Campobasso, era ai domiciliari a spacciare: arrestata una donna

Sorpresa di nuovo a spacciare, mentre era agli arresti domiciliari, la donna che qualche giorno fa era stata arrestata perché aveva trasformato un bad and breakfast nel suo personale punto vendita della droga.  Coinvolta in diverse indagini e nota alle forze di polizia, la donna di Campobasso è stata sorpresa nel primo pomeriggio mentre consegnava alcune dosi a un paio di assuntori. Tutto questo in pieno giorno in via Quircio, una traversa di via Monforte, zona di edilizia popolare nel quartiere a ridosso di Fontanavecchia.  Le auto della Polizia non sono passate inosservate e, sotto un temporale scrosciante, gli agenti hanno prima bloccato e poi perquisito la spacciatrice.  Dalle notizie apprese, gli agenti della squadra Volante del capoluogo hanno trovato in casa della indagata alcune migliaia di euro in contanti.  Le dosi sequestrate, alcuni grammi di droga, sarebbero crak. Un mix ottenuto da cocaina e alcune sostanze chimiche.  Qualche settimana fa, la donna era stata scoperta a vendere cocaina ed eroina in una bed and breakfast di via Garibaldi. Nella camera riceveva clienti e spacciava. Oggi pomeriggio i tre sono stati portati in questura a Campobasso. La donna, che era a casa agli arresti domiciliari, è stata arrestata.    - >>>>>


Renzi divorzia dal PD. Fanelli e Facciolla :”Restiamo nel partito”. Greco: “La sinistra non esiste”.

DI GIOVANNI MINICOZZI L’intesa tra il Partito democratico e il M5s ha lasciato l’amaro in bocca a diversi dirigenti e militanti dei due partiti da sempre collocati in posizioni contrapposte. Nel passato se le son date di santa ragione,  a volte travalicando anche il sacrosanto diritto di critica giustificato dalle veementi campagne elettorali. Nonostante l’accordo, in procinto di estendersi a tutte le regioni , che ha dato vita al governo Conte due i mal di pancia restano come nel caso del capogruppo alla Regione dei pentastellati Andrea Greco.: “Non bisogna nascondersi dietro un dito,  il Partito democratico è stato l’acerrimo nemico del M5s soprattutto durante la scorsa legislatura-ha dichiarato Greco. Al  momento la cosa su cui mi sto concentrando  è che bisogna assolutamente rimettere al centro i  temi, bisogna rimettere al centro le soluzioni per i cittadini molisani. Sono contento del fatto che all’interno di questo nuovo esecutivo ci siano ministri,  sottosegretari ,vice ministri che sono a noi vicinissimi per cui è con loro che cercheremo di portare le soluzioni per i cittadini molisani”. – Antonio Federico è rimasto un po’ deluso però! “Antonio è sicuramente una grandissima forza che abbiamo  all’interno del movimento. Io sono convinto che darà il suo contributo anche dai banchi della Camera così   come ha sempre  fatto e non  si tirerà indietro. È chiaro che la sua figura  poteva essere spendibile però sappiamo anche che né Antonio né tutti noi ce la prendiamo in questo senso, perché io non vedo una mancanza di considerazione per il Molise. La considerazione per il Molise  dovrà esserci e ci sarà da parte di tutti i sottosegretari e di tutti i ministri. Su questo sono sicuro che l’appoggio non mancherà”. – L’intesa  Pd  e  M5s potrebbe estendersi anche alle realtà locali, alle regioni,  ai comuni. Nel Molise cosa cambierà con questo accordo ? “In Molise  ci sono delle persone che si sono appropriate dei vessiili  della sinistra,  dei simboli della sinistra. Purtroppo la sinistra  per come la conosciamo storicamente in Molise non esiste. Esiste solo un blocco di potere che si sposta da destra a sinistra, quindi oggi parlare di accordi con quel blocco di potere significherebbe consegnare la Regione nelle mani di chi l’amministra da sempre, il M5s la Regione la vuole riconsegnare ai cittadini molisani e a nessun blocco di potere” – ha concluso Andrea Greco. Intanto Matteo Renzi ha deciso di lasciare il Pd per dare vita a un suo movimento politico ma non tutti gli ex renziani lo seguono. ” È  un errore, come ogni divisione,  per il Partito e per il paese. Sono e resto nel Pd – così Michela Fanelli ha  commentati la decisione di Matteo Renzi di abbandonare il Partito. Lascia sconcertati i nostri elettori – ha osservato – a cui la nuova frase politica di governo sta offrendo motivi di rinnovato e vero ottimismo. Lavoriamo affinché non prevalgano nel Partito verso l’esterno massimalismi. Lavoriamo affinché l’entusiasmo innovativo di una stagione passata, di cui Renzi è stato uno dei protagonisti , si possa rinnovare ed evolvere per ricostruire un’Italia nuova,  diversa,  solidale e moderna” ha concluso Fanelli ‘ . Lapidario  Vittorino Facciolla: “Resto segretario del PD” ha dichiarato. Ora tutti attendono le eventuali ricadute sulla stabilità del governo appena nato per effetto della scelta di Matteo Renzi che, comunque, ha sparigliato le carte nell’attuale maggioranza. Inviato da smartphone Samsung Galaxy.   - >>>>>

Lavoro, sanità e infrastrutture le priorità del Conte bis. Veleni e colpi bassi in Regione

Di GIOVANNI MINICOZZI Nelle prossime ore il governo Conte bis entrerà nel pieno delle sue funzioni dopo aver incassato la scontata fiducia da entrambi i rami del parlamento. Il Molise guarda con fiducia al nuovo  esecutivo e attende  interventi straordinari per avviare a soluzione  ataviche  emergenze che mettono a rischio non solo la sopravvivenza di migliaia di famiglie ma anche l’autonomia istituzionale della Regione. Lavoro, sanità e infrastrutture rappresentano,  da diversi anni, la debilitazione del nostro territorio relegandolo nel sottosviluppo e nella povertà. Il primo banco di prova del premier Giuseppe Conte, per la parte che ci riguarda,  sarà la modifica del contratto istituzionale di sviluppo. È del tutto irrazionale,  infatti, sprecare duecentoventi milioni di euro tra rifacimento marciapiedi e fognature, valorizzazione dei tratturi e finanziamento a una società privata, la Ecomont,  in precedenza esclusa da altro bando dalla stessa Invitalia che gestisce il Cis. Poco importa che tale società venga sponsorizzata dai vertici della Regione nei confronti dei quali è emerso un palese intreccio di interesse per attività professionale  storica e attuale con la Ecomont S.r.l. Confidiamo nelle iniziative sia della delegazione parlamentare del M5s, che aveva già espresso perplessità sui tratturi e sulla Ecomont , sia sui rappresentanti del Pd Vittorino Facciolla e Michela Fanelli, oggi sostenitori del nuovo governo, che avevano indicato la strada più logica per utilizzare i duecentoventi milioni del Cis, ovvero finanziare la realizzazione di una arteria viaria importante per la disastrata viabilità regionale come la bretella Venafro-San Vittore o il viadotto sul lago di Guardialfiera anticipando così la famigerata quattro cose. Per quanto riguarda  l’emergenza occupazionale il governo e la Regione devono risolvere il tema degli ammortizzatori sociali per centinaia di lavoratori alla canna del gas e rilanciare le filiere, distrutte da sette anni di incapacità della politica nostrana, puntando anche su massicci investimenti in infrastrutture e contro il dissesto idrogeologico. Sulla sanità,  infine, il governo Conte deve garantire il rispetto del diritto costituzionale alla salute anche per i molisani attraverso l’incremento del fondo sanitario regionale, il potenziamento della medicina sul territorio e la deroga per ripristinare il dea di II livello al Cardarelli di Campobasso. Per raggiungere tali obiettivi però servirebbe anche una maggioranza capace  e compatta alla Regione ma la ripresa dell’attività istituzionale riparte con il piede sbagliato. Infatti il governatore Donato Toma, che continua a nicchiare sulla verifica politica,  ha convocato una riunione della maggioranza alla quale non hanno partecipato né Michele Iorio né Aida Romagnuolo e neanche Massimiliano Scarabeo mentre Filomena Calenda ha abbandonato il vertice in corso d’opera. Una situazione di palese difficolta’ che solo il governatore si ostina a non vedere e ciò crea ulteriori ostacoli sia per il rilancio occupazionale e produttivo sia per la riorganizzazione del sistema sanitario regionale. Aida Romagnuolo parla addirittura di estorsione e ricatto nei confronti di chi non si allinea alla volontà di Toma e della maggioranza. In realtà  nel centrodestra in Regione e’ cominciata la stagione delle ripicche e dei veleni.   - >>>>>

Povero De Gasperi!

di Angelo Persichilli Capire la politica italiana non richiede una scienza esatta e l’ultima crisi, con la spettacolare derapata grillina, lo conferma. La derapata, come molti automobilisti sanno, è una sbandata volontaria, quindi controllata, per aumentare la velocità e la spettacolarizzazione della guida. Se riesce, sono applausi, se non riesce sono problemi. Prima di andare avanti, voglio comunque fare due precisazioni. La prima è che sono contrario per principio al ricorso anticipato alle urne, quindi contento per questo Conte 2.a. La seconda è che andare alle urne con questa legge elettorale è inutile. Spero quindi che questa coalizione riesca almeno a cambiare la legge elettorale (si badi bene, non la Costituzione) prima di rimandare gli italiani alle urne. Detto questo, devo anche dire che il ribaltone mi ha lasciato l’amaro in bocca. Non mi metterò ad elencare le cavolate e smentite di chi ha detto tutto e il contrario di tutto. Sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. I ribaltoni sono frequenti e, a volte, anche giustificati. Ciò che mi offende invece è il contesto in cui tale ribaltone è maturato. Mettiamo da parte per un momento il concetto di destra e sinistra, e so che per qualcuno sarà difficile, ma se ci riusciamo, ci accorgeremo di un fatto gravissimo: il cambio del governo non è stato deciso in Italia, ma in Europa, in particolare a Parigi e Berlino. E questo non è accettabile. «Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me” disse Alcide De Gasperi parlando alla conferenza di Pace di Parigi nel 1946. Ciononostante, disse con fermezza e orgoglio di avere “il dovere, innanzi alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalità del mio popolo, di parlare come italiano». Mi chiedo: chi ha parlato negli ultimi anni “come italiano” nel contesto internazionale? Nell’epoca della globalizzazione il discorso di De Gasperi di oltre mezzo secolo fa può sembrare obsoleto, ma globalizzare non significa abdicare. Ben vengano le organizzazioni internazionali per ridurre le barriere economiche e culturali tra i popoli. Vivo questa esperienza cosiddetta multiculturale da decenni e non ho tratto altro che vantaggi; ma anche il Canada, aperto a tutti gli stimoli esterni di qualsiasi tipo, è stato e rimarrà sempre geloso della sua indipendenza e pronto a respingere qualsiasi interferenza esterna nei suoi affari domestici. E, condividendo 5.000 chilometri di confine con il colosso americano, non è facile. Ciononostante, il Canada difende la propria indipendenza anche con un notevole successo. E l’Italia? Lasciamo da parte le interferenze vaticane che nella politica italiana sono una costante. Ricordiamo i Pontefici pro Democrazia Cristiana (ricordate lo slogan ‘Dio vi vede, Stalin no!’ fuori dai seggi elettorali?) mentre ora al di là del Tevere, per citare il famoso libro di Giovanni Spadolini, c’è “Un papato socialista”. Nessuno scandalo. Il problema è invece l’aperta interferenza straniera negli affari interni italiani con l’avallo di certi politicanti che hanno sacrificato l’autorità dello Stato per motivi partitici. I nostri porti sono stati violati mentre gli altri Paesi, a cominciare dalla Francia, li hanno chiusi e fatto rispettare le loro decisioni. Le nostre leggi sono state ridicolizzate da enti stranieri tra gli applausi di alcuni nostri parlamentari, le preoccupazioni dei cittadini italiani, che sono le stesse di milioni cittadini europei, sono state derise o, peggio, criminalizzate. Gli italiani, nonostante abbiano supportato il peso economico e sociale delle conseguenze della tragedia dei rifugiati, sono stati chiamati razzisti e l’Italia è stata abbandonata dai governi europei con un unico scopo: far cadere il nostro governo e far fuori Matteo Salvini. Salvini, sia ben chiaro, ci ha messo del suo col suo atteggiamento spavaldo e a volte provocatorio. Per non parlare del suo grave errore di cadere nella trappola tesagli da alcuni elementi del M5S abbandonando l’alleato più importante e fedele, Luigi Di Maio. Tutto questo perché ha sopravalutato la sua forza, illuso dai sondaggi che lo vedevano trionfare e nutrendo la sua arroganza. Ma il punto non è questo della destra o sinistra o dell’autogol del leader della Lega. Anche se con toni più pacati, la battaglia politica tra destra e sinistra esiste ovunque ed è giusto che sia così. Errori marchiani, come quello di Salvini, fanno parte del dibattito politico democratico. Quello che invece non è accettabile è l’interferenza politica straniera negli affari interni italiani. Cosa più grave è il comportamento di alcuni politici nostrani che invece di combatterla l’hanno assecondata e addirittura sollecitata creando un precedente molto pericoloso. Nel futuro, con quali argomenti possiamo criticare l’interferenza straniera in Italia? Alcuni parlano dell’interferenza del governo russo con aiuti alla Lega. Ammesso che sia vero, il presidente russo Vladimir Putin ha fatto di nascosto ciò che Macron e la Markel hanno fatto palesemente nascondendosi dietro l’Europa. Interferenze pesanti, economiche o politiche, ma sempre interferenze. E non ditemi che Macron aveva ragione a intervenire contro il “fascista” Salvini; chiudere il dibattito in questo modo è tipico di mentalità dittatoriali di tutti i tipi. Un’ultima osservazione: smettiamola col ricatto morale agli italiani paragonando le sventurate vittime del genocidio in Africa, con i milioni di italiani emigrati in tutto il mondo. Questi ultimi sono entrati bussando educatamente alla porta e fatti entrare dopo che la loro utilità al Paese ospitante era accertata. Sono morti nelle miniere del Belgio, spaccato la schiena nella Pampa argentina o costruito autostrade in Canada quando la temperatura era di -25. All’italiano all’estero non ha fatto sconti nessuno. Questo non significa che non si debbano aiutare questi sventurati, ma se c’è qualcuno che deve vergognarsi per il loro triste destino non sono gli italiani, ma i governi, con quello francese in prima linea, che tuttora continuano con le loro politiche coloniali per fini economici. Le persone che annegano nel Mediterraneo sono vittime di banditi locali (i signori della guerra) appoggiati dalla criminalità comune e da potenze internazionali che hanno interessi a vendere armi in cambio di diamanti e petrolio a buon mercato. Salvini ha fatto anche cose buone a volte nel modo sbagliato ma, alla fine, si è dimostrato un bulletto di paese. Si è trovato l’Italia nelle mani a causa dell’incapacità di coloro che avrebbero avuto il dovere di governare per il bene del popolo e non per benefici personali e per una foto ricordo tra Macron e Markel da mostrare ai nipotini. Purtroppo, molti sono oggi di nuovo al potere nascondendosi dietro qualche nome nuovo; ma la cosa più triste è che dobbiamo anche dire ‘Bentornati’.   - >>>>>

Regione, centrodestra lacerato. Guerra in Forza Italia, Patriciello e Niro contro Tartaglione ma gli azzurri replicano. Romagnuolo:” Verifica o elezioni”

