Sanità, Toma: neurologia e stroke unit al Cardarelli. Anche in assenza del commissario ad acta

di ANNA MARIA DI MATTEO La Regione ha colmato un vuoto nella cura delle malattie tempo dipendenti: l’apertura, prevista tra quattro, cinque mesi, di una stroke unit e di Neurologia al Cardarelli di Campobasso. Il reparto, affidato al primario Nicola Iorio, avrà posti sei posti letto per la stroke, altrettanti per neurologia e due per il day hospital. L’annuncio del presidente della Regione Donato Toma nel corso della conferenza stampa convocata a palazzo Vitale. L’intera operazione vede l’intesa tra la Regione e l’Asrem che ha già provveduto all’acquisto delle attrezzature. La Regione, invece, finanzierà gli interventi di messa in sicurezza dei locali, posti al quinto piano del Cardarelli. Interventi che ammontano ad un milione 206mila euro. La somma, ha precisato Toma, è stata reperita dl Patto per il Molise, dunque le risorse destinate alla sanità, per altro vincolate per effetto del piano di rientro, non saranno toccate. Toma ha annunciato altri importanti novità: la riapertura, a breve, del reparto di nefrologia all’ospedale di Agnone e, in futuro la realizzazione dell’ospedale unico Venafro-Isernia, finanziata dall’Inail. “Io non abdico alla funzione costituzionalmente riconosciuta dalla Regioni in materia di sanità”, ha dichiarato il governatore che attende la nomina del commissario. Non solo sanità: la Giunta regionale ha adottato una delibera da 20 milioni di euro che finanzia l’albergo diffuso e la microricettivià. L’obiettivo,  ha concluso Toma, è creare lavoro e sviluppo.   - >>>>>

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Machiavelli o De Coubertin? Roccavivara ha scelto, da tanto tempo

Il Comune di Roccavivara è stato dichiarato beneficiario per un finanziamento regionale dedicato al rifacimento del campo sportivo mediante posa di erba sintetica e delle opere impiantistiche connesse. L’importo complessivo per la realizzazione è di 491.224,53 euro, di cui oltre 390.000 euro a carico della Regione Molise, con cofinanziamento comunale pari quindi a 98.244,91 euro. Il comune di Roccavivara pertanto nel marzo 2018 ha emanato un avviso pubblico con cui cercava sponsorizzazioni private per coprire la somma necessaria. Negli ultimi mesi l’iter che dovrebbe portare alla realizzazione del progetto ha fatto dei passi avanti. L’analisi dei documenti tuttavia ci fornisce un quadro “machiavelliano”, dove ancora una volta il fine giustifica i mezzi, anche se questi abbiano palesi problematiche di tipo morale e politico. Il Fine di cui parliamo è ovviamente il rifacimento del campo sportivo con il manto in erba sintetica. A seconda della posizione che si ricopre, dell’età che si ha, della passione per il calcio di ognuno, la risposta sarà forse non univoca rispetto alla seguente domanda: questo progetto politico è una priorità per la nostra piccola comunità? Può giustificare una spesa di quasi 500 mila euro? Non sono bastati i 240 mila euro già spesi nell’ultimo decennio per lo stesso impianto? Gli esempi dei campi in erba sintetica realizzati in giro per il Molise, di cui molti vicino a noi, ci dicono che non basta fornire uno scenario da serie A alla squadra del proprio paese per contrastare spopolamento, chiusura delle scuole, servizi sempre più carenti. Ma chi sta amministrando in questo momento a Roccavivara è così superficiale che non si è posto certe domande? No, anzi. Semplicemente è coerente, con gli ultimi 20 anni di scelte politiche fatte: molti e molti accessi a finanziamenti, venduti come opere irrinunciabili ad una popolazione mai coinvolta nelle scelte; più e più progetti, con affidamenti diretti o comunque pilotati; diverse opere giunte a realizzazione, che nulla o poco hanno creato, se non una bella cerchia di imprese di fiducia. E nel solco di questo modus operandi, ecco che si inserisce anche questa vicenda. Detto qualcosa sul Fine, veniamo ai Mezzi. Concentrandoci in particolare sul discorso “sponsorizzazioni”. Nell’avviso citato in precedenza, si poneva un termine a tali manifestazioni di partecipazione, datato 30 aprile, per poi essere prorogato al 15 giugno, al 15 luglio, senza ulteriore proroga, ma con offerte che sono continuate ad arrivare soprattutto dopo il termine del 15 luglio. Forse si dà per certo che la scadenza sia infinita, come fatto intendere dal sindaco in occasione dell’ultimo consiglio comunale. Tutto questo tempo probabilmente è servito e servirà a convincere ancora qualche “amico”. Il gruppo consiliare di Roccavivara Oltre, dopo aver acquisito dagli uffici comunali la lista di coloro che hanno dichiarato il loro contributo (in cui ci sono privati cittadini, che non rientrano nelle seguenti considerazioni), ha intrapreso