Sisma, Bifernina chiusa. In corso sopralluoghi sui piloni. E la Provincia chiude le scuole in cinque comuni

(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({}); di ANNA MARIA DI MATTEO E’ durata oltre un’ora la riunione del Comitato per la sicurezza che si è svolta in prefettura a Campobasso per fare il punto della situazione dopo le due scosse di ieri di magnitudo 5.1 e 4.4 con epicentro Montecilfone. Al vertice erano presenti il governatore Toma, il responsabile della Protezione civile regionale Giarrusso, l’Anas, le forze dell’ordine che sono impegnate sul territorio. La situazione, ha fatto sapere il governatore Toma al termine dell’incontro è sotto controllo. Sono in corso sopralluoghi nei comuni vicini all’epicentro, anche se, ha dichiarato Giuseppe Giarrusso, la situazione più critica sembra essere quella di Guglionesi, dove c’è un fabbricato disabitato che si sta inclinando pericolosamente su alcune abitazioni vicine. Ma ciò che preoccupa maggiormente è la situazione che riguarda la viabilità, in particolare la Bifernina. Il viadotto che sovrasta la diga è stato chiuso al traffico ieri notte, a scopo precauzionale. Al termine della riunione del Comitato della sicurezza è stato deciso che resterà ancora chiuso per consentire verifiche e sopralluoghi approfinditi sui piloni dell’intero viadotto, il Molise 1. Ma a far scattare l’allarme erano state le condizioni di un altro viadotto, di pochi metri, che si trova tra i comuni di Palata e Guardialfiera. “Lì – ha detto Giarrusso – è saltato il terrapieno, ci sono segni evidenti di piccoli cedimenti che hanno indotto l’Anas a chiuderlo”. Verifiche e controlli, è stato detto nel corso della riunione in prefettura, sono stati eseguiti dai tecnici di Molise Acque anche alla diga, in particolare al potabilizzatore e alla condotta di adduzione. In questo caso non sono state rilevate criticità. In queste ore anche la Provincia di Campobasso è impegnata nelle verifiche sui 1500 chilometri di strada di propria competenza. Non solo. Il presidente Battista, che ha anticipato il rientro dalle vacanze per seguire da vicino l’evolvere della situazione, ha fatto sapere che dopo le strade, i controlli interesseranno le scuole di propria competenza. Intanto la Provincia ha disposto la chiusura della scuola di Guglionesi, Termoli, Larino, Montenero di Bisaccia e Campomarino per consentire l’esecuzione di verifiche  mentre il ministro dell’Istruzione Bussetti ha chiesto all’ufficio scolastico regionale di attivare un apposito monitoraggio per accertare eventuali danni alle scuole o altre criticità connesse legate all’avvio del nuovo anno scolastico. “Il Muir – ha detto il ministro – Bussetti – è pronto a dare tutto il supporto necessario”.   - >>>>>

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Speciale Abruzzo. D’Alfonso opta per il Senato, elezioni in autunno

Il Presidente della Regione nonché Senatore, eletto il 4 Marzo scorso, Luciano D’Alfonso dopo 5 mesi di doppio incarico ha scelto il Quotidiano “La Repubblica” per annunciare che optera’ per Palazzo Madama e si dimetterà dalla carica di governatore. D’Alfonso ha anche stigmatizzato i presunti tentativi , da lui messi in campo secondo alcuni osservatori, di non dimettersi subito per fare slittare le elezioni regionali alla prossima primavera. “Nei primi due mesi il Senato non ha fatto nulla e c’era il fondato sospetto di un ritorno anticipato alle urne – ha dichiarato il governatore, e poi – ha aggiunto- ho sempre sostenuto che avrei deciso dopo la convalida della mia elezione al Senato. Il 7 Settembre – ha concluso D’Alfonso – faro’ una grande iniziativa pubblica per spiegare agli Abruzzesi quanto di buono ho prodotto nel corso della mia legislatura. In realtà però il governatore è stato costretto a dimettersi dalla decisione assunta dalla giunta per le elezioni del Senato la quale si è riunita nei giorni scorsi e gli ha notificato a mezzo raccomandata la sua incompatibilità dandogli tre giorni di tempo per scegliere o il posto al Senato o restare Presidente della Regione. A questo punto, se le dichiarazioni di D’Alfonso sono veritiere, le elezioni regionali si svolgeranno in autunno , tra Novembre o al massimo i primi giorni di Dicembre. Ovviamente con le dimissioni del Presidente decade l’intero Consiglio regionale e tutte le proposte di Legge in itinere tra le quali la modifica della Legge elettorale per reintrodurre il voto disgiunto e la surroga degli assessori,quest’ultima chiesta anche da Forza Italia che però nega con il suo capogruppo Lorenzo Sospiri ogni inciucio con la maggioranza , non potranno piu’essere approvate a meno di un ripensamento del Presidente sulle sue dimissioni. Considerato l’istruzionismo sin qui attuato da D’Alfonso per fare slittare il voto a Marzo tutto è possibile. Intanto nell’ultimo consiglio regionale riunitosi oggi 7 agosto a L’Aquila la maggioranza di centrosinistra ha tentato il blitz sia sulla legge elettorale sia sulla modifica degli assetti societari della TUA, trasporto pubblico abruzzese. La riunione è ancora in corso mentre scriviamo e, al momento, non si conoscono le decisioni finali.   - >>>>>

Crisi economica, produttiva e sociale: il Molise nel baratro

di GIOVANNI MINICOZZI Il Sud è povero ma il Molise lo è ancora di più. Il dato drammatico è contenuto nelle anticipazioni dell’ associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno (Svimez) del 2018, ma riferite all’anno 2017 e riprese dagli organi di informazione nazionali, in particolare dal TG2. Negli ultimi sedici anni circa due milioni di residenti sono emigrati al Nord e in Europa, seicentomila giovani occupati in meno, raddoppio delle famiglie (seicentomila) in cui sono tutti disoccupati. Diritti fondamentali negati, dalla sanità alla sicurezza , all’istruzione. Rallentamento dell’economia e della crescita del Pil, sacche ampie di emarginazione e degrado sociale, crescita del lavoro a bassa retribuzione dovuta alla dequalificazione e all’esplosione del part time a tempo determinato. A stare peggio in questo contesto sono i giovani tra i 15 e i 34 anni  che emigrano in massa, circa un milione , dei quali il 16% ovvero centocinquantamila laureati. Nel Molise va ancora peggio sui fronti dell’emigrazione giovanile, dell’occupazione, della povertà che affligge ormai circa centomila molisani, della sanità con forte mobilità passiva e lunghissime liste di attesa, con un Pil che ha perso lo 0;1% nel 2017 mentre nelle altre Regioni del sud è cresciuto dell’1%  e con lo spopolamento delle aree interne. Una situazione tragica ,insostenibile e sconfortante quella molisana che dovrebbe far vergognare chi ha governato la Regione negli ultimi dieci anni. Invece dai Palazzi del potere tutti tacciono tranne l’eurodeputato Aldo Patriciello che sembra aver compreso la lezione dello Svimez. “Un Mezzogiorno che perde i suoi giovani è un territorio che perde il futuro – ha scritto in una nota l’eurodeputato di Forza Italia. Il  drammatico calo demografico dell’ultimo decennio testimonia che la questione meridionale è tutt’ altro che risolta ed è inutile nascondersi dietro un dito. Fino a quando si continuerà a non affrontare seriamente il nodo della sperequazione enorme – ha spiegato Patriciello – sarà difficile arrestare l’emigrazione dei nostri giovani. Serve un vero e proprio piano Marshall per il sud che sia frutto di una strategia comune  tra Europa, governo e Regioni. C’è bisogno di invertire la rotta e dare un segnale di forte di discontinuità con il passato. I dati di questi ultimi giorni – ha concluso Aldo Patriciello – non fanno altro che certificare una realtà ben nota a tutti ma che stranamente fa fatica a entrare nella priorità dell’agenda politica”. Finalmente, aggiungiamo noi,  qualcuno che punta i piedi rispetto a una situazione di grave emergenza. L’ex Governatore Michele Iorio, invece , si tira fuori dalle critiche e punzecchia Patriciello. ” Io non mi vergogno di niente perché durante il mio mandato ho fatto tutto il possibile  per rilanciare lo sviluppo ma la stretta sui trasferimenti ci ha costretto a finanziare i servizi con i fondi destinati allo sviluppo – ha scritto Iorio in una nota. Sono convinto che e’ necessario cambiare rispetto al passato ma passare indistintamente dal centrodestra al centrosinistra per restare in maggioranza non aiuta il cambiamento – ha concluso Michele Iorio rispondendo ad Aldo Patriciello. Resta il dramma della tragica situazione e, al momento, non sembra che la Regione stia affrontando con strumenti adeguati la crisi che attanaglia il Molise. Comunque attendiamo con ansia e con fiducia le risposte e le azioni di contrasto alla tragica situazione da parte dei  politici regionali.   - >>>>>

Regione, due portavoce per il presidente Micone e assunzioni clientelari. Il vezzo della casta non cambia

di GIOVANNI MINICOZZI A distanza di oltre due mesi dall’insediamento il consiglio regionale ha prodotto poco o niente in termini legislativi ma ha proceduto in tempi rapidi alle assunzioni dei tanti collaboratori ai gruppi consiliari e alle segreterie particolari. Tra centinaia di atti spicca la determina n.254 del 27 Luglio 2018 firmata dal direttore del servizio bilancio e patrimonio con la quale si liquida l’importo pari a duemilasettecentocinquanta euro relativo al periodo 15 giugno- 14 luglio 2018 , un mese, al portavoce del Presidente del Consiglio Salvatore Micone più euro duemilacinquecentoottantatre per lo stesso periodo al collaboratore del portavoce, sempre per conto dello stesso Presidente del Consiglio Salvatore Micone, entrambi titolari di un contratto di natura privatistica di durata semestrale. La particolarità, o meglio l’illegalità , sta nel fatto che accanto ai rispettivi importi liquidati non ci sono i nominativi delle due persone incaricate ma due omissis . È noto anche alle pietre che la legge sulla trasparenza impone l’indicazione precisa dei percettori di risorse pubbliche, evidentemente in Regione o non lo sanno o non vogliono far sapere troppi fatti ai molisani. Per altro gli ignoti portavoce dovrebbero parlare in nome e per conto del Presidente e se nessuno li conosce che razza di portavoce sono? Che dire poi della nomina di un collaboratore del portavoce? Il portavoce, che è di per sé il collaboratore di fiducia del Presidente, può disporre a sua volta di un collaboratore? Stiamo parlando,evidentemente, del portavoce del portavoce. Una barzelletta tutta molisana che fa un baffo ai comici del film ” Toto’, Peppino e a Malafemnina”, dove uno detta e l’altro scrive la famosa lettera. Ma tant’è! Il portavoce titolare e il suo collaboratore , i quali fino ad oggi non hanno divulgato nessua voce del Presidente Salvatore Micone, incasseranno rispettivamente sedicimilacinquecento e quindicimilacinquecento euro per il periodo di durata del contratto semestrale che scadrà il prossimo 14 Dicembre. Ironia a parte un portavoce vero , magari scritto all’ordine dei giornalisti anche se la legge non lo impone, sarebbe utile alla stampa ,ai molisani e allo stesso Presidente del Consiglio. Ma due portavoce, peraltro ignoti, a cosa servono? E a cosa serve il collaboratore del portavoce? Misteri della politica molisana !! Altro caso da studiare è quello dell’assessore Roberto Di Baggio al quale, con delibera di giunta approvata all’unanimità, è stato triplicato il numero di collaboratori a parità di spesa portandoli da tre a dieci. Ben cinque di loro sono inquadrati come uscieri, due di gruppo C , un D1 e due con contratto Co.co.co, tutti per dodici ore a settimana. Uno dei due co.co.co. ricopre l’incarico di Assessore alla Provincia di Isernia. Dunque Roberto Di Baggio ha più collaboratori del governatore Toma e forse supera anche lo staff del Presidente americano Donald Trump. Resta il dubbio che sia la nomina dei due portavoce sia la folta composizione della squadra dell’assessore rappresentino scelte clientelari di natura elettoralistica. Barzellette destinate ancora una volta a sbeffeggiare il Molise in ambito nazionale proprio mentre i molisani si disperano per la mancanza di lavoro e per la povertà dilagante.   - >>>>>