DI GIOVANNI MINICOZZI È partita da Isernia e precisamente dalla elezione del presidente della provincia pentra la miccia che sta lacerando il centrodestra alla Regione. A dire il vero segnali di nervosismo in quella coalizione erano stati già registrati da qualche tempo dopo la imprevista sconfitta alle elezioni comunali di Campobasso. Oggi però la situazione è peggiorata di molto e sotto accusa sono finiti la coordinatrice di Forza Italia Annaelsa Tartaglione e l’assessore regionale Roberto Di Baggio colpevoli, secondo l’eurodeputato Aldo Patriciello e secondo Vincenzo Cotugno , di aver tradito la coalizione alleandosi con il Pd per fare eleggere il sindaco di Venafro Alfredo Ricci al vertice di via Berta. “Ho letto in queste ore rivendicazioni politiche e ricostruzione dei fatti a dir poco fantasiose – ha scritto in una nota Aldo Patriciello. Al di là delle dichiarazioni estemporanee e miopi credo che sia chiaro a tutti che a Isernia ha vinto la sinistra,  o meglio – ha spiegato Patriciello – quanto meno ha perso la parte di centrodestra che violando l’accordo raggiunto sul nome di Ianiro ha votato il candidato sostenuto dall’intera sinistra. C’è poco da esultare – ha aggiunto l’eurodeputato – la fuga in avanti di chi è venuto meno ad un accordo,  rappresenta una brutta pagina politica, un atteggiamento che risponde più a logiche personali che all’interesse politico del centrodestra”. Fin qui la piccata replica di Aldo Patriciello al suo eterno amico- nemico Michele Iorio ma nel mirino è finita anche Annaelsa Tartaglione: “Il modello con cui ha agito in questa occasione Forza Italia è un modello che non mi appartiene e,per il futuro niente sarà più come prima. Bene hanno fatto Salvatore Micone e Vincenzo Niro, a cui si deve riconoscere il grande lavoro che sta svolgendo sul territorio, a chiedere spiegazioni” – ha concluso il parlamentare europeo più votato dopo Silvio Berlusconi. Intanto una nota  firmata dal coordinamento regionale di  Firza Italia smentisce Patriciello e difende l’operato di Annaelsa Tartaglione. ” Nessun inciucio con la sinistra, Ricci e’ stato il candidato di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia e chi ha scelto Ianiro si e’ messo fuori dalla coalizione” hanno detto in modo corale gli azzurri isolando, di Fatto, Aldo Patriciello. È da sottolineare  che anche il presidente Donato Toma, al momento risparmiato dalle critiche di Patriciello, è un esponente di spicco di Forza Italia e nulla ha fatto per impedire il presunto tradimento di una parte del centrodestra. Vincenzo Niro, dal canto suo ,non rilascia dichiarazioni ma il suo entourage parla di alto tradimento da parte di Forza Italia e chiede a Toma non una verifica politica ma un profondo chiarimento con lo stesso partito di Forza Italia peraltro, dicono , sovradimensionata a dismisura nella ripartizione degli incarichi. La verifica politica invece la chiede a tambur battente Aida Romagnuolo insieme a Michele Iorio: “Ho condiviso ogni parola detta e scritta da Iorio perché si è capito che il troppo personalismo storpia e crea solo danno ai cittadini, – ha dichiarato la fondatrice di Prima il Molise. Non è più possibile che la Regione e le sue sorti di morte sicura siano decise da due o tre persone che hanno avuto un solo pregio, quello di spaccare il centrodestra, di perdere le elezioni a Campobasso e di pensare solo a fare nomine nei vari enti. Pertanto anch’io sono del parere che il presidente Toma debba convocare tutta la maggioranza per una immediata e seria verifica politica, diversamente – ha concluso Aida Romagnuolo – le elezioni anticipate rappresentano l’unica soluzione per salvare i Molisani”. Dunque la partita a scacchi e’ iniziata e  tutto lascia prevedere un autunno infuocato per il centrodestra molisano.   - >>>>>

Regione, resa dei conti nel centrodestra. Toma come Ponzio Pilato. Iorio: “Sconfitti gli arroganti, subito verifica politica”

DI GIOVANNI MINICOZZI Non c’è pace per la giunta regionale sempre più dilaniata al suo interno. Le elezioni provinciali di Isernia hanno confermato e, per molti aspetti, accentuato la divisione nell’esecutivo con assessori del calibro di Vincenzo Niro e Vincenzo Cotugno nonché del presidente del consiglio Salvatore Micone schierati con il candidato perdente Felice Ianiro mentre Roberto Di Baggio  e la coordinatrice di Forza Italia Annaelsa Tartaglione hanno sostenuto il vincitore Alfredo Ricci. In mezzo,  il presidente della Regione Donato Toma che secondo i bene informati avrebbe imitato  Ponzio Pilato lavandosi le mani. Fin troppo evidente anche la spaccatura dentro Forza Italia  con l’eurodeputato Aldo Patriciello e Vincenzo Cotugno sostenitori di Ianiro sconfitti da Annaelsa Tartaglione e da Roberto Di Baggio sponsor di Alfredo Ricci. Ma il dato più eclatante riguarda il ruolo di Michele Iorio nella vicenda. il nuovo presidente della provincia di Isernia, infatti, e’ stato indicato e sostenuto proprio dall’inossidabile Michele Iorio il quale fino a oggi e’ stato escluso, di fatto, dalla maggioranza di Donato Toma soprattutto per volontà dell’attuale governatore. Lo stesso Toma, peraltro, dopo la schiacciante vittoria alle regionali del 22 aprile 2018  continua a collezionare sconfitte fatta eccezione per le ultime amministrative del  comune di Termoli dove, però, il centrodestra si presentò granitico con il candidato sindaco  Francesco Roberti sostenuto anche dagli amici di Michele Iorio. La situazione risulta essere abbastanza critica e oltre comportare   prevedibili ulteriori sconfitte elettorali non promette nulla di buono in quanto una maggioranza così disgregata non appare in grado di affrontare il cumulo di macerie e le tante emergenze che affliggono il Molise. L’unità di azione per difendere la Regione,  sollecitata da Donato Toma, sarebbe necessaria innanzitutto nella sua coalizione e proprio il governatore dovrebbe essere l’artefice,  anziché lavarsi le mani,  di un nuovo equilibrio interno troppo spesso inficiato da scelte amministrative  e politiche sbagliate o, quanto meno, inopportune. Discontinuità dal passato, unità del centrodestra e meno pagliacciate sono necessarie per difendere questa Regione così come servono azioni propositive e senso di responsabilità da parte delle minoranze  di centrosinistra e M5s. Intanto i sostenitori di Felice  Ianiro minacciano ricadute negative sulla maggioranza in Regione mentre Michele Iorio striglia la coalizione e sollecita Toma per una verifica politica urgente. “Nel rivolgere i più sinceri auguri di buon lavoro ad Alfredo Ricci per l’elezione a presidente della provincia di Isernia colgo anche l’occasione per una riflessione politica ormai, credo,  non più  rinviabile – ha scritto Iorio in una nota.  La vittoria di Ricci rappresenta il fallimento di quella parte dell’attuale maggioranza regionale che fa leva sulll’arroganza e sulla presunzione – ha aggiunto Iorio. Nel rimarcare la mia ormai nota contrarietà a questo  modus operanti, credo che lo stesso presidente Toma non può non prendere atto di quanto  accaduto e, peraltro, già successo  alle elezioni comunali di Camoobasso. Si tratta, infatti,  della seconda bocciatura verso questo tipo di politica – ha spiegato l’ex governatore . E’  necessario che Toma  faccia una vera riflessione che porti a una verifica politica all’interno della maggioranza e assuma i conseguenti provvedimenti” –  ha concluso. Dunque nelle prossime settimane inizieranno le danze e il governatore, che ha minimizzato l’accaduto (“non cambierà niente” – ha detto) sara’ costretto dai fatti e dalle contrapposizioni a rivedere la sua posizione.   - >>>>>

Per favore, non costringetemi a votare per Matteo Salvini!  

di Angelo Persichilli Dubbi sul leader della Lega ne ho tantissimi, ma non ditemi di non votarlo perché è fascista. Chi parla di fascismo in questo contesto non conosce il fascismo, la sua storia e non conosce cosa è la dittatura. Alcuni, tra l’altro, non hanno nemmeno il diritto morale di evocare la dittatura come spauracchio politico dopo avere militato in partiti che della dittatura hanno fatto la loro bandiera.  Per sbarazzarsi di Salvini gli oppositori devono fare due cose: primo, spiegare perché la sua politica è sbagliata; secondo, e questo è molto più importante, proporne una alternativa.    Dire che non si possono lasciare annegare persone nel Mediterraneo è una sacrosanta verità ma, una volta fatto questo, ci si deve chiedere cosa fare di questi sventurati e come evitare future tragedie. “Aprire i porti”, non è un programma, ma sfruttamento a fini partitici di una tragedia umana.    I temi da dibattere sono tanti, a partire dall’economia, sicurezza, rapporti con l’Europa e, ovviamente, il problema dei rifugiati che arrivano in Italia senza dimenticare le migliaia di giovani italiani laureati che scappano all’estero. Sono temi sul tappeto da anni e l’incapacità dei precedenti governi (farei qualche eccezione per il governo Letta) sono la causa principale della crescita politica di Salvini. Ma, come di solito, sono proprio quelli che hanno causato il problema a spostare l’attenzione dei cittadini sulla incapacità degli altri di risolverli. Seguo ovviamente i media convenzionali e i social, con i primi diventati il megafono dei secondi. In politica tutto può cambiare, ma ciò che vedo non lascia sperare bene. Si radicalizza il dibattito per far diventare le prossime elezioni un referendum su Salvini. Bravi! Se ci riuscite, Salvini sarà il prossimo capo del governo italiano.  Vogliono un’Italia più umana, tollerante, aperta al dialogo. Poi però usano un linguaggio truculento, violento e chiuso a qualsiasi reale confronto civile. Non si dibatte con l’avversario, lo si demonizza. I sostenitori della Lega sono respinti nei ristoranti, vengono negate case in affitto, si evocano scenari catastrofici, si chiamano fascisti tutti coloro che non sono d’accordo con la loro politica. Si demonizzano i leader e quando si perdono le elezioni si dice che gli italiani sono ignoranti. A parte il fatto che questo è il tipico comportamento delle dittature, fasciste e comuniste, riesce difficile, anche volendo, appoggiare programmi alternativi che non esistono. Non riescono a trovare un accordo su niente. Zingaretti vuole andare alle urne, Renzi sembra strizzare l’occhio (destro) a Berlusconi e quello sinistro ai pentastellati, cercando un inciuto, altri parlano di un accordo con Grillo, la sinistra tace e il PD sta per spaccarsi, di nuovo. Leggo commenti di alcuni individui che scagliano accuse di ‘fascista’ con la stessa veemenza e competenza con cui i bambini scagliano palle di neve nel giardino dell’asilo. Qual è il problema? Ma certo, Salvini.  Ma torniamo a bomba e cioè cosa dovrebbe fare l’opposizione durante questa campagna elettorale. Primo, spiegare perché la politica di Salvini è sbagliata; secondo, proporre una alternativa.   L’opposizione non può limitarsi a dare lezioni morali (per questo basta il Vaticano) su una tragedia che hanno gestito male. Quando iniziarono gli sbarchi di massa circa otto anni orsono, l’orrore fu grande e il salvataggio di questi sventurati era una priorità. A distanza di otto anni, il salvataggio rimane una priorità, ma diventa altrettanto importante trovare soluzioni alla radice. Chi ignora volontariamente la causa del problema è responsabile come chi ne ignora le conseguenze.   Da lodare l’iniziativa Mare Nostrum nel 2013 “affinché tali tragedie non si ripetano più”. Ma si sono ripetute, non solo per colpa di coloro che non li hanno raccolti in mare, ma anche per colpa di chi ce li ha buttati e di cui nessuno vuole parlare. E questi colpevoli sono tantissimi, a cominciare dalla Comunità Europea.   Infatti, a partire dal 1º novembre 2014, l’operazione Mare nostrum fu sostituita dall’operazione “Triton” gestita dalla Frontex a guida europea per la difesa delle frontiere dei Paesi UE sul Mediterraneo. A questo programma aderì però solo la Slovenia. L’Italia fu lasciata da sola ad affrontare l’ondata di sbarchi senza alcun aiuto concreto della Comunità Europea (per ricevere tali naufraghi) e dall’Onu (per bloccare le cause della fuga dall’Africa).   A quel punto Matteo Renzi esautorò Letta e prese la guida del Paese mettendolo al servizio dell’Europa francese e tedesca. La stessa Europa che, in precedenza, usando la crisi greca, costò all’Italia circa 40 miliardi di euro per appianare i debiti delle banche tedesche (https://persichilli.ca/2016/11/25/come-il-governo-monti-salvo-le-banche-con-i-soldi-degli-italiani/). La stessa Europa che ha poi usato l’Italia per coprire la politica coloniale francese di Emanuel Macron in Africa, soprattutto in Libia  (https://www.politico.eu/article/frances-double-game-in-libya-nato-un-khalifa-haftar/). Ma la macchina propagandistica europea anti-italiana si è messa in moto facendo dell’Italia la responsabile della tragedia nel Mediterraneo, col governo Renzi che ha accettato il ruolo di giullare in cambio di una foto tra Macron e Markle.   Tutto questo non è però sfuggito agli italiani e fu in quel contesto che nacque la stella Salvini. Hanno capito che aiutare i profughi a sbarcare non era una soluzione seria. Non era e non è una soluzione incoraggiare gli sbarchi in Italia per poi rovesciare questi sventurati sulle spiagge di Lampedusa, convogliarli in centri di raccolta che consentono grossi guadagni alle organizzazioni mafiose e, dopo qualche anno, farli circolare per le strade italiane senza dare loro una prospettiva di lavoro, un tetto sotto cui dormire e la speranza di crescere onestamente una famiglia. È ovvio che la delinquenza aumenta, ma la colpa non è di questi sventurati, ma di chi li illude che in Italia troveranno il paradiso in terra. Aumentano le tensioni sociali che alcuni, per convenienza politica, chiamano razzismo, ma non lo è. È solo disperazione da parte di coloro che vedono il loro sogno di una vita migliore svanire e la frustrazione dei residenti che si sentono, minacciati e confusi.   È in questo contesto che Salvini è cresciuto facendo, si badi bene, esattamente quello che hanno fatto tutti i governi europei, cioè chiuso porti e frontiere a questi sventurati. E poi le ONG che, nonostante avessero avuto altre soluzioni agli sbarchi, hanno deciso di imbarazzare l’Italia a volte mettendo anche in pericolo la vita dei rifugiati stessi.  Adesso si va alle urne e ci chiedono di votare contro Salvini perché è fascista; ma, fateci caso, non ci dicono neanche per chi votare in quanto nemmeno loro lo sanno.  Prima di organizzare crociate, chiedetevi perché si fanno. Prima di sparare anatemi, andatevi a leggere la storia del fascismo (e del comunismo), poi fatevi l’esame di coscienza sui vostri rapporti con le dittature del passato e infine, cosa molto più importante, offrite una alternativa seria. Alternativa che non può essere solo quella di convogliare sulle spiagge di Lampedusa migliaia di sventurati per poi scaricarli sotto i ponti delle città italiane. Quella è politica becera sulle spalle di chi soffre.   Per favore, fate qualcosa di concreto e non costringete gli italiani a votare per Salvini il quale, forse non ha una soluzione, ma almeno ha capito qual è il problema.   - >>>>>

