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sabato, Aprile 20, 2024

Stella, Rizzo e la storia del Molise

Idee e opinioniStella, Rizzo e la storia del Molise

di Michele Tuono

Un altro colossale abbaglio della coppia Rizzo-Stella (Bud Spencer e Terence Hill nella sapida ironia di Dagospia) riguarda direttamente il Molise, e in particolare la sua storia. Un argomento trattato, come diciamo qui da noi, sempre con la mano mancina, da chiunque si sia accostato, con un atteggiamento tra il sussiego e la sufficienza. Il tentativo di approfondimento storico di Rizzo e Stella (Viceré Michele e la Regione «pigliatutto», «Corriere della sera», 4 dicembre 2010) si rivela di incredibile pochezza, tanto più clamorosa se si pensa alla reputazione che accompagna i due giornalisti e lo storico prestigio di un giornale come il Corriere della Sera. Fondato, andrà anche detto, con il notevole contributo di personaggi molisani: Francesco D’Ovidio, Baldassarre Labanca e soprattutto Vincenzo Labanca che del primo Corriere (1876) fu il redattore principale. Ne parla Glauco Licata (Storia del Corriere della Sera, Rizzoli, Milano 1976). Ne parla, più di recente e in modo più approfondito, Andrea Moroni [Alle origini del Corriere della Sera. Da Eugenio Torelli Viollier a Luigi Albertini (1876-1900), Franco Angeli, Milano 2005, prefazione di Paolo Mieli], il quale ha la cortesia di citare il sottoscritto che della questione si era occupato anni prima (Vincenzo Labanca primo corrispondente romano del “Corriere della Sera”: dalla “rivoluzione parlamentare” del 18 marzo alle elezioni politiche del novembre 1876, «Sannitica», gennaio 2000).

Cose che vanno ricordate non certo per orgoglio regionalistico, ma per meglio inquadrare l’atteggiamento dei due soloni dello scandalismo nazionale più a buon mercato, quando si sbalordiscono per la nascita nientemeno che di “un paio di intellettuali” da queste parti. Rizzo e Stella scrivono di una realtà «inchiodata a una miseria contadina secolare. Uguale a quella di cento anni prima, quando queste povere aree appenniniche, sorprendentemente, avevano regalato all’Italia un paio di intellettuali di spicco nella storia del Risorgimento».
Si parla di Vincenzo Cuoco e di Leopoldo Pilla, il valoroso geologo venafrano caduto nella battaglia di Curtatone. Lasciando valutare agli storici veri la congruità dell’accostamento (e precisando che Venafro venne aggregata al Molise solo dopo l’Unità d’Italia), sta proprio in questa sorpresa la prova della scarsa preparazione storica dei due giornalisti, che vedono Cuoco come una specie di meteora, apparsa sorprendentemente tra i monti del Molise. Tesi, peraltro, affine a quella di Lombroso, che al tema all’affollamento di geni nella patria di Cuoco, Civitacampomarano, dedicò un trafiletto nel suo terrificante «Archivio di psichiatria, scienze penali e antropologia».
Stella e Rizzo, a tutto questo, aggiungono una miscela di pregiudizi, luoghi comuni e, spiace osservarlo, scarsa conoscenza della materia storica, quando parlano, per l’epoca di Vincenzo Cuoco, di “povere aree appenniniche”.
Perché il Molise, all’epoca di cui parlano Stella e Rizzo, era in realtà fiorentissimo e svolgeva un ruolo politico di primaria importanza. Fiorentissimo, lo dice lo stesso Vincenzo Cuoco: «La provincia di Molise è una delle più popolate del Regno, e la sua popolazione è sempre crescente, tranne in alcuni luoghi infelicissimi. Da lungo tempo si era osservato il fenomeno che l’aumento della popolazione in Molise era più rapido che altrove. Galanti, che è stato il primo a fare tale osservazione, l’aveva fondata sulle tavole statistiche dal 1770 al 1779. Ora è dimostrato che dal 1764 in qua l’industria in questa provincia ha avuto uno sviluppo rapidissimo, ed un progresso nell’industria ne ha prodotto un altro proporzionato nella popolazione. Questi due progressi si sono osservati nella provincia. È incredibile la differenza che tutti notano tra il modo di abitare, di vestire, di alimentarsi prima del 1764 e quello di poi. Tutto annunzia un aumento rapidissimo di ricchezza universale: lo dimostra l’aumentato valore delle terre e il diminuito interesse del denaro. Ma quale è stata l’industria aumentata dopo il 1764. Quella de’ grani. Campobasso fin da’ tempi viceregnali è annoverata tra le città riserbate a provvedere l’annona di Napoli; il che dimostra che fin da quell’epoca la provincia di Molise era riputata granifera» (Viaggio in Molise, 1812).
Il commercio del grano ebbe un momento di crisi, nel Molise, con l’apertura dei traffici marittimi, a beneficio dei produttori soprattutto pugliesi e siciliani. Ma dal 1764, anno al quale fa riferimento Cuoco, con la disponibilità dei porti di Termoli e Campomarino e i miglioramenti sulla tratta stradale fra Isernia e Napoli, diventata rotabile (il tratto Napoli-Venafro era stato completato già nel 1760), il commercio riprese ancora più fiorente e con “una circolazione maggiore di denari, –– conclude Cuoco – un’attività ancora maggiore nell’agricoltura”.
Il ruolo politico è riassunto in modo magistrale dallo storico Raffaele Colapietra: «Essere il granaio di Napoli significava evitare la rivolta per la fame, cioè assicurare l’ordine pubblico di una città con mezzo milione di abitanti, all’epoca terza città d’Europa. Questa semplice circostanza faceva sì che del Molise come tale non si potesse fare a meno, perché adempiva a una funzione determinante».
Significava anche, per il Molise, “acquisire un suo ruolo presso i centri di potere”, come “sede di un ceto intellettuale che proprio nella conoscenza e nel governo del territorio, sulla traccia di Genovesi, da Galanti a Longano, rinnovava la sua forza ed i suoi caratteri di modernità”.

Galanti e Longano, ci vorrebbe che qualcuno ricordasse a questi due sorpresi storiografi dell’improvvisazione, erano molisani. Come era molisano Giuseppe Zurlo, ministro delle finanze con i borboni e con il governo francese, poi ministro dell’interno dal 1809 alla fine del regno murattiano e richiamato durante i moti del 1820.
Rispetto a tutto questo, meravigliarsi della presenza di intellettuali e di uomini di governo molisani, per quell’epoca, significa essere privi del bagaglio minimo di competenze necessarie, quando si vuole discutere di certi argomenti. E allora Rizzo e Stella continuino a produrre i loro specchietti e le loro tabelline ( “i dirigenti sono tot”, “la sanità costa tot a cittadino”) ma lascino perdere la storia, che è un’altra cosa.

 

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