Il voto non sposta gli equilibri in Molise, ma la nuova ‘crepa’ si apre sui trasporti

Il muro ha retto e la spallata di Salvini non c’è stata. O, quantomeno, non ha prodotto i risultati sperati. L’Emilia Romagna resta al centrosinistra e l’assedio a Stalingrado è stato respinto. La Calabria passa saldamente nelle mani del centrodestra. L’esito del voto di ieri, riassunto in quattro righe, non provocherà il temuto scossone nel governo, men che meno dovrebbero cambiare le cose in Molise. Anche qui, dopo il giallo della crisi a metà, delle dimissioni di Mazzuto prima date poi ripensate, del rimpasto annunciato e poi congelato lo scenario sembra destinato a rimanere immutato. Anche perché i protagonisti del voto Emiliano Romagnolo sono all’opposizione a palazzo d’Aimmo, la maggioranza si consola guardano all’affermazione in Calabria e il dibattito sulla tenuta dell’alleanza che sostiene Toma slitta ancora in avanti. Le turbolenze, all’interno del centrodestra nostrano hanno invece subito un’accelerazione ma da una sponda diversa. Il piano dei Trasporti, che aveva provocato il capitombolo in aula della maggioranza, ha innescato un nuovo fuoco incrociato e sull’emendamento per la quattro corsie presentato dal commissario della Lega in Molise Yuri Colla alla camera e bocciato in commissione, si è aperto un giallo. Niro ha sostenuto in più sedi di aver parlato con tutti, ma Toma lo ha sconfessato, dichiarando di non esserne a conoscenza. Un nuovo strappo che apre uno scenario ancora tutto da scrivere e che ha sullo sfondo il settore trasporti che in Molise resta una specie di spina nel fianco. ‘Diremo agli onorevoli Colla e Garavaglia – ha detto stizzito Niro – e a tutti quelli che hanno continuato a interessarsi del Molise di non farlo più per non urtare la suscettibilità dei 5stelle e del Pd”. Il bersaglio dell’assessore ai trasporti erano il deputato Antonio Federico e la capogruppo dem Micaela Fanelli, che hanno sottolineato l’errore dell’emendamento e il mancato coinvolgimento delle parti. Ma il sasso lanciato da Niro è stato rispedito al mittente nientemeno che dal Governatore e ora rimettere a posto i cocci del vaso sembra un’impresa complicata quasi come quella di riorganizzare un piano trasporti che tenga il passaggio in consiglio regionale.   - >>>>>


La società foggiana imita Riina e la sua strategia del terrore

di VINCENZO MUSACCHIO* La Società foggiana è un’organizzazione criminale che volontariamente non ha scelto la strada che la porti verso una borghesizzazione, per cui, non lavora sottotraccia, ma, al contrario, è palesemente grezza e nel suo territorio utilizza il metodo intimidatorio con particolare ferocità e violenza. Quest’organizzazione mafiosa ha scelto il terrore e così com’è accaduto per Riina a Palermo. Tale scelta, se confermata nel tempo, l’affosserà. I capi mafia foggiani vogliono diventare ad ogni costo il simbolo di un immaginario collettivo, di un marchio di quella mafia dei corleonesi che incuteva terrore persino al pensiero. Con le bombe esigono sottomissione, non lasciano correre nulla che possa minimamente minare il loro rispetto. Non ubbidire ai boss non è consentito a nessuno. Gli stessi affiliati temono il loro capo: chi tradisce muore nei modi peggiori possibili. La loro logica, dunque, è di credere in questo “codice di potere” fino in fondo. A Foggia, i capi mafia, il loro ruolo l’hanno ottenuto con il sangue e con le faide. Per loro il sangue è uno dei mezzi più preziosi a disposizione. Cercano e riconoscono alla ferocia un carattere persuasivo che intendono cavalcare e propagare nei territori di loro pertinenza. In pratica, teorizzano e realizzano quello stesso terrorismo mafioso voluto da Riina e dai corleonesi in Sicilia. Questa eco mediatica se da un lato funziona dall’altro costituisce un limite. Così agendo si rende visibile ciò che le organizzazioni criminali foggiane erano in passato riuscite a tenere invisibile, e sempre per colpa questa strategia lo Stato italiano non potrà più fare a meno di approvare nuovi strumenti antimafia che metteranno inevitabilmente a dura prova gli affari e le strutture delle cosche pugliesi e di chi con loro fa affari. Ai nuovi mafiosi che comandano Foggia, tuttavia, questo non interessa. Loro sono l’anti-Stato, un contropotere che usa sangue e terrore come strumenti di persuasione. Con le bombe e le esecuzioni danno ancora una volta un forte segnale su chi comanda a Foggia e su quanto grande sia lo strapotere della mafia foggiana poiché in città in dieci giorni sono stati compiuti sei attentati intimidatori e un omicidio. Con queste azioni criminali la mafia vuole dimostrare la sua capacità di colpire dappertutto e chiunque. Le bombe del foggiano non sono solo intimidazioni del tipo “non paghi e ti esplode il negozio”. Nel foggiano la bomba è un messaggio in codice ben preciso. Serve per far capire di aver ricevuto un’offesa o un torto, è un memorandum che se vuoi vivere sereno sei tu che devi cercare il mafioso e pagare il pizzo. L’esplosione di una bomba deve essere sentita da tutta la città, deve fare paura, deve farti tremare il terreno sotto i piedi, il boato deve essere enorme, deve lasciare un segno materiale e psicologico. Così facendo, i capi clan vogliono dare alle loro cosche un’aura d’invincibilità. Le fiaccolate e l’impegno delle forze dell’ordine e dalla magistratura locale servono a poco se non si da inizio a un’azione forte e a un impegno repressivo da parte dello Stato seguito da una bonifica culturale e sociale di quei territori. La storia della mafia foggiana non è la storia di folli allo sbaraglio, ma di criminali che scelgono la strada dell’intransigenza, del rigido codice della violenza, la strada militare. Con le loro bombe, però, costringeranno lo Stato a riconoscere la loro estrema pericolosità, a dichiarare la presenza di un rischio assoluto e la necessità di entrare in emergenza per sconfiggerla. La ’ndrangheta e la camorra al contrario hanno cercato sempre di evitare questa strada preferendo la via del silenzio e della corruzione, più efficaci e meno eclatanti. Se si vuole por freno a questa situazione, in questo momento, a Foggia serve una mobilitazione di magistrati e investigatori antimafia come avvenne quando si decise di sconfiggere il clan dei Casalesi in Campania. * giurista, associato per il diritto penale alla School of Public Affairs and Administration della Reuters University di Newark   - >>>>>

AAA: cercasi sinistra per battere la destra

Non ho mai votato per la Lega di Bossi o Salvini. Non ho ancora cambiato idea, ma la tentazione è grossa e spiego perché.  La politica è forma e sostanza. La forma segna la differenza tra democrazia e dittatura, la sostanza contraddistingue i partiti in un sistema democratico. Confondere questi parametri è pericoloso, ma è ciò che sta accadendo in Italia.  Primo, si demonizzano le opinioni degli altri con parole-manganello come razzismo e fascismo. Bullismo politico per intimidire l’avversario.  Secondo, ci si concentra sul leader di turno incartandolo con le pre-cotte opinioni “demonizzate” facendone un demone. Terzo, si sposta il dibattito dalla sostanza alla forma accusando il demone di turno di voler uccidere la democrazia. Abbiamo avuto, tanto per fare qualche nome, i “demoni” Berlusconi, Napolitano, Renzi e ora Salvini. Creato quindi il demone non si parla più di problemi come disoccupazione, immigrazione, ambiente, sicurezza del cittadino e rispetto, ma di attacco alle istituzioni.  ll precursore di questa nuova politica del fango fu, ironia della sorte, proprio il capostipite del partito di Salvini, l’Umberto Bossi con la battaglia contro “Roma Ladrona. Battaglia conclusasi con la scoperta che il “Vento del Nord” di Milano non era poi diverso dal ponentino di Roma. Dopo che Bossi è stato inghiottito dalla sua stessa politica, la macchina del fango è stata presa in affitto da un attore comico molto affermato, Peppe Grillo. Bisogna dargli atto che un’ottima campagna contro corruzione, ruberie e sprechi era necessaria e Grillo ha interpretato il ruolo molto bene. Il problema è che dopo la guerra, occorre il governo. E su questa seconda fase che sono caduti molti movimenti in quanto hanno scoperto che se distruggere è semplice, ricostruire è complicato. Infatti, ho sempre cercato di appoggiare, ad eccezione di quello di Amato, tutti i governi, incluso quello di Berlusconi, D’Alema, Letta e Renzi. Bisogna sempre rispettare chi si mette in gioco, si presuppone, per il bene comune. Purtroppo, la politica del fango ha distrutto tutti, tra gli applausi soprattutto dei loro ex sostenitori. Perché in Italia non si parla mai dei problemi, ma dei “demoni”. Prima di Salvini, anzi con Salvini, erano “demoni” anche Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. Si, è lui. Lo stesso che quelli lo chiamavamo il “bibitaro” prima, ora lo hanno fatto ministro degli Esteri. E lo stesso Conte, prima considerato un burattino, ora è diventato burattinaio. Ma perché la tentazione di votare per Matteo Salvini? Semplice: credo sia il momento di darci un taglio alla politica del fango. Vi chiederete perché stavolta intendo appoggiare l’opposizione e non il governo. In effetti l’ho fatto. Ho accolto con speranza sia l’elezione di Zingaretti a leader del PD, sia questo governo del Conte Bis. Purtroppo, dopo alcuni mesi di attesa, non sono riusciti a presentare un programma alternativo a Salvini, si stanno frantumando dall’interno e ora mi chiedono di votare per loro perché Salvini è fascista.  E no! Ora basta con questo antifascismo ipocrita e opportunista. Prendo in considerazione il voto per Salvini proprio a causa di questo “antifascismo” di convenienza usato per mascherare la corruzione nella Prima Repubblica e l’incompetenza nella Seconda.   Dicono che Salvini sia un violento. Può darsi, ma i suoi oppositori non sono da meno, tutt’altro. Vi sono minacce di morte, offese verbali a lui e alla famiglia, baristi che invece di fare cappuccini fanno politica chiudendogli la porta in faccia, attori che cercano di ricreare un clima di guerra fredda, giornali che fomentano odio. La parte moderata di entrambi gli schieramenti è ignorata mentre la stampa, cartacea ed elettronica, ormai moribonda, cerca boccate di ossigeno dando spazio a esagitati durante orrendi dibattiti televisivi a colpi di botte, parolacce, offese personali e sgabelli che volano. Ma quello che forse farà guadagnare a Salvini il mio voto è il titolo di Repubblica: Cancellare Salvini.  Non ci sto. Salvini ha una sua politica che si può condividere o meno, ma non ha niente a che fare con la minaccia alla democrazia. La sua politica sociale non è diversa da quella di Macron (se non ci credete chiedetelo ai gilets jaunes oppure agli immigranti che cercano di entrare in Francia), per fortuna è diversa da quella economica pro-banche della Merkel e certamente più europeista dei democraticissimi inglesi.  Certo, nel passato Salvini ha detto stronzate, ma se dovessimo evitare il dialogo con tutti coloro che nel passato hanno detto stronzate e appoggiato dittatori che non sapevano fare nemmeno lo spelling della parola democrazia, il prossimo dibattito politico dovrebbe avvenire negli asili nido.  Per contrastare i movimenti di destra, che hanno tutto il diritto di esistere, non è necessario “cancellare” i loro leader. C’è bisogno di una alternativa politica, in particolare di un vero partito di centro-sinistra. Un partito che ora non c’è in quanto non c’è un leader capace di presentare un programma socio-economico serio. Un leader con una politica estera che non sia di sudditanza al presuntuoso Macron o alla banchiera tedesca Merkel. Incapaci di dare queste risposte, vogliono il mio voto perché Salvini è fascista. In realtà i dittatori sono proprio quelli che vogliono “cancellare” chi non la pensa come loro.   - >>>>>

Caro Carlo, non mollare

di Angelo Persichilli Caro Carlo, non mollare. Mi riferisco al dott. Carlo Musenga, mio amico e compaesano, che vuole abbandonare Facebook perché stanco del bullismo politico. Scrive Carlo nel suo sito che “se parli di calcio ti odiano, se parli di politica ti odiano. È divenuto un mezzo comunicativo utilizzato per scaricare le proprie frustrazioni o per fomentare astio; per non parlare poi dei gufi e dei falsi profili”. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il commento di qualche individuo che lo ha chiamato “fascista” solamente perché non condivideva la sua opinione. “Non ho mai permesso, non permetto e non permetterò a nessuno – dice il dott. Musenga – di chiamarmi fascista perché ho, dalla nascita, gustato il nettare della democrazia. È accaduto su queste pagine; una volta ma è accaduto. Mi definirò antifascista ed anticomunista sempre anche se nel fascismo e nel comunismo ideologico ci sono apprezzabili principi sociali”. Ho la fortuna di essere compaesano e soprattutto amico del dott. Musenga e posso dire di avere conosciuto poche persone più gentili, corrette e rispettose di lui. Se poi aggiungete anche una solida base culturale e il rispetto che ha per le istituzioni e chi le rappresenta, si può giustificare la reazione del dott. Musenga. Solo una persona disinformata, arrogante, o in malafede, oppure tutte queste cose messe insieme, può definire ‘fascista” uno come Carlo Musinga, tradizionalmente di fede liberale. Purtroppo il ricorso diffuso a questa parola per azzittire coloro che la pensano in modo diverso dimostra due cose: che il bullismo politico è in aumento e che viene utilizzato da persone che non hanno argomenti seri per difendere le loro opinioni. Ammesso che ne abbiano (da non confondere opinioni con fissazioni). Qui non si tratta solo di arroganza e disinformazione, ci troviamo di fronte a un caso di bullismo politico che, purtroppo, non è isolato. Ne siamo vittime tutti. Proprio la scorsa settimana mi ero permesso di esprimere un giudizio negativo sulla riforma del MES sul sito di un giornale quando sono stato aggredito verbalmente da due individui che hanno subito vomitato insulti parlando di ignoranza e mancanza di cultura. Durante la mia carriera politica e giornalistica ho ricevuto contestazioni più articolate e da persone più titolate di questi due signori e quindi, essendo sotto questo aspetto più vaccinato dell’amico Carlo, tali affermazioni lasciano il tempo che trovano. Senza scendere, ovviamente, ai loro livelli, ho dato loro una risposta civile nonostante sappia che non sarà capita da persone incapaci di gestire una opinione diversa della loro. Credo comunque che il problema esista e debba essere affrontato in modo più deciso. Farò qualche suggerimento, ma una cosa è certa: non bisogna farsi intimorire da questi bulli vigliacchi che si nascondono dietro una tastiera per mascherare la propria incapacità di gestire una opinione diversa dalla loro. Qualcosa deve essere fatto, ma di sicuro so cosa, caro Carlo, non si deve fare e cioè lasciare campo libero a questi bulli. Perché di bullismo si tratta. La differenza tra dittatura e democrazia sta proprio nella nostra abilità di accettare opinioni diverse dalla nostra e dibattere civilmente. Aggredire verbalmente chi non la pensa come noi è tipico di persone insicure, deboli, frustrate o, lasciatemelo dire, di persone incapaci di vivere in un Paese democratico. Sono proprio questi ottusi che spingono l’elettorato, sempre più in cerca di dialogo e spiegazioni in un momento molto difficile, verso Matteo Salvini. Non so se avete notato, ma il leader della Lega non evita questi kamikaze, questi terroristi mediali, infatti li cerca. Sa che più spazio si dà a questi bulli più la gente corre verso di lui. Più questi imbecilli parlano, più salgono i consensi della Lega. Ma questo risvolto politico non mi interessa più di tanto. Ciò che mi preoccupa invece è la minaccia contro la democrazia, la mancata possibilità di avere un dibattito sereno su temi importanti senza correre il rischio di ritrovarsi nel mezzo di una rissa mediatica. È come andare in piazza per ascoltare un discorso di un esponente politico, di qualsiasi colore, e ritrovarsi di colpo in mezzo a individui col volto mascherato armati di mazze e catene. Qualcosa si deve e si può fare. Nel mio sito Facebook ho adottato un principio molto semplice. Si accettano tutte le opinioni su qualsiasi tema (ovviamente non razziste o di apologia di forme politiche antidemocratiche), con una sola condizione: le opinioni devono riferirsi al contenuto e non alla persona. Chi insulta la persona riceverà un avvertimento privato precisando che il ripetersi di questo comportamento verrà seguito da una immediata revoca dell’amicizia. Quando invece facciamo commenti sul sito di altri amici e qualcuno ci aggredisce verbalmente, si può invitare il responsabile del sito a prendere provvedimenti e, se non avviene, togliamo anche a lui l’amicizia. Non basta, infatti, evitare di fare commenti sul suo sito, bisogna invogliare tutti a mettere un po’ d’ordine e isolare i bulli. Non so se basterà, forse no e, a questo proposito, invito tutti a fare altri suggerimenti. Di due cose sono comunque certo: non bisogna farsi intimorire e non lasciare campo libero ai bulli. La storia ci insegna che salire, come si dice, sull’Aventino o accettare dogmi dai nostri leader “migliori”, non paga.   - >>>>>