Caso Cesaride e patologie tempo dipendenti, silenzio tombale. Cambio ai vertici di Asrem e Procura di Larino con Lolita Gallo e Antonio Clemente ma i problemi restano

di GIOVANNI MINICOZZI Il Tar del Lazio,  con sentenza pubblicata lo scorso primo  agosto su ricorso del Pm Antonio Clemente, ha annullato la nomina di Isabella Ginefra  a procuratore capo di Larino e ha condannato il Consiglio Superiore della Magistratura al pagamento delle spese processuali.  In sostanza  il Tar ha annullato sia la delibera adottata dal CSM in data  12 settembre 2018 sia gli atti successivi, compreso il decreto di nomina approvato dal ministero della giustizia, poiché alla data della presentazione delle domande la dott.ssa Isabella Ginefra non era in  possesso dell’attestato  di partecipazione al corso obbligatorio di formazione per aspiranti dirigenti giudiziari.  Il ricorso era stato presentato nel mese di ottobre  2018 dal magistrato Antonio  Clemente che potrebbe prendere il posto di Isabella Ginefra al vertice della procura di Larino a meno di eventuale sentenza diversa da parte del Consiglio di Stato.  Intanto proprio alla  procura di Larino giace da oltre un anno, senza alcun risultato tangibile, l’esposto presentato dai familiari di Michele Cesaride, il quarantasettenne di Larino deceduto all’ospedale’ Casa Sollievo della sofferenza di San Giovanni Rotondo dove giunse dopo una serie di assurde peripezie.  Prima trasportato al S. Timoteo di Termoli,  con  la tac  in manutenzione, e  poi a San Giovanni Rotondo dove arrivò in condizioni irreversibili per effetto dell’ictus emorragico che lo aveva colpito.  È passato oltre un anno da quel 7 luglio, dicono le diverse associazioni, e la magistratura di Larino non ha ancora individuato le eventuali responsabilità. Sul caso Cesaride c’è stata  una  interrogazione parlamentare da parte del senatore del M5s Fabrizio Ortis con  la risposta del ministro Giulia Grillo la quale ha dichiarato che nel sistema emergenza urgenza  del Molise esistono falle evidenti da colmare in tempi rapidi. Al momento però nessuna soluzione è arrivata  tanto che le persone colpite da patologie tempo dipendenti vengono trasportate, con tutto  il rischio che ne consegue,   a Teramo e in altri ospedali delle Regioni limitrofe.  L’ ultimo caso risale a pochi giorni addietro  quando,  in seguito ad un brutto  incidente stradale, due ragazze di diciannove anni sono state trasferite rispettivamente negli ospedali di Ancona e di San Giovanni Rotondo proprio perché  in tutti gli ospedali del Molise manca la possibilità di assistere i politraumatizzati.   Nel frattempo il direttore generale dell’Asrem Gennaro Sosto è stato promosso e andrà  a dirigere l’Asrem di Napoli tre e questo   spiega perché il governatore Donato Toma aveva riaperto all’improvviso la graduatoria per aspiranti direttori generali dell’Asrem. Naturalmente con il trasferimento di Gennaro Sosto  decadranno anche il direttore sanitario Antonio Lucchetti e quello amministrativo Antonio Forciniti.  C’è da augurarsi, per il bene dei molisani, che il presidente Toma scelga una persona qualificatissima per dirigere  l’Asrem in un momento di estrema  difficoltà e che si metta mano da subito alla riorganizzazione del servizio sanitario e del sistema emergenza urgenza.  In fondo i molisani hanno gli stessi diritti degli abitanti di altre regioni e non è giusto farli morire durante il girovagare da un ospedale all’altro, ospedali peraltro distanti centinaia di chilometri e senza un servizio di elisoccorso. Tale auspicio,però,  sembra infondato poiché circola il nome di Lolita Gallo, attuale direttore generale della salute, per sostituire Gennaro Sosto.  Lolita Gallo è, guarda caso,  la stessa persona che ha gestito per anni la sanità molisana,  prima con Frattura e poi con Toma, portando il sistema sanitario nelle attuali condizioni di inefficienza e di sfascio totale. Ma tant’è!   - >>>>>

Emergenza neurochirurgia, raffica di proteste e assedio al Consiglio Regionale. “Morte sicura senza soluzioni”

DI GIOVANNI MINICOZZI Proteste a raffica contro la sospensione dell’attività operatoria di neurochirurgia in emergenza all’ospedale Cardarelli di Campobasso con conseguente trasferimento dei malcapitati al nosocomio di Teramo o in altri ospedali fuori Regione. I vertici dell’Asrem minimizzano e parlano di un nuovo protocollo d’intesa sottoscritto con Neuromed lo scorso 18 luglio che riduce le prestazioni dell’istituto di ricerca. In realtà la carenza di personale specialistico al Cardarelli ha costretto Sosto, Forciniti e Lucchetti a trovare soluzioni alternative che, però, hanno peggiorato la situazione. Intanto il comitato pro- Cardarelli e i comitati di quartiere di Campobasso chiedono soluzioni rapide per evitare altre tragedie alle persone colpite da ictus emorragico o da altre patologie tempo-dipendenti. Il presidente del comitato Tommasino Iocca è perentorio: “Ora siamo alla frutta, siamo veramente alla frutta e noi non tolleriamo più che sulla pelle dei molisani si scontino le inefficienze del sistema. A questo punto questa tegola non la vogliamo sopportare perché il risultato produrrebbe solo tanti morti per le strade durante i trasporti”. – Che chiedete all’Asrem e alla politica regionale? “All’Asrem la primissima cosa è di assicurare il servizio visto che la Neuromed il servizio non lo assicura più dopo la stipula del nuovo protocollo. Assicurare il servizio con qualsiasi mezzo, con l’elisoccorso, con qualsiasi cosa e con rapidità. Seconda cosa, bandire i concorsi. A’abbiamo bisogno di rilanciare il Cardarelli per renderlo efficiente e per dare un servizio di qualità a tutta la Regione”. – Martedì prossimo dovrebbe tenersi un consiglio regionale monotematico sulla sanità. Andrete a presenziare i lavori? “Se ci sarà questo consiglio monotematico sulla sanità noi saremo non solo presenti ma faremo un presidio davanti alla Regione perché la sanità è di tutti. Vogliamo scoprire e stanare chi gioca contro la sanità pubblica, ascoltare e protestare per difendere la salute di tutti”. Non da meno la protesta dei rappresentanti dei comitati di quartiere: “In qualsiasi momento un nostro genitore o un nostro figlio potrebbe trovarsi in una situazione di emergenza e al momento rischierebbe seriamente la propria vita. Quindi chiediamo l’aiuto di tutti e come rappresentanti dei quartieri ci siamo per difendere la sanità pubblica e il diritto alla salute”. Anche il Forum per la sanità pubblica ha preannunciato un poderoso presidio al Consiglio regionale di martedì prossimo e ha inviato una nota alla Prefettura di Campobasso e a Salvatore Micone per chiedere di installare un maxi schermo al fine di consentire a tutti di ascoltare il dibattito preservando l’ordine e la sicurezza pubblica. Con molta probabilità, però, la riunione del consiglio regionale di martedì potrebbe essere rinviata per indisponibilità comunicata dai commissari Angelo Giustini e Aida Grossi. Sulla vicenda legata alla neurochirurgia sono intervenuti anche i consiglieri comunali Pd di Campobasso e il sindaco Roberto Gravina che hanno stigmatizzato la decisione di sospendere il servizio. “Pensare di ricorrere all’assistenza di emergenza all’ospedale di Teramo con la nostra viabilità ordinaria è semplicemente un suicidio e un emorragico praticamente è destinato a miglior vita” – ha dichiarato Roberto Gravina sollecitando l’attivazione immediata di un servizio di elisoccorso. Attendiamo ora gli sviluppi della gravissima situazione ma appare evidente che la cronica carenza di personale medico specializzato non lascia prevedere niente di positivo almeno fino a quando non arriveranno i concorsi e le nuove assunzioni preannunciate dal commissario Angelo Giustini. Nel frattempo preghiamo il Padre Eterno per non morire.   - >>>>>

Renzi divorzia dal PD. Fanelli e Facciolla :”Restiamo nel partito”. Greco: “La sinistra non esiste”.

DI GIOVANNI MINICOZZI L’intesa tra il Partito democratico e il M5s ha lasciato l’amaro in bocca a diversi dirigenti e militanti dei due partiti da sempre collocati in posizioni contrapposte. Nel passato se le son date di santa ragione,  a volte travalicando anche il sacrosanto diritto di critica giustificato dalle veementi campagne elettorali. Nonostante l’accordo, in procinto di estendersi a tutte le regioni , che ha dato vita al governo Conte due i mal di pancia restano come nel caso del capogruppo alla Regione dei pentastellati Andrea Greco.: “Non bisogna nascondersi dietro un dito,  il Partito democratico è stato l’acerrimo nemico del M5s soprattutto durante la scorsa legislatura-ha dichiarato Greco. Al  momento la cosa su cui mi sto concentrando  è che bisogna assolutamente rimettere al centro i  temi, bisogna rimettere al centro le soluzioni per i cittadini molisani. Sono contento del fatto che all’interno di questo nuovo esecutivo ci siano ministri,  sottosegretari ,vice ministri che sono a noi vicinissimi per cui è con loro che cercheremo di portare le soluzioni per i cittadini molisani”. – Antonio Federico è rimasto un po’ deluso però! “Antonio è sicuramente una grandissima forza che abbiamo  all’interno del movimento. Io sono convinto che darà il suo contributo anche dai banchi della Camera così   come ha sempre  fatto e non  si tirerà indietro. È chiaro che la sua figura  poteva essere spendibile però sappiamo anche che né Antonio né tutti noi ce la prendiamo in questo senso, perché io non vedo una mancanza di considerazione per il Molise. La considerazione per il Molise  dovrà esserci e ci sarà da parte di tutti i sottosegretari e di tutti i ministri. Su questo sono sicuro che l’appoggio non mancherà”. – L’intesa  Pd  e  M5s potrebbe estendersi anche alle realtà locali, alle regioni,  ai comuni. Nel Molise cosa cambierà con questo accordo ? “In Molise  ci sono delle persone che si sono appropriate dei vessiili  della sinistra,  dei simboli della sinistra. Purtroppo la sinistra  per come la conosciamo storicamente in Molise non esiste. Esiste solo un blocco di potere che si sposta da destra a sinistra, quindi oggi parlare di accordi con quel blocco di potere significherebbe consegnare la Regione nelle mani di chi l’amministra da sempre, il M5s la Regione la vuole riconsegnare ai cittadini molisani e a nessun blocco di potere” – ha concluso Andrea Greco. Intanto Matteo Renzi ha deciso di lasciare il Pd per dare vita a un suo movimento politico ma non tutti gli ex renziani lo seguono. ” È  un errore, come ogni divisione,  per il Partito e per il paese. Sono e resto nel Pd – così Michela Fanelli ha  commentati la decisione di Matteo Renzi di abbandonare il Partito. Lascia sconcertati i nostri elettori – ha osservato – a cui la nuova frase politica di governo sta offrendo motivi di rinnovato e vero ottimismo. Lavoriamo affinché non prevalgano nel Partito verso l’esterno massimalismi. Lavoriamo affinché l’entusiasmo innovativo di una stagione passata, di cui Renzi è stato uno dei protagonisti , si possa rinnovare ed evolvere per ricostruire un’Italia nuova,  diversa,  solidale e moderna” ha concluso Fanelli ‘ . Lapidario  Vittorino Facciolla: “Resto segretario del PD” ha dichiarato. Ora tutti attendono le eventuali ricadute sulla stabilità del governo appena nato per effetto della scelta di Matteo Renzi che, comunque, ha sparigliato le carte nell’attuale maggioranza. Inviato da smartphone Samsung Galaxy.   - >>>>>

Campobasso: il consumo di droga vale 750mila euro al mese. L’allarme del Procuratore D’Angelo

E’ passato esattamente un anno da quando il Procuratore Capo della Repubblica di Campobasso, Nicola D’Angelo, chiese alla stampa molisana di affiancare la Magistratura nell’opera di contrasto al fenomeno droga, attraverso una costante ed efficace campagna di informazione e comunicazione. Appello raccolto immediatamente da Telemolise, suggellato dalla produzione di un DVD informativo destinato alla scuole e che ha ricevuto un larghissimo successo. Apprezzamento ribadito dallo stesso D’Angelo che oggi, nel corso di un incontro con i giornalisti molisani presso la sede dell’ordine, ha tracciato un primo bilancio. Inquietante il dato emerso in relazione al consumo di droga a Campobasso città e nelle aree adiacenti. Si parla di cifre che solo per il consumo di cocaina arrivano a 600mila euro mensili ed a quantitativi che superano i sei chili di spaccio al mese. Complessivamente, considerando eroina e droghe leggere si superano i 750mila euro. Un’occasione formidabile di business per la criminalità organizzata. Necessario quindi intervenire in maniera massiccia sulla riduzione del consumo. Affianco alla Procura è sceso in campo anche l’Ordine degli Avvocati. Soddisfazione è stata espressa dal Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Pina Petta che ha confermato la disponibilità della stampa molisana al fianco della Magistratura.   - >>>>>

Cooperative di Comunità: presentata la proposta del Partito Democratico

Uno strumento per aiutare davvero chi vuole trasferirsi e chi già vive e resiste nei piccoli borghi, sostenendo non solo i singoli, ma l’intera comunità, il territorio e l’ambiente, che avrebbe enormi ricadute positive per il Molise. Nella due giorni di incontri che il Comune di Capracotta ha dedicato alle aree interne, come Gruppo consiliare del Partito Democratico abbiamo presentato una nuova ed innovativa legge per sostenere, concretamente, non solo chi deciderà di investire in questi territori svantaggiati, ma l’intero tessuto sociale, produttivo ed ambientale, la “Disciplina delle Cooperative di Comunità e le azioni regionali a sostegno”. Una legge utile a favorire, in maniera strutturale, una vocazione diversa dai modelli cooperativi fin qui sviluppatisi, che cerca di ricucire il rapporto tra mutualità, solidarietà sociale e sussidiarietà alla base di ogni comunità civile e politica. La cosiddetta cooperazione di comunità, che si ispira al principio di sostenibilità sociale ed ambientale ed ha come obiettivo la produzione di vantaggi a favore di una comunità territoriale ben definita e non soltanto ai singoli beneficiari. Una proposta innovativa anche sotto il profilo giuridico, ancora assente nella legislazione nazionale, benchè alcune regioni pilota (Puglia, Emilia Romagna, Basilicata e Liguria) abbiano già iniziato a normare sui propri territori. Obiettivo specifico della proposta di legge del Partito Democratico è dunque quello di “favorire lo sviluppo e il rafforzamento delle comunità locali, implementando attività economiche finalizzate alla produzione di beni e servizi dalla e per la comunità, valorizzando beni comuni, tradizioni culturali, risorse territoriali in un processo di rafforzamento della coesione sociale e di capacitazione dei membri della comunità”. Queste nuove cooperative avranno lo scopo di rafforzare il tessuto sociale ed economico delle comunità interessate, con l’accrescimento delle occasioni di lavoro, di nuove opportunità di reddito e, in particolare, con la produzione e la gestione di beni e servizi rivolti prioritariamente alla fruizione piena dei diritti di cittadinanza e al soddisfacimento dei bisogni dei cittadini che vi appartengono. Nel perseguire questo obiettivo le cooperative dovranno valorizzare le risorse umane, le innovazioni, le tradizioni, i beni culturali, ambientali e comuni presenti nella comunità. Ma non solo, perché la nostra PdL definisce anche gli interventi in favore delle Cooperative di Comunità da parte della Regione: finanziamenti agevolati, contributi in fondo capitale, contributi in conto occupazione, prevedendo strumenti e modalità di raccordo con le amministrazioni pubbliche e le politiche regionali. Dunque, una misura strutturale e di visione, non un “una tantum” in favore di pochi destinatari, capace di valorizzare, aiutare, promuovere interi territori sia dal punto di vista economico, ma anche etico ed ambientale, a tutto beneficio delle intere comunità residenti. Micaela Fanelli   - >>>>>

