Sanità pubblica, la Via Crucis di un malato oncologico: “Nel Molise non esiste la cistoscopia”

di GIOVANNI MINICOZZI Circa quattro anni fa Salvatore D’Onofrio, campobassano di 65 anni, scoprì di avere un carcinoma alla vescica. Ha subito sette interventi chirurgici effettuati tra il S. Timoteo di Termoli e il Cardarelli di Campobasso ed è stato dimesso il 23 novembre scorso dal reparto di Urologia. Il successivo 10 dicembre è stato sottoposto a visita di controllo e gli è stato comunicato l’esito in parte positivo della biopsia con il carcinoma scomparso ma con la presenza di un nuovo papilloma. Il medico che lo ha visitato gli ha prescritto alcuni esami, da presentare alla visita di controllo, tra i quali la flussometria e la cistoscopia. Intanto, il signor D’Onofrio, in parte tranquillizzato dal risultato ella biopsia si rasserena e si reca al centro unico di prenotazione dell’ Asrem. Neanche il tempo di godersi la discreta notizia e scopre che la flussometria la potrà eseguire non prima del 27 giugno 2019 mentre la cistoscopia non può essere effettuata in nessuno dei laboratori degli ospedali pubblici molisani. Ecco la sua testimonianza rilasciata ai microfoni di Telemolise:  “L’ho scoperto ieri andando al Cup, il medico mi aveva prescritto a seguito di un intervento chirurgico una cistoscopia e sono andato a prenotarla al Centro. Qui ho scoperto che in tutti gli ospedali molisani non viene effettuata questa prestazione specialistica, né all’ ospedale di Campobasso stesso, né di Termoli, di Agnone e di Isernia. A questo punto io non so a chi rivolgermi e come fare per avere questa prestazione. Credo che si tratti di una interruzione di pubblico servizio ed è mia intenzione denunciare questa cosa all’opinione pubblica“. – Lei ha prenotato anche altri esami per una successiva visita di controllo alla vescica, che tempi ha avuto?” “Ho avuto tempi lunghissimi. Il primo giorno utile è stato il 27 giugno del 2019“. -Che tipo di esame ha prenotato?  “La flussometria. Però, per quanto riguarda il sottoscritto non ha nessun riflesso perché io il controllo lo avrò tra sei mesi però c’è anche il cittadino che ha bisogno di farla immediatamente e per lui penso che i tempi di attesa di circa sette mesi siano veramente tanti!“ – Che vuole dire a chi governa questa Regione, al Presidente, ai vertici dell’Azienda sanitaria regionale?” “Di fare meno chiacchiere e più fatti.“ Risposta secca ed efficace. Oggettivamente anche a noi la situazione appare paradossale, al di là delle statistiche e dei proclami contenuti nei comunicati stampa, il rispetto dei livelli essenziali di assistenza resta una chimera. Abbiamo raccolto la denuncia pubblica del signor Salvatore D’Onofrio con la speranza che i vertici dell’Asrem, la Direzione generale della salute nella persona di Lolita Gallo e il Presidente della Regione Donato Toma, in questi giorni alle prese con i ricorsi contro la nomina dei commissari, trovino il tempo per verificare tale grave anomalia e per ripristinare un servizio elementare ma indispensabile per le tante persone che combattono contro il cancro.   - >>>>>


Il sistema giudiziario e il mito

di MANUELA PETESCIA Il ministro della giustizia, Alfonso Bonafede, ha scelto una platea molto cara e familiare a noi molisani per mettere sul tavolo del confronto il tema della durata della prescrizione nei processi penali, nell’ambito di quella riforma della giustizia che diventerà, nei prossimi mesi, uno dei principali argomenti del dibattito politico. Lo ha fatto a San Giuliano di Puglia, durante la sua visita al cimitero in cui riposano i bimbi e la maestra morti nel crollo della scuola causato dal terremoto del 31 ottobre 2002. «La prescrizione si deve interrompere dopo il primo grado di giudizio», ha annunciato Bonafede, innescando, come era prevedibile, una polemica dai toni durissimi, tra chi salutava con favore il crollo degli stratagemmi architettati dai furbi e chi accusava il ministro di un vero e proprio attacco alla Costituzione, di deriva giustizialista, di inaugurare, di fatto, l’era del processo eterno. Una polemica di pari intensità – c’è da aspettarselo – accompagnerà un altro cavallo di battaglia del ministro Bonafede: l’abolizione della riforma delle intercettazioni voluta dal precedente governo, la cosiddetta “legge bavaglio” scritta – sempre secondo l’attuale ministro −«con l’intento di impedire ai cittadini di ascoltare le parole dei politici indagati». Temi delicati, difficili da affrontare, temi in palese conflitto che investono da una parte il diritto dei cittadini ad essere informati, dall’altra il diritto dei cittadini a non vedere le proprie vicende giudiziarie trasformate in gogne mediatiche. Diritti che devono trovare un loro equilibrio con il dovere di perseguire i colpevoli. Ma c’è molto altro, nella riforma della giustizia annunciata dall’attuale governo. Una riforma che non nasconde la sua ispirazione populista, basata sul principio che lo Stato deve rendere giustizia ai cittadini ma anche − e forse soprattutto − tener conto della rabbia dei cittadini stessi di fronte all’impunità. In questa luce vanno lette le misure che prevedono pene più severe per tutti o l’inasprimento delle pene per i reati fiscali, una lotta più serrata alla corruzione, con l’introduzione della figura dell’agente sotto copertura, ma anche la costruzione di nuovi carceri e la riapertura dei piccoli tribunali, mentre con lo stop alle “porte scorrevoli” si vorrebbe regolamentare drasticamente l’attività dei magistrati che entrano in politica per poi rientrare – alla fine del loro mandato – nella magistratura. Insomma più giustizia per tutti, nelle intenzioni, che rischia però di diventare un boomerang: meno diritti e meno garanzie per tutti. Il sistema giudiziario è imperfetto. Ed è imperfetto semplicemente perché intorno ai nobili principi di verità, onestà e imparzialità − intorno al mito della giustizia, appunto − operano poi uomini in carne e ossa e il mito non si fa incatenare mai in nessun sistema terreno. Restano quindi in piedi, e imperfetti, i soli tentativi di avvicinarsi il più possibile agli ideali di giustizia che ogni cittadino racchiude dentro di sé e che ogni cittadino considera giusti o sbagliati secondo il momento storico in cui vive e secondo una serie infinita di variabili e incognite, non ultime le proprie esperienze personali. E allora le intercettazioni telefoniche sono uno strumento sacro e inviolabile per le indagini, salvo finirci dentro senza sapere né come né quando e leggere la propria vita privata in prima pagina su tutti i giornali; la prescrizione va abolita − è un mero trucco per farla franca − salvo trovarsi nel tritacarne giudiziario, e da innocenti, per tutta la vita; il magistrato deve fare politica – la sua è un’immagine di garanzia e di rispetto dei diritti dei cittadini – salvo intuire che un pubblico ministero abbia decapitato con indagini mirate un bel gruppo di ipotetici avversari prima di scendere in campo; le pene vanno inasprite – solo così i reati diminuiranno – salvo scoprire che nei paesi dove si ricorre alla sedia elettrica l’incidenza dei crimini di omicidio è addirittura più elevata; la legittima difesa deve essere proporzionata all’offesa, salvo trovarsi da soli di notte, con i propri bambini e impugnare un’arma, senza il tempo di riflettere se il ladro sia più o meno pericoloso; e così via in un contrasto di tesi e antitesi che caratterizza senza tregua e senza tempo l’intero sistema. E i dubbi, la guerra di tesi e antitesi, talvolta restano in piedi anche dopo le sentenze, tanto che si gioisca per una condanna tanto che si gioisca per un’assoluzione: la verità storica e la verità processuale, infatti, non sempre coincidono.       - >>>>>

Stai zitto! Tuo zio mette le dita al naso

di Angelo Persichilli L’Inghilterra non vuole nuovi rifugiati ed esce dall’Europa? Problema politico interno. L’Italia limita l’arrivo di nuovi rifugiati e non esce dall’Europa? Disastro mondiale con l’Italia antieuropea e razzista. Dimenticavo fascista. La Germania chiede all’Europa soldi per salvare le banche tedesche usando Atene come paravento? È politica economica. L’Italia chiede flessibilità per gestire il debito e cercare di stimolare l’economia? Politica irresponsabile (e fascista). La sinistra (anche se non capisco più quale sia la sinistra) attaccava i precedenti governi perché seguiva la politica di austerità dell’Europa penalizzando gli italiani? Au contraire, ora che il governo italiano contesta l’austerità economica europea, sono tutti ultraeuropeisti (e fascisti). Parentesi personale: sono contro il piano economico di Conte. Sono sempre contrario a spendere soldi pubblici che non si hanno e non credo nel reddito di cittadinanza. Principio ottimo, come d’altra parte lo è quello delle pensioni, il problema è la gestione. Immettere nella spesa pubblica 10 miliardi di euro in un sistema ancora corrotto, che sarà lo stesso che ha gestito le pensioni, aiuterà qualcuno, ma darà più opportunità ai corrotti di rubare e ai furbi di continuare a vivere sulle spalle della società. Bisogna prima riformare chi lo gestisce e, diciamolo, i furbetti che ne dovrebbero usufruire, tipo falsi non vedenti che guidano auto o falsi disabili in bicicletta. Occorre prima un senso civico dove l’interesse collettivo viene prima dell’interesse personale. In Italia vige ancora l’interesse per il reddito del singolo, non per la cittadinanza. Fatta questa precisazione, torniamo all’attuale governo. Contestare un piano economico ci può stare, si può sempre dibattere sulle priorità e sui contenuti, ma alzare le barricate radicalizzando le differenze, usando l’europeismo per demonizzare gli avversari, non è un esempio di grande democraticità. Già, l’Europa. Sono un convinto europeista, ma sotto attacco non è l’Europa, ma il dominio e la gestione fallimentare dell’asse franco-tedesco. L’Europa fino ad oggi è servita principalmente a sostenere le esigenze di megalomania politica della Francia e a proteggere il potere economico della Germania. L’Inghilterra, bontà sua, si è sentita sempre la prima della classe con o senza l’Europa; anzi, appena si è vista imporre qualcosa da Bruxelles (per esempio l’accoglienza ai rifugiati) ha votato, sbagliando, per la Brexit. E l’Italia? Giullari alla corte del duo Macron-Markel. Due regnanti senza regno con il primo preso a pernacchie dagli stessi francesi e la seconda cacciata dai tedeschi. E ora, riflettiamoci, questi perdenti internazionali vengono a dire agli italiani cosa devono fare. Come mai osano? Perché sanno che gli italiani sono malati di ideologie obsolete e dibattono beghe del passato, invece di programmare il futuro. Si accapigliano per difendere l’alberello dietro casa e non vedono che la foresta è in fiamme. E, sia chiaro, il problema italiano non è solo la retorica della sinistra fantasma, è una epidemia che non ha barriere ideologiche. Qualche esempio. Berlusconi fa l’europeista o l’antieuropeista a seconda se si trova al governo o all’opposizione, proprio come la sinistra. I grillini parlano di crociata contro di loro al governo, ma quando erano all’opposizione facevano la stessa cosa. Fino a qualche anno fa erano gli eroi della stampa estera, soprattutto inglese, che usava loro per sbertucciare gli italiani nel mondo e i loro governi. Lega e M5S, all’opposizione, attaccavano la RAI perché lottizzata; ora, al governo, che fanno? Lottizzano. La Lega, che qualche anno fa riteneva il Sud una cloaca sociale e un buco nero economico per “Roma Ladrona” (a proposito, il Senatur, che aveva coniato questo slogan, è stato condannato per truffa), ora si affida al Sud per aumentare i consensi. Certo, ora al posto di Bossi c’è Salvini, al posto di Berlusconi c’è Berlusconi e al posto di D’Alema c’è…non lo so, fate voi, Di Maio, Fico o Zingaretti; ma le cose non sono cambiate molto. Vedo persone che criticano gli sprechi e difendono i poveri, ma troviamo i loro nomi nella lista di quelli che prendono le pensioni d’oro. E, se qualcuno predica onestà, gli viene ricordato che lo zio non pagava le tasse o l’amico del padre è un ladro. La politica, mascherata di divergenze ideologiche che nessuno sa più spiegare, prende il sopravvento su tutto. I termini antifascista e anticomunista sono strali di una macchina lancia-letame per riciclare coscienze sporche da peccati storici di cui nessuno si vuole farsi carico. Vi sono politici che hanno sostenuto dittatori e dittature di vario colore che oggi si presentano col volto da verginelle predicando democrazia e libertà pronti, come direbbe il grande Troisi, a ricominciare da tre. Perché non da zero? Per esempio, ho letto che ora qualcuno vuole andare avanti tornando indietro verso Gramsci (di questo ne riparleremo). Visto che ci siamo, spieghino anche a chi mandiamo il conto delle malefatte di Stalin e Togliatti, da molti di loro sostenuti e osannati come campioni di libertà e democrazia e mai rinnegati. Si getta letame su tutti per rinforzare la politica del ‘tutti onesti e tutti colpevoli’, creare cioè una morale posticcia per chiudere le porte delle patrie galere e tenere aperte quelle della cassaforte con i soldi del contribuente. Certo, il contribuente ha le sue colpe e spesso si abbevera lui stesso nel trogolo del malaffare con la scusa che “purtroppo se non fai così non si va avanti” oppure “è inutile mettersi contro quelli”, senza ovviamente spiegare chi siano “quelli”. E allora? Chi è senza peccato scagli la prima pietra, certo; ma se si mira in alto il margine di errore si restringe.   - >>>>>