un’attività di ricerca che ha permesso di evidenziare, relativamente alle ditte o alle imprese coinvolte, un legame, presente o passato, con gli uffici tecnici non solo del comune di Roccavivara ma anche dei comuni limitrofi ed in particolare con Castelmauro e Civitacampomarano. Un triangolo intercomunale dove in due comuni si è responsabili dell’ufficio tecnico e nell’altro sindaco, vi sembra un “potere condizionante” da poco? E non va sottovalutato il potere degli uffici tecnici, che gli è permesso di procedere con affidamenti diretti in molte circostanze. Legame ovviamente fatto di incarichi, affidamenti diretti, procedure in qualche modo “indirizzate”. Legame emerso chiaramente, fatto di opere anche milionarie (vedi strade intercomunali), di “svendite” di strutture (vedi ostello della Gioventù a Canneto), acquisto di materiali, progettazioni a tecnici e professionisti non locali ed in qualche modo legati alle ditte che rientrano nelle cosiddette “imprese amiche”. Nulla di nuovo sotto il cielo, sia chiaro, è il solito e diffuso metodo con cui purtroppo il sistema italiano, soprattutto quello degli appalti e dei lavori pubblici, si autoalimenta, non oltrepassando “mai” il limite verso l’illegalità, ma sconfinando tranquillamente nell’immoralità, trincerandosi con sicurezza dietro la magnificenza dell’opera che si andrà a realizzare. Quindicimila, Novemila, Settemila, Seimila euro, ecc….. Perchè queste ditte avrebbero dovuto “donare” somme così importanti per la realizzazione di un’opera per la quale non avrebbero alcun interesse diretto? Nell’avviso pubblico con cui il comune lanciava la richiesta di sponsorizzazioni, al punto 7 “Requisiti dello Sponsor”, tra gli altri vi sono i seguenti: L’attività degli sponsor deve essere non in contrasto con l’interesse pubblico Assenza di conflitto di interesse tra attività pubblica e quella degli sponsor Capire quale sia il vero interesse pubblico in chi opera determinate scelte politiche è forse difficile da comprendere, viste le dimostrazioni del passato per cui la cosa pubblica è servita solo ad alcuni, a spese della collettività. Per cui, uno sponsor che avalla tali politiche, non fa altro che esserne complice e pertanto in contrasto con il Vero Interesse Collettivo. Secondo punto, forse quello più indicativo: nel momento in cui una ditta che regolarmente percepisce incarichi da un’amministrazione, andare a sovvenzionare un’opera pubblica di cui non si conoscono ancora progettisti e realizzatori, non rischia di rientrare nel campo del conflitto di interessi? Lo scopriremo probabilmente al momento dei prossimi affidamenti diretti che i comuni determineranno. L’ultimo aggiornamento sulla “raccolta fondi” dice che all’appello mancherebbero circa 20 mila euro. Il rischio concreto è dunque che il comune (cioè tutti i cittadini) dovrà integrare la somma mancante. Sarà interessante scoprire se sarà così ed eventualmente quali capitoli di bilancio saranno interessati. Cadrebbe comunque la teoria propagandata in paese circa la capacità degli amministratori di realizzare un’opera di tale importanza ma a costo zero per le casse comunali. E si solleverebbe immediatamente un interrogativo politico non da poco, che si riallaccia al discorso delle scelte e delle priorità: questi soldi, così come altri spesi in modo discutibile, non potrebbero essere indirizzati per bonus alle famiglie che decidono di restare, o per un servizio di trasporto destinato ai bimbi che vanno a scuola a Trivento? Questione di scelte politiche, che probabilmente l’attuale amministrazione continua a banalizzare, come ha fatto negli ultimi 20 anni. Ma sono scelte di cui risponderà, soprattutto alle giovani coppie che (anche recentemente) hanno lasciato Roccavivara. L’ultimo atto, che si dimostra in continuità con tutto il resto, è la recente determinazione dell’Ufficio Tecnico con l’affidamento degli incarichi professionali. Affidamenti a professionisti noti, o comunque vicini anche a figure di spicco della politica regionale, come a dire: noi in Regione Molise non diamo finanziamenti tanto per, cerchiamo tornaconti. E sanno benissimo che al nostro comune la strada è spianata. Altri nomi invece, anche se mascherati ancora una volta malissimo, sono legati al solito interesse locale che non può mai mancare e che solo chi ha occhi per non vedere non vede. Un comune dove non si lavora secondo la lealtà sportiva professata da De Coubertin, ma dove rispetto a certi fini non c’è etica che tenga. Dove della teoria di Machiavelli si tiene conto solo di una parte, dimenticando che lo stesso Machiavelli scrisse: “Chi viene eletto principe col favore popolare, deve conservare il popolo come Amico”. Il popolo tutto, possibilmente. Il gruppo “Roccavivara OLTRE”   - >>>>>