Università del Molise in crescita. Brunese: “Servizi agli studenti e opportunità di lavoro per i neo laureati”

di GIOVANNI MINICOZZI Un ateneo in forte crescita qualitativa e quantitativa. Luca Brunese, Rettore dell’Unimol da circa quattro mesi, prosegue il lavoro già avviato dal suo predecessore Gianmaria Palmieri con alcuni elementi innovativi  e punta decisamente sull’ampliamento dell’offerta formativa e sui servizi da erogare agli studenti molisani e a quelli provenienti dalle regioni limitrofe di Abruzzo, Campania, Puglia e Lazio. Intanto dal primo agosto sono aperte le iscrizioni per l”anno accademico 2019-2020 e il rettore Brunese elenca tutte le opportunità, soprattutto lavorative ,che l’università del Molise offre ai futuri  laureati: “Le iscrizioni  vanno bene,  siamo soddisfatti, siamo in linea con le iscrizioni dell’anno scorso che è stato un grande risultato quindi saremmo orgogliosi di mantenere questa situazione, questo stato – ha dichiarato il rettore. – Quali nuove offerte formative dell’Unimol quest’anno rispetto al passato? “Noi manteniamo la nostra trasversalità, quindi ci sono tanti corsi di laurea sviluppati  nei sei dipartimenti. Quello nuovo  è la scuola di specializzazione in patologia clinica che da quest’anno è aperta anche  ai laureati non  in medicina, come scienze biologiche per esempio. È una grande novità e poi lavoriamo per qualche novità anche sulle scuole di specializzazione legate  al corso di laurea in medicina. Speriamo per il prossimo anno”. – Quali sono i vantaggi per le matricole e  per gli studenti che scelgono l’università del Molise? “Quest’anno mettiamo particolare attenzione su quelli che sono i servizi che   offriamo  agli studenti. Abbiamo mantenuto l’offerta per quello che riguarda i trasporti che sarà  gratuita per tutti quelli che si iscrivono entro il 20 settembre e abbiamo, aggiungo, la novità  del conto corrente gratuito con servizi ultra  agevolati per  tutti i nostri studenti dell’università.   Ci aiuta il fatto  di avere in questa trasversalità  la possibilità di offrire al territorio corsi di laurea che spaziano da medicina all’archeologia   ,alle scienze economiche, a giurisprudenza grazie all’alto livello qualitativo dei nostri docenti”. – Alto livello qualitativo. Addirittura un  docente dell’Unimol, un suo docente, è diventato ministro per gli affari regionali . ” Un grande orgoglio il prof.Francesco Boccia che è nostro docente di economia aziendale. È  stato  fresco nominato ministro degli affari regionali ,ministro  di  particolare rilievo,  di particolare significato per il Molise. Francesco mi ha garantito che non dimentica naturalmente l’ateneo   nel quale lavora e sicuramente ci aiuterà in qualche bel progetto a livello regionale”. – Quali sono invece le opportunità lavorative per i neo laureati dell’Unimol? “Anche nelle classifiche che a volte non ci trattano bene per motivi più  legati al territorio che all’ ateneo,  su questo elemento viene dato particolare risalto ai risultati della nostra università,. Questo è legato secondo me non solo al livello elevato qualitativo dei laureati ma anche al fatto che noi abbiamo sempre avuto una particolare attenzione a indirizzare i corsi di laurea verso le  opportunità lavorative migliori per i  nostri giovani laureati” – ha concluso Brunese. Le iscrizioni all’Unimol scadranno il prossimo 16 ottobre.   - >>>>>

Trenitalia, tra disservizi e debiti regionali. La denuncia del Movimento 5 Stelle

O si cambia strada nei rapporti con Trenitalia, o si cambia gestore. E’ questo in sintesi il messaggio che i consiglieri del Movimento 5 Stelle hanno inviato all’indirizzo della Regione Molise. Il dossier presentato nel corso di una conferenza stampa non lascia sperare nulla di buono per i passeggeri molisani. Secondo una ricostruzione effettuata dal Gruppo consiliare, oltre all’ormai atavico disservizio imputato a Trenitalia si aggiungono oltre 23 milioni di debiti fuori bilancio il cui riconoscimento nelle scritture contabili sarà necessario per pagare proprio le spettanze necessarie ad onorare il contratto di servizio in corso con la società gestrice del servizio ferroviario. La ricostruzione contabile esposta dai 5 Stelle parte dagli anni 2016/2017, ovvero al tempo del governo Frattura, e giunge sino ai giorni nostri. Paradossale un dato fornito dal consigliere regionale Vittorio Nola: la tratta ferroviaria Campobasso – Roma, così come conteggiata da Trenitalia, sarebbe superiore di ben 48 chilometri rispetto al dato reale. Sempre secondo i conteggi effettuati da Nola, il biglietto pagato dai viaggiatori sarebbe maggiorato del 2,8% rispetto al dovuto. Soldi – dice Nola – che le Ferrovie dovrebbero restituire al Molise.   - >>>>>

Vice ministri e sottosegretari, Molise escluso. M5s e Pd ai ferri corti per le regionali. Salvini gongola

di GIOVANNI MINICOZZI L’accelerazione imposta dal premier Giuseppe Conte nei confronti dei partiti alleati Pd, Leu e M5s ha prodotto il risultato sperato e in mattinata il consiglio dei ministri ha completato la squadra di governo con la nomina dei vice ministri e dei sottosegretari dopo una nottata di frenetiche trattative. Come avevamo ampiamente previsto nessun incarico è stato assegnato ai rappresentanti del Molise, né al deputato pentastellato Antonio Federico, né a un esponente locale del Pd nonostante che la direzione regionale avesse indicato all’unanimità il nominativo del segretario Vittorino Facciolla. Le designazioni varate dal consiglio dei ministri, su indicazione dei partiti, hanno prodotto malumori e delusione tra gli esclusi, situazione questa che accentua qualche crepa  già presente nella maggioranza di governo.Antonio Federico, che fino all’ultimo ha creduto nella sua nomina, non parla  mentre Vittorino Facciolla dimostra più disponibilità al dialogo: “Peccato non aver ottenuto una rappresentanza molisana nella composizione della squadra dei sottosegretari -ha detto l’esponente del Pd. Poteva essere l’occasione giusta per dare l’attenzione che merita il nostro territorio. Formuliamo in ogni caso i migliori auguri di ottimo lavoro ai neo nominati” ha concluso Facciolla. Dunque è stata risolta la rogna dei sottosegretari ma la vera spada di Damocle sul governo Conte riguarda la differente posizione assunta dagli alleati sulla gestione dei migranti e su un ipotetico accordo di coalizione tra Pd e M5s per le prossime elezioni regionali che si terranno nel giro di qualche mese in diverse regioni d’Italia. In sostanza gli esponenti nazionali e i ministri del Pd hanno chiesto ai pentastellati di estendere l’intesa di governo anche nelle regioni a partire dell’Umbria (dove si vota il prossimo 27 ottobre) ma il no dei grillini è stato irremovibile. Dal canto suo il leader della Lega Matteo Salvini ha sfidato gli avversari ad unirsi convinto di poter vincere in tutte le regioni chiamate al voto. La previsione di Salvini non si allontana dalla  realtà nell’ipotesi che Pd e M5s affrontino le future elezioni regionali separati o, addirittura, in contrapposizione. In  caso di sconfitta della maggioranza giallo-rossa però  inevitabilmente sarebbe a rischio la stabilità politica del governo appena nato. Per loro lo spettro di Matteo Salvini è dietro l’angolo.   - >>>>>

Strade dissestate, Coldiretti: aziende rischiano di chiudere, nostri appelli inascoltati

Le pessime condizioni che caratterizzano la nostre strade penalizzano fortemente le imprese Anche la Coldiretti torna a denunciare il problema della viabilità, in modo particolare nelle zone interne, dove frane e smottamenti sulle strade provinciali rappresentano un fattore di rischio spesso imprevedibile per quei pochi che vogliono ancora fare impresa nei piccoli paesi. Oltre a mettere a repentaglio l’incolumità delle persone, le strade dissestate creano enormi difficoltà per collegare, ad esempio, le aziende agricole e zootecniche ai centri abitati e alle principali arterie viarie. Un tir, un qualsiasi mezzo pesante che deve raggiungere località interne della regione, spesso si trova a dover affrontare percorsi non idonei. Insomma, è la denuncia di Coldiretti, uno scenario in molti casi preoccupante per la tenuta economica di molte piccole imprese agricole. Già a giugno, fanno sapere dall’associazione di categoria, la questione era stata segnalata al presidente della giunta Toma, all’assessore alle politiche agricole, Cavaliere e a quello ai lavori pubblici Niro, per chiedere interventi rapidi come quello sollecitato per chiusura a causa di una frana della strada Fiumarella, che collega Pietracatella a varie aziende agricole e zootecniche. Perché, si chiedono gli imprenditori dell’area, pur essendo stati stanziati i fondi per la viabilità rurale ancora non vengono effettuati i lavori? Questo – spiegano dalla Coldiretti – è solo un esempio delle tante criticità che bisogna affrontare a sostegno alle aziende agricole e zootecniche. Ormai – concludono – andiamo incontro all’autunno e la situazione delle strade con l’arrivo del maltempo non potrà che peggiorare. Situazioni vecchie di vent’anni, che però si trascinano più o meno con la stessa trafila. Richiesta di interventi, solleciti, incontri e promesse, più o meno disattese. Cambiano le amministrazioni ma le frane e le strade dissestate restano.   - >>>>>

Rifiuti tossici nei terreni, dopo l’inchiesta di Fanpage potrebbe essere coinvolto anche il Molise?

di Vincenzo Musacchio, Presidente dell’Osservatorio Antimafia del Molise. Stento davvero a credere che ad oggi ancora nessuno intervenga per evitare che i terreni agricoli destinati a produrre alimenti per le nostre tavole siano sempre più contaminati da rifiuti, anche tossici. Non possiamo continuare a restare in silenzio quando assistiamo ogni giorno a nuovi casi in cui si scopre che – nascondendosi dietro lo schermo di pratiche consentite, quali fertilizzazioni, irrigazioni, compostaggio e utilizzazioni di fanghi da depurazione – imprenditori, industriali ed agricoltori senza scrupoli ottengono ingenti guadagni spargendo sui campi enormi quantitativi di rifiuti di ogni tipo che dovrebbero andare in discariche ad hoc. In deroga a tutte le leggi, al diritto alla salute e al semplice buon senso, gli ignari abitanti delle zone inquinate diventano vittime sacrificali senza saperlo. L’ultimo caso allarmante, che potrebbe coinvolgere anche il nostro Molise – non immune in passato da questi fenomeni criminosi – emerge da una scrupolosa inchiesta di Fanpage e riguarda la Sesa, una società del Comune di Este (Padova) fondata nel 1995 da Sandro Rossato, un imprenditore veneto arrestato per ‘ndrangheta, che gestisce uno dei più grandi impianti di compostaggio di rifiuti urbani (circa settantamila tonnellate di compost all’anno), con un fatturato di circa cento milioni di euro e ricavi annui di oltre otto milioni. Secondo questa inchiesta, Sesa raccoglie gran parte dell’umido non solo dalla provincia ma anche da molte altre parti di Italia, a quanto pare anche in Molise, e lo porta nell’impianto di compostaggio di Ospedaletto Euganeo, dove diventa compost, fertilizzante che viene sversato nei campi messi a disposizione dai contadini italiani. Questo compost sarebbe, tuttavia, al di fuori di ogni specifica di legge, in quanto, come documentato proprio da Fanpage sia visivamente sia con testimonianze ed analisi di laboratorio, conterrebbe parti consistenti di plastica, rame, zinco, idrocarburi, tutto altamente inquinante e tossico. Peraltro, secondo numerose testimonianze di cittadini, i camion versano compost nei campi giorno e notte, in quantità enormi. Tanto è vero che nei dintorni aleggia una puzza insopportabile. Tali camion sono stati visti viaggiare anche nelle autostrade italiane. Cosa trasportavano? Dove venivano scaricati? Nei filmati si vedono anche le colture di questi campi, completamente appassite. A questo punto, c’è una sola cosa da fare. Occorre che polizia ed autorità giudiziaria acquisiscano (se già non l’hanno fatto) immediatamente la documentazione di Fanpage e mettano in moto penetranti ed accurati controlli sull’operato della Sesa, in relazione all’acquisizione ed alla provenienza dei rifiuti, alla loro lavorazione, alla composizione e qualità del compost prodotto, nonché alle modalità del loro spargimento come compost ed ai risultati sul terreno e sulle colture. Non va trascurato neanche il danno al benessere dei cittadini con questo tipo di spargimento. E, con l’occasione, appare necessario verificare se tali materiali siano stati sversati anche in altre regioni italiane e quali e quanti controlli sulla Sesa sono stati fatti negli ultimi anni, con quale esito e con quali provvedimenti conseguenti. Se l’inchiesta Fanpage fosse confermata, c’è solo l’imbarazzo della scelta per le ipotesi di reato collegate: dalle emissioni moleste alla violazione della normativa sui rifiuti, dal traffico illecito di rifiuti all’inquinamento al disastro ambientale. Ed eventualmente, anche l’omessa di denuncia e l’omissione di atti di ufficio. Non dimentichiamoci che secondo le analisi disposte dagli inquirenti già nel 2010 in Molise i fanghi derivanti dal trattamento chimico, furono classificati , in maniera fraudolenta, come fanghi prodotti dal trattamento di acque reflue urbane e, quindi, smaltiti con operazioni di spandimento su oltre duecento ettari di terreno gestiti da aziende agricole del Basso Molise e in mare. Erano notizie davvero sconcertanti. Purtroppo, come spesso accade, le notizie importanti cadono presto nel dimenticatoio. Per questo vogliamo riportare l’attenzione su queste ultime notizie. Perché chi risiede nelle aree potenzialmente minacciate, non deve  assolutamente sottovalutare la pericolosità di quanto si è venuto a sapere dopo l’ottima inchiesta di Fanpage. Personalmente ritengo sia auspicabile individuare eventuali discariche nocive e procedere all’immediata bonifica dei siti inquinati, in quanto pericolose fonti di inquinamento del terreno, delle falde acquifere e potenzialmente causa di gravi patologie anche tumorali. Non dimentichiamoci mai che dietro il traffico dei rifiuti tossici tra Campania, Puglia e Molise c’è sicuramente anche l’ombra tentacolare della criminalità organizzata. VINCENZO MUSACCHIO Giurista e docente di diritto penale in varie Universita’ italiane ed estere Docente di diritto penale presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio in Roma (2011-2012) Presidente dell’ Osservatorio Regionale Antimafia del Molise Direttore Scientifico della Scuola di Legalita’ – don Peppe Diana – di Roma e del Molise   - >>>>>