Discariche nel mirino della mafia

di Angelo Persichilli Discariche e depuratori in territorio molisano sarebbero nel mirino di organizzazioni criminali per la disposizione di materiale pericoloso: l’allarme è lanciato in una relazione della Commissione nazionale antimafia nel suo rapporto del 2017. Come dichiarato nel precedente articolo dal dott. Antonio Nicaso, studioso di fama internazionale dell’evoluzione delle varie mafie, l’attività criminale nel Molise si diversifica a seconda del territorio. Mentre nel Basso Molise è massiccia la presenza della mafia Garganica (o foggiana) molto attiva sul territorio soprattutto con investimenti a scopo di riciclaggio nelle aziende in difficoltà, è diverso invece il coinvolgimento criminale nella zona della provincia di Isernia e la parte matesina di Campobasso. Qui operano principalmente la Camorra e la ‘Ndrangheta. Anche qui vengono usate piccole e medie aziende in difficoltà per il riciclaggio di denaro sporco, ma molto più redditizio potrebbe essere lo smaltimento di scorie industriali altamente inquinanti. Nell’area del Matese si avverte già un certo nervosismo quando si comincia a parlare di impianti per lo smaltimento di rifiuti. Proprio di qualche giorno fa è la pubblicazione sul Quotidiano del Molise di una iniziativa, appena fuori dai confini della Regione, per la costruzione di un impianto di riciclaggio di rifiuti in quel di Sassinoro. Secondo quanto riportato da Punto Agro News e ripresa da TG5, sulla vicenda starebbe indagando la Procura di Salerno. La Regione Molise si è già opposta a tale iniziativa e, secondo quanto riportato da questo Quotidiano, potrebbero presto aversi “iniziative di carattere legale” contro tale progetto. Ovviamente niente di preciso e le indagini sono in corso ma ogni iniziativa nel settore comincia a destare allarmi. Molto significativo l’allarme lanciato dalla Commissione parlamentare antimafia dopo una audizione tenuta a Campobasso il 27 aprile dello scorso anno. Secondo quanto emerge dalla relazione finale della commissione per il 2017, vi sono “presunti traffici illeciti di rifiuti pericolosi da parte di organizzazioni di stampo camorristico che avrebbero scelto la Provincia di Campobasso per smaltire i propri carichi presso discariche e depuratori della zona”. Si tratta di una attività molto redditizia per il crimine organizzato ma è quella più pericolosa in quanto distruggerebbe parte del territorio inquinando le vene acquifere con gravi ripercussioni sulla salute dei cittadini. Sappiamo tutti cosa sta succedendo nella vicina Campania nella cosiddetta Terra dei fuochi e le discariche abusive per disporre di materiale inquinante o speciale, come quello, per esempio, proveniente dagli ospedali. Le autorità temono che presto ci potrebbero essere iniziative simili anche nell’Alto Molise. L’ironia è che mentre i criminali sono promotori di iniziative, come in Campania, che distruggono il territorio con danni non solo al settore agricolo, ma anche e soprattutto alla salute dei cittadini, gli stessi criminali vogliono fare profitti anche su iniziative per la cosiddetta difesa dell’ambiente. Un settore “particolarmente esposto in Molise – ci dice infatti Antonio Nicaso – è quello per la produzione dell’energia alternativa e rinnovabile”. Si tratta di un settore che da tempo, in altre Regioni “è nel mirino del crimine organizzato”, soprattutto della ‘Ndrangheta, della Camorra e della mafia siciliana. Il meccanismo è il solito. Si coinvolgono imprenditori locali o dei prestanomi per la creazione di nuove aziende di copertura. Si presentano proposte per la costruzione di impianti che creano energia alternativa, in particolare energia eolica, usufruendo quindi di prestiti europei a fondo perduto o a tasso agevolato. In questo contesto, precisa Nicaso, il Molise potrebbe offrire le condizioni ideali per gli investimenti di queste organizzazioni criminali offrendo il territorio e il prestanome. In molti casi i veri gestori dell’attività, come in altre iniziative simili in altre Regioni, sono “in altre parti dell’Italia o – dice Nicaso – addirittura nei Paesi dell’Est Europeo”. Come avviene in questi casi, non sono però queste aziende di copertura che entrano in contatto con l’amministrazione europea. Esse presentano le loro proposte agli enti locali, Comuni, Province o Regione, e sono questi enti gli unici interlocutori con l’Europa. In altre parole, il controllo sulla credibilità degli investitori, è fatta dagli enti italiani, non europei. A proposito di aziende in difficoltà e quindi più vulnerabili, già dal 2012 SOS Impresa, l’organizzazione della Confesercenti che si batte per denunciare abusi contro i piccoli imprenditori, rilevava che in Italia “sono a rischio d’usura 3.040.000 famiglie e 2.480.000 piccoli imprenditori” e che tra le Regioni “più a rischio di usura ci sono la Campania, Molise, Calabria, Puglia e Sicilia”. Nicaso aggiunge che tale attività prevede l’arrivo anche di boss mafiosi che risiedono sul territorio per meglio coordinare l’attività imprenditoriale. Si fanno vari esempi; in particolare l’arresto di alcune persone in due comuni molisani, Toro e San Giacomo degli Schiavoni, risultati essere esponenti del clan dei casalesi, molto attivi in crimini come le estorsioni e attività di bische clandestine. Sarebbe auspicabile una maggiore attenzione investigativa per evitare che possano verificarsi investimenti mafiosi come è accaduto in altre regioni, con ovvie indispensabili collusioni con esponenti di amministrazioni locali. “È quindi necessario – dice Nicaso – che ci sia la massima disponibilità politica a non abbassare la guardia mettendo gli inquirenti nella posizione di potere indagare in modo efficace”. Questo richiede però l’aiuto del governo nazionale che deve evitare di fare gli stessi errori fatti in precedenza quando i tagli alle spese hanno penalizzato le piccole regioni proprio nel momento in cui esse sono sotto attacco di organizzazioni criminali. Il dott. Antonio Nicaso ed il Giudice Nicola Gratteri saranno a Campobasso il 30 novembre prossimo per presentare il loro ultimo libro, pubblicato dalla Mondadori, dal titolo “Storia segreta della ‘Ndrangheta”. Il libro è già alla seconda ristampa ed è secondo nella classifica dei libri più venduti in Italia.   - >>>>>

Regione: assunzioni senza concorso, nomine e modifica dello Statuto. Maggioranza in panne in vista nuovi equilibri

DI GIOVANNI MINICOZZI Prime crepe nel centrodestra dopo solo sei mesi dall’insediamento nei palazzi che contano, ovvero Palazzo Vitale e Palazzo D’Aimmo. A dividere la maggioranza al suo interno sono, in particolare, tre argomenti che di politico hanno poco o niente. Si tratta semplicenente di una spartizione di poltrone e poltroncine che coinvolge soprattutto parenti, amici e amiche di una parte del consiglieri regionali. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’assunzione di venti persone fatte da due società (Consedin ed Ernst Young) che si erano aggiudicate la gara, ai tempi di Frattura, per la consulenza e il supporto tecnico nella fase di gestione dei fondi comunitari. Tra i fortunati assunti nei giorni scorsi figurano parenti stretti (cognate, fratelli e affini) nonché amiche e amici di alcuni esponenti politici della Regione. Non è dato sapere, pero’, se le assunzioni, fatte senza alcuna selezione pubblica, siano state sponsorizzate da esponenti della precedente giunta di Paolo Frattura, dall’attuale governo oppure da entrambi. Dunque, si utilizzano i soliti sistemi per fare clientelismo becero a danno di tanti giovani meritevoli e in grado di superare una selezione pubblica costretti a emigrare. Tutto questo senza voler considerare lo spreco di risorse pubbliche in favore di società private che incrementano i costi del 20% per il proprio profitto e l’immoralità di certe scelte. Ma il dato politico eclatante emerso dal conclave della maggioranza è relativo a Massimiliano Scarabeo che ha dichiarato di non appartenere più a Forza Italia e, quindi, gli equilibri nel centrodestra vanno a cambiare poiché gli azzurri perdono un rappresentante che non giustificherebbe più la nomina di due assessori di Forza Italia nell’esecutivo targato Donato Toma. Secondo i bene informati Scarabeo potrebbe aderire nelle prossime ore al gruppo di Fratelli d’Italia insieme a Michele Iorio, il quale seguirebbe Raffaele Fitto nel passaggip con Giorgia Meloni. A quel punto Fratelli d’Italia, che aveva eletto solo Quintino Pallante, diventetebbe il gruppo più numeroso a Palazzo d’Aimmo e potrebbe chiedere la Presidenza del Consiglio e un posto in giunta. Altro tema di scontro è rappresentato dalla modifica della Statuto, per stabilizzare l’ufficio di Presidenza del Consiglio regionale per cinque anni, proposta dal Presidente Donato Toma. Sono in molti a non voler cambiare le regole a partita in corso e chiedono di mantenere l’elezione di metà mandato almeno per questa legislatura. Infine, corpo a corpo tra gli inquilini di via Quattro Novembre anche sulle nomine negli enti subregionali a partite dal consiglio di amministrazione di Molise Acque. Nessuna decisione è stata assunta dalla maggioranza sui temi oggetto di confronto, e di scontro, con il governatore che cerca di guadagnare tempo per limare il dissenso. In buona sostanza, la maggioranza di centrodestra ha deciso di non decidere rinviando tutti i problemi venuti a galla a data da definire in attesa dei nuovi rapporti di forza e dei nuovi equilibri politici che si dovrebbero stabilizzare nel prossimi giorni. Sullo sfondo, pero’, resta Il fatto che dopo solo sei mesi la maggioranza di centrodestra alla Regione ha già esaurito la sua luna di miele e tutto lascia prevedere un imminente rimpasto nell’esecutivo regionale.   - >>>>>

Il Molise esiste, lo sa anche la mafia

di Angelo Persichilli Il Molise non esiste? Esiste, esiste e lo sa anche il crimine organizzato. Fino a qualche decennio fa il Molise poteva considerarsi una specie di oasi felice al riparo dalle mafie, ma ciò non è più vero da qualche decennio. In particolare, come dice al Corriere del Molise lo studioso Antonio Nicaso, autorità a livello internazionale per la conoscenza dei fenomeni mafiosi, “ci sono presenze significative” in tutta la regione già da alcuni anni. Un rapporto della Direzione nazionale antimafia del 2015 afferma che “l’analisi conferma la quasi totale assenza di organizzazioni criminali strutturate e radicate sul modello tipicamente mafioso e protese al controllo pervasivo del territorio”, ma il rapporto aggiunge subito dopo che “sullo sfondo sembrano delinearsi alcuni nuclei associativi con aspirazioni di mafiosità”. Già dal 2015 il Molise si confermava quindi “regione esposta all’insediamento di gruppi delinquenziali, nazionali e stranieri, attivi prevalentemente nei reati predatori, nello sfruttamento della prostituzione e nel traffico di droga”. La parte più preoccupante del rapporto rilevava comunque che “vi sono evidenze di collegamenti criminali con la criminalità di regioni confinanti, soprattutto con la criminalità pugliese”. In particolare, Nicaso cita la marcata presenza nel Basso Molise della Mafia Garganica (o anche foggiana, da non confondere con la Sacra Corona Unita), poi c’è la Camorra napoletana nell’entroterra molisano e perfino la ‘Ndrangheta’ calabrese nella stessa Campobasso. La prima presenza di crimine organizzato nella regione è stata quella Garganica nel Basso Molise, che comunque, precisa Nicaso, all’inizio si dedicava prevalentemente all’abigeato e la macellazione illegale di carne rivenduta poi ai centri del litorale molisano e pugliese. Ma il Molise è stato anche al centro di attività criminali per il traffico della droga. Tra l’altro, fu proprio da una intercettazione di una telefonata della squadra mobile di Campobasso oltre dieci anni fa che venne sgominato un traffico di droga internazionale che coinvolgeva la ‘Ndrangheta calabrese e quella Colombia. Grazie all’attività investigativa della polizia di Campobasso, allora guidata dal capo della squadra mobile Domenico Farinacci, si poté risalire al boss Salvatore Mancuso che, come dichiarò all’epoca il colonnello Domenico Grimaldi, del Gruppo investigativo sulla criminalità organizzata (Gico) della Guardia di Finanza di Lombardia era “sicuramente un narcotrafficante che vive del business della droga” e che aveva contatto con i cartelli colombiani. Le indagini, coordinate nel 2006 dal procuratore antimafia di Reggio Calabria Nicola Gratteri, che sarà a Campobasso insieme a Nicaso il 30 novembre prossimo, portarono all’arresto di 76 persone, di cui 23 all’estero. Da Campobasso vennero anche coordinati gli arresti nella zona di Roma soprattutto per la presenza di una raffineria in Ardea dove vennero anche sequestrati cento chili di coca pura. “Abbiamo ancora molte parti della inchiesta da portare a termine” spiegò all’allora quotidiano online PeaceReporter Farinacci, che comunque rifiutò di fornire altri dettagli. Sempre a proposito di droga, l’attività investigativa molisana contribuì al sequestro di una imbarcazione con 1.300 chilogrammi di “narcotico” proveniente dall’Albania e diretta verso la costa molisana. In quella occasione ci fu anche il coinvolgimento di cittadini albanesi. Come si vede da anni il Molise, anche se non registrava sul suo territorio consistenti attività criminali direttamente ai danni dei suoi residenti, era considerato almeno un punto di transito per operazioni a livello internazionale. Le cose sono ora nettamente cambiate, vi sono già vittime locali di questa attività criminale che ha trovato nuovo impulso dopo la tragedia del terremoto e soprattutto con l’attività di riciclaggio di denaro sporco. Il crimine organizzato si sta coinvolgendo sempre di più, dice Nicaso, nel settore edile soprattutto per la fornitura, o meglio, del trasporto di calcestruzzo col cosiddetto “nolo a caldo” o “nolo a freddo” (cioè limitandosi a servire automezzi e personale). Si usano inoltre prestanomi locali per gli appalti pubblici oppure per finanziare aziende per servizi di trasporto di inerti; servizi offerti, ovviamente, a prezzi molto più bassi eliminando le attività di aziende pulite del settore. Tale attività genera un profitto che, anche se ridotto, fornisce denaro pulito che viene poi reinvestito legalmente in altre attività. Secondo Nicaso, l’attività nel Basso Molise, condotta principalmente dalla mafia foggiana, ha riguardato inizialmente il settore agricolo con l’offerta di finanziamenti a aziende in difficoltà, ma poi si è esteso a tutti i settori. “Essi hanno successo – ha detto Nicaso – in quanto offrono sostegni economici più vantaggiosi di quelli che si possono avere dalle banche o da partner puliti”. Questi imprenditori, in buona fede o per puro calcolo economico, aprono le loro aziende ai soldi sporchi per risanare i loro bilanci. A volte i criminali si accontentano di investire denaro sporco e ottenere in cambio profitti puliti reinvestiti in altre attività legali; in altri caso essi, con metodi che possiamo immaginare, si sbarazzano dei partner originari acquisendo la proprietà dell’intera attività mettendoci alla guida dei prestanome. I settori più a rischio, dichiara Nicaso, “sono i distributori di carburante, il commercio di oro e preziosi, i bar e negozi di generi alimentari”. Il modus operandi di queste organizzazioni criminali nel Molise, dice Nicaso, è simile a quello adottato in qualsiasi parte d’Italia e all’estero “e, purtroppo, si tratta di una attività in espansione”. L’unica differenza, dice Nicaso, è che mentre nel passato il Molise poteva vantarsi di essere una oasi felice non contaminata dal crimine organizzato, ora non più. Diverso invece il coinvolgimento del crimine organizzato nella Provincia di Isernia e nella zona matesina di Campobasso. Ma di questo ne parliamo nel prossimo articolo.   - >>>>>

Per non morire…

di LUIGI PETRACCA I quotidiani molisani dei giorni scorsi hanno ospitato un articolo di Pierluigi Giorgio dal titolo “Il potere delle storie”. Un contributo interessante e di notevole spessore culturale, in quanto propone modalità di riscoperta e di valorizzazione delle nostre risorse ambientali, totalmente nuove rispetto agli ordinari appuntamenti estivi dell’escursionismo locale che, pur organizzati di solito con intenti promozionali, non hanno fin qui prodotto tangibili benefici alle aree interne, né sotto il profilo turistico o culturale e tanto meno sotto il profilo occupazionale. In effetti Pierluigi Giorgio, dall’alto della longeva esperienza di studio e di conoscenza degli itinerari della transumanza molisana, propone un vibrante salto di qualità al modo di onorare le nostre radici storiche, le stesse che indussero Giuseppe Napoleone a firmare la legge n.189 del 27 settembre 1806, che sanciva la separazione della Provincia di Molise dalla Capitanata e la sua totale autonomia, con una Intendenza a Campobasso ed una Sotto Intendenza ad Isernia. L’innovativo progetto di Pierluigi Giorgio, gradevolmente battezzato come “Tratturo Narrato”, ha già raccolto l’adesione del Sindaco di Campobasso ed è facile prevederne anche la partecipazione attiva della nuova Amministrazione Regionale e dei Sindaci dei piccoli comuni delle aree interne. Comunità sorte, nei secoli, a ridosso dei crinali rocciosi delle dorsali appenniniche, lungo i consolidati tracciati della transumanza ed ora stremate dallo spopolamento. La interessante novità di tale progetto si manifesta nello sforzo di coniugare la storia, la leggenda, la narrazione di alto profilo e la riscoperta della preziosa attualità di quel superbo sistema viario, battezzato e tramandato nei secoli come “tratturo” (derivato dal termine latino di “tractoria”, che ne designava il grande privilegio dell’uso gratuito, in quanto bene destinato a servizi fondamentali della comunità), già battuto in epoca protostorica dagli armenti e dalle greggi dei pastori e che assurse anche a sistema di elevato interesse commerciale nel tardo Medio Evo e nella successiva epoca moderna con la proliferazione, lungo l’intero tracciato, di insediamenti urbani, di fortificazioni, di castelli dei casati nobiliari, di cattedrali romaniche, di monasteri di pregio architettonico e delle famosissime Taverne, dove trovavano riparo ed assistenza i viandanti ed i cavalieri. E’ stata questa la caratterizzazione che ha legittimato, nei secoli, l’attribuzione ai tratturi del ruolo storico di vettori e custodi non solo della cultura nomade della pastorizia molisana, ma anche dei tratti identitari della configurazione di “popolo”, riconosciuta alla stirpe molisana anche di recente dalla Costituzione Italiana, con l’attribuzione di quell’autonomia istituzionale, che politicanti dell’ultima ora vorrebbero porre in discussione con squallide proposte annessionistiche. Oggi i tratturi potrebbero ancora esercitare un ruolo essenziale nel rilancio turistico della nostra regione, utilizzando la formula del TURISMO a CAVALLO, già sperimentata in altre regioni con risultati molto lusinghieri, sia sotto il profilo economico che occupazionale. I tratturi molisani, con la loro interessantissima estensione di ben 398 chilometri, costituiscono una rete viaria a maglie strette, che copre in modo equilibrato ed uniforme tutto il territorio regionale e che ha ottenuto già riconoscimenti formali di pregio e di valenza mondiale. Sotto questo profilo, l’anno 2019 potrebbe confermare tali acquisizioni. In Molise, il rilancio dell’escursionismo a cavallo lungo i tradizionali percorsi dei tratturi, potrebbe rappresentare un’offerta turistica molto interessante per i flussi di villeggianti affezionati all’autenticità delle aree interne e dei territori montani, con la rivitalizzazione dei Centri storici e della tradizionale genuinità dell’offerta gastronomica e ricettiva di quei territori e con la concreta riedizione delle Taverne, prezioso strumento di rilancio delle tradizioni molisane più autentiche e delle nuove prospettive del turismo verde. E’ in questo contesto molto favorevole che andrebbe efficacemente inserita la proposta progettuale di Pierluigi Giorgio, con l’auspicio che le escursioni lungo gli originali tracciati dei tratturi molisani – da realizzare a cavallo già da ora! – non si limitino alla rievocazione storica della nostra civiltà ed alle solite, ormai insipide ed autoreferenziali interviste televisive, ma mirino innanzi tutto a segnalare all’opinione pubblica ed alla palesata sensibilità della nuova Amministrazione Regionale, la consistenza economica e strutturale di questo prezioso patrimonio, oggi abbandonato in condizioni di gravissimo degrado, le cui piste battute dalla transumanza risultano, in una percentuale davvero intollerabile, persino erose e dissodate dalla avidità dei poderi confinanti. Siamo alla vigilia di una nuova stagione di aiuti dell’Europa e forse la Programmazione Regionale potrebbe proficuamente destinare una compatibile quota dei PROSSIMI FONDI STRUTTURALI ad un congruo investimento nel settore indicato. Ne gioverebbe molto il Molise anche nell’immediato, poiché un articolato progetto di recupero e riqualificazione delle storiche vie della transumanza solleverebbe dalla disperazione centinaia e centinaia di giovani, che ora sono costretti ad abbandonare le loro famiglie e la loro terra per la carenza di un lavoro dignitoso. I giovani ormai fuggono e la politica è giudicata per ciò che fa di concreto e non per le chiacchiere o per le manifestazioni insulse. *( Ex Direttore Generale di Arpa Molise )   - >>>>>

