Il centrodestra sconfitto dalla debolezza della sinistra

di Angelo Persichilli   La vittoria ha cento padri mentre le sconfitte sono sempre orfane. È vero, ma è giusto addossare tutta la colpa della sconfitta elettorale agli esponenti del centro destra molisano? Indubbiamente qualche responsabilità ce l’hanno a cominciare dalla scelta della candidata, ma questo errore, se di errore si tratta, non spiega in modo convincente le cause della sconfitta. Potrebbe sembrare strano ma credo che il centro destra sia stato sconfitto a Campobasso soprattutto dalla debolezza della sinistra molisana. Premetto che conosco nessuno dei due candidati a sindaco per il ballottaggio di Campobasso. Aggiungo anche che il candidato di Cinque Stelle, Roberto Gravina, in base ai colloqui telefonici che ho avuto con molti amici durante la campagna elettorale, è quello che ha riscosso molte più simpatie e apprezzamenti positivi da avversari e anche da qualche sostenitore di Maria Domenica D’Alessandro. Più di qualcuno, dopo il voto, mi ha detto che i risultati elettorali di Campobasso sono la vittoria del popolo contro il potere dei partiti. “I campobassani – mi hanno detto alcuni amici – hanno votato per la prima volta per il candidato migliore e non per quello indicato dai partiti”. Può darsi e mi piacerebbe crederlo ma, anche riconoscendo le capacità di Gravina, a mio avviso il centro destra ha perso in quanto non aveva di fronte il candidato tradizionale, cioè quello di sinistra. Non occorreva essere un Pico della Mirandola per capire subito dopo il primo voto, che i Cinque Stelle avrebbero vinto il ballottaggio. La candidata del centrodestra non aveva infatti spazio per la crescita: aveva già fatto il pieno a destra e già ottenuto tutti i voti racimolabili al centro. Gli unici voti disponibili erano quelli della sinistra e si sapeva benissimo che questi voti sarebbero andati a Gravina. Se mai, l’unico interrogativo era se tale voto fosse rimasto a casa in modo consistente da impedire la rimonta. Fare processi sulla consistenza elettorale dei partiti, dei loro leader e della validità delle rispettive tattiche elettorali senza tenere conto di questo fattore è fuorviante e, in qualche caso, strumentale. Le elezioni di Campobasso sono state atipiche rispetto a tutte le altre. In tutti i comuni dove si è andati al ballottaggio la sfida è stata tra il centrodestra e il centro sinistra, ad eccezione di Ascoli Piceno, Avellino, Biella e, ovviamente, a Campobasso. Ma anche ad Ascoli, Avellino e Biella l’avversario del centrodestra era una lista civica di sinistra mentre solo a Campobasso c’è stato lo scontro diretto tra Lega e Cinque Stelle, con la sinistra rimasta fuori. Se il ballottaggio si fosse disputato tra un candidato del centro destra e uno del centro sinistra, il risultato sarebbe stato diverso e certamente non così scontato in quanto l’elettorato dei Cinque Stelle non avrebbe votato compatto per nessuno dei due schieramenti. Fare processi quindi ai leader del centro destra ritenendoli unici responsabili della sconfitta non mi sembra completamente corretto, se non per la scelta del candidato ritenuta inadeguata un po’ da tutti. Se c’è stata anomalia elettorale a Campobasso rispetto al resto dell’Italia questa non ha riguardato in modo significante né la Lega, né i Cinque Stelle, ma la dirigenza del Partito Democratico alla deriva. Certo, nemmeno nel resto dell’Italia la cura-Zingaretti, se di cura si può parlare, non ancora mostra i suoi effetti, ma gli elementi politici più rilevanti emersi dal voto di Campobasso sono stati l’assenza del candidato della sinistra nel ballottaggio e, nello stesso tempo, anche la rilevanza del voto di sinistra per la scelta del sindaco del capoluogo. Da questo ultimo elemento viene fuori comunque una considerazione molto importante a livello nazionale e che dovrebbe far riflettere i leader del Cinque Stelle, dello stesso Partito Democratico e anche della Lega. Il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi sta insistendo molto su Salvini per cambiare direzione e cioè puntare sui partiti del centrodestra (Lega-Forza Italia-Fratelli d’Italia) e allontanarsi dalla Lega. Credo che Salvini, considerando i risultati di Campobasso, considerando anche che nel Molise Forza Italia ha sempre avuto buoni risultati, faccia bene a non prestargli ascolto e chiarire i rapporti con i Cinque Stelle. Di Maio, da parte sua, deve capire che non può tenere il piede in due scarpe continuando a sostenere il governo e, nello stesso tempo, fare opposizione. La sua vittoria a Campobasso è stata frutto di elementi che non sono trasferibili a livello nazionale (sinistra fuori e candidato della destra molto debole) e quindi è il momento di fare chiarezza. E questo sposta l’attenzione sul PD di Zingaretti. Quest’ultimo, a meno di capacità taumaturgiche che ancora non vedo, deve capire che il PD non ha la capacità di formare da solo il prossimo governo italiano e quindi ha bisogno di un alleato. A meno che la sua massima aspirazione non sia quello di fare il leader dell’opposizione ed escludendo, per ovvie ragioni, Forza Italia e la Lega come alleati, Zingaretti dovrebbe puntare su Cinque Stelle. Ma questo pone un’altra domanda: qual è la forza di Matteo Renzi nel nuovo PD? In altre parole, il Partito Democratico è veramente unito o si tratta solamente dell’elezione di un nuovo leader da rottamare alla prima occasione? Sarebbe assurdo ma, d’altra parte, non sembrava assurdo solo qualche anno fa pensare a un ballottaggio tra Lega e Cinque Stelle? Ormai in politica non si fanno più analisi o previsioni, ma si accettano scommesse. E allora facciamo il nostro gioco.   - >>>>>

Io amo Campobasso, amore disinteressato?

Di ADELE FRARACCI Le idee è giustissimo che non siano mai in vendita, ma in politica si deve declinare sul terreno secondo principio di realtà. Sicché il principio di realtà, per una “forza” come Iac, c’è stato, ma è risultato piuttosto confuso o quantomeno non coerentemente comunicato. Chi muove le fila di Iac non è sprovveduto, nessuno potrebbe del resto mai pensarlo, dato che il movimento ha tenuto spesso a rimarcare l’alto profilo culturale e professionale di cui è dotato. Dunque è consapevole al punto che ciò che era stato proposto come un bel programma “sogno d’amore corrisposto” a disposizione della città e degli schieramenti politici, si è risolto nella costruzione di una lista elettorale. C’è qualcosa di male? No. Diciamo che in molti, sin dall’inizio, l’avevano in effetti “profetizzato”, vuoi perché a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca ( e del resto che male ci sarebbe stato a comunicarlo subito? ) , vuoi per la coscienza che si ha della città e dei suoi attori di cdx e di csx, e così è infatti avvenuto: è arrivata la lista! Essa non poteva che lavorare al superamento della soglia di sbarramento e confidare nella possibilità di “pizzicare” una poltrona, quella per il candidato sindaco. Ma ora? Ora e qui Iac sul ballottaggio sostiene: nessun apparentamento ufficiale e “pronti via” alla libertà di voto per i suoi simpatizzanti. Diciamocelo, cerca di drenare quello che è difficile drenare: il voto di gran parte dei suoi sostenitori al m5stelle. Malauguratamente per Iac se il m5 stelle dovesse vincere, Iac morirebbe consunto di mal d’amore per se stesso e per la poltrona. Se il cdx malauguratamente per i Campobassani dovesse vincere, Iac avrebbe il suo posto al sole in città, all’opposizione o casomai anche un ruolo da attore- satellite dei “Tarallucci e Niro”. Alcuni in città sospettano proprio su quest’ultimo punto. Sia legittimo o meno il sospetto, da dove esso deriva? L’avv. Liberanome ha un suo pregresso con Niro, si è candidata alle elezioni regionali proprio con lui. E non parliamo di tanto tempo fa, ma solo dell’anno scorso, quando il cdx ha vinto in regione anche grazie all’apporto della Lega salviniana. L’invito alla libertà è solo l’ultimo “tocco” del percorso di Iac, più che mai confuso; ci si gioca il tutto per tutto, lanciando finanche la carta “dell’uno vale l’altro”, la lega vale il m5 stelle qui a Cb, dimenticando che se è vero che da Roma, dato il contratto giallo -verde, Gravina potrebbe essere “raggiunto e eterodiretto”, la D’Alessandro potrebbe risultare eterodiretta non solo da Roma, ma anche da Isernia, Venafro e Baranello messi assieme. Aspetto quest’ultimo che, fuor da “geopolitica” da stradario, frane e fossi inclusi, autostrada esclusa, a molti appare così : il sistema dei soliti noti. Per Iac rappresenterebbe il ponte per arrivare però a destinazione: il progetto di conquistare una poltrona in Consiglio per continuare la propria attività. Il 9 si saprà se il progetto, prima del programma, ci sarà con amore o anche senza, per amore e anche senza.   - >>>>>

Voto corretto a Campobasso, Maria Guia Federico assolve se stessa e il Comune. Il giallo sul tavolo di Salvini.

di GIOVANNI MINICOZZI La Prefettura di Campobasso insiste e attraverso una lunghissima nota ribadisce la sua estraneità circa la modifica del risultato elettorale espresso dai cittadini di Campobasso. Nel sottolineare la circostanza che la modulistica viene fornita direttamente dal Ministero dell’interno la stessa Prefettura ha precisato che la comunicazione dei dati e la successiva rettifica sono stati curati dal comune di Campobasso e che tale precisazione non rappresenta un di scarico di responsabilità in danno dell’ente comunale ma esclusivamente la specificazione delle rispettive competenze nel procedimento elettorale. Dunque tutti assolti e nessuno è responsabile del gravissimo fatto di aver corretto e modificato, al termine dello spoglio, la volontà degli elettori. Nessuna colpa per aver violato il sacrosanto principio della libertà di voto sancito dalla Costituzione. La Prefettura di Campobasso, invece, avrebbe dovuto rispondere a una sola domanda: Chi e perché ha modificato il risultato elettorale liberamente espresso dai cittadini? Preso atto che l’organo preposto, ovvero la Prefettura di Campobasso, chiederemo lumi al Ministero dell’interno confidando in una risposta che dia certezza alla libera espressione del voto da parte dei cittadini. Ma non finisce qui poiché la nota della Prefettura accusa Telemolise di diffondere strumentalmente informazioni infondate per le quali non sarebbe stata effettuata alcuna verifica presso l’ufficio elettorale provinciale. Niente di più falso poiché le verifiche sono state puntigliosamente effettuate con i Presidenti dei seggi e con l’ufficio elettorale del comune di Campobasso e il riscontro è stato unanime addebitando la correzione del risultato alla inadeguatezza delle tabelle di comunicazione che non consentivano di riportare il voto disgiunto dei candidati sindaci. Che dire poi della presunta contraddizione di Telemolise per aver addebitato l’errore alle tabelle di scrutinio non comprendendo che per tabelle di scrutinio si intendeva l’intera modulistica consegnata ai seggi. Del tutto falsa anche l’accusa di non aver riportato le precisazioni della Prefettura, abbondantemente raccontate nei nostri servizi, il che denota anche la non conoscenza della normativa vigente in materia. Quanto alla presunta strumentalizzazione di Telemolise dovuta, secondo la Prefettura di Campobasso, alla legge per l’editoria segnalata e poi impugnata dal Governo ribadiamo di non aver mai messo in discussione le prerogative di Maria Guia Federico ma solo sottolineato l’evidente disparità per non aver segnalato la legge regionale del 2017 che ha sanato la mancanza dei contributi versati dalle aziende e le finte compensazioni eseguite da società riconducibili allo stesso editore nonostante il parere negativo su tale legge espresso dell’Avvocatura Distrettuale. Due pesi e due misure che non si addicono a chi riveste un ruolo di garanzia e di terzietà . Per tutto il resto, infine, ribadiamo il nostro diritto di critica anche nei confronti di Maria Guia Federico per la sua scarsa attenzione ai problemi della comunità che dovrebbe tutelare quali la sicurezza, l’equità sociale e la dignità delle persone in difficoltà. Non è un caso che la precedente esperienza di Maria Guia Federico al vertice della Prefettura di Catania sia stata etichettata dalla stampa siciliana con un secco “ABISSO DI INCOMPETENZA”.     - >>>>>