Quagliariello: “Si a Salvini sull’immigrazione, ma se dura l’alleanza con il M5S il centrodestra è finito”

di GIOVANNI MINICOZZI Il fondatore di ‘Idea’ Gaetano Quagliariello, eletto al Senato nel Collegio uninominale di Teramo con la coalizione di centrodestra in rappresentanza della cosiddetta quarta gamba, rilancia il suo movimento politico in vista delle prossime scadenze elettorali in diverse Regioni e in Europa. Giudizio negativo sull’operato del governo Cinque stelle – Lega ma il senatore condivide le decisioni adottate dal Ministro dell’interno Matteo Salvini sul tema dell’immigrazione. “Fino ad ora il governo non ha fatto molto e in Parlamento siamo stati non dico in vacanza ma quasi. Ora invece lavoreremo fino al 9 Agosto perché’ ,ormai , la politica è soltanto immagine e quindi bisogna far vedere che si va in vacanza tardi e si finisce presto. Devo dire la verità pero’, al di là dei toni che non sono i miei, io sulla sostanza degli interventi sull’immigrazione sono fortemente d’accordo con Salvini nel senso che ritengo una pazzia pensare di poter scaricare questo che è un problema epocale sulle spalle di un solo Paese, ovvero sulle spalle dell’Italia. Devo dire invece che i provvedimenti di carattere economico mi lasciano incredibilmente scettico”. – Che pensa del Decreto dignità? Dì Maio insiste e vuole quel decreto e tutti i costi! ” Io temo, e la penso come la gran parte degli imprenditori Veneti , che questa cosa in qualche modo renderà ancora meno elastico il mercato del lavoro , quindi si perderanno altri posti. Noi siamo ancora all’uscita di una crisi che è durata dieci anni e in questa situazione la prima cosa da fare è cercare di salvaguardare il lavoro e di mettere le premesse per lo sviluppo”. – È di queste ore l’opposizione del centrodestra, soprattutto di Forza Italia , sulle nomine Rai e sul Decreto dignità. Le tensioni non rischiano di compromettere l’alleanza e rafforzare l’intesa tra il M5s e la Lega? “Se così fosse – ha spiegato Gaetano Quagliariello – il centrodestra rischierebbe di svanire nel nulla. La Lega sta facendo un’esperienza di governo che non comprende tutto il centrodestra. Se questa esperienza si arresta ad un certo punto sarebbe una fase di transizione comprensibile. Se, invece, si andasse avanti allora il centrodestra non non esisterebbe piu’. Se le devo dare una scadenza io penso che la scadenza sia quella delle elezioni Europee. Insomma un periodo limitato e’ accettabile ma se si superano le colonne d’Ercole quella alleanza diventa organica come successe tra NcD e PD nella scorsa legislatura”. – Dunque lei prevede la fine di questo governo entro le Europee dell’anno prossimo? ” No, io non prevedo niente, dico soltanto che se il governo supera le Europee va avanti , diventa un governo di legislatura e allora dorremo immaginare un nuovo scenario politico” – ha concluso il fondatore di Idea. Un nuovo scenario politico, aggiungiamo noi, che però al momento non esiste.   - >>>>>

Toma ai tempi di Frattura. Il dado è stato tratto?

di ADELE FRARACCI Toma è il nuovo governatore del Molise, un tecnico prestato alla politica. Un tecnico evidentemente bravo, considerato che i politici se ne sono avvalsi a sinistra come a destra. Toma è subentrato a un altro tecnico, Paolo Di Laura Frattura, evidentemente anche lui bravo se i politici se ne sono avvalsi fino all’altro ieri, a destra come a sinistra. Il Molise sembra essere stato il modello del “post ideologico” prima ancora che esso diventasse il modello attuato a Roma. Quasi prima ancora del “post ideologico” urlato ignorantemente e qualunquemente dai followers grillo-leghisti. Un “post ideologico”, quello molisano, omologo alla sua terra: esiste e non esiste, si dice e non si dice, ipocrita e perbenista di facciata, strisciante e silente. Come il governo Frattura è stato un’accozzaglia di politici di destra e sinistra, inevitabilmente così è anche quello attuale di Toma. Quanti, infatti, hanno avuto responsabilità di governo sino a ieri a “sinistra”, oggi a destra con Toma ne hanno di nuove, premiati come sono stati dai loro elettori, anch’essi evidentemente “post ideologici”. Il “post ideologico” vincente in Molise è un’operazione che fa pressoché coppia con un unico motto, uno di quelli mai urlati ma concretamente percorsi: destra o sinistra, “questa o quello per me pari sono” (Rigoletto). E questo è un triste dato, assieme all’altro dato: la spasmodica ricerca in società di profili squisitamente tecnici (un Frattura o un Toma) per schermare e far continuare la “solita politica”, che risiede soltanto nell’occupazione di poltrone e dintorni. Val la pena sottolineare che a destra come a sinistra c’è qualche rarissimo esemplare di politico che ha la sua chiara e inconfutabile identità, ma si tratta appunto di casi ormai rari. Ora però, assodato che la maggioranza dei politici si nasconde dietro profili tecnici che vengono “costruiti politicamente ad arte” e si mettono a governare, si staglia un problema, guarda caso, tecnico. Il governatore Toma politicamente può contare su pochi consiglieri regionali orientati e su molti saltatori ‘disorientati’, quelli che fluttuano cioè da destra a sinistra e ritorno, perciò tecnicamente avrebbe dovuto avvalersi di professionalità competenti e affidabili all’interno dell’amministrazione regionale in ordine a scelte e percorsi tecnico-politici, tali da poter offrire garanzie di futuro ai cittadini molisani e dare prova di discontinuità rispetto al recente passato. Un esempio? Discontinuità rispetto all’indirizzo tecnico sulla sanità, che è stata senza dubbio il tema dei temi in Molise, apice di una piramide di problemi ereditati, affrontati male dal governo Frattura e fatti percepire anche peggio. Problemi che di fatto ne hanno generati anche di nuovi e davvero insopportabili . Apice, quello della sanità, che ha fatto rotolare la testa di uno di noi, un cittadino larinese, che simboleggia il ‘percorso di calvario’ a cui i cittadini tutti sono stati incanalati, su strade malmesse e entro un’organizzazione sanitaria a dir poco approssimativa. Entro questo quadro, non sarebbe stato quindi opportuno utilizzare lo spoils system? Si, sarebbe stato adeguato cambiare gli alti dirigenti dell’amministrazione regionale. Invece sono rimasti i medesimi, bracci destri e ambidestri del vecchio presidente. Delle due cose l’una: o sono stati tanto bravi e hanno fatto tanto bene alla comunità molisana da dover sentitamente ringraziarli e continuare a strapagarli per i servigi resi, al che però si dovrebbe del pari ringraziare anche il Presidente Frattura, il quale proprio grazie all’ausilio delle competenze di costoro ha governato per cinque anni; o se non sono stati bravi, tanto che il governo Frattura è imploso, è stato scartato proprio rispetto a certi percorsi tecnico-politici e il quadro è quello del ‘percorso di calvario’ sopra descritto, i suoi dirigenti dovevano essere del pari scaricati e Toma avrebbe dovuto affidarsi a altri profili verosimilmente più competenti, dando così anche prova del possesso di certo grado di autonomia. Una terza via non c’è. Sembra che il dato sia tratto: tecnici e politici sono un tutt’uno e per tutti loro, indistintamente, vale solo il solito tacito motto: destra o sinistra, “questa o quello per me pari sono”. Se così non è, Toma cambi i tempi di Frattura.   - >>>>>

Sanità, siamo in emergenza ma nessuno interviene. Cittadini indignati

di GIOVANNI MINICOZZI Nonostante i decessi per presunta malasanita’, ultima la tragedia che ha colpito il giovane padre di famiglia di Larino, le segnalazioni circa l’inefficienza del sistema sono tante e riguardano tutti i nosocomi pubblici regionali.Al San Tmoteo di Termoli è ricoverato un paziente con frattura della clavicola dal 12 Luglio. Dopo dieci giorni l’intervento previsto per le scorse ore è stato rinviato a data da destinarsi per sopravvenuta indisponibilità di una anestesista.Il signor Pietrantonio che ci ha segnalato il caso, chiede al Presidente della Regione Donato Toma e al Direttore generale Gennaro Sosto cosa deve fare per risolvere l’anomalia e minaccia un esposto in Procura. Il signor Giuseppe Pizzuto ha inviato una lettera aperta a Telemolise per segnalare una spiacevole esperienza vissuta al reparto ostetricia -ginecologia del Cardarelli nei giorni scorsi in occasione della nascita del nipote il quale ha contratto un’infezione. La partoriente è stata prima dimessa e il giorno successivo richiamata nel reparto di ostetricia insieme al bimbo. “Un vero calvario -ha scritto Giuseppe Pizzuto. Ho senpre difeso la sanità pubblica – ha concluso – ma se funziona così comincio a nutrire forti dubbi”. Il responsabile dell’Associazione Cuore Molisano Liberato Di Felice, ha fatto sapere che in passato aveva presentato una querela alla Procura di Larino per interruzione di pubblico servizio riferita al reparto di radiologia del San Timoteo di Termoli, ma la stessa Procura chiese l’archiviazione del caso. Diversi esposti sono stati presentati alla Procura della Repubblica dì Campobasso anche dall’ortopedico Angelo Di Stefano ,ma ad oggi non si conoscono i risultati. Probabilmente i magistrati hanno sottovalutato i diversi casi segnalati. Al di là dei singoli problemi appare chiaro peri’che il sistema sanitario regionale, dall’approvazione del piano operativo straordinario ad oggi, è entrato in un vicolo cieco e non è più in grado di garantire i livelli essenziali di assistenza. Reparti importanti continuano a chiudere a cascata, l’uno richiama la chiusura di un reparto collegato, con gravi ,conseguenze per i cittadini costretti a curarsi fuori Regione o addirittura a non curarsi con gravi conseguenze anche economiche per la Regione che deve pagare prestazioni salate alle altre Regioni d’Italia .Insomma,il sistema sanitario molisano è come il cane che si morde la coda. A questo punto, oltre ai proclami e alle dichiarazioni di circostanza spesso ipocrite diventa necessario approvare un nuovo piano sanitario che sia idoneo a tutelare i bisogni di salute dei molisani e in grado di rispondere a tutte le emergenze anziché ipotizzare ulteriori chiusure di reparti come ostetricia a Termoli e senologia a Isernia. Questa è la sfida che ha di fronte la nuova classe politica regionale e se non dovesse essere all’altezza di vincerla meglio le dimissioni di tutti perché si tratterebbe di un grave problema politico e non giudiziario nel segno della continuità con il passato. Le vite umane non hanno prezzo.   - >>>>>

Sanità, forse è arrivato il momento giusto

di MANUELA PETESCIA La sanità non è un’opinione ma un diritto. “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo”, recita la Costituzione Italiana all’art 32, e a conclusione di questo nobile enunciato non compare alcuna virgola seguita da eccezioni o distinzioni di sorta. Non c’è, insomma, nessun elenco di emarginati a cui tale principio non si applichi. Con gli anni, invece, nelle mani di chi avrebbe dovuto garantire i diritti dei cittadini italiani e vigilare affinché fossero rispettati, all’art 32 è stata di fatto aggiunta una clausola: “a meno che l’individuo non risieda in una regione povera e numericamente insufficiente a coprire la spesa sanitaria attraverso la tassazione”. È una clausola violenta, antidemocratica e incostituzionale, tuttavia è passata nel silenzio di tutti, così che se un cittadino sbatte la testa in Lombardia può salvarsi, se un cittadino sbatte la testa in Molise può morire. E chissenefrega, tanto le tasse sono insufficienti. Di fronte a questa deriva reazionaria dell’art. 32, una deriva degna delle peggiori monarchie assolute – quando la salute dei poveri era affidata alla carità cristiana e alle congregazioni religiose – i governi regionali del Molise hanno reagito in modi e in tempi diversi, e si è passati dal tentativo di Giuseppe Astore, che negli anni ’90 provò a razionalizzare la spesa sanitaria e per questo venne defenestrato, essendosi permesso di calpestare troppi autorevoli calli, al tentativo diametralmente opposto di Michele Iorio, che provò invece a mantenere e, anzi, ampliare l’offerta dei servizi sanitari sul territorio, rifiutando i diktat del Governo. Che è – in un certo senso – lo stesso atteggiamento con cui oggi Salvini e Di Maio intendono affrontare il debito pubblico italiano nel contesto europeo, segnando una clamorosa inversione di tendenza rispetto ai governi precedenti. Con Paolo Frattura, invece, è stato tutto più semplice: “Noi molisani siamo brutti e cattivi”, ha detto in sostanza l’ex Governatore, “fate di noi quello che vi pare”. E infatti il tavolo romano delle trattative, a cui Frattura raramente ha preso parte – indaffarato com’era tra biomasse e metropolitane leggere – ha tagliato drasticamente la quota che il fondo sanitario nazionale destinava alla nostra regione e nella nostra regione si è chiuso tutto: ospedali, reparti e servizi, perfino di emergenza (come il pronto soccorso) e perfino di eccellenza (come l’oculistica). Ci ritroviamo così ai nostri giorni, quando il neo Governatore Donato Toma si trova di fronte a disastri già consumati e a porte già chiuse, anzi sbarrate: e riaprire una porta chiusa è molto, molto più complicato di mettersi di traverso a monte per evitare che si chiuda. Ma il nuovo governo sembra avere una visione diversa dei rapporti di forza tra stati e regioni, a cominciare dall’annunciato proposito di rinegoziare la posizione debitoria dell’Italia all’interno dello scacchiere europeo. E se questo obiettivo può apparire a prima vista ingenuo, populistico e irrealizzabile, la filosofia di base che lo sostanzia ha un grandissimo valore democratico: più si penalizzano le aree deboli, più si compromette irrimediabilmente il loro futuro, e di riflesso il futuro dell’intera nazione. E allora, se è vero – come è vero – che la contrazione di posti letto, ospedali e servizi non riduce affatto i costi di gestione della sanità, ma anzi li fa aumentare, per quel costante e inevitabile ricorso alle strutture di fuori regione che genera a sua volta l’aumento esponenziale della cosiddetta mobilità passiva, e se è vero che il nuovo Governo italiano ha tutta l’intenzione di contestare i vecchi equilibri consolidati, potrebbe essere questo il momento migliore per verificare nuovi spazi di manovra. Andare a Roma e provare a rinegoziare il debito sanitario del Molise in nome dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla salute. Andare a Roma, soprattutto, a contestare proprio quella virgola, quella clausola feroce aggiunta all’articolo 32 che unisce in un abbraccio diabolico la salute e il numero di abitanti, la speranza di vita e il numero dei portafogli.   - >>>>>