Molise, tragico isolamento

di ANGELO PERSICHILLI Problemi ve ne sono in ogni Paese del mondo e in ogni regione italiana. Ognuno li gestisce a modo proprio. In Molise vi sono tre tipi di gestione. Il primo, quello più diffuso, consiste in una domanda: ma che problema c’è? Anche il secondo tipo di gestione ha molti proseliti che parlano, parlano, pontificano e, forse, vedono anche il problema, ma è sempre colpa degli altri. Chi siano gli altri non si sa, ma quando, con un po’ di buona volontà, si fa qualche nome, entra in gioco il terzo tipo di gestione: “Non ci provare perché tanto non succede niente”. I più informati aggiungono: “Quello è un intoccabile colluso”. A quel punto desisti e torni a degustare i prodotti locali che sono ottimi. E, se tra una mozzarella di bufala e un piatto di fettuccine al tartufo, azzardi un’altra domanda ti sparano il colpo di grazia: Tu non puoi capire perché non vivi nel Molise. Perché anche essere nato e vissuto per metà della vita in Molise è una mera tecnicalità, un jus soli in prescrizione. Nel frattempo puoi parlare delle guerre Puniche di oltre 2000 anni fa, dell’acqua su Marte a 60 milioni di chilometri di distanza, puoi parlare di Trump e le due Coree, dell’Europa che cade a pezzi e risolvere anche i problemi della nazionale di Mancini, ma del Molise può parlare solo chi vive a Campobasso o a S. Polo Matese. Preso atto di questa peculiarità, mi limito quindi a parlare solo di alcuni fatti che, diciamo, non riguardano il Molise, ma le traversie automobilistiche di uno che vuole andare da Termoli a Bojano, da Foggia a Campobasso oppure da Campobasso a Roma. Cominciamo da Firenze. Dopo una breve permanenza in Toscana, decido di trascorrere uno scampolo d’estate nel Salento. Attraversato gli Appennini, scendo al Sud sull’autostrada Adriatica. Passando per Termoli avrei voluto fare una capatina nel mio paese per visitare un parente, ma mi sconsigliano tutti: il viadotto del Liscione è chiuso. Tiro dritto: dopo Umbria, Marche e Abruzzo, passo per la terra di nessuno e arrivo in Puglia. Dopo qualche giorno tra Gallipoli, Alberobello e Castellana, è il momento di tornare in Molise. Sulla A-14 mi fermo in un distributore prima di Foggia chiedendo consigli sulla strada da seguire per Campobasso. Il mio navigatore suggerisce la SS17 per Foggia. Il benzinaio la sconsiglia vigorosamente. “È più corta ma è un’avventura, specialmente di sera. Meglio Termoli e la Bifernina”. “Non sia mai”, dice il collega. “Il viadotto del Liscione è chiuso o si può viaggiare solo a 50 km l’ora”. Seguo, purtroppo, il consiglio del navigatore. Strade statali, provinciali, cittadine e, a causa di un mio errore, anche una interpoderale. Si fa tardi, comincia a piovere. La stanchezza aumenta e, invece di andare più piano, purtroppo si accelera. Prendo una buca ammazza-ammortizzatori. La macchina tiene, gli occhi no. Arrivo a Campobasso a notte fonda. Mi dicono di essere stato fortunato: “Mai fare quella strada di notte. Se ti si ferma la macchina sei perduto”. Un altro aggiunge che “proprio nella zona dove hai preso la buca, ci sono stati due omicidi”. Dopo due giorni di riposo a Campobasso si decide di trascorrere un paio di giorni alle Tremiti. L’agenzia consiglia di usare l’aliscafo, “molto più veloce”, e non la motonave che impiega un’ora e mezza. Vada per l’aliscafo. Intanto si deve andare a Termoli e torna il problema Liscione. “Non ti preoccupare – mi dicono – se non superi i 50 chilometri orari è sicuro”. Ovviamente sono uno dei pochi a non superare tale limite, ma è dura. Quelli dietro mi tempestano con i fari abbaglianti invitandomi a correre facendomi sentire un imbranato. Appena superato cominciano a correre oltre 80-100 chilometri l’ora ma, penso, se cade il ponte sono cavoli loro…o forse no. Chi invece non ha problemi di velocità è l’aliscafo Tremiti Jet, oddio, Jet si fa per dire. Parte lentamente ma poi, penso, aumenterà di velocità. Invece no: 35 Km/h lungo tutto il tragitto, come dire, velocità di crociera tipo processione di San Basso. Risultato, stesso tempo della motonave. L’unica spiegazione logica mi giunge dall’autista della navetta che dal molo ci ha porta su in albergo: “Fanno piano in quanto nella bassa stagione, con meno viaggiatori, ammortizzano i costi risparmiando benzina”. Meno male, non erano motivi di sicurezza come il rallentamento sul Liscione. Per il ritorno rileggere l’ultimo paragrafo partendo dalla fine. Finito di deambulare, la permanenza a Campobasso è stata, sinceramente, molto piacevole. Ottima compagnia, cibi eccezionali, visite ad alcuni centri che sono veri e propri gioielli come Agnone e Pescopennataro, artigianato locale di prima qualità, agriturismo da sogno. Ma questo è meglio non farlo sapere in giro; si potrebbe sviluppare il turismo. Quindi giunge il momento di ripartire per Roma. Il collegamento stradale tra un capoluogo di regione e la capitale d’Italia è un percorso di guerra. Rallentamenti causati dagli autotreni, lavori in corso dove si transita a corsia unica e anche traffico alternato, come si trattasse di una qualsiasi Via Palombo chiusa per riparazione tombini. Quindi l’incubo finale: Venafro. Mi ha detto un amministratore che la costruzione di una tangenziale ammazzerebbe l’economia di una città. Economia?! Per vendere una mozzarella o un cappuccino in più si strozza l’economia di una regione?! Da Campobasso a Venafro la rete stradale è una provocazione ma, con l’ultima svolta a destra per imboccare l’autostrada per Roma, per dirla con Dante, si lascia la ‘natural burella’ e si torna a ‘riveder le stelle’. Si fa il tratto San Vittore Fiumicino pensando se il Molise, un giorno potrà cambiare. Per rispondere a questa domanda bisogna farsene prima un’altra: ma è necessario cambiare? Se sì, come?   - >>>>>

Lettera aperta al nuovo Commissario: “La Sanità sociale non come spesa ma come risorsa”

di VINCENZO MUSACCHIO Le politiche sanitarie degli ultimi anni in Molise hanno perseguito la sostenibilità economica attraverso tagli che hanno indebolito soprattutto le strutture sanitarie pubbliche e danneggiato fortemente i cittadini e le persone che a tali strutture ricorrono. Ponendo il bilancio come priorità ci ritroviamo vittime del sistema perdendo, in quest’assurda priorità, il diritto alla salute. Calamandrei diceva che il diritto alla salute è “il diritto dei diritti” senza il quale nessun diritto può essere esercitato. E’ proprio così siamo di fronte ad un diritto supremo. La sanità nella nostra regione non può essere sempre oggetto di strumentalizzazione politica o terreno di lottizzazione. Si deve tornare a mettere al centro di questo settore il diritto alla salute. I più colpiti dai tagli sono anziani, bambini e disabili, cui viene, di fatto, negato il diritto alla salute con un sistema fatto da liste d’attesa che si possono scavalcare solo pagando le visite in intramoenia o con la sanità privata. Questo è moralmente e giuridicamente inammissibile. Ritengo che occorra intervenire sulla rete di medicina territoriale e sull’integrazione socio-sanitaria. Occorre un sistema di pronto intervento d’urgenza che tenga conto della devastata viabilità molisana (elicotteri attrezzati). Con la salute non si scherza. I tagli che si prevedono nella nostra regione sono certo che pur portando risparmi rischiano di provocare maggiori costi e maggiori iniquità. Se il nuovo commissario ad acta per la sanità decidesse di andare avanti con i cd. tagli lineari, potrebbe causare una pesantissima riduzione delle possibilità della nostra Regione di erogare servizi essenziali (salvavita). Si potrà rischiare di intaccare i servizi destinati ai più deboli, compresi poveri e disabili. Non dimentichiamoci mai che i nostri i padri costituenti pensarono al Sistema Sanitario Nazionale, come un qualcosa di pubblico, gratuito e liberamente accessibile a chiunque ne avesse bisogno. Insomma, essi cercarono di plasmare un Paese all’interno del quale la sanità fosse un diritto sociale garantito e tutelato quanto più possibile. È chiaro come il nostro Molise, da sempre legato a una tradizione sanitaria encomiabile (es. oculistica a Larino), abbia assolutamente bisogno di impostare un piano d’investimenti a lungo raggio nel quale si ristabilisca la centralità del pubblico e gratuito. I dati sono preoccupanti, ma si è ancora in tempo per invertire la tendenza, ricordando un famoso slogan: “quando tutto sarà privato, anche noi saremo privati di tutto”. Occorre ritornare a un’idea di solidarietà e collettività, di un “noi” che propenda e pretenda valori e diritti che scaturiscano dal riconoscimento dell’individuo e dei suoi bisogni. Su questo si basa la sanità pubblica, la tutela dei più deboli e il diritto alla cura uguale per tutti.   - >>>>>