Destra e sinistra a ruoli invertiti

di Angelo Persichilli Il dibattito sul MES, la riforma del fondo europeo salva-stati, non è vero dibattito. Negli ultimi giorni ho parlato con varie persone che mi hanno menzionato questo argomento e ho anche seguito tale dibattito sui ‘social’ e ho raggiunto questa conclusione: la maggioranza di coloro che sono a favore di Salvini sono contrari al MES, quelli a favore di Conte, quindi del governo, sono a favore. E così, tanto per cambiare, si riporta il dibattito sui noiosi binari tradizionali: la destra contro la sinistra e viceversa. Come al solito, cerco sempre di liberarmi di queste antiche zavorre e vado direttamente al tema nocciolo della questione. Cosa è il MES? Rispondo a questa domanda fra poco; prima comunque voglio dire che, in base alle mie informazioni, sono d’accordo col presidente Conte sul principio di questo accordo; contemporaneamente condivido alcune preoccupazioni espresse da Salvini. Ecco perché. Il testo europeo non è semplice soprattutto per un inesperto come il sottoscritto, ma alcune cose le ho capite. Il MES è una specie di assicurazione che tutti i Paesi membri dell’UE devono contrarre pagando ovviamente un salatissimo premio. I vantaggi comunque sono notevoli, soprattutto per Paesi, e l’Italia è uno di questi, con difficoltà economiche. L’Italia, ha ragione Conte, non può rimanere fuori senza uscire dall’Europa. E noi dobbiamo rimanere in Europa. Il principio non è in discussione. Sulla forma e sulla sostanza vi sono però delle preoccupazioni. Partecipare al MES è non solo un pesante impegno economico, ma anche un importante impegno politico e tali impegni non possono essere sottoscritti quasi furtivamente senza almeno una spiegazione agli italiani e al Parlamento. Conte, su questo ha sbagliato. Ma andiamo alla sostanza, ovvero ad alcuni punti importanti. Come detto all’inizio, il MES è una assicurazione salva-stati che ha lo scopo di stabilizzare economicamente la zona “euro”. In caso di difficoltà, quindi, l’Europa interviene in aiuto del Paese membro in crisi. Ma solo ad alcune condizioni. A parte quello di evitare l’aumento incontrollato dello ‘spread’, con le banche che hanno già detto di non comperare più i bond in mancanza di chiarezza su questa riforma, si chiede al Paese membro in difficoltà di mettere sotto controllo il suo debito pubblico prima di ottenere i fondi. E qui svetta la prima preoccupazione. Il debito pubblico italiano è oltre il 130% del nostro Prodotto Interno Lordo, una percentuale ben al di sopra delle percentuali europee. Questo significa che l’Italia, per usufruire di questa “assicurazione” firmata da Conte, deve prima ridurre il debito pubblico. Questo mi sembra positivo ma, parliamoci chiaro, significa anche aumento delle tasse e riduzione dei servizi. Quelli che sono a favore di Conte, lo fanno perché sono favorevoli a questi futuri provvedimenti, oppure lo fanno solo perché sono di sinistra? Quelli che appoggiano invece Salvini lo fanno perché si oppongono ai tagli dei futuri servizi sociali, o lo fanno perché sono di destra? Come si vede, se togliamo la tradizionale discriminante di destra-sinistra, rimane una gigantesca incongruenza politica con la sinistra tradizionale, sempre a favore del miglioramento dei servizi sociali, sembrerebbe ora a favore dei loro tagli (evitabili solo con un congruo aumento delle tasse), mentre la destra tradizionale, sempre favorevole a un migliore controllo della spesa, come ora chiede il MES, sia ora diventata di mano larga. Questo, purtroppo, non significa che destra e sinistra sono sparite. Le squadre sono sempre le stesse, sono solo i giocatori che periodicamente cambiano maglia. E così, mentre in Italia si gioca a riscrivere la storia, in Europa ci stanno pianificando il futuro.   - >>>>>

Gli antidoti più efficaci contro le mafie e la corruzione sono la cultura e l’onestà

di VINCENZO MUSACCHIO La Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise e l’Osservatorio Antimafia del Molise lanciano un appello al fine di provare a sconfiggere il cancro delle mafie e della corruzione. Due piaghe che affliggono l’Italia nel profondo del proprio tessuto sociale, politico ed economico. Vincenzo Musacchio, presidente delle due associazioni, ci conferma: “L’Italia sta affrontando una situazione molto difficile, se non addirittura disperata, dopo alcuni tentennamenti nella lotta senza quartiere alla criminalità organizzata”. ”Le mafie e la corruzione ormai sono divenute pervasive e interessano tutti i livelli delle istituzioni pubbliche e private”. Tra gli ultimi posti della classifica europea dell’indice di percezione della corruzione, c’è proprio il nostro Paese. Su una scala da 0 a 100, in cui il 100 indica l’assenza di corruzione, l’Italia ha ottenuto nel 2018 un punteggio pari a 53. “Si respira un’atmosfera di profonda frustrazione dovuta al predominio mafioso e al livello di corruzione del Paese, se si pensa che su due italiani uno sarebbe corrotto, continua Musacchio”. “In un Paese dove prosperano mafie e corruzione, le aziende straniere ci pensano due volte prima di venire a investire”. A tutto ciò se si aggiunge la crisi profonda in cui è caduta la giustizia italiana, la situazione diventa molto preoccupante. Tramite i mass media ci auspichiamo di poter lanciare la nostra campagna “Liberiamoci dalle catene della mafia e della corruzione”. Le mafie e la corruzione, in Italia, non si manifestano solo nella pratica illecita messa in atto da politici e funzionari disonesti, dobbiamo riconoscerlo, questi mali ormai hanno assunto le sembianze di un vero e proprio cancro metastatizzato che non risparmia nessun settore della società civile. “Non è un caso che Venezia il Mose non funzioni, che a Genova crolli un ponte perché i controlli erano fasulli, ottenuti forse pagando il funzionario di turno che invece avrebbe dovuto supervisionare proprio tali controlli”. Un fenomeno pervasivo e “pianificato” al punto che, ormai le vittime di mafia e di condotte estorsive e corruttive si aspettano sempre di dover pagare una somma in denaro per ottenere un proprio diritto. Una pratica che coinvolge tutti, anche chi dovrebbe contrastare questi fenomeni criminali. Le mafie e la corruzione ormai sono diventate assuefazione! Sono qualcosa che ci entra dentro e al quale ci abituiamo senza rendercene conto o senza voler reagire. Per questo, è importante adottare misure serie e a lungo termine perché non si può pensare di debellare questo virus nel breve periodo. Come in tutte le cose, bisogna cominciare, e come diceva Rita Atria: “Se non vuoi la mafia nel tuo cuore, nella tua vita, comincia a debellare quella che hai dentro di te!” Se non cominciamo noi, non cominceranno neanche quelli che vivono con noi e da noi traggono esempio. Le mafie e la corruzione ci rubano il futuro e lo rubano soprattutto ai nostri figli! Pertanto lanciamo la nostra campagna “Liberiamoci dalle catene della mafia e della corruzione” definendo questi fenomeni criminali una vera e propria “putrefazione della società”. Sarà questa l’iniziativa che la Scuola di Legalità “don Peppe Diana” e l’Osservatorio Antimafia del Molise porteranno in tutte le scuole d’Italia. Proviamo a portare un barlume di speranza ai nostri giovani. Assieme a Daniele Colucci, presidente vicario dell’Osservatorio e Consigliere della Corte di Appello di Napoli, vogliamo reiterare l’invito a unire le forze per eliminare queste piaghe che affliggono la società, “perché il cancro delle mafie e della corruzione non può essere affrontato agendo isolati”. Per debellare questa metastasi che colpisce ormai ogni organo vitale del Paese, “occorre un movimento popolare, un’iniziativa che parta dalla società a ogni livello”. “Noi faremo la nostra parte, ma se ci fermiamo alle dichiarazioni d’intenti, non andremo lontano”. Speriamo che questa iniziativa sia accolta da tutti e ognuno la faccia propria, perché il singolo cittadino da solo è assolutamente impotente di fronte a tutto ciò”. “Auspichiamo che si generi una sensibilità crescente tra la gente e che questa campagna sia solo il punto di partenza di un impegno continuato che vada ben di là di un proclama, diventando un tema prioritario e un impegno concreto nella lotta alle mafie e alla corruzione. La nostra missione è ogni giorno in prima linea, dimostrando ai giovani – come mi ha insegnato il mio maestro Antonino Caponnetto, precisa Musacchio – che la cultura vince sulle mafie e la scuola sull’ignoranza. Con enormi difficoltà proveremo ad insegnare ai giovani che l’illegalità non paga ma i libri e la conoscenza sì.   - >>>>>

Non è (più) la RAI

Di Angelo Persichilli Ho letto recentemente feroci critiche contro il servizio RAI (e non solo) mobilitato contro la Lega e soprattutto Matteo Salvini. Critiche alla RAI ci sono sempre state e, forse, nella maggioranza dei casi, anche giustificate. Personalmente mi associo a queste critiche ma prima è doveroso fare delle precisazioni. Non si può fare di tutte le erbe un fascio. Per esempio, la produzione di RAI- fiction, dei servizi scientifici, culturali e sociali della RAI sono tra i migliori in Europa e possono competere contro qualsiasi emittente nazionale e internazionale, forse a parte quelli della BBC. La TV spazzatura nel settore entertainment è propinata a palate ogni giorno su tutti i canali televisivi privati, con punte che toccano livelli tanto bassi da lasciare allibiti. Tale settore è deteriorato anche in RAI, ma i livelli, soprattutto se paragonati a quelli delle TV private, sono ancora accettabili. Il problema della RAI è uno solo: il servizio giornalistico. Quello RAI è pericolosamente asservito e inferiore a quello della maggioranza dei notiziari del settore privato. A parte qualche eccezione, i servizi giornalisti della RAI sono una estensione dei servizi propagandistici dei partiti politici. Di chi è la colpa? Dei politici o dei giornalisti? Difficile dirlo in quanto diventa sempre più difficile distinguere tra giornalista e politico. Vi sono giornalisti che oggi sono in onda, domani sono deputati e dopodomani ritornano a fare i giornalisti. Ma questi non sono nemmeno i peggiori; vi sono alcuni che cambiano posizione politica rimanendo nello stesso posto. Si limitano a fare i banditori al servizio del partito del governo di turno. Ma questa non è una novità, è stata sempre così. Non dimentichiamoci che il servizio giornalistico della RAI ha mantenuto al potere la Democrazia Cristiana per decenni. Col passare degli anni, col crescere dell’influenza politica dei socialisti e la creazione del centrosinistra, fu affidato loro il secondo canale. Si diceva all’epoca che in RAI entrava un giornalista democristiano, uno socialista e uno bravo. Forese sarà un caso ma il centrosinistra si materializzò all’inizio degli anni ’60 e il secondo canale nacque nel 1961. Ma poi, quando crebbe anche l’influenza al governo dei comunisti, fine anni 70 col compromesso storico, fu creato nel 1979, altra coincidenza, RAI 3 a trazione comunista. E così continuarono ad assumere un democristiano e un socialista ma, per fare posto al comunista, eliminarono quello bravo. Una battuta spiritosa che comunque dà l’idea del ‘giornalismo’ RAI. Ora le cose sono più complicate in quanto non esistono più i partiti politici. Ora si parla di giornalisti “in quota” di questo o quel politico. Insomma, tra politica e giornalismo c’è sempre la stessa simbiosi come quella tra culo e camicia, con la differenza che ora non si sa più chi sia la camicia e chi l’altro. E veniamo alle critiche odierne. Non occorre essere un esperto di giornalismo per capire che ora la RAI è mobilitata contro la Lega e il suo leader Matteo Salvini. Preciso che questa affermazione non può essere interpretata in alcun modo come un appoggio alla politica di Salvini, ma vuole essere solo una denuncia contro chi usa il giornalismo per fare politica. A questo proposito vi sono due notizie: una cattiva e l’altra buona. La cattiva è che a distanza di decenni Il giornalismo RAI è stato e rimane prigioniero della politica. Poco è cambiato e se è cambiato è stato per il peggio. È peggiorata la qualità della classe politica (immaginate al ministero degli Esteri Fanfani e Di Maio) e quella dei giornalisti (non vedo in giro dei Biagi, Montanelli o Bocca). Vi sono state importanti iniziative editoriali di personaggi come De Benedetti, Scalfari o anche Berlusconi, ma le loro iniziative non avevano lo scopo di migliorare la qualità del giornalismo, ma di usare il giornalismo per fare politica. In questo senso l’unica vera iniziativa editoriale per migliorare la qualità del giornalismo è quella di Marco Travaglio e la creazione de Il Fatto. Ovviamente non condivido tutto ciò che scrivono, ma lo spirito giornalistico prevale su tutto. È una voce isolata, ma è l’unica che passa il convento. Questa, come detto, è la cattiva notizia. La buona notizia è che oggi, con la nuova tecnologia, il giornalismo RAI non serve nemmeno per far vincere una elezione comunale in Provincia di Isernia. La RAI, contrariamente a quella pro-democristiana dello scorso secolo, non ha peso politico. I suoi ‘sacerdoti’ parlano al vento e l’elettore forma una sua opinione basandosi su altre fonti di informazioni. Dai canali RAI, dopo la batosta governativa in Umbria, si continua a starnazzare contro Salvini e la Lega, ma ormai è assodato che l’unica persona che può sconfiggere Salvini è…Salvini. Lo ha già fatto e non è detto che non lo rifarà, ma la RAI non c’entra. Le cose sono cambiate, non solo in Italia, ma anche nel resto del mondo. Pensate un po’: se il New York Times, la CNN e tutto il gotha del giornalismo americano non sono riusciti a bloccare la scalata di un agente immobiliare, Donald Trump, alla Casa Bianca, riusciranno gli imbonitori di Via Teulada a bloccare Salvini? Neh…   - >>>>>