La semplificazione della percezione

di ADELE FRARACCI Tanti Italiani hanno percepito che l’accoglienza degli immigrati è stata mal condotta e male organizzata. Essa sembra non abbia garantito ordine sociale e sicurezza. I ‘Neri’ si trovano ciondolanti nelle città, chiedono elemosina davanti alle chiese e ai supermercati, rovistano nella spazzatura, percorrono le strade in bicicletta, si radunano e offrono il senso della precarietà, non solo la loro. Immancabile il telefonino in dotazione, che sembra essere risultato una delle cose più insopportabili a tanti Italiani. Gli Italiani quando i ‘Neri’ lavorano, sottopagati e sfruttati nelle campagne o nei cantieri, non li vedono. Fa il giro del mondo, però, il video del ‘Nero’ col c…o di fuori al supermercato. Tanti Italiani hanno percepito che l’immigrazione sia anche un grande business. Hanno percepito che alcuni albergatori abbiano trovato una fonte di guadagno assicurata, alcune associazioni di volontariato abbiano trovato per se’ lavoro remunerativo e che la stessa mafia faccia i suoi sporchi affari con i migranti. Hanno percepito, infine, che l’Europa ha lasciato sola l’Italia nell’affrontare il fenomeno migratorio. Questo il quadro di quel che tanti Italiani hanno percepito. Val la pena sottolineare che questa loro percezione è registrabile da anni. Eppure tutto è andato avanti come se il problema della percezione non esistesse. C’è chi nel governo ha fatto il gendarme in mare negli ultimi tempi, però in terraferma tutto è continuato più o meno come al solito. Ed ecco che mentre le politiche sociali sfregiavano pure gli Italiani, impoverendoli e gonfiando in essi il sentimento di paura e precarietà, c’è chi ha inzuppato il pane nel vaso della percezione, alimentandola, centrifugandola e montandola a arte, tanto da far accrescere il consenso per sé sino a assumere responsabilità di governo. Questo è stato il dato percettivo percepito dai furbi che ci hanno costruito non a caso la loro carriera politica, mentre altri erano intenti a twittare se stessi, nel nulla, nel vuoto cosmico in cui non a caso sono precipitati tra una pseudo lectio di diritto pubblico comparato ai tempi del referendum costituzionale e un’arroganza patologica condotta a oltranza che li ha fatti vaneggiare: sentirsi dei Napoleone vincitori grazie alla strategia del Rosatellum, mentre in verità Lipsia e Waterloo c’erano già state e la disfatta era stata rovinosa. Ora da questo dato percettivo degli Italiani si deve partire per recuperare… gli Italiani. Recuperare quanti vagano straccioni nelle vesti e nelle anime, nei loro modi gretti e volgari e nel loro essere xenofobi e razzisti. Quelli che sbraitano e schiamazzano irrisori e si sentono ora meno frustrati perché credono di avere al comando i loro uomini, uno di loro e quelli tra loro. È la vecchia storia in salsa moderna: identificazione col branco e con il nuovo potere. Il potere percepito come quello del cambiamento e del rinnovamento, il ‘potere etico’ che mobilita le folle di fronte al ‘modello’ in cui rispecchiarsi con orgoglio, accantonando le individuali paure, il senso di precarietà e le personali frustrazioni, capace di dare sfogo alla rabbia: abbattere i nemici interni (casta, immigrati e quanti altri) e il nemico esterno rappresentato innanzitutto dall’Europa e da nuovi migranti. È indispensabile ricostruire un centrosinistra che sia democratico con tutti i suoi valori, in cui sentirsi a casa, senza i Napoleone e senza parenti serpenti. Un centrosinistra che sappia traghettare ogni nave, italiana e straniera, al suo porto. Ma il centrosinistra non può che cambiare nomenclatura. Fin quando parlano un Renzi o i suoi replicanti alla Orfini, non c’è casa, non ci può essere. Perché proprio il loro Pd e il loro governo sono stati i primi responsabili dello scempio attuale. E anzi hanno proprio incentivato il ‘fuoriuscitismo’. Non c’è nulla da fare, non potrebbero mai essere riconosciuti come leader da quanti a sinistra si sono astenuti o hanno votato sigle diverse dal Pd e finanche il m 5 stelle, percepito, quest’ultimo, come l’unica bomba da lanciare per far deflagrare il sistema Pd-Verdini. Binomio, quest’ultimo, che si presta alla semplificazione ma che può rappresentare un ottimo esempio per cogliere l’impossibilità, è bene che lo capiscano nel pd, a riproporre all’interno gli stessi nomi. Quei nomi nati sotto il vessillo della rottamazione dei vecchi dirigenti e che si è risolto in una politica ‘bamboccia’, succuba del Nazareno e degli interessi di ‘casta’. Quei nomi che oggi parlano, sono gli stessi che hanno fatto quelle cose che oggi denunciano. Non sono credibili. Devono sparire. Il primo modo per recuperare gli Italiani è dare una casa al popolo di centrosinistra. A quella gente che onestamente ammoniva e esprimeva il suo pacato giudizio critico e che è stata ignorata e fatta precipitare ‘nella barbarie dei tempi moderni’. Questo popolo di centrosinistra ha ora bisogno di una politica ‘adulta’. Di politica ‘bamboccia’ ne ha piene le scatole. È arrivato il momento di opporre al potere etico, l’etica democratica dello Stato, in cui liberamente e criticamente poter riconoscersi e a cui lavorare.   - >>>>>

Patto per il Sud, Toma propone una modifica: più aiuti diretti alle imprese

Con una suo atto dello scorso 26 luglio il presidente della Regione Molise, Donato Toma, ha chiesto alla Giunta regionale di adottare la sua proposta di modifica del Patto per il Sud. Modifica che riguarda l’area di crisi industriale complessa di Venafro – Boaiano – Campochiaro per la quale lo stanziamento attuale, giudicato da tutti insufficiente, ammonta a 15 milioni di euro. Nello specifico, la misura proposta da Toma propone di modificare i bonus fiscali e contributivi previsti per le aziende in aiuti alle Piccole e medie imprese. Si vuole, sostanzialmente, l’adozione di strumenti più rapidi e dalla efficacia immediata. Strumenti quali i bonus fiscali e contributivi, al contrario, producono effetti occupazionali solo nel lungo periodo. Da qui l’idea di una trasformazione dei bonus fiscali in aiuti. Uno strumento concreto e diretto per sostenere l’ormai agonizzante sistema produttivo molisano. La linea Toma è stata immediatamente sposata dalla Giunta regionale che lo scorso 6 agosto ha recepito le indicazioni del presidente. Adesso la partita si sposta sul piano romano. Sulla variazione, infatti, dovranno pronunciarsi il Dipartimento per le Politiche di Coesione della Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero per il Sud. Inoltre, sempre su indicazione del governatore Toma, la Giunta regionale ha modificato, sempre nell’ambito del Patto per il Sud, l’azione di studio, abbattimento e mitigazione dell’inquinamento atmosferico. La stessa, sulla quale sono appostati 7 milioni di euro, è stata estesa a tutto il territorio regionale. In origine, invece, essa riguardava soltanto il Comune di Venafro ed il Consorzio industriale della Valle del Biferno.   - >>>>>

Sisma. I tecnici e le verifiche escludono danni all’invaso del Liscione

La macchina dell’emergenza di è messa in moto dopo pochi minuti dal sisma che, prima della mezzanotte a cavallo tra il 14 e il 15 agosto ha colpito la zona del basso Molise con epicentro tra Montecilfone e Palata. Osservato speciale, l’invaso del Liscione, una struttura la cui costruzione risale alla fine degli anni ‘60 e i primi ‘70. Sul Posto a verificare la tenuta ed eventuali danni ai piloni è accorsa immediatamente una squadra di Molise Acque che si è affiancata ai Vigili del Fuoco ed ai tecnici dell’Anas presenti sul luogo. Con la luce del giorno le verifiche si sono intensificate ma, fortunatamente, non sono stati registrati danni alle strutture. Immediata, nella notte, anche l’allerta in Regione dove il presidente Toma ha seguito passo dopo passo e coordinato le operazioni relative all’emergenza. “Da una prima ricognizione effettuata – ha detto – possiamo dire che il sisma non ha prodotto danni significativi a cose e persone”. Voglio ringraziare – ha proseguito Toma – i sindaci dei luoghi interessati che si sono messi immediatamente al lavoro nella fase di prima emergenza, la Prefettura di Campobasso, i Vigili del Fuoco e la Sala operativa della Protezione civile”. Da parte dei Vigili del Fuoco non sono stati effettuati interventi di soccorso ma soltanto alcune verifiche a Larino e Termoli. Le squadre operative presso la sede centrale di Campobasso e presso i distaccamenti di Termoli e Santa Croce di Magliano sono operative sull’intero arco delle ventiquattr’ore tanto sul fronte emergenziale del sisma quanto su quello ordinario teso a garantire ai cittadini un Ferragosto sicuro e monitorato. Sul versante dell’invaso del Liscione, lo scorso luglio il parlamentare molisano del M5S, Antonio Federico, ha presentato al Ministro per le infrastrutture, Toninelli, una interrogazione tesa a verificare se siano state attivate le operazioni necessarie al collaudo definitivo dell’opera. Va infatti ricordato che la diga di Ponte Liscione sulla statale Bifernina è stata completata nel 1973 ma non è mai stata definitivamente collaudata. Una ragione in più che giustifica l’intervento di verifica odierno legato al sisma. Un intervento ostacolato dal maltempo che però, fortunatamente, ha dato esito negativo come ha confermato il commissario dell’Azienda Molise Acque, Massimo Pillarella. Il lavoro dei tecnici locali è stato coadiuvato dall’intervento dell’Ingegnere Ciovanni Sportelli del Servizio Dighe arrivato in Molise da Roma.   - >>>>>

Calenda (Lega): il Governo nomini Toma Commissario ad acta per la Sanità

Se a Roma la luna di miele prosegue, in Molise l’alleanza giallo-verde tra Movimento 5 Stelle e Lega resta una pura ipotesi a accademica. A ricordarlo in queste ore al mondo politico è stata Filomena Calenda, consigliera regionale leghista. Calenda ha preso carta e penna e sulla questione legata alla nomina del prossimo Commissario ad acta per la sanità, ha scritto al senatore leghista Paolo Arrigoni. Contrariamente al pensiero dei pentastellati, per Calenda il prossimo commissario ad acta per la Sanità deve essere l’attuale governatore, Donato Toma. L’unica persona che possa svolgere il ruolo di commissario ad acta della sanità è il Presidente della regione, Donato Toma, ha scritto Calenda, che poi ha aggiunto: le sue competenze e abilità professionali, la conoscenza capillare del territorio, il rispetto per i cittadini, rappresentano il valore aggiunto necessariamente indispensabile per la riorganizzazione sanitaria. Filomena Calenda non li cita, ma prende di mira i 5 Stelle la cui posizione a favore di un tecnico esterno indicato da Roma è l’unica opzione da prendere in considerazione. Affidare a un tecnico, che non conosce il territorio e su cui bisogna far convergere i conti di quel bilancio già sfiancato – dice Calenda – non sarà operazione semplice e indolore. Il Molise ha bisogno non di burocrati, ma di persone che amino il proprio territorio. Solo la combinazione di questi valori, potrebbe garantire un’accelerazione al Molise anche e soprattutto in termini sanitari. I cittadini non hanno più nè tempo, nè pazienza, nè soldi da sprecare. Esperti conosciuti da pochi intimi, che devono prima analizzare il territorio, studiare i bilanci, la situazione sanitaria e solo dopo individuarne la terapia d’urto li abbiamo già sperimentati con un nulla di fatto, nonostante e lo ripeto, a chi finge di non capire, compensi da capogiro. Il presidente Toma, ha già la ricetta e non servono manovre lacrime e sangue su cui qualcuno specula. Si partirebbe, immediatamente, con il formulare e applicare le  strategie adeguate al compromesso “territorio- bilancio regionale – sanità di qualità”.  Filomena Calenda interviene anche sulla tenuta della maggioranza che, nei giorni scorsi, era stata messa in dubbio. “La maggioranza è salda e coesa al suo presidente Donato Toma”, dice. Intanto da Roma non si muove un foglio e quanto l’intervento di Salvini possa sbloccare in favore di Toma lo stallo che si è creato. Ma non sarà facile. Anche dal fronte 5 stelle è verosimile che siano in corso manovre romane tese ad individuare a Roma un tecnico di loro fiducia. Il presidente Toma – dice Calenda – ha la ricetta e non servono manovre romane. A questo punto tutto verrà rinviato a dopo Ferragosto se non addirittura in autunno.     - >>>>>