Stragi di mafia, Campobasso ricorda Falcone e Borsellino nella “Giornata della legalità”

Sono passati 27 anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio e dagli omicidi di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e delle rispettive scorte, ma il rumore del tritolo e il fumo di quella mattanza ancora serpeggiano per le strade d’Italia. Il fenomeno mafioso, che nel frattempo ha cambiato pelle, immagine e metodi, è una piaga di strettissima attualità. E’ il messaggio generale che arriva da un convegno organizzato presso la sala della Costituzione della Provincia di Campobasso dal sindacato di polizia Coisp. Alla “Giornata della legalità” ha partecipato, lontano dalle polemiche, come egli stesso ha sottolineato, anche il Professor Alfredo Galasso, Presidente onorario dell’Associazione Caponnettoe per lungo tempo collaboratore e amico di Falcone e Borsellino. Non solo lotta e contrasto alla mafia sono i temi su cui battersi ma, ha sottolineato, bisogna lavorare sul piano della affermazione e difesa dei diritti. Galasso ha ribadito l’amarezza, la preoccupazione e l’inquietudine per un elemento che si presenta ad ogni omicidio eccellente, quello delle devianze e complicità di apparati dello stato. Oggi, ha aggiunto Galasso, il lascito di professionalità di Falcone è Borsellino rappresenta un esempio a cui fare riferimento.   - >>>>>

Di Iorio Spa: azienda molisana che sfida la crisi con prodotti innovativi e naturali

In un periodo di forte crisi economica, in cui l’emergenza lavoro morde più che mai e le aziende chiudono o annaspano, parlare di coraggio imprenditoriale e di conseguenti successi è anche una iniezione di fiducia. Un raggio di luce confortante, in Molise, è rappresentato dalla Di Iorio Spa, di Frosolone, che produce acque minerali, bevande e liquori. La sua acqua, Molisia, in Cina viene acquistata nelle farmacie per le proprietà salutari, per la leggerezza. Acqua delle sorgenti di Sant’Elena Sannita. La Di Iorio Spa è una delle aziende più longeve d’Italia. Tutto iniziò e si sviluppò quando il 1800 volgeva al termine e il 1900 vedeva la luce, 120 anni fa, grazie all’intuito di Filippo di Iorio. Da Bologna tornò nella sua Frosolone con un bagaglio di esperienze di vita e studi e ricette di liquori fatti in casa, queste ultime avute in dote dalla amata moglie. Un mix che contribuì al successo. Nel suo Molise iniziò a imbottigliare e produrre gassosa. Da Filippo, fino ad arrivare a Gino e Domenico oggi, l’ascesa della Di Iorio Spa è stata continua. I momenti di difficoltà non sono mancati, affrontati però con tenacia, sacrificio, ma anche con competenza e capacità di capire i mutamenti del mercato, di scommettere. Tecnologia, innovazione, senza mai perdere di vista l’ambiente, il territorio e la tradizioni. Questi gli ingredienti principali del successo. Un fatturato di 6 milioni di euro, nonostante la crisi, trend in crescita, +15% di export nel 2018, con prodotti venduti in Canada e soprattutto Stati Uniti e Cina, ma anche in Australia, Oriente e paesi arabi. Nello stabilimento molisano ci sono impianti all’avanguardia, con una attenzione particolare a conservare le caratteristiche organolettiche delle materie prime. La Di Iorio Spa è una delle prime aziende al mondo ad aver utilizzato il metodo del “vuoto in bottiglia”, per una migliore conservazione del prodotto. Un’azienda che guarda al futuro restando al passo con i tempi, senza mai rinnegare ciò che la caratterizza da sempre: la qualità e un prodotto il più naturale possibile. Ora punta su una nuova linea di bevande: ginger ale, ginger beer, lemon, tonica e soda. Senxup, il marchio. Ingredienti 100% naturali. Lo scenario di azione imprenditoriale, in sostanza, è anche un mercato in crescita, quello della mixology, in cui Senxup può dire la sua con autorevolezza. Come fa la Di Iorio Spa da 120 anni, un orgoglio per il Molise e l’Italia.   - >>>>>

Editoria, due pesi e due misure. Federazione Nazionale della stampa e sindacati schierati con i più forti. Il Consiglio di Stato blocca le ingiustizie 

DI GIOVANNI MINICOZZI Ancora polemiche e ricorsi sull’erogazione dei contributi alle Tv locali provenienti dalla legge nazionale modificata ad arte per escludere le emittenti delle piccole regioni. Telemolise e altre testate hanno presentato un ricorso cautelare al Consiglio di Stato contro il provvedimento del Tar del Lazio che aveva sbloccato l’ulteriore 40% (in totale il 90% dell’intero importo relativo all’anno 2016) per liquidare i contributi sempre alle stesse emittenti insediate nelle Regioni con oltre due milioni di abitanti. Il Consiglio di Stato ha sospeso l’efficacia  della decisione del Tar e ha fissato l’udienza di merito per il prossimo 9 maggio. Sulla vicenda è intervenuto, a gamba tesa, il segretario generale della Federazione nazionale della stampa Raffaele Lo Russo, in modo discriminatorio e in favore delle grandi emittenti non considerando affatto i giornalisti che rischiano il posto di lavoro nelle piccole realtà. Immediata la replica degli avvocati Massimo Romano e Pino Ruta che, insieme a Margherita Zezza, hanno patrocinato e vinto il ricorso al Consiglio di Stato. “Non soltanto la Federazione della stampa ma anche Cgil, Cisl, Uil hanno una posizione assolutamente omologa e schiacciata su quella della Confindustria. Adducono motivazioni inerenti la presunta tutela dei giornalisti ma dimenticano che quel 40% accantonato è proprio finalizzato a tutelare la posizione di altri giornalisti altrettanto legittima se non di più rispetto a quella rappresentata dalle grandi emittenti delle grandi Regioni a tutto danno delle grandi emittenti delle piccole Regioni. Quindi, francamente, questo è  un atteggiamento processuale che si commenta da sé. Esiste un’ assonanza di posizioni tra gruppi che sono del tutto eterogenei perché difendono interessi del tutto eterogenei. Basti pensare che per effetto dell’eventuale sblocco di questi contributi ci sarebbe l’assegnazione di decine di milioni di euro in favore di pochi editori, tutti localizzati nelle realtà più ricche del Paese, a tutto danno delle emittenti  delle realtà demograficamente minori nonostante ci siano ben due pronunciamenti del Tribunale amministrativo regionale del Lazio e, oggi, anche del Consiglio di Stato che invece hanno sancito massima prudenza nell’assegnazione di queste risorse perché si ha a che fare non soltanto  con  il delicato comparto dell’informazione ma anche con la tutela di preminenti valori Costituzionali quali il pluralismo informativo” – ha dichiarato l’avvocato Massimo Romano. Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’avvocato Pino Ruta: “Siamo di fronte a un’onda avversa che si è in qualche modo costituita contro i ricorrenti per consolidare  i criteri di aggiudicazione di queste somme, di queste consistenti forme di contribuzione alle Tv locali che noi abbiamo censurato. C’è  stato un primo passaggio presso il Tar del Lazio dove, in qualche modo, il giudice ha seguito il nostro discorso e  ha riconosciuto che c’era questo effetto distorsivo proprio rispetto al criterio del pluralismo. A quel punto il governo ha trasformato il decreto milleproroghe , che conteneva oggettive sperequazioni,   in legge per tentare di sminare i ricorsi e per mantenere i privilegi dei gruppi editoriali più consistenti a danno delle emittenti localizzate nelle regioni più piccole” – ha detto l’avvocato Pino Ruta. Evidentemente la Federazione nazionale della stampa, che dovrebbe rappresentare tutti i giornalisti, si è vergognosamente schierata solo con i grandi gruppi editoriali determinando sperequazioni e iniquità nel comparto giornalistico.   - >>>>>

Università del Molise, sfida a due per il dopo Palmieri. Luca Brunese ha presentato il programma. Si vota l’8 maggio

DI GIOVANNI MINICOZZI Sposato con due figli, ha 53 anni, professore ordinario all’Unimol dove dal primo maggio del 2015 ha ricoperto l’incarico di Direttore del Dipartimento di Medicina e Scienze della Salute e dal 1 novembre 2013 quello di Pro- Rettore per le attività formative e i rapporti nel settore medico-sanitario. Ricopre anche il prestigioso incarico di Presidente della sezione Diagnostica per immagini in oncologia della società italiana di radiologia medica. È Luca Brunese, personalità di spicco del mondo accademico nel quale ha conquistato la stima e il rispetto professionale dei suoi colleghi italiani, europei ed internazionali. Personaggio simpatico a pelle, dotato di ironia intelligente, disponibile al confronto con tutti ma determinato e intransigente nell’esercizio delle sue funzioni. Luca Brunese è uno dei due candidati alla guida del mondo accademico molisano quale successore di Gianmaria Palmieri. L’aspirante rettore ha illustrato agli elettori dell’Unimol e ai molisani, attraverso Telemolise, la sua idea di università. “Io immagino una università giovane, viva, dinamica, libera, indipendente, fortemente integrata con la comunità accademica nazionale e con un forte rapporto sul territorio” – ha dichiarato il professore. Che tipo di rapporto con il territorio? “Penso a un ateneo che possa essere contemporaneamente motore e strumento. Motore quando l’idea portante del progetto nasce dall’università può essere realizzata nel territorio regionale. Invece strumento quando l’idea migliore e il progetto entusiasmante e interessante è della Regione. L’ università rappresenta lo strumento ideale per portare avanti il progetto“. In caso di vittoria il suo incarico sarà in continuità o in discontinuità rispetto alle cose realizzate da Gianmaria Palmieri? “È la domanda più frequente di questa campagna elettorale, lo capisco. Io penso che quando un professore arriva a un incarico così prestigioso, quello di fare il rettore della propria università, ci mette tutto il suo cuore, la sua mente, la sua forza per cercare di disegnare una università il più possibile simile al suo sogno da realizzare. Così spero di fare e spero di farlo anche in una maniera, se vogliamo originale, con una governance molto allargata e molto partecipata dai colleghi. Noi siamo un ateneo giovane con grandi competenze multidisciplinari che possono essere messe tutte insieme a frutto per la governance molto più partecipata e molto più allargata di quella che si è vista negli ultimi vent’anni nelle università italiane“. Lei e stato Preside nella facoltà di Medicina e Chirurgia all’Unimol qui a Campobasso. Ecco, un tema di stretta attualità è la carenza di medici nelle corsie degli ospedali. Questa facoltà quale contributo può dare per risolvere questo annoso problema? “La prima cosa che vorrei dire è che forse siamo arrivati quasi tardi, mi spiego meglio. La creazione del corso di laurea magistrale di Medicina e Chirurgia avvenuta nel 2006 ha avviato un percorso che oggi sta cominciando a portare i suoi frutti. È chiaro che va completata la seconda parte, dobbiamo lavorare sulla specializzazione affinché il percorso venga completato. A quel punto, dopo dieci anni, lo studente diventato medico e specialista rimarrà volentieri nel Molise e verrà introdotto nella nostra rete sanitaria regionale. Io penso che, paradossalmente, il percorso completo di Medicina è l’ultima speranza, è l’ultimo traguardo per salvare il sistema sanitario pubblico regionale“. In coincidenza con la sua candidatura lei si è dimesso da Preside della facoltà di Medicina e Chirurgia, perché lo ha fatto? “Perché non volevo essere identificato come il candidato di Medicina poiché ritengo di essere il candidato non solo di Medicina ma di tutto l’ateneo e per tutto l’ateneo“- ha concluso l’aspirante rettore. Lo sfidante di Luca Brunese è Raffaele Coppola, ordinario di Microbiologia Agraria. Si voterà il prossimo 8 maggio e l’appuntamento è importante non solo per l’Unimol ma per tutto il Molise considerato il notevole contributo che l’ateneo può dare alla crescita e allo sviluppo di questa Regione flagellata dalla crisi economica e produttiva.   - >>>>>

Turismo in flessione, la Uiltucs alla politica: “Basta passerelle, si garantiscano servizi”

Durissimo affondo del segretario regionale della Uiltucs Pasquale Guarracino. ”I dati dell’estate che sta finendo – ha..

Lavoro, sanità e infrastrutture le priorità del Conte bis. Veleni e colpi bassi in Regione

Nelle prossime ore il governo Conte bis entrerà nel pieno delle sue funzioni dopo aver incassato la..

Anci a nuovo Governo: “Più attenzione ai piccoli comuni e alle aree interne e montane”

Il Molise è costituito, in netta prevalenza, da comuni piccoli, anche e soprattutto con meno di 1000..

Il testo unico sulle società pubbliche: una occasione colta o perduta?