Si vince con idee e programmi. Non criminalizzando gli avversari

di Angelo Persichilli Lo confesso, sono molto contento per i risultati delle europee. No, non sono contento per la vittoria di Salvini, perché di vittoria si tratta, ma sono contento per la sconfitta di coloro che hanno trasformato il voto in un referendum su Salvini e sono stati puniti. Hanno cercato di fare di Salvini il capro espiatorio di tutti i problemi italiani per mascherare le loro abissali lacune di carattere politico e sociale che la loro obsoleta ideologia non riesce, e non può, riempire. Sono contento per la sconfitta di coloro che fanno opposizione criminalizzando chi non è d’accordo con loro, sono contento per la sconfitta di coloro che creano problemi surrogati per nascondere quelli veri e mascherare il loro encefalogramma piatto quando si parla di soluzioni. Sono contento per la sconfitta di coloro che usano i problemi della gente per dare ossigeno a ideologie ormai sparite perché perdenti, soprattutto sono contento per la sconfitta delle banderuole che sono state contro l’Europa al momento della creazione e che ora si appropriano del concetto per condannare chi l’Europa l’aveva creata chiamandoli ora demagogicamente ‘sovranisti’. Sono contento per la sconfitta di coloro che predicano giustizia, libertà e democrazia a chi invece questi valori li ha sempre difesi da qualsiasi ideologia che li ha maltrattati. Sono contento per la sconfitta di coloro che sono contro una dittatura dopo avere difeso un’altra solamente di segno opposto. Sono contento per la sconfitta di coloro che accusano Salvini di non essere in grado di risolvere i problemi che essi hanno creato durante la Prima e la Seconda Repubblica, sono contento per la sconfitta di coloro che, a causa della loro incompetenza, sono riusciti a fare diventare la Lega il primo partito d’Italia. Soprattutto sono contento per la sconfitta di coloro che sono riusciti a fare di Salvini l’unico politico che offre forse non soluzioni, ma almeno la speranza che qualcosa cambi. Il nazifascismo e il comunismo hanno insanguinato lo scorso secolo provocando milioni di morti e distruzione. Con loro, per fortuna, abbiamo chiuso. Dobbiamo però evitare che queste due infauste ideologie avvelenino il nuovo secolo attraverso la creazione dei loro opposti e cioè dell’antifascismo e l’anticomunismo. Ricordiamoci, queste due ideologie hanno bisogno l’una dell’altra per giustificare la loro esistenza. Sono pronto a dibattere sul programma dell’attuale governo, sul quale la giuria sta ancora deliberando. Sono pronto a votare contro questo governo a due condizioni: il programma proposto non è valido e, secondo, se c’è a disposizione un programma alternativo serio, credibile e sostenibile. Di certo non voterò contro questo governo perché qualcuno mi dice che Salvini è fascista e razzista in quanto egli non lo è! Se questo fosse vero si dovrebbe concludere che circa la metà degli italiani sia fascista e razzista e noi tutti sappiamo che non è vero. L’italiano è invece preoccupato per il vuoto politico e sociale al vertice del Paese. L’Italiano è preoccupato non perché sia contro gli immigrati o razzista, ma è preoccupato per il modo irresponsabile con cui si vogliono amalgamare popoli e culture come fossero ingredienti per un cocktail e non persone che hanno secoli di storia, cultura e abitudini diverse. Per fare questo in modo serio ci vuole tempo. Lo dico in quanto ho vissuto questa esperienza in prima persona, una esperienza esaltante dove ognuno ha fatto la sua parte senza imposizioni ma con una programmazione sociale e economica che ha consentito l’integrazione senza assimilazione. Ha privilegiato il rispetto reciproco sull’imposizione, ha usato la persuasione invece delle scomuniche vaticane, ha tenuto ben distinto il programma di immigrazione da quello dei rifugiati e, soprattutto, nel secondo caso, ha cercato di aiutare chi ha chiesto aiuto ma, nello stesso tempo, di individuare le cause di queste fughe di massa, dei genocidi, e aumentare gli aiuti ai Paesi del Terzo Mondo. Non tutto è perfetto, sia ben chiaro, ma occorre guardare anche alle cause delle fughe di massa e non solo l’isterica richiesta di aprire i porti (non so poi perché solo quelli italiani) per poi far dormire i rifugiati sotto i ponti o in centri finanziati dagli italiani e dove i maggiori beneficiari sono le organizzazioni mafiose. No, non sono contento per la vittoria di Salvini, ma sono contento per la sconfitta dei media nazionali. Sono i principali sconfitti avendo queste elezioni confermato, ma si sapeva da tempo, che non li ascolta più nessuno. Soprattutto nel periodo pre-elettorale hanno descritto una Italia allo sfascio, economicamente e moralmente in bancarotta vittima del ‘fascista’ Salvini. Gli italiani, ma soprattutto gli europei, li hanno smentiti. In Francia la LePen ha sconfitto Macron, in Inghilterra ha vinto il partito della Brexit (a proposito, nessuno li chiama ‘sovranisti’ o populisti), in Germania la formazione del nuovo governo è problematica e sarà più traballante di un tavolo a tre gambe, nell’Est le destre si sono rafforzate. L’unico Paese dove l’europeismo incondizionato ha trionfato è stata la Spagna in quanto, come ha detto più volte durante la campagna elettorale il primo ministro socialista Pedro Sánchez, sono stati gli aiuti dell’Europa a salvare il Paese dalla crisi economica. Nemmeno la Grecia ha votato per questa Europa e la destra ha sconfitto il socialista Tsipras. Non vi fate infatti ingannare dagli aiuti europei ad Atene. Gli aiuti giunti dell’Europa, e in modo consistente dall’Italia, sono serviti soprattutto per saldare il debito della Grecia con le banche tedesche, come richiesto dalla Markle, non per aiutare gli operai greci. Ma tutto questo non lo troverete sulla stampa italiana (forse solo su Il Fatto di Travaglio). I grandi dibattiti sono sul ‘fascista’ Salvini. No, non sono contento dell’avanzata delle destre in Europa, sono contento invece della sconfitta di chi chiude gli occhi di fronte ai veri problemi che affliggono gli elettori. È Salvini la risposta a queste preoccupazioni? Non lo so, ma dico grazie a Salvini e anche a Di Maio che hanno riempito, spero temporaneamente, un pericoloso vuoto di potere che avrebbe potuto partorire iniziative veramente pericolose. Spero che gli oppositori di Salvini capiscano che non andranno mai al governo cercando di convincere l’elettorato che Salvini sia fascista o razzista; per andare al governo occorre un programma economico e sociale che, è ovvio, ancora non hanno. E quando lo troveranno e andranno al potere, saranno loro stessi a fare cadere il loro stesso governo.   - >>>>>

Stampa e regime, l’Europa bacchetta l’Italia: libertà d’informazione a rischio. Tv e giornali del Molise in crisi profonda

di GIOVANNI MINICOZZI Non può passare sotto silenzio la giornata mondiale dedicata alla libertà d’informazione nel suo 27esimo anniversario. Il primo pensiero va ai Paesi con regime totalitario dove le notizie devono passare al vaglio del regime di turno prima di essere diffuse e dove i giornalisti o si allineano al potere o vengono perseguitati. Sono ancora tante, troppe le nazioni governate con regime autarchico e sono sono ancora tanti, troppi, i giornalisti che rischiano la vita o la galera solo perché provano a raccontare la verità. In certi dannati luoghi non esiste la democrazia, non esiste la libertà di stampa, non esiste il diritto dei cittadini a essere informati. In Italia non stiamo a quei livelli ma la libertà di stampa, in molti casi resta un’utopia. Spesso i poteri forti (soprattutto quello economico e quello politico-istituzionale) cercano di reprimere in tutti i modi possibili il diritto dei cittadini garantito dalla Costituzione a essere informati. In alcuni casi sono gli stessi poteri forti a diffondere un’informazione inquinata e falsa attraverso propri organi di stampa creati ad arte e finanziati con fondi pubblici con l’unico scopo di raggiungere i loro obiettivi, non sempre leciti, di natura economica o politica-elettorale. Si tratta dunque di imprenditori o politici travestiti da editori che però editori non sono. Costoro sono arrivati al punto di formare delle lobby e sono riusciti a condizionare anche il Parlamento che recentemente ha deciso di finanziare con soldi pubblici solo i grandi gruppi, escludendo di fatto gli editori puri che operano nelle piccole regione. Sempre in Italia lavorano tanti giornalisti sotto scorta minacciati dalle mafie per aver osato raccontare i loro vergognosi malaffari commessi in alcuni casi con la complicità di dirigenti pubblici e politici corrotti. Nel Molise la stampa è tenuta in ostaggio dal potere politico che da anni non eroga alcun finanziamento al settore e che oggi sta attraversando una crisi disperata. A rischio non sono solo decine di posti di lavoro ma anche il diritto dei molisani ad essere informati. Il governo regionale continua a promettere tutto a tutti ma concretamente non si muove foglia e le testate rischiano la chiusura. Si ha l’ìimpressione che ad alcuni esponenti politici dia fastidio la presenza di una stampa davvero libera da ogni condizionamento. Infine sul tema è intervenuto anche il Consiglio d’Europa che ha richiamato il Governo e le istituzioni italiane a non condizionare la stampa e a non imbavagliare i giornalisti attraverso la riduzione o il blocco delle risorse pubbliche. Un richiamo forte che l’Italia dovrà prima o poi rispettare.   - >>>>>

La sinistra ricominci…da tre: Berlinguer, Moro e Pertini

di Angelo Persichilli Quando si dice che “destra” e “sinistra” non esistono più, si dice una mezza verità. Certo, la caduta dell’Unione Sovietica ha infatti smorzato la veemente contrapposizione ideologica che ha caratterizzato il XX Secolo, ma nella mente di qualcuno il fascismo e il comunismo esistono ancora. Questi nostalgici sono, per ora, emarginati e raggruppati nella cosiddetta “estrema destra” o “estrema sinistra”. Ma, per farli rimanere emarginati, si dovrebbe tornare ai parametri ideologici tradizionali precedenti al 1921, cioè precedenti al Congresso di Livorno, che sancì la nascita del Partito Comunista, e alla marcia su Roma, l’anno successivo, con la nascita del fascismo. Non bisogna dimenticare che prima di questi due eventi, Antonio Gramsci e Benito Mussolini militavano nello stesso partito, cioè quello socialista, e che il futuro dittatore fascista fu uno dei primi direttori dell’Avanti! A separarli furono le divergenze sulla Prima Guerra Mondiale, cementate poi dalle successive decisioni di diventare seguaci di due criminali: il primo di Stalin, il secondo di Hitler. Bisogna ora agire in fretta per bloccare questi rigurgiti fascisti e comunisti che aleggiano sull’Italia e riproporre invece i valori originali della destra e la sinistra. Per intenderci, quella destra attenta alla produttività senza trascurare il benessere sociale del cittadino, e una sinistra più sensibile alle necessità sociali dell’individuo, senza trascurare la necessità aziendale di produrre. Visioni queste che, come si vede, differiscono nella prioritizzazione degli stessi elementi, cioè produttività e giustizia sociale, ma sempre nel rispetto della democrazia e della libertà dell’avversario. Certo, oggigiorno vi sono anche altri elementi a livello internazionale che sviano il dibattito su altri temi. C’è il fanatismo religioso, lo sviluppo rapido della tecnologia che abbatte barriere culturali e geografiche e vi sono osmosi demografiche, conseguenza di mancanza di nuovi equilibri e vuoto politico mondiali, che provocano genocidi e straformato il concetto tradizionale di immigrazione-emigrazione. In un contesto simile stanno cercando di risorgere antiche ideologie come il fascismo e comunismo. Non è un caso che nelle strade si vedono sempre più spesso sfilate con pugni chiusi e mani alzate. L’estrema destra cerca di ridarsi un ruolo soffiando sul fuoco razziale e razzista, mentre l’estrema sinistra cerca di esasperare tali confronti per riproporsi come elemento portatore di giustizia sociale e democrazia in nome del comunismo (riproponendo l’ossimoro togliattiano che voleva l’Italia libera sotto la guida di Stalin). Questi estremismi, di destra e di sinistra, non hanno alcuna possibilità di successo avendo la storia espresso un giudizio negativo chiaro e irrevocabile sui loro programmi fasulli e criminali. Essi comunque possono trovare temporaneamente spazio a causa di un vuoto politico pericoloso che sta minacciando non solo l’Italia, ma l’Europa e molte Paesi in tutti i continenti, incluso gli Stati Uniti. Ma rimaniamo in Italia: esistono la destra e la sinistra tradizionale? Purtroppo di tradizionale in Italia ora non esiste nemmeno il Colosseo. C’è un governo formato da un partito di destra (la Lega) alleato di un partito (5Stelle) rappresentante un elettorato di destra e di sinistra. Esiste una opposizione di pseudo-sinistra formata dai rimasugli dei vecchi partiti della Prima Repubblica (il PD) che gridano tanto ma ancora non ci spiegano perché; c’è un partito di destra, Forza Italia, il cui leader ha fatto la fine del Milan, vive di ricordi; infine c’è Fratelli d’Italia che sta una volta al governo e una volta all’opposizione. Questo consente a un partito dei destra, appunto la Lega, di dominare lo scacchiere politico italiano anche senza una maggioranza di voti in quanto intorno a lei c’è un pericoloso vuoto ideologico e organizzativo. In Italia oggi c’è necessità di un vero partito di sinistra, una sinistra socialista per intenderci, per poter riportare l’Italia in un contesto democratico occidentale dove vige l’alternanza tra un partito di destra e uno di sinistra. Disse una volta Churchill che se un ventenne vota Conservatore è senza cuore, mentre se un quarantenne vota per i Laburisti è senza cervello. Il grande Winston era molto caustico nelle sue battute ma, con quelle esagerazioni, riusciva a rendere l’idea. Nelle grandi democrazie funziona comunque più o meno così: la destra va al governo quando l’elettorato è stanco della sinistra spendacciona che aumenta le tasse per finanziare programmi sociali, e poi vota contro la destra quando, sistemati i conti e ottenuta la riduzione delle tasse, richiama al governo la sinistra per bilanciare i programmi sociali cancellati. Certo, il discorso è un po’ semplificato ma rende l’idea. In Italia c’è ora una democrazia monca. C’è infatti una destra al governo ma non c’è una alternativa di sinistra. È importante che la componente socialista-democristiana, si riorganizzi al più presto per due ragioni: primo, per offrire agli italiani una alternativa valida al presente governo; secondo, per evitare che le estreme di destra e sinistra, quelle che ripropongono il comunismo parlando di antifascismo, oppure il fascismo parlando di anticomunismo, riescano a riorganizzarsi portando l’Italia nel baratro sociale. La nuova sinistra potrebbe ricominciare da…tre: Berlinguer, Moro e Pertini.   - >>>>>