Per una nuova città metropolitana

di  SIMONE COSCIA* Mentre il mondo è scosso da problemi come il cambiamento climatico, l’inquinamento globale, i movimenti separatisti, le guerre etniche ed i conseguenti flussi migratori, nella nostra felice Italia, tutti questi argomenti così noiosi li abbiamo sostituiti con i continui gossip tra filo e anti governativi, che ricordano spettacoli teatrali ispirati alla prima scuola Goldoniana. Anche nel Molise il nostro Presidente, ossessionato dal voler diventare commissario di una sanità che si avvia a diventare di “proprietà” dei privati, ci rallegra con vuote e roboanti dichiarazioni, citazioni altisonanti e perfino con vaticini mutuati direttamente dalla sibilla Cumana. A livello locale, infine, troviamo l’autoctona scuola teatrale del Basso Molise, che ultimamente si è cimentata nella farsa dello “scalo ferroviario”, in cui i due attori, principali ma non certo protagonisti, sono l’ex Sindaco Sbrocca ed il Sindaco Roberti. Tentando di seguire le loro dichiarazioni, a parte gli scambi di reciproche accuse, non si ha modo di capire con chiarezza quale sia il progetto complessivo, tanto dell’uno che dell’altro, su un tema strategico non solo per la città di Termoli ma per gran parte della nostra regione. E’ palese che lo scalo ferroviario di Termoli sia un importante snodo logistico per una regione che di certo non brilla per vie di comunicazione, ma che, di contro, è ricolma di continue diatribe politico-campanilistiche, prive di reale consistenza pratica. Dando più importanza all’unione delle stazioni invece che alla prioritaria unione delle popolazioni, si è parlato di spostamento dello scalo ferroviario termolese fuori dal centro cittadino, di interramento dei binari, di eventuali pannelli antirumore, con visioni molto settoriali del problema, come se questo tema lo si potesse relegare ad una mera bega paesana. Senza far tesoro di precedenti esperienze, anche in località non troppo distanti, si è riproposto il tema dell’ “espulsione” della stazione ferroviaria di Termoli dalla città, senza proferir parola sullo spostamento o meno della tratta ferroviaria dal centro e senza indicare quali eventuali altre zone i rumorosi treni dovrebbero “disturbare”. La località indicata, contrada Marinelle, ha indubbi problemi di scarsi collegamenti viari con i quartieri di Termoli e Campomarino, oltre al ben noto problema alluvionale. Su quest’ultimo si è addirittura assistito alla critica alla rovescia verso RFI, rea di voler realizzare un ponte invece di un terrapieno nella valle del Biferno nell’intento di diminuire il rischio “tappo” in caso di un’eventuale esondazione del fiume Biferno. Riteniamo che senza far assumere a tale infrastruttura un ruolo centrale in una città, il suo declino, dovuto al disuso, sarebbe inevitabile, come accaduto alla vicina stazione Vasto-San Salvo. Alla luce del fatto che gli stanziamenti per il raddoppio della tratta pugliese-molisana a binario unico sono stati già interamente ripartiti e che solo una quota molto piccola è stata riservata al tratto “termolese”, risulta evidente che i fondi siano assolutamente insufficienti per uno qualsiasi dei “faraonici” progetti proposti e non vi sia alcuna speranza di far rientrare gli ulteriori milioni necessari all’interno della spesa dell’ormai prossimo cantiere ferroviario. In vista di una richiesta di un adeguato finanziamento per la realizzazione di un progetto separato riguardante il “nodo Termoli” e partendo anche dalla convenzione del 2006 che lo ha per oggetto, sentiamo quindi di dover suggerire un diverso approccio al problema che, attraverso un dibattito anche prolungato, possa essere foriero di cambiamenti di ampia portata nei rapporti tra le comunità del Basso Molise. L’idea della creazione della stazione unica posta tra Termoli e Campomarino assumerebbe infatti contorni nettamente diversi se posta in un ottica di riorganizzazione urbanistica ed amministrativa. Procedendo alla fusione dei due comuni in un’unica istituzione e trasformando il luogo prescelto in un fulcro sia logistico che amministrativo, si potrebbe stabilire di instauravi le varie sedi della nuova istituzione comunale. Si stimolerebbe così una riorganizzazione urbanistica in grado di trasformare la zona in un luogo centrale e mediano fra i “quartieri” della nuova città. Tale nuova istituzione comunale – da costituirsi in controtendenza ai recenti disfacimenti delle Unioni dei Comuni – verrebbe ad assumere anche un ruolo di ben altro spessore all’interno della Regione Molise, bilanciando il peso delle due città sedi di provincia che stanno tentando di spogliare il nostro territorio di ogni servizio, come dimostra anche il nuovo piano sanitario in discussione. Sfruttando anche gli incentivi nazionali destinati ai comuni che si fondono tra loro, si potrebbero implementare servizi amministrativi ancora migliori per la nuova realtà bassomolisana. La nuova dimensione territoriale e di popolazione consentirebbe anche di interloquire con RFI con maggior forza per risolvere il problema del tracciato ferroviario; problema che potrebbe essere ricordato come “scintilla costituente” di una realtà amministrativa in grado di garantire un futuro migliore ai nostri cittadini. Propongo quindi alla comunità ed ai politici di valutare questa idea, affrontando la sua discussione in maniera laica, priva di pregiudizi e di spinte campanilistiche, con l’obiettivo finale di valutarne i costi ed i benefici. Un simile cambiamento che avrà, a mio parere, un impatto molto positivo sulle comunità che faranno parte della nuova citta metropolitana di “BIFERNIA” . *componente assemblea regionale Partito Democratico iscritto associazione Partecipazione Democratica   - >>>>>

Triplo salto mortale carpiato con avvitamento… (purtroppo) a destra

di ARMANDO BARTOLOMEO Benedetto Facebook! Tra cazzeggiamenti vari e fake news, ogni tanto riesci a captare qualche notizia che vale la pena approfondire. Oggi, per esempio, è stata postata la notizia che la deputata eletta in Molise di LeU sembra sia passata nelle file renziane di Italia Viva. E allora? Direte voi, queste sono cose che accadono con tale frequenza che ormai non fanno più notizia. Sicuramente il popolo distratto e disilluso dalla politica non porge nessuna attenzione a fatti di questo genere, ma le migliaia di cittadini molisani, di sinistra, che erano distanti dalla linea neoliberista del PD di qualche anno fa, e che ancora volevano esprimere il proprio consenso elettorale a una formazione politica distante da quelle logiche, questa mattina si sono trovati immersi in un dramma psicopolitico. Ognuno è libero di cambiare idea, a chiunque è data la possibilità di ravvedersi – persino Paolo di Tarso fu fulminato sulla via di Damasco – ma questo è troppo! La nostra eroina è riuscita in un salto mortale carpiato con avvitamento a destra(?) da fare invidia all’orgoglio sportivo di noi italiani: Tania Cagnotto. Comunque, a prima vista, la notizia mi sembrava talmente improbabile che subito ho voluto vederci chiaro chiamando alcuni compagni per farmi confermare quanto da me letto ma, soprattutto, ho cominciato a smanettare sul computer per rintracciare qualche dichiarazione della onorevole, per cercare di indagare sulla sua decisione.  Infatti sul blog di “italia viva” mi è comparsa una sua intervista che però, oltre alle generiche giustificazioni del caso, non diceva nulla che potesse squarciare i miei dubbi, nulla che facesse riferimento agli elettori molisani di LeU e, nel contempo,  dare una parvenza di travaglio ideale e politico, tranne un grossolano riferimento  al differente fascino dei due capigruppo (Boschi e Fornaro) che, pare, abbia contribuito a determinare il passaggio. A questo punto mi sembra giusto ricordare, innanzitutto a me e dopo alla deputata, il sistema elettorale che vige in Italia. Nel nostro Paese si vota con un sistema ibrido (proporzionale con liste bloccate e maggioritario), quindi l’elettore che dà la sua preferenza nel proporzionale vota solo la lista e non può esprimere alcuna preferenze; essendo stata eletta nel proporzionale, a questo punto, gli elettori di LeU avrebbero tutto il diritto di sapere le motivazioni , serie, che hanno indotta la nostra al cambio di casacca. E va bene l’articolo 67 della Costituzione che sancisce che i rappresentanti del popolo in parlamento esercitano la loro funzione “senza vincolo di mandato”, però ci sono dei vincoli morali a cui ognuno deve dare conto. Di conseguenza sarebbero opportune e oneste le dimissioni;  perché appare insopportabile da parte mia e penso anche di tutti coloro che hanno votato a sinistra  rendersi conto che il proprio voto è servito a dare forza a un’idea politica a noi molto lontana. Posso, inoltre, capire il posizionamento personale per una futura carriera politica ma sarebbe bene lasciarne fuori i terzi che sono gli elettori che hanno reso possibile questo improvviso e imprevisto sogno. Purtroppo la Sinistra molisana è figlia di un dio minore,già qualche volta è successo che elegge i propri rappresentanti per dopo trovarseli in un altro schieramento, però è anche inutile piangersi addosso se la causa dei propri mali alberga innanzitutto in se stessi. La paura atavica della sinistra molisana  è non fidarsi dei propri uomini facendo così ricorso, molto spesso, a persone estranee alle proprie pulsioni politiche e alla propria tradizione ideologica. Le gelosie interne, la pratica del “meglio un altro che il mio competitor interno” ci ha portati ai disastri che viviamo attualmente. E’ arrivato il momento che i cosiddetti  grandi dirigenti della schiatta dei “Solone” che hanno affollato la Sinistra molisana dovrebbero fare “mea culpa” e capire, una buona volta per sempre, che le alchimie politiche non fanno più breccia nell’elettorato, la gente ha aperto gli occhi oppure non va a votare e, quei pochi che ci vanno, sono pure ingannati dalle loro dissennate decisioni. Per concludere vorrei che l’onorevole non me ne voglia e capisca che non è una questione personale e di gusti politici, anche se l’onorevole ha dimostrato di essere di bocca buona, ma di rispetto e coerenza; i gusti lasciamoli ai sommelier e ritorniamo al vero significato delle parole:onorevole, colui che è degno di onore   - >>>>>

Regionali Calabria, Tartaglione: ha vinto l’ala moderata, come in Molise

“La Calabria conferma validità progetto liberale”. Lo ha dichiarato la coordinatrice molisana d Forza Italia, Annaelsa Tartaglione, nel commentare le Regionali. “A Jole Santelli vanno i migliori auguri di buon lavoro – ha aggiunto – La sua grande vittoria, sul piano dei numeri, ci fornisce uno spaccato interessante. Forza Italia, innanzitutto, si attesta primo partito della coalizione. Se ad essa sommiamo i voti delle liste civiche d’area, espressioni anch’esse di una sensibilità moderata e liberale, arriviamo ad un’offerta politica che rappresenta metà dell’intero centrodestra. Si ripete la stessa dinamica già avvenuta in Molise, con la vittoria di Donato Toma trainata da Forza Italia primo partito con il contributo importante di altre realtà a vocazione moderata. Dalle urne, dunque, arriva una risposta chiara a smentita di chi parla di monopolio populista nel centrodestra. Forza Italia c’è – ha proseguito l’esponente azzurra – con la sua identità fondata sul popolarismo e il sentiero che Silvio Berlusconi continua a tracciare. I successi in Molise, Basilicata, Piemonte e ora in Calabria provano la nostra capacità di esprimere classe dirigente per una buona amministrazione del territorio. E’ con questo spirito che ci prepariamo ad essere determinanti per il buongoverno del Paese”, ha concluso.   - >>>>>

Assemblea sull’ospedale di Termoli: personale esasperato e monito alla popolazione “Fatevi sentire”