Turismo, ancora un record negativo per il Molise: nel 2017 è all’ultimo posto tra le regioni italiane

di ANNA MARIA DI MATTEO Mare, montagna, colline, enogastronomia, territorio ancora incontaminato. Il Molise possiede tutto questo ma evidentemente non basta per attrarre turisti. La conferma arriva dallo studio Trend del turismo e l’artigianato di Confartigianato, che colloca la nostra regione in fondo alla graduatoria. Dunque il Molise, anche per quanto riguarda il turismo, si conferma fanalino di coda. Nel corso dello scorso anno, gli arrivi, cioé il numero di clienti ospitati nelle strutture ricettive sono stati poco più di 131mila, mentre le presenze sono state 436mila. Il 9,7% è rappresentato da turisti stranieri, con una permanenza media di 3 giorni. Il tasso di turisticità, ossia il dato di affollamento di turisti in un determinato periodo è di 1,4, contro la media nazionale che è del 6,9. Anche questo dato colloca la nostra regione al 21esimo posto della graduatoria. Secondo lo studio condotto da Confartigianato, nel triennio 2015-2017 la media delle presenze è stata di mezzo milione, con una flessione del 22%. Unico dato negativo in Italia, insieme all’Abruzzo che fa precipitare la nostra regione anche per questo parametro, in fondo alla classifica. Per quanto riguarda, invece, il primo trimestre del 2018, si è registrato un calo delle imprese artigiane collegate al settore turistico dell’1,1% rispetto all’anno precedente. Dati che rappresentqno una situazione drammatica, anche per il turismo. Un settore sul quale la Regione ha investito poco e, a quanto pare, male. Il Molise resta fuori dai grandi circuiti nazionali ed internazionali. E se regioni come Toscana, Marche e Sardegna, rappresentano la combinazione virtuosa di una più alta quota di imprese artigiane interessate alla domanda turistica ed un tasso di turisticità superiore alla media, il Molise non possiede nessuna di queste caratteristiche. Tocca ora al nuovo governo regionale, all’assessore Cotugno, invertire la tendenza. Le potenzialità ci sono tutte. Basta saperle sfruttare e valorizzare per tentare di risalire la china.     - >>>>>

La Regione blocca l’inceneritore dell’ospedale Cardarelli: l’impianto va adeguato. Autorizzazione al momento sospesa

Con una determina del servizio ambientale del 10 agosto, la Regione ha bloccato l’inceneritore dell’ospedale Cardarelli e ne ha sospeso l’utilizzo. Alla base del provvedimento il mancato adeguamento della struttura. Il forno, dal 1988, è destinato ad incenerire rifiuti ospedalieri ai quali si sono aggiunti nel corso del tempo piccole quantità di sostanze stupefacenti delle quali sia stata disposta la distruzione da parte delle autorità nonché rifiuti liquidi. La vicenda parte a giugno del 2017 quando il servizio di tutela ambientale della regione chiede all’Asrem di adeguare l’impianto del Cardarelli al monitoraggio continuo di ammoniaca nell’aria. A gennaio 2018, il servizio di tutela ambientale ha chiesto all’Arpa Molise di effettuare controlli e, nelle more del processo di adeguamento dell’impianto, ha prescritto all’Asrem di effettuare il monitoraggio di ammoniaca ogni dieci giorni. L’impianto non viene adeguato e lo scorso 3 luglio il servizio di tutela ambientale della Regione diffida l’azienda sanitaria a provvedere all’adeguamento dell’impianto entro 30 giorni, pena la sospensione o la revoca dell’autorizzazione. Contestualmente sempre il servizio di tutela ambientale convoca per lo scorso 6 agosto un tavolo tecnico al fine di arrivare ad una definizione della questione. Il tavolo tecnico, tuttavia, va deserto. Scatta a questo punto il provvedimento di sospensione da parte della Regione. Posto che al momento non si rilevano situazioni di pericolo per la salute pubblica e l’ambiente, si pongono due domande. Cosa accadrà qualora l’Asrem non proceda con gli adeguamenti richiesti dalla Regione e, soprattutto, dove finiscono adesso i rifiuti ospedalieri prodotti dal Cardarelli?   - >>>>>

San Martino in Pensilis. Pubblicato il dizionario dialettale, opera di Domenico Lanese

Verrà presentato questa sera alle ore 21 in Largo Trinità a San Martino in Pensilis, il “Dizionario del dialetto sammartinese del XX secolo”. L’opera, in due volumi, è la sintesi di un lavoro pluridecennale realizzato da Domenico Lanese, studioso della lingua e delle tradizioni sammartinesi. L’opera è edita dall’associazione culturale Lagrandeonda. Tra gli altri, prenderanno parte alla serata le professoresse Ida Di Ianni e Fernanda Pugliese e il professore Fernando Piccoli. Aprirà i lavori la presidente dell’associazione, Giovanna Di Bello.   - >>>>>

Lavoro e sanità, le grandi emergenze del Molise. La mancanza del Commissario ad acta peggiora il servizio ma la politica va in ferie

di Giovanni Minicozzi La mancata nomina del nuovo commissario ad Acta da parte del governo nazionale ha determinato una pericolosa situazione di immobilismo nella sanità molisana con conseguente disorganizzazione del servizio. Infatti la confusione derivante dal piano operativo straordinario , imposto con Legge a Paolo Frattura dai Ministeri competenti, si è aggravata per la mancanza di una catena organizzativa certa dopo che lo stesso commissario ad Acta Paolo Frattura ebbe a dichiarare , all’indomani della morte per presunta malasanita del quarantasettenne di Larino deceduto all’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza” di San Giovanni Rotondo,, che il suo ruolo dì commissario era terminato con le elezioni del nuovo Presidente della Regione. Nel frattempo altri decessi per presunta malasanita’ si sono verificati soprattutto per patologie tempo- dipendenti e il caos nei pronto soccorso si è accentuato. Dunque la nomina del commissario è urgentissima ma il governo nazionale cincisca tra Matteo Salvini, favorevole alla designazione del Presidente Toma e i cinque stelle contrari. Il braccio di ferro si è spostato anche a Palazzo D’Aimmo dove i pentastellati hanno manifestato tutta la loro avversità alla nomina del governatore. Loro chiedono una persona esterna alla politica di comprovata capacità e di esperienza. Tace invece la Lega molisana affidandosi alla decisione di Matteo Salvini. Il tira e molla dura già da qualche mese ma di certo i molisani non possono pagare le indecisioni del governo nazionale e, soprattutto, non possono continuare a rischiare la vita dopo che il precedente governo regionale ha distrutto il lavoro, l’economia e la propria dignità. Ormai la drammatica situazione del Molise rimbalza quotidianamente sugli organi di stampa nazionale e sui report degli istituti di statistica, ma a dire il vero , dalla politica regionale ancora non si ricevono segnali incoraggianti per fronteggiare la situazione di gravissima emergenza. Perfino un problema semplice dato per risolto , ovvero il rimborso dei farmaci di fascia C, alle persone affette da malattie rare non è stato risolto. Lo ha denunciato il Presidente dell’Associazione Italiana narcolettici Icilio Ceretelli. ” Nulla si è sbloccato anzi la situazione è tragica – ha scritto il Presidente -. Abbiamo soci tutt’ora senza farmaci – ha concluso- e i nostri ripetuti appelli ai responsabili della Regione sono stati inascoltati”. Che dire di più. . Il Molise si colloca di diritto nel terzo mondo per responsabilità oggettive di chi ha governato la Regione e non certo per responsabilità dei molisani. Intanto i Palazzi della politica Nazionale e Regionale chiudono per ferie. W l’Italia!   - >>>>>

Fibra ottica: ultime novità e sviluppi futuri

Con la fibra ottica grande protagonista delle prime pagine di oggi, non mancano le novità, a dire il vero all’ordine del giorno. La banda ultra larga da un lato comincia a diffondersi seriamente, dall’altro non spicca di certo per chiarezza nei confronti dei consumatori. Ecco perché l’Agcom ha deciso di sperimentare un sistema “a semaforo” per consentire agli utenti di comprendere meglio la tipologia di fibra. Inoltre, come detto, presto arriveranno altre novità. Agcom: al via il sistema sperimentale “a semaforo” Quando si parla di fibra, emerge un problema: non tutta la fibra è uguale. L’unica connessione che oggi può essere definita tale è la FTTH (Fiber to the Home). Ovvero la fibra che arriva direttamente a casa, senza passare dal doppino telefonico in rame. Anche la FTTB (Fiber to the Building) verrà considerata tale, dunque meritoria del bollino verde e dell’etichetta “F”. Diversa la situazione per la fibra che arriva ai cabinet in strada (FTTC) e la fibra ottica veicolata tramite le onde radio. In queste due situazioni, difatti, la banda ultra larga verrà considerata spuria e marcata dal bollino giallo (insieme all’etichetta “FR”), questo per via della contaminazione portata dal rame e dalle onde radio. Infine, il bollino rosso con l’etichetta “R”: verrà apposto a tutte le connessioni non-fibra, dunque alle connessioni via radio non derivanti da banda ultra larga e ovviamente all’ADSL. Il perché di queste importanti distinzioni Fino a poco tempo fa queste distinzioni non sarebbero state necessarie: di fatto, sul territorio italiano, la fibra pura (FTTH o FTTB) era praticamente inesistente. Oggi la questione cambia e, di riflesso, le informazioni che giungono al cittadino dalle compagnie devono essere ancora più chiare. Le distinzioni adesso sono necessarie perché gli investimenti sulla fibra stanno crescendo, così come la sua rete. Lo dicono i dati dell’Agcom stessa, secondo cui – dopo 7 miliardi di euro di investimenti – l’Italia ora occupa il 13esimo posto nelle classifiche europee. I fornitori di banda ultra larga, poi, abbondano nel Paese: tra gli operatori principali possiamo citare Vodafone che propone un’offerta sull’IperFibra, attualmente in promozione se acquistata online. Qual è il futuro della fibra ottica Gli operatori e i wholesaler uniti nel nome della fibra ottica. Di recente, a Roma, si è tenuto un incontro molto importante per il futuro della banda ultra larga. Durante questo incontro, i principali player del mercato europeo hanno deciso di collaborare: l’obiettivo è portare lo sviluppo della fibra ottica ad un livello ancor più avanzato. Sotto la supervisione del BEREC, gli operatori hanno cominciato a parlare di un piano di accelerazione per la BUL. Inoltre si è toccato il tema del nuovo EECC: ovvero il futuro codice europeo delle comunicazioni elettroniche. La fibra ottica procede verso un futuro sempre più brillante, nel nome della chiarezza, ma anche della diffusione.   - >>>>>