di Francesco Fimmanò In attuazione della delega conferita dall’articolo 18 della legge 7 agosto 2015, n. 124,[1] il decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 175, Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica, in vigore dallo scorso 20 settembre, cerca per l’ennesima volta di ricondurre a fisiologia un coacervo di disposizioni gemmate negli ultimi 25 anni. Il corpus, al di là delle luci e delle ombre, ha certamente il merito di tentare di mettere a “sistema” una fenomenologia peculiare, interdisciplinare, complessa e figlia di una legislazione a “toppe”, piuttosto che “a tappe”. Al tempo stesso non può che rilevarsi che la sovraregolamentazione appare in molte norme come una sorta di inseguimento tra legislatore e giurisprudenza, con il risultato di sentenze che hanno fatto le veci della legge e una legge che fa le veci delle sentenze. La legislazione di un tempo non dirimeva contrasti giurisprudenziali ma costruiva sistemi di regole per principi e i giudici la interpretavano. Basti pensare che l’espressione normativa più in voga – in materia – negli ultimi anni nel settore che ci occupa è quella di “controllo analogo”. In realtà il legislatore italiano ha usato l’escamotage di far proprie le espressioni usate nella famosa sentenza Teckal della Corte di giustizia U.E. (e in quelle analoghe successive) riguardanti un consorzio tra Comuni, per applicarle a un soggetto giuridico completamente diverso e cioè a una società di capitali. Da questa operazione è nata una serie di equivoci con il “livello comunitario” anche perché a nessun altro Stato nel Continente è venuto in mente di utilizzare lo strumento societario per ragioni “meramente opportunistiche”. A tutto questo aggiungiamo che calare le società di capitali e il loro enorme apparato regolamentare (ipertecnico) in un ambiente normativo giuspubblicistico, dove l’operatore medio neppure immagina che le sole società per azioni (non quotate) sono disciplinate da oltre 650 commi, è stata operazione dagli effetti dirompenti. L’equivoco principale è stato quello riguardante il tipo di disciplina da applicare alle società in mano pubblica, nato in passato dalla errata impostazione secondo cui la partecipazione di una pubblica amministrazione a una società di capitali potesse alterarne la struttura, dando vita a un “tipo” di diritto speciale. In particolare una certa impostazione, ignara delle complessità sistematiche, partendo dal principio della neutralità della forma giuridica rispetto alla natura dello scopo, è arrivata ad attribuire alle società partecipate una connotazione pubblicistica[2], frutto di una sostanziale mutazione genetica nel senso di una riqualificazione del soggetto. In realtà tale impostazione è stata gravemente fuorviante negli anni, in quanto si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c., con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa[3]. In realtà l’uso dello strumento societario a partecipazione pubblica ha avuto spesso finalità meramente segregative. Le pubbliche amministrazioni, incentivate nel tempo dallo stesso legislatore, hanno infatti cercato a tutti i costi, negli ultimi venticinque anni, di creare e poi mantenere la “sacca” del privilegio derivante dall’affidamento diretto della gestione di attività e servizi pubblici a società partecipate, in deroga ai fondamentali principi della concorrenza tra imprese e della trasparenza. In buona sostanza da una parte v’è stata la tendenza ad ampliare l’ambito dei servizi pubblici includendo non solo quelli aventi per oggetto attività economiche incidenti sulla collettività, ma anche quelli riguardanti attività tendenti a promuovere lo sviluppo socio-economico delle comunità locali, fino ad arrivare ad affidare a società partecipate funzioni, che lungi dal rientrare nell’ambito dei servizi pubblici in senso proprio, costituivano tipiche attività istituzionali o strumentali dell’ente[4]. Dall’altra parte è stata incentivata la gestione mediante società partecipate in un’ottica rivolta (solo) formalmente alla aziendalizzazione dei servizi e a una privatizzazione effettiva (come auspicato dal legislatore sin dal 1942)[5], in realtà sostanzialmente diretta a eludere procedimenti a evidenza pubblica e a sottrarre comparti dell’amministrazione ai vincoli di bilancio, anche in considerazione della mancata applicazione, per molti anni, all’ente-capogruppo dei principi di consolidamento di diritto societario a partire dall’elisione delle partite reciproche[6]. Questo processo ha avuto l’effetto di trasformare talora il modello di gestione da strumento di efficienza in strumento di protezione e in taluni casi in escamotage per eludere i c.d. patti di stabilità e le regole di contabilità pubblica.   La Corte dei Conti ha contato, in un momento che sembrava culminante del ciclo espansivo, nell’anno 2008, 5.860 “organismi” partecipati da 5.928 enti pubblici locali con un incremento dell’11,08% rispetto al dato del 2005. Poco meno del 65% di questi organismi partecipati aveva natura societaria con prevalenza delle società per azioni, mentre circa il 35% ha forma giuridica diversa dalla società, in prevalenza consortile[7]. Allo stato, dalle informazioni rilevabili nella banca dati SIQUEL, emerge che il 16,65% dei Comuni (1.340 su 8.047), pari al 7,11% della popolazione nazionale, non è in possesso di partecipazioni societarie, gli organismi rilevati alla data dell’8 luglio 2016 risultano essere 7.181: le analisi sui risultati economici e finanziari, sui servizi affidati e sulle modalità di affidamento hanno riguardato, tuttavia, 4.217 soggetti, per i quali sono disponibili a sistema i dati di bilancio relativi all’esercizio 2014. Ancor più ristretto è il numero di istituzioni per le quali si hanno informazioni sui flussi di entrata e di spesa degli enti affidanti[8]. Gli organismi operanti nei servizi pubblici locali sono numericamente limitati (il 34,72% del totale), pur rappresentando una parte importante del valore della produzione (il 69,34% dell’importo complessivo). Il maggior numero (65,28%) rientra nel novero di quelli che svolgono attività diversificate, definite come “strumentali”[9]. Marcata è la prevalenza degli affidamenti diretti: nonostante la rigidità dei presupposti legittimanti tale procedura, a salvaguardia dei principi della concorrenza, su un totale di 22.342 affidamenti, le gare con impresa terza sono soltanto 150 e gli affidamenti a società mista, con gara a doppio oggetto, 319. Con riferimento agli organismi in perdita nell’ultimo triennio, l’analisi della Corte dei conti mostra come circa un terzo sia a totale partecipazione pubblica, mentre quelli misti a prevalenza privata costituiscono la categoria all’interno della quale le perdite sono più diffuse, con una tendenza al peggioramento dei risultati nell’arco del triennio. Nel referto della Corte v’è anche una ricognizione delle partecipazioni rilevanti ai fini del consolidamento dei conti, ed emerge che, su 700 organismi totalmente pubblici a unico socio (Comune/Provincia), meno della metà sono risultati assoggettabili a consolidamento – sulla base dei parametri indicati dal principio contabile applicato allegato n. 4/4 al d.lgs. n. 118/2011. Di contro, 368 (il 52,6%) non superano la soglia di rilevanza e potrebbero essere consolidati solo se ritenuti significativi dall’ente proprietario, secondo la sua valutazione discrezionale. La gestione finanziaria dimostra una netta prevalenza dei debiti sui crediti in tutti gli organismi esaminati. Nel complesso, i debiti ammontano a 83,3 miliardi, di cui circa un quarto è attribuibile, in sostanza, alle partecipazioni totalitarie. Il rapporto crediti/debiti verso controllanti, nelle partecipazioni pubbliche al 100%, è sbilanciato in favore dei primi. Emerge, quindi, la forte dipendenza delle partecipazioni totalitarie dagli enti controllanti, pur in presenza di un rilevante indebitamento verso terzi. Dall’analisi degli organismi partecipati in via totalitaria da un unico socio emerge, nella gran parte dei casi, che le risorse complessivamente impegnate e pagate dagli enti proprietari tendono a coincidere con l’importo dei valori della produzione degli organismi destinatari delle erogazioni. Abbiamo dunque assistito, per tutte queste ragioni, a un percorso legislativo incoerente, caratterizzato da frequenti ripensamenti, fatta eccezione per una costante: la crescente e progressiva espansione delle società a partecipazione pubblica locale, anche attraverso la trasformazione di aziende speciali, consorzi e istituzioni.   La “storia” del fenomeno comincia nel 1990 con la espressa previsione nella legge n. 142 della società per azioni a partecipazione pubblica maggioritaria[10], passa attraverso l’introduzione della società c.d. minoritaria[11], l’apertura al tipo della S.r.l. e l’incentivo alla trasformazione delle aziende speciali e dei consorzi[12], per subire un provvisorio assestamento nel 2000 con il Testo Unico delle autonomie locali (Tuel) che sistemava organicamente la materia[13]. Nel 2001 il quadro viene virtualmente rivoluzionato con l’introduzione della categoria mai definita dei c.d. servizi industriali e l’introduzione rigorosa, mai attuata, dei principi della concorrenza[14]. Con la contro-riforma del 2003 e la legge finanziaria per il 2004, si arriva infatti a un risultato esattamente opposto[15]. Quest’ultimo intervento, in parte censurato dalla Corte Costituzionale[16], ha suddiviso i servizi in virtù della loro rilevanza economica, in un contesto pesantemente dominato dalla figura della società in house providing e del suo strettissimo collegamento funzionale con l’ente di riferimento. La normativa ha strumentalizzato in modo abile la giurisprudenza comunitaria tanto da far evocare una situazione giuridica di dipendenza organica. Alla originaria disciplina contenuta nell’art. 113 TUEL, infatti, si sono sovrapposti prima l’art. 23 bis del d.l. n. 112/08 (successivamente abrogato con referendum) e poi la successiva disciplina introdotta con il D.L. 138/11 (dichiarata incostituzionale dalla Consulta con la sentenza n. 199 del 20 luglio 2012), per giungere infine al d.l. 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito con l. 17 dicembre 2012 n. 221). Le Sezioni Unite della Cassazione nel 2013 hanno scelto forzatamente di adattare l’impostazione comunitaria, al fine di riconoscere la giurisdizione piena della Corte dei conti sulle azioni di responsabilità agli organi sociali delle società in house[17]. I giudici del Supremo consesso qualificano, in modo in verità opinabile, questo genere di società come una mera articolazione interna della P.A., una sua longa manus al punto che l’affidamento diretto neppure consentirebbe di configurare un rapporto intersoggettivo di talchè l’ente in house “non potrebbe ritenersi terzo rispetto all’amministrazione controllante ma dovrebbe considerarsi come uno dei servizi propri dell’amministrazione stessa”[18]. Le ormai numerose sentenze delle sezioni unite si rifanno tutte alla n. 26283 del 25 novembre 2013, il cui passaggio più forte è quello secondo cui “il velo che normalmente nasconde il socio dietro la società è dunque squarciato: la distinzione tra socio (pubblico) e società (in house) non si realizza più in termini di alterità soggettiva”. L’orientamento ha complicato ancora di più le cose perché molti non hanno inteso che si riferisse solo alla giurisdizione e perdippiù non esclusiva della Corte dei Conti sulle azioni di responsabilità, ma hanno provato a dedurre l’esistenza di una società di tipo pubblico meritevole di uno ius singulare. In realtà si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c. [19], con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa [20]. Viceversa, a parte i casi di società c.d. legali (istituite, trasformate o comunque disciplinate con apposita legge speciale)[21], ci troviamo sempre di fronte a società di diritto comune, in cui pubblico non è l’ente partecipato bensì il soggetto, o alcuni dei soggetti, che vi partecipano e nella quale, perciò, la disciplina pubblicistica che regola il contegno del socio pubblico e quella privatistica che regola il funzionamento della società convivono.     La storia che abbiamo raccontato è singolare: il legislatore italiano ha prima creato un monstrum e poi ha costretto gli interpreti, anche i più raffinati, a riconoscerlo e a ricostruirlo invece di “constatare i fenomeni giuridici quali sono, quali si trovano nel sistema positivo, non negarli o storpiarli per ragioni a priori”[22]. Quanto accaduto appartiene a una tendenza più generale diretta a creare sempre più frequentemente categorie di soggetti i cui rapporti sono regolati da uno ius singulare. Fenomeno deprecabile, in quanto nel migliore dei casi, finisce per originare privilegi, asimmetrie e discriminazioni. In taluni casi, poi, non è tanto la ponderata volontà di sottrarre alla disciplina comune determinati soggetti a spingere il legislatori, bensì l’incapacità a resistere alla pressione di chi, spesso emotivamente o prepotentemente, chiede e invoca questa o quella norma. Ecco che il potere legislativo, si muove talora male e si trasforma, come sul dirsi in una machine a faire lois[23], invece di dettare norme efficienti e cercare nell’armonia del sistema le soluzioni più giuste. Ed eccoci ora alla c.d. Riforma Madia. Servirà? Poteva intervenire in modo più chiaro e tecnicamente corretto su temi tanto delicati? Sicuramente sì. Ma comunque contiene principi importanti ad esempio chiarisce una volta per tutte che una società è una società, non è un tavolo né una sedia, e come tale ad esempio fallisce da chiunque sia partecipata. Una cosa appare evidente che ancora una volta non si è tenuto conto delle specificità ordinamentali e soprattutto disciplinari, ratione materiae. Il diritto pubblico o amministrativo mai potranno entrare appieno nella forma mentis di un societarista o di un fallimentarista e viceversa. E’ ora in corso di pubblicazione il Decreto Legislativo che reca “Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 19 agosto 2016 n. 175, recante testo unico in materia di società a partecipazione pubblica” (c.d. “Decreto Correttivo”).  Si attua in tal modo la delega contenuta nell’art. 16, comma 7, della legge 7 agosto 2015, n. 124 (c.d. legge Madia), il quale, nel disegnare la delega per una complessa operazione di riorganizzazione normativa in materia di amministrazioni pubbliche, prevede che entro dodici mesi dall’entra in vigore dei decreti delegati il Governo avrebbe potuto adottare, appunto, uno o più decreti correttivi. L’intervento integrativo e correttivo, nel caso del TUSP, è dovuto anche a – e ha dovuto tener conto di – quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 251/2016, con la quale è stata ravvista una violazione delle norme costituzionali sul concorso di competenze statali e regionali da parte della citata legge n. 124 del 2015[24]. La Consulta ha in questa sede dichiarato che l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni si sarebbe potuta rimediare, nel rispetto del principio di leale collaborazione, avviando le procedure inerenti all’intesa con Regioni e enti locali nella sede della Conferenza unificata[25]. L’impatto della sentenza, che per qualche settimana ha tenuto col fiato sospeso gli operatori del settore che hanno temuto che essa potesse demolire tutta la riforma, è stato però limitato.  In primo luogo, come la Consulta stessa ha precisato, “le pronunce di illegittimità costituzionale, contenute in questa decisione, sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso, e non si estendono alle relative disposizioni attuative” (ossia ai decreti delegati[26]).  Inoltre, il Consiglio di Stato, con parere n. 83 del 17 gennaio 2017 si è espresso sugli adempimenti da compiere a seguito della sentenza della Corte Costituzionale[27], e ha precisato che il percorso più ragionevole e compatibile con l’impianto della sentenza – postulato anche dalla stessa Consulta – sarebbe stato quello di intervenire con decreti correttivi, previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni, da svolgersi in base alle previsioni di cui all’art. 3 del decreto legislativo 28  agosto  1997,  n.  281  (Definizione  ed  ampliamento  delle  attribuzioni della  Conferenza  permanente  per  i  rapporti  tra  lo  Stato,  le  regioni  e  le  province autonome  di  Trento  e  Bolzano  ed  unificazione,  per  le  materie  ed  i  compiti  di interesse  comune  delle  regioni,  delle  province  e  dei  comuni,  con  la  Conferenza Stato-città ed autonomie locali), in modo da “sanare l’eventuale vizio derivante dal procedimento  originariamente  seguito”, avendo peraltro la  sentenza  “fatto  riferimento  al Governo  (e  non  al  Parlamento)  e  considerato  che  in  alcuni  casi  i  termini  per l’adozione di simili decreti non sono ancora scaduti”. Tra le modifiche senz’altro di maggior rilievo portate dal Decreto Correttivo è quella che riguarda la governance delle società partecipate. Come noto, una delle innovazioni più importanti del nuovo testo unico è quella che stabilisce che “di norma” (e già l’espressione prelude ad eccezioni[28]) l’organo amministrativo debba essere costituito da un amministratore unico (art. 11, comma 2, TUSP). Nell’impianto originario del TUSP, il comma terzo di tale articolo prevedeva che, in deroga al principio appena affermato, un apposito decreto del Presidente del Consiglio, da emanarsi entro sei mesi dall’entrata in vigore del testo unico (quindi entro il 23 marzo 2017), avrebbe dovuto enucleare i criteri secondo i quali “per specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa”, sarebbe stato possibile optare per  un consiglio di amministrazione – composto da un minimo di tre a un massimo di cinque membri – ovvero per i sistemi dualistico o monistico (art. 11, comma 3, TUSP). Con tale previsione si è invertito il criterio in vigore, previsto, da ultimo, nell’art. 4, commi 4 e 5, d.l. 6 luglio 2012 n. 95, conv., con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, in cui l’opzione per l’amministratore unico era consentita, ma residuale[29]. L’art. 7 del Decreto Correttivo è ora intervenuto sostituendo integralmente il comma terzo dell’art. 11 TUSP, che ora recita: “L’assemblea della società a controllo pubblico, con delibera motivata con riguardo a specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa e tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi, può disporre che la società sia amministrata da un consiglio di amministrazione composto da tre o cinque membri, ovvero che sia adottato uno dei sistemi alternativi di amministrazione e controllo previsti dai paragrafi 5 e 6 della sezione VI-bis del capo V del titolo V del libro V del codice civile. La delibera è trasmessa alla sezione della Corte dei Conti competente ai sensi dell’articolo 5, comma 4, e alla struttura di cui all’articolo 15”. Nel quadro attuale, dunque, la scelta per un sistema collegiale di amministrazione (oppure per i modelli dualistico o monistico), è interamente rimessa all’assemblea dei soci, i quali dovranno però giustificare tale scelta per ragioni di adeguatezza organizzativa e “tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi” (requisito, quest’ultimo, che non era posto come criterio per il Dpcm).  In sostanza, il Governo ha ritenuto di preferire un sistema in cui l’adozione dei sistemi di amministrazione e di controllo alternativi all’amministratore unico non fosse eterodeterminata al di fuori della singola compagine societaria. La scelta, inoltre, è servita a rimediare un potenziale corto circuito della previgente formulazione, poiché l’adeguamento degli statuti era fissato al 31 dicembre 2016, mentre il Dpcm avrebbe dovuto essere emanato entro il 23 marzo 2017. Si sarebbe quindi potuta creare una situazione potenzialmente dannosa per quelle società che, diligentemente rispettando il termine per l’adeguamento dello statuto, avesse optato per l’organo monocratico di amministrazione, per poi scoprire che secondo i criteri dettati dal Dpcm avrebbe potuto optare per un sistema collegiale (o per uno dei modelli alternativi di gestione), sobbarcandosi gli oneri procedurali e notarili di una doppia modifica statutaria. Immediatamente collegato al precedente è il tema delle tempistiche prescritte dal TUSP per l’adeguamento degli statuti e per altri adempimenti. Per quanto riguarda il primo, inizialmente fissato al 31 dicembre 2016 dall’art. 26 TUSP, è ora fissato al 31 luglio 2017 dall’art. 15 del Decreto Correttivo. Per quanto attiene invece ai secondi, essi si trovano in vari luoghi del testo. Così, ad esempio, è differito al 31 luglio 2017 il termine, inizialmente fissato al 23 marzo 2017 dall’art. 26 TUSP, per l’adeguamento delle società a controllo pubblico alle disposizioni contenute nell’art. 11, comma 8, TUSP, secondo cui gli amministratori delle società a controllo pubblico non possono essere dipendenti delle amministrazioni pubbliche controllanti o vigilanti (art. 15 Decreto Correttivo)[30]. Ancora, sempre all’art. 26 è introdotto un nuovo comma 12-ter, ai sensi del quale “per le società di cui all’art. 4, comma 8, le disposizioni dell’art. 20 trovano applicazione decorsi 5 anni dalla loro costituzione”. In altre parole, per le società spin off o start up universitarie o di enti di ricerca non vige, per i primi 5 anni di vita, l’obbligo di procedere alla razionalizzazione delle partecipazioni dalle amministrazioni pubbliche. Un differimento di qualche mese è anche previsto per il termine per la ricognizione del personale in servizio, propedeutico all’individuazione di eventuali eccedenze, previsto dall’art. 25, comma 1, TUSP, al 23 marzo 2017, e ora posticipato al 30 giugno 2017 (art. 14, comma 1, lett. a), Decreto Correttivo). Si chiarisce, inoltre, un dubbio interpretativo circa l’applicazione del divieto di nuove assunzioni, esplicitando (art. 14, coma 1, lett. c), Decreto Correttivo) che il periodo di durata del blocco delle nuove assunzioni, stabilito dall’art. 25, comma 4, TUSP, fino al 30 giugno 2018, decorre dalla data di pubblicazione del decreto del personale eccedente di cui alla nota precedente.  