L’ombra dei nani

di Angelo Persichilli Una vera democrazia non si esprime solo con la capacità di un governo di governare. I governi ce l’hanno tutti, democrazie e dittature. La differenza sta nella presenza di una opposizione e di una stampa libere e responsabili. In Italia non c’è vera democrazia in quanto mancano questi presupposti. Attenzione però, il fatto che non ci sia vera democrazia non significa, per fortuna, che ci sia una dittatura. Dopo la marcia su Roma in Italia ci fu la dittatura perché c’era un dittatore, Benito Mussolini, che, purtroppo, aveva anche dei programmi. In Italia si cambia, ma solo sulla carta. Cambiano i nomi e le etichette partitiche, ma non il modo di fare politica. A parte vuote filippiche e pomposi capi di accusa, da decenni non vi sono opposizioni con programmi seri. Le opposizioni, tutte, non agiscono per tutelare l’interesse dei cittadini, ma quelli partitici per tornare al governo e, una volta al governo, quelli personali. E così, con genuina ignoranza o consapevole menzogna, promettono tutto ciò che gli elettori chiedono. Qui occorrerebbe parlare della dabbenaggine (o qualcos’altro) degli elettori ma ne riparleremo. Torniamo alle opposizioni. Fomentano un gioco al massacro assillante, feroce, basato su una dialettica truculenta ma senza programmi alternativi. Poi, una volta al governo, ‘tout au contraire’ e così il sogno di potere si trasforma dopo poco in incubo a ruoli invertiti. C’è quindi la stampa, ma qui bisogna stendere un velo pietoso. Dico solo che quando la stampa tradizionale contava, era al servizio di chi la finanziava. Ora le cose sono migliorate nel senso che è sempre al servizio di chi la finanzia, ma ora nessuno se la fischia (altrimenti Salvini e Di Maio non sarebbero al governo). Che fine ha fatto la vera democrazia? La risposta la vediamo tutti i giorni nelle strade, nei posti di lavoro, nelle scuole. La vera democrazia è invece come una squadra dove tutti hanno un ruolo diverso ma definito e tutti insieme spingono la palla nella rete degli avversari. Ora non si sa qual è la squadra e chi sono gli avversari. Tutti corrono tutti dietro al pallone, tirano calci al primo che capita, il centravanti in porta, il portiere in attacco e l’arbitro assegna il calcio di rigore e poi lo tira lui stesso. Molti cambiano squadra durante la partita senza avvertire l’allenatore (esonerato il giorno prima) e il telecronista non se ne accorge essendosi fermato per la pausa caffè, come previsto da contratto sindacale. Oggi l’Italia non è né una dittatura, né una democrazia, è una fiera di paese. Nel mercato c’è tanta mercanzia, qualcuna anche pregiata, ma nella confusione nessuno è più in grado di distinguere il capolavoro dalla patacca, il vino dall’aceto o il ladro dall’onesto. Infatti, in molti ora non sanno nemmeno la differenza. La differenza la fa l’abilità dell’imbonitore di gridare più forte del vicino, di sabotare l’avversario con colpi bassi, di sorridere al dirimpettaio tirando calci sotto il tavolo. Un dibattito politico suona più o meno così: accattatev ‘o pesc; venghino siori e siore; c’avemo er mejo cacio de Roma; tutt’è bbonu e binirittu; ne Testina, va a ciapal in tel cù, va la… Sembrano battute le mie, ma sono cose che si sentono in televisione. Qualche giorno fa un giornalista si è rivolto al vicecapo del governo chiamandolo ‘Giggino’ e il vicepremier, anche lui con molta classe, risponde “Giggino lo dici a sòreta”. Immaginate Enzo Biagi, durante una intervista formale, rivolgersi a Spadolini chiamandolo “Juanin”. Qui non è questione di congiuntivi, ma dell’ABC della buona educazione. Purtroppo, quando la cultura e la professionalità vengono a mancare, cafonaggine e turpiloquio sono l’unico surrogato disponibile. Certo, avevano ragione Renzi e soci quando condannavano il modo sguaiato di criticare delle opposizioni, soprattutto grilline e leghiste, che radicalizzavano il dibattito facendo di tutte le erbe un fascio e tutti criminali. Renzi e compagni ora fanno la stessa cosa, un’opposizione sguaiata, basata sulle offese personali. L’unica differenza è che prima avevamo al governo “ladri e corrotti”, ora “fascisti e razzisti”. Una cloaca a cielo aperto. Certo, si potrebbe discutere su chi ha cominciato, ma credo che sarebbe meglio cominciare a pensare a chi avrà il coraggio di finirla presentando un governo capace o preparare una opposizione responsabile. Non credo che il duo Salvini-Di Maio sia la risposta definitiva ai problemi italiani per ragioni ovvie. Ma, come disse un grande giornalista italiano (del passato) “al tramonto anche le ombre dei nani sembrano giganti”. Nel frattempo, in mancanza dell’uomo (o della donna), si gioca pericolosamente con le ombre.   - >>>>>

Non esistono cori con una sola voce

di Angelo Persichilli Diceva Andreotti che non esistono grossi problemi, ma solo piccoli problemi messi insieme. Concordo con questa saggia osservazione anche se, per applicarla al grave momento che sta vivendo l’Italia (e anche il resto del mondo) dovrebbe essere rivista così: non esistono grossissimi problemi ma solo grossi problemi messi insieme. Certo, sono tutti collegati e la soluzione potrà essere solo collettiva; è però possibile fare almeno una diagnosi separata per ognuno di loro prima di azzardare una prognosi generale. Questo è importante per intavolare un dialogo dove, diciamo, si parla la stessa lingua. Per esempio, se uno critica Salvini per la sua intransigenza, gli si risponde che quelli prima di lui erano corrotti; se uno critica il precedente governo Renzi-Gentiloni definendolo buonista, gli si risponde che Salvini è razzista; se Di Maio-Salvini dicono che l’Europa danneggia l’Italia, gli rispondono che l’attuale governo è contro l’Europa; se Berlusconi difende la presenza dell’Italia in Europa, gli rispondono che fu proprio lui a sollevare seri dubbi sui rapporti tra Europa e Roma. Se la sinistra accusa la destra fascista, la destra comincia la filippica contro il comunismo. Se il M5S accusa il linguaggio triviale usato dalla stampa contro il presente governo, si risponde che ai grillini viene solo restituita la medicina propinata per anni a tutti dal loro fondatore, Grillo. Per non parlare della corruzione: non appena uno denuncia un fatto corruttivo, viene investito da una valanga di fango dove gli si ricorda che il cugino di un suo zio aveva preso una tangente nella prima repubblica. E poi il problema degli sbarchi: c’è chi vorrebbe chiudere le porte a tutti a prescindere delle necessità oggettive e c’è chi vuole tenere le porte aperte facendo entrare tutti; insomma o razzisti o buonisti. La possibilità di fare entra chi ha necessità e rimandare a casa delinquenti, presunti terroristi e opportunisti non esiste. O si abbattono le frontiere (e sei buonista) o si chiudono le frontiere (e sei razzista). Per non parlare dei rapporti con l’Europa. Tale rapporto viene usato solo per giustificare altre posizioni; infatti molti che erano contro l’Europa prima, ora sono a favore e viceversa. In Italia si vuole fare il coro con una sola voce, ognuno canta per conto proprio. È come parlare di calcio solo quando la propria squadra vince; se perde si parla di automobilismo mentre l’altro continua a parlare di calcio. E se anche la Ferrari perde allora si tira in ballo il ciclismo, la scherma o il badminton. Questo perché per molti italiani è più importante vincere il dibattito che risolvere i problemi. Come dire, le chiacchiere prevalgono sempre sui fatti. Ritornando a ciò che aveva detto Andreotti, cerchiamo di concentrarci su un solo problema alla volta. Ci si dovrebbe provare tutti a esaminarlo, spersonalizzarlo, e cercare una soluzione insieme senza curarsi di vincere un dibattito e perdere, diciamo, la guerra. Certo, non si risolvono tutti i problemi, ma è comunque un problema in meno.   - >>>>>

Sanità pubblica, la Via Crucis di un malato oncologico: “Nel Molise non esiste la cistoscopia”

di GIOVANNI MINICOZZI Circa quattro anni fa Salvatore D’Onofrio, campobassano di 65 anni, scoprì di avere un carcinoma alla vescica. Ha subito sette interventi chirurgici effettuati tra il S. Timoteo di Termoli e il Cardarelli di Campobasso ed è stato dimesso il 23 novembre scorso dal reparto di Urologia. Il successivo 10 dicembre è stato sottoposto a visita di controllo e gli è stato comunicato l’esito in parte positivo della biopsia con il carcinoma scomparso ma con la presenza di un nuovo papilloma. Il medico che lo ha visitato gli ha prescritto alcuni esami, da presentare alla visita di controllo, tra i quali la flussometria e la cistoscopia. Intanto, il signor D’Onofrio, in parte tranquillizzato dal risultato ella biopsia si rasserena e si reca al centro unico di prenotazione dell’ Asrem. Neanche il tempo di godersi la discreta notizia e scopre che la flussometria la potrà eseguire non prima del 27 giugno 2019 mentre la cistoscopia non può essere effettuata in nessuno dei laboratori degli ospedali pubblici molisani. Ecco la sua testimonianza rilasciata ai microfoni di Telemolise:  “L’ho scoperto ieri andando al Cup, il medico mi aveva prescritto a seguito di un intervento chirurgico una cistoscopia e sono andato a prenotarla al Centro. Qui ho scoperto che in tutti gli ospedali molisani non viene effettuata questa prestazione specialistica, né all’ ospedale di Campobasso stesso, né di Termoli, di Agnone e di Isernia. A questo punto io non so a chi rivolgermi e come fare per avere questa prestazione. Credo che si tratti di una interruzione di pubblico servizio ed è mia intenzione denunciare questa cosa all’opinione pubblica“. – Lei ha prenotato anche altri esami per una successiva visita di controllo alla vescica, che tempi ha avuto?” “Ho avuto tempi lunghissimi. Il primo giorno utile è stato il 27 giugno del 2019“. -Che tipo di esame ha prenotato?  “La flussometria. Però, per quanto riguarda il sottoscritto non ha nessun riflesso perché io il controllo lo avrò tra sei mesi però c’è anche il cittadino che ha bisogno di farla immediatamente e per lui penso che i tempi di attesa di circa sette mesi siano veramente tanti!“ – Che vuole dire a chi governa questa Regione, al Presidente, ai vertici dell’Azienda sanitaria regionale?” “Di fare meno chiacchiere e più fatti.“ Risposta secca ed efficace. Oggettivamente anche a noi la situazione appare paradossale, al di là delle statistiche e dei proclami contenuti nei comunicati stampa, il rispetto dei livelli essenziali di assistenza resta una chimera. Abbiamo raccolto la denuncia pubblica del signor Salvatore D’Onofrio con la speranza che i vertici dell’Asrem, la Direzione generale della salute nella persona di Lolita Gallo e il Presidente della Regione Donato Toma, in questi giorni alle prese con i ricorsi contro la nomina dei commissari, trovino il tempo per verificare tale grave anomalia e per ripristinare un servizio elementare ma indispensabile per le tante persone che combattono contro il cancro.   - >>>>>

Assassinato in Venezuela un medico di 61 anni originario di San Martino in Pensilis

Ancora un omicidio in Venezuela, paese sconvolto dalla fame e dalle violenze, e questa volta si tratta di un medico di 61 anni la cui famiglia era originaria di San Martino in Pensilis. L’ex consigliere regionale, Michele Petraroia, ne ha dato notizia con una nota inviata a nome del Comitato Molise pro-Venezuela in cui si rinnova un appello alle istituzioni italiane a intervenire per tutelare tanti emigrati anche di origine molisana: “Il Prof. Michele Castelli, originario di Santa Croce di Magliano, docente all’Università di CARACAS, insignito lo scorso anno del titolo di Ambasciatore dei Molisani nel Mondo, ci ha informato dell’assassinio di un medico a Maracaibo allegando il dispaccio del periodico digitale www.laverdad.com. Si tratta di Armando Andrea Basile la cui famiglia proveniva da San Martino in Pensilis (Campobasso) ed è il quarto molisano ucciso in 12 mesi in Venezuela nel mentre persiste l’inerzia delle istituzioni italiane che hanno scelto di non intervenire a tutela dei nostri connazionali che vivono ogni giorno in una condizione di rischio e di pericolo. Se anche una figura pacata e di grande equilibrio qual è il Prof. Michele Castelli che ci segue costantemente le innumerevoli situazioni di disagio, criticità e di problemi che ci vengono segnalati dalle migliaia di molisani residenti in Venezuela, ha perso la calma e si è lasciato andare ad una ferma protesta nei confronti di un’Italia inerme, ferma ed indifferente, rispetto ad un’emergenza umanitaria di queste proporzioni c’è da assumere con la massima urgenza il suo appello ed intervenire nei confronti delle Istituzioni Nazionali, Regionali e Locali perchè, una volta per tutte, si facciano carico di ciò che sta accadendo a tantissimi italo-venezuelani”. Stando a ulteriori informazioni raccolte, il medico stato rapinato perché portava le medicine a casa la sera, dopo il lavoro, vista la criminalità che c’è nel paese. Padre di tre figli lo definiscono tutti un pezzo di pane e fino a alcuni anni fa tornava spesso a San Martino.   - >>>>>

Imprese edili e disoccupati alla canna del gas, Natale a luci spente. Di Niro: “La Regione non risponde”