Carresi. Alcune considerazioni sui testi delle Laudate di San Martino e di Larino

di GIUSEPPE ZIO I canti della Carrese sono definiti, nel libro “Due laudate meridionali”( a cura del Comitato delle fonti storiche del Molise, pref. di A. M. Cirese) Ed. Rufus, 1984, “una forma di canto monodico, di tradizione orale, viene deifinita anche con il termine di Carrera, meno frequente è la definizione di Laudata…si canta nel corso di particolari festeggiamenti religiosi”. Molte volte chi ha analizzato i due canti, le due carresi di Larino e San Martino in Pensilis, ha concluso che queste due secolari laudate siano molto simili e sovrapponibili. Se facciamo il discorso inverso però e cerchiamo di leggerne e analizzarne le differenze possiamo arrivare a capire quali influenze ci siano alla base di esse e, quindi, in qualche modo arrivare a capire quale delle due è più antica e quale delle due si è ispirata all’altra. E la prima cosa che colpisce è che, mentre la Laudata di Larino, che si canta nei giorni 25, 26 e 27 maggio durante la festa di San Pardo, ha un linguaggio più poetico e complesso, quella di San Martino in Pensilis, che viene cantata in occasione del Sabato di Pasqua e la sera del 29 aprile, precedente la Corsa dei Carri, ha un linguaggio più arcaico e semplice che, insieme agli elementi che andrò a sottolineare, la fanno supporre più antica. Nel libro già citato “Due laudate meridionali” si afferma: “Alcuni dei versi della Carrese di Larino, composta da versi e distici di lunghezza variabile (nove o dieci sillabe)..rinviano ad argomenti di derivazione assai problematica, è possibile rilevare riferimenti a concetti teologici che determinano qualche perplessità nella prospettiva della collocazione di tali versi in un livello propriamente contadino. E’ verosimile perciò che si siano verificate numerose sovrapposizioni di temi e motivi di origine colta.” Anche il canto della Carrese di San Martino in P. è stata sicuramente ritoccata, in ultimo dalla penna del medico poeta Domenico Sassi, autore della “A Storie De Sande Lè” (1928 e Ed. Enne del 1985), ma è evidente che sia stata lasciata la struttura primaria quasi intatta, riscrivendo in modo meno arcaico alcune parole. Il numero di versetti della laudata sanmartinese, che sono diciassette, ha un alto valore simbolico. In uno dei suoi saggi sul Crocifisso della Chiesa di San Giorgio Martire, di Petrella Tifernina, Don Nicola Mattia afferma:”Come Lc 5, 10, Giovanni da un valore simbolico alla pesca miracolosa post pasquale di 153 pesci. I pesci rappresentano i futuri discepoli di Gesù. 153 è una cifra triangolare (genere di computo ben conosciuto nell’antichità) la cui base è 17, ossia 10 più 7, che significano la moltitudine e la totalità. La rete che non si rompe simboleggia la Chiesa di cui Pietro sarà il pastore”. Il numero 17, quindi, può essere un riferimento all’intera comunità chiamata alla “pesca miracolosa”. Nella seconda strofa, verso n.6, (tenendo presente la ripartizione che si fa nel libro “Due laudate Meridionali” a cura del Comitato delle fonti storiche del Molise, Ed. Rufus 1984), della cantata di Larino si recita:” Io vuglio cantà tutto stu Maio/ma che vuoglie fa la Croce, mo che canto, in nomine Patre, figlie e Spirito Santo”. In quella di San Martino in Pensilis invece, subito, nella prima strofa, viene detto:” Me vuoglie fa la Croce, Patr’e figlie/Perciò che la mia mente nen ze sbaglie!” Balza subito agli occhi che in quest’ultima di San Martino non c’è lo Spirito Santo ed è su ciò che bisogna soffermarsi insieme ad altri elementi ed uno di questi è ciò che afferma il Vescovo Tria riguardo alla Chiesa di Santa Maria in Pensule che la descrive a due navate. Anche lì siamo alla presenza di parti della Chiesa che, attorno al secolo XI, i movimenti che si rifanno al Vescovo Ario e a Macedonio, che negano di fatto la presenza dello Spirito Santo e che potrebbero essere stati presenti nelle nostre terre provenendo dall’Oriente e dall’altra sponda dell’Adriatico: Essi si collocano in un contesto storico dove la Chiesa ancora non è un tutt’uno e deve subire in tutta Europa le pressioni di movimenti, anche pauperistici che vorrebbero un ritorno ad una Chiesa povera delle origini. Essi sono presenti a macchia di leopardo soprattutto nel meridione e anche nel Molise, dove ci sono varie chiese a due navate. Si tenga presente che a Benevento la Chiesa faceva convivere ben quattro riti contemporaneamente: il Beneventano, il Latino, il Grecanico e, infine una presenza liturgica Ortodossa. Solo nel XII queste istanze troveranno una via di sfogo nel francescanesimo. A tal proposito richiamo il mio romanzo storico “Tre Giorni” (Edizioni Lillit Book, 2018) dove sviluppo e fanno da cornice e da contesto storico proprio questi elementi. Ritornando alle nostre Laudate, la strofa successiva, verso 10, di quella Larinese è “Laudammo ‘u santissimo Sacramento” Riferimento che torna in seguito nel verso 15, “Quanne vede n’trone ‘u Sagramende” e qui siamo ad un altro riferimento, insieme ad altri, come vedremo inseguito, al culto eucaristico secondo le direttive del Concilio di Trento (1545-1563) e quello che troviamo ai versi sulla Madonna. Essi sono un richiamo al Santissimo sacramento che non troviamo assolutamente nel canto Sanmartinese. E ciò ci fa fortemente sospettare che quest’ultima è sicuramente precedente a San Tommaso d’Aquino (1226- 1274), poiché proprio il Santo domenicano da un forte impulso al culto del Santissimo Sacramento, come è vissuto oggi. Nel “Pange lingua” (inno per i primi e secondi vespri, sequenza della messa del Corpus Domini) è scritto “tantum ergo Sacramentum/veneremur cernui/et antiquum documentum/ novo cedat ritui; Praestet fides supplementum/sensum defectui. Genitori genitoque/laus e Iubilatio/ salus, onor virtus quoque/sit et benedicitio; Procedenti ab utroque/compar sit laudatio” (Trad.:Il Verbo fatto carne cambia con la sua parola/il pane vero nella sua carne/ e il vino nel suo sangue,/ e se i sensi vengono meno/ la fede basta per rassicurare un cuore sincero. Adoriamo dunque prostati/ un sì gran Sacramento, l’antica legge cede alla nuova/ e la fede supplisce al difetto dei nostri sensi). Come si vede in questo forte richiamo al Santissimo Sacramento si attesta ancora una volta che la cantica di Larino ne subisce appieno l’influenza, e quindi postcedente a quella sanmartinese, che è precedente e quindi più antica. Altra Considerazione è nelle strofe che riguardano la Madonna. Nella Carrese Larinese si recita:”Voglio laudà Gesù co suon’ e canti, /e la Madonna che a lui vicino stava/e Santo Giuanne che lo battezzava”. Mentre nella Carrese di San Martino in Pensilis leggiamo: “A llà ce staie ‘na conca marine/ Addò ce battezzaie nostro Segnore/ e la Madonne che lu teneve ‘nzine (in grembo)/e San Geuanne che lu battezzave”. L’immagine di una Madonna che non è al fianco di Gesù, come viene descritto nella laudata larinese, ma che ha in grembo, come in quella sanmartinese, è sicuramente che con quest’ultima immagine siamo di fronte ad una immagine più antica, mentre la raffigurazione “al fianco di Gesù” di quella Larinese è sicuramente più consona alle direttive imposte con il Concilio di Trento (1545-1563). L’immagine di Gesù al fianco di Maria sono anche una evoluzione del pensiero