Al termine del 30 giugno 2017 (anziché di sei mesi dall’entrata in vigore del TUSP, ossia il 23 marzo 2017) è posticipato anche il termine per la ricognizione di tutte le partecipazioni possedute dalle pubbliche amministrazioni (art. 13, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo – art. 24, comma 1, TUSP).  È stato infine posto modificato il termine per le disposizioni in materia di personale previste dalla normativa vigente (legge 27 dicembre 2013, n. 147), che si applicheranno non più soltanto fino al 23 settembre 2016, ma fino all’entrata in vigore del decreto ministeriale sul personale eccedente di cui all’art. 25, comma 1, TUSP, e comunque non oltre il 31 dicembre 2017 (art. 11 Decreto Correttivo). Un altro importante elemento di novità introdotto dal Decreto Correttivo (art. 5) incide sulle finalità perseguibili dalla p.a. mediante l’acquisizione e la gestione di partecipazioni pubbliche.  Si è più precisamente ampliato il novero delle funzioni perseguibili per le società aventi ad oggetto l’autoproduzione di beni e servizi (di cui all’art. 4, comma 2, lett. d), TUSP), che ora non dovrà essere limita ai beni e servizi strumentali all’ente o degli enti pubblici partecipati, ma potrà riguardare anche lo svolgimento delle funzioni dei predetti enti. È stato previsto, ad integrazione dell’art. 4, comma 7, TUSP, che sono ammesse anche le partecipazioni nelle società aventi per oggetto sociale la produzione di energia da fonti rinnovabili. Ed è stata fatta salva, all’art. 4, comma 8, TUSP, la possibilità per le università di costituire società per la gestione di azienda agricole con funzioni didattiche. Inoltre, al fine di valorizzare il principio di leale collaborazione nei rapporti tra Stato e regioni, come richiesto dalla citata sentenza della Corte Costituzionale, è stato previsto, dall’art. 5, comma 1, lett. d), Decreto Correttivo, che ha modificato l’art. 4 comma 9 TUSP, che il Presidente della Regione possa, con provvedimento adottato ai sensi delle disposizioni regionali e nel rispetto dei principi di trasparenza e pubblicità, deliberare l’esclusione totale o parziale dell’applicazione delle disposizioni dell’art. 4 – attinenti appunto alle limitazioni delle finalità perseguibili mediante acquisizione o gestione di partecipazioni pubbliche – rispetto a singole società a partecipazione regionale. La suddetta esclusione dovrà essere motivata con riferimento alla “misura e qualità della partecipazione pubblica, agli interessi pubblici a essa connessi e al tipo di attività svolta, riconducibile alle finalità di cui al comma 1”. Un tema affine al precedente riguarda la motivazione analitica che l’atto deliberativo di costituzione di una società partecipata o di acquisto di partecipazioni deve riportare ai sensi dell’art. 5 TUSP: l’art. 6 del Decreto Correttivo ha eliminato, al riguardo, il riferimento alla possibilità di destinazione alternativa delle risorse pubbliche impegnate e ha precisato che le modalità della consultazione pubblica sono disciplinate dagli enti locali interessati.  Le scelte legislative di fondo che traspaiono dal Decreto Correttivo si confermano, dunque, muovere essenzialmente su due binari: (i) il rispetto del principio di leale collaborazione tra istituzioni centrali e locali, cui consegue lo spostamento di alcune decisioni nella sfera locale e la necessità dell’intesa della Conferenza unificata in relazione a diversi aspetti disciplinari che potenzialmente impattano sulle partecipate degli enti locali; (ii) lo smorzamento di alcuni oneri motivazionali e di alcuni limiti di operatività, che, insieme con l’ampliamento della libertà di manovra nella costituzione e gestione delle partecipazioni pubbliche, e con il molteplice allungamento dei vari termini per gli adempimenti prescritti dalla nuova normativa, tende alla valorizzazione dell’autonomia delle singole società.         [1] Con l’indicata disposizione il Parlamento ha delegato il Governo a semplificare, attraverso il riordino delle disposizioni nazionali e la creazione di una disciplina generale organica in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche, il relativo quadro di regolazione anche in linea con i principi dettati dalla costante giurisprudenza nazionale e comunitaria, con effetti positivi in termini di valorizzazione della tutela della concorrenza e di generale trasparenza ed efficacia dell’azione amministrativa. [2] Cfr. in particolare Cons. Stato, nn. 1206 e 1207 del 2001 e nn. 4711 del 2002 e 1303 del 2002. [3] Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011. [4] La giurisprudenza ha evidenziato d’altra parte che la qualificazione di servizio pubblico locale spetta a quelle attività caratterizzate sul piano oggettivo dal perseguimento di scopi sociali e di sviluppo della società civile, selezionate in base a scelte, appunto, di carattere eminentemente politico quanto alla destinazione delle risorse economicamente disponibili e all’ambito di intervento e su quello soggettivo dalla riconduzione diretta o indiretta a una figura soggettiva di rilievo pubblico (cfr. Cons. Stato, 13 dicembre 2006 n. 7369; TAR Campania, Napoli,  24 aprile 2008 n. 2533). [5] Nella Relazione al Codice Civile, si legge, in riferimento alle società pubbliche che lo Stato “si assoggetta alla legge della società per azioni per assicurare alla propria gestione maggiore snellezza di forme e nuove possibilità realizzatrici” (Relazione al Codice Civile, n. 998. Artt. 2458 e ss., vecchio testo). [6] L’introduzione del bilancio consolidato civilistico per la holding-ente pubblico poteva rappresentare una scelta funzionale all’indirizzo e al coordinamento dell’intero gruppo pubblico locale (cfr. A. Tredici, Il bilancio consolidato del gruppo pubblico locale quale strumento di programmazione e controllo, in Il controllo nelle società e negli enti, 2006, 256 s.). Solo con il d.lgs. n. 118 del 2011, recante disposizioni in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni, degli enti locali e dei loro organismi, si è previsto che tali enti territoriali adottino «…comuni schemi di bilancio consolidato con i propri enti ed organismi strumentali, aziende, società controllate e partecipate e altri organismi controllati….» (art. 11, comma 1). Tale innovazione che impone (e non facultizza più) l’adozione di un bilancio preventivo (e non solo un conto consuntivo) di tipo consolidato, è stata progressiva nel corso del tempo, mediante la previsione, ai sensi dell’art. 36, d.lgs. cit., di un periodo di sperimentazione biennale (2012-2013), coinvolgente talune amministrazioni pubbliche territoriali prescelte in ragione della loro collocazione geografica e densità demografica, per poi entrare a regime dall’anno finanziario 2014. In tema cfr già F. Fimmanò, L’ordinamento delle società pubbliche tra natura del soggetto e natura dell’attività, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, (a cura di F. Fimmanò), Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 12 s. [7] Alle Sezioni regionali di controllo della Corte compete – come confermato anche dal d.lgs. n. 175/2016, di riordino della disciplina in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche – di monitorare il percorso di razionalizzazione delle partecipazioni e di vigilare sull’effettivo completamento delle procedure di dismissione e/o liquidazione. Le Sezioni, in attuazione della legge di stabilità 2015, hanno già verificato i piani di razionalizzazione, che sono stati presentati da un elevato numero di enti (quasi l’80%). [8] Cfr. Sezione delle Autonomie: Referto su “Gli organismi partecipati degli enti territoriali” Delibera n. 27/SEZAUT/2016/FRG e documenti allegati. [9] Nei 3.076 organismi con fatturato non superiore a 5 milioni operano in media 8,7 dipendenti, a fronte di una media di 56 dipendenti nel complesso di quelli osservati. In 1.279 organismi, di cui 776 società, si registra un numero di dipendenti inferiore a quello degli amministratori. [10] La società mista a prevalente capitale pubblico locale venne prevista per la prima volta dall’art. 22, lettera e) della legge 142 del 1990, (testo poi modificato dall’art. 17, comma 58, legge 15 maggio 1997, n. 127, Bassanini-bis) e la legge non vietava peraltro che la società fosse interamente in mano pubblica. [11] La società mista con partecipazione maggioritaria dei soci privati ha trovato riconoscimento testuale con l’art. 12 della legge n. 498 del 1992, attuata con la normativa regolamentare dettata dal D.p.r. n. 533 del 16 settembre 1996 (al riguardo G.F. Campobasso, La costituzione delle società miste per la gestione dei servizi pubblici locali: profili societari, in Riv. soc., 1998, 390 s., che esamina in particolare gli aspetti della compagine, della scelta dei soci e dello scopo di lucro). [12] Norme contenute nella c.d. legge Bassanini bis (n. 127 del 15 maggio 1997), che all’art. 17, commi 51-58, consentiva agli Enti locali di procedere alla trasformazione delle aziende speciali, deputate alla gestione dei servizi pubblici, in società per azioni o a responsabilità limitata con capitale misto, pubblico e privato, anche a partecipazione minoritaria. [13] D. lgs. n. 267 del 2000. [14] Articolo 35 della legge n. 448 del 2001. [15] Si tratta in particolare dell’art. 14 del d.l. n. 269 del 30 settembre 2003 «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici», convertito con modificazioni nella l. n. 326 del 2003 (conseguente alle osservazioni della Commissione Europea sul sistema delineatosi con l’entrata in vigore dell’art. 35). [16] Nel luglio del 2004, la Corte Costituzionale accolse in parte il ricorso avanzato dalla regione Toscana e dichiarò illegittimo l’art. 14, comma 1, lett. e), e comma 2, del D.l. 30 settembre 2003, n. 269, conv. nella L. 24 novembre 2003, n. 326, (Corte Cost., 27 luglio 2004, n.272, cfr. al riguardo G. Marchi, I servizi pubblici locali tra potestà legislativa statale e regionale, in Giorn. Dir. Amm., 1, 2005). [17] Cass., Sez. Un., 25 novembre 2013, n. 26283 – Pres. Rovelli – est. Rordorf, in Società, 2014, 55 s. con nota di F. Fimmanò, La giurisdizione sulle “società in house providing”, e in Fallimento, 2014, 33 s., con nota di L. Salvato, Riparto della giurisdizione sulle azioni di responsabilità nei confronti degli organi sociali delle società in house; e poi in scia: Cassazione, Sez. Un., 16 dicembre 2013 n. 27993;  Cass., Sez. Un., 26 marzo 2014, n. 7177 – Pres. Rovelli – est. Macioce; Cass., Sez. Un., 24 ottobre 2014, n. 22609- Pres. Rovelli – est. D’Ascola. Nello stesso senso ma con approdo opposto Cass., Sez. Un., 10 marzo 2014, n. 5491 – Pres. Rovelli – est. Nobili, in Società, 2014, 953 s. con nota di F. Cerioni; Cass. Sez. Un. n. 26936 del 2 dicembre 2013, che non riconoscono la giurisdizione contabile per l’inesistenza dei tre requisiti individuati: la necessaria appartenenza pubblica del capitale della società (con la previsione statutaria del divieto di cedere a soggetti privati quote della stessa), l’inesistenza di margini di libera agibilità sul mercato (neppure attraverso partecipate e la sottoposizione a controllo analogo (che non può ridursi al potere di nomina degli organi sociali). [18] In buona sostanza la Cassazione ha riprodotto l’orientamento del Consiglio di Stato (Cons. Stato, Adunanza Plenaria, 3 marzo 2008 n. 1, su rimessione di Cons. Stato, Sez. V, 23 ottobre 2007 n. 5587 ; nello stesso senso Cons. Stato, sez. VI, 16 marzo 2009, n. 1555 e prima TAR Valle d’Aosta, 13 dicembre 2007 n. 163; TAR Sicilia, 5 novembre 2007 n. 2511; TAR Piemonte, 4 giugno 2007 n. 2539; TAR Calabria, Catanzaro, 15 febbraio 2007 n. 76 e dopo TAR Campania, Napoli, Sez. I, 28 luglio 2008 n. 9468). Il Consiglio di stato ha sostenuto in particolare che il modello di società mista elaborato, in sede consultiva, con il parere n. 456 delle 2007, rappresenta solo una delle possibili soluzioni delle problematiche connesse alla costituzione di tali società e all’affidamento del servizio alle stesse, anche se, in mancanza di indicazioni precise da parte della normativa e della giurisprudenza comunitaria, non può allo stato essere elaborata una soluzione univoca o un modello definitivo di società mista. In ogni caso, il modello di società costruito con il citato parere non è rinvenibile allorchè il socio non venga scelto mediante procedura a evidenza pubblica nella quale la gestione del servizio sia stata definita e precisata. [19] Al riguardo: G. Visentini, Partecipazioni pubbliche in società di diritto comune e di diritto speciale, Milano, 1979, 4 s.; M. Mazzarelli, La società per azioni con partecipazione comunale, Milano, 1987, 117; G. Marasà, Le «società» senza scopo di lucro, Milano, 1984, 353; P. Spada, La Monte Titoli S.p.a. tra legge ed autonomia statutaria, in Riv. dir. civ., 1987, II, 552. [20] Al riguardo R. Guarino, La causa pubblica nel contratto di società, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di F. Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 131 s. [21] Ci riferiamo agli enti pubblici con mera struttura organizzativa societaria (cfr. al riguardo C. Ibba, Le società «legali», Torino, 1992, 340; Id., La tipologia delle privatizzazioni, in Giur. comm., 2001, 483 s.; Id., Le società “legali” per la valorizzazione, gestione e alienazione dei beni pubblici e per il finanziamento di infrastrutture. Patrimonio dello Stato e infrastrutture s.p.a, in Riv. dir. civ., 2005, II. 447;  e in un’ottica estensiva: G. Napolitano, Soggetti privati «enti pubblici»,in Dir. amm., 2003, 81 s.) previsti, trasformati o costituiti appunto in forma societaria con legge (ad es. l’art. 7 del D. L. 15/4/2002 n. 63, convertito dalla L. 15/6/2002, n. 112, ha istituito la Patrimonio dello Stato S.p.a.; l’rt. 8 del D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito dalla L. 8/8/2002, n. 178, ha gemmato la Coni Servizi s.p.a.; il D. Lgs. 9/1/1999 n. 1, ha istituito Sviluppo Italia s.p.a. poi integrato con altre norme dirette a disciplinarne la governance dell’attuale “Invitalia s.p.a”; l’art. 3, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79, ha previsto la costituzione del Gestore della rete di trasmissione nazionale S.p.a.; l’art. 13, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 ha contemplato la nascita della Sogin s.p.a.; stessa cosa è accaduta per “Gestore del Mercato s.p.a.” ex art. 5, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 e l’Acquirente Unico s.p.a. ex art. 4, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79). In altri casi il legislatore ha trasformato o previsto la trasformazione di enti pubblici in società (così per l’Ente Nazionale per le Strade ex art. 7 D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito in L. 8/8/2002 n. 178; per l’Istituto per i servizi assicurativi del commercio estero Sace ex art. 6 D. L. 30/9/2003, n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326; per l’Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma ex D. Lgs. 17/8/1999 n. 304; per la Cassa Depositi e Prestiti ex art. 5 D.L. 30/9/2003 n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326). [22] È l’avvertimento metodologico già lucidamente espresso da F. Ferrara sr., La teoria della persona giuridica, in Riv. dir. comm., 1911, p. 638. [23] Già con riferimento alla normativa speciale a “toppe” per il diritto sportivo: U. Apice, La società sportiva: dentro o fuori al codice civile, in Dir. fall., 1986, 538 s.; F.Fimmanò, La crisi delle società di calcio professionistico a 10 anni dal caso Napoli, in Gazzetta Forense, 2014, 4, 8 s. [24] In particolare, con riguardo alle previsioni della legge delega riguardanti i principi e criteri direttivi per l’emanazione del TUSP, la Regione Veneto ricorreva sostenendo che le relative disposizioni avrebbero violato gli artt. 117, secondo, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost., “poiché la fissazione di tali principi e criteri eccederebbe dalle competenze statali in materia di «tutela della concorrenza» e di «coordinamento della finanza pubblica», invadendo sfere di competenza regionali. Inoltre, esse violerebbero il principio di leale collaborazione di cui agli artt. 5 e 120 Cost., poiché prescriverebbero, in combinato disposto con il comma 4 dell’art. 16, per l’attuazione della delega, una forma di raccordo con le Regioni – il parere in Conferenza unificata – da ritenersi insufficiente, tenuto conto delle molteplici interferenze con le attribuzioni regionali” (v. Corte Cost., 25.11.2016,  n. 251). Il tema delle società a partecipazione pubblica era già stato oggetto di pronunce da parte del c.d. Giudice delle Leggi. In alcuni casi, la Consulta ha ricondotto le disposizioni inerenti all’attività di società partecipate dalle Regioni e dagli enti locali alla materia dell’«ordinamento civile», di competenza legislativa esclusiva statale, in quanto volte a definire il regime giuridico di soggetti di diritto privato, nonché a quella della «tutela della concorrenza» in considerazione dello scopo di talune disposizioni di «evitare che soggetti dotati di privilegi operino in mercati concorrenziali» (Corte Cost., sent. n. 326 del 2008). In altri, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di disposizioni statali che, imponendo a tutte le amministrazioni, quindi anche a quelle regionali, di sciogliere o privatizzare le società pubbliche strumentali, sottraevano alle medesime la scelta in ordine alle modalità organizzative di svolgimento delle attività di produzione di beni o servizi strumentali alle proprie finalità istituzionali, violando la competenza legislativa regionale residuale in materia di organizzazione amministrativa regionale (Corte Cost., sent. n. 229 del 2013). [25] Infatti, la materia delle partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche coinvolge, da un lato, profili pubblicistici, che attengono alle modalità organizzative di espletamento delle funzioni amministrative e dei servizi, perciò riconducibili alla competenza residuale regionale, anche con riguardo alle partecipazioni degli enti locali che non abbiano come oggetto l’espletamento di funzioni fondamentali. Dall’altro lato, però, ogni intervento in materia coinvolge anche profili privatistici, inerenti alla forma delle società partecipate, che trova nel codice civile la sua radice, e aspetti connessi alla tutela della concorrenza, riconducibili alla competenza esclusiva del legislatore statale. La sede preposta alla necessaria integrazione dei suddetti punti di vista e delle diverse esigenze degli enti territoriali coinvolti, è la Conferenza unificata, di cui nel TUSP era richiesto il solo “parere”. [26] La Corte Costituzionale ha precisato che “nel caso di impugnazione di tali disposizioni, si dovrà accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione”. [27] Il supremo organo amministrativo non ha mancato di rilevare l’importanza di “portare a termine le previsioni della l. n. 124 a seguito della sentenza della Corte”, anche “per non far perdere slancio riformatore all’intero disegno: i decreti legislativi interessati dalla sentenza costituiscono, infatti, non soltanto misure di grande rilievo di per sé, ma anche elementi di una riforma complessiva, che risulterebbe meno incisiva se limitata ad alcuni settori” (v. parere Cons. Stato n. 83/2017, in www.giustizia-amministrativa.it). [28] Assai diversa era stata la prima versione del decreto legislativo, in cui si discorreva di “obbligo” per le società di optare per l’amministratore unico, obbligo poi mutato in una più rassicurante “normalità” durante i lavori di stesura del testo definitivo. [29] «I consigli di amministrazione delle società di cui al comma 1 devono essere composti da non più di tre membri. È comunque consentita la nomina di un amministratore unico» (art. 4, comma 4, d.l. 95/2012). «Fermo restando quanto diversamente previsto da specifiche disposizioni di legge e fatta salva la facoltà di nomina di un amministratore unico, i consigli di amministrazione delle altre società a totale partecipazione pubblica, diretta o indiretta, devono essere composti da tre o da cinque membri, tenendo conto della rilevanza e della complessità delle attività svolte» (art. 4, comma 5, d.l. 95/2012, come modificato con l’art. 16, comma 1, lett. b), d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla l. 11 agosto 2014, n. 114). D’altronde, già con la legge finanziaria 2007 si era previsto, oltre al generico richiamo a un emanando «atto di indirizzo volto, ove necessario, al contenimento del numero dei componenti dei consigli di amministrazione delle società non quotate partecipate dal Ministero dell’economia e delle finanze e rispettive società controllate e collegate, al fine di rendere la composizione dei predetti consigli coerente con l’oggetto sociale delle società» (art. 1, comma 465, l. 27 dicembre 2006, n. 296), che «il numero complessivo di componenti del consiglio di amministrazione delle società partecipate totalmente anche in via indiretta da enti locali, non può essere superiore a tre, ovvero a cinque per le società con capitale, interamente versato, pari o superiore all’importo che sarà determinato con decreto», e che nelle società miste il numero massimo di componenti del consiglio di amministrazione designati dai soci pubblici locali comprendendo nel numero anche quelli eventualmente designati dalle regioni non può essere superiore a cinque (art. 1, comma 729, l. 296/2006). [30] A tal riguardo, viene altresì precisato (art. 14, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo) che il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro delegato per la semplificazione e la pubblica amministrazione e con il Ministro dell’economia e delle finanze, volto a disciplinare le modalità di trasmissione dell’elenco del personale eccedente, debba essere adottato previa intesa in Conferenza unificata ai sensi dell’art. 9 d.lgs. 28.8.1997, n. 281.   - >>>>>