Quagliariello: “Si a Salvini sull’immigrazione, ma se dura l’alleanza con il M5S il centrodestra è finito”

di GIOVANNI MINICOZZI Il fondatore di ‘Idea’ Gaetano Quagliariello, eletto al Senato nel Collegio uninominale di Teramo con la coalizione di centrodestra in rappresentanza della cosiddetta quarta gamba, rilancia il suo movimento politico in vista delle prossime scadenze elettorali in diverse Regioni e in Europa. Giudizio negativo sull’operato del governo Cinque stelle – Lega ma il senatore condivide le decisioni adottate dal Ministro dell’interno Matteo Salvini sul tema dell’immigrazione. “Fino ad ora il governo non ha fatto molto e in Parlamento siamo stati non dico in vacanza ma quasi. Ora invece lavoreremo fino al 9 Agosto perché’ ,ormai , la politica è soltanto immagine e quindi bisogna far vedere che si va in vacanza tardi e si finisce presto. Devo dire la verità pero’, al di là dei toni che non sono i miei, io sulla sostanza degli interventi sull’immigrazione sono fortemente d’accordo con Salvini nel senso che ritengo una pazzia pensare di poter scaricare questo che è un problema epocale sulle spalle di un solo Paese, ovvero sulle spalle dell’Italia. Devo dire invece che i provvedimenti di carattere economico mi lasciano incredibilmente scettico”. – Che pensa del Decreto dignità? Dì Maio insiste e vuole quel decreto e tutti i costi! ” Io temo, e la penso come la gran parte degli imprenditori Veneti , che questa cosa in qualche modo renderà ancora meno elastico il mercato del lavoro , quindi si perderanno altri posti. Noi siamo ancora all’uscita di una crisi che è durata dieci anni e in questa situazione la prima cosa da fare è cercare di salvaguardare il lavoro e di mettere le premesse per lo sviluppo”. – È di queste ore l’opposizione del centrodestra, soprattutto di Forza Italia , sulle nomine Rai e sul Decreto dignità. Le tensioni non rischiano di compromettere l’alleanza e rafforzare l’intesa tra il M5s e la Lega? “Se così fosse – ha spiegato Gaetano Quagliariello – il centrodestra rischierebbe di svanire nel nulla. La Lega sta facendo un’esperienza di governo che non comprende tutto il centrodestra. Se questa esperienza si arresta ad un certo punto sarebbe una fase di transizione comprensibile. Se, invece, si andasse avanti allora il centrodestra non non esisterebbe piu’. Se le devo dare una scadenza io penso che la scadenza sia quella delle elezioni Europee. Insomma un periodo limitato e’ accettabile ma se si superano le colonne d’Ercole quella alleanza diventa organica come successe tra NcD e PD nella scorsa legislatura”. – Dunque lei prevede la fine di questo governo entro le Europee dell’anno prossimo? ” No, io non prevedo niente, dico soltanto che se il governo supera le Europee va avanti , diventa un governo di legislatura e allora dorremo immaginare un nuovo scenario politico” – ha concluso il fondatore di Idea. Un nuovo scenario politico, aggiungiamo noi, che però al momento non esiste.   - >>>>>

Il Molise sui canali nazionali, Lino Zani a Campitello Matese. Cotugno conferma il no alla Bit

Vincenzo Cotugno, Assessore regionale al Turismo e alla Cultura, ne ha fatto il proprio motto e la sintesi del prestigioso incarico che è stato chiamato a ricoprire. “Il Molise va conosciuto e non raccontato”, ripete in ogni utile circostanza, e così è stato anche in occasione della visita a Campitello Matese del noto autore e conduttore televisivo, Lino Zani, protagonista di trasmissioni prestigiose come “Linea Bianca”, “Linea verde” e i “Rifugi più belli”. Il Molise reciterà il ruolo di protagonista proprio in una delle prossime puntate. Ad arricchire la festa montana, anche una delegazione composta da oriundi molisani residenti in Australia. Figli del Molise, ha detto Cotugno, che hanno fatto grandi le terre di accoglienza. L’assessore ha anche ribadito le ragioni del suo No alla BIT di Milano. Lino Zani ha ricordato le sue origini montanare e speso parole di elogio per la montagna molisana. L’olio di Venafro e una copia della meravigliosa trilogia “Molise Mitico, Magico e Meraviglioso” sono stati gli omaggi per il conduttore, donati da un raggiante Cotugno che, se avesse potuto, oltre alla bandiera della Regione avrebbe aggiunto pure quella dell’Inter, sua squadra del cuore.   - >>>>>

Usura bancaria, trema il gotha della finanza italiana. Coinvolto anche il Ministro Savona

Si annuncia come un vero e proprio terremoto giudiziario l’indagine della Procura della Repubblica di Campobasso che coinvolge buona parte del gotha finanziario italiano. L’ipotesi di reato alla quale sta lavorando il pm Rossana Venditti è quella di usura bancaria e riguarda ventitré persone. Tra questi il Ministro per Ali affari europei, Paolo Savona, l’amministratore delegato di Finmeccanica, Alessandro Profumo, e il Direttore generale della Cassa Depositi e Prestiti, Fabio Gallia. A finire nel mirino degli inquirenti anche diversi manager e dirigenti che si sono succeduti alla guida di UniCredit tra il 2005 e il 2013. L’indagine nasce dalla denuncia di una società con sede legale a Campobasso, specializzata nella costruzione di pali eolici, che fa capo ai fratelli Pietro e Angelo Santoro. A curare la denuncia dalla quale è scaturita l’inchiesta, è stato l’avvocato Luigi Iosa, esperto di diritto bancario. Sulla vicenda è intervenuta anche la Procura con una nota ufficiale firmata dal Procuratore D’Angelo. “Le indagini sono ancora nella fase preliminare – ha precisato – pertanto bisogna ancora verificare l’effettiva configurabilità del reato e le posizioni delle persone coinvolte”. Esiste un altro filone di indagine, che riguarda il Monte dei Paschi di Siena, ed è seguita direttamente dal Procuratore D’Angelo.     - >>>>>

‘Ndrangheta: nell’operazione “Via col vento” finisce la “Molisana trasporti”. Arrestato il titolare

Finisce agli arresti domiciliari Riccardo Di Palma, titolare della società la “Molisana trasporti”. Il provvedimento, eseguito dai Carabinieri di Reggio Calabria in collaborazione con i colleghi di Campobasso, è stato eseguito nell’ambito dell’indagine “Via col vento”, relativa a reati estorsioni ai danni delle multinazionali impegnate nella costruzione di parchi eolici. Le cosche coinvolte nell’attività illecita sarebbero quelle dei Paviglianiti di San Lorenzo e Bagaladi (Reggio Calabria), i Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia), i Trapasso di Cutro e gli Anello di Filadelfia. Elemento chiave della vicenda è ritenuto dagli inquirenti Giuseppe esalto, imprenditore nel settore dei trasporti. Oltre alla misura degli arresti domiciliari per Riccardo Di Palma, è scattato anche quello di sequestro per la società “Molisana trasporti” di Guardaregia.   - >>>>>

Annuncio online: “La Fiat assume a Termoli”, ma è una truffa

Una truffa odiosa, perché chi la mette in atto approfitta dello stato di bisogno delle persone, è..

La scuola Montini chiusa per 15 giorni. Il sindaco: “Troveremo una soluzione”

          CAMPOBASSO. La scuola Montini di Campobasso resterà chiusa, al momento, ad oltranza: ..

Seac, trovato l’accordo. Riassunti gli autisti licenziati

CAMPOBASSO. La vicenda dei licenziamenti degli otto autisti della Seac, l’azienda di trasporto pubblico urbano di Campobasso,..

Il testo unico sulle società pubbliche: una occasione colta o perduta?