francescano, dovuto soprattutto alle riflessioni di San Bernardino da Siena (1388-1444), (in una delle orazioni di questo santo, “Il nome di Gesù è splendore”, è scritto: “Questo cantate al Signore, e alla Madonna al suo fianco, e benedite il suo nome; annunziate ogni giorno la sua salvezza!”). Questo riferimento bernardiniano è presente nel nostro Territorio anche riflesso nel nome di alcuni conventi dei frati minori francescani e uno di questi è proprio il Convento di Gesù e Maria, costruito dai fratelli Pietro e Martino De Rita nel 1495, sotto la protezione di Vincenzo De Capua, proprio nel territorio di San Martino in Pensilis. Invece l’immagine della Madonna che porta “la palma e l’insegna” (verso 23) può riconoscersi anche al Laudario di Cortona, un codice musicale con la presenza di una serie di Laudi concepite fra il 1270 e il 1297 e fra questa spicca la Divino Virgo Flore, (O Divino Virgo Flore, Aularita di ogni aulare. Di portare l’alta insegna dell’Altissimo Signore). E anche questi elementi riportano a più recenti richiami della cantica larinese rispetto alla Laudata Sanmartinese. Nella strofa 62 della Laudata Larinese si invoca la Madonna in tal modo: “Madre Potende, Vergine Maria, tu sol la puoi combattere la Turchia”. Questo è un riferimento chiaro ai secoli durante i quali l’impero ottomano faceva paura all’Europa. In particolare due episodi importanti come la conquista di Costantinopoli nel 1453, con la conquista dell’impero bizantino da parte del Sultano Maometto II, e il successivo assedio di Vienna del secolo successivo, nel 1529, fecero tremare il continente e la fede Cristiana per circa 150 anni. Questa minaccia fu reale nelle nostre zone poiché fu mandata in Adriatico una flotta al comando di Alì Pialà, per bloccare la strada ad un eventuale aiuto dei veneziani che, sul Corno d’oro, una parte di Bisanzio, avevano costruito la loro base di scambio di merci per tutto l’Oriente. Alì Pialà ogni tanto scendeva dalle sue navi e razziava porti della Costa e paesi dell’entroterra. Furono saccheggiate Lanciano, Ortona, Termoli e altri paesi. Solo gli abitanti di San Martino in Pensilis, nel 1453, riuscirono a respingere i musulmani. A Vienna, nel 1683, avvenne la sconfitta definitiva degli ottomani. Questo ci dimostra ancora una volta che, senza dubbio, la laudata larinese è databile fra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo. Una ultima e non meno importante considerazione: nella Laudata di Larino viene nominato san Leo, mentre in quella di San Martino in Pensilis viene fatto un apparente sgarbo al Patrono di quella città, e di tutta la Diocesi, non nominando San Pardo. Se fosse stata concepita dopo il Concilio di Trento questo sarebbe stato una grave e inaccettabile mancanza nell’ambito della Chiesa. D’altronde in tutti e due vengono nominati santi di altre (allora Diocesi), come quella di Termoli. Vengono laudati San Basso di Termoli e sant’Adamo, protettore di Guglionesi. Anche se quest’ultimo è spiegabile con il fatto che viene considerato, in alcuni testi storici, come fratello o compagno di fede di San Leo. Ma il fatto che, nel canto sanmartinese, non si tenga conto delle attualizzazioni del Concilio di Trento rimanda ad epoche antecedenti e più antichi contesti storici, rispetto agli atti cultuali della Diocesi di Larino. Altro importante elemento che ci indica la sua più antica matrice è, nella Carrese di San Martino in Pensilis, presente nei versi 23-28: “ E nuie Lu pregame tutte quante/Ddì ce ne scambe da tembeste e lampe/ Nui Lu pregame a ‘ndenecchiune/scambece da tembèste e terramute! Nel libro “San Leo nella storia e nel folklore”di Domenico e Giovanni Doganieri, in una nota è detto: “Il canto della Carrese è una forma di propiziazione, che ancora oggi si pratica nelle funzioni religiose: durante i mesi estivi, infatti, il sacerdote, portando tra le mani il busto di San Leo, si affaccia ai due ingressi della chiesa (Collegiata di San Pietro) e guardando verso il cielo, canta: “a fulgore et tempesta libera nos, Domine/Ut fructus terrae dare et conservare digneris/Te rogamus, audi nos”. Michele Mancini, nel suo “La primavera il carro e il bue”, Palladino editore, Campobasso 2002, fa notare che “Questi versi hanno una evidente parentela con le Rogazioni, che erano degli atti di culto penitenziali di propiziazione per l’agricoltura”, tutt’ora in uso nella Chiesa cattolica, avendo lo scopo di impetrare l’aiuto divino in occasioni di calamità naturali, come tempeste, siccità, inondazioni, o per scongiurarle…Chiaramente le Rogazioni rappresentano la cristianizzazione di alcuni riti pagani quali le Robigalia e soprattutto le Ambarvalia, durante il quale il pater familiae recitava preghiere per purificare le messi e allontanare da esse gli spiriti maligni.” Questa richiesta di protezione dalle calamità naturali non è presente nella Laudata di Larino. Da tutto questo si possono trarre alcune considerazioni: mentre le corse dei Carri erano ad appannaggio di uomini adulti e capaci di governare al meglio buoi e cavalli, i canti delle Carresi rappresentavano l’unicum di tutta la comunità, la preghiera complessiva di un popolo, anche se espressa da poche e ben scelte voci, e quindi il momento in cui la Carrese, come complesso di momenti che ingloba in un culto ad un Santo la stessa Corsa dei carri, insieme alla processione, era ad appannaggio di tutti. Il Canto della Carrese è un momento che aiuta a distinguere la Corsa dei carri, come atto di culto al santo, dalle corse più semplici che potevano essere fatte, come afferma il Tria nelle sue “Memorie istoriche sulla città e Diocesi di Larino”, del 1744, anche come momenti non religiosi quali il carnevale o compleanno e nascite del Signore feudale. E se molti elementi indicano una probabile maggiore antichità di quella di San Martino in Pensilis, si può dire che lo stesso complesso di questa tradizione sia più antica di quella di Larino. Per una più accurata delle due laudate si rimanda ad uno studio più approfondito a livello musicale, che spero possa arrivare da qualche musicologo esperto e capace. Giuseppe Zio N.b.: questo scritto, con le sue molte riflessioni storiche e teologiche, non avrebbe avuto ragion d’essere senza l’aiuto fondamentale e le indicazioni di Don Nicola Mattia, che ringrazio infinitamente! Bibliografia 1) Comitato per lo studio delle fonti storiche del Molise: “Due Laudate Meridionali”, Ed. Rufus, 1984; 2) Domenico Sassi: “ ‘A storie de Sande Lè”- Ed. Enne 1928 1 1985; 3) Mattia Nicola:”Saggio sul Crocifisso di San Giorgio Martire a Petrella Tifernina”, 2017; 4) Giuseppe Zio: “Tre Giorni”, Ed. Lillitbooks, 2018; 5) Tommaso D’aquino: “Pange Lingua” (inno per i primi e secondi vespri, sequenza della messa del Corpus Domini); 6) Laudario di Cortona: “Divino Virgo flore” (1270-1297); 7) Bernardino da Siena. “Discorsi”; sermone 49, Del nome de Iesu, Opera omnia. 8) Giorgio Ravegnani, Bisanzio e Venezia, il Mulino, Bologna 2006.; 9) Domenico e Giovanni Doganieri: “San Leo nella storia e nel folklore”, 1984; 10) Michele Mancini: “La primavera, il carro e il bue”, Palladino Editore, Campobasso 2002; 11) Giovanni Andrea Tria: “Memorie storiche, ci vili ed ecclesiastiche della Città e Diocesi di Larino”, Roma, 1744., ristampa a cura di Cosmo Iannone Editore   - >>>>>