Ospedale di Termoli allo stremo, personale esasperato senza riposi e ferie, reparti che vanno avanti solo grazie all’abnegazione di chi ci lavora. Nel giorno di San Timoteo, con le reliquie del santo a Roma, a Termoli si è discusso proprio delle condizioni in cui versa l’ospedale a lui intitolato. Gente comune, medici, amministratori, pochi questi in verità, su impulso del comitato ‘Voglio nascere a Termoli’ hanno organizzato una riunione a cui hanno partecipato anche rappresentanti degli altri comitati regionali. Una situazione quella dell’ospedale costiero con un bacino di utenza di 100mila persone, che raddoppia e triplica nei periodi estivi, con soli 144 posti letto, praticamente 1,5 posti ogni mille abitanti a differenza del Molise centrale con appena 10mila abitanti in più dove però i posti letto salgono a 5. Persino nella Provincia di Isernia con 70mila abitanti i posti letto sono 3,4 ogni mille abitanti. Una penalizzazione per il Basso Molise, dove esiste un unico ospedale pubblico, dove non ci sono strutture sanitarie private, come nel resto della Regione. La zona più produttiva del Molise, dove si formano più famiglie, dove la popolazione è più giovane, dove ci sono anche più stranieri, abbandonata dalla politica in primis, questo il pensiero diffuso. Dito puntato, durante la riunione, contro la politica, di oggi e del passato, che – è stato detto – non è in grado di amministrare. Di qui la proposta, più che altro provocatoria, di chiudere la Regione Molise per incapacità, con il Basso Molise che sarebbe così corteggiato dalle regioni vicine. Numerosi i medici che sono intervenuti e che hanno parlato delle difficoltà quotidiane. Medici che però non possono rilasciare interviste, già messi in guardia dall’Asrem. Medici, – è stato evidenziato – facilmente ricattabili, con concorsi da primario che non vengono banditi da decenni, così come gli stessi infermieri, fino a quando restano precari, merce di scambio elettorale come raccontato da una di loro. Ma una strigliata arriva anche per la popolazione, che non si è resa ancora conto che se non protesta – è stato detto – resterà matematicamente senza ospedale. Il dottor Pasquale Spagnuolo, ex primario della Medicina Trasfusionale, ha sollecitato un interessamento anche della Diocesi alle sorti dell’ospedale di Termoli, facendo notare che a Roma per le spoglie di San Timoteo sono andati 1200 fedeli dal Basso Molise. Insomma lo stesso coinvolgimento si potrebbe avere a maggior ragione per un qualcosa che riguarda tutti. Si è tornato a parlare anche del famoso decreto Balduzzi: aver lasciato la regione senza un Dea di II livello, che hanno invece tutte le altre, non dà speranza al Molise. Un Dea di II livello è un ospedale che può trattare i politraumi e le patologie tempo-dipendenti. Di qui l’invito al presidente Donato Toma, di Quintino Desiderio, Primario di Urologia, a bloccare i lavori della Conferenza Stato Regioni fino a quando non si rimetta mano al Decreto Balduzzi, per rimettere in pari con le altre regioni il Molise, per ridare ai molisani il diritto a essere curati.   - >>>>>

Il voto non sposta gli equilibri in Molise, ma la nuova ‘crepa’ si apre sui trasporti

Il muro ha retto e la spallata di Salvini non c’è stata. O, quantomeno, non ha prodotto i risultati sperati. L’Emilia Romagna resta al centrosinistra e l’assedio a Stalingrado è stato respinto. La Calabria passa saldamente nelle mani del centrodestra. L’esito del voto di ieri, riassunto in quattro righe, non provocherà il temuto scossone nel governo, men che meno dovrebbero cambiare le cose in Molise. Anche qui, dopo il giallo della crisi a metà, delle dimissioni di Mazzuto prima date poi ripensate, del rimpasto annunciato e poi congelato lo scenario sembra destinato a rimanere immutato. Anche perché i protagonisti del voto Emiliano Romagnolo sono all’opposizione a palazzo d’Aimmo, la maggioranza si consola guardano all’affermazione in Calabria e il dibattito sulla tenuta dell’alleanza che sostiene Toma slitta ancora in avanti. Le turbolenze, all’interno del centrodestra nostrano hanno invece subito un’accelerazione ma da una sponda diversa. Il piano dei Trasporti, che aveva provocato il capitombolo in aula della maggioranza, ha innescato un nuovo fuoco incrociato e sull’emendamento per la quattro corsie presentato dal commissario della Lega in Molise Yuri Colla alla camera e bocciato in commissione, si è aperto un giallo. Niro ha sostenuto in più sedi di aver parlato con tutti, ma Toma lo ha sconfessato, dichiarando di non esserne a conoscenza. Un nuovo strappo che apre uno scenario ancora tutto da scrivere e che ha sullo sfondo il settore trasporti che in Molise resta una specie di spina nel fianco. ‘Diremo agli onorevoli Colla e Garavaglia – ha detto stizzito Niro – e a tutti quelli che hanno continuato a interessarsi del Molise di non farlo più per non urtare la suscettibilità dei 5stelle e del Pd”. Il bersaglio dell’assessore ai trasporti erano il deputato Antonio Federico e la capogruppo dem Micaela Fanelli, che hanno sottolineato l’errore dell’emendamento e il mancato coinvolgimento delle parti. Ma il sasso lanciato da Niro è stato rispedito al mittente nientemeno che dal Governatore e ora rimettere a posto i cocci del vaso sembra un’impresa complicata quasi come quella di riorganizzare un piano trasporti che tenga il passaggio in consiglio regionale.   - >>>>>

L’emendamento sulla superstrada viene bocciato e Toma attacca Niro: è stata una sua iniziativa, non ne sapevo nulla

di ANNA MARIA DI MATTEO L’emendamento inserito all’interno del Milleproroghe destinato alla superstrada a quattro corsie San Vittore-Termoli viene bocciato dalla commissione parlamentare per un presunto errore tecnico e alla Regione scoppia il finimondo. Un provvedimento del quale si sarebbero fatti promotori l’assessore regionale ai Trasporti, Vincenzo Niro e il commissario della Lega, Jari Colla. E il presidente della Regione, Donato Toma, incalzato dai giornalisti, ha immediatamente preso le distanze da tutta la vicenda e dall’iniziativa assunta, a sua insaputa, a quanto pare, dall’assessore Niro e dall’esponente della Lega. “La Regione non ha fatto nulla e io non ne ero al corrente – ha sottolineato il governatore, incalzato ai giornalisti su quello che è l’argomento del giorno – L’assessore Vincenzo Niro e il commissario della Lega Colla hanno assunto una iniziativa autonoma, rispetto al governo regionale. Si sono mossi come esponenti dei rispettivi partiti, ma non come rappresentanti della Regione – ha aggiunto, visibilmente infastidito il presidente – La Regione seguirà altri canali, quelli istituzionali, a cominciare dal piano delle opere strategiche. Abbiamo avuto un primo parere tecnico ed il ministero sembra aver condiviso questa esigenza. Ora – ha aggiunto Toma – è necessario inserire tutto all’interno di un piano strategico. Ribadisco che Vincenzo Niro ha parlato solo a nome dei Popolari per l’Italia”. Poche dichiarazioni, quelle rilasciate ai cronisti dalle quali, tuttavia, traspare il fastidio e l’irritazione di Toma che probabilmente si è sentito scavalcato su decisioni che vanno assunte all’interno dell’esecutivo e non a livello di partiti. Certo è che la vicenda della Termoli-San Vittore non mancherà di provocare ulteriori polemiche e frizioni all’interno della maggioranza, con il governatore Toma deciso e pronto a farsi valere e ad evitare pericolose fughe in avanti.   - >>>>>

4 corsie, il parlamentare del Movimento 5 Stelle Antonio Federico: “Dalla Lega solo demagogia”

di red 7 Riguardo l’emendamento sulla 4 corsie è intervenuto il deputato del Movimento 5 Stelle Antonio Federico. Il parlamentare molisano ha spiegato che la a Lega ha presentato un emendamento al Milleproroghe che voleva togliere 900 milioni di euro dal fondo per il Reddito di cittadinanza ed investirlo per realizzare una strada a quattro corsie tra Termoli e San Vittore. Un’operazione, che secondo il pentastellato il Carroccio  ha fatto anche per altre realtà territoriali. Federico ha definito il tutto  “Demagogia di bassa lega”, così ha detto testualmente “considerando – ha aggiunto –  che una infrastruttura non può finire in un decreto che prevede, appunto, proroghe. Insomma, per Antonio Federico i prova a confondere e creare contrapposizioni tra i cittadini proponendo interventi che, anche proceduralmente,  non potrebbero mai essere approvati. “Tant’è – ha aggiunto – che i Presidenti delle Commissioni riunite di Bilancio e Affari Costituzionali, insieme agli Uffici tecnici, hanno ritenuto l’emendamento inammissibile, ovvero non potrà nemmeno essere messo in votazione”. Poi il parlamentare 5 stelle si rivolge direttamente all’assesssore regionale Vincenzo Niro invitandolo a dire che questa era una opportunità concreta e che votare contro sarebbe uno sgarbo alla regione. Insomma, la posizione di Antonio Federico è che gli investimenti infrastrutturali si programmano e si concertano con il Governo, con i Ministeri, con l’ANAS, non con estemporanei interventi legislativi “pensati – ha rimarcato – solo per fare clamore. Infatti già abbiamo portato questo intervento all’attenzione del Ministero delle Infrastrutture e ai vari Tavoli di aggiornamento del Contratto di programma con Anas”. “Non vorrei  – ha concluso – che la Lega avesse utilizzato le carenze infrastrutturali regionali solo per fare politica in Parlamento”. Antonio Federico, infine, ha rinnovato la disponibilità a parlare e confrontarsi a tutti i livelli istituzionali sul tema.   - >>>>>

“Cammina, Molise!” torna in Argentina per il sesto anno consecutivo

Cammina Molise, l’iniziativa promossa e sostenuta da anni dall’Associazione La Terra e dall’instancabile architetto Giovanni Germano (Il papà di Elio, l’attore ambasciatore del Molise nel mondo che a breve sarà al cinema con il film sul pittore Antonio Ligabue), si prepara agli aventi estivi e all’appuntamento sul nostro territorio. Intanto, come accade da anni, in collaborazione con altre Associazioni del posto, a marzo, “Cammina, Molise” si sposta in terra argentina, dove gli italiani e i molisani sono tantissimi. Sarà la VI Edizione, che quest’anno sarà nella città di Mar del Plata, il posto dove tutto iniziò nel 2015 . “Ho avuto la gioia di raccontare in varie occasioni, s le impressioni avute durante le ultime cinque edizioni del cammina, Molise! in Argentina. Ora – ha detto Germano, non senza emozione – voglio ricordare la capacità organizzativa e il forte attaccamento alle radici, qualificato da consolidati risvolti culturali e solidali, delle comunità di origine molisana di tutte le maggiori città, come Mar del Plata, Buenos Aires, La Plata, Rosario e Cordoba, delle quali rappresentanze nutrite delle varie Associazioni hanno partecipato alle nostre manifestazioni, centinaia di persone che si spostano, affrontando viaggi lunghissimi, date le distanze eccessive tra le varie città argentine”. L’architetto Germano ha sottolineato come questo evento, anche in terra sudamericana, serve a rafforzare il rapporto tra tra esse e la terra d’origine, i piccoli paesi dai quali in tantissimi sono emigrati dalla fine dell’ottocento alla seconda metà del secolo scorso. Nella grande Argentina vivono tanti molisani oggi di terza generazione, che conservano ancora la memoria delle proprie radici, tramandate in oltre un secolo. “In questo quadro – è il pensiero del presidente dell’Associazione La Terra – bisogna adoperarsi per sviluppare iniziative, soprattutto attraverso il turismo di ritorno, che possano coinvolgere essenzialmente e nuove generazioni di origine molisana che stanno allentando il legame con i paesi di provenienza”.   Secondo l’organizzatore dell’evento, Cammina, Molise! Ha di certo contribuito, nel suo piccolo, ma grande, a risvegliare il desiderio di tornare nei propri paesi d’origine a tanti emigranti, facendo presa anche sulle nuove generazione di molisani di terza e quarta generazione, alla ricerca delle proprie radici, appunto. “Su questo potenziale – ha continuato Germano – che si va ad aggiungere all’utenza nazionale affezionata al cammino semplice e conviviale, bisogna concentrare le forze, private ed associazionistiche, pubbliche ed istituzionali, per attivare finalmente il flusso turistico mitigato auspicato”. L’idea di Cammina, Molise! in Argentina, fu condivisa e favorita anche dall’Assessorato dei Molisani nel Mondo della Regione. Un lavoro, è stato sottolineato dagli organizzatori, è caratterizzato da spirito di volontariato “Una forte testimonianza di promozione delle proprie terre e – ha concluso Germano – un marcato messaggio da inviare alle istituzioni politiche ed economiche per dimostrare, ancora una volta, che con i gesti semplici, come quello del cammino, si possono mettere in piedi grandi progetti ed anche realizzarli” Per rendere tangibile l’obiettivo primario di rafforzare i legami tra le comunità di molisani in Argentina e i cittadini che vivono nei comuni molisani, le Associazioni che partecipano promuoveranno il progetto anche in tutti i borghi della Regione Molise nell’intento di coinvolgere nel progetto, con forme e contenuti da valutare, singole persone, associazioni ed enti. Qui di seguito il programma della manifestazione Cammina Molise in Argentina, comunicato dall’Associazione La Terra SABATO 21 MARZO 18:00 ORE ISCRIZIONE NELLA SEDE DELLA FEDERAZIONE DELLE ASSOCIAZIONI ITALIANE DI MAR DEL PLATA E ZONA. 19:00 ORE CONFERENZA A CURA DELLA PROFESSORESSA GIULIANA BAGNOLI 21:00 ORE CENA DI BENVENUTO (ANCORA NON CONFERMATA LA SEDE) DOMENICA 22 MARZO 9:00 ORE RADUNO NEL CRIM – LAGUNA DE LOS PADRES 10:00 ORE PARTENZA DEL CAMMINA, MOLISE! – PRIMA SOSTA: VISITA GUIDATA AL MUSEO JOSE HERNANDEZ – SECONDA SOSTA: NELLA CHIESA NUESTRA SEORA DEL PILAR 13: 00 ORE ARRIVO AL CRIM – LAGUNA DE LOS PADRES, PRANZO 14:30 ORE INIZIO DEL FESTIVAL ARTISTICO ITALO-ARGENTINO. LUNED 23 MARZO 16:00 ORE RIUNIONE NELLA FEDERAZIONE CON I PRESIDENTI, CONSIGLIERI, ECC. DELLE VARIE ASSOCIAZIONI 18:00 ORE – TEATRO COLN DI MAR DEL PLATA: PRESENTAZIONE DI MOLISE SUL PALCO E PROIZIONE DEI DOCU-FILM: 1) UNA TERRA CHIAMATA MOLISE E 2) CAMMINA, MOLISE!-XXV EDIZIONE.   di T.D.   - >>>>>

Multe sugli impianti termici, si va verso la rateizzazione. Il caso in Consiglio regionale