DI GIOVANNI MINICOZZI Il Natale è alle porte ma per molti sarà ancora una ricorrenza mesta, grigia, misera. Migliaia di lavoratori in difficoltà che attendono da anni risposte dalla Regione senza considerare il numero impressionante di molisani, oltre centomila, che vivono nella povertà e nel disagio sociale. Poi ci sono le imprese che falliscono per crediti non riscossi dalle pubbliche amministrazioni e che non sono in grado di pagare gli stipendi. Il caso più eclatante è rappresentato dalle imprese edili che vantano un credito di circa sessanta milioni di euro dalla Regione per la ricostruzione, già realizzata a loro spese, nel cratere sismico delimitato dal terremoto del 2002. Addirittura l’associazione costruttori edili del Molise, l’Acem, ha messo in campo una protesta originale acquistando spazi sui giornali locali per sensibilizzare la Regione a pagare prima di Natale le spettanze maturate negli anni precedenti. Su questo tema è intervenuto il Presidente dell’Acem Corrado Di Niro: “La situazione delle imprese edili del Molise si è fatta complicata e difficile ultimamente. Si lavora e si riscuote poco in questa regione. Il nostro è un appello affinché nelle prossime ore, nei prossimi giorni si possano pagare le imprese che a loro volta devono pagare dipendenti e fornitori“. – Quanti sono i crediti che le imprese vantano dalla Regione per la ricostruzione post-sisma del 2002? “Con la ricostruzione abbiamo all’incirca una produzione media mensile di cinque milioni di euro al mese, quindi rifacendo il conto in un anno sono sessanta milioni di euro e le difficoltà che si hanno sono tante. Lei può immaginare il non riscuotere a Natale quello che può provocare all’interno delle imprese ma anche all’interno delle famiglie degli operai e dei fornitori, è tutto complicato! ” – La ricostruzione è ripartita nel cratere sismico del 2002? “Sì, bene o male noi qualcosa stiamo facendo, stiamo andando avanti ma il sistema della rendicontazione che adesso è in piedi, che a nostro avviso non funziona perché non si possono prima eseguire i lavori, rendicontarli e poi pagare quelli realizzati in precedenza anziché l’ultimo lavoro che si è fatto. Appunto dicevo questo sistema non funziona e ne va messo su un altro che possa garantire il pagamento all’impresa in tempi celeri. Non dico i trenta o sessanta giorni della Comunità Europea che ci obbliga a rispettare, ma comunque avere un tempo certo di due o tre mesi in maniera tale che l’impresa ci possa contare“. – Le imprese vantano altri crediti verso le pubbliche amministrazioni oltre alla ricostruzione? “Ci sono quei lavori fatti, quei lavori eseguiti alcuni andati in perenzione quindi parliamo di tre, di quattro anni fa che in una piccola parte sono stati pagati ma ci sono ancora da pagare qualcosa come sette milioni euro. Ripeto, di tre o quattro anni fa e poi ci sono i lavori che la Regione oppure clienti attuatori a cascata dalla Regione, appaltano e che hanno ritardi di diversi mesi“. – Che risposta avete avuto dalla Regione? “Ma fino adesso nessuna. Io mi auguro che nelle prossime ore, nei prossimi giorni ci sia una presa di forza e sono convinto di questo che il Presidente lo faccia in maniera tale da dare una mano alle imprese edili che stanno dando tutto quello che hanno“. Anche noi siamo certi che la sensibilità del Presidente Donato Toma consentirà alle imprese e ai loro dipendenti di trascorrere un Natale tranquillo.   - >>>>>

Nella legge regionale sul contrasto a violenza di genere, anche l’emendamento di Filomena Calenda

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa della consigliera regionale Filomena Calenda. Filomena Calenda, Consigliere Regionale della Lega Salvini Molise, esprime tutta la sua soddisfazione per l’approvazione, da parte del Consiglio Regionale, della proposta di modifica della legge 15/2013 riguardante le misure in materia di prevenzione e contrasto alla violenza di genere, presentata dalla collega consigliera Paola Matteo. Un carteggio che ha il merito di dotare la Regione Molise di strumenti più innovativi ed efficienti riguardo agli interventi posti in essere in tale ambito, soprattutto in un’ottica preventiva del fenomeno. Filomena Calenda, inoltre, ha espresso gratitudine ai colleghi Consiglieri, i quali hanno approvato anche l’emendamento presentato dalla rappresentante molisana della Lega, attraverso il quale la Regione Molise recepisce le istante di tutte le vittime di sfregi e danneggiamenti permanenti al volto. “E’ sembrato opportuno – ha spiegato Filomena Calenda – allargare il concetto di violenza di genere, specificando che per essa non si intendono solo atti lesivi fisici ma spesso ci si trova dinanzi a comportamenti che mirano a intaccare l’equilibrio psico-sociale della vittima. In tale ottica ho ritenuto necessario aggiornare la suddetta proposta di legge alla luce del Disegno di Legge numero 2757 presentato al Senato della Repubblica, in relazione all’omicidio di Identità. Ad oggi tale fattispecie di reato, che prevede una condanna a dodici anni di reclusione e aggiunte di pene accessorie più severe rispetto alle lesioni gravi o gravissime, ancora non è stata inserita all’interno del codice penale (articolo 577), considerato che l’iter normativo non è concluso. Ma in ambito di prevenzione e contrasto, per quanto riguarda gli interventi in materia di competenza dell’ente regionale, appare indispensabile sin da ora, supportare le vittime di tale fenomeno. In questo modo la Regione Molise si dota di una normativa all’avanguardia e si pone come istituzione capofila, a livello nazionale, riguardo la disciplina in oggetto. In merito alla ratio di questo emendamento bisogna specificare che il volto distrutto e volutamente sfregiato per sempre, mediante acidi e abrasioni da fuoco, non provoca solo danni fisici ed estetici ma compromette l’essere stesso della persona. Gli esperti – ha concluso il consigliere regionale della Lega – parlano di una vera e propria morte civile della vittima, la quale ha bisogno anche di un supporto mirato alla riabilitazione e al reinserimento sociale a seguito del danno subito”.   - >>>>>

Passano all’unanimità le modifiche e integrazioni alla legge regionale sulle misure per contrastare la violenza di genere

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato della consigliera regionale Paola Matteo.   Il Consiglio Regionale ha approvato, nell’ultima seduta, all’unanimità, le modifiche e le integrazioni alla legge regionale 10 ottobre 2015 numero 13. La legge “Misure in materia di prevenzione e contrasto alla violenza di genere” risultava superata in alcune parti del testo perché nel frattempo sono state varate nuove norme, pur risultando valida nei principi generali dichiarati. La proposta è nata dall’esigenza di adeguare il testo normativo, per renderlo conforme a quanto sancito dalla legislazione nazionale ed europea. Le modifiche introdotte vogliono avere inoltre lo scopo di ampliare il raggio di tutela delle vittime di violenza alla luce anche del reato di stalking e dei ricatti a sfondo sessuale. “In qualità di relatrice e, con il prezioso supporto dell’Ufficio di consulenza legislativa che ringrazio per il puntuale lavoro svolto, ho predisposto un testo di sintesi delle due iniziative legislative che, ponendo a base l’articolato della Giunta regionale, ha integrato le disposizioni contenute nella proposta di legge del consiglio. La lotta contro la violenza è prioritaria – così la consigliera Paola Matteo nel suo intervento in aula – se non si garantisce la sicurezza alle donne non saremo mai in una vera e propria democrazia. L’aumento del numero delle vittime negli ultimi anni, produce a livello nazionale, un’accelerazione nella definizione della normativa in materia. Grande soddisfazione per l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del DDL “Codice Rosso”, presentato da Bonafede e Bongiorno che rende più rapide le indagini sui casi di violenza. Mi auguro, poi, che il ripensamento del Ministro Salvini si trasformi in un atto concreto e che il fondo di bilancio di 10 milioni destinato al supporto delle famiglie che si prendono cura dei bambini che hanno perso la madre, perché uccisa dal partner, entrerà nella manovra finanziaria, cosi come proposto dall’emendamento della Carfagna, bocciato dall’attuale governo. E’ luogo comune pensare che la violenza contro le donne sia principalmente un fenomeno limitato o che riguardi solo alcune fasce sociali svantaggiate o generalmente legato ad uno specifico disturbo della personalità tipico di chi esercita la violenza sotto l’effetto di alcool e droghe; che sia caratteristico degli uomini che nella storia familiare sono stati testimoni di violenza oppure causato dalle donne che assumono atteggiamenti seducenti e provocanti tali da suscitare nel sesso maschile un istinto violento. Non è così! Le conseguenze della violenza sono gravi e traumatiche. L’idea di introdurre nella legge lo stalking nasce dall’analisi dei dati ISTAT, sia a livello regionale che nazionale, che mettono al primo posto la problematica tra le diverse violenze di genere. Sono dati ovviamente parziali anche perché in Molise – prosegue la capogruppo di Orgoglio Molise – non esiste un Osservatorio regionale. Anche per questo è necessario modificare la legge proprio per prevedere l’attivazione dell’Osservatorio che dovrà trattare i dati forniti da tutti i vari stakeholders che fanno parte della Rete regionale antiviolenza (questure, centri antiviolenza, pronto soccorso, case rifugio, Tribunale dei minori). A tal proposito approfitto per sottolineare che è da troppo tempo che la rete antiviolenza non si riunisce, quindi, chiedo al Presidente Toma di convocare il Tavolo il prima possibile! Come Governo regionale vogliamo richiamare l’attenzione sulla necessità di assicurare la massima tutela alle vittime di violenza di stalking e dei ricatti a sfondo sessuale. Oggi più che mai abbiamo il dovere di creare nuovi strumenti legislativi moderni e all’avanguardia affinché le vittime possano sentirsi maggiormente tutelate in via preventiva ancor prima della commissione del reato”. Nel dettaglio, per prevenire il fenomeno dello stalikng sono promosse anche attività dirette al potenziamento della sicurezza diurna e notturna ed al controllo di aree a rischio, nonché attività dirette alla diffusione di informazioni sul territorio. E’ stato necessario modificare anche la normativa regionale, per quanto riguarda i Centri Antiviolenza e le Case di Rifugio, conformandola a quanto disciplinato dall’Intesa tra Governo e Regioni del 27 novembre 2014. L’attività dei centri antiviolenza riguarda colloqui telefonici, di accoglienza, di sostegno psicologico e informativi, creazione di gruppi di auto-aiuto, orientamento al lavoro, affiancamento scolastico per i figli delle vittime di violenza. Per queste attività volte alla formazione e al reinserimento lavorativo ma anche per i centri antiviolenza, attualmente in ginocchio, la Consigliera Matteo ha chiesto espressamente al Presidente Toma lo stanziamento di maggiori risorse economiche. Inoltre, le residenze che assicurano ospitalità alle donne costrette ad allontanarsi dalla propria casa e denominate precedentemente “Dimore dei diritti”, vengono ora definite Case rifugio di primo e di secondo livello. Il servizio è gratuito per le donne residenti in Molise e per i loro figli. Sono modificate anche le competenze del Tavolo di coordinamento regionale. In conclusione Paola Matteo: “Sono molto soddisfatta che l’intero consiglio regionale, senza distinzione di colori politici, ha votato all’unanimità ed ha intrapreso, in questa XII Legislatura, una serie di iniziative simboliche e legislative contro la violenza di genere. Un segnale forte e concreto per dimostrare l’attenzione che intendiamo rivolgere alla problematica. Sono convinta che le modifiche della legge n.15 del 2013 da oggi miglioreranno gli strumenti per contrastare qualsiasi forma di violenza nei confronti delle donne. Tutti noi abbiamo il dovere di portare avanti questa battaglia per fare in modo che questo fenomeno drammatico si riduca fino a cessare del tutto. Per chiudere voglio citare una frase significativa di William Shakespeare: “Per tutte le violenze consumate su di Lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le ali che le avete tagliato, per tutto questo: in piedi Signori, davanti a una Donna”.   - >>>>>

Sanità, Ida Grossi si presenta: “Prima di tutto le persone e l’efficienza del sistema” dice a Telemolise. Toma annuncia ricorsi

DI GIOVANNI MINICOZZI Mentre il Presidente della Regione, Donato Toma, sta valutando, insieme ai governatori di Campania e Calabria , di ricorrere alla Corte Costituzionale contro la norma sulla incompatibilità, la sub-commissaria alla sanità, attraverso Telemolise, si presenta e preannuncia gli obiettivi prioritari del suo mandato. Ida Grossi, 64 anni, laureata in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Pavia nel 1980, a soli 26 anni, con successive specializzazioni in Medicina legale, Igiene pubblica, Statistiche e programmazione sanitaria e con la frequenza di diversi master, ha ricoperto incarichi dirigenziali e di vertice in molte strutture sanitarie pubbliche del Nord e della Sicilia. Gentile, educata, disponibile, la sub-commissaria ha risposto a tutte le domande senza alcun tentennamento. “Intanto io sono onorata di essere stata chiamata a questo incarico importante e di questo ringrazio il Consiglio dei Ministri, in particolare il Ministro Giulia Grillo e il Ministro Giovanni Tria ai quali risponderò insieme al commissario. Mi metterò a disposizione, come sempre, con entusiasmo e sono certa di poter affrontare questo nuovo impegno con tutta la forza necessaria” – ha detto Ida Grossi. – Lei ovviamente non conosce ancora la realtà sanitaria molisana, quali traguardi si prefigge di raggiungere insieme al commissario? “Beh, adesso avremo da incontrare i funzionari del Ministero, sia delle Finanze, che della Sanità. Nel Molise ci sono problemi sia di qualità dei servizi da migliorare, la cosa è molto molto importante, e poi ci sono le finalità di efficienza del sistema. L’esperienza ci insegna che chi spende di più non è detto che spenda meglio, anzi“. – Nel Molise c’è una sorta di dualismo tra sanità pubblica e sanità privata accreditata. Come pensate di muovervi su questo versante? “Cercheremo di capire, adesso non ho ancora tutti gli elementi, quindi vedremo di confrontarci con molta educazione, molto garbo, con molta civiltà. Dopo di che dobbiamo confrontarci con i Ministri e raccogliere anche indicazioni importanti da loro“. – Che rapporto pensate di avere con il Presidente della Regione Molise che si sente in qualche modo defraudato da questo incarico di commissario? “Dal mio punto di vista, ripeto, il primo interlocutore sarà sicuramente il Commissario. Poi la mia modalità di confrontarmi è sempre stata, e continuerà ad essere, quella di mettermi a disposizione, quella della collaborazione fermo restando che le strade che si devono percorrere vanno percorse. Diciamo pure che per me le persone sono veramente la cosa più importante nel nostro lavoro, sia se si tratta di cittadini, di pazienti e sia di dipendenti. Le persone sono veramente molto ma molto importanti“. – Qualche malelingua ha parlato di spartizione di posti tra Lega e M5s. Lei si sente vincolata a uno dei due Partiti in questo momento? A questo punto la dottoressa Grossi scoppia a ridere e risponde: “Guardi le devo dire che praticamente non conosco nessuno, quindi sottolineo, con sincerità e franchezza, che non conosco davvero nessuno. Non ho ancora avuto il piacere di conoscere il Ministro della Sanità Giulia Grillo, quindi si figuri! Dopo di che posso dire a testa alta che ho lavorato con qualsiasi tipo di amministrazione perché la mia attività è un’attività tecnica con una grande esperienza acquisita negli anni e chiunque, destra o sinistra, ha sempre, come dire, apprezzato questa peculiarità per cui sinceramente e senza, come dire, preclusioni di nessuna natura mi sono messa sempre al servizio di tutti“. Fin qui l’intervista con la sub commissaria Ida Grossi rilasciata a Telemolise e in tutta sincerità, anche da parte nostra,abbiamo percepito una prima impressione più che positiva. Attendiamo ora con fiducia di poter raccontare una rinnovata efficienza del sistema sanitario regionale a partire dal potenziamento del servizio emergenza-urgenza per i politraumatizzati che troppo spesso ha contribuito alla morte prematura di molte persone.   - >>>>>

Sanità, attesa e polemiche sui commissari. Di Giacomo: “Basta crociate contro i privati”