A quattro anni dall’inizio del Piano Banda Ultralarga in Molise ancora nessun intervento

Banda Ultralarga e Piano Banda Ultralarga: due definizioni che ultimamente sentiamo spesso e sulle quali si deve fare chiarezza. Nel primo caso si parla genericamente di tutte quelle connessioni Internet con velocità superiori ai 30 Mbps, le quali sfruttano i cavi in fibra ottica per la trasmissione dei dati. Il Piano Banda Ultralarga, invece, è il progetto che mira a coprire l’85% del territorio nazionale con la 100 Mbps entro il 2020. Fra le altre cose, il Piano prevede anche la copertura al 100% con una connessione pari o superiore a 30 Mbps, obiettivo per cui si prevede saranno investiti circa 3,6 miliardi di euro. Un approfondimento sul Piano Banda Ultralarga Il Piano Banda Ultralarga è un progetto specifico gestito da Infratel, una divisione del MiSE (Ministero dello Sviluppo Economico) il cui obiettivo, anticipato poco sopra, è raggiungere una copertura nazionale di connessione veloce in linea con i dettami e le scadenze imposti dall’Unione Europea. I 3,6 miliardi di euro sono e saranno quindi utilizzati per creare le varie infrastrutture di rete nel Paese – ovvero per l’installazione fisica dei cavi in fibra ottica in tutto il territorio nazionale – e l’utilizzo di un massiccio investimento di risorse nelle cosiddette aree bianche (a fallimento di mercato), ovvero tutte quelle attualmente non ancora coperte da connessione internet. Banda Ultralarga: la situazione in Italia e in Molise Stando alle ultime rilevazioni ufficiali, gli interventi finora avviati e conclusi dal Piano Banda Ultralarga sono 3.077 sui circa 4.000 previsti per la prima fase. Al momento, sono presenti altri 359 interventi pianificati sul territorio nazionale, e 521 cantieri in fase di completamento. E mentre in Toscana, Campania e Veneto, le regioni con il maggior numero di interventi, si contano rispettivamente 263, 289 e 397 cantieri realizzati, la situazione in Molise, invece, risulta essere tutt’altro che buona. Per un totale previsto infatti di soli 8 interventi, attualmente non ne è ancora stato realizzato nessuno, portando la nostra regione in coda alla classifica italiana. Come connettersi a Internet in Molise Attualmente con la mancanza della banda ultralarga è necessario fare affidamento a connessioni di tipo più lento come le ADSL classiche, ovvero quelle connessioni che prevedono la trasmissione dei dati tramite i canonici cavi di rame e il doppino telefonico. La differenza rispetto alla fibra è la minore velocità di navigazione, anche se si possono comunque raggiungere dei buoni livelli. In ogni caso, anche qualora si abitasse in una zona non coperta dalla classica ADSL, è comunque possibile navigare in rete anche grazie alla connessione Internet senza linea fissa come quella offerta da Linkem, grazie allo sfruttamento della tecnologia LTE che fornisce l’opportunità di avere una connessione di buon livello anche dove i tradizionali sistemi cablati finora non arrivano. Fortunatamente, essendo alle porte l’inizio della cosiddetta “Fase 2” del piano, le prospettive per la nostra regione dovrebbero migliorare sensibilmente. Nell’arco di tempo compreso infatti tra il 2018 e il 2020, si potrà contare sull’investimento di altri 2,2 milioni di euro per poter estendere la copertura ad altri 7650 comuni italiani, tra i quali compaiono inoltre quelli delle cosiddette “aree bianche”.   - >>>>>

