nei quali agricoltura ed energia non siano nemiche, ma alleate. Il Molise non può permettersi di ragionare con categorie vecchie davanti a problemi nuovi. L’agricoltura è cambiata. Il mercato è cambiato. Il clima è cambiato. Il reddito agricolo è cambiato. Le famiglie agricole sono cambiate. I giovani sono andati via. Pensare di difendere il mondo agricolo semplicemente dicendo no all’agrivoltaico significa non vedere la trasformazione già avvenuta. Il vero rischio non è che l’agrivoltaico cancelli l’agricoltura. Il vero rischio è che, senza nuove risorse e nuovi modelli, la piccola agricoltura continui a scomparire comunque, silenziosamente, sotto i nostri occhi. Per questo il progetto di Campomarino andrebbe discusso nel merito, non demonizzato. Bisognerebbe chiedersi che cosa prevede davvero, quali attività agricole mantiene, quali essenze vegetali introduce, quali professionalità coinvolge, quali ricadute economiche può generare, quali garanzie offre sul territorio. Solo così il confronto sarebbe utile. Altrimenti resteremo prigionieri di una contrapposizione falsa: da una parte i difensori della terra, dall’altra i presunti nemici dell’agricoltura. Ma la realtà è più complessa. A volte chi accetta l’agrivoltaico non sta rinunciando alla terra. Sta cercando un modo per non perderla. Sta cercando le risorse per continuare a curarla. Sta cercando una via per sottrarla all’abbandono o alla gestione impersonale delle grandi conduzioni industriali. Sta cercando di far convivere il passato agricolo con un futuro energetico. E forse proprio da questa convivenza può nascere una nuova possibilità per il Molise rurale. Non meno agricoltura, dunque. Ma un’agricoltura più forte, perché sostenuta da nuove risorse, da nuove competenze e da una visione più moderna del territorio. Questa dovrebbe essere la vera sfida: non opporre agricoltura ed energia, ma usare l’energia per restituire forza all’agricoltura.”