DI GIOVANNI MINICOZZI “Si è voluta premiare l’esterofilia rispetto alle risorse umane presenti in regione dove esistono cardiologi e igienisti dello stesso valore tecnico del Commissario e della sub- commissaria nominati dal governo con un colpevole ritardo di quasi un anno“. A parlare, senza peli sulla lingua, è il senatore Ulisse Di Giacomo già primario cardiologo nonché direttore dell’unità operativa emergenza- urgenza al Veneziale di Isernia e assessore regionale alla Sanità con il governo Iorio. “Sento e leggo – aggiunge Di Giacomo – che il Ministro vuole vigilare sulla sanità molisana inviando come commissario un ex Generale, immaginando la sanità molisana nelle mani della criminalità organizzata e tutti noi come delinquenti abituali ignorando, però, che il livello di tragica inefficienza del sistema sanitario regionale è semplicemente la naturale conseguenza della incompetenza di chi lo ha gestito negli ultimi anni. Il Presidente Toma – continua l’ex primario – a sua volta vuole vigilare sull’operato della struttura commissariale in una sorta di gara a chi vigila di più. Ma c’è qualcuno – si chiede Di Giacomo – che si preoccupa della salute dei molisani? C’è qualcuno che, oltre agli annunci e alle minacce sia in grado di garantire il rispetto di un diritto costituzionale? Si dovrebbe mettere mano e in fretta -spiega poi l’ex senatore – alla rete dell’urgenza-emergenza utilizzando le eccellenze pubbliche e quelle private, smettendola una buona volta con le crociate contro il privato senza il quale in questa Regione non potremmo disporre né di una cardiochirurgia, né di una neurochirurgia. Infatti, la carenza di medici e specialisti, che non partecipano neanche ai concorsi, non consente agli ospedali pubblici in tempi ragionevoli, di fronteggiare le emergenze legate al dolore toracico e al trauma cranico. I molisani hanno bisogno di certezze – conclude Di Giacomo – e di qualcuno che si preoccupi della loro salute, non di chi vuole solo vigilare e fare inutili polemiche“. Intanto, il Molise intero attende con ansia l’arrivo del Generale, Angelo Giustini, commissario ad Acta e della dottoressa, Ida Grossi, sub-commissaria della sanità per conoscere i loro obiettivi di rilancio del sistema ridotto all’inefficienza dalla politica e dai tagli inferti dal decreto Balduzzi. Di certo non riceveranno una buona accoglienza, né dal governatore Toma, che amministrerà solo il 20% delle risorse regionali, né da una parte dei molisani che avrebbero preferito la nomina del Presidente della Regione. Siamo convinti, però, che tutto dipenderà dalle scelte operative della rinnovata struttura commissariale e noi le racconteremo con obiettività e senza pregiudizi.   - >>>>>

Sanità pubblica, la Via Crucis di un malato oncologico: “Nel Molise non esiste la cistoscopia”

di GIOVANNI MINICOZZI Circa quattro anni fa Salvatore D’Onofrio, campobassano di 65 anni, scoprì di avere un carcinoma alla vescica. Ha subito sette interventi chirurgici effettuati tra il S. Timoteo di Termoli e il Cardarelli di Campobasso ed è stato dimesso il 23 novembre scorso dal reparto di Urologia. Il successivo 10 dicembre è stato sottoposto a visita di controllo e gli è stato comunicato l’esito in parte positivo della biopsia con il carcinoma scomparso ma con la presenza di un nuovo papilloma. Il medico che lo ha visitato gli ha prescritto alcuni esami, da presentare alla visita di controllo, tra i quali la flussometria e la cistoscopia. Intanto, il signor D’Onofrio, in parte tranquillizzato dal risultato ella biopsia si rasserena e si reca al centro unico di prenotazione dell’ Asrem. Neanche il tempo di godersi la discreta notizia e scopre che la flussometria la potrà eseguire non prima del 27 giugno 2019 mentre la cistoscopia non può essere effettuata in nessuno dei laboratori degli ospedali pubblici molisani. Ecco la sua testimonianza rilasciata ai microfoni di Telemolise:  “L’ho scoperto ieri andando al Cup, il medico mi aveva prescritto a seguito di un intervento chirurgico una cistoscopia e sono andato a prenotarla al Centro. Qui ho scoperto che in tutti gli ospedali molisani non viene effettuata questa prestazione specialistica, né all’ ospedale di Campobasso stesso, né di Termoli, di Agnone e di Isernia. A questo punto io non so a chi rivolgermi e come fare per avere questa prestazione. Credo che si tratti di una interruzione di pubblico servizio ed è mia intenzione denunciare questa cosa all’opinione pubblica“. – Lei ha prenotato anche altri esami per una successiva visita di controllo alla vescica, che tempi ha avuto?” “Ho avuto tempi lunghissimi. Il primo giorno utile è stato il 27 giugno del 2019“. -Che tipo di esame ha prenotato?  “La flussometria. Però, per quanto riguarda il sottoscritto non ha nessun riflesso perché io il controllo lo avrò tra sei mesi però c’è anche il cittadino che ha bisogno di farla immediatamente e per lui penso che i tempi di attesa di circa sette mesi siano veramente tanti!“ – Che vuole dire a chi governa questa Regione, al Presidente, ai vertici dell’Azienda sanitaria regionale?” “Di fare meno chiacchiere e più fatti.“ Risposta secca ed efficace. Oggettivamente anche a noi la situazione appare paradossale, al di là delle statistiche e dei proclami contenuti nei comunicati stampa, il rispetto dei livelli essenziali di assistenza resta una chimera. Abbiamo raccolto la denuncia pubblica del signor Salvatore D’Onofrio con la speranza che i vertici dell’Asrem, la Direzione generale della salute nella persona di Lolita Gallo e il Presidente della Regione Donato Toma, in questi giorni alle prese con i ricorsi contro la nomina dei commissari, trovino il tempo per verificare tale grave anomalia e per ripristinare un servizio elementare ma indispensabile per le tante persone che combattono contro il cancro.   - >>>>>

Assassinato in Venezuela un medico di 61 anni originario di San Martino in Pensilis

Ancora un omicidio in Venezuela, paese sconvolto dalla fame e dalle violenze, e questa volta si tratta di un medico di 61 anni la cui famiglia era originaria di San Martino in Pensilis. L’ex consigliere regionale, Michele Petraroia, ne ha dato notizia con una nota inviata a nome del Comitato Molise pro-Venezuela in cui si rinnova un appello alle istituzioni italiane a intervenire per tutelare tanti emigrati anche di origine molisana: “Il Prof. Michele Castelli, originario di Santa Croce di Magliano, docente all’Università di CARACAS, insignito lo scorso anno del titolo di Ambasciatore dei Molisani nel Mondo, ci ha informato dell’assassinio di un medico a Maracaibo allegando il dispaccio del periodico digitale www.laverdad.com. Si tratta di Armando Andrea Basile la cui famiglia proveniva da San Martino in Pensilis (Campobasso) ed è il quarto molisano ucciso in 12 mesi in Venezuela nel mentre persiste l’inerzia delle istituzioni italiane che hanno scelto di non intervenire a tutela dei nostri connazionali che vivono ogni giorno in una condizione di rischio e di pericolo. Se anche una figura pacata e di grande equilibrio qual è il Prof. Michele Castelli che ci segue costantemente le innumerevoli situazioni di disagio, criticità e di problemi che ci vengono segnalati dalle migliaia di molisani residenti in Venezuela, ha perso la calma e si è lasciato andare ad una ferma protesta nei confronti di un’Italia inerme, ferma ed indifferente, rispetto ad un’emergenza umanitaria di queste proporzioni c’è da assumere con la massima urgenza il suo appello ed intervenire nei confronti delle Istituzioni Nazionali, Regionali e Locali perchè, una volta per tutte, si facciano carico di ciò che sta accadendo a tantissimi italo-venezuelani”. Stando a ulteriori informazioni raccolte, il medico stato rapinato perché portava le medicine a casa la sera, dopo il lavoro, vista la criminalità che c’è nel paese. Padre di tre figli lo definiscono tutti un pezzo di pane e fino a alcuni anni fa tornava spesso a San Martino.   - >>>>>

Imprese edili e disoccupati alla canna del gas, Natale a luci spente. Di Niro: “La Regione non risponde”

DI GIOVANNI MINICOZZI Il Natale è alle porte ma per molti sarà ancora una ricorrenza mesta, grigia, misera. Migliaia di lavoratori in difficoltà che attendono da anni risposte dalla Regione senza considerare il numero impressionante di molisani, oltre centomila, che vivono nella povertà e nel disagio sociale. Poi ci sono le imprese che falliscono per crediti non riscossi dalle pubbliche amministrazioni e che non sono in grado di pagare gli stipendi. Il caso più eclatante è rappresentato dalle imprese edili che vantano un credito di circa sessanta milioni di euro dalla Regione per la ricostruzione, già realizzata a loro spese, nel cratere sismico delimitato dal terremoto del 2002. Addirittura l’associazione costruttori edili del Molise, l’Acem, ha messo in campo una protesta originale acquistando spazi sui giornali locali per sensibilizzare la Regione a pagare prima di Natale le spettanze maturate negli anni precedenti. Su questo tema è intervenuto il Presidente dell’Acem Corrado Di Niro: “La situazione delle imprese edili del Molise si è fatta complicata e difficile ultimamente. Si lavora e si riscuote poco in questa regione. Il nostro è un appello affinché nelle prossime ore, nei prossimi giorni si possano pagare le imprese che a loro volta devono pagare dipendenti e fornitori“. – Quanti sono i crediti che le imprese vantano dalla Regione per la ricostruzione post-sisma del 2002? “Con la ricostruzione abbiamo all’incirca una produzione media mensile di cinque milioni di euro al mese, quindi rifacendo il conto in un anno sono sessanta milioni di euro e le difficoltà che si hanno sono tante. Lei può immaginare il non riscuotere a Natale quello che può provocare all’interno delle imprese ma anche all’interno delle famiglie degli operai e dei fornitori, è tutto complicato! ” – La ricostruzione è ripartita nel cratere sismico del 2002? “Sì, bene o male noi qualcosa stiamo facendo, stiamo andando avanti ma il sistema della rendicontazione che adesso è in piedi, che a nostro avviso non funziona perché non si possono prima eseguire i lavori, rendicontarli e poi pagare quelli realizzati in precedenza anziché l’ultimo lavoro che si è fatto. Appunto dicevo questo sistema non funziona e ne va messo su un altro che possa garantire il pagamento all’impresa in tempi celeri. Non dico i trenta o sessanta giorni della Comunità Europea che ci obbliga a rispettare, ma comunque avere un tempo certo di due o tre mesi in maniera tale che l’impresa ci possa contare“. – Le imprese vantano altri crediti verso le pubbliche amministrazioni oltre alla ricostruzione? “Ci sono quei lavori fatti, quei lavori eseguiti alcuni andati in perenzione quindi parliamo di tre, di quattro anni fa che in una piccola parte sono stati pagati ma ci sono ancora da pagare qualcosa come sette milioni euro. Ripeto, di tre o quattro anni fa e poi ci sono i lavori che la Regione oppure clienti attuatori a cascata dalla Regione, appaltano e che hanno ritardi di diversi mesi“. – Che risposta avete avuto dalla Regione? “Ma fino adesso nessuna. Io mi auguro che nelle prossime ore, nei prossimi giorni ci sia una presa di forza e sono convinto di questo che il Presidente lo faccia in maniera tale da dare una mano alle imprese edili che stanno dando tutto quello che hanno“. Anche noi siamo certi che la sensibilità del Presidente Donato Toma consentirà alle imprese e ai loro dipendenti di trascorrere un Natale tranquillo.   - >>>>>

Sanità, Ida Grossi si presenta: “Prima di tutto le persone e l’efficienza del sistema” dice a Telemolise. Toma annuncia ricorsi

DI GIOVANNI MINICOZZI Mentre il Presidente della Regione, Donato Toma, sta valutando, insieme ai governatori di Campania e Calabria , di ricorrere alla Corte Costituzionale contro la norma sulla incompatibilità, la sub-commissaria alla sanità, attraverso Telemolise, si presenta e preannuncia gli obiettivi prioritari del suo mandato. Ida Grossi, 64 anni, laureata in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Pavia nel 1980, a soli 26 anni, con successive specializzazioni in Medicina legale, Igiene pubblica, Statistiche e programmazione sanitaria e con la frequenza di diversi master, ha ricoperto incarichi dirigenziali e di vertice in molte strutture sanitarie pubbliche del Nord e della Sicilia. Gentile, educata, disponibile, la sub-commissaria ha risposto a tutte le domande senza alcun tentennamento. “Intanto io sono onorata di essere stata chiamata a questo incarico importante e di questo ringrazio il Consiglio dei Ministri, in particolare il Ministro Giulia Grillo e il Ministro Giovanni Tria ai quali risponderò insieme al commissario. Mi metterò a disposizione, come sempre, con entusiasmo e sono certa di poter affrontare questo nuovo impegno con tutta la forza necessaria” – ha detto Ida Grossi. – Lei ovviamente non conosce ancora la realtà sanitaria molisana, quali traguardi si prefigge di raggiungere insieme al commissario? “Beh, adesso avremo da incontrare i funzionari del Ministero, sia delle Finanze, che della Sanità. Nel Molise ci sono problemi sia di qualità dei servizi da migliorare, la cosa è molto molto importante, e poi ci sono le finalità di efficienza del sistema. L’esperienza ci insegna che chi spende di più non è detto che spenda meglio, anzi“. – Nel Molise c’è una sorta di dualismo tra sanità pubblica e sanità privata accreditata. Come pensate di muovervi su questo versante? “Cercheremo di capire, adesso non ho ancora tutti gli elementi, quindi vedremo di confrontarci con molta educazione, molto garbo, con molta civiltà. Dopo di che dobbiamo confrontarci con i Ministri e raccogliere anche indicazioni importanti da loro“. – Che rapporto pensate di avere con il Presidente della Regione Molise che si sente in qualche modo defraudato da questo incarico di commissario? “Dal mio punto di vista, ripeto, il primo interlocutore sarà sicuramente il Commissario. Poi la mia modalità di confrontarmi è sempre stata, e continuerà ad essere, quella di mettermi a disposizione, quella della collaborazione fermo restando che le strade che si devono percorrere vanno percorse. Diciamo pure che per me le persone sono veramente la cosa più importante nel nostro lavoro, sia se si tratta di cittadini, di pazienti e sia di dipendenti. Le persone sono veramente molto ma molto importanti“. – Qualche malelingua ha parlato di spartizione di posti tra Lega e M5s. Lei si sente vincolata a uno dei due Partiti in questo momento? A questo punto la dottoressa Grossi scoppia a ridere e risponde: “Guardi le devo dire che praticamente non conosco nessuno, quindi sottolineo, con sincerità e franchezza, che non conosco davvero nessuno. Non ho ancora avuto il piacere di conoscere il Ministro della Sanità Giulia Grillo, quindi si figuri! Dopo di che posso dire a testa alta che ho lavorato con qualsiasi tipo di amministrazione perché la mia attività è un’attività tecnica con una grande esperienza acquisita negli anni e chiunque, destra o sinistra, ha sempre, come dire, apprezzato questa peculiarità per cui sinceramente e senza, come dire, preclusioni di nessuna natura mi sono messa sempre al servizio di tutti“. Fin qui l’intervista con la sub commissaria Ida Grossi rilasciata a Telemolise e in tutta sincerità, anche da parte nostra,abbiamo percepito una prima impressione più che positiva. Attendiamo ora con fiducia di poter raccontare una rinnovata efficienza del sistema sanitario regionale a partire dal potenziamento del servizio emergenza-urgenza per i politraumatizzati che troppo spesso ha contribuito alla morte prematura di molte persone.   - >>>>>

Sanità, attesa e polemiche sui commissari. Di Giacomo: “Basta crociate contro i privati”