Speciale Abruzzo/ “Non solo monete”

di MANUELA PETESCIA La decisione di optare per il senato, presa di recente e, lasciatecelo dire, finalmente, da Luciano D’Alfonso – con 5 mesi di ritardo rispetto alle elezioni – sgombera il campo da una situazione politica che si era fatta insostenibile, e allo stesso tempo apre una riflessione sul potere in sé e sui doppi incarichi che non di rado e grazie a una serie di piccoli escamotage si riuniscono nelle mani di una sola persona. L’argomentazione principale di D’Alfonso, quella di non aver percepito il doppio compenso di Presidente della regione Abruzzo e senatore della repubblica italiana, è apparsa sin dall’inizio inconsistente e demagogica. La retribuzione, nel mondo della politica, non è fatta solo di denaro, bonifici, emolumenti, conti in banca. La retribuzione è nel potere, nella carica stessa che si ricopre, tanto più se quella carica è rivestita in modo ingiusto, in palese contrasto – se non giuridico morale – con la norma dettata senza possibilità di equivoco dall’articolo 122 della Costituzione: «Nessuno può appartenere contemporaneamente a un Consiglio o a una Giunta regionale e ad una delle Camere del Parlamento». La retribuzione è nei vantaggi conservati, nel diritto di incidere sulla data delle elezioni, − con il centrosinistra che vorrebbe ritardare quanto più possibile quella data, magari fino alla prossima primavera – nell’aver modo di preparare il terreno da una posizione di vantaggio. Perché da una posizione di vantaggio di quella portata – riunire in un’unica persona la carica di presidente e senatore – è possibile: • tessere accordi e alleanze strategiche; • dirigere team qualificati di persone; • disporre di risorse umane e materiali su vasta scala; • piegare un imponente apparato burocratico e organizzativo ad esigenze politiche. Insomma il potere È, esso stesso, una retribuzione.   - >>>>>

Analisi logica dei terremoti e dei ponti

di MANUELA PETESCIA I terremoti non sono prevedibili, dunque se e quando ci sarà una scossa di magnitudo più forte lo sapremo ora, tra 20 anni, o mai. E lo sapremo, comunque, mentre accade. Per fare un solo esempio, lo sciame sismico del 1986 che interessò Isernia, si concluse con un nulla di fatto. Anche in quel periodo a Telemolise si passava il tempo in diretta ad elencare scosse, misurate su scala Mercalli, ma lentamente, dopo 45 giorni di danze non volute, quel fenomeno scomparve. Il commento degli esperti fu che la terra aveva liberato l’energia a piccole dosi. Non è stato così, purtroppo, nel 2009 in Abruzzo, dove – alla lunga sequenza di scosse telluriche – seguì un terremoto di magnitudo 5.8 della scala Richter con le tristi conseguenze che tutti conosciamo, e una macabra leggenda metropolitana narra che una famiglia composta da 4 persone aveva dormito all’addiaccio per un mese intero per poi far rientro a casa proprio quella notte in un tragico appuntamento con la morte. La conclusione – ovviamente scontata e ovviamente banale – è che allo stato delle attuali conoscenze scientifiche è perfettamente inutile – oltre che insensato – tentare previsioni e distribuire consigli, e qualche sortita allarmistica dei giorni scorsi è sembrata finalizzata più al tentativo di coprirsi le spalle in caso la situazione molisana evolvesse nei modi di quella abruzzese − con i relativi strascichi giudiziari − che non alla reale volontà di difendere la popolazione dal terremoto. E se anche il fenomeno tellurico molisano fosse generato da una faglia nuova, con un decorso differente rispetto ai precedenti terremoti – come è stato detto da diversi esperti della materia – nulla aggiungerebbe e nulla toglierebbe al ragionamento di partenza, visto che il decorso degli altri terremoti era stato altrettanto imprevedibile. Insomma oltre ad affidarsi al buon senso e attendere la fine dello sciame fuori da quelle abitazioni che mostrino evidenti segni di usura o di cedimento, non sembra utile avventurarsi, visto che la nostra sete di certezze e di rassicurazioni non sarà appagata mai. Alla luce di queste poche considerazioni, si può avviare un’analisi logica, più o meno logica, anche sullo stato del viadotto del Liscione e sulla lunga lista di ponti e viadotti molisani che giacciono abbandonati al loro destino da 50 anni, ossia dai tempi in cui furono costruiti. Tanto per cominciare i fatti di Genova ci hanno insegnato che un ponte può crollare indipendentemente dai fenomeni tellurici, dunque procedere ai controlli a ridosso del sisma è giustissimo, certo, ma non protegge affatto né dall’ipotesi che il viadotto si sbricioli sotto i colpi improvvisi di un nuovo sisma più forte, né dall’ipotesi che crolli sotto i colpi lenti e inesorabili dell’usura e del tempo. E’ dunque un dovere civile, oltre che morale, quello di pianificare nel più breve tempo possibile un’attività di manutenzione regolare, approfondita e costante sia del Ponte del Liscione che di tutti gli altri viadotti molisani, immaginando anche – al contempo – lo studio di un qualche percorso alternativo. Perché, se allo stato delle conoscenze scientifiche appare ancora impossibile monitorare i capricci della natura, dipende dagli uomini, e solo dagli uomini, la responsabilità di combattere l’incuria.   - >>>>>

Terremoto: Molise in ginocchio, riapre la Bifernina ma viabilità disastrata. Protezione civile in affanno