Elezioni tra promesse indecenti e stampa silente. Partita la caccia a gettoni e prebende nel Molise dei poveri e dei disoccupati

di GIOVANNI MINICOZZI È tempo di campagna elettorale per le amministrative e per le europee. È tempo di cambi di casacca per taluni soggetti più consoni alla transumanza bovina che alle Istituzioni. Strani soggetti che si autodefiniscono “competenti” sui manifesti con foto in bella evidenza ma senza simbolo di partito poiché non sanno ancora dove collocarsi per cercare di mantenere lo scranno da mille – mille e duecento euro al mese nei consigli comunali delle città più grandi. È tempo di pacche sulle spalle, di saluti ossequiosi e di caffè offerti al bar. È tempo delle illusioni di trovare un lavoro attraverso le promesse elettorali.  È tempo per qualcuno, giovane o post-giovane senza lavoro, di impegnarsi direttamente in una candidatura nella speranza del gettone di presenza da consigliere comunale oppure, per i sognatori, dello stipendio da assessore. È tempo della presa in giro per gli elettori in buona fede che ancora credono nelle favole delle promesse elettorali. Tutto come sempre, niente di  nuovo sotto il sole di maggio. Sarebbe questo, invece, il tempo di aprire gli occhi e guardare in faccia alla drammatica realtà del Molise con migliaia di disoccupati disseminati su tutto il territorio, da Venafro a Campobasso e da Campobasso a Termoli. Disoccupati di lunga durata e giovani laureati che non hanno nessuna speranza di essere inseriti in un mondo produttivo che non c’è più.  Sarebbe questo il tempo di osservare con attenzione, per cercare rimedi con azioni adeguate, il dramma dello spopolamento in atto nell’intera regione e in particolare nei comuni delle aree interne destinati a scomparire nell’arco di qualche decennio sotto lo sguardo ignavo e letargico della politica. Già la politica! Oggi è diventata l’unica attività redditizia che inganna e ignora i giovani. Essa dispone di lauti stipendi, incarichi, consulenze, co. co. co. e prebende varie elargite in base alla capacità di raccogliere voti da parte del beneficiato di turno. A volte nei Palazzi che contano si intrecciano morbose passioni amorose (stile Paolo e Francesca raccontati dal Sommo Poeta) nonché privilegi e presunti perversi conflitti di interessi pagati con i soldi pubblici. Tutti sanno ma tutti tacciono. Nel Molise del silenzio omertoso guai a chi parla, stampa compresa. Questa è una Regione nella quale la libertà di stampa non esiste o, comunque, i media non svolgono il ruolo che gli è stato assegnato dalla Costituzione, cioè quello di essere il cane da guardia della democrazia e della legalità. In questa Regione siamo giunti al paradosso che è la politica a controllare i giornalisti (non tutti per fortuna) e non viceversa. Per i pochi che denunciano, o che cercano la notizia non ovattata dei comunicati autocelebrativi, scatta il ricatto della politica e, in alcuni casi, scattano anche le inchieste giudiziarie ma non sui misfatti denunciati. In questa Regione esistono anche giornalisti in attività, regolarmente iscritti all’ordine, che percepiscono loro stessi prebende dai poteri forti nei confronti dei quali, ovviamente, tacciono o riportano solo veline ovattate e impreziosite di menzogne. Ma tant’è!  In questa Regione la stampa libera, che dovrebbe esercitare il sacrosanto diritto – dovere di critica nei confronti di chi gestisce il potere, non esiste. La libertà di stampa è solo un sogno per alcuni giornalisti e un incubo per la politica di infimo livello. In tale contesto il Molise è destinato a scomparire, quindi o si sceglie una classe politica adeguata o si muore. Spetta a noi elettori invertire la rotta, usando bene la matita nella cabina elettorale, dando fiducia ai candidati capaci, coerenti, onesti e scevri da conflitti di interessi …..se ancora esistono.   - >>>>>

Contratto di sviluppo del Molise, il premier Giuseppe Conte e la ‘sfilata’dei big nostrani

di GIOVANNI MINICOZZI Al di là delle legittime e diversificate ideologie politiche va riconosciuto al premier Giuseppe Conte impegno e determinazione nel tentare di risollevare le storiche difficoltà economiche, produttive e infrastrutturali del Mezzogiorno d’Italia e del disastrato Molise.  Fino ad ora, infatti, non si era mai visto un Presidente del Consiglio dei Ministri visitare una piccola Regione per ben due volte a distanza di due mesi. Sarà la vicinanza del suo paese natale, Volturara Appia ai confini con il Molise, sarà il suo essere meridionale e meridionalista convinto ma Conte a differenza di tanti altri Premier sta dimostrando di voler investire nel sud per invertire la rotta di un atavico sottosviluppo che nei decenni trascorsi tra sprechi, corruzione e mafie ha alimentato solo emigrazione, povertà e disperazione.  Per riuscire nell’intento però è necessaria una vera e propria “rivoluzione culturale” che deve coinvolgere tutta la classe dirigente e in particolare le Istituzioni, la politica, le organizzazioni datorili e sindacali.  Un qualsiasi progetto di sviluppo non può decollare in un contesto di clientelismo esasperato, incapacità, conflitto di interessi ne’ dove il principio della meritocrazia viene messo sotto i piedi. In mancanza di un diverso atteggiamento da parte di tutti gli attori politici, sociali e Istituzionali Giuseppe Conte da solo non ce la farebbe a invertire la rotta di un Molise senza infrastrutture, senza lavoro e senza sanità. Bene ha fatto il Premier a sottolineare tutte le carenze della Regione e a mettere in evidenza il ruolo importante dei Commissari ad Acta che, dopo dieci anni di gestione delka sanità affidata ai governatori, hanno il compito di garantire un’assistenza adeguata ai cittadini. Non servono a niente e a nessuno le rivendicazioni di “lesa maestà” che a giorni alterni emergono contro Angelo Giustini e Ida Grossi da parte di chi vuole prendere il loro incarico. La politica e le istituzioni devono lasciarli lavorare in tranquillità senza frapporre ostacoli, diffide ingiustificate e sgambetti di vario genere. Allo stesso modo per poter realizzare il contratto di sviluppo serve una classe imprenditoriale capace di investire risorse proprie e di utilizzare contributi pubblici in progetti concreti e con lo sguardo rivolto non solo ai propri profitti ma anche alle ricadute occupazionali e sociali. Sono queste alcune precondizioni indispensabili a far decollare il contratto istituzionale di sviluppo del Molise che, però, deve puntare sul potenziamento delle infrastrutture, sul rilancio dell’occupazione e sulla rinascita delle aree interne, non solo sui borghi antichi e sul turismo. Diversamente tutto resterebbe immutato e, se così fosse, le due visite di Giuseppe Conte e il suo encomiabile impegno verrebbero ricordati come l’ennesima inutile “sfilata” dei big nostrani e la conseguente reiterata presa in giro dei molisani.   - >>>>>

Emergenza Editoria, crisi al buio. Assostampa sollecita la Regione, Toma promette

di GIOVANNI MINICOZZI Si accentua la crisi dell’editoria con alcune aziende che rischiano di chiudere a discapito del pluralismo dell’informazione e del diritto dei cittadini a essere informati. Da alcuni mesi giornalisti, tecnici e personale amministrativo sono senza stipendi e, nella confusione totale, spadroneggia qualche editore che non rispetta le regole contrattuali della categoria e utilizza lavoro nero e malpagato. Negli ultimi giorni però ,l’ordine dei giornalisti e Assostampa Molise hanno incontrato il Presidente della Regione Donato Toma il quale si è impegnato a intervenire tempestivamente per fronteggiare l’emergenza ma al momento non esistono atti concreti. Giuseppe Di Pietro attende con fiducia l’intervento della Regione : ” Il Presidente ha garantito che ieri se non oggi avrebbe presentato un emendamento per eliminare il tetto dei quarantamila euro proprio per chi usufruisce di contributi anche nazionali e per eliminare la Fedeiussione per le testate che percepiscono i soldi due anni dopo la presentazione delle domande. Quindi stiamo aspettando, siamo fiduciosi per questo primo importante passo che permetterebbe di dare una buona sterzata allo sblocco dei fondi pregressi”– ha dichiarato il Presidente di Assostampa. -Avete programmato altri confronti in particolare sulla nuova Legge per l’editoria? “Si, ci siamo riaggiornati a qualche settimana ,fra qualche settimana nel momento in cui la giunta avrà una idea precisa su quello che dovrà essere lo sbocco della nuova contribuzione, dei nuovi aiuti”. – Secondo Assostampa quali dovranno essere i cardini della nuova legge sull’editoria? “Ma lo ripetiamo da sempre e credo che su questo penso che c’è una larga condivisione, almeno così sembra sia stato detto nei nostri incontri, cioè quello di favorire l’occupazione innanzitutto. L’occupazione favorisce la qualità dell’informazione, la strutturazione delle imprese e altri sistemi noi non ne vediamo. Diversamente si andrebbe a finanziare altro, si andrebbero a finanziare altre speculazioni se vogliamo, ma non il lavoro giornalistico che è quello che poi produce l’informazione” ha concluso Giuseppe Di Pietro. Di certo però ogni giorno perso nei meandri della burocrazia regionale accentua il rischio di chiusura per diverse testate sia giornalistiche sia televisive.   - >>>>>

Progetto “Caronte”. La Regione vara un programma per la diagnosi precoce dell’autismo

Un progetto destinato al riconoscimento precoce dell’autismo. E’ quello messo in campo nelle scorse ore dalla Direzione generale della Salute e riguarderà tutti i bambini nell’età compresa tra 0 e 6 anni. Presupposto per conseguire l’obiettivo è la creazione di una rete territoriale che tenga insieme il servizio di Neuropsichiatria infantile, i pediatri di base, i reparti di neonatologia, gli enti locali che gestiscono gli asili nido e l’ufficio scolastico regionale. Oltre al riconoscimento precoce, finalizzato alla definizione diagnostica per un intervento tempestivo,il progetto dell’Asrem mira all’ingresso del Molise nel NIDA, overo del Network Italiano per il riconoscimento precoce dei disturbi dello spettro autistico. Le risorse messe in campo sono pari a 45mila euro ed il coordinamento è stato affidato alla Dott.ssa Alberta De Lisio. I bambini che cadono nella fascia di età presa in considerazione sono, secondo le stime del 2018, pari a 15304 unità, divisi pressoché in maniera uguale tra maschi e femmine, con una leggera prevalenza dei primi. Suggestivo il nome dato al progetto, chiamato Caronte, con evidente riferimento alle pagine della Divina Commedia. Caronte nel senso di traghettatore neutrale che facilita il viaggio attraverso il riconoscimento dei disturbi dello spettro autistico per condurre alla diagnosi precoce. Verranno presi in considerazione le modalità comportamentali del bambino e valutato se e di quanto esse si discostino da quello che è considerato lo standard di riferimento. Fondamentale in questa opera di mnonitoraggio e ricognizione sarà il coinvolgimento dei pediatri e del personale degli asili nido. Verrà creata, a monte del progetto, uno specifico centro presso l’Unità Operativa Semplice di Neuropsichiatria dell’Azienda sanitaria regionale. Il territorio di riferimento del progetto Caronte sarà l’intera Regione Molise.   - >>>>>

Sanità, dalla Regione 250mila euro per rimborsi a trapiantati e affetti da patologie rare

Con la delibera 203 dello scorso 7 giugno, sono stati stanziati dalla Giunta regionale 250mila euro a favore dei soggetti sottoposti a trapianto di organi o affetti da patologie rare. La somma a disposizione si riferisce a tutto l’anno 2019 e, secondo la previsione contenuta nelle leggi regionali 17/2007 e 23/2008, servirà a rimborsare i pazienti che si sono sottoposti ad esami preliminari, interventi di trapianto, tutti i controlli successivi, se non effettuabili in regione, a trattamenti sanitari legati a patologie rare, oppure ad un eventuale espianto da donatore. I costi ammissibili, che dovranno essere tutte documentate e chieste a rimborso all’ASREM entro il termine perentorio di sei mesi dalla fine di ogni trattamento sanitario,riguardano le spese di viaggio e di soggiorno e, nei casi dall’esito infausto,quelle per il trasporto della salma. L’entità del rimboroso è invece stabilita nella misura di 120 euro al giorno per pazienti curati in strutture sanitarie italiane e in 200 euro al giorno per quelli invece curati all’estero. Ai fini dell’assegnazione del contributo si farà riferimento all’indicatore ISSEE. In ogni caso, quest’ultimo non deve superare i 35mila euro all’anno con questa avvertenza: per gli Isee fino a 24mila euro le spese saranno rimborsate al 100%. Nel caso invece questa soglio venga superata il rimborso sarà pari al 50%. Per il trasporto invece della salma è previsto un contributo massimo nella misura di 3000 euro.   - >>>>>

La Caporetto del centrodestra a Campobasso, referendum contro la Giunta regionale. Iorio:”Voltare pagina”.