di Francesco Fimmanò In attuazione della delega conferita dall’articolo 18 della legge 7 agosto 2015, n. 124,[1] il decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 175, Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica, in vigore dallo scorso 20 settembre, cerca per l’ennesima volta di ricondurre a fisiologia un coacervo di disposizioni gemmate negli ultimi 25 anni. Il corpus, al di là delle luci e delle ombre, ha certamente il merito di tentare di mettere a “sistema” una fenomenologia peculiare, interdisciplinare, complessa e figlia di una legislazione a “toppe”, piuttosto che “a tappe”. Al tempo stesso non può che rilevarsi che la sovraregolamentazione appare in molte norme come una sorta di inseguimento tra legislatore e giurisprudenza, con il risultato di sentenze che hanno fatto le veci della legge e una legge che fa le veci delle sentenze. La legislazione di un tempo non dirimeva contrasti giurisprudenziali ma costruiva sistemi di regole per principi e i giudici la interpretavano. Basti pensare che l’espressione normativa più in voga – in materia – negli ultimi anni nel settore che ci occupa è quella di “controllo analogo”. In realtà il legislatore italiano ha usato l’escamotage di far proprie le espressioni usate nella famosa sentenza Teckal della Corte di giustizia U.E. (e in quelle analoghe successive) riguardanti un consorzio tra Comuni, per applicarle a un soggetto giuridico completamente diverso e cioè a una società di capitali. Da questa operazione è nata una serie di equivoci con il “livello comunitario” anche perché a nessun altro Stato nel Continente è venuto in mente di utilizzare lo strumento societario per ragioni “meramente opportunistiche”. A tutto questo aggiungiamo che calare le società di capitali e il loro enorme apparato regolamentare (ipertecnico) in un ambiente normativo giuspubblicistico, dove l’operatore medio neppure immagina che le sole società per azioni (non quotate) sono disciplinate da oltre 650 commi, è stata operazione dagli effetti dirompenti. L’equivoco principale è stato quello riguardante il tipo di disciplina da applicare alle società in mano pubblica, nato in passato dalla errata impostazione secondo cui la partecipazione di una pubblica amministrazione a una società di capitali potesse alterarne la struttura, dando vita a un “tipo” di diritto speciale. In particolare una certa impostazione, ignara delle complessità sistematiche, partendo dal principio della neutralità della forma giuridica rispetto alla natura dello scopo, è arrivata ad attribuire alle società partecipate una connotazione pubblicistica[2], frutto di una sostanziale mutazione genetica nel senso di una riqualificazione del soggetto. In realtà tale impostazione è stata gravemente fuorviante negli anni, in quanto si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c., con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa[3]. In realtà l’uso dello strumento societario a partecipazione pubblica ha avuto spesso finalità meramente segregative. Le pubbliche amministrazioni, incentivate nel tempo dallo stesso legislatore, hanno infatti cercato a tutti i costi, negli ultimi venticinque anni, di creare e poi mantenere la “sacca” del privilegio derivante dall’affidamento diretto della gestione di attività e servizi pubblici a società partecipate, in deroga ai fondamentali principi della concorrenza tra imprese e della trasparenza. In buona sostanza da una parte v’è stata la tendenza ad ampliare l’ambito dei servizi pubblici includendo non solo quelli aventi per oggetto attività economiche incidenti sulla collettività, ma anche quelli riguardanti attività tendenti a promuovere lo sviluppo socio-economico delle comunità locali, fino ad arrivare ad affidare a società partecipate funzioni, che lungi dal rientrare nell’ambito dei servizi pubblici in senso proprio, costituivano tipiche attività istituzionali o strumentali dell’ente[4]. Dall’altra parte è stata incentivata la gestione mediante società partecipate in un’ottica rivolta (solo) formalmente alla aziendalizzazione dei servizi e a una privatizzazione effettiva (come auspicato dal legislatore sin dal 1942)[5], in realtà sostanzialmente diretta a eludere procedimenti a evidenza pubblica e a sottrarre comparti dell’amministrazione ai vincoli di bilancio, anche in considerazione della mancata applicazione, per molti anni, all’ente-capogruppo dei principi di consolidamento di diritto societario a partire dall’elisione delle partite reciproche[6]. Questo processo ha avuto l’effetto di trasformare talora il modello di gestione da strumento di efficienza in strumento di protezione e in taluni casi in escamotage per eludere i c.d. patti di stabilità e le regole di contabilità pubblica.   La Corte dei Conti ha contato, in un momento che sembrava culminante del ciclo espansivo, nell’anno 2008, 5.860 “organismi” partecipati da 5.928 enti pubblici locali con un incremento dell’11,08% rispetto al dato del 2005. Poco meno del 65% di questi organismi partecipati aveva natura societaria con prevalenza delle società per azioni, mentre circa il 35% ha forma giuridica diversa dalla società, in prevalenza consortile[7]. Allo stato, dalle informazioni rilevabili nella banca dati SIQUEL, emerge che il 16,65% dei Comuni (1.340 su 8.047), pari al 7,11% della popolazione nazionale, non è in possesso di partecipazioni societarie, gli organismi rilevati alla data dell’8 luglio 2016 risultano essere 7.181: le analisi sui risultati economici e finanziari, sui servizi affidati e sulle modalità di affidamento hanno riguardato, tuttavia, 4.217 soggetti, per i quali sono disponibili a sistema i dati di bilancio relativi all’esercizio 2014. Ancor più ristretto è il numero di istituzioni per le quali si hanno informazioni sui flussi di entrata e di spesa degli enti affidanti[8]. Gli organismi operanti nei servizi pubblici locali sono numericamente limitati (il 34,72% del totale), pur rappresentando una parte importante del valore della produzione (il 69,34% dell’importo complessivo). Il maggior numero (65,28%) rientra nel novero di quelli che svolgono attività diversificate, definite come “strumentali”[9]. Marcata è la prevalenza degli affidamenti diretti: nonostante la rigidità dei presupposti legittimanti tale procedura, a salvaguardia dei principi della concorrenza, su un totale di 22.342 affidamenti, le gare con impresa terza sono soltanto 150 e gli affidamenti a società mista, con gara a doppio oggetto, 319. Con riferimento agli organismi in perdita nell’ultimo triennio, l’analisi della Corte dei conti mostra come circa un terzo sia a totale partecipazione pubblica, mentre quelli misti a prevalenza privata costituiscono la categoria all’interno della quale le perdite sono più diffuse, con una tendenza al peggioramento dei risultati nell’arco del triennio. Nel referto della Corte v’è anche una ricognizione delle partecipazioni rilevanti ai fini del consolidamento dei conti, ed emerge che, su 700 organismi totalmente pubblici a unico socio (Comune/Provincia), meno della metà sono risultati assoggettabili a consolidamento – sulla base dei parametri indicati dal principio contabile applicato allegato n. 4/4 al d.lgs. n. 118/2011. Di contro, 368 (il 52,6%) non superano la soglia di rilevanza e potrebbero essere consolidati solo se ritenuti significativi dall’ente proprietario, secondo la sua valutazione discrezionale. La gestione finanziaria dimostra una netta prevalenza dei debiti sui crediti in tutti gli organismi esaminati. Nel complesso, i debiti ammontano a 83,3 miliardi, di cui circa un quarto è attribuibile, in sostanza, alle partecipazioni totalitarie. Il rapporto crediti/debiti verso controllanti, nelle partecipazioni pubbliche al 100%, è sbilanciato in favore dei primi. Emerge, quindi, la forte dipendenza delle partecipazioni totalitarie dagli enti controllanti, pur in presenza di un rilevante indebitamento verso terzi. Dall’analisi degli organismi partecipati in via totalitaria da un unico socio emerge, nella gran parte dei casi, che le risorse complessivamente impegnate e pagate dagli enti proprietari tendono a coincidere con l’importo dei valori della produzione degli organismi destinatari delle erogazioni. Abbiamo dunque assistito, per tutte queste ragioni, a un percorso legislativo incoerente, caratterizzato da frequenti ripensamenti, fatta eccezione per una costante: la crescente e progressiva espansione delle società a partecipazione pubblica locale, anche attraverso la trasformazione di aziende speciali, consorzi e istituzioni.   La “storia” del fenomeno comincia nel 1990 con la espressa previsione nella legge n. 142 della società per azioni a partecipazione pubblica maggioritaria[10], passa attraverso l’introduzione della società c.d. minoritaria[11], l’apertura al tipo della S.r.l. e l’incentivo alla trasformazione delle aziende speciali e dei consorzi[12], per subire un provvisorio assestamento nel 2000 con il Testo Unico delle autonomie locali (Tuel) che sistemava organicamente la materia[13]. Nel 2001 il quadro viene virtualmente rivoluzionato con l’introduzione della categoria mai definita dei c.d. servizi industriali e l’introduzione rigorosa, mai attuata, dei principi della concorrenza[14]. Con la contro-riforma del 2003 e la legge finanziaria per il 2004, si arriva infatti a un risultato esattamente opposto[15]. Quest’ultimo intervento, in parte censurato dalla Corte Costituzionale[16], ha suddiviso i servizi in virtù della loro rilevanza economica, in un contesto pesantemente dominato dalla figura della società in house providing e del suo strettissimo collegamento funzionale con l’ente di riferimento. La normativa ha strumentalizzato in modo abile la giurisprudenza comunitaria tanto da far evocare una situazione giuridica di dipendenza organica. Alla originaria disciplina contenuta nell’art. 113 TUEL, infatti, si sono sovrapposti prima l’art. 23 bis del d.l. n. 112/08 (successivamente abrogato con referendum) e poi la successiva disciplina introdotta con il D.L. 138/11 (dichiarata incostituzionale dalla Consulta con la sentenza n. 199 del 20 luglio 2012), per giungere infine al d.l. 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito con l. 17 dicembre 2012 n. 221). Le Sezioni Unite della Cassazione nel 2013 hanno scelto forzatamente di adattare l’impostazione comunitaria, al fine di riconoscere la giurisdizione piena della Corte dei conti sulle azioni di responsabilità agli organi sociali delle società in house[17]. I giudici del Supremo consesso qualificano, in modo in verità opinabile, questo genere di società come una mera articolazione interna della P.A., una sua longa manus al punto che l’affidamento diretto neppure consentirebbe di configurare un rapporto intersoggettivo di talchè l’ente in house “non potrebbe ritenersi terzo rispetto all’amministrazione controllante ma dovrebbe considerarsi come uno dei servizi propri dell’amministrazione stessa”[18]. Le ormai numerose sentenze delle sezioni unite si rifanno tutte alla n. 26283 del 25 novembre 2013, il cui passaggio più forte è quello secondo cui “il velo che normalmente nasconde il socio dietro la società è dunque squarciato: la distinzione tra socio (pubblico) e società (in house) non si realizza più in termini di alterità soggettiva”. L’orientamento ha complicato ancora di più le cose perché molti non hanno inteso che si riferisse solo alla giurisdizione e perdippiù non esclusiva della Corte dei Conti sulle azioni di responsabilità, ma hanno provato a dedurre l’esistenza di una società di tipo pubblico meritevole di uno ius singulare. In realtà si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c. [19], con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa [20]. Viceversa, a parte i casi di società c.d. legali (istituite, trasformate o comunque disciplinate con apposita legge speciale)[21], ci troviamo sempre di fronte a società di diritto comune, in cui pubblico non è l’ente partecipato bensì il soggetto, o alcuni dei soggetti, che vi partecipano e nella quale, perciò, la disciplina pubblicistica che regola il contegno del socio pubblico e quella privatistica che regola il funzionamento della società convivono.     La storia che abbiamo raccontato è singolare: il legislatore italiano ha prima creato un monstrum e poi ha costretto gli interpreti, anche i più raffinati, a riconoscerlo e a ricostruirlo invece di “constatare i fenomeni giuridici quali sono, quali si trovano nel sistema positivo, non negarli o storpiarli per ragioni a priori”[22]. Quanto accaduto appartiene a una tendenza più generale diretta a creare sempre più frequentemente categorie di soggetti i cui rapporti sono regolati da uno ius singulare. Fenomeno deprecabile, in quanto nel migliore dei casi, finisce per originare privilegi, asimmetrie e discriminazioni. In taluni casi, poi, non è tanto la ponderata volontà di sottrarre alla disciplina comune determinati soggetti a spingere il legislatori, bensì l’incapacità a resistere alla pressione di chi, spesso emotivamente o prepotentemente, chiede e invoca questa o quella norma. Ecco che il potere legislativo, si muove talora male e si trasforma, come sul dirsi in una machine a faire lois[23], invece di dettare norme efficienti e cercare nell’armonia del sistema le soluzioni più giuste. Ed eccoci ora alla c.d. Riforma Madia. Servirà? Poteva intervenire in modo più chiaro e tecnicamente corretto su temi tanto delicati? Sicuramente sì. Ma comunque contiene principi importanti ad esempio chiarisce una volta per tutte che una società è una società, non è un tavolo né una sedia, e come tale ad esempio fallisce da chiunque sia partecipata. Una cosa appare evidente che ancora una volta non si è tenuto conto delle specificità ordinamentali e soprattutto disciplinari, ratione materiae. Il diritto pubblico o amministrativo mai potranno entrare appieno nella forma mentis di un societarista o di un fallimentarista e viceversa. E’ ora in corso di pubblicazione il Decreto Legislativo che reca “Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 19 agosto 2016 n. 175, recante testo unico in materia di società a partecipazione pubblica” (c.d. “Decreto Correttivo”).  Si attua in tal modo la delega contenuta nell’art. 16, comma 7, della legge 7 agosto 2015, n. 124 (c.d. legge Madia), il quale, nel disegnare la delega per una complessa operazione di riorganizzazione normativa in materia di amministrazioni pubbliche, prevede che entro dodici mesi dall’entra in vigore dei decreti delegati il Governo avrebbe potuto adottare, appunto, uno o più decreti correttivi. L’intervento integrativo e correttivo, nel caso del TUSP, è dovuto anche a – e ha dovuto tener conto di – quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 251/2016, con la quale è stata ravvista una violazione delle norme costituzionali sul concorso di competenze statali e regionali da parte della citata legge n. 124 del 2015[24]. La Consulta ha in questa sede dichiarato che l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni si sarebbe potuta rimediare, nel rispetto del principio di leale collaborazione, avviando le procedure inerenti all’intesa con Regioni e enti locali nella sede della Conferenza unificata[25]. L’impatto della sentenza, che per qualche settimana ha tenuto col fiato sospeso gli operatori del settore che hanno temuto che essa potesse demolire tutta la riforma, è stato però limitato.  In primo luogo, come la Consulta stessa ha precisato, “le pronunce di illegittimità costituzionale, contenute in questa decisione, sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso, e non si estendono alle relative disposizioni attuative” (ossia ai decreti delegati[26]).  Inoltre, il Consiglio di Stato, con parere n. 83 del 17 gennaio 2017 si è espresso sugli adempimenti da compiere a seguito della sentenza della Corte Costituzionale[27], e ha precisato che il percorso più ragionevole e compatibile con l’impianto della sentenza – postulato anche dalla stessa Consulta – sarebbe stato quello di intervenire con decreti correttivi, previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni, da svolgersi in base alle previsioni di cui all’art. 3 del decreto legislativo 28  agosto  1997,  n.  281  (Definizione  ed  ampliamento  delle  attribuzioni della  Conferenza  permanente  per  i  rapporti  tra  lo  Stato,  le  regioni  e  le  province autonome  di  Trento  e  Bolzano  ed  unificazione,  per  le  materie  ed  i  compiti  di interesse  comune  delle  regioni,  delle  province  e  dei  comuni,  con  la  Conferenza Stato-città ed autonomie locali), in modo da “sanare l’eventuale vizio derivante dal procedimento  originariamente  seguito”, avendo peraltro la  sentenza  “fatto  riferimento  al Governo  (e  non  al  Parlamento)  e  considerato  che  in  alcuni  casi  i  termini  per l’adozione di simili decreti non sono ancora scaduti”. Tra le modifiche senz’altro di maggior rilievo portate dal Decreto Correttivo è quella che riguarda la governance delle società partecipate. Come noto, una delle innovazioni più importanti del nuovo testo unico è quella che stabilisce che “di norma” (e già l’espressione prelude ad eccezioni[28]) l’organo amministrativo debba essere costituito da un amministratore unico (art. 11, comma 2, TUSP). Nell’impianto originario del TUSP, il comma terzo di tale articolo prevedeva che, in deroga al principio appena affermato, un apposito decreto del Presidente del Consiglio, da emanarsi entro sei mesi dall’entrata in vigore del testo unico (quindi entro il 23 marzo 2017), avrebbe dovuto enucleare i criteri secondo i quali “per specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa”, sarebbe stato possibile optare per  un consiglio di amministrazione – composto da un minimo di tre a un massimo di cinque membri – ovvero per i sistemi dualistico o monistico (art. 11, comma 3, TUSP). Con tale previsione si è invertito il criterio in vigore, previsto, da ultimo, nell’art. 4, commi 4 e 5, d.l. 6 luglio 2012 n. 95, conv., con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, in cui l’opzione per l’amministratore unico era consentita, ma residuale[29]. L’art. 7 del Decreto Correttivo è ora intervenuto sostituendo integralmente il comma terzo dell’art. 11 TUSP, che ora recita: “L’assemblea della società a controllo pubblico, con delibera motivata con riguardo a specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa e tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi, può disporre che la società sia amministrata da un consiglio di amministrazione composto da tre o cinque membri, ovvero che sia adottato uno dei sistemi alternativi di amministrazione e controllo previsti dai paragrafi 5 e 6 della sezione VI-bis del capo V del titolo V del libro V del codice civile. La delibera è trasmessa alla sezione della Corte dei Conti competente ai sensi dell’articolo 5, comma 4, e alla struttura di cui all’articolo 15”. Nel quadro attuale, dunque, la scelta per un sistema collegiale di amministrazione (oppure per i modelli dualistico o monistico), è interamente rimessa all’assemblea dei soci, i quali dovranno però giustificare tale scelta per ragioni di adeguatezza organizzativa e “tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi” (requisito, quest’ultimo, che non era posto come criterio per il Dpcm).  In sostanza, il Governo ha ritenuto di preferire un sistema in cui l’adozione dei sistemi di amministrazione e di controllo alternativi all’amministratore unico non fosse eterodeterminata al di fuori della singola compagine societaria. La scelta, inoltre, è servita a rimediare un potenziale corto circuito della previgente formulazione, poiché l’adeguamento degli statuti era fissato al 31 dicembre 2016, mentre il Dpcm avrebbe dovuto essere emanato entro il 23 marzo 2017. Si sarebbe quindi potuta creare una situazione potenzialmente dannosa per quelle società che, diligentemente rispettando il termine per l’adeguamento dello statuto, avesse optato per l’organo monocratico di amministrazione, per poi scoprire che secondo i criteri dettati dal Dpcm avrebbe potuto optare per un sistema collegiale (o per uno dei modelli alternativi di gestione), sobbarcandosi gli oneri procedurali e notarili di una doppia modifica statutaria. Immediatamente collegato al precedente è il tema delle tempistiche prescritte dal TUSP per l’adeguamento degli statuti e per altri adempimenti. Per quanto riguarda il primo, inizialmente fissato al 31 dicembre 2016 dall’art. 26 TUSP, è ora fissato al 31 luglio 2017 dall’art. 15 del Decreto Correttivo. Per quanto attiene invece ai secondi, essi si trovano in vari luoghi del testo. Così, ad esempio, è differito al 31 luglio 2017 il termine, inizialmente fissato al 23 marzo 2017 dall’art. 26 TUSP, per l’adeguamento delle società a controllo pubblico alle disposizioni contenute nell’art. 11, comma 8, TUSP, secondo cui gli amministratori delle società a controllo pubblico non possono essere dipendenti delle amministrazioni pubbliche controllanti o vigilanti (art. 15 Decreto Correttivo)[30]. Ancora, sempre all’art. 26 è introdotto un nuovo comma 12-ter, ai sensi del quale “per le società di cui all’art. 4, comma 8, le disposizioni dell’art. 20 trovano applicazione decorsi 5 anni dalla loro costituzione”. In altre parole, per le società spin off o start up universitarie o di enti di ricerca non vige, per i primi 5 anni di vita, l’obbligo di procedere alla razionalizzazione delle partecipazioni dalle amministrazioni pubbliche. Un differimento di qualche mese è anche previsto per il termine per la ricognizione del personale in servizio, propedeutico all’individuazione di eventuali eccedenze, previsto dall’art. 25, comma 1, TUSP, al 23 marzo 2017, e ora posticipato al 30 giugno 2017 (art. 14, comma 1, lett. a), Decreto Correttivo). Si chiarisce, inoltre, un dubbio interpretativo circa l’applicazione del divieto di nuove assunzioni, esplicitando (art. 14, coma 1, lett. c), Decreto Correttivo) che il periodo di durata del blocco delle nuove assunzioni, stabilito dall’art. 25, comma 4, TUSP, fino al 30 giugno 2018, decorre dalla data di pubblicazione del decreto del personale eccedente di cui alla nota precedente.  