Migliaia di molisani hanno ricevuto, come strenna natalizia, una multa da oltre mille euro per il mancato controllo degli impianti termici. Un vero e proprio salasso contro il quale sono già pronti centinaia di ricorsi. Ma intanto la questione, che non poteva passare sotto silenzio, è approdata in Consiglio regionale, ieri, grazie alla mozione presentata dalla consigliera di Prima Il Molise, Aida Romagnuolo, cghe aveva immediatamente sollevato il problema, all’ordine del giorno del Movimento 5Stelle ed all’interpellanza del Partito democratico. Un argomento sul quale non sono mancate le polemiche in aula. Ma alla fine il Consiglio regionale ha approvato un documento con il quale impegna il presidente della Regione e l’intera Giunta ad abbassare l’importo delle sanzioni, che secondo la normativa nazionale, del 1981 vanno da un minimo di 500 euro fino ad un massimo di tremila. La Regione ha applicato la sanzione di 1098 euro. Dunque la richiesta è perentoria: ridurre l’importo della multa, con la possibilità di rateizzarla, concedendo anche di regolarizzare le certificazioni di conformità degli impianti termici entro il 30 aprile dell’anno successivo alla scadenza. Un piccolo sospiro di sollievo per i tanti cittadini che in queste settimane si sono visti recapitare le multe che restano comunque particolarmente salate. Non a caso il deliberato di palazzo d’Aimmo impegna la Regione ad investire il Governo centrale del problema, affinché possa essere modificata la normativa nazionale in materia, prevedendo anche una campagna informativa utile ai cittadini. La consigliera Aida Romagnuolo ha espresso apprezzamento per il voto del Consiglio regionale, “che, ha dichiarato, ha dimostrato buonsenso su questo tema”. I consiglieri del Movimento 5Stelle, pur vistisi approvare parte delle proposte presentate si sono dichiarati insoddisfatti. “Verificheremo il numero delle sanzioni elevate, controlleremo lo storico delle ispezioni e chiederemo chiarezza alla magistratura contabile e ordinaria e stiamo studiando ogni possibile azione a tutela dei cittadini”, hanno concluso i Cinque stelle, decisi ad andare fino in fondo alla vicenda.       - >>>>>

Jacqueline Maddonni, una dottoressa da 110 e lode

Dopo un percorso universitario molto brillante Jacqueline Maddonni questa mattina, presso l’ospedale Sant’Andrea di Roma – Università La Sapienza, è stata proclamata dottoressa in Medicina e Chirurgia con votazione di 110 e lode. La neo dottoressa di Pescolanciano ha discusso una tesi dal titolo “Analisi esplorativa sull’effetto dei farmaci antidepressivi sulla sfera cognitiva”, con relatore il professor Ferdinando Nicoletti. A Jacqueline i più sinceri auguri di una vita piena di successi da parte di familiari e amici.   - >>>>>

Scuola: dal 7 gennaio al via le iscrizioni online

Partono dalle 8 di martedì mattina, 7 gennaio, le iscrizioni per l’anno scolastico 2020-2021. Si potrà dunque inoltrare domanda di iscrizione per gli alunni che devono frequentare le prime classi fino alle 20 di venerdì 31 gennaio. Ancora una volta la procedura sarà via web, tramite il portale ‘Iscrizioni online’. Domanda da inviare dopo preventiva registrazione al sito. Per i genitori che devono ancora scegliere la scuola è a disposizione la nuova App del portale ‘Scuola in Chiaro’, che permette di accedere più facilmente alle principali informazioni sugli istituti. La procedura di registrazione è disponibile già dal 27 dicembre sul portale dedicato www.iscrizioni.istruzione.it. All’interno di esso i genitori hanno a disposizione delle guide e dei video tutorial e, a supporto delle famiglie, ci saranno anche le segreterie degli istituti scolastici. Il sistema di Iscrizioni online avvisa in tempo reale, tramite posta elettronica, dell’avvenuta registrazione o delle variazioni di stato della domanda. Le iscrizioni a scuola sono obbligatorie per gli alunni delle classi prime della scuola primaria e della secondaria di I e di II grado. La domanda di iscrizione deve essere inoltrata online anche per i corsi di istruzione dei Centri di formazione professionale nelle regioni che hanno aderito alla procedura tra cui il Molise. Per le scuole dell’infanzia la procedura rimane invece cartacea. E’ facoltativa l’adesione al sistema di Iscrizioni online per gli istituti paritari. Con spot tv e radio e sui canali social del Ministero dell’Istruzione anche quest’anno è stata lanciata una campagna di comunicazione istituzionale per dare informazioni utili alle famiglie.   - >>>>>

Morto Fred Bongusto, con le sue canzoni ha portato in giro nel mondo il nome di Campobasso

Non ha mai nascosto il suo amore per Campobasso. Era un ragazzino quando lasciò la città, insieme alla sua chitarra, per provare a fare carriera nel mondo dello spettacolo. Incontrò Gorni Kramer in galleria a Milano: ho scritto una canzone che secondo me sarà un successo – gli disse Fred Bongusto – se non sarà così cambio mestiere. Aveva ragione, perché quella canzone era una rotonda sul mare, il pezzo che lo lanciò nell’olimpo dei grandi. Con Johnny Dorelli, Peppino Di Capri e Nicola Arigliano inaugurò la stagione dei crooner italiani, i cantanti intrattenitori dalla voce calda e suadente. Quell’amore per Campobasso, non sempre ricambiato, era uno dei suoi crucci più grandi. Un amore, in città lo aveva pure lasciato e lui ne aveva tirato fuori uno dei suoi cavalli di battaglia, Frida I suoi amici più stretti conoscevano la destinataria di quella dichiarazione d’amore. Autore di colonne sonore di tanti film, la sua musica ha fatto innamorare milioni di persone. Negli anni ’60 e 70 i suoi maggiori successi, i duetti con Mina, una collaborazione con Chet Baker, la Capannina di Viareggio. Era nato in questa casa di via Marconi, Alfredo figlio di un’ostetrica conosciuta in tutta la città, nel cuore del centro storico. La sua famiglia era tanto numerosa quanto rispettata. Sul retro della casa il Mercato coperto, davanti casa un picco slargo sul marciapiede teatro di tante partite a pallone che Fred aveva pure raccontato, nella canzone ‘Molise puozze esse accise. Sanremo, una produzione discografica monumentale, impossibile citare tutti i successi di Fred: Malaga, Tre settimane da raccontare, Amore fermati, Spaghetti a Detroit. Campobasso non glielo ha mai mostrato appieno, ma la città lo amava e non ha mai dimenticato quel bel ragazzo bruno che ha portato in giro per il mondo il nome della città. E tra le sue cose indimenticabili, come non citare la sigla di speciale per noi con lo straordinario duetto con Minnie Minoprio che fece sobbalzare dalla sedia i vertici della Rai e della politica. Sempre innovativo, trasgressivo, ma mai volgare o sopra le righe. Un campione su cui a Ischia è calato il sipario della vita. Aveva 84 anni.   - >>>>>

Rifiuti tossici nei terreni, dopo l’inchiesta di Fanpage potrebbe essere coinvolto anche il Molise?

di Vincenzo Musacchio, Presidente dell’Osservatorio Antimafia del Molise. Stento davvero a credere che ad oggi ancora nessuno intervenga per evitare che i terreni agricoli destinati a produrre alimenti per le nostre tavole siano sempre più contaminati da rifiuti, anche tossici. Non possiamo continuare a restare in silenzio quando assistiamo ogni giorno a nuovi casi in cui si scopre che – nascondendosi dietro lo schermo di pratiche consentite, quali fertilizzazioni, irrigazioni, compostaggio e utilizzazioni di fanghi da depurazione – imprenditori, industriali ed agricoltori senza scrupoli ottengono ingenti guadagni spargendo sui campi enormi quantitativi di rifiuti di ogni tipo che dovrebbero andare in discariche ad hoc. In deroga a tutte le leggi, al diritto alla salute e al semplice buon senso, gli ignari abitanti delle zone inquinate diventano vittime sacrificali senza saperlo. L’ultimo caso allarmante, che potrebbe coinvolgere anche il nostro Molise – non immune in passato da questi fenomeni criminosi – emerge da una scrupolosa inchiesta di Fanpage e riguarda la Sesa, una società del Comune di Este (Padova) fondata nel 1995 da Sandro Rossato, un imprenditore veneto arrestato per ‘ndrangheta, che gestisce uno dei più grandi impianti di compostaggio di rifiuti urbani (circa settantamila tonnellate di compost all’anno), con un fatturato di circa cento milioni di euro e ricavi annui di oltre otto milioni. Secondo questa inchiesta, Sesa raccoglie gran parte dell’umido non solo dalla provincia ma anche da molte altre parti di Italia, a quanto pare anche in Molise, e lo porta nell’impianto di compostaggio di Ospedaletto Euganeo, dove diventa compost, fertilizzante che viene sversato nei campi messi a disposizione dai contadini italiani. Questo compost sarebbe, tuttavia, al di fuori di ogni specifica di legge, in quanto, come documentato proprio da Fanpage sia visivamente sia con testimonianze ed analisi di laboratorio, conterrebbe parti consistenti di plastica, rame, zinco, idrocarburi, tutto altamente inquinante e tossico. Peraltro, secondo numerose testimonianze di cittadini, i camion versano compost nei campi giorno e notte, in quantità enormi. Tanto è vero che nei dintorni aleggia una puzza insopportabile. Tali camion sono stati visti viaggiare anche nelle autostrade italiane. Cosa trasportavano? Dove venivano scaricati? Nei filmati si vedono anche le colture di questi campi, completamente appassite. A questo punto, c’è una sola cosa da fare. Occorre che polizia ed autorità giudiziaria acquisiscano (se già non l’hanno fatto) immediatamente la documentazione di Fanpage e mettano in moto penetranti ed accurati controlli sull’operato della Sesa, in relazione all’acquisizione ed alla provenienza dei rifiuti, alla loro lavorazione, alla composizione e qualità del compost prodotto, nonché alle modalità del loro spargimento come compost ed ai risultati sul terreno e sulle colture. Non va trascurato neanche il danno al benessere dei cittadini con questo tipo di spargimento. E, con l’occasione, appare necessario verificare se tali materiali siano stati sversati anche in altre regioni italiane e quali e quanti controlli sulla Sesa sono stati fatti negli ultimi anni, con quale esito e con quali provvedimenti conseguenti. Se l’inchiesta Fanpage fosse confermata, c’è solo l’imbarazzo della scelta per le ipotesi di reato collegate: dalle emissioni moleste alla violazione della normativa sui rifiuti, dal traffico illecito di rifiuti all’inquinamento al disastro ambientale. Ed eventualmente, anche l’omessa di denuncia e l’omissione di atti di ufficio. Non dimentichiamoci che secondo le analisi disposte dagli inquirenti già nel 2010 in Molise i fanghi derivanti dal trattamento chimico, furono classificati , in maniera fraudolenta, come fanghi prodotti dal trattamento di acque reflue urbane e, quindi, smaltiti con operazioni di spandimento su oltre duecento ettari di terreno gestiti da aziende agricole del Basso Molise e in mare. Erano notizie davvero sconcertanti. Purtroppo, come spesso accade, le notizie importanti cadono presto nel dimenticatoio. Per questo vogliamo riportare l’attenzione su queste ultime notizie. Perché chi risiede nelle aree potenzialmente minacciate, non deve  assolutamente sottovalutare la pericolosità di quanto si è venuto a sapere dopo l’ottima inchiesta di Fanpage. Personalmente ritengo sia auspicabile individuare eventuali discariche nocive e procedere all’immediata bonifica dei siti inquinati, in quanto pericolose fonti di inquinamento del terreno, delle falde acquifere e potenzialmente causa di gravi patologie anche tumorali. Non dimentichiamoci mai che dietro il traffico dei rifiuti tossici tra Campania, Puglia e Molise c’è sicuramente anche l’ombra tentacolare della criminalità organizzata. VINCENZO MUSACCHIO Giurista e docente di diritto penale in varie Universita’ italiane ed estere Docente di diritto penale presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio in Roma (2011-2012) Presidente dell’ Osservatorio Regionale Antimafia del Molise Direttore Scientifico della Scuola di Legalita’ – don Peppe Diana – di Roma e del Molise   - >>>>>

Stragi di mafia, Campobasso ricorda Falcone e Borsellino nella “Giornata della legalità”

Sono passati 27 anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio e dagli omicidi di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e delle rispettive scorte, ma il rumore del tritolo e il fumo di quella mattanza ancora serpeggiano per le strade d’Italia. Il fenomeno mafioso, che nel frattempo ha cambiato pelle, immagine e metodi, è una piaga di strettissima attualità. E’ il messaggio generale che arriva da un convegno organizzato presso la sala della Costituzione della Provincia di Campobasso dal sindacato di polizia Coisp. Alla “Giornata della legalità” ha partecipato, lontano dalle polemiche, come egli stesso ha sottolineato, anche il Professor Alfredo Galasso, Presidente onorario dell’Associazione Caponnettoe per lungo tempo collaboratore e amico di Falcone e Borsellino. Non solo lotta e contrasto alla mafia sono i temi su cui battersi ma, ha sottolineato, bisogna lavorare sul piano della affermazione e difesa dei diritti. Galasso ha ribadito l’amarezza, la preoccupazione e l’inquietudine per un elemento che si presenta ad ogni omicidio eccellente, quello delle devianze e complicità di apparati dello stato. Oggi, ha aggiunto Galasso, il lascito di professionalità di Falcone è Borsellino rappresenta un esempio a cui fare riferimento.   - >>>>>

Editoria, polemiche e colpi bassi. Di Pietro:” Esposto alla Finanza e nuova legge di sistema”

Di GIOVANNI MINICOZZI   Una posizione chiara ed inequivocabile quella di Assostampa Molise che ha annunciato un’azione..

Turismo in flessione, la Uiltucs alla politica: “Basta passerelle, si garantiscano servizi”

Durissimo affondo del segretario regionale della Uiltucs Pasquale Guarracino. ”I dati dell’estate che sta finendo – ha..

Lavoro, sanità e infrastrutture le priorità del Conte bis. Veleni e colpi bassi in Regione

Nelle prossime ore il governo Conte bis entrerà nel pieno delle sue funzioni dopo aver incassato la..