di GIOVANNI MINICOZZI Il centrodestra con il vento in poppa ha vinto in tutta Italia ma non a Campobasso. Il risultato delle amministrative nel capoluogo di Regione ha premiato Roberto Gravina e la lista del M5s, che hanno stravinto la competizione, e ha determinato la catastrofe elettorale per il centrodestra. Non sarebbe corretto però addebitare la sonora sconfitta solo alla candidata Maria Domenica D’Alessandro che ha fatto quello che poteva in un contesto politicamente sfavorevole, così come non sarebbe corretto individuare i responsabili in alcuni esponenti della maggioranza e della giunta regionale che, secondo alcuni osservatori, avrebbero profuso uno scarso impegno nella tornata elettorale del ballottaggio. Ne’ si può individuare la responsabilità in una parte del Pd e del centrosinistra che hanno votato Roberto Gravina. È molto probabile invece che la luna di miele tra la giunta regionale e i Campobassani sia già finita poiché molti elettori del centrodestra hanno scelto Roberto Gravina. In un anno di governo sono state tante le inadempienze di Palazzo Vitale fino al punto di far rimpiangere Paolo Frattura con il quale la giunta di centrodestra ha dimostrato totale continuità sia nell’assetto organizzativo sia nelle strategie politiche condite, peraltro, da atteggiamenti arroganti e, a volte, imbarazzanti. L’ex governatore Michele Iorio chiede, senza peli sulla lingua, di voltare pagina per tentare di recuperare la fiducia dei molisani: “Quando c’è un risultato così chiaro, direi eclatante’ come quello di Campobasso bisogna prendere atto che c’è stata una sconfitta del centrodestra nel capoluogo di Regione ed è chiaro che la prima cosa da fare più che andare alla ricerca di singole responsabilità è quella di guardare all’interno della maggioranza, approfondire i temi e il perché è successo quello che è successo e cercare di correggere il tiro. A un anno di governo c’è tempo per poter porre rimedio a una situazione che indubbiamente non gode del favore della città capoluogo”. – Quindi lei chiede una analisi del voto nella maggioranza di centrodestra alla Regione? “La prima cosa da fare è quella, non credo ci siano altre strade. Nascondere la testa sotto la sabbia non serve a nessuno, anzi potrebbe addirittura essere scambiata per presunzione o per disprezzo del voto popolare. Ce stata una indicazione chiara di dissenso e questo dissenso è maturato per effetto di alcune problematiche che naturalmente sfuggono ad un esame a caldo e hanno bisogno di una riflessione seria. Ognuno è coinvolto, non ci sono personaggi non coinvolti o che si possono permettere di accusare gli altri. C’è un’analisi serena da fare perché si possono trovare soluzioni diverse per essere più graditi al popolo “. – Qualcuno addebita la responsabilità alla candidata Maria Domenica D’Alessandro. ” Lo escludo nella maniera più assoluta. Credo che la D’Alessandro abbia avuto tanto coraggio ad accettare la candidatura e ha svolto una campagna elettorale in tranquillità ricevendo anche notevoli apprezzamenti. Il dato politico è che il 70% degli elettori che hanno votato a Campobasso hanno votato contro la politica del centrodestra A Termoli invece il centrodestra ha vinto. ” E questo aggrava ancora di più l’analisi su Campobasso perché evidentemente Termoli, che è un po’ più sganciata dalla politica regionale e più autonoma , oserei dire indipendente dalle politiche regionali o poco influenzabile dalle politiche regionali rispetto a Campobasso. Termoli, invece, dimostrando compattezza ha battuto un centrosinistra che ha peccato di arroganza e ha peccato soprattutto sulla scelta che i cittadini di Termoli non l’ hanno perdonata che è quella del famoso tunnel. Credo che questo sia un dato da prendere in considerazione ” – ha concluso Michele Iorio. Al momento, però, sembra che Donato Toma si autoassolva da qualsiasi responsabilità ma il segnale lanciato dai campobassani non lascia dubbi.   - >>>>>

Campobasso, Gravina proclamato sindaco. Giunta a quattro assessori, uno sarà esterno

Con 16139 voti conseguiti domenica scorsa nel turno di Ballottaggio, Roberto Gravina è il nuovo Sindaco di Campobasso. Questa mattina la proclamazione in Comune, tra emozione e i primi progetti. Tra le prime cose da affrontare c’è la composizione della nuova Giunta comunale, un esecutivo a quattro per il momento con il ricorso ad una figura esterna Sulla elezione di Gravina, unico eletto 5 stelle al turno di ballottaggio, non ancora si spendono i riflettori nazionali ma il suo impegno è tutto concentrato sui primi passi dell’amministrazione pentastellata.   - >>>>>

Caos sanità, Mazzuto scarica Giustini. Il commissario in bilico annuncia una conferenza stampa, boccia la Regione e si rivolge alla Corte dei Conti

di GIOVANNI MINICOZZI Polemiche e veleni piovono ancora sulla catastrofica situazione della sanità molisana dopo la richiesta di utilizzare medici delle forze armate avanzata dal Commissario Angelo Giustini ai ministeri competenti. Sindacati e comitati criticano la classe politica regionale, passata e presente, per non aver saputo programmare una sanità efficiente che, con il passare degli anni, dicono, è stata sempre di più utilizzata come bancomat elettorale e non per curare i cittadini. Ma tant’è! Oggi siamo dii fronte alla catastrofe dovuta alla mancanza di medici e di infermieri con la conseguente chiusura di altri reparti e, come sempre, al cospetto di una catastrofe arrivano i militari. La richiesta di Giustini però deve fare i conti con la netta contrarietà sia del governatore Donato Toma, sia dell’ intera giunta regionale. L’assessore leghista Luigi Mazzuto prende le distanze dal Commissario in quota Lega Angelo Giustini e sostiene le ragioni di Donato Toma: ” Quell’ idea di Giustini è autoreferenziale e può essere utile solo nel momento in cui c’è un paese disastrato, cioè dove ci sono dei provvedimenti da prendere su un disastro ed è utile quindi fare intervenire le forze armate. Noi riteniamo, invece , che non ci sia nessuna catastrofe e che la fase commissariale possa essere superata in questa Regione. Pevedere ancora un piano di rientro della sanità non è corretto. La richieste del tavolo tecnico nazionale circa l’accontanamento della fatturazione extra budget delle strutture private può essere superata anche con un provvedimento del governo che noi abbiamo chiesto come Lega e ci stiamo lavorando per poter mettere fine a quella che è una fase di commissariamento che riteniamo esaurita”- ha dichiarato Luigi Mazzuto a Telemolise. Il commissario Giustini mantiene , invece, la bocca cucita ma annuncia una conferenza stampa per la prossima settimana. Secondo i bene informati l’ex generale smentira’ Toma e Mazzuto e farà il punto sui quattro milioni e duecentomila mila euro di fiscalità regionale dirottati in altri lidi e non destinati alla sanità. Sembra che su questo Giustini abbia bocciato il bilancio consuntivo 2018 dell’Asrem e chiesto l’intervento della Corte dei conti. Intanto la Cgil non fa sconti alla classe politica: “Quanto accade oggi in Molise è frutto di una politica nazionale e regionale scellerata che ha omesso nel corso degli anni di investire sul sistema sanitario pubblico,. Ilrischio di una chiusura dei reparti è dovuto a una inappropriata programmazione sanitaria, al mancato turnover e all’impoverimento progressivo e inarrestabile della sanità pubblica – ha dichiarato il segretario Carmine Ranieri. Siamo abituati a pensare all’intervento dei militari in occasioni di catastrofe e calamità naturali ma è grave l’utilizzo dei militari per la gestione ordinaria delle strutture ospedaliere” -ha concluso il segretario della CGL chiedendo alle istituzioni di mettere in campo azioni straordinarie per sbloccare il turnover e per salvaguardare il diritto alla salute dei cittadini. Anche il Forum per la sanità pubblica di qualità si schiera contro la politica: “Dopo dodici anni di commissariamento abbiamo una sanità pubblica disastrata, un privato convenzionato ipertrofico e ancora un deficit sanitario rilevante – ha dichiarato il Presidente Italo Testa. Di fronte a questo disastro invitiamo i commissari a procedere con un’attenta analisi, per conoscere l’origine e il premanere del debito e chiediamo alla popolazione di mobilitarsi per bloccare l’attuale disastro che sta privando tutti noi di un servizio fondamentale” – ha concluso Italo Testa. Dunque le polemiche continuano ma i fatti stanno a zero.   - >>>>>

Emergenza sanità, Giustini chiede soccorso ai medici militari. Toma attacca: “Scelta estemporanea”. Iorio difende il Commissario

di GIOVANNI MINICOZZI Ha conquistato le cronache nazionali la proposta del Commissariato alla sanità Angelo Giustini di voler fronteggiare la crescente carenza di specialisti negli ospedali pubblici molisani chiedendo il supporto dei medici delle forze armate. Una soluzione tampone per evitare ulteriori chiusure di reparti in attesa di nuovi concorsi o dell’autorizzazione ministeriale  per poter utilizzare medici in pensione.  A tambur battente però è arrivata la netta opposizione del governatore Donato Toma;  “Sono contrario a soluzioni non strutturali ed estemporanee  perché non ritengo si tratti di una soluzione utile e praticabile – ha dichiarato il Presidente.  Avrei gradito una informazione preventiva da parte del Commissariato che,peraltro in questi sei mesi non ha risolto nessun problema e,  quindi –  concluso Donato Toma -ha fallito.  Il Presidente della Regione ha poi informato il premier Conte della gravisdima emergenza sanitarua e ha chiesto misure straordinarie per garantire il diritto alla salute dei molisani. Dunque continua la contrapposizione tra il Presidente della Regione , che evidentemente  non ha ancora digerito la norma sula sua incompatibilità, e il commissario Angelo Giustini che denuncia dieci anni di immobilismo.  Una  sorta di lesa maestà per il governatore che però non dà alcuna soluzione per fronteggiare il grave problema.  Diametralmente opposta, invece, la posizione dell’ex Presidente Michele Iorio: “ Io credo che la soluzione sia necessaria e va dato atto al commissario di essersi mosso con rapidità avendo compreso qual’e’ la difficoltà del Molise. Io dico in sintesi, soprattutto sul piano politico, che spero che adesso nessuno più pensi che in Molise ce la può fare da solo con un fondo sanitario assolutamente non idoneo a garantire i livelli essenziali di assistenza in questa Regione. Se dopo dodici anni di piano di rientro siamo ancora nella situazione di avere il blocco del turnover significa che qualcuno a Roma non ha capito di cosa si sta parlando. I tavoli tecnici hanno stravolto e hanno rovinato la sanità molisana attraverso procedure burocratiche assurde, astruse, ingiuste e incostituzionali” –  Il piano sanitario è  scaduto ,serve un altro piano. Chi lo dovrà redigere la Regione oppure la struttura commissariale?”  “Ma la struttura commissariale deve fare  il nuovo piano ma credo che avrà molte difficoltà sempre perché i conti non tornano. Mi auguro che qualcuno prenda sul serio la questione del Molise con un problema da risolvere e non con i tagli ma con il rilancio di una sanità pubblica che merita di essere rilanciata “ –  ha concluso Michele Iorio. Nettamente contrari ai militari in corsia l’ Ugl nazionale (dopo l’ultima follia del Molise basta con il numero chiuso alle facoltà di medicina) e Alessandra Mussolini che ha dichiarato: ” trovo vergognoso che venga addirittura  scomodato l’esercito per affrontare l’emergenza sanità negli ospedali del Molise”. Dura anche la posizione del Pd che attacca frontalmente il governo nazionale e quello regionale: “Dopo un anno di immobilismo è ora di darsi da fare per risolvere i problemi abbandonando il mantra di dare sempre la colpa al passato e assumendosi la responsabilità di trovare le soluzioni finora solo promesse ma mai perseguite” – ha dichiarato il segretario del Pd Vittorino Facciolla. Finiti i proclami e le elezioni sul terreno resta solo l’incapacità  certificata e i conseguenti disastri economici e sociali”  ha concluso il segretario regionale del partito democratico invocando soluzioni urgenti. Al di là delle differenti opinioni resta il fatto che, militari o non, bisogna salvaguardare l’operatività dei reparti e la salute dei molisani messa a rischio da continui tagli  imposti dai ministeri .   - >>>>>

Stragi di mafia, Campobasso ricorda Falcone e Borsellino nella “Giornata della legalità”

Sono passati 27 anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio e dagli omicidi di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e delle rispettive scorte, ma il rumore del tritolo e il fumo di quella mattanza ancora serpeggiano per le strade d’Italia. Il fenomeno mafioso, che nel frattempo ha cambiato pelle, immagine e metodi, è una piaga di strettissima attualità. E’ il messaggio generale che arriva da un convegno organizzato presso la sala della Costituzione della Provincia di Campobasso dal sindacato di polizia Coisp. Alla “Giornata della legalità” ha partecipato, lontano dalle polemiche, come egli stesso ha sottolineato, anche il Professor Alfredo Galasso, Presidente onorario dell’Associazione Caponnettoe per lungo tempo collaboratore e amico di Falcone e Borsellino. Non solo lotta e contrasto alla mafia sono i temi su cui battersi ma, ha sottolineato, bisogna lavorare sul piano della affermazione e difesa dei diritti. Galasso ha ribadito l’amarezza, la preoccupazione e l’inquietudine per un elemento che si presenta ad ogni omicidio eccellente, quello delle devianze e complicità di apparati dello stato. Oggi, ha aggiunto Galasso, il lascito di professionalità di Falcone è Borsellino rappresenta un esempio a cui fare riferimento.   - >>>>>

Di Iorio Spa: azienda molisana che sfida la crisi con prodotti innovativi e naturali