Renzi divorzia dal PD. Fanelli e Facciolla :”Restiamo nel partito”. Greco: “La sinistra non esiste”.

DI GIOVANNI MINICOZZI L’intesa tra il Partito democratico e il M5s ha lasciato l’amaro in bocca a diversi dirigenti e militanti dei due partiti da sempre collocati in posizioni contrapposte. Nel passato se le son date di santa ragione,  a volte travalicando anche il sacrosanto diritto di critica giustificato dalle veementi campagne elettorali. Nonostante l’accordo, in procinto di estendersi a tutte le regioni , che ha dato vita al governo Conte due i mal di pancia restano come nel caso del capogruppo alla Regione dei pentastellati Andrea Greco.: “Non bisogna nascondersi dietro un dito,  il Partito democratico è stato l’acerrimo nemico del M5s soprattutto durante la scorsa legislatura-ha dichiarato Greco. Al  momento la cosa su cui mi sto concentrando  è che bisogna assolutamente rimettere al centro i  temi, bisogna rimettere al centro le soluzioni per i cittadini molisani. Sono contento del fatto che all’interno di questo nuovo esecutivo ci siano ministri,  sottosegretari ,vice ministri che sono a noi vicinissimi per cui è con loro che cercheremo di portare le soluzioni per i cittadini molisani”. – Antonio Federico è rimasto un po’ deluso però! “Antonio è sicuramente una grandissima forza che abbiamo  all’interno del movimento. Io sono convinto che darà il suo contributo anche dai banchi della Camera così   come ha sempre  fatto e non  si tirerà indietro. È chiaro che la sua figura  poteva essere spendibile però sappiamo anche che né Antonio né tutti noi ce la prendiamo in questo senso, perché io non vedo una mancanza di considerazione per il Molise. La considerazione per il Molise  dovrà esserci e ci sarà da parte di tutti i sottosegretari e di tutti i ministri. Su questo sono sicuro che l’appoggio non mancherà”. – L’intesa  Pd  e  M5s potrebbe estendersi anche alle realtà locali, alle regioni,  ai comuni. Nel Molise cosa cambierà con questo accordo ? “In Molise  ci sono delle persone che si sono appropriate dei vessiili  della sinistra,  dei simboli della sinistra. Purtroppo la sinistra  per come la conosciamo storicamente in Molise non esiste. Esiste solo un blocco di potere che si sposta da destra a sinistra, quindi oggi parlare di accordi con quel blocco di potere significherebbe consegnare la Regione nelle mani di chi l’amministra da sempre, il M5s la Regione la vuole riconsegnare ai cittadini molisani e a nessun blocco di potere” – ha concluso Andrea Greco. Intanto Matteo Renzi ha deciso di lasciare il Pd per dare vita a un suo movimento politico ma non tutti gli ex renziani lo seguono. ” È  un errore, come ogni divisione,  per il Partito e per il paese. Sono e resto nel Pd – così Michela Fanelli ha  commentati la decisione di Matteo Renzi di abbandonare il Partito. Lascia sconcertati i nostri elettori – ha osservato – a cui la nuova frase politica di governo sta offrendo motivi di rinnovato e vero ottimismo. Lavoriamo affinché non prevalgano nel Partito verso l’esterno massimalismi. Lavoriamo affinché l’entusiasmo innovativo di una stagione passata, di cui Renzi è stato uno dei protagonisti , si possa rinnovare ed evolvere per ricostruire un’Italia nuova,  diversa,  solidale e moderna” ha concluso Fanelli ‘ . Lapidario  Vittorino Facciolla: “Resto segretario del PD” ha dichiarato. Ora tutti attendono le eventuali ricadute sulla stabilità del governo appena nato per effetto della scelta di Matteo Renzi che, comunque, ha sparigliato le carte nell’attuale maggioranza. Inviato da smartphone Samsung Galaxy.   - >>>>>

Cooperative di Comunità: presentata la proposta del Partito Democratico

Uno strumento per aiutare davvero chi vuole trasferirsi e chi già vive e resiste nei piccoli borghi, sostenendo non solo i..

Trenitalia, tra disservizi e debiti regionali. La denuncia del Movimento 5 Stelle

O si cambia strada nei rapporti con Trenitalia, o si cambia gestore. E’ questo in sintesi il messaggio che i consiglieri..

Campobasso, era ai domiciliari a spacciare: arrestata una donna

Sorpresa di nuovo a spacciare, mentre era agli arresti domiciliari, la donna che qualche giorno fa era stata arrestata perché aveva trasformato un bad and breakfast nel suo personale punto vendita della droga.  Coinvolta in diverse indagini e nota alle forze di polizia, la donna di Campobasso è stata sorpresa nel primo pomeriggio mentre consegnava alcune dosi a un paio di assuntori. Tutto questo in pieno giorno in via Quircio, una traversa di via Monforte, zona di edilizia popolare nel quartiere a ridosso di Fontanavecchia.  Le auto della Polizia non sono passate inosservate e, sotto un temporale scrosciante, gli agenti hanno prima bloccato e poi perquisito la spacciatrice.  Dalle notizie apprese, gli agenti della squadra Volante del capoluogo hanno trovato in casa della indagata alcune migliaia di euro in contanti.  Le dosi sequestrate, alcuni grammi di droga, sarebbero crak. Un mix ottenuto da cocaina e alcune sostanze chimiche.  Qualche settimana fa, la donna era stata scoperta a vendere cocaina ed eroina in una bed and breakfast di via Garibaldi. Nella camera riceveva clienti e spacciava. Oggi pomeriggio i tre sono stati portati in questura a Campobasso. La donna, che era a casa agli arresti domiciliari, è stata arrestata.    - >>>>>

Rissa al terminal degli autobus, due stranieri denunciati dalla Polizia

Lunedì sera è arrivata una segnalazione alla Sala Operativa della Questura per una rissa in atto tra numerose persone presso il..

Isernia. Soste a pagamento, esposti del comitato e dei 5 Stelle sotto la lente della Procura

Cittadini, rappresentanti di partito, sindacati e associazioni si sono dati appuntamento davanti al palazzo di giustizia per un sit-in organizzato ancora..

Isernia. Carenza di sangue negli ospedali molisani, appello dell’Avis ai donatori

In percentuale il Molise è la regione che vanta il maggior numero di donatori. Ma in alcuni periodi può accadere che..

Disagi trasporti verso Val di Sangro, convocato incontro l’11 settembre

In centinaia, da diversi centri del Molise, ogni giorno viaggiano verso il nucleo industriale di Atessa Val Di Sangro. Da tempo,..

Lo sport annulla le differenze, a Termoli la quinta edizione del mondiale antirazzista

I temi dell’accoglienza, dell’inclusione, del superamento di ogni indifferenza e stereotipo culturale e sociale sono stati al centro della quinta edizione..




Il Giornale del Molise - reg. Tribunale di Campobasso n. 269 del 11/10/2001- Editoria: Editoria Innovazioni Sviluppo srl - via San Giovanni in Golfo ZI - P.IVA 01576640708
Editorialista: Pasquale Di Bello - Direttore responsabile: Manuela Petescia

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