Il testo unico sulle società pubbliche: una occasione colta o perduta?

di Francesco Fimmanò In attuazione della delega conferita dall’articolo 18 della legge 7 agosto 2015, n. 124,[1] il decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 175, Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica, in vigore dallo scorso 20 settembre, cerca per l’ennesima volta di ricondurre a fisiologia un coacervo di disposizioni gemmate negli ultimi 25 anni. Il corpus, al di là delle luci e delle ombre, ha certamente il merito di tentare di mettere a “sistema” una fenomenologia peculiare, interdisciplinare, complessa e figlia di una legislazione a “toppe”, piuttosto che “a tappe”. Al tempo stesso non può che rilevarsi che la sovraregolamentazione appare in molte norme come una sorta di inseguimento tra legislatore e giurisprudenza, con il risultato di sentenze che hanno fatto le veci della legge e una legge che fa le veci delle sentenze. La legislazione di un tempo non dirimeva contrasti giurisprudenziali ma costruiva sistemi di regole per principi e i giudici la interpretavano. Basti pensare che l’espressione normativa più in voga – in materia – negli ultimi anni nel settore che ci occupa è quella di “controllo analogo”. In realtà il legislatore italiano ha usato l’escamotage di far proprie le espressioni usate nella famosa sentenza Teckal della Corte di giustizia U.E. (e in quelle analoghe successive) riguardanti un consorzio tra Comuni, per applicarle a un soggetto giuridico completamente diverso e cioè a una società di capitali. Da questa operazione è nata una serie di equivoci con il “livello comunitario” anche perché a nessun altro Stato nel Continente è venuto in mente di utilizzare lo strumento societario per ragioni “meramente opportunistiche”. A tutto questo aggiungiamo che calare le società di capitali e il loro enorme apparato regolamentare (ipertecnico) in un ambiente normativo giuspubblicistico, dove l’operatore medio neppure immagina che le sole società per azioni (non quotate) sono disciplinate da oltre 650 commi, è stata operazione dagli effetti dirompenti. L’equivoco principale è stato quello riguardante il tipo di disciplina da applicare alle società in mano pubblica, nato in passato dalla errata impostazione secondo cui la partecipazione di una pubblica amministrazione a una società di capitali potesse alterarne la struttura, dando vita a un “tipo” di diritto speciale. In particolare una certa impostazione, ignara delle complessità sistematiche, partendo dal principio della neutralità della forma giuridica rispetto alla natura dello scopo, è arrivata ad attribuire alle società partecipate una connotazione pubblicistica[2], frutto di una sostanziale mutazione genetica nel senso di una riqualificazione del soggetto. In realtà tale impostazione è stata gravemente fuorviante negli anni, in quanto si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c., con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa[3]. In realtà l’uso dello strumento societario a partecipazione pubblica ha avuto spesso finalità meramente segregative. Le pubbliche amministrazioni, incentivate nel tempo dallo stesso legislatore, hanno infatti cercato a tutti i costi, negli ultimi venticinque anni, di creare e poi mantenere la “sacca” del privilegio derivante dall’affidamento diretto della gestione di attività e servizi pubblici a società partecipate, in deroga ai fondamentali principi della concorrenza tra imprese e della trasparenza. In buona sostanza da una parte v’è stata la tendenza ad ampliare l’ambito dei servizi pubblici includendo non solo quelli aventi per oggetto attività economiche incidenti sulla collettività, ma anche quelli riguardanti attività tendenti a promuovere lo sviluppo socio-economico delle comunità locali, fino ad arrivare ad affidare a società partecipate funzioni, che lungi dal rientrare nell’ambito dei servizi pubblici in senso proprio, costituivano tipiche attività istituzionali o strumentali dell’ente[4]. Dall’altra parte è stata incentivata la gestione mediante società partecipate in un’ottica rivolta (solo) formalmente alla aziendalizzazione dei servizi e a una privatizzazione effettiva (come auspicato dal legislatore sin dal 1942)[5], in realtà sostanzialmente diretta a eludere procedimenti a evidenza pubblica e a sottrarre comparti dell’amministrazione ai vincoli di bilancio, anche in considerazione della mancata applicazione, per molti anni, all’ente-capogruppo dei principi di consolidamento di diritto societario a partire dall’elisione delle partite reciproche[6]. Questo processo ha avuto l’effetto di trasformare talora il modello di gestione da strumento di efficienza in strumento di protezione e in taluni casi in escamotage per eludere i c.d. patti di stabilità e le regole di contabilità pubblica.   La Corte dei Conti ha contato, in un momento che sembrava culminante del ciclo espansivo, nell’anno 2008, 5.860 “organismi” partecipati da 5.928 enti pubblici locali con un incremento dell’11,08% rispetto al dato del 2005. Poco meno del 65% di questi organismi partecipati aveva natura societaria con prevalenza delle società per azioni, mentre circa il 35% ha forma giuridica diversa dalla società, in prevalenza consortile[7]. Allo stato, dalle informazioni rilevabili nella banca dati SIQUEL, emerge che il 16,65% dei Comuni (1.340 su 8.047), pari al 7,11% della popolazione nazionale, non è in possesso di partecipazioni societarie, gli organismi rilevati alla data dell’8 luglio 2016 risultano essere 7.181: le analisi sui risultati economici e finanziari, sui servizi affidati e sulle modalità di affidamento hanno riguardato, tuttavia, 4.217 soggetti, per i quali sono disponibili a sistema i dati di bilancio relativi all’esercizio 2014. Ancor più ristretto è il numero di istituzioni per le quali si hanno informazioni sui flussi di entrata e di spesa degli enti affidanti[8]. Gli organismi operanti nei servizi pubblici locali sono numericamente limitati (il 34,72% del totale), pur rappresentando una parte importante del valore della produzione (il 69,34% dell’importo complessivo). Il maggior numero (65,28%) rientra nel novero di quelli che svolgono attività diversificate, definite come “strumentali”[9]. Marcata è la prevalenza degli affidamenti diretti: nonostante la rigidità dei presupposti legittimanti tale procedura, a salvaguardia dei principi della concorrenza, su un totale di 22.342 affidamenti, le gare con impresa terza sono soltanto 150 e gli affidamenti a società mista, con gara a doppio oggetto, 319. Con riferimento agli organismi in perdita nell’ultimo triennio, l’analisi della Corte dei conti mostra come circa un terzo sia a totale partecipazione pubblica, mentre quelli misti a prevalenza privata costituiscono la categoria all’interno della quale le perdite sono più diffuse, con una tendenza al peggioramento dei risultati nell’arco del triennio. Nel referto della Corte v’è anche una ricognizione delle partecipazioni rilevanti ai fini del consolidamento dei conti, ed emerge che, su 700 organismi totalmente pubblici a unico socio (Comune/Provincia), meno della metà sono risultati assoggettabili a consolidamento – sulla base dei parametri indicati dal principio contabile applicato allegato n. 4/4 al d.lgs. n. 118/2011. Di contro, 368 (il 52,6%) non superano la soglia di rilevanza e potrebbero essere consolidati solo se ritenuti significativi dall’ente proprietario, secondo la sua valutazione discrezionale. La gestione finanziaria dimostra una netta prevalenza dei debiti sui crediti in tutti gli organismi esaminati. Nel complesso, i debiti ammontano a 83,3 miliardi, di cui circa un quarto è attribuibile, in sostanza, alle partecipazioni totalitarie. Il rapporto crediti/debiti verso controllanti, nelle partecipazioni pubbliche al 100%, è sbilanciato in favore dei primi. Emerge, quindi, la forte dipendenza delle partecipazioni totalitarie dagli enti controllanti, pur in presenza di un rilevante indebitamento verso terzi. Dall’analisi degli organismi partecipati in via totalitaria da un unico socio emerge, nella gran parte dei casi, che le risorse complessivamente impegnate e pagate dagli enti proprietari tendono a coincidere con l’importo dei valori della produzione degli organismi destinatari delle erogazioni. Abbiamo dunque assistito, per tutte queste ragioni, a un percorso legislativo incoerente, caratterizzato da frequenti ripensamenti, fatta eccezione per una costante: la crescente e progressiva espansione delle società a partecipazione pubblica locale, anche attraverso la trasformazione di aziende speciali, consorzi e istituzioni.   La “storia” del fenomeno comincia nel 1990 con la espressa previsione nella legge n. 142 della società per azioni a partecipazione pubblica maggioritaria[10], passa attraverso l’introduzione della società c.d. minoritaria[11], l’apertura al tipo della S.r.l. e l’incentivo alla trasformazione delle aziende speciali e dei consorzi[12], per subire un provvisorio assestamento nel 2000 con il Testo Unico delle autonomie locali (Tuel) che sistemava organicamente la materia[13]. Nel 2001 il quadro viene virtualmente rivoluzionato con l’introduzione della categoria mai definita dei c.d. servizi industriali e l’introduzione rigorosa, mai attuata, dei principi della concorrenza[14]. Con la contro-riforma del 2003 e la legge finanziaria per il 2004, si arriva infatti a un risultato esattamente opposto[15]. Quest’ultimo intervento, in parte censurato dalla Corte Costituzionale[16], ha suddiviso i servizi in virtù della loro rilevanza economica, in un contesto pesantemente dominato dalla figura della società in house providing e del suo strettissimo collegamento funzionale con l’ente di riferimento. La normativa ha strumentalizzato in modo abile la giurisprudenza comunitaria tanto da far evocare una situazione giuridica di dipendenza organica. Alla originaria disciplina contenuta nell’art. 113 TUEL, infatti, si sono sovrapposti prima l’art. 23 bis del d.l. n. 112/08 (successivamente abrogato con referendum) e poi la successiva disciplina introdotta con il D.L. 138/11 (dichiarata incostituzionale dalla Consulta con la sentenza n. 199 del 20 luglio 2012), per giungere infine al d.l. 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito con l. 17 dicembre 2012 n. 221). Le Sezioni Unite della Cassazione nel 2013 hanno scelto forzatamente di adattare l’impostazione comunitaria, al fine di riconoscere la giurisdizione piena della Corte dei conti sulle azioni di responsabilità agli organi sociali delle società in house[17]. I giudici del Supremo consesso qualificano, in modo in verità opinabile, questo genere di società come una mera articolazione interna della P.A., una sua longa manus al punto che l’affidamento diretto neppure consentirebbe di configurare un rapporto intersoggettivo di talchè l’ente in house “non potrebbe ritenersi terzo rispetto all’amministrazione controllante ma dovrebbe considerarsi come uno dei servizi propri dell’amministrazione stessa”[18]. Le ormai numerose sentenze delle sezioni unite si rifanno tutte alla n. 26283 del 25 novembre 2013, il cui passaggio più forte è quello secondo cui “il velo che normalmente nasconde il socio dietro la società è dunque squarciato: la distinzione tra socio (pubblico) e società (in house) non si realizza più in termini di alterità soggettiva”. L’orientamento ha complicato ancora di più le cose perché molti non hanno inteso che si riferisse solo alla giurisdizione e perdippiù non esclusiva della Corte dei Conti sulle azioni di responsabilità, ma hanno provato a dedurre l’esistenza di una società di tipo pubblico meritevole di uno ius singulare. In realtà si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c. [19], con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa [20]. Viceversa, a parte i casi di società c.d. legali (istituite, trasformate o comunque disciplinate con apposita legge speciale)[21], ci troviamo sempre di fronte a società di diritto comune, in cui pubblico non è l’ente partecipato bensì il soggetto, o alcuni dei soggetti, che vi partecipano e nella quale, perciò, la disciplina pubblicistica che regola il contegno del socio pubblico e quella privatistica che regola il funzionamento della società convivono.     La storia che abbiamo raccontato è singolare: il legislatore italiano ha prima creato un monstrum e poi ha costretto gli interpreti, anche i più raffinati, a riconoscerlo e a ricostruirlo invece di “constatare i fenomeni giuridici quali sono, quali si trovano nel sistema positivo, non negarli o storpiarli per ragioni a priori”[22]. Quanto accaduto appartiene a una tendenza più generale diretta a creare sempre più frequentemente categorie di soggetti i cui rapporti sono regolati da uno ius singulare. Fenomeno deprecabile, in quanto nel migliore dei casi, finisce per originare privilegi, asimmetrie e discriminazioni. In taluni casi, poi, non è tanto la ponderata volontà di sottrarre alla disciplina comune determinati soggetti a spingere il legislatori, bensì l’incapacità a resistere alla pressione di chi, spesso emotivamente o prepotentemente, chiede e invoca questa o quella norma. Ecco che il potere legislativo, si muove talora male e si trasforma, come sul dirsi in una machine a faire lois[23], invece di dettare norme efficienti e cercare nell’armonia del sistema le soluzioni più giuste. Ed eccoci ora alla c.d. Riforma Madia. Servirà? Poteva intervenire in modo più chiaro e tecnicamente corretto su temi tanto delicati? Sicuramente sì. Ma comunque contiene principi importanti ad esempio chiarisce una volta per tutte che una società è una società, non è un tavolo né una sedia, e come tale ad esempio fallisce da chiunque sia partecipata. Una cosa appare evidente che ancora una volta non si è tenuto conto delle specificità ordinamentali e soprattutto disciplinari, ratione materiae. Il diritto pubblico o amministrativo mai potranno entrare appieno nella forma mentis di un societarista o di un fallimentarista e viceversa. E’ ora in corso di pubblicazione il Decreto Legislativo che reca “Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 19 agosto 2016 n. 175, recante testo unico in materia di società a partecipazione pubblica” (c.d. “Decreto Correttivo”).  Si attua in tal modo la delega contenuta nell’art. 16, comma 7, della legge 7 agosto 2015, n. 124 (c.d. legge Madia), il quale, nel disegnare la delega per una complessa operazione di riorganizzazione normativa in materia di amministrazioni pubbliche, prevede che entro dodici mesi dall’entra in vigore dei decreti delegati il Governo avrebbe potuto adottare, appunto, uno o più decreti correttivi. L’intervento integrativo e correttivo, nel caso del TUSP, è dovuto anche a – e ha dovuto tener conto di – quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 251/2016, con la quale è stata ravvista una violazione delle norme costituzionali sul concorso di competenze statali e regionali da parte della citata legge n. 124 del 2015[24]. La Consulta ha in questa sede dichiarato che l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni si sarebbe potuta rimediare, nel rispetto del principio di leale collaborazione, avviando le procedure inerenti all’intesa con Regioni e enti locali nella sede della Conferenza unificata[25]. L’impatto della sentenza, che per qualche settimana ha tenuto col fiato sospeso gli operatori del settore che hanno temuto che essa potesse demolire tutta la riforma, è stato però limitato.  In primo luogo, come la Consulta stessa ha precisato, “le pronunce di illegittimità costituzionale, contenute in questa decisione, sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso, e non si estendono alle relative disposizioni attuative” (ossia ai decreti delegati[26]).  Inoltre, il Consiglio di Stato, con parere n. 83 del 17 gennaio 2017 si è espresso sugli adempimenti da compiere a seguito della sentenza della Corte Costituzionale[27], e ha precisato che il percorso più ragionevole e compatibile con l’impianto della sentenza – postulato anche dalla stessa Consulta – sarebbe stato quello di intervenire con decreti correttivi, previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni, da svolgersi in base alle previsioni di cui all’art. 3 del decreto legislativo 28  agosto  1997,  n.  281  (Definizione  ed  ampliamento  delle  attribuzioni della  Conferenza  permanente  per  i  rapporti  tra  lo  Stato,  le  regioni  e  le  province autonome  di  Trento  e  Bolzano  ed  unificazione,  per  le  materie  ed  i  compiti  di interesse  comune  delle  regioni,  delle  province  e  dei  comuni,  con  la  Conferenza Stato-città ed autonomie locali), in modo da “sanare l’eventuale vizio derivante dal procedimento  originariamente  seguito”, avendo peraltro la  sentenza  “fatto  riferimento  al Governo  (e  non  al  Parlamento)  e  considerato  che  in  alcuni  casi  i  termini  per l’adozione di simili decreti non sono ancora scaduti”. Tra le modifiche senz’altro di maggior rilievo portate dal Decreto Correttivo è quella che riguarda la governance delle società partecipate. Come noto, una delle innovazioni più importanti del nuovo testo unico è quella che stabilisce che “di norma” (e già l’espressione prelude ad eccezioni[28]) l’organo amministrativo debba essere costituito da un amministratore unico (art. 11, comma 2, TUSP). Nell’impianto originario del TUSP, il comma terzo di tale articolo prevedeva che, in deroga al principio appena affermato, un apposito decreto del Presidente del Consiglio, da emanarsi entro sei mesi dall’entrata in vigore del testo unico (quindi entro il 23 marzo 2017), avrebbe dovuto enucleare i criteri secondo i quali “per specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa”, sarebbe stato possibile optare per  un consiglio di amministrazione – composto da un minimo di tre a un massimo di cinque membri – ovvero per i sistemi dualistico o monistico (art. 11, comma 3, TUSP). Con tale previsione si è invertito il criterio in vigore, previsto, da ultimo, nell’art. 4, commi 4 e 5, d.l. 6 luglio 2012 n. 95, conv., con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, in cui l’opzione per l’amministratore unico era consentita, ma residuale[29]. L’art. 7 del Decreto Correttivo è ora intervenuto sostituendo integralmente il comma terzo dell’art. 11 TUSP, che ora recita: “L’assemblea della società a controllo pubblico, con delibera motivata con riguardo a specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa e tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi, può disporre che la società sia amministrata da un consiglio di amministrazione composto da tre o cinque membri, ovvero che sia adottato uno dei sistemi alternativi di amministrazione e controllo previsti dai paragrafi 5 e 6 della sezione VI-bis del capo V del titolo V del libro V del codice civile. La delibera è trasmessa alla sezione della Corte dei Conti competente ai sensi dell’articolo 5, comma 4, e alla struttura di cui all’articolo 15”. Nel quadro attuale, dunque, la scelta per un sistema collegiale di amministrazione (oppure per i modelli dualistico o monistico), è interamente rimessa all’assemblea dei soci, i quali dovranno però giustificare tale scelta per ragioni di adeguatezza organizzativa e “tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi” (requisito, quest’ultimo, che non era posto come criterio per il Dpcm).  In sostanza, il Governo ha ritenuto di preferire un sistema in cui l’adozione dei sistemi di amministrazione e di controllo alternativi all’amministratore unico non fosse eterodeterminata al di fuori della singola compagine societaria. La scelta, inoltre, è servita a rimediare un potenziale corto circuito della previgente formulazione, poiché l’adeguamento degli statuti era fissato al 31 dicembre 2016, mentre il Dpcm avrebbe dovuto essere emanato entro il 23 marzo 2017. Si sarebbe quindi potuta creare una situazione potenzialmente dannosa per quelle società che, diligentemente rispettando il termine per l’adeguamento dello statuto, avesse optato per l’organo monocratico di amministrazione, per poi scoprire che secondo i criteri dettati dal Dpcm avrebbe potuto optare per un sistema collegiale (o per uno dei modelli alternativi di gestione), sobbarcandosi gli oneri procedurali e notarili di una doppia modifica statutaria. Immediatamente collegato al precedente è il tema delle tempistiche prescritte dal TUSP per l’adeguamento degli statuti e per altri adempimenti. Per quanto riguarda il primo, inizialmente fissato al 31 dicembre 2016 dall’art. 26 TUSP, è ora fissato al 31 luglio 2017 dall’art. 15 del Decreto Correttivo. Per quanto attiene invece ai secondi, essi si trovano in vari luoghi del testo. Così, ad esempio, è differito al 31 luglio 2017 il termine, inizialmente fissato al 23 marzo 2017 dall’art. 26 TUSP, per l’adeguamento delle società a controllo pubblico alle disposizioni contenute nell’art. 11, comma 8, TUSP, secondo cui gli amministratori delle società a controllo pubblico non possono essere dipendenti delle amministrazioni pubbliche controllanti o vigilanti (art. 15 Decreto Correttivo)[30]. Ancora, sempre all’art. 26 è introdotto un nuovo comma 12-ter, ai sensi del quale “per le società di cui all’art. 4, comma 8, le disposizioni dell’art. 20 trovano applicazione decorsi 5 anni dalla loro costituzione”. In altre parole, per le società spin off o start up universitarie o di enti di ricerca non vige, per i primi 5 anni di vita, l’obbligo di procedere alla razionalizzazione delle partecipazioni dalle amministrazioni pubbliche. Un differimento di qualche mese è anche previsto per il termine per la ricognizione del personale in servizio, propedeutico all’individuazione di eventuali eccedenze, previsto dall’art. 25, comma 1, TUSP, al 23 marzo 2017, e ora posticipato al 30 giugno 2017 (art. 14, comma 1, lett. a), Decreto Correttivo). Si chiarisce, inoltre, un dubbio interpretativo circa l’applicazione del divieto di nuove assunzioni, esplicitando (art. 14, coma 1, lett. c), Decreto Correttivo) che il periodo di durata del blocco delle nuove assunzioni, stabilito dall’art. 25, comma 4, TUSP, fino al 30 giugno 2018, decorre dalla data di pubblicazione del decreto del personale eccedente di cui alla nota precedente.  