In un periodo di forte crisi economica, in cui l’emergenza lavoro morde più che mai e le aziende chiudono o annaspano, parlare di coraggio imprenditoriale e di conseguenti successi è anche una iniezione di fiducia. Un raggio di luce confortante, in Molise, è rappresentato dalla Di Iorio Spa, di Frosolone, che produce acque minerali, bevande e liquori. La sua acqua, Molisia, in Cina viene acquistata nelle farmacie per le proprietà salutari, per la leggerezza. Acqua delle sorgenti di Sant’Elena Sannita. La Di Iorio Spa è una delle aziende più longeve d’Italia. Tutto iniziò e si sviluppò quando il 1800 volgeva al termine e il 1900 vedeva la luce, 120 anni fa, grazie all’intuito di Filippo di Iorio. Da Bologna tornò nella sua Frosolone con un bagaglio di esperienze di vita e studi e ricette di liquori fatti in casa, queste ultime avute in dote dalla amata moglie. Un mix che contribuì al successo. Nel suo Molise iniziò a imbottigliare e produrre gassosa. Da Filippo, fino ad arrivare a Gino e Domenico oggi, l’ascesa della Di Iorio Spa è stata continua. I momenti di difficoltà non sono mancati, affrontati però con tenacia, sacrificio, ma anche con competenza e capacità di capire i mutamenti del mercato, di scommettere. Tecnologia, innovazione, senza mai perdere di vista l’ambiente, il territorio e la tradizioni. Questi gli ingredienti principali del successo. Un fatturato di 6 milioni di euro, nonostante la crisi, trend in crescita, +15% di export nel 2018, con prodotti venduti in Canada e soprattutto Stati Uniti e Cina, ma anche in Australia, Oriente e paesi arabi. Nello stabilimento molisano ci sono impianti all’avanguardia, con una attenzione particolare a conservare le caratteristiche organolettiche delle materie prime. La Di Iorio Spa è una delle prime aziende al mondo ad aver utilizzato il metodo del “vuoto in bottiglia”, per una migliore conservazione del prodotto. Un’azienda che guarda al futuro restando al passo con i tempi, senza mai rinnegare ciò che la caratterizza da sempre: la qualità e un prodotto il più naturale possibile. Ora punta su una nuova linea di bevande: ginger ale, ginger beer, lemon, tonica e soda. Senxup, il marchio. Ingredienti 100% naturali. Lo scenario di azione imprenditoriale, in sostanza, è anche un mercato in crescita, quello della mixology, in cui Senxup può dire la sua con autorevolezza. Come fa la Di Iorio Spa da 120 anni, un orgoglio per il Molise e l’Italia.   - >>>>>

Editoria, due pesi e due misure. Federazione Nazionale della stampa e sindacati schierati con i più forti. Il Consiglio di Stato blocca le ingiustizie 

DI GIOVANNI MINICOZZI Ancora polemiche e ricorsi sull’erogazione dei contributi alle Tv locali provenienti dalla legge nazionale modificata ad arte per escludere le emittenti delle piccole regioni. Telemolise e altre testate hanno presentato un ricorso cautelare al Consiglio di Stato contro il provvedimento del Tar del Lazio che aveva sbloccato l’ulteriore 40% (in totale il 90% dell’intero importo relativo all’anno 2016) per liquidare i contributi sempre alle stesse emittenti insediate nelle Regioni con oltre due milioni di abitanti. Il Consiglio di Stato ha sospeso l’efficacia  della decisione del Tar e ha fissato l’udienza di merito per il prossimo 9 maggio. Sulla vicenda è intervenuto, a gamba tesa, il segretario generale della Federazione nazionale della stampa Raffaele Lo Russo, in modo discriminatorio e in favore delle grandi emittenti non considerando affatto i giornalisti che rischiano il posto di lavoro nelle piccole realtà. Immediata la replica degli avvocati Massimo Romano e Pino Ruta che, insieme a Margherita Zezza, hanno patrocinato e vinto il ricorso al Consiglio di Stato. “Non soltanto la Federazione della stampa ma anche Cgil, Cisl, Uil hanno una posizione assolutamente omologa e schiacciata su quella della Confindustria. Adducono motivazioni inerenti la presunta tutela dei giornalisti ma dimenticano che quel 40% accantonato è proprio finalizzato a tutelare la posizione di altri giornalisti altrettanto legittima se non di più rispetto a quella rappresentata dalle grandi emittenti delle grandi Regioni a tutto danno delle grandi emittenti delle piccole Regioni. Quindi, francamente, questo è  un atteggiamento processuale che si commenta da sé. Esiste un’ assonanza di posizioni tra gruppi che sono del tutto eterogenei perché difendono interessi del tutto eterogenei. Basti pensare che per effetto dell’eventuale sblocco di questi contributi ci sarebbe l’assegnazione di decine di milioni di euro in favore di pochi editori, tutti localizzati nelle realtà più ricche del Paese, a tutto danno delle emittenti  delle realtà demograficamente minori nonostante ci siano ben due pronunciamenti del Tribunale amministrativo regionale del Lazio e, oggi, anche del Consiglio di Stato che invece hanno sancito massima prudenza nell’assegnazione di queste risorse perché si ha a che fare non soltanto  con  il delicato comparto dell’informazione ma anche con la tutela di preminenti valori Costituzionali quali il pluralismo informativo” – ha dichiarato l’avvocato Massimo Romano. Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’avvocato Pino Ruta: “Siamo di fronte a un’onda avversa che si è in qualche modo costituita contro i ricorrenti per consolidare  i criteri di aggiudicazione di queste somme, di queste consistenti forme di contribuzione alle Tv locali che noi abbiamo censurato. C’è  stato un primo passaggio presso il Tar del Lazio dove, in qualche modo, il giudice ha seguito il nostro discorso e  ha riconosciuto che c’era questo effetto distorsivo proprio rispetto al criterio del pluralismo. A quel punto il governo ha trasformato il decreto milleproroghe , che conteneva oggettive sperequazioni,   in legge per tentare di sminare i ricorsi e per mantenere i privilegi dei gruppi editoriali più consistenti a danno delle emittenti localizzate nelle regioni più piccole” – ha detto l’avvocato Pino Ruta. Evidentemente la Federazione nazionale della stampa, che dovrebbe rappresentare tutti i giornalisti, si è vergognosamente schierata solo con i grandi gruppi editoriali determinando sperequazioni e iniquità nel comparto giornalistico.   - >>>>>

Università del Molise, sfida a due per il dopo Palmieri. Luca Brunese ha presentato il programma. Si vota l’8 maggio

DI GIOVANNI MINICOZZI Sposato con due figli, ha 53 anni, professore ordinario all’Unimol dove dal primo maggio del 2015 ha ricoperto l’incarico di Direttore del Dipartimento di Medicina e Scienze della Salute e dal 1 novembre 2013 quello di Pro- Rettore per le attività formative e i rapporti nel settore medico-sanitario. Ricopre anche il prestigioso incarico di Presidente della sezione Diagnostica per immagini in oncologia della società italiana di radiologia medica. È Luca Brunese, personalità di spicco del mondo accademico nel quale ha conquistato la stima e il rispetto professionale dei suoi colleghi italiani, europei ed internazionali. Personaggio simpatico a pelle, dotato di ironia intelligente, disponibile al confronto con tutti ma determinato e intransigente nell’esercizio delle sue funzioni. Luca Brunese è uno dei due candidati alla guida del mondo accademico molisano quale successore di Gianmaria Palmieri. L’aspirante rettore ha illustrato agli elettori dell’Unimol e ai molisani, attraverso Telemolise, la sua idea di università. “Io immagino una università giovane, viva, dinamica, libera, indipendente, fortemente integrata con la comunità accademica nazionale e con un forte rapporto sul territorio” – ha dichiarato il professore. Che tipo di rapporto con il territorio? “Penso a un ateneo che possa essere contemporaneamente motore e strumento. Motore quando l’idea portante del progetto nasce dall’università può essere realizzata nel territorio regionale. Invece strumento quando l’idea migliore e il progetto entusiasmante e interessante è della Regione. L’ università rappresenta lo strumento ideale per portare avanti il progetto“. In caso di vittoria il suo incarico sarà in continuità o in discontinuità rispetto alle cose realizzate da Gianmaria Palmieri? “È la domanda più frequente di questa campagna elettorale, lo capisco. Io penso che quando un professore arriva a un incarico così prestigioso, quello di fare il rettore della propria università, ci mette tutto il suo cuore, la sua mente, la sua forza per cercare di disegnare una università il più possibile simile al suo sogno da realizzare. Così spero di fare e spero di farlo anche in una maniera, se vogliamo originale, con una governance molto allargata e molto partecipata dai colleghi. Noi siamo un ateneo giovane con grandi competenze multidisciplinari che possono essere messe tutte insieme a frutto per la governance molto più partecipata e molto più allargata di quella che si è vista negli ultimi vent’anni nelle università italiane“. Lei e stato Preside nella facoltà di Medicina e Chirurgia all’Unimol qui a Campobasso. Ecco, un tema di stretta attualità è la carenza di medici nelle corsie degli ospedali. Questa facoltà quale contributo può dare per risolvere questo annoso problema? “La prima cosa che vorrei dire è che forse siamo arrivati quasi tardi, mi spiego meglio. La creazione del corso di laurea magistrale di Medicina e Chirurgia avvenuta nel 2006 ha avviato un percorso che oggi sta cominciando a portare i suoi frutti. È chiaro che va completata la seconda parte, dobbiamo lavorare sulla specializzazione affinché il percorso venga completato. A quel punto, dopo dieci anni, lo studente diventato medico e specialista rimarrà volentieri nel Molise e verrà introdotto nella nostra rete sanitaria regionale. Io penso che, paradossalmente, il percorso completo di Medicina è l’ultima speranza, è l’ultimo traguardo per salvare il sistema sanitario pubblico regionale“. In coincidenza con la sua candidatura lei si è dimesso da Preside della facoltà di Medicina e Chirurgia, perché lo ha fatto? “Perché non volevo essere identificato come il candidato di Medicina poiché ritengo di essere il candidato non solo di Medicina ma di tutto l’ateneo e per tutto l’ateneo“- ha concluso l’aspirante rettore. Lo sfidante di Luca Brunese è Raffaele Coppola, ordinario di Microbiologia Agraria. Si voterà il prossimo 8 maggio e l’appuntamento è importante non solo per l’Unimol ma per tutto il Molise considerato il notevole contributo che l’ateneo può dare alla crescita e allo sviluppo di questa Regione flagellata dalla crisi economica e produttiva.   - >>>>>

La Molisana investe in nuove tecnologie. Nel primo trimestre 2019, fatturato a + 29%

Pasta canta, potrebbe essere questa la sintesi della conferenza annuale del pastificio “la Molisana”. Infatti oltre alla carta che canta, con numeri da capogiro che riguardano la crescita, il fatturato e gli addetti, a cantare con voce squillante è la qualità, un fattore che ha determinato il successo di un brand che ormai è conosciuto in tutto il mondo. Più 29% il dato di crescita nel primo trimestre 2019, 150 milioni di euro il fatturato stimato per il 2019, nuove assunzioni con gli addetti passati dalle 68 unità presenti all’inizio della gestione Ferro, alle 250 attuali. A rafforzare il percorso di qualità, è giunto un importante investimento tecnologico. Varato da poche settimane un nuovo impianto essiccatoio per la pasta. A monte della nuova tecnologia adottata da la Molisana, c’è l’azienda Fava Spa, specializzata dal 1937 nella produzione di macchine industriali per i pastifici. Una azienda che detiene il 40% del fatturato mondiale. A coronamento di un successo che fa dell’azienda il fiore all’occhiello dell’industria molisana, l’assegnazione del “Premio Leonardo” da parte del Presidente della Repubblica. Un riconoscimento che, ha detto Rossella Ferro, direttore del Marketing, conferma il nostro percorso di qualità.   - >>>>>

Adeguamento e riordino dei Consorzi di bonifica, la proposta di legge di Michele Iorio

“L’esposizione debitoria dei due consorzi di bonifica basso molisani ha raggiunto livelli tali da richiedere un necessario..

Truffe agli anziani, la Polizia mette in guardia i cittadini

Le truffe agli anziani sono una delle più odiose e vili forme di raggiro. I malviventi approfittano..