DI GIOVANNI MINICOZZI “Si è voluta premiare l’esterofilia rispetto alle risorse umane presenti in regione dove esistono cardiologi e igienisti dello stesso valore tecnico del Commissario e della sub- commissaria nominati dal governo con un colpevole ritardo di quasi un anno“. A parlare, senza peli sulla lingua, è il senatore Ulisse Di Giacomo già primario cardiologo nonché direttore dell’unità operativa emergenza- urgenza al Veneziale di Isernia e assessore regionale alla Sanità con il governo Iorio. “Sento e leggo – aggiunge Di Giacomo – che il Ministro vuole vigilare sulla sanità molisana inviando come commissario un ex Generale, immaginando la sanità molisana nelle mani della criminalità organizzata e tutti noi come delinquenti abituali ignorando, però, che il livello di tragica inefficienza del sistema sanitario regionale è semplicemente la naturale conseguenza della incompetenza di chi lo ha gestito negli ultimi anni. Il Presidente Toma – continua l’ex primario – a sua volta vuole vigilare sull’operato della struttura commissariale in una sorta di gara a chi vigila di più. Ma c’è qualcuno – si chiede Di Giacomo – che si preoccupa della salute dei molisani? C’è qualcuno che, oltre agli annunci e alle minacce sia in grado di garantire il rispetto di un diritto costituzionale? Si dovrebbe mettere mano e in fretta -spiega poi l’ex senatore – alla rete dell’urgenza-emergenza utilizzando le eccellenze pubbliche e quelle private, smettendola una buona volta con le crociate contro il privato senza il quale in questa Regione non potremmo disporre né di una cardiochirurgia, né di una neurochirurgia. Infatti, la carenza di medici e specialisti, che non partecipano neanche ai concorsi, non consente agli ospedali pubblici in tempi ragionevoli, di fronteggiare le emergenze legate al dolore toracico e al trauma cranico. I molisani hanno bisogno di certezze – conclude Di Giacomo – e di qualcuno che si preoccupi della loro salute, non di chi vuole solo vigilare e fare inutili polemiche“. Intanto, il Molise intero attende con ansia l’arrivo del Generale, Angelo Giustini, commissario ad Acta e della dottoressa, Ida Grossi, sub-commissaria della sanità per conoscere i loro obiettivi di rilancio del sistema ridotto all’inefficienza dalla politica e dai tagli inferti dal decreto Balduzzi. Di certo non riceveranno una buona accoglienza, né dal governatore Toma, che amministrerà solo il 20% delle risorse regionali, né da una parte dei molisani che avrebbero preferito la nomina del Presidente della Regione. Siamo convinti, però, che tutto dipenderà dalle scelte operative della rinnovata struttura commissariale e noi le racconteremo con obiettività e senza pregiudizi.   - >>>>>

Annuncio online: “La Fiat assume a Termoli”, ma è una truffa

Una truffa odiosa, perché chi la mette in atto approfitta dello stato di bisogno delle persone, è..

La scuola Montini chiusa per 15 giorni. Il sindaco: “Troveremo una soluzione”

          CAMPOBASSO. La scuola Montini di Campobasso resterà chiusa, al momento, ad oltranza: ..

Seac, trovato l’accordo. Riassunti gli autisti licenziati

CAMPOBASSO. La vicenda dei licenziamenti degli otto autisti della Seac, l’azienda di trasporto pubblico urbano di Campobasso,..

Il testo unico sulle società pubbliche: una occasione colta o perduta?