Al termine del 30 giugno 2017 (anziché di sei mesi dall’entrata in vigore del TUSP, ossia il 23 marzo 2017) è posticipato anche il termine per la ricognizione di tutte le partecipazioni possedute dalle pubbliche amministrazioni (art. 13, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo – art. 24, comma 1, TUSP).  È stato infine posto modificato il termine per le disposizioni in materia di personale previste dalla normativa vigente (legge 27 dicembre 2013, n. 147), che si applicheranno non più soltanto fino al 23 settembre 2016, ma fino all’entrata in vigore del decreto ministeriale sul personale eccedente di cui all’art. 25, comma 1, TUSP, e comunque non oltre il 31 dicembre 2017 (art. 11 Decreto Correttivo). Un altro importante elemento di novità introdotto dal Decreto Correttivo (art. 5) incide sulle finalità perseguibili dalla p.a. mediante l’acquisizione e la gestione di partecipazioni pubbliche.  Si è più precisamente ampliato il novero delle funzioni perseguibili per le società aventi ad oggetto l’autoproduzione di beni e servizi (di cui all’art. 4, comma 2, lett. d), TUSP), che ora non dovrà essere limita ai beni e servizi strumentali all’ente o degli enti pubblici partecipati, ma potrà riguardare anche lo svolgimento delle funzioni dei predetti enti. È stato previsto, ad integrazione dell’art. 4, comma 7, TUSP, che sono ammesse anche le partecipazioni nelle società aventi per oggetto sociale la produzione di energia da fonti rinnovabili. Ed è stata fatta salva, all’art. 4, comma 8, TUSP, la possibilità per le università di costituire società per la gestione di azienda agricole con funzioni didattiche. Inoltre, al fine di valorizzare il principio di leale collaborazione nei rapporti tra Stato e regioni, come richiesto dalla citata sentenza della Corte Costituzionale, è stato previsto, dall’art. 5, comma 1, lett. d), Decreto Correttivo, che ha modificato l’art. 4 comma 9 TUSP, che il Presidente della Regione possa, con provvedimento adottato ai sensi delle disposizioni regionali e nel rispetto dei principi di trasparenza e pubblicità, deliberare l’esclusione totale o parziale dell’applicazione delle disposizioni dell’art. 4 – attinenti appunto alle limitazioni delle finalità perseguibili mediante acquisizione o gestione di partecipazioni pubbliche – rispetto a singole società a partecipazione regionale. La suddetta esclusione dovrà essere motivata con riferimento alla “misura e qualità della partecipazione pubblica, agli interessi pubblici a essa connessi e al tipo di attività svolta, riconducibile alle finalità di cui al comma 1”. Un tema affine al precedente riguarda la motivazione analitica che l’atto deliberativo di costituzione di una società partecipata o di acquisto di partecipazioni deve riportare ai sensi dell’art. 5 TUSP: l’art. 6 del Decreto Correttivo ha eliminato, al riguardo, il riferimento alla possibilità di destinazione alternativa delle risorse pubbliche impegnate e ha precisato che le modalità della consultazione pubblica sono disciplinate dagli enti locali interessati.  Le scelte legislative di fondo che traspaiono dal Decreto Correttivo si confermano, dunque, muovere essenzialmente su due binari: (i) il rispetto del principio di leale collaborazione tra istituzioni centrali e locali, cui consegue lo spostamento di alcune decisioni nella sfera locale e la necessità dell’intesa della Conferenza unificata in relazione a diversi aspetti disciplinari che potenzialmente impattano sulle partecipate degli enti locali; (ii) lo smorzamento di alcuni oneri motivazionali e di alcuni limiti di operatività, che, insieme con l’ampliamento della libertà di manovra nella costituzione e gestione delle partecipazioni pubbliche, e con il molteplice allungamento dei vari termini per gli adempimenti prescritti dalla nuova normativa, tende alla valorizzazione dell’autonomia delle singole società.         [1] Con l’indicata disposizione il Parlamento ha delegato il Governo a semplificare, attraverso il riordino delle disposizioni nazionali e la creazione di una disciplina generale organica in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche, il relativo quadro di regolazione anche in linea con i principi dettati dalla costante giurisprudenza nazionale e comunitaria, con effetti positivi in termini di valorizzazione della tutela della concorrenza e di generale trasparenza ed efficacia dell’azione amministrativa. [2] Cfr. in particolare Cons. Stato, nn. 1206 e 1207 del 2001 e nn. 4711 del 2002 e 1303 del 2002. [3] Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011. [4] La giurisprudenza ha evidenziato d’altra parte che la qualificazione di servizio pubblico locale spetta a quelle attività caratterizzate sul piano oggettivo dal perseguimento di scopi sociali e di sviluppo della società civile, selezionate in base a scelte, appunto, di carattere eminentemente politico quanto alla destinazione delle risorse economicamente disponibili e all’ambito di intervento e su quello soggettivo dalla riconduzione diretta o indiretta a una figura soggettiva di rilievo pubblico (cfr. Cons. Stato, 13 dicembre 2006 n. 7369; TAR Campania, Napoli,  24 aprile 2008 n. 2533). [5] Nella Relazione al Codice Civile, si legge, in riferimento alle società pubbliche che lo Stato “si assoggetta alla legge della società per azioni per assicurare alla propria gestione maggiore snellezza di forme e nuove possibilità realizzatrici” (Relazione al Codice Civile, n. 998. Artt. 2458 e ss., vecchio testo). [6] L’introduzione del bilancio consolidato civilistico per la holding-ente pubblico poteva rappresentare una scelta funzionale all’indirizzo e al coordinamento dell’intero gruppo pubblico locale (cfr. A. Tredici, Il bilancio consolidato del gruppo pubblico locale quale strumento di programmazione e controllo, in Il controllo nelle società e negli enti, 2006, 256 s.). Solo con il d.lgs. n. 118 del 2011, recante disposizioni in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni, degli enti locali e dei loro organismi, si è previsto che tali enti territoriali adottino «…comuni schemi di bilancio consolidato con i propri enti ed organismi strumentali, aziende, società controllate e partecipate e altri organismi controllati….» (art. 11, comma 1). Tale innovazione che impone (e non facultizza più) l’adozione di un bilancio preventivo (e non solo un conto consuntivo) di tipo consolidato, è stata progressiva nel corso del tempo, mediante la previsione, ai sensi dell’art. 36, d.lgs. cit., di un periodo di sperimentazione biennale (2012-2013), coinvolgente talune amministrazioni pubbliche territoriali prescelte in ragione della loro collocazione geografica e densità demografica, per poi entrare a regime dall’anno finanziario 2014. In tema cfr già F. Fimmanò, L’ordinamento delle società pubbliche tra natura del soggetto e natura dell’attività, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, (a cura di F. Fimmanò), Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 12 s. [7] Alle Sezioni regionali di controllo della Corte compete – come confermato anche dal d.lgs. n. 175/2016, di riordino della disciplina in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche – di monitorare il percorso di razionalizzazione delle partecipazioni e di vigilare sull’effettivo completamento delle procedure di dismissione e/o liquidazione. Le Sezioni, in attuazione della legge di stabilità 2015, hanno già verificato i piani di razionalizzazione, che sono stati presentati da un elevato numero di enti (quasi l’80%). [8] Cfr. Sezione delle Autonomie: Referto su “Gli organismi partecipati degli enti territoriali” Delibera n. 27/SEZAUT/2016/FRG e documenti allegati. [9] Nei 3.076 organismi con fatturato non superiore a 5 milioni operano in media 8,7 dipendenti, a fronte di una media di 56 dipendenti nel complesso di quelli osservati. In 1.279 organismi, di cui 776 società, si registra un numero di dipendenti inferiore a quello degli amministratori. [10] La società mista a prevalente capitale pubblico locale venne prevista per la prima volta dall’art. 22, lettera e) della legge 142 del 1990, (testo poi modificato dall’art. 17, comma 58, legge 15 maggio 1997, n. 127, Bassanini-bis) e la legge non vietava peraltro che la società fosse interamente in mano pubblica. [11] La società mista con partecipazione maggioritaria dei soci privati ha trovato riconoscimento testuale con l’art. 12 della legge n. 498 del 1992, attuata con la normativa regolamentare dettata dal D.p.r. n. 533 del 16 settembre 1996 (al riguardo G.F. Campobasso, La costituzione delle società miste per la gestione dei servizi pubblici locali: profili societari, in Riv. soc., 1998, 390 s., che esamina in particolare gli aspetti della compagine, della scelta dei soci e dello scopo di lucro). [12] Norme contenute nella c.d. legge Bassanini bis (n. 127 del 15 maggio 1997), che all’art. 17, commi 51-58, consentiva agli Enti locali di procedere alla trasformazione delle aziende speciali, deputate alla gestione dei servizi pubblici, in società per azioni o a responsabilità limitata con capitale misto, pubblico e privato, anche a partecipazione minoritaria. [13] D. lgs. n. 267 del 2000. [14] Articolo 35 della legge n. 448 del 2001. [15] Si tratta in particolare dell’art. 14 del d.l. n. 269 del 30 settembre 2003 «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici», convertito con modificazioni nella l. n. 326 del 2003 (conseguente alle osservazioni della Commissione Europea sul sistema delineatosi con l’entrata in vigore dell’art. 35). [16] Nel luglio del 2004, la Corte Costituzionale accolse in parte il ricorso avanzato dalla regione Toscana e dichiarò illegittimo l’art. 14, comma 1, lett. e), e comma 2, del D.l. 30 settembre 2003, n. 269, conv. nella L. 24 novembre 2003, n. 326, (Corte Cost., 27 luglio 2004, n.272, cfr. al riguardo G. Marchi, I servizi pubblici locali tra potestà legislativa statale e regionale, in Giorn. Dir. Amm., 1, 2005). [17] Cass., Sez. Un., 25 novembre 2013, n. 26283 – Pres. Rovelli – est. Rordorf, in Società, 2014, 55 s. con nota di F. Fimmanò, La giurisdizione sulle “società in house providing”, e in Fallimento, 2014, 33 s., con nota di L. Salvato, Riparto della giurisdizione sulle azioni di responsabilità nei confronti degli organi sociali delle società in house; e poi in scia: Cassazione, Sez. Un., 16 dicembre 2013 n. 27993;  Cass., Sez. Un., 26 marzo 2014, n. 7177 – Pres. Rovelli – est. Macioce; Cass., Sez. Un., 24 ottobre 2014, n. 22609- Pres. Rovelli – est. D’Ascola. Nello stesso senso ma con approdo opposto Cass., Sez. Un., 10 marzo 2014, n. 5491 – Pres. Rovelli – est. Nobili, in Società, 2014, 953 s. con nota di F. Cerioni; Cass. Sez. Un. n. 26936 del 2 dicembre 2013, che non riconoscono la giurisdizione contabile per l’inesistenza dei tre requisiti individuati: la necessaria appartenenza pubblica del capitale della società (con la previsione statutaria del divieto di cedere a soggetti privati quote della stessa), l’inesistenza di margini di libera agibilità sul mercato (neppure attraverso partecipate e la sottoposizione a controllo analogo (che non può ridursi al potere di nomina degli organi sociali). [18] In buona sostanza la Cassazione ha riprodotto l’orientamento del Consiglio di Stato (Cons. Stato, Adunanza Plenaria, 3 marzo 2008 n. 1, su rimessione di Cons. Stato, Sez. V, 23 ottobre 2007 n. 5587 ; nello stesso senso Cons. Stato, sez. VI, 16 marzo 2009, n. 1555 e prima TAR Valle d’Aosta, 13 dicembre 2007 n. 163; TAR Sicilia, 5 novembre 2007 n. 2511; TAR Piemonte, 4 giugno 2007 n. 2539; TAR Calabria, Catanzaro, 15 febbraio 2007 n. 76 e dopo TAR Campania, Napoli, Sez. I, 28 luglio 2008 n. 9468). Il Consiglio di stato ha sostenuto in particolare che il modello di società mista elaborato, in sede consultiva, con il parere n. 456 delle 2007, rappresenta solo una delle possibili soluzioni delle problematiche connesse alla costituzione di tali società e all’affidamento del servizio alle stesse, anche se, in mancanza di indicazioni precise da parte della normativa e della giurisprudenza comunitaria, non può allo stato essere elaborata una soluzione univoca o un modello definitivo di società mista. In ogni caso, il modello di società costruito con il citato parere non è rinvenibile allorchè il socio non venga scelto mediante procedura a evidenza pubblica nella quale la gestione del servizio sia stata definita e precisata. [19] Al riguardo: G. Visentini, Partecipazioni pubbliche in società di diritto comune e di diritto speciale, Milano, 1979, 4 s.; M. Mazzarelli, La società per azioni con partecipazione comunale, Milano, 1987, 117; G. Marasà, Le «società» senza scopo di lucro, Milano, 1984, 353; P. Spada, La Monte Titoli S.p.a. tra legge ed autonomia statutaria, in Riv. dir. civ., 1987, II, 552. [20] Al riguardo R. Guarino, La causa pubblica nel contratto di società, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di F. Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 131 s. [21] Ci riferiamo agli enti pubblici con mera struttura organizzativa societaria (cfr. al riguardo C. Ibba, Le società «legali», Torino, 1992, 340; Id., La tipologia delle privatizzazioni, in Giur. comm., 2001, 483 s.; Id., Le società “legali” per la valorizzazione, gestione e alienazione dei beni pubblici e per il finanziamento di infrastrutture. Patrimonio dello Stato e infrastrutture s.p.a, in Riv. dir. civ., 2005, II. 447;  e in un’ottica estensiva: G. Napolitano, Soggetti privati «enti pubblici»,in Dir. amm., 2003, 81 s.) previsti, trasformati o costituiti appunto in forma societaria con legge (ad es. l’art. 7 del D. L. 15/4/2002 n. 63, convertito dalla L. 15/6/2002, n. 112, ha istituito la Patrimonio dello Stato S.p.a.; l’rt. 8 del D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito dalla L. 8/8/2002, n. 178, ha gemmato la Coni Servizi s.p.a.; il D. Lgs. 9/1/1999 n. 1, ha istituito Sviluppo Italia s.p.a. poi integrato con altre norme dirette a disciplinarne la governance dell’attuale “Invitalia s.p.a”; l’art. 3, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79, ha previsto la costituzione del Gestore della rete di trasmissione nazionale S.p.a.; l’art. 13, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 ha contemplato la nascita della Sogin s.p.a.; stessa cosa è accaduta per “Gestore del Mercato s.p.a.” ex art. 5, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 e l’Acquirente Unico s.p.a. ex art. 4, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79). In altri casi il legislatore ha trasformato o previsto la trasformazione di enti pubblici in società (così per l’Ente Nazionale per le Strade ex art. 7 D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito in L. 8/8/2002 n. 178; per l’Istituto per i servizi assicurativi del commercio estero Sace ex art. 6 D. L. 30/9/2003, n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326; per l’Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma ex D. Lgs. 17/8/1999 n. 304; per la Cassa Depositi e Prestiti ex art. 5 D.L. 30/9/2003 n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326). [22] È l’avvertimento metodologico già lucidamente espresso da F. Ferrara sr., La teoria della persona giuridica, in Riv. dir. comm., 1911, p. 638. [23] Già con riferimento alla normativa speciale a “toppe” per il diritto sportivo: U. Apice, La società sportiva: dentro o fuori al codice civile, in Dir. fall., 1986, 538 s.; F.Fimmanò, La crisi delle società di calcio professionistico a 10 anni dal caso Napoli, in Gazzetta Forense, 2014, 4, 8 s. [24] In particolare, con riguardo alle previsioni della legge delega riguardanti i principi e criteri direttivi per l’emanazione del TUSP, la Regione Veneto ricorreva sostenendo che le relative disposizioni avrebbero violato gli artt. 117, secondo, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost., “poiché la fissazione di tali principi e criteri eccederebbe dalle competenze statali in materia di «tutela della concorrenza» e di «coordinamento della finanza pubblica», invadendo sfere di competenza regionali. Inoltre, esse violerebbero il principio di leale collaborazione di cui agli artt. 5 e 120 Cost., poiché prescriverebbero, in combinato disposto con il comma 4 dell’art. 16, per l’attuazione della delega, una forma di raccordo con le Regioni – il parere in Conferenza unificata – da ritenersi insufficiente, tenuto conto delle molteplici interferenze con le attribuzioni regionali” (v. Corte Cost., 25.11.2016,  n. 251). Il tema delle società a partecipazione pubblica era già stato oggetto di pronunce da parte del c.d. Giudice delle Leggi. In alcuni casi, la Consulta ha ricondotto le disposizioni inerenti all’attività di società partecipate dalle Regioni e dagli enti locali alla materia dell’«ordinamento civile», di competenza legislativa esclusiva statale, in quanto volte a definire il regime giuridico di soggetti di diritto privato, nonché a quella della «tutela della concorrenza» in considerazione dello scopo di talune disposizioni di «evitare che soggetti dotati di privilegi operino in mercati concorrenziali» (Corte Cost., sent. n. 326 del 2008). In altri, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di disposizioni statali che, imponendo a tutte le amministrazioni, quindi anche a quelle regionali, di sciogliere o privatizzare le società pubbliche strumentali, sottraevano alle medesime la scelta in ordine alle modalità organizzative di svolgimento delle attività di produzione di beni o servizi strumentali alle proprie finalità istituzionali, violando la competenza legislativa regionale residuale in materia di organizzazione amministrativa regionale (Corte Cost., sent. n. 229 del 2013). [25] Infatti, la materia delle partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche coinvolge, da un lato, profili pubblicistici, che attengono alle modalità organizzative di espletamento delle funzioni amministrative e dei servizi, perciò riconducibili alla competenza residuale regionale, anche con riguardo alle partecipazioni degli enti locali che non abbiano come oggetto l’espletamento di funzioni fondamentali. Dall’altro lato, però, ogni intervento in materia coinvolge anche profili privatistici, inerenti alla forma delle società partecipate, che trova nel codice civile la sua radice, e aspetti connessi alla tutela della concorrenza, riconducibili alla competenza esclusiva del legislatore statale. La sede preposta alla necessaria integrazione dei suddetti punti di vista e delle diverse esigenze degli enti territoriali coinvolti, è la Conferenza unificata, di cui nel TUSP era richiesto il solo “parere”. [26] La Corte Costituzionale ha precisato che “nel caso di impugnazione di tali disposizioni, si dovrà accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione”. [27] Il supremo organo amministrativo non ha mancato di rilevare l’importanza di “portare a termine le previsioni della l. n. 124 a seguito della sentenza della Corte”, anche “per non far perdere slancio riformatore all’intero disegno: i decreti legislativi interessati dalla sentenza costituiscono, infatti, non soltanto misure di grande rilievo di per sé, ma anche elementi di una riforma complessiva, che risulterebbe meno incisiva se limitata ad alcuni settori” (v. parere Cons. Stato n. 83/2017, in www.giustizia-amministrativa.it). [28] Assai diversa era stata la prima versione del decreto legislativo, in cui si discorreva di “obbligo” per le società di optare per l’amministratore unico, obbligo poi mutato in una più rassicurante “normalità” durante i lavori di stesura del testo definitivo. [29] «I consigli di amministrazione delle società di cui al comma 1 devono essere composti da non più di tre membri. È comunque consentita la nomina di un amministratore unico» (art. 4, comma 4, d.l. 95/2012). «Fermo restando quanto diversamente previsto da specifiche disposizioni di legge e fatta salva la facoltà di nomina di un amministratore unico, i consigli di amministrazione delle altre società a totale partecipazione pubblica, diretta o indiretta, devono essere composti da tre o da cinque membri, tenendo conto della rilevanza e della complessità delle attività svolte» (art. 4, comma 5, d.l. 95/2012, come modificato con l’art. 16, comma 1, lett. b), d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla l. 11 agosto 2014, n. 114). D’altronde, già con la legge finanziaria 2007 si era previsto, oltre al generico richiamo a un emanando «atto di indirizzo volto, ove necessario, al contenimento del numero dei componenti dei consigli di amministrazione delle società non quotate partecipate dal Ministero dell’economia e delle finanze e rispettive società controllate e collegate, al fine di rendere la composizione dei predetti consigli coerente con l’oggetto sociale delle società» (art. 1, comma 465, l. 27 dicembre 2006, n. 296), che «il numero complessivo di componenti del consiglio di amministrazione delle società partecipate totalmente anche in via indiretta da enti locali, non può essere superiore a tre, ovvero a cinque per le società con capitale, interamente versato, pari o superiore all’importo che sarà determinato con decreto», e che nelle società miste il numero massimo di componenti del consiglio di amministrazione designati dai soci pubblici locali comprendendo nel numero anche quelli eventualmente designati dalle regioni non può essere superiore a cinque (art. 1, comma 729, l. 296/2006). [30] A tal riguardo, viene altresì precisato (art. 14, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo) che il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro delegato per la semplificazione e la pubblica amministrazione e con il Ministro dell’economia e delle finanze, volto a disciplinare le modalità di trasmissione dell’elenco del personale eccedente, debba essere adottato previa intesa in Conferenza unificata ai sensi dell’art. 9 d.lgs. 28.8.1997, n. 281.   - >>>>>