Al termine del 30 giugno 2017 (anziché di sei mesi dall’entrata in vigore del TUSP, ossia il 23 marzo 2017) è posticipato anche il termine per la ricognizione di tutte le partecipazioni possedute dalle pubbliche amministrazioni (art. 13, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo – art. 24, comma 1, TUSP).  È stato infine posto modificato il termine per le disposizioni in materia di personale previste dalla normativa vigente (legge 27 dicembre 2013, n. 147), che si applicheranno non più soltanto fino al 23 settembre 2016, ma fino all’entrata in vigore del decreto ministeriale sul personale eccedente di cui all’art. 25, comma 1, TUSP, e comunque non oltre il 31 dicembre 2017 (art. 11 Decreto Correttivo). Un altro importante elemento di novità introdotto dal Decreto Correttivo (art. 5) incide sulle finalità perseguibili dalla p.a. mediante l’acquisizione e la gestione di partecipazioni pubbliche.  Si è più precisamente ampliato il novero delle funzioni perseguibili per le società aventi ad oggetto l’autoproduzione di beni e servizi (di cui all’art. 4, comma 2, lett. d), TUSP), che ora non dovrà essere limita ai beni e servizi strumentali all’ente o degli enti pubblici partecipati, ma potrà riguardare anche lo svolgimento delle funzioni dei predetti enti. È stato previsto, ad integrazione dell’art. 4, comma 7, TUSP, che sono ammesse anche le partecipazioni nelle società aventi per oggetto sociale la produzione di energia da fonti rinnovabili. Ed è stata fatta salva, all’art. 4, comma 8, TUSP, la possibilità per le università di costituire società per la gestione di azienda agricole con funzioni didattiche. Inoltre, al fine di valorizzare il principio di leale collaborazione nei rapporti tra Stato e regioni, come richiesto dalla citata sentenza della Corte Costituzionale, è stato previsto, dall’art. 5, comma 1, lett. d), Decreto Correttivo, che ha modificato l’art. 4 comma 9 TUSP, che il Presidente della Regione possa, con provvedimento adottato ai sensi delle disposizioni regionali e nel rispetto dei principi di trasparenza e pubblicità, deliberare l’esclusione totale o parziale dell’applicazione delle disposizioni dell’art. 4 – attinenti appunto alle limitazioni delle finalità perseguibili mediante acquisizione o gestione di partecipazioni pubbliche – rispetto a singole società a partecipazione regionale. La suddetta esclusione dovrà essere motivata con riferimento alla “misura e qualità della partecipazione pubblica, agli interessi pubblici a essa connessi e al tipo di attività svolta, riconducibile alle finalità di cui al comma 1”. Un tema affine al precedente riguarda la motivazione analitica che l’atto deliberativo di costituzione di una società partecipata o di acquisto di partecipazioni deve riportare ai sensi dell’art. 5 TUSP: l’art. 6 del Decreto Correttivo ha eliminato, al riguardo, il riferimento alla possibilità di destinazione alternativa delle risorse pubbliche impegnate e ha precisato che le modalità della consultazione pubblica sono disciplinate dagli enti locali interessati.  Le scelte legislative di fondo che traspaiono dal Decreto Correttivo si confermano, dunque, muovere essenzialmente su due binari: (i) il rispetto del principio di leale collaborazione tra istituzioni centrali e locali, cui consegue lo spostamento di alcune decisioni nella sfera locale e la necessità dell’intesa della Conferenza unificata in relazione a diversi aspetti disciplinari che potenzialmente impattano sulle partecipate degli enti locali; (ii) lo smorzamento di alcuni oneri motivazionali e di alcuni limiti di operatività, che, insieme con l’ampliamento della libertà di manovra nella costituzione e gestione delle partecipazioni pubbliche, e con il molteplice allungamento dei vari termini per gli adempimenti prescritti dalla nuova normativa, tende alla valorizzazione dell’autonomia delle singole società.         [1] Con l’indicata disposizione il Parlamento ha delegato il Governo a semplificare, attraverso il riordino delle disposizioni nazionali e la creazione di una disciplina generale organica in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche, il relativo quadro di regolazione anche in linea con i principi dettati dalla costante giurisprudenza nazionale e comunitaria, con effetti positivi in termini di valorizzazione della tutela della concorrenza e di generale trasparenza ed efficacia dell’azione amministrativa. [2] Cfr. in particolare Cons. Stato, nn. 1206 e 1207 del 2001 e nn. 4711 del 2002 e 1303 del 2002. [3] Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011. [4] La giurisprudenza ha evidenziato d’altra parte che la qualificazione di servizio pubblico locale spetta a quelle attività caratterizzate sul piano oggettivo dal perseguimento di scopi sociali e di sviluppo della società civile, selezionate in base a scelte, appunto, di carattere eminentemente politico quanto alla destinazione delle risorse economicamente disponibili e all’ambito di intervento e su quello soggettivo dalla riconduzione diretta o indiretta a una figura soggettiva di rilievo pubblico (cfr. Cons. Stato, 13 dicembre 2006 n. 7369; TAR Campania, Napoli,  24 aprile 2008 n. 2533). [5] Nella Relazione al Codice Civile, si legge, in riferimento alle società pubbliche che lo Stato “si assoggetta alla legge della società per azioni per assicurare alla propria gestione maggiore snellezza di forme e nuove possibilità realizzatrici” (Relazione al Codice Civile, n. 998. Artt. 2458 e ss., vecchio testo). [6] L’introduzione del bilancio consolidato civilistico per la holding-ente pubblico poteva rappresentare una scelta funzionale all’indirizzo e al coordinamento dell’intero gruppo pubblico locale (cfr. A. Tredici, Il bilancio consolidato del gruppo pubblico locale quale strumento di programmazione e controllo, in Il controllo nelle società e negli enti, 2006, 256 s.). Solo con il d.lgs. n. 118 del 2011, recante disposizioni in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni, degli enti locali e dei loro organismi, si è previsto che tali enti territoriali adottino «…comuni schemi di bilancio consolidato con i propri enti ed organismi strumentali, aziende, società controllate e partecipate e altri organismi controllati….» (art. 11, comma 1). Tale innovazione che impone (e non facultizza più) l’adozione di un bilancio preventivo (e non solo un conto consuntivo) di tipo consolidato, è stata progressiva nel corso del tempo, mediante la previsione, ai sensi dell’art. 36, d.lgs. cit., di un periodo di sperimentazione biennale (2012-2013), coinvolgente talune amministrazioni pubbliche territoriali prescelte in ragione della loro collocazione geografica e densità demografica, per poi entrare a regime dall’anno finanziario 2014. In tema cfr già F. Fimmanò, L’ordinamento delle società pubbliche tra natura del soggetto e natura dell’attività, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, (a cura di F. Fimmanò), Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 12 s. [7] Alle Sezioni regionali di controllo della Corte compete – come confermato anche dal d.lgs. n. 175/2016, di riordino della disciplina in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche – di monitorare il percorso di razionalizzazione delle partecipazioni e di vigilare sull’effettivo completamento delle procedure di dismissione e/o liquidazione. Le Sezioni, in attuazione della legge di stabilità 2015, hanno già verificato i piani di razionalizzazione, che sono stati presentati da un elevato numero di enti (quasi l’80%). [8] Cfr. Sezione delle Autonomie: Referto su “Gli organismi partecipati degli enti territoriali” Delibera n. 27/SEZAUT/2016/FRG e documenti allegati. [9] Nei 3.076 organismi con fatturato non superiore a 5 milioni operano in media 8,7 dipendenti, a fronte di una media di 56 dipendenti nel complesso di quelli osservati. In 1.279 organismi, di cui 776 società, si registra un numero di dipendenti inferiore a quello degli amministratori. [10] La società mista a prevalente capitale pubblico locale venne prevista per la prima volta dall’art. 22, lettera e) della legge 142 del 1990, (testo poi modificato dall’art. 17, comma 58, legge 15 maggio 1997, n. 127, Bassanini-bis) e la legge non vietava peraltro che la società fosse interamente in mano pubblica. [11] La società mista con partecipazione maggioritaria dei soci privati ha trovato riconoscimento testuale con l’art. 12 della legge n. 498 del 1992, attuata con la normativa regolamentare dettata dal D.p.r. n. 533 del 16 settembre 1996 (al riguardo G.F. Campobasso, La costituzione delle società miste per la gestione dei servizi pubblici locali: profili societari, in Riv. soc., 1998, 390 s., che esamina in particolare gli aspetti della compagine, della scelta dei soci e dello scopo di lucro). [12] Norme contenute nella c.d. legge Bassanini bis (n. 127 del 15 maggio 1997), che all’art. 17, commi 51-58, consentiva agli Enti locali di procedere alla trasformazione delle aziende speciali, deputate alla gestione dei servizi pubblici, in società per azioni o a responsabilità limitata con capitale misto, pubblico e privato, anche a partecipazione minoritaria. [13] D. lgs. n. 267 del 2000. [14] Articolo 35 della legge n. 448 del 2001. [15] Si tratta in particolare dell’art. 14 del d.l. n. 269 del 30 settembre 2003 «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici», convertito con modificazioni nella l. n. 326 del 2003 (conseguente alle osservazioni della Commissione Europea sul sistema delineatosi con l’entrata in vigore dell’art. 35). [16] Nel luglio del 2004, la Corte Costituzionale accolse in parte il ricorso avanzato dalla regione Toscana e dichiarò illegittimo l’art. 14, comma 1, lett. e), e comma 2, del D.l. 30 settembre 2003, n. 269, conv. nella L. 24 novembre 2003, n. 326, (Corte Cost., 27 luglio 2004, n.272, cfr. al riguardo G. Marchi, I servizi pubblici locali tra potestà legislativa statale e regionale, in Giorn. Dir. Amm., 1, 2005). [17] Cass., Sez. Un., 25 novembre 2013, n. 26283 – Pres. Rovelli – est. Rordorf, in Società, 2014, 55 s. con nota di F. Fimmanò, La giurisdizione sulle “società in house providing”, e in Fallimento, 2014, 33 s., con nota di L. Salvato, Riparto della giurisdizione sulle azioni di responsabilità nei confronti degli organi sociali delle società in house; e poi in scia: Cassazione, Sez. Un., 16 dicembre 2013 n. 27993;  Cass., Sez. Un., 26 marzo 2014, n. 7177 – Pres. Rovelli – est. Macioce; Cass., Sez. Un., 24 ottobre 2014, n. 22609- Pres. Rovelli – est. D’Ascola. Nello stesso senso ma con approdo opposto Cass., Sez. Un., 10 marzo 2014, n. 5491 – Pres. Rovelli – est. Nobili, in Società, 2014, 953 s. con nota di F. Cerioni; Cass. Sez. Un. n. 26936 del 2 dicembre 2013, che non riconoscono la giurisdizione contabile per l’inesistenza dei tre requisiti individuati: la necessaria appartenenza pubblica del capitale della società (con la previsione statutaria del divieto di cedere a soggetti privati quote della stessa), l’inesistenza di margini di libera agibilità sul mercato (neppure attraverso partecipate e la sottoposizione a controllo analogo (che non può ridursi al potere di nomina degli organi sociali). [18] In buona sostanza la Cassazione ha riprodotto l’orientamento del Consiglio di Stato (Cons. Stato, Adunanza Plenaria, 3 marzo 2008 n. 1, su rimessione di Cons. Stato, Sez. V, 23 ottobre 2007 n. 5587 ; nello stesso senso Cons. Stato, sez. VI, 16 marzo 2009, n. 1555 e prima TAR Valle d’Aosta, 13 dicembre 2007 n. 163; TAR Sicilia, 5 novembre 2007 n. 2511; TAR Piemonte, 4 giugno 2007 n. 2539; TAR Calabria, Catanzaro, 15 febbraio 2007 n. 76 e dopo TAR Campania, Napoli, Sez. I, 28 luglio 2008 n. 9468). Il Consiglio di stato ha sostenuto in particolare che il modello di società mista elaborato, in sede consultiva, con il parere n. 456 delle 2007, rappresenta solo una delle possibili soluzioni delle problematiche connesse alla costituzione di tali società e all’affidamento del servizio alle stesse, anche se, in mancanza di indicazioni precise da parte della normativa e della giurisprudenza comunitaria, non può allo stato essere elaborata una soluzione univoca o un modello definitivo di società mista. In ogni caso, il modello di società costruito con il citato parere non è rinvenibile allorchè il socio non venga scelto mediante procedura a evidenza pubblica nella quale la gestione del servizio sia stata definita e precisata. [19] Al riguardo: G. Visentini, Partecipazioni pubbliche in società di diritto comune e di diritto speciale, Milano, 1979, 4 s.; M. Mazzarelli, La società per azioni con partecipazione comunale, Milano, 1987, 117; G. Marasà, Le «società» senza scopo di lucro, Milano, 1984, 353; P. Spada, La Monte Titoli S.p.a. tra legge ed autonomia statutaria, in Riv. dir. civ., 1987, II, 552. [20] Al riguardo R. Guarino, La causa pubblica nel contratto di società, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di F. Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 131 s. [21] Ci riferiamo agli enti pubblici con mera struttura organizzativa societaria (cfr. al riguardo C. Ibba, Le società «legali», Torino, 1992, 340; Id., La tipologia delle privatizzazioni, in Giur. comm., 2001, 483 s.; Id., Le società “legali” per la valorizzazione, gestione e alienazione dei beni pubblici e per il finanziamento di infrastrutture. Patrimonio dello Stato e infrastrutture s.p.a, in Riv. dir. civ., 2005, II. 447;  e in un’ottica estensiva: G. Napolitano, Soggetti privati «enti pubblici»,in Dir. amm., 2003, 81 s.) previsti, trasformati o costituiti appunto in forma societaria con legge (ad es. l’art. 7 del D. L. 15/4/2002 n. 63, convertito dalla L. 15/6/2002, n. 112, ha istituito la Patrimonio dello Stato S.p.a.; l’rt. 8 del D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito dalla L. 8/8/2002, n. 178, ha gemmato la Coni Servizi s.p.a.; il D. Lgs. 9/1/1999 n. 1, ha istituito Sviluppo Italia s.p.a. poi integrato con altre norme dirette a disciplinarne la governance dell’attuale “Invitalia s.p.a”; l’art. 3, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79, ha previsto la costituzione del Gestore della rete di trasmissione nazionale S.p.a.; l’art. 13, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 ha contemplato la nascita della Sogin s.p.a.; stessa cosa è accaduta per “Gestore del Mercato s.p.a.” ex art. 5, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 e l’Acquirente Unico s.p.a. ex art. 4, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79). In altri casi il legislatore ha trasformato o previsto la trasformazione di enti pubblici in società (così per l’Ente Nazionale per le Strade ex art. 7 D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito in L. 8/8/2002 n. 178; per l’Istituto per i servizi assicurativi del commercio estero Sace ex art. 6 D. L. 30/9/2003, n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326; per l’Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma ex D. Lgs. 17/8/1999 n. 304; per la Cassa Depositi e Prestiti ex art. 5 D.L. 30/9/2003 n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326). [22] È l’avvertimento metodologico già lucidamente espresso da F. Ferrara sr., La teoria della persona giuridica, in Riv. dir. comm., 1911, p. 638. [23] Già con riferimento alla normativa speciale a “toppe” per il diritto sportivo: U. Apice, La società sportiva: dentro o fuori al codice civile, in Dir. fall., 1986, 538 s.; F.Fimmanò, La crisi delle società di calcio professionistico a 10 anni dal caso Napoli, in Gazzetta Forense, 2014, 4, 8 s. [24] In particolare, con riguardo alle previsioni della legge delega riguardanti i principi e criteri direttivi per l’emanazione del TUSP, la Regione Veneto ricorreva sostenendo che le relative disposizioni avrebbero violato gli artt. 117, secondo, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost., “poiché la fissazione di tali principi e criteri eccederebbe dalle competenze statali in materia di «tutela della concorrenza» e di «coordinamento della finanza pubblica», invadendo sfere di competenza regionali. Inoltre, esse violerebbero il principio di leale collaborazione di cui agli artt. 5 e 120 Cost., poiché prescriverebbero, in combinato disposto con il comma 4 dell’art. 16, per l’attuazione della delega, una forma di raccordo con le Regioni – il parere in Conferenza unificata – da ritenersi insufficiente, tenuto conto delle molteplici interferenze con le attribuzioni regionali” (v. Corte Cost., 25.11.2016,  n. 251). Il tema delle società a partecipazione pubblica era già stato oggetto di pronunce da parte del c.d. Giudice delle Leggi. In alcuni casi, la Consulta ha ricondotto le disposizioni inerenti all’attività di società partecipate dalle Regioni e dagli enti locali alla materia dell’«ordinamento civile», di competenza legislativa esclusiva statale, in quanto volte a definire il regime giuridico di soggetti di diritto privato, nonché a quella della «tutela della concorrenza» in considerazione dello scopo di talune disposizioni di «evitare che soggetti dotati di privilegi operino in mercati concorrenziali» (Corte Cost., sent. n. 326 del 2008). In altri, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di disposizioni statali che, imponendo a tutte le amministrazioni, quindi anche a quelle regionali, di sciogliere o privatizzare le società pubbliche strumentali, sottraevano alle medesime la scelta in ordine alle modalità organizzative di svolgimento delle attività di produzione di beni o servizi strumentali alle proprie finalità istituzionali, violando la competenza legislativa regionale residuale in materia di organizzazione amministrativa regionale (Corte Cost., sent. n. 229 del 2013). [25] Infatti, la materia delle partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche coinvolge, da un lato, profili pubblicistici, che attengono alle modalità organizzative di espletamento delle funzioni amministrative e dei servizi, perciò riconducibili alla competenza residuale regionale, anche con riguardo alle partecipazioni degli enti locali che non abbiano come oggetto l’espletamento di funzioni fondamentali. Dall’altro lato, però, ogni intervento in materia coinvolge anche profili privatistici, inerenti alla forma delle società partecipate, che trova nel codice civile la sua radice, e aspetti connessi alla tutela della concorrenza, riconducibili alla competenza esclusiva del legislatore statale. La sede preposta alla necessaria integrazione dei suddetti punti di vista e delle diverse esigenze degli enti territoriali coinvolti, è la Conferenza unificata, di cui nel TUSP era richiesto il solo “parere”. [26] La Corte Costituzionale ha precisato che “nel caso di impugnazione di tali disposizioni, si dovrà accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione”. [27] Il supremo organo amministrativo non ha mancato di rilevare l’importanza di “portare a termine le previsioni della l. n. 124 a seguito della sentenza della Corte”, anche “per non far perdere slancio riformatore all’intero disegno: i decreti legislativi interessati dalla sentenza costituiscono, infatti, non soltanto misure di grande rilievo di per sé, ma anche elementi di una riforma complessiva, che risulterebbe meno incisiva se limitata ad alcuni settori” (v. parere Cons. Stato n. 83/2017, in www.giustizia-amministrativa.it). [28] Assai diversa era stata la prima versione del decreto legislativo, in cui si discorreva di “obbligo” per le società di optare per l’amministratore unico, obbligo poi mutato in una più rassicurante “normalità” durante i lavori di stesura del testo definitivo. [29] «I consigli di amministrazione delle società di cui al comma 1 devono essere composti da non più di tre membri. È comunque consentita la nomina di un amministratore unico» (art. 4, comma 4, d.l. 95/2012). «Fermo restando quanto diversamente previsto da specifiche disposizioni di legge e fatta salva la facoltà di nomina di un amministratore unico, i consigli di amministrazione delle altre società a totale partecipazione pubblica, diretta o indiretta, devono essere composti da tre o da cinque membri, tenendo conto della rilevanza e della complessità delle attività svolte» (art. 4, comma 5, d.l. 95/2012, come modificato con l’art. 16, comma 1, lett. b), d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla l. 11 agosto 2014, n. 114). D’altronde, già con la legge finanziaria 2007 si era previsto, oltre al generico richiamo a un emanando «atto di indirizzo volto, ove necessario, al contenimento del numero dei componenti dei consigli di amministrazione delle società non quotate partecipate dal Ministero dell’economia e delle finanze e rispettive società controllate e collegate, al fine di rendere la composizione dei predetti consigli coerente con l’oggetto sociale delle società» (art. 1, comma 465, l. 27 dicembre 2006, n. 296), che «il numero complessivo di componenti del consiglio di amministrazione delle società partecipate totalmente anche in via indiretta da enti locali, non può essere superiore a tre, ovvero a cinque per le società con capitale, interamente versato, pari o superiore all’importo che sarà determinato con decreto», e che nelle società miste il numero massimo di componenti del consiglio di amministrazione designati dai soci pubblici locali comprendendo nel numero anche quelli eventualmente designati dalle regioni non può essere superiore a cinque (art. 1, comma 729, l. 296/2006). [30] A tal riguardo, viene altresì precisato (art. 14, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo) che il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro delegato per la semplificazione e la pubblica amministrazione e con il Ministro dell’economia e delle finanze, volto a disciplinare le modalità di trasmissione dell’elenco del personale eccedente, debba essere adottato previa intesa in Conferenza unificata ai sensi dell’art. 9 d.lgs. 28.8.1997, n. 281.   - >>>>>