Campobasso, Adoc: arriva il caldo e la Seac taglia le corse dei bus

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Il testo unico sulle società pubbliche: una occasione colta o perduta?

di Francesco Fimmanò In attuazione della delega conferita dall’articolo 18 della legge 7 agosto 2015, n. 124,[1] il decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 175, Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica, in vigore dallo scorso 20 settembre, cerca per l’ennesima volta di ricondurre a fisiologia un coacervo di disposizioni gemmate negli ultimi 25 anni. Il corpus, al di là delle luci e delle ombre, ha certamente il merito di tentare di mettere a “sistema” una fenomenologia peculiare, interdisciplinare, complessa e figlia di una legislazione a “toppe”, piuttosto che “a tappe”. Al tempo stesso non può che rilevarsi che la sovraregolamentazione appare in molte norme come una sorta di inseguimento tra legislatore e giurisprudenza, con il risultato di sentenze che hanno fatto le veci della legge e una legge che fa le veci delle sentenze. La legislazione di un tempo non dirimeva contrasti giurisprudenziali ma costruiva sistemi di regole per principi e i giudici la interpretavano. Basti pensare che l’espressione normativa più in voga – in materia – negli ultimi anni nel settore che ci occupa è quella di “controllo analogo”. In realtà il legislatore italiano ha usato l’escamotage di far proprie le espressioni usate nella famosa sentenza Teckal della Corte di giustizia U.E. (e in quelle analoghe successive) riguardanti un consorzio tra Comuni, per applicarle a un soggetto giuridico completamente diverso e cioè a una società di capitali. Da questa operazione è nata una serie di equivoci con il “livello comunitario” anche perché a nessun altro Stato nel Continente è venuto in mente di utilizzare lo strumento societario per ragioni “meramente opportunistiche”. A tutto questo aggiungiamo che calare le società di capitali e il loro enorme apparato regolamentare (ipertecnico) in un ambiente normativo giuspubblicistico, dove l’operatore medio neppure immagina che le sole società per azioni (non quotate) sono disciplinate da oltre 650 commi, è stata operazione dagli effetti dirompenti. L’equivoco principale è stato quello riguardante il tipo di disciplina da applicare alle società in mano pubblica, nato in passato dalla errata impostazione secondo cui la partecipazione di una pubblica amministrazione a una società di capitali potesse alterarne la struttura, dando vita a un “tipo” di diritto speciale. In particolare una certa impostazione, ignara delle complessità sistematiche, partendo dal principio della neutralità della forma giuridica rispetto alla natura dello scopo, è arrivata ad attribuire alle società partecipate una connotazione pubblicistica[2], frutto di una sostanziale mutazione genetica nel senso di una riqualificazione del soggetto. In realtà tale impostazione è stata gravemente fuorviante negli anni, in quanto si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c., con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa[3]. In realtà l’uso dello strumento societario a partecipazione pubblica ha avuto spesso finalità meramente segregative. Le pubbliche amministrazioni, incentivate nel tempo dallo stesso legislatore, hanno infatti cercato a tutti i costi, negli ultimi venticinque anni, di creare e poi mantenere la “sacca” del privilegio derivante dall’affidamento diretto della gestione di attività e servizi pubblici a società partecipate, in deroga ai fondamentali principi della concorrenza tra imprese e della trasparenza. In buona sostanza da una parte v’è stata la tendenza ad ampliare l’ambito dei servizi pubblici includendo non solo quelli aventi per oggetto attività economiche incidenti sulla collettività, ma anche quelli riguardanti attività tendenti a promuovere lo sviluppo socio-economico delle comunità locali, fino ad arrivare ad affidare a società partecipate funzioni, che lungi dal rientrare nell’ambito dei servizi pubblici in senso proprio, costituivano tipiche attività istituzionali o strumentali dell’ente[4]. Dall’altra parte è stata incentivata la gestione mediante società partecipate in un’ottica rivolta (solo) formalmente alla aziendalizzazione dei servizi e a una privatizzazione effettiva (come auspicato dal legislatore sin dal 1942)[5], in realtà sostanzialmente diretta a eludere procedimenti a evidenza pubblica e a sottrarre comparti dell’amministrazione ai vincoli di bilancio, anche in considerazione della mancata applicazione, per molti anni, all’ente-capogruppo dei principi di consolidamento di diritto societario a partire dall’elisione delle partite reciproche[6]. Questo processo ha avuto l’effetto di trasformare talora il modello di gestione da strumento di efficienza in strumento di protezione e in taluni casi in escamotage per eludere i c.d. patti di stabilità e le regole di contabilità pubblica.   La Corte dei Conti ha contato, in un momento che sembrava culminante del ciclo espansivo, nell’anno 2008, 5.860 “organismi” partecipati da 5.928 enti pubblici locali con un incremento dell’11,08% rispetto al dato del 2005. Poco meno del 65% di questi organismi partecipati aveva natura societaria con prevalenza delle società per azioni, mentre circa il 35% ha forma giuridica diversa dalla società, in prevalenza consortile[7]. Allo stato, dalle informazioni rilevabili nella banca dati SIQUEL, emerge che il 16,65% dei Comuni (1.340 su 8.047), pari al 7,11% della popolazione nazionale, non è in possesso di partecipazioni societarie, gli organismi rilevati alla data dell’8 luglio 2016 risultano essere 7.181: le analisi sui risultati economici e finanziari, sui servizi affidati e sulle modalità di affidamento hanno riguardato, tuttavia, 4.217 soggetti, per i quali sono disponibili a sistema i dati di bilancio relativi all’esercizio 2014. Ancor più ristretto è il numero di istituzioni per le quali si hanno informazioni sui flussi di entrata e di spesa degli enti affidanti[8]. Gli organismi operanti nei servizi pubblici locali sono numericamente limitati (il 34,72% del totale), pur rappresentando una parte importante del valore della produzione (il 69,34% dell’importo complessivo). Il maggior numero (65,28%) rientra nel novero di quelli che svolgono attività diversificate, definite come “strumentali”[9]. Marcata è la prevalenza degli affidamenti diretti: nonostante la rigidità dei presupposti legittimanti tale procedura, a salvaguardia dei principi della concorrenza, su un totale di 22.342 affidamenti, le gare con impresa terza sono soltanto 150 e gli affidamenti a società mista, con gara a doppio oggetto, 319. Con riferimento agli organismi in perdita nell’ultimo triennio, l’analisi della Corte dei conti mostra come circa un terzo sia a totale partecipazione pubblica, mentre quelli misti a prevalenza privata costituiscono la categoria all’interno della quale le perdite sono più diffuse, con una tendenza al peggioramento dei risultati nell’arco del triennio. Nel referto della Corte v’è anche una ricognizione delle partecipazioni rilevanti ai fini del consolidamento dei conti, ed emerge che, su 700 organismi totalmente pubblici a unico socio (Comune/Provincia), meno della metà sono risultati assoggettabili a consolidamento – sulla base dei parametri indicati dal principio contabile applicato allegato n. 4/4 al d.lgs. n. 118/2011. Di contro, 368 (il 52,6%) non superano la soglia di rilevanza e potrebbero essere consolidati solo se ritenuti significativi dall’ente proprietario, secondo la sua valutazione discrezionale. La gestione finanziaria dimostra una netta prevalenza dei debiti sui crediti in tutti gli organismi esaminati. Nel complesso, i debiti ammontano a 83,3 miliardi, di cui circa un quarto è attribuibile, in sostanza, alle partecipazioni totalitarie. Il rapporto crediti/debiti verso controllanti, nelle partecipazioni pubbliche al 100%, è sbilanciato in favore dei primi. Emerge, quindi, la forte dipendenza delle partecipazioni totalitarie dagli enti controllanti, pur in presenza di un rilevante indebitamento verso terzi. Dall’analisi degli organismi partecipati in via totalitaria da un unico socio emerge, nella gran parte dei casi, che le risorse complessivamente impegnate e pagate dagli enti proprietari tendono a coincidere con l’importo dei valori della produzione degli organismi destinatari delle erogazioni. Abbiamo dunque assistito, per tutte queste ragioni, a un percorso legislativo incoerente, caratterizzato da frequenti ripensamenti, fatta eccezione per una costante: la crescente e progressiva espansione delle società a partecipazione pubblica locale, anche attraverso la trasformazione di aziende speciali, consorzi e istituzioni.   La “storia” del fenomeno comincia nel 1990 con la espressa previsione nella legge n. 142 della società per azioni a partecipazione pubblica maggioritaria[10], passa attraverso l’introduzione della società c.d. minoritaria[11], l’apertura al tipo della S.r.l. e l’incentivo alla trasformazione delle aziende speciali e dei consorzi[12], per subire un provvisorio assestamento nel 2000 con il Testo Unico delle autonomie locali (Tuel) che sistemava organicamente la materia[13]. Nel 2001 il quadro viene virtualmente rivoluzionato con l’introduzione della categoria mai definita dei c.d. servizi industriali e l’introduzione rigorosa, mai attuata, dei principi della concorrenza[14]. Con la contro-riforma del 2003 e la legge finanziaria per il 2004, si arriva infatti a un risultato esattamente opposto[15]. Quest’ultimo intervento, in parte censurato dalla Corte Costituzionale[16], ha suddiviso i servizi in virtù della loro rilevanza economica, in un contesto pesantemente dominato dalla figura della società in house providing e del suo strettissimo collegamento funzionale con l’ente di riferimento. La normativa ha strumentalizzato in modo abile la giurisprudenza comunitaria tanto da far evocare una situazione giuridica di dipendenza organica. Alla originaria disciplina contenuta nell’art. 113 TUEL, infatti, si sono sovrapposti prima l’art. 23 bis del d.l. n. 112/08 (successivamente abrogato con referendum) e poi la successiva disciplina introdotta con il D.L. 138/11 (dichiarata incostituzionale dalla Consulta con la sentenza n. 199 del 20 luglio 2012), per giungere infine al d.l. 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito con l. 17 dicembre 2012 n. 221). Le Sezioni Unite della Cassazione nel 2013 hanno scelto forzatamente di adattare l’impostazione comunitaria, al fine di riconoscere la giurisdizione piena della Corte dei conti sulle azioni di responsabilità agli organi sociali delle società in house[17]. I giudici del Supremo consesso qualificano, in modo in verità opinabile, questo genere di società come una mera articolazione interna della P.A., una sua longa manus al punto che l’affidamento diretto neppure consentirebbe di configurare un rapporto intersoggettivo di talchè l’ente in house “non potrebbe ritenersi terzo rispetto all’amministrazione controllante ma dovrebbe considerarsi come uno dei servizi propri dell’amministrazione stessa”[18]. Le ormai numerose sentenze delle sezioni unite si rifanno tutte alla n. 26283 del 25 novembre 2013, il cui passaggio più forte è quello secondo cui “il velo che normalmente nasconde il socio dietro la società è dunque squarciato: la distinzione tra socio (pubblico) e società (in house) non si realizza più in termini di alterità soggettiva”. L’orientamento ha complicato ancora di più le cose perché molti non hanno inteso che si riferisse solo alla giurisdizione e perdippiù non esclusiva della Corte dei Conti sulle azioni di responsabilità, ma hanno provato a dedurre l’esistenza di una società di tipo pubblico meritevole di uno ius singulare. In realtà si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c. [19], con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa [20]. Viceversa, a parte i casi di società c.d. legali (istituite, trasformate o comunque disciplinate con apposita legge speciale)[21], ci troviamo sempre di fronte a società di diritto comune, in cui pubblico non è l’ente partecipato bensì il soggetto, o alcuni dei soggetti, che vi partecipano e nella quale, perciò, la disciplina pubblicistica che regola il contegno del socio pubblico e quella privatistica che regola il funzionamento della società convivono.     La storia che abbiamo raccontato è singolare: il legislatore italiano ha prima creato un monstrum e poi ha costretto gli interpreti, anche i più raffinati, a riconoscerlo e a ricostruirlo invece di “constatare i fenomeni giuridici quali sono, quali si trovano nel sistema positivo, non negarli o storpiarli per ragioni a priori”[22]. Quanto accaduto appartiene a una tendenza più generale diretta a creare sempre più frequentemente categorie di soggetti i cui rapporti sono regolati da uno ius singulare. Fenomeno deprecabile, in quanto nel migliore dei casi, finisce per originare privilegi, asimmetrie e discriminazioni. In taluni casi, poi, non è tanto la ponderata volontà di sottrarre alla disciplina comune determinati soggetti a spingere il legislatori, bensì l’incapacità a resistere alla pressione di chi, spesso emotivamente o prepotentemente, chiede e invoca questa o quella norma. Ecco che il potere legislativo, si muove talora male e si trasforma, come sul dirsi in una machine a faire lois[23], invece di dettare norme efficienti e cercare nell’armonia del sistema le soluzioni più giuste. Ed eccoci ora alla c.d. Riforma Madia. Servirà? Poteva intervenire in modo più chiaro e tecnicamente corretto su temi tanto delicati? Sicuramente sì. Ma comunque contiene principi importanti ad esempio chiarisce una volta per tutte che una società è una società, non è un tavolo né una sedia, e come tale ad esempio fallisce da chiunque sia partecipata. Una cosa appare evidente che ancora una volta non si è tenuto conto delle specificità ordinamentali e soprattutto disciplinari, ratione materiae. Il diritto pubblico o amministrativo mai potranno entrare appieno nella forma mentis di un societarista o di un fallimentarista e viceversa. E’ ora in corso di pubblicazione il Decreto Legislativo che reca “Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 19 agosto 2016 n. 175, recante testo unico in materia di società a partecipazione pubblica” (c.d. “Decreto Correttivo”).  