di Francesco Fimmanò In attuazione della delega conferita dall’articolo 18 della legge 7 agosto 2015, n. 124,[1] il decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 175, Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica, in vigore dallo scorso 20 settembre, cerca per l’ennesima volta di ricondurre a fisiologia un coacervo di disposizioni gemmate negli ultimi 25 anni. Il corpus, al di là delle luci e delle ombre, ha certamente il merito di tentare di mettere a “sistema” una fenomenologia peculiare, interdisciplinare, complessa e figlia di una legislazione a “toppe”, piuttosto che “a tappe”. Al tempo stesso non può che rilevarsi che la sovraregolamentazione appare in molte norme come una sorta di inseguimento tra legislatore e giurisprudenza, con il risultato di sentenze che hanno fatto le veci della legge e una legge che fa le veci delle sentenze. La legislazione di un tempo non dirimeva contrasti giurisprudenziali ma costruiva sistemi di regole per principi e i giudici la interpretavano. Basti pensare che l’espressione normativa più in voga – in materia – negli ultimi anni nel settore che ci occupa è quella di “controllo analogo”. In realtà il legislatore italiano ha usato l’escamotage di far proprie le espressioni usate nella famosa sentenza Teckal della Corte di giustizia U.E. (e in quelle analoghe successive) riguardanti un consorzio tra Comuni, per applicarle a un soggetto giuridico completamente diverso e cioè a una società di capitali. Da questa operazione è nata una serie di equivoci con il “livello comunitario” anche perché a nessun altro Stato nel Continente è venuto in mente di utilizzare lo strumento societario per ragioni “meramente opportunistiche”. A tutto questo aggiungiamo che calare le società di capitali e il loro enorme apparato regolamentare (ipertecnico) in un ambiente normativo giuspubblicistico, dove l’operatore medio neppure immagina che le sole società per azioni (non quotate) sono disciplinate da oltre 650 commi, è stata operazione dagli effetti dirompenti. L’equivoco principale è stato quello riguardante il tipo di disciplina da applicare alle società in mano pubblica, nato in passato dalla errata impostazione secondo cui la partecipazione di una pubblica amministrazione a una società di capitali potesse alterarne la struttura, dando vita a un “tipo” di diritto speciale. In particolare una certa impostazione, ignara delle complessità sistematiche, partendo dal principio della neutralità della forma giuridica rispetto alla natura dello scopo, è arrivata ad attribuire alle società partecipate una connotazione pubblicistica[2], frutto di una sostanziale mutazione genetica nel senso di una riqualificazione del soggetto. In realtà tale impostazione è stata gravemente fuorviante negli anni, in quanto si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c., con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa[3]. In realtà l’uso dello strumento societario a partecipazione pubblica ha avuto spesso finalità meramente segregative. Le pubbliche amministrazioni, incentivate nel tempo dallo stesso legislatore, hanno infatti cercato a tutti i costi, negli ultimi venticinque anni, di creare e poi mantenere la “sacca” del privilegio derivante dall’affidamento diretto della gestione di attività e servizi pubblici a società partecipate, in deroga ai fondamentali principi della concorrenza tra imprese e della trasparenza. In buona sostanza da una parte v’è stata la tendenza ad ampliare l’ambito dei servizi pubblici includendo non solo quelli aventi per oggetto attività economiche incidenti sulla collettività, ma anche quelli riguardanti attività tendenti a promuovere lo sviluppo socio-economico delle comunità locali, fino ad arrivare ad affidare a società partecipate funzioni, che lungi dal rientrare nell’ambito dei servizi pubblici in senso proprio, costituivano tipiche attività istituzionali o strumentali dell’ente[4]. Dall’altra parte è stata incentivata la gestione mediante società partecipate in un’ottica rivolta (solo) formalmente alla aziendalizzazione dei servizi e a una privatizzazione effettiva (come auspicato dal legislatore sin dal 1942)[5], in realtà sostanzialmente diretta a eludere procedimenti a evidenza pubblica e a sottrarre comparti dell’amministrazione ai vincoli di bilancio, anche in considerazione della mancata applicazione, per molti anni, all’ente-capogruppo dei principi di consolidamento di diritto societario a partire dall’elisione delle partite reciproche[6]. Questo processo ha avuto l’effetto di trasformare talora il modello di gestione da strumento di efficienza in strumento di protezione e in taluni casi in escamotage per eludere i c.d. patti di stabilità e le regole di contabilità pubblica.   La Corte dei Conti ha contato, in un momento che sembrava culminante del ciclo espansivo, nell’anno 2008, 5.860 “organismi” partecipati da 5.928 enti pubblici locali con un incremento dell’11,08% rispetto al dato del 2005. Poco meno del 65% di questi organismi partecipati aveva natura societaria con prevalenza delle società per azioni, mentre circa il 35% ha forma giuridica diversa dalla società, in prevalenza consortile[7]. Allo stato, dalle informazioni rilevabili nella banca dati SIQUEL, emerge che il 16,65% dei Comuni (1.340 su 8.047), pari al 7,11% della popolazione nazionale, non è in possesso di partecipazioni societarie, gli organismi rilevati alla data dell’8 luglio 2016 risultano essere 7.181: le analisi sui risultati economici e finanziari, sui servizi affidati e sulle modalità di affidamento hanno riguardato, tuttavia, 4.217 soggetti, per i quali sono disponibili a sistema i dati di bilancio relativi all’esercizio 2014. Ancor più ristretto è il numero di istituzioni per le quali si hanno informazioni sui flussi di entrata e di spesa degli enti affidanti[8]. Gli organismi operanti nei servizi pubblici locali sono numericamente limitati (il 34,72% del totale), pur rappresentando una parte importante del valore della produzione (il 69,34% dell’importo complessivo). Il maggior numero (65,28%) rientra nel novero di quelli che svolgono attività diversificate, definite come “strumentali”[9]. Marcata è la prevalenza degli affidamenti diretti: nonostante la rigidità dei presupposti legittimanti tale procedura, a salvaguardia dei principi della concorrenza, su un totale di 22.342 affidamenti, le gare con impresa terza sono soltanto 150 e gli affidamenti a società mista, con gara a doppio oggetto, 319. Con riferimento agli organismi in perdita nell’ultimo triennio, l’analisi della Corte dei conti mostra come circa un terzo sia a totale partecipazione pubblica, mentre quelli misti a prevalenza privata costituiscono la categoria all’interno della quale le perdite sono più diffuse, con una tendenza al peggioramento dei risultati nell’arco del triennio. Nel referto della Corte v’è anche una ricognizione delle partecipazioni rilevanti ai fini del consolidamento dei conti, ed emerge che, su 700 organismi totalmente pubblici a unico socio (Comune/Provincia), meno della metà sono risultati assoggettabili a consolidamento – sulla base dei parametri indicati dal principio contabile applicato allegato n. 4/4 al d.lgs. n. 118/2011. Di contro, 368 (il 52,6%) non superano la soglia di rilevanza e potrebbero essere consolidati solo se ritenuti significativi dall’ente proprietario, secondo la sua valutazione discrezionale. La gestione finanziaria dimostra una netta prevalenza dei debiti sui crediti in tutti gli organismi esaminati. Nel complesso, i debiti ammontano a 83,3 miliardi, di cui circa un quarto è attribuibile, in sostanza, alle partecipazioni totalitarie. Il rapporto crediti/debiti verso controllanti, nelle partecipazioni pubbliche al 100%, è sbilanciato in favore dei primi. Emerge, quindi, la forte dipendenza delle partecipazioni totalitarie dagli enti controllanti, pur in presenza di un rilevante indebitamento verso terzi. Dall’analisi degli organismi partecipati in via totalitaria da un unico socio emerge, nella gran parte dei casi, che le risorse complessivamente impegnate e pagate dagli enti proprietari tendono a coincidere con l’importo dei valori della produzione degli organismi destinatari delle erogazioni. Abbiamo dunque assistito, per tutte queste ragioni, a un percorso legislativo incoerente, caratterizzato da frequenti ripensamenti, fatta eccezione per una costante: la crescente e progressiva espansione delle società a partecipazione pubblica locale, anche attraverso la trasformazione di aziende speciali, consorzi e istituzioni.   La “storia” del fenomeno comincia nel 1990 con la espressa previsione nella legge n. 142 della società per azioni a partecipazione pubblica maggioritaria[10], passa attraverso l’introduzione della società c.d. minoritaria[11], l’apertura al tipo della S.r.l. e l’incentivo alla trasformazione delle aziende speciali e dei consorzi[12], per subire un provvisorio assestamento nel 2000 con il Testo Unico delle autonomie locali (Tuel) che sistemava organicamente la materia[13]. Nel 2001 il quadro viene virtualmente rivoluzionato con l’introduzione della categoria mai definita dei c.d. servizi industriali e l’introduzione rigorosa, mai attuata, dei principi della concorrenza[14]. Con la contro-riforma del 2003 e la legge finanziaria per il 2004, si arriva infatti a un risultato esattamente opposto[15]. Quest’ultimo intervento, in parte censurato dalla Corte Costituzionale[16], ha suddiviso i servizi in virtù della loro rilevanza economica, in un contesto pesantemente dominato dalla figura della società in house providing e del suo strettissimo collegamento funzionale con l’ente di riferimento. La normativa ha strumentalizzato in modo abile la giurisprudenza comunitaria tanto da far evocare una situazione giuridica di dipendenza organica. Alla originaria disciplina contenuta nell’art. 113 TUEL, infatti, si sono sovrapposti prima l’art. 23 bis del d.l. n. 112/08 (successivamente abrogato con referendum) e poi la successiva disciplina introdotta con il D.L. 138/11 (dichiarata incostituzionale dalla Consulta con la sentenza n. 199 del 20 luglio 2012), per giungere infine al d.l. 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito con l. 17 dicembre 2012 n. 221). Le Sezioni Unite della Cassazione nel 2013 hanno scelto forzatamente di adattare l’impostazione comunitaria, al fine di riconoscere la giurisdizione piena della Corte dei conti sulle azioni di responsabilità agli organi sociali delle società in house[17]. I giudici del Supremo consesso qualificano, in modo in verità opinabile, questo genere di società come una mera articolazione interna della P.A., una sua longa manus al punto che l’affidamento diretto neppure consentirebbe di configurare un rapporto intersoggettivo di talchè l’ente in house “non potrebbe ritenersi terzo rispetto all’amministrazione controllante ma dovrebbe considerarsi come uno dei servizi propri dell’amministrazione stessa”[18]. Le ormai numerose sentenze delle sezioni unite si rifanno tutte alla n. 26283 del 25 novembre 2013, il cui passaggio più forte è quello secondo cui “il velo che normalmente nasconde il socio dietro la società è dunque squarciato: la distinzione tra socio (pubblico) e società (in house) non si realizza più in termini di alterità soggettiva”. L’orientamento ha complicato ancora di più le cose perché molti non hanno inteso che si riferisse solo alla giurisdizione e perdippiù non esclusiva della Corte dei Conti sulle azioni di responsabilità, ma hanno provato a dedurre l’esistenza di una società di tipo pubblico meritevole di uno ius singulare. In realtà si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c. [19], con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa [20]. Viceversa, a parte i casi di società c.d. legali (istituite, trasformate o comunque disciplinate con apposita legge speciale)[21], ci troviamo sempre di fronte a società di diritto comune, in cui pubblico non è l’ente partecipato bensì il soggetto, o alcuni dei soggetti, che vi partecipano e nella quale, perciò, la disciplina pubblicistica che regola il contegno del socio pubblico e quella privatistica che regola il funzionamento della società convivono.     La storia che abbiamo raccontato è singolare: il legislatore italiano ha prima creato un monstrum e poi ha costretto gli interpreti, anche i più raffinati, a riconoscerlo e a ricostruirlo invece di “constatare i fenomeni giuridici quali sono, quali si trovano nel sistema positivo, non negarli o storpiarli per ragioni a priori”[22]. Quanto accaduto appartiene a una tendenza più generale diretta a creare sempre più frequentemente categorie di soggetti i cui rapporti sono regolati da uno ius singulare. Fenomeno deprecabile, in quanto nel migliore dei casi, finisce per originare privilegi, asimmetrie e discriminazioni. In taluni casi, poi, non è tanto la ponderata volontà di sottrarre alla disciplina comune determinati soggetti a spingere il legislatori, bensì l’incapacità a resistere alla pressione di chi, spesso emotivamente o prepotentemente, chiede e invoca questa o quella norma. Ecco che il potere legislativo, si muove talora male e si trasforma, come sul dirsi in una machine a faire lois[23], invece di dettare norme efficienti e cercare nell’armonia del sistema le soluzioni più giuste. Ed eccoci ora alla c.d. Riforma Madia. Servirà? Poteva intervenire in modo più chiaro e tecnicamente corretto su temi tanto delicati? Sicuramente sì. Ma comunque contiene principi importanti ad esempio chiarisce una volta per tutte che una società è una società, non è un tavolo né una sedia, e come tale ad esempio fallisce da chiunque sia partecipata. Una cosa appare evidente che ancora una volta non si è tenuto conto delle specificità ordinamentali e soprattutto disciplinari, ratione materiae. Il diritto pubblico o amministrativo mai potranno entrare appieno nella forma mentis di un societarista o di un fallimentarista e viceversa. E’ ora in corso di pubblicazione il Decreto Legislativo che reca “Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 19 agosto 2016 n. 175, recante testo unico in materia di società a partecipazione pubblica” (c.d. “Decreto Correttivo”).  Si attua in tal modo la delega contenuta nell’art. 16, comma 7, della legge 7 agosto 2015, n. 124 (c.d. legge Madia), il quale, nel disegnare la delega per una complessa operazione di riorganizzazione normativa in materia di amministrazioni pubbliche, prevede che entro dodici mesi dall’entra in vigore dei decreti delegati il Governo avrebbe potuto adottare, appunto, uno o più decreti correttivi. L’intervento integrativo e correttivo, nel caso del TUSP, è dovuto anche a – e ha dovuto tener conto di – quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 251/2016, con la quale è stata ravvista una violazione delle norme costituzionali sul concorso di competenze statali e regionali da parte della citata legge n. 124 del 2015[24]. La Consulta ha in questa sede dichiarato che l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni si sarebbe potuta rimediare, nel rispetto del principio di leale collaborazione, avviando le procedure inerenti all’intesa con Regioni e enti locali nella sede della Conferenza unificata[25]. L’impatto della sentenza, che per qualche settimana ha tenuto col fiato sospeso gli operatori del settore che hanno temuto che essa potesse demolire tutta la riforma, è stato però limitato.  In primo luogo, come la Consulta stessa ha precisato, “le pronunce di illegittimità costituzionale, contenute in questa decisione, sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso, e non si estendono alle relative disposizioni attuative” (ossia ai decreti delegati[26]).  Inoltre, il Consiglio di Stato, con parere n. 83 del 17 gennaio 2017 si è espresso sugli adempimenti da compiere a seguito della sentenza della Corte Costituzionale[27], e ha precisato che il percorso più ragionevole e compatibile con l’impianto della sentenza – postulato anche dalla stessa Consulta – sarebbe stato quello di intervenire con decreti correttivi, previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni, da svolgersi in base alle previsioni di cui all’art. 3 del decreto legislativo 28  agosto  1997,  n.  281  (Definizione  ed  ampliamento  delle  attribuzioni della  Conferenza  permanente  per  i  rapporti  tra  lo  Stato,  le  regioni  e  le  province autonome  di  Trento  e  Bolzano  ed  unificazione,  per  le  materie  ed  i  compiti  di interesse  comune  delle  regioni,  delle  province  e  dei  comuni,  con  la  Conferenza Stato-città ed autonomie locali), in modo da “sanare l’eventuale vizio derivante dal procedimento  originariamente  seguito”, avendo peraltro la  sentenza  “fatto  riferimento  al Governo  (e  non  al  Parlamento)  e  considerato  che  in  alcuni  casi  i  termini  per l’adozione di simili decreti non sono ancora scaduti”. Tra le modifiche senz’altro di maggior rilievo portate dal Decreto Correttivo è quella che riguarda la governance delle società partecipate. Come noto, una delle innovazioni più importanti del nuovo testo unico è quella che stabilisce che “di norma” (e già l’espressione prelude ad eccezioni[28]) l’organo amministrativo debba essere costituito da un amministratore unico (art. 11, comma 2, TUSP). Nell’impianto originario del TUSP, il comma terzo di tale articolo prevedeva che, in deroga al principio appena affermato, un apposito decreto del Presidente del Consiglio, da emanarsi entro sei mesi dall’entrata in vigore del testo unico (quindi entro il 23 marzo 2017), avrebbe dovuto enucleare i criteri secondo i quali “per specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa”, sarebbe stato possibile optare per  un consiglio di amministrazione – composto da un minimo di tre a un massimo di cinque membri – ovvero per i sistemi dualistico o monistico (art. 11, comma 3, TUSP). Con tale previsione si è invertito il criterio in vigore, previsto, da ultimo, nell’art. 4, commi 4 e 5, d.l. 6 luglio 2012 n. 95, conv., con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, in cui l’opzione per l’amministratore unico era consentita, ma residuale[29]. L’art. 7 del Decreto Correttivo è ora intervenuto sostituendo integralmente il comma terzo dell’art. 11 TUSP, che ora recita: “L’assemblea della società a controllo pubblico, con delibera motivata con riguardo a specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa e tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi, può disporre che la società sia amministrata da un consiglio di amministrazione composto da tre o cinque membri, ovvero che sia adottato uno dei sistemi alternativi di amministrazione e controllo previsti dai paragrafi 5 e 6 della sezione VI-bis del capo V del titolo V del libro V del codice civile. La delibera è trasmessa alla sezione della Corte dei Conti competente ai sensi dell’articolo 5, comma 4, e alla struttura di cui all’articolo 15”. Nel quadro attuale, dunque, la scelta per un sistema collegiale di amministrazione (oppure per i modelli dualistico o monistico), è interamente rimessa all’assemblea dei soci, i quali dovranno però giustificare tale scelta per ragioni di adeguatezza organizzativa e “tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi” (requisito, quest’ultimo, che non era posto come criterio per il Dpcm).  In sostanza, il Governo ha ritenuto di preferire un sistema in cui l’adozione dei sistemi di amministrazione e di controllo alternativi all’amministratore unico non fosse eterodeterminata al di fuori della singola compagine societaria. La scelta, inoltre, è servita a rimediare un potenziale corto circuito della previgente formulazione, poiché l’adeguamento degli statuti era fissato al 31 dicembre 2016, mentre il Dpcm avrebbe dovuto essere emanato entro il 23 marzo 2017. Si sarebbe quindi potuta creare una situazione potenzialmente dannosa per quelle società che, diligentemente rispettando il termine per l’adeguamento dello statuto, avesse optato per l’organo monocratico di amministrazione, per poi scoprire che secondo i criteri dettati dal Dpcm avrebbe potuto optare per un sistema collegiale (o per uno dei modelli alternativi di gestione), sobbarcandosi gli oneri procedurali e notarili di una doppia modifica statutaria. Immediatamente collegato al precedente è il tema delle tempistiche prescritte dal TUSP per l’adeguamento degli statuti e per altri adempimenti. Per quanto riguarda il primo, inizialmente fissato al 31 dicembre 2016 dall’art. 26 TUSP, è ora fissato al 31 luglio 2017 dall’art. 15 del Decreto Correttivo. Per quanto attiene invece ai secondi, essi si trovano in vari luoghi del testo. Così, ad esempio, è differito al 31 luglio 2017 il termine, inizialmente fissato al 23 marzo 2017 dall’art. 26 TUSP, per l’adeguamento delle società a controllo pubblico alle disposizioni contenute nell’art. 11, comma 8, TUSP, secondo cui gli amministratori delle società a controllo pubblico non possono essere dipendenti delle amministrazioni pubbliche controllanti o vigilanti (art. 15 Decreto Correttivo)[30]. Ancora, sempre all’art. 26 è introdotto un nuovo comma 12-ter, ai sensi del quale “per le società di cui all’art. 4, comma 8, le disposizioni dell’art. 20 trovano applicazione decorsi 5 anni dalla loro costituzione”. In altre parole, per le società spin off o start up universitarie o di enti di ricerca non vige, per i primi 5 anni di vita, l’obbligo di procedere alla razionalizzazione delle partecipazioni dalle amministrazioni pubbliche. Un differimento di qualche mese è anche previsto per il termine per la ricognizione del personale in servizio, propedeutico all’individuazione di eventuali eccedenze, previsto dall’art. 25, comma 1, TUSP, al 23 marzo 2017, e ora posticipato al 30 giugno 2017 (art. 14, comma 1, lett. a), Decreto Correttivo). Si chiarisce, inoltre, un dubbio interpretativo circa l’applicazione del divieto di nuove assunzioni, esplicitando (art. 14, coma 1, lett. c), Decreto Correttivo) che il periodo di durata del blocco delle nuove assunzioni, stabilito dall’art. 25, comma 4, TUSP, fino al 30 giugno 2018, decorre dalla data di pubblicazione del decreto del personale eccedente di cui alla nota precedente.  Al termine del 30 giugno 2017 (anziché di sei mesi dall’entrata in vigore del TUSP, ossia il 23 marzo 2017) è posticipato anche il termine per la ricognizione di tutte le partecipazioni possedute dalle pubbliche amministrazioni (art. 13, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo – art. 24, comma 1, TUSP).  È stato infine posto modificato il termine per le disposizioni in materia di personale previste dalla normativa vigente (legge 27 dicembre 2013, n. 147), che si applicheranno non più soltanto fino al 23 settembre 2016, ma fino all’entrata in vigore del decreto ministeriale sul personale eccedente di cui all’art. 25, comma 1, TUSP, e comunque non oltre il 31 dicembre 2017 (art. 11 Decreto Correttivo). Un altro importante elemento di novità introdotto dal Decreto Correttivo (art. 5) incide sulle finalità perseguibili dalla p.a. mediante l’acquisizione e la gestione di partecipazioni pubbliche.  Si è più precisamente ampliato il novero delle funzioni perseguibili per le società aventi ad oggetto l’autoproduzione di beni e servizi (di cui all’art. 4, comma 2, lett. d), TUSP), che ora non dovrà essere limita ai beni e servizi strumentali all’ente o degli enti pubblici partecipati, ma potrà riguardare anche lo svolgimento delle funzioni dei predetti enti. È stato previsto, ad integrazione dell’art. 4, comma 7, TUSP, che sono ammesse anche le partecipazioni nelle società aventi per oggetto sociale la produzione di energia da fonti rinnovabili. Ed è stata fatta salva, all’art. 4, comma 8, TUSP, la possibilità per le università di costituire società per la gestione di azienda agricole con funzioni didattiche. Inoltre, al fine di valorizzare il principio di leale collaborazione nei rapporti tra Stato e regioni, come richiesto dalla citata sentenza della Corte Costituzionale, è stato previsto, dall’art. 5, comma 1, lett. d), Decreto Correttivo, che ha modificato l’art. 4 comma 9 TUSP, che il Presidente della Regione possa, con provvedimento adottato ai sensi delle disposizioni regionali e nel rispetto dei principi di trasparenza e pubblicità, deliberare l’esclusione totale o parziale dell’applicazione delle disposizioni dell’art. 4 – attinenti appunto alle limitazioni delle finalità perseguibili mediante acquisizione o gestione di partecipazioni pubbliche – rispetto a singole società a partecipazione regionale. La suddetta esclusione dovrà essere motivata con riferimento alla “misura e qualità della partecipazione pubblica, agli interessi pubblici a essa connessi e al tipo di attività svolta, riconducibile alle finalità di cui al comma 1”. Un tema affine al precedente riguarda la motivazione analitica che l’atto deliberativo di costituzione di una società partecipata o di acquisto di partecipazioni deve riportare ai sensi dell’art. 5 TUSP: l’art. 6 del Decreto Correttivo ha eliminato, al riguardo, il riferimento alla possibilità di destinazione alternativa delle risorse pubbliche impegnate e ha precisato che le modalità della consultazione pubblica sono disciplinate dagli enti locali interessati.  Le scelte legislative di fondo che traspaiono dal Decreto Correttivo si confermano, dunque, muovere essenzialmente su due binari: (i) il rispetto del principio di leale collaborazione tra istituzioni centrali e locali, cui consegue lo spostamento di alcune decisioni nella sfera locale e la necessità dell’intesa della Conferenza unificata in relazione a diversi aspetti disciplinari che potenzialmente impattano sulle partecipate degli enti locali; (ii) lo smorzamento di alcuni oneri motivazionali e di alcuni limiti di operatività, che, insieme con l’ampliamento della libertà di manovra nella costituzione e gestione delle partecipazioni pubbliche, e con il molteplice allungamento dei vari termini per gli adempimenti prescritti dalla nuova normativa, tende alla valorizzazione dell’autonomia delle singole società.         [1] Con l’indicata disposizione il Parlamento ha delegato il Governo a semplificare, attraverso il riordino delle disposizioni nazionali e la creazione di una disciplina generale organica in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche, il relativo quadro di regolazione anche in linea con i principi dettati dalla costante giurisprudenza nazionale e comunitaria, con effetti positivi in termini di valorizzazione della tutela della concorrenza e di generale trasparenza ed efficacia dell’azione amministrativa. [2] Cfr. in particolare Cons. Stato, nn. 1206 e 1207 del 2001 e nn. 4711 del 2002 e 1303 del 2002. [3] Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011. [4] La giurisprudenza ha evidenziato d’altra parte che la qualificazione di servizio pubblico locale spetta a quelle attività caratterizzate sul piano oggettivo dal perseguimento di scopi sociali e di sviluppo della società civile, selezionate in base a scelte, appunto, di carattere eminentemente politico quanto alla destinazione delle risorse economicamente disponibili e all’ambito di intervento e su quello soggettivo dalla riconduzione diretta o indiretta a una figura soggettiva di rilievo pubblico (cfr. Cons. Stato, 13 dicembre 2006 n. 7369; TAR Campania, Napoli,  24 aprile 2008 n. 2533). [5] Nella Relazione al Codice Civile, si legge, in riferimento alle società pubbliche che lo Stato “si assoggetta alla legge della società per azioni per assicurare alla propria gestione maggiore snellezza di forme e nuove possibilità realizzatrici” (Relazione al Codice Civile, n. 998. Artt. 2458 e ss., vecchio testo). [6] L’introduzione del bilancio consolidato civilistico per la holding-ente pubblico poteva rappresentare una scelta funzionale all’indirizzo e al coordinamento dell’intero gruppo pubblico locale (cfr. A. Tredici, Il bilancio consolidato del gruppo pubblico locale quale strumento di programmazione e controllo, in Il controllo nelle società e negli enti, 2006, 256 s.). Solo con il d.lgs. n. 118 del 2011, recante disposizioni in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni, degli enti locali e dei loro organismi, si è previsto che tali enti territoriali adottino «…comuni schemi di bilancio consolidato con i propri enti ed organismi strumentali, aziende, società controllate e partecipate e altri organismi controllati….» (art. 11, comma 1). Tale innovazione che impone (e non facultizza più) l’adozione di un bilancio preventivo (e non solo un conto consuntivo) di tipo consolidato, è stata progressiva nel corso del tempo, mediante la previsione, ai sensi dell’art. 36, d.lgs. cit., di un periodo di sperimentazione biennale (2012-2013), coinvolgente talune amministrazioni pubbliche territoriali prescelte in ragione della loro collocazione geografica e densità demografica, per poi entrare a regime dall’anno finanziario 2014. In tema cfr già F. Fimmanò, L’ordinamento delle società pubbliche tra natura del soggetto e natura dell’attività, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, (a cura di F. Fimmanò), Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 12 s. [7] Alle Sezioni regionali di controllo della Corte compete – come confermato anche dal d.lgs. n. 175/2016, di riordino della disciplina in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche – di monitorare il percorso di razionalizzazione delle partecipazioni e di vigilare sull’effettivo completamento delle procedure di dismissione e/o liquidazione. Le Sezioni, in attuazione della legge di stabilità 2015, hanno già verificato i piani di razionalizzazione, che sono stati presentati da un elevato numero di enti (quasi l’80%). [8] Cfr. Sezione delle Autonomie: Referto su “Gli organismi partecipati degli enti territoriali” Delibera n. 27/SEZAUT/2016/FRG e documenti allegati. [9] Nei 3.076 organismi con fatturato non superiore a 5 milioni operano in media 8,7 dipendenti, a fronte di una media di 56 dipendenti nel complesso di quelli osservati. In 1.279 organismi, di cui 776 società, si registra un numero di dipendenti inferiore a quello degli amministratori. [10] La società mista a prevalente capitale pubblico locale venne prevista per la prima volta dall’art. 22, lettera e) della legge 142 del 1990, (testo poi modificato dall’art. 17, comma 58, legge 15 maggio 1997, n. 127, Bassanini-bis) e la legge non vietava peraltro che la società fosse interamente in mano pubblica. [11] La società mista con partecipazione maggioritaria dei soci privati ha trovato riconoscimento testuale con l’art. 12 della legge n. 498 del 1992, attuata con la normativa regolamentare dettata dal D.p.r. n. 533 del 16 settembre 1996 (al riguardo G.F. Campobasso, La costituzione delle società miste per la gestione dei servizi pubblici locali: profili societari, in Riv. soc., 1998, 390 s., che esamina in particolare gli aspetti della compagine, della scelta dei soci e dello scopo di lucro). [12] Norme contenute nella c.d. legge Bassanini bis (n. 127 del 15 maggio 1997), che all’art. 17, commi 51-58, consentiva agli Enti locali di procedere alla trasformazione delle aziende speciali, deputate alla gestione dei servizi pubblici, in società per azioni o a responsabilità limitata con capitale misto, pubblico e privato, anche a partecipazione minoritaria. [13] D. lgs. n. 267 del 2000. [14] Articolo 35 della legge n. 448 del 2001. [15] Si tratta in particolare dell’art. 14 del d.l. n. 269 del 30 settembre 2003 «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici», convertito con modificazioni nella l. n. 326 del 2003 (conseguente alle osservazioni della Commissione Europea sul sistema delineatosi con l’entrata in vigore dell’art. 35). [16] Nel luglio del 2004, la Corte Costituzionale accolse in parte il ricorso avanzato dalla regione Toscana e dichiarò illegittimo l’art. 14, comma 1, lett. e), e comma 2, del D.l. 30 settembre 2003, n. 269, conv. nella L. 24 novembre 2003, n. 326, (Corte Cost., 27 luglio 2004, n.272, cfr. al riguardo G. Marchi, I servizi pubblici locali tra potestà legislativa statale e regionale, in Giorn. Dir. Amm., 1, 2005). [17] Cass., Sez. Un., 25 novembre 2013, n. 26283 – Pres. Rovelli – est. Rordorf, in Società, 2014, 55 s. con nota di F. Fimmanò, La giurisdizione sulle “società in house providing”, e in Fallimento, 2014, 33 s., con nota di L. Salvato, Riparto della giurisdizione sulle azioni di responsabilità nei confronti degli organi sociali delle società in house; e poi in scia: Cassazione, Sez. Un., 16 dicembre 2013 n. 27993;  Cass., Sez. Un., 26 marzo 2014, n. 7177 – Pres. Rovelli – est. Macioce; Cass., Sez. Un., 24 ottobre 2014, n. 22609- Pres. Rovelli – est. D’Ascola. Nello stesso senso ma con approdo opposto Cass., Sez. Un., 10 marzo 2014, n. 5491 – Pres. Rovelli – est. Nobili, in Società, 2014, 953 s. con nota di F. Cerioni; Cass. Sez. Un. n. 26936 del 2 dicembre 2013, che non riconoscono la giurisdizione contabile per l’inesistenza dei tre requisiti individuati: la necessaria appartenenza pubblica del capitale della società (con la previsione statutaria del divieto di cedere a soggetti privati quote della stessa), l’inesistenza di margini di libera agibilità sul mercato (neppure attraverso partecipate e la sottoposizione a controllo analogo (che non può ridursi al potere di nomina degli organi sociali). [18] In buona sostanza la Cassazione ha riprodotto l’orientamento del Consiglio di Stato (Cons. Stato, Adunanza Plenaria, 3 marzo 2008 n. 1, su rimessione di Cons. Stato, Sez. V, 23 ottobre 2007 n. 5587 ; nello stesso senso Cons. Stato, sez. VI, 16 marzo 2009, n. 1555 e prima TAR Valle d’Aosta, 13 dicembre 2007 n. 163; TAR Sicilia, 5 novembre 2007 n. 2511; TAR Piemonte, 4 giugno 2007 n. 2539; TAR Calabria, Catanzaro, 15 febbraio 2007 n. 76 e dopo TAR Campania, Napoli, Sez. I, 28 luglio 2008 n. 9468). Il Consiglio di stato ha sostenuto in particolare che il modello di società mista elaborato, in sede consultiva, con il parere n. 456 delle 2007, rappresenta solo una delle possibili soluzioni delle problematiche connesse alla costituzione di tali società e all’affidamento del servizio alle stesse, anche se, in mancanza di indicazioni precise da parte della normativa e della giurisprudenza comunitaria, non può allo stato essere elaborata una soluzione univoca o un modello definitivo di società mista. In ogni caso, il modello di società costruito con il citato parere non è rinvenibile allorchè il socio non venga scelto mediante procedura a evidenza pubblica nella quale la gestione del servizio sia stata definita e precisata. [19] Al riguardo: G. Visentini, Partecipazioni pubbliche in società di diritto comune e di diritto speciale, Milano, 1979, 4 s.; M. Mazzarelli, La società per azioni con partecipazione comunale, Milano, 1987, 117; G. Marasà, Le «società» senza scopo di lucro, Milano, 1984, 353; P. Spada, La Monte Titoli S.p.a. tra legge ed autonomia statutaria, in Riv. dir. civ., 1987, II, 552. [20] Al riguardo R. Guarino, La causa pubblica nel contratto di società, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di F. Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 131 s. [21] Ci riferiamo agli enti pubblici con mera struttura organizzativa societaria (cfr. al riguardo C. Ibba, Le società «legali», Torino, 1992, 340; Id., La tipologia delle privatizzazioni, in Giur. comm., 2001, 483 s.; Id., Le società “legali” per la valorizzazione, gestione e alienazione dei beni pubblici e per il finanziamento di infrastrutture. Patrimonio dello Stato e infrastrutture s.p.a, in Riv. dir. civ., 2005, II. 447;  e in un’ottica estensiva: G. Napolitano, Soggetti privati «enti pubblici»,in Dir. amm., 2003, 81 s.) previsti, trasformati o costituiti appunto in forma societaria con legge (ad es. l’art. 7 del D. L. 15/4/2002 n. 63, convertito dalla L. 15/6/2002, n. 112, ha istituito la Patrimonio dello Stato S.p.a.; l’rt. 8 del D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito dalla L. 8/8/2002, n. 178, ha gemmato la Coni Servizi s.p.a.; il D. Lgs. 9/1/1999 n. 1, ha istituito Sviluppo Italia s.p.a. poi integrato con altre norme dirette a disciplinarne la governance dell’attuale “Invitalia s.p.a”; l’art. 3, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79, ha previsto la costituzione del Gestore della rete di trasmissione nazionale S.p.a.; l’art. 13, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 ha contemplato la nascita della Sogin s.p.a.; stessa cosa è accaduta per “Gestore del Mercato s.p.a.” ex art. 5, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 e l’Acquirente Unico s.p.a. ex art. 4, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79). In altri casi il legislatore ha trasformato o previsto la trasformazione di enti pubblici in società (così per l’Ente Nazionale per le Strade ex art. 7 D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito in L. 8/8/2002 n. 178; per l’Istituto per i servizi assicurativi del commercio estero Sace ex art. 6 D. L. 30/9/2003, n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326; per l’Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma ex D. Lgs. 17/8/1999 n. 304; per la Cassa Depositi e Prestiti ex art. 5 D.L. 30/9/2003 n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326). [22] È l’avvertimento metodologico già lucidamente espresso da F. Ferrara sr., La teoria della persona giuridica, in Riv. dir. comm., 1911, p. 638. [23] Già con riferimento alla normativa speciale a “toppe” per il diritto sportivo: U. Apice, La società sportiva: dentro o fuori al codice civile, in Dir. fall., 1986, 538 s.; F.Fimmanò, La crisi delle società di calcio professionistico a 10 anni dal caso Napoli, in Gazzetta Forense, 2014, 4, 8 s. [24] In particolare, con riguardo alle previsioni della legge delega riguardanti i principi e criteri direttivi per l’emanazione del TUSP, la Regione Veneto ricorreva sostenendo che le relative disposizioni avrebbero violato gli artt. 117, secondo, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost., “poiché la fissazione di tali principi e criteri eccederebbe dalle competenze statali in materia di «tutela della concorrenza» e di «coordinamento della finanza pubblica», invadendo sfere di competenza regionali. Inoltre, esse violerebbero il principio di leale collaborazione di cui agli artt. 5 e 120 Cost., poiché prescriverebbero, in combinato disposto con il comma 4 dell’art. 16, per l’attuazione della delega, una forma di raccordo con le Regioni – il parere in Conferenza unificata – da ritenersi insufficiente, tenuto conto delle molteplici interferenze con le attribuzioni regionali” (v. Corte Cost., 25.11.2016,  n. 251). Il tema delle società a partecipazione pubblica era già stato oggetto di pronunce da parte del c.d. Giudice delle Leggi. In alcuni casi, la Consulta ha ricondotto le disposizioni inerenti all’attività di società partecipate dalle Regioni e dagli enti locali alla materia dell’«ordinamento civile», di competenza legislativa esclusiva statale, in quanto volte a definire il regime giuridico di soggetti di diritto privato, nonché a quella della «tutela della concorrenza» in considerazione dello scopo di talune disposizioni di «evitare che soggetti dotati di privilegi operino in mercati concorrenziali» (Corte Cost., sent. n. 326 del 2008). In altri, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di disposizioni statali che, imponendo a tutte le amministrazioni, quindi anche a quelle regionali, di sciogliere o privatizzare le società pubbliche strumentali, sottraevano alle medesime la scelta in ordine alle modalità organizzative di svolgimento delle attività di produzione di beni o servizi strumentali alle proprie finalità istituzionali, violando la competenza legislativa regionale residuale in materia di organizzazione amministrativa regionale (Corte Cost., sent. n. 229 del 2013). [25] Infatti, la materia delle partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche coinvolge, da un lato, profili pubblicistici, che attengono alle modalità organizzative di espletamento delle funzioni amministrative e dei servizi, perciò riconducibili alla competenza residuale regionale, anche con riguardo alle partecipazioni degli enti locali che non abbiano come oggetto l’espletamento di funzioni fondamentali. Dall’altro lato, però, ogni intervento in materia coinvolge anche profili privatistici, inerenti alla forma delle società partecipate, che trova nel codice civile la sua radice, e aspetti connessi alla tutela della concorrenza, riconducibili alla competenza esclusiva del legislatore statale. La sede preposta alla necessaria integrazione dei suddetti punti di vista e delle diverse esigenze degli enti territoriali coinvolti, è la Conferenza unificata, di cui nel TUSP era richiesto il solo “parere”. [26] La Corte Costituzionale ha precisato che “nel caso di impugnazione di tali disposizioni, si dovrà accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione”. [27] Il supremo organo amministrativo non ha mancato di rilevare l’importanza di “portare a termine le previsioni della l. n. 124 a seguito della sentenza della Corte”, anche “per non far perdere slancio riformatore all’intero disegno: i decreti legislativi interessati dalla sentenza costituiscono, infatti, non soltanto misure di grande rilievo di per sé, ma anche elementi di una riforma complessiva, che risulterebbe meno incisiva se limitata ad alcuni settori” (v. parere Cons. Stato n. 83/2017, in www.giustizia-amministrativa.it). [28] Assai diversa era stata la prima versione del decreto legislativo, in cui si discorreva di “obbligo” per le società di optare per l’amministratore unico, obbligo poi mutato in una più rassicurante “normalità” durante i lavori di stesura del testo definitivo. [29] «I consigli di amministrazione delle società di cui al comma 1 devono essere composti da non più di tre membri. È comunque consentita la nomina di un amministratore unico» (art. 4, comma 4, d.l. 95/2012). «Fermo restando quanto diversamente previsto da specifiche disposizioni di legge e fatta salva la facoltà di nomina di un amministratore unico, i consigli di amministrazione delle altre società a totale partecipazione pubblica, diretta o indiretta, devono essere composti da tre o da cinque membri, tenendo conto della rilevanza e della complessità delle attività svolte» (art. 4, comma 5, d.l. 95/2012, come modificato con l’art. 16, comma 1, lett. b), d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla l. 11 agosto 2014, n. 114). D’altronde, già con la legge finanziaria 2007 si era previsto, oltre al generico richiamo a un emanando «atto di indirizzo volto, ove necessario, al contenimento del numero dei componenti dei consigli di amministrazione delle società non quotate partecipate dal Ministero dell’economia e delle finanze e rispettive società controllate e collegate, al fine di rendere la composizione dei predetti consigli coerente con l’oggetto sociale delle società» (art. 1, comma 465, l. 27 dicembre 2006, n. 296), che «il numero complessivo di componenti del consiglio di amministrazione delle società partecipate totalmente anche in via indiretta da enti locali, non può essere superiore a tre, ovvero a cinque per le società con capitale, interamente versato, pari o superiore all’importo che sarà determinato con decreto», e che nelle società miste il numero massimo di componenti del consiglio di amministrazione designati dai soci pubblici locali comprendendo nel numero anche quelli eventualmente designati dalle regioni non può essere superiore a cinque (art. 1, comma 729, l. 296/2006). [30] A tal riguardo, viene altresì precisato (art. 14, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo) che il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro delegato per la semplificazione e la pubblica amministrazione e con il Ministro dell’economia e delle finanze, volto a disciplinare le modalità di trasmissione dell’elenco del personale eccedente, debba essere adottato previa intesa in Conferenza unificata ai sensi dell’art. 9 d.lgs. 28.8.1997, n. 281.   - >>>>>