Progetto “Facciamo Scuola”. Dai risparmi 5 Stelle, arrivano 140mila euro per gli istituti

Centoquaranta mila euro destinati a quattordici progetti scolastici. E’ questo il risultato del progetto “Facciamo Scuola” finanziato dal Movimento 5 Stelle con i risparmi derivati dal taglio alle indennità. Precisamente parliamo della scorsa legislatura regionale e dei risparmi effettuati dai consiglieri Antonio Federico e Patrizia Manzo. Le risorse messe a disposizione andranno a sostenere progetti legati a nuove tecnologie, multimedalità, lingua inglese, biblioteche innovative, accessibilità, sicurezza, musica ed altro ancora. A scegliere i progetti sono stati gli iscritti alla piattaforma Rosseau che nei giorni scorsi hanno votato. “Vista la disponibilità dei tagli dei nostri dispendi e dell’ottima risposta da parte degli istituti scolastici – ha dichiarato la portavoce Patrizia Manzo – a testimonianza della loro necessità di fondi per attuare progetti innovativi didattici, io ed Antonio Federico abbiamo ampliato il fondo da 100 mila a 140 mila euro. La scuola e la didattica rivestono un ruolo fondamentale nella società, i ragazzi hanno bisogno di attenzione e spazi adeguati con strumentazioni idonee a sviluppare la loro voglia di imparare, la loro voglia di progettare. Sono pochi fondi ma sono fiera di quanto abbiamo fatto e della possibilità che daremo a 14 istituti di realizzare, nonostante le tante difficoltà in cui versano, piccoli progetti per i ragazzi che si preparano ad essere gli adulti del futuro.” “Le scuole vivono in una stato d’emergenza economica cronica – ha spiegato Patrizia Manzo. – A questa povertà materiale rispondono con la ricchezza delle idee proproste e delle attività promosse. Fucine della futura società, avvertono l’esigenza di abbandonare lo stereotipo classico e di ripensarsi più ‘aperte’: una nuova didattica che utilizza le tecnologie digitali per interagire con la disabilità, o la pluriculturalità anche attraverso attività laboratoriali e sociali extra scolastiche.” Siamo orgogliosi di questa iniziativa, fanno sapere i 5 stelle: il taglio delle indennità legato al miglioramento dei servizi scolastici regionali ci sembra la ricetta giusta per mantenere le promesse prese con i cittadini e garantire istruzione di qualità alle giovani generazioni.   - >>>>>

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