Assemblea sull’ospedale di Termoli: personale esasperato e monito alla popolazione “Fatevi sentire”

Ospedale di Termoli allo stremo, personale esasperato senza riposi e ferie, reparti che vanno avanti solo grazie all’abnegazione di chi ci lavora. Nel giorno di San Timoteo, con le reliquie del santo a Roma, a Termoli si è discusso proprio delle condizioni in cui versa l’ospedale a lui intitolato. Gente comune, medici, amministratori, pochi questi in verità, su impulso del comitato ‘Voglio nascere a Termoli’ hanno organizzato una riunione a cui hanno partecipato anche rappresentanti degli altri comitati regionali. Una situazione quella dell’ospedale costiero con un bacino di utenza di 100mila persone, che raddoppia e triplica nei periodi estivi, con soli 144 posti letto, praticamente 1,5 posti ogni mille abitanti a differenza del Molise centrale con appena 10mila abitanti in più dove però i posti letto salgono a 5. Persino nella Provincia di Isernia con 70mila abitanti i posti letto sono 3,4 ogni mille abitanti. Una penalizzazione per il Basso Molise, dove esiste un unico ospedale pubblico, dove non ci sono strutture sanitarie private, come nel resto della Regione. La zona più produttiva del Molise, dove si formano più famiglie, dove la popolazione è più giovane, dove ci sono anche più stranieri, abbandonata dalla politica in primis, questo il pensiero diffuso. Dito puntato, durante la riunione, contro la politica, di oggi e del passato, che – è stato detto – non è in grado di amministrare. Di qui la proposta, più che altro provocatoria, di chiudere la Regione Molise per incapacità, con il Basso Molise che sarebbe così corteggiato dalle regioni vicine. Numerosi i medici che sono intervenuti e che hanno parlato delle difficoltà quotidiane. Medici che però non possono rilasciare interviste, già messi in guardia dall’Asrem. Medici, – è stato evidenziato – facilmente ricattabili, con concorsi da primario che non vengono banditi da decenni, così come gli stessi infermieri, fino a quando restano precari, merce di scambio elettorale come raccontato da una di loro. Ma una strigliata arriva anche per la popolazione, che non si è resa ancora conto che se non protesta – è stato detto – resterà matematicamente senza ospedale. Il dottor Pasquale Spagnuolo, ex primario della Medicina Trasfusionale, ha sollecitato un interessamento anche della Diocesi alle sorti dell’ospedale di Termoli, facendo notare che a Roma per le spoglie di San Timoteo sono andati 1200 fedeli dal Basso Molise. Insomma lo stesso coinvolgimento si potrebbe avere a maggior ragione per un qualcosa che riguarda tutti. Si è tornato a parlare anche del famoso decreto Balduzzi: aver lasciato la regione senza un Dea di II livello, che hanno invece tutte le altre, non dà speranza al Molise. Un Dea di II livello è un ospedale che può trattare i politraumi e le patologie tempo-dipendenti. Di qui l’invito al presidente Donato Toma, di Quintino Desiderio, Primario di Urologia, a bloccare i lavori della Conferenza Stato Regioni fino a quando non si rimetta mano al Decreto Balduzzi, per rimettere in pari con le altre regioni il Molise, per ridare ai molisani il diritto a essere curati.   - >>>>>

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