Si attua in tal modo la delega contenuta nell’art. 16, comma 7, della legge 7 agosto 2015, n. 124 (c.d. legge Madia), il quale, nel disegnare la delega per una complessa operazione di riorganizzazione normativa in materia di amministrazioni pubbliche, prevede che entro dodici mesi dall’entra in vigore dei decreti delegati il Governo avrebbe potuto adottare, appunto, uno o più decreti correttivi. L’intervento integrativo e correttivo, nel caso del TUSP, è dovuto anche a – e ha dovuto tener conto di – quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 251/2016, con la quale è stata ravvista una violazione delle norme costituzionali sul concorso di competenze statali e regionali da parte della citata legge n. 124 del 2015[24]. La Consulta ha in questa sede dichiarato che l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni si sarebbe potuta rimediare, nel rispetto del principio di leale collaborazione, avviando le procedure inerenti all’intesa con Regioni e enti locali nella sede della Conferenza unificata[25]. L’impatto della sentenza, che per qualche settimana ha tenuto col fiato sospeso gli operatori del settore che hanno temuto che essa potesse demolire tutta la riforma, è stato però limitato.  In primo luogo, come la Consulta stessa ha precisato, “le pronunce di illegittimità costituzionale, contenute in questa decisione, sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso, e non si estendono alle relative disposizioni attuative” (ossia ai decreti delegati[26]).  Inoltre, il Consiglio di Stato, con parere n. 83 del 17 gennaio 2017 si è espresso sugli adempimenti da compiere a seguito della sentenza della Corte Costituzionale[27], e ha precisato che il percorso più ragionevole e compatibile con l’impianto della sentenza – postulato anche dalla stessa Consulta – sarebbe stato quello di intervenire con decreti correttivi, previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni, da svolgersi in base alle previsioni di cui all’art. 3 del decreto legislativo 28  agosto  1997,  n.  281  (Definizione  ed  ampliamento  delle  attribuzioni della  Conferenza  permanente  per  i  rapporti  tra  lo  Stato,  le  regioni  e  le  province autonome  di  Trento  e  Bolzano  ed  unificazione,  per  le  materie  ed  i  compiti  di interesse  comune  delle  regioni,  delle  province  e  dei  comuni,  con  la  Conferenza Stato-città ed autonomie locali), in modo da “sanare l’eventuale vizio derivante dal procedimento  originariamente  seguito”, avendo peraltro la  sentenza  “fatto  riferimento  al Governo  (e  non  al  Parlamento)  e  considerato  che  in  alcuni  casi  i  termini  per l’adozione di simili decreti non sono ancora scaduti”. Tra le modifiche senz’altro di maggior rilievo portate dal Decreto Correttivo è quella che riguarda la governance delle società partecipate. Come noto, una delle innovazioni più importanti del nuovo testo unico è quella che stabilisce che “di norma” (e già l’espressione prelude ad eccezioni[28]) l’organo amministrativo debba essere costituito da un amministratore unico (art. 11, comma 2, TUSP). Nell’impianto originario del TUSP, il comma terzo di tale articolo prevedeva che, in deroga al principio appena affermato, un apposito decreto del Presidente del Consiglio, da emanarsi entro sei mesi dall’entrata in vigore del testo unico (quindi entro il 23 marzo 2017), avrebbe dovuto enucleare i criteri secondo i quali “per specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa”, sarebbe stato possibile optare per  un consiglio di amministrazione – composto da un minimo di tre a un massimo di cinque membri – ovvero per i sistemi dualistico o monistico (art. 11, comma 3, TUSP). Con tale previsione si è invertito il criterio in vigore, previsto, da ultimo, nell’art. 4, commi 4 e 5, d.l. 6 luglio 2012 n. 95, conv., con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, in cui l’opzione per l’amministratore unico era consentita, ma residuale[29]. L’art. 7 del Decreto Correttivo è ora intervenuto sostituendo integralmente il comma terzo dell’art. 11 TUSP, che ora recita: “L’assemblea della società a controllo pubblico, con delibera motivata con riguardo a specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa e tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi, può disporre che la società sia amministrata da un consiglio di amministrazione composto da tre o cinque membri, ovvero che sia adottato uno dei sistemi alternativi di amministrazione e controllo previsti dai paragrafi 5 e 6 della sezione VI-bis del capo V del titolo V del libro V del codice civile. La delibera è trasmessa alla sezione della Corte dei Conti competente ai sensi dell’articolo 5, comma 4, e alla struttura di cui all’articolo 15”. Nel quadro attuale, dunque, la scelta per un sistema collegiale di amministrazione (oppure per i modelli dualistico o monistico), è interamente rimessa all’assemblea dei soci, i quali dovranno però giustificare tale scelta per ragioni di adeguatezza organizzativa e “tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi” (requisito, quest’ultimo, che non era posto come criterio per il Dpcm).  In sostanza, il Governo ha ritenuto di preferire un sistema in cui l’adozione dei sistemi di amministrazione e di controllo alternativi all’amministratore unico non fosse eterodeterminata al di fuori della singola compagine societaria. La scelta, inoltre, è servita a rimediare un potenziale corto circuito della previgente formulazione, poiché l’adeguamento degli statuti era fissato al 31 dicembre 2016, mentre il Dpcm avrebbe dovuto essere emanato entro il 23 marzo 2017. Si sarebbe quindi potuta creare una situazione potenzialmente dannosa per quelle società che, diligentemente rispettando il termine per l’adeguamento dello statuto, avesse optato per l’organo monocratico di amministrazione, per poi scoprire che secondo i criteri dettati dal Dpcm avrebbe potuto optare per un sistema collegiale (o per uno dei modelli alternativi di gestione), sobbarcandosi gli oneri procedurali e notarili di una doppia modifica statutaria. Immediatamente collegato al precedente è il tema delle tempistiche prescritte dal TUSP per l’adeguamento degli statuti e per altri adempimenti. Per quanto riguarda il primo, inizialmente fissato al 31 dicembre 2016 dall’art. 26 TUSP, è ora fissato al 31 luglio 2017 dall’art. 15 del Decreto Correttivo. Per quanto attiene invece ai secondi, essi si trovano in vari luoghi del testo. Così, ad esempio, è differito al 31 luglio 2017 il termine, inizialmente fissato al 23 marzo 2017 dall’art. 26 TUSP, per l’adeguamento delle società a controllo pubblico alle disposizioni contenute nell’art. 11, comma 8, TUSP, secondo cui gli amministratori delle società a controllo pubblico non possono essere dipendenti delle amministrazioni pubbliche controllanti o vigilanti (art. 15 Decreto Correttivo)[30]. Ancora, sempre all’art. 26 è introdotto un nuovo comma 12-ter, ai sensi del quale “per le società di cui all’art. 4, comma 8, le disposizioni dell’art. 20 trovano applicazione decorsi 5 anni dalla loro costituzione”. In altre parole, per le società spin off o start up universitarie o di enti di ricerca non vige, per i primi 5 anni di vita, l’obbligo di procedere alla razionalizzazione delle partecipazioni dalle amministrazioni pubbliche. Un differimento di qualche mese è anche previsto per il termine per la ricognizione del personale in servizio, propedeutico all’individuazione di eventuali eccedenze, previsto dall’art. 25, comma 1, TUSP, al 23 marzo 2017, e ora posticipato al 30 giugno 2017 (art. 14, comma 1, lett. a), Decreto Correttivo). Si chiarisce, inoltre, un dubbio interpretativo circa l’applicazione del divieto di nuove assunzioni, esplicitando (art. 14, coma 1, lett. c), Decreto Correttivo) che il periodo di durata del blocco delle nuove assunzioni, stabilito dall’art. 25, comma 4, TUSP, fino al 30 giugno 2018, decorre dalla data di pubblicazione del decreto del personale eccedente di cui alla nota precedente.  Al termine del 30 giugno 2017 (anziché di sei mesi dall’entrata in vigore del TUSP, ossia il 23 marzo 2017) è posticipato anche il termine per la ricognizione di tutte le partecipazioni possedute dalle pubbliche amministrazioni (art. 13, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo – art. 24, comma 1, TUSP).  È stato infine posto modificato il termine per le disposizioni in materia di personale previste dalla normativa vigente (legge 27 dicembre 2013, n. 147), che si applicheranno non più soltanto fino al 23 settembre 2016, ma fino all’entrata in vigore del decreto ministeriale sul personale eccedente di cui all’art. 25, comma 1, TUSP, e comunque non oltre il 31 dicembre 2017 (art. 11 Decreto Correttivo). Un altro importante elemento di novità introdotto dal Decreto Correttivo (art. 5) incide sulle finalità perseguibili dalla p.a. mediante l’acquisizione e la gestione di partecipazioni pubbliche.  Si è più precisamente ampliato il novero delle funzioni perseguibili per le società aventi ad oggetto l’autoproduzione di beni e servizi (di cui all’art. 4, comma 2, lett. d), TUSP), che ora non dovrà essere limita ai beni e servizi strumentali all’ente o degli enti pubblici partecipati, ma potrà riguardare anche lo svolgimento delle funzioni dei predetti enti. È stato previsto, ad integrazione dell’art. 4, comma 7, TUSP, che sono ammesse anche le partecipazioni nelle società aventi per oggetto sociale la produzione di energia da fonti rinnovabili. Ed è stata fatta salva, all’art. 4, comma 8, TUSP, la possibilità per le università di costituire società per la gestione di azienda agricole con funzioni didattiche. Inoltre, al fine di valorizzare il principio di leale collaborazione nei rapporti tra Stato e regioni, come richiesto dalla citata sentenza della Corte Costituzionale, è stato previsto, dall’art. 5, comma 1, lett. d), Decreto Correttivo, che ha modificato l’art. 4 comma 9 TUSP, che il Presidente della Regione possa, con provvedimento adottato ai sensi delle disposizioni regionali e nel rispetto dei principi di trasparenza e pubblicità, deliberare l’esclusione totale o parziale dell’applicazione delle disposizioni dell’art. 4 – attinenti appunto alle limitazioni delle finalità perseguibili mediante acquisizione o gestione di partecipazioni pubbliche – rispetto a singole società a partecipazione regionale. La suddetta esclusione dovrà essere motivata con riferimento alla “misura e qualità della partecipazione pubblica, agli interessi pubblici a essa connessi e al tipo di attività svolta, riconducibile alle finalità di cui al comma 1”. Un tema affine al precedente riguarda la motivazione analitica che l’atto deliberativo di costituzione di una società partecipata o di acquisto di partecipazioni deve riportare ai sensi dell’art. 5 TUSP: l’art. 6 del Decreto Correttivo ha eliminato, al riguardo, il riferimento alla possibilità di destinazione alternativa delle risorse pubbliche impegnate e ha precisato che le modalità della consultazione pubblica sono disciplinate dagli enti locali interessati.  Le scelte legislative di fondo che traspaiono dal Decreto Correttivo si confermano, dunque, muovere essenzialmente su due binari: (i) il rispetto del principio di leale collaborazione tra istituzioni centrali e locali, cui consegue lo spostamento di alcune decisioni nella sfera locale e la necessità dell’intesa della Conferenza unificata in relazione a diversi aspetti disciplinari che potenzialmente impattano sulle partecipate degli enti locali; (ii) lo smorzamento di alcuni oneri motivazionali e di alcuni limiti di operatività, che, insieme con l’ampliamento della libertà di manovra nella costituzione e gestione delle partecipazioni pubbliche, e con il molteplice allungamento dei vari termini per gli adempimenti prescritti dalla nuova normativa, tende alla valorizzazione dell’autonomia delle singole società.         [1] Con l’indicata disposizione il Parlamento ha delegato il Governo a semplificare, attraverso il riordino delle disposizioni nazionali e la creazione di una disciplina generale organica in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche, il relativo quadro di regolazione anche in linea con i principi dettati dalla costante giurisprudenza nazionale e comunitaria, con effetti positivi in termini di valorizzazione della tutela della concorrenza e di generale trasparenza ed efficacia dell’azione amministrativa. [2] Cfr. in particolare Cons. Stato, nn. 1206 e 1207 del 2001 e nn. 4711 del 2002 e 1303 del 2002. [3] Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011. [4] La giurisprudenza ha evidenziato d’altra parte che la qualificazione di servizio pubblico locale spetta a quelle attività caratterizzate sul piano oggettivo dal perseguimento di scopi sociali e di sviluppo della società civile, selezionate in base a scelte, appunto, di carattere eminentemente politico quanto alla destinazione delle risorse economicamente disponibili e all’ambito di intervento e su quello soggettivo dalla riconduzione diretta o indiretta a una figura soggettiva di rilievo pubblico (cfr. Cons. Stato, 13 dicembre 2006 n. 7369; TAR Campania, Napoli,  24 aprile 2008 n. 2533). [5] Nella Relazione al Codice Civile, si legge, in riferimento alle società pubbliche che lo Stato “si assoggetta alla legge della società per azioni per assicurare alla propria gestione maggiore snellezza di forme e nuove possibilità realizzatrici” (Relazione al Codice Civile, n. 998. Artt. 2458 e ss., vecchio testo). [6] L’introduzione del bilancio consolidato civilistico per la holding-ente pubblico poteva rappresentare una scelta funzionale all’indirizzo e al coordinamento dell’intero gruppo pubblico locale (cfr. A. Tredici, Il bilancio consolidato del gruppo pubblico locale quale strumento di programmazione e controllo, in Il controllo nelle società e negli enti, 2006, 256 s.). Solo con il d.lgs. n. 118 del 2011, recante disposizioni in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni, degli enti locali e dei loro organismi, si è previsto che tali enti territoriali adottino «…comuni schemi di bilancio consolidato con i propri enti ed organismi strumentali, aziende, società controllate e partecipate e altri organismi controllati….» (art. 11, comma 1). Tale innovazione che impone (e non facultizza più) l’adozione di un bilancio preventivo (e non solo un conto consuntivo) di tipo consolidato, è stata progressiva nel corso del tempo, mediante la previsione, ai sensi dell’art. 36, d.lgs. cit., di un periodo di sperimentazione biennale (2012-2013), coinvolgente talune amministrazioni pubbliche territoriali prescelte in ragione della loro collocazione geografica e densità demografica, per poi entrare a regime dall’anno finanziario 2014. In tema cfr già F. Fimmanò, L’ordinamento delle società pubbliche tra natura del soggetto e natura dell’attività, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, (a cura di F. Fimmanò), Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 12 s. [7] Alle Sezioni regionali di controllo della Corte compete – come confermato anche dal d.lgs. n. 175/2016, di riordino della disciplina in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche – di monitorare il percorso di razionalizzazione delle partecipazioni e di vigilare sull’effettivo completamento delle procedure di dismissione e/o liquidazione. Le Sezioni, in attuazione della legge di stabilità 2015, hanno già verificato i piani di razionalizzazione, che sono stati presentati da un elevato numero di enti (quasi l’80%). [8] Cfr. Sezione delle Autonomie: Referto su “Gli organismi partecipati degli enti territoriali” Delibera n. 27/SEZAUT/2016/FRG e documenti allegati. [9] Nei 3.076 organismi con fatturato non superiore a 5 milioni operano in media 8,7 dipendenti, a fronte di una media di 56 dipendenti nel complesso di quelli osservati. In 1.279 organismi, di cui 776 società, si registra un numero di dipendenti inferiore a quello degli amministratori. [10] La società mista a prevalente capitale pubblico locale venne prevista per la prima volta dall’art. 22, lettera e) della legge 142 del 1990, (testo poi modificato dall’art. 17, comma 58, legge 15 maggio 1997, n. 127, Bassanini-bis) e la legge non vietava peraltro che la società fosse interamente in mano pubblica. [11] La società mista con partecipazione maggioritaria dei soci privati ha trovato riconoscimento testuale con l’art. 12 della legge n. 498 del 1992, attuata con la normativa regolamentare dettata dal D.p.r. n. 533 del 16 settembre 1996 (al riguardo G.F. Campobasso, La costituzione delle società miste per la gestione dei servizi pubblici locali: profili societari, in Riv. soc., 1998, 390 s., che esamina in particolare gli aspetti della compagine, della scelta dei soci e dello scopo di lucro). [12] Norme contenute nella c.d. legge Bassanini bis (n. 127 del 15 maggio 1997), che all’art. 17, commi 51-58, consentiva agli Enti locali di procedere alla trasformazione delle aziende speciali, deputate alla gestione dei servizi pubblici, in società per azioni o a responsabilità limitata con capitale misto, pubblico e privato, anche a partecipazione minoritaria. [13] D. lgs. n. 267 del 2000. [14] Articolo 35 della legge n. 448 del 2001. [15] Si tratta in particolare dell’art. 14 del d.l. n. 269 del 30 settembre 2003 «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici», convertito con modificazioni nella l. n. 326 del 2003 (conseguente alle osservazioni della Commissione Europea sul sistema delineatosi con l’entrata in vigore dell’art. 35). [16] Nel luglio del 2004, la Corte Costituzionale accolse in parte il ricorso avanzato dalla regione Toscana e dichiarò illegittimo l’art. 14, comma 1, lett. e), e comma 2, del D.l. 30 settembre 2003, n. 269, conv. nella L. 24 novembre 2003, n. 326, (Corte Cost., 27 luglio 2004, n.272, cfr. al riguardo G. Marchi, I servizi pubblici locali tra potestà legislativa statale e regionale, in Giorn. Dir. Amm., 1, 2005). [17] Cass., Sez. Un., 25 novembre 2013, n. 26283 – Pres. Rovelli – est. Rordorf, in Società, 2014, 55 s. con nota di F. Fimmanò, La giurisdizione sulle “società in house providing”, e in Fallimento, 2014, 33 s., con nota di L. Salvato, Riparto della giurisdizione sulle azioni di responsabilità nei confronti degli organi sociali delle società in house; e poi in scia: Cassazione, Sez. Un., 16 dicembre 2013 n. 27993;  Cass., Sez. Un., 26 marzo 2014, n. 7177 – Pres. Rovelli – est. Macioce; Cass., Sez. Un., 24 ottobre 2014, n. 22609- Pres. Rovelli – est. D’Ascola. Nello stesso senso ma con approdo opposto Cass., Sez. Un., 10 marzo 2014, n. 5491 – Pres. Rovelli – est. Nobili, in Società, 2014, 953 s. con nota di F. Cerioni; Cass. Sez. Un. n. 26936 del 2 dicembre 2013, che non riconoscono la giurisdizione contabile per l’inesistenza dei tre requisiti individuati: la necessaria appartenenza pubblica del capitale della società (con la previsione statutaria del divieto di cedere a soggetti privati quote della stessa), l’inesistenza di margini di libera agibilità sul mercato (neppure attraverso partecipate e la sottoposizione a controllo analogo (che non può ridursi al potere di nomina degli organi sociali). [18] In buona sostanza la Cassazione ha riprodotto l’orientamento del Consiglio di Stato (Cons. Stato, Adunanza Plenaria, 3 marzo 2008 n. 1, su rimessione di Cons. Stato, Sez. V, 23 ottobre 2007 n. 5587 ; nello stesso senso Cons. Stato, sez. VI, 16 marzo 2009, n. 1555 e prima TAR Valle d’Aosta, 13 dicembre 2007 n. 163; TAR Sicilia, 5 novembre 2007 n. 2511; TAR Piemonte, 4 giugno 2007 n. 2539; TAR Calabria, Catanzaro, 15 febbraio 2007 n. 76 e dopo TAR Campania, Napoli, Sez. I, 28 luglio 2008 n. 9468). Il Consiglio di stato ha sostenuto in particolare che il modello di società mista elaborato, in sede consultiva, con il parere n. 456 delle 2007, rappresenta solo una delle possibili soluzioni delle problematiche connesse alla costituzione di tali società e all’affidamento del servizio alle stesse, anche se, in mancanza di indicazioni precise da parte della normativa e della giurisprudenza comunitaria, non può allo stato essere elaborata una soluzione univoca o un modello definitivo di società mista. In ogni caso, il modello di società costruito con il citato parere non è rinvenibile allorchè il socio non venga scelto mediante procedura a evidenza pubblica nella quale la gestione del servizio sia stata definita e precisata. [19] Al riguardo: G. Visentini, Partecipazioni pubbliche in società di diritto comune e di diritto speciale, Milano, 1979, 4 s.; M. Mazzarelli, La società per azioni con partecipazione comunale, Milano, 1987, 117; G. Marasà, Le «società» senza scopo di lucro, Milano, 1984, 353; P. Spada, La Monte Titoli S.p.a. tra legge ed autonomia statutaria, in Riv. dir. civ., 1987, II, 552. [20] Al riguardo R. Guarino, La causa pubblica nel contratto di società, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di F. Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 131 s. [21] Ci riferiamo agli enti pubblici con mera struttura organizzativa societaria (cfr. al riguardo C. Ibba, Le società «legali», Torino, 1992, 340; Id., La tipologia delle privatizzazioni, in Giur. comm., 2001, 483 s.; Id., Le società “legali” per la valorizzazione, gestione e alienazione dei beni pubblici e per il finanziamento di infrastrutture. Patrimonio dello Stato e infrastrutture s.p.a, in Riv. dir. civ., 2005, II. 447;  e in un’ottica estensiva: G. Napolitano, Soggetti privati «enti pubblici»,in Dir. amm., 2003, 81 s.) previsti, trasformati o costituiti appunto in forma societaria con legge (ad es. l’art. 7 del D. L. 15/4/2002 n. 63, convertito dalla L. 15/6/2002, n. 112, ha istituito la Patrimonio dello Stato S.p.a.; l’rt. 8 del D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito dalla L. 8/8/2002, n. 178, ha gemmato la Coni Servizi s.p.a.; il D. Lgs. 9/1/1999 n. 1, ha istituito Sviluppo Italia s.p.a. poi integrato con altre norme dirette a disciplinarne la governance dell’attuale “Invitalia s.p.a”; l’art. 3, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79, ha previsto la costituzione del Gestore della rete di trasmissione nazionale S.p.a.; l’art. 13, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 ha contemplato la nascita della Sogin s.p.a.; stessa cosa è accaduta per “Gestore del Mercato s.p.a.” ex art. 5, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 e l’Acquirente Unico s.p.a. ex art. 4, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79). In altri casi il legislatore ha trasformato o previsto la trasformazione di enti pubblici in società (così per l’Ente Nazionale per le Strade ex art. 7 D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito in L. 8/8/2002 n. 178; per l’Istituto per i servizi assicurativi del commercio estero Sace ex art. 6 D. L. 30/9/2003, n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326; per l’Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma ex D. Lgs. 17/8/1999 n. 304; per la Cassa Depositi e Prestiti ex art. 5 D.L. 30/9/2003 n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326). [22] È l’avvertimento metodologico già lucidamente espresso da F. Ferrara sr., La teoria della persona giuridica, in Riv. dir. comm., 1911, p. 638. [23] Già con riferimento alla normativa speciale a “toppe” per il diritto sportivo: U. Apice, La società sportiva: dentro o fuori al codice civile, in Dir. fall., 1986, 538 s.; F.Fimmanò, La crisi delle società di calcio professionistico a 10 anni dal caso Napoli, in Gazzetta Forense, 2014, 4, 8 s. [24] In particolare, con riguardo alle previsioni della legge delega riguardanti i principi e criteri direttivi per l’emanazione del TUSP, la Regione Veneto ricorreva sostenendo che le relative disposizioni avrebbero violato gli artt. 117, secondo, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost., “poiché la fissazione di tali principi e criteri eccederebbe dalle competenze statali in materia di «tutela della concorrenza» e di «coordinamento della finanza pubblica», invadendo sfere di competenza regionali. Inoltre, esse violerebbero il principio di leale collaborazione di cui agli artt. 5 e 120 Cost., poiché prescriverebbero, in combinato disposto con il comma 4 dell’art. 16, per l’attuazione della delega, una forma di raccordo con le Regioni – il parere in Conferenza unificata – da ritenersi insufficiente, tenuto conto delle molteplici interferenze con le attribuzioni regionali” (v. Corte Cost., 25.11.2016,  n. 251). Il tema delle società a partecipazione pubblica era già stato oggetto di pronunce da parte del c.d. Giudice delle Leggi. In alcuni casi, la Consulta ha ricondotto le disposizioni inerenti all’attività di società partecipate dalle Regioni e dagli enti locali alla materia dell’«ordinamento civile», di competenza legislativa esclusiva statale, in quanto volte a definire il regime giuridico di soggetti di diritto privato, nonché a quella della «tutela della concorrenza» in considerazione dello scopo di talune disposizioni di «evitare che soggetti dotati di privilegi operino in mercati concorrenziali» (Corte Cost., sent. n. 326 del 2008). In altri, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di disposizioni statali che, imponendo a tutte le amministrazioni, quindi anche a quelle regionali, di sciogliere o privatizzare le società pubbliche strumentali, sottraevano alle medesime la scelta in ordine alle modalità organizzative di svolgimento delle attività di produzione di beni o servizi strumentali alle proprie finalità istituzionali, violando la competenza legislativa regionale residuale in materia di organizzazione amministrativa regionale (Corte Cost., sent. n. 229 del 2013). [25] Infatti, la materia delle partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche coinvolge, da un lato, profili pubblicistici, che attengono alle modalità organizzative di espletamento delle funzioni amministrative e dei servizi, perciò riconducibili alla competenza residuale regionale, anche con riguardo alle partecipazioni degli enti locali che non abbiano come oggetto l’espletamento di funzioni fondamentali. Dall’altro lato, però, ogni intervento in materia coinvolge anche profili privatistici, inerenti alla forma delle società partecipate, che trova nel codice civile la sua radice, e aspetti connessi alla tutela della concorrenza, riconducibili alla competenza esclusiva del legislatore statale. La sede preposta alla necessaria integrazione dei suddetti punti di vista e delle diverse esigenze degli enti territoriali coinvolti, è la Conferenza unificata, di cui nel TUSP era richiesto il solo “parere”. [26] La Corte Costituzionale ha precisato che “nel caso di impugnazione di tali disposizioni, si dovrà accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione”. [27] Il supremo organo amministrativo non ha mancato di rilevare l’importanza di “portare a termine le previsioni della l. n. 124 a seguito della sentenza della Corte”, anche “per non far perdere slancio riformatore all’intero disegno: i decreti legislativi interessati dalla sentenza costituiscono, infatti, non soltanto misure di grande rilievo di per sé, ma anche elementi di una riforma complessiva, che risulterebbe meno incisiva se limitata ad alcuni settori” (v. parere Cons. Stato n. 83/2017, in www.giustizia-amministrativa.it). [28] Assai diversa era stata la prima versione del decreto legislativo, in cui si discorreva di “obbligo” per le società di optare per l’amministratore unico, obbligo poi mutato in una più rassicurante “normalità” durante i lavori di stesura del testo definitivo. [29] «I consigli di amministrazione delle società di cui al comma 1 devono essere composti da non più di tre membri. È comunque consentita la nomina di un amministratore unico» (art. 4, comma 4, d.l. 95/2012). «Fermo restando quanto diversamente previsto da specifiche disposizioni di legge e fatta salva la facoltà di nomina di un amministratore unico, i consigli di amministrazione delle altre società a totale partecipazione pubblica, diretta o indiretta, devono essere composti da tre o da cinque membri, tenendo conto della rilevanza e della complessità delle attività svolte» (art. 4, comma 5, d.l. 95/2012, come modificato con l’art. 16, comma 1, lett. b), d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla l. 11 agosto 2014, n. 114). D’altronde, già con la legge finanziaria 2007 si era previsto, oltre al generico richiamo a un emanando «atto di indirizzo volto, ove necessario, al contenimento del numero dei componenti dei consigli di amministrazione delle società non quotate partecipate dal Ministero dell’economia e delle finanze e rispettive società controllate e collegate, al fine di rendere la composizione dei predetti consigli coerente con l’oggetto sociale delle società» (art. 1, comma 465, l. 27 dicembre 2006, n. 296), che «il numero complessivo di componenti del consiglio di amministrazione delle società partecipate totalmente anche in via indiretta da enti locali, non può essere superiore a tre, ovvero a cinque per le società con capitale, interamente versato, pari o superiore all’importo che sarà determinato con decreto», e che nelle società miste il numero massimo di componenti del consiglio di amministrazione designati dai soci pubblici locali comprendendo nel numero anche quelli eventualmente designati dalle regioni non può essere superiore a cinque (art. 1, comma 729, l. 296/2006). [30] A tal riguardo, viene altresì precisato (art. 14, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo) che il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro delegato per la semplificazione e la pubblica amministrazione e con il Ministro dell’economia e delle finanze, volto a disciplinare le modalità di trasmissione dell’elenco del personale eccedente, debba essere adottato previa intesa in Conferenza unificata ai sensi dell’art. 9 d.lgs. 28.8.1997, n. 281.   - >>>>>

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