Sanità pubblica, la Via Crucis di un malato oncologico: “Nel Molise non esiste la cistoscopia”

di GIOVANNI MINICOZZI Circa quattro anni fa Salvatore D’Onofrio, campobassano di 65 anni, scoprì di avere un carcinoma alla vescica. Ha subito sette interventi chirurgici effettuati tra il S. Timoteo di Termoli e il Cardarelli di Campobasso ed è stato dimesso il 23 novembre scorso dal reparto di Urologia. Il successivo 10 dicembre è stato sottoposto a visita di controllo e gli è stato comunicato l’esito in parte positivo della biopsia con il carcinoma scomparso ma con la presenza di un nuovo papilloma. Il medico che lo ha visitato gli ha prescritto alcuni esami, da presentare alla visita di controllo, tra i quali la flussometria e la cistoscopia. Intanto, il signor D’Onofrio, in parte tranquillizzato dal risultato ella biopsia si rasserena e si reca al centro unico di prenotazione dell’ Asrem. Neanche il tempo di godersi la discreta notizia e scopre che la flussometria la potrà eseguire non prima del 27 giugno 2019 mentre la cistoscopia non può essere effettuata in nessuno dei laboratori degli ospedali pubblici molisani. Ecco la sua testimonianza rilasciata ai microfoni di Telemolise:  “L’ho scoperto ieri andando al Cup, il medico mi aveva prescritto a seguito di un intervento chirurgico una cistoscopia e sono andato a prenotarla al Centro. Qui ho scoperto che in tutti gli ospedali molisani non viene effettuata questa prestazione specialistica, né all’ ospedale di Campobasso stesso, né di Termoli, di Agnone e di Isernia. A questo punto io non so a chi rivolgermi e come fare per avere questa prestazione. Credo che si tratti di una interruzione di pubblico servizio ed è mia intenzione denunciare questa cosa all’opinione pubblica“. – Lei ha prenotato anche altri esami per una successiva visita di controllo alla vescica, che tempi ha avuto?” “Ho avuto tempi lunghissimi. Il primo giorno utile è stato il 27 giugno del 2019“. -Che tipo di esame ha prenotato?  “La flussometria. Però, per quanto riguarda il sottoscritto non ha nessun riflesso perché io il controllo lo avrò tra sei mesi però c’è anche il cittadino che ha bisogno di farla immediatamente e per lui penso che i tempi di attesa di circa sette mesi siano veramente tanti!“ – Che vuole dire a chi governa questa Regione, al Presidente, ai vertici dell’Azienda sanitaria regionale?” “Di fare meno chiacchiere e più fatti.“ Risposta secca ed efficace. Oggettivamente anche a noi la situazione appare paradossale, al di là delle statistiche e dei proclami contenuti nei comunicati stampa, il rispetto dei livelli essenziali di assistenza resta una chimera. Abbiamo raccolto la denuncia pubblica del signor Salvatore D’Onofrio con la speranza che i vertici dell’Asrem, la Direzione generale della salute nella persona di Lolita Gallo e il Presidente della Regione Donato Toma, in questi giorni alle prese con i ricorsi contro la nomina dei commissari, trovino il tempo per verificare tale grave anomalia e per ripristinare un servizio elementare ma indispensabile per le tante persone che combattono contro il cancro.   - >>>>>

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