di GIOVANNI MINICOZZI Lo sciame sismico che ha colpito il medio – basso Molise sembra non finire mai e ha messo in ginocchio l’ intera Regione già massacrata da una parte della classe politica che l’ha governata. Lo stato drammatico della viabilità principale e secondaria si è accentuato e il Molise, con la chiusura dei viadotti sul Liscione, è rimasto spaccato a metà per diversi giorni. E’ necessario progettare e realizzare rapidamente soluzioni alternative al viadotto sul liscione poiché le difficoltà di mobilità per persone e merci sono diventate disumane in tutta la regione. La tragica situazione dei trasporti mette a rischio la sicurezza dei cittadini e i posti di lavoro con le imprese pronte a delocalizzare. In tale contesto però l’Anas finalmente si è decisa a controllare meticolosamente i viadotti sulla diga del Liscione fino ad ora ne’ collaudati ,né oggetto di particolari attenzioni come la struttura richiedeva. Gli stessi controlli andrebbero estesi al Verrino, al Gamberale e a tutte le opere d’arte realizzate agli inizi degli anni ’70 e comunque servono alternative e investimenti importanti per sostituire i vecchi manufatti. Intanto le autorità nazionali preposte alla sicurezza invitano a mantenere alto il livello di guardia e non escludono ulteriori scosse telluriche. Il tutto mentre i molisani soffrono in silenzio sia per le ataviche difficoltà quotidiane sia per il terrore del terremoto. Ma non finisce qui! I cittadini sono in ansia anche per lo stato della Protezione Civile, di fatto, smantellata dalla gestione Frattura -Ciocca. Fino ad ora non sono servite a niente le tante inchieste fatte da Telemolise, le interrogazioni parlamentari e perfino una denuncia alla procura, poi archiviata, presentata dall’allora senatore Ulisse Di Giacomo per chiedere se la protezione civile fosse in grado di garantire la sicurezza. Intanto gli sfollati aumentano, sono già circa quattrocento e, da quanto è dato sapere, mancano tende e brandine e quelle poche esistenti sono in pessimo stato. Non si conosce neanche dove siano finiti i tanti mezzi che erano stati acquistati dal dipartimento nazionale della protezione civile con oltre venti milioni di euro. I pochi rimasti sono guasti e senza revisione tanto che gli autisti volontari si sono rifiutati di utilizzarli. Per spostare la cucina da campo nella zona del cratere sono stati utilizzati gli automezzi dei vigili del fuoco. Il sistema di radio ricetrasmittenti è stato smontato per attivare dei ponti Telecom del tutto inefficienti costati alcune centinaia di migliaia di euro e,si dice, che avrebbero ricevuto il parere negativo della Commissione Telecomunicazione del Dipartimento. Azzerato anche il monitoraggio del territorio. Una situazione comatosa che è stata di ostacolo anche per i soccorsi alle popolazioni terremotate mentre in passato la protezione civile molusana era considerata tra le migliori d’Italia. Giuseppe Giarrusso Per fortuna l’esperto architetto Giuseppe Gianrusso, nominato il 7 Agosto al vertice del IV dipartimento con competenze anche sulla protezione civile, ha saputo gestire la situazione da par suo. Ora si impone un potenziamento del sistema regionale di protezione civile e la ricerca di eventuali responsabilità sostituendo chi è stato complice dello smantellamento e occupa ancora posti importanti. Peraltro lo stesso Gianrusso, gia’ responsabile dell’agenzia con Michele Iorio e destituito in tronco da Paolo Frattura, ha dichiarato che l’attuale sistema di protezione non è in grado di garantire nessuno. Da ultimo una domanda banale alla classe politica: in caso di patologie tempo -dipendenti come si trasferiranno i pazienti da un capo all’altro della regione mancando un servizio di elisoccorso? I molisani hanno il diritto di sapere e gli organi preposti al controllo della legalità ( Magistratura e Corte dei Conti) hanno il dovere di verificare eventuali responsabilità penali e amministrative nei confronti di chi non garantisce la sicurezza e su eventuali illegalità commesse durante la passata gestione della protezione civile.   - >>>>>

Corecom, Santimone replica a Di Lucente: “se sa qualcosa faccia i nomi”

La vicenda relativa alle nomine Corecom si fa sempre più accesa. Nella giornata di ieri, Il Consigliere Regionale Andrea Di Lucente ha espresso il suo appoggio al Presidente Micone ritenendosi convinto che il polverone sia stato sollevato a causa di un “tornaconto personale”. Una vera e propria stoccata quella dell’esponente dei Popolari per L’Italia, alla quale non si sono fatte antendere le risposte, prima fra tutte quella del Consigliere Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Cosimo Santimone, che in una nota ha definito la sua replica “necessaria viste le gravissime accuse di Di Lucente, il quale ha gettato discredito sull’intera categoria, riducendo, sulla base di non sappiamo quali fantasiose congetture le nomine al Corecom ad un «tornaconto personale»”. Santimone, inoltre, ha aggiunto: “Di Lucente se conosce qualcosa che ignoriamo, da buon rappresentante della “cosa pubblica” faccia i nomi e vada in Procura, altrimenti taccia. Sappiamo bene, signor Di Lucente, che come testualmente lei ha detto «non si tratta di pregiudicati e non sono figure scomode ma solamente professionisti…». Probabilmente – ha precisato il Consigliere dell’Ordine- anzi sicuramente sono degli ottimi professionisti. Noi, come Ordine, non abbiamo espresso giudizi su questo aspetto e non abbiamo mai messo in dubbio la loro competenza.Da parte nostra non c’è stata nessuna critica alle persone. Abbiamo, questo sì, criticato il metodo, il criterio di scelta.E lo faremo ancora. Sempre con rispetto, ma con grande determinazione. Dicevano i latini “unicuique suum” che semplicemente vuol dire “a ciascuno il suo”: l’intera categoria che rappresento conosce bene le difficoltà di questo periodo storico. Non abbiamo bisogno di giudizi frettolosi di esperti dell’ultima ora.” Santimone poi sottolinea: “: c’era e c’è la necessità e probabilmente, come ho avuto modo di affermare nel recente passato, “l’obbligo morale” di nominare all’interno del Corecom anche un appartenente alla categoria dei giornalisti. Questa difesa così violenta – ha infine concluso – da parte di una “politica” che alla vigilia delle elezioni si era presentata come il cambiamento col passato, ci getta nello sconforto come cittadini e come molisani, prima che come giornalisti. E tutto ciò non ha a che fare con la tutela degli interessi collettivi.”   - >>>>>

“Il coraggio di educare”, successo per la conferenza di Paolo Crepet a Bagnoli del Trigno

Oltre 370 persone alla Domus Area hanno assistito all’ evento. Consigli e riflessioni per accompagnare i ragazzi nell’evoluzione di autonomia, autostima e nella voglia di crescere, sognare, costruire. Tutto esaurito, oltre 370 persone tra il pubblico che ha assistito al convegno con Paolo Crepet a Bagnoli del Trigno. Il professore, psichiatra, sociologo e scrittore, ha catalizzato l’attenzione di una platea composta per la maggior parte di insegnanti, anche delle province vicine (dalla provincia di Caserta è giunto un intero pullman), a testimonianza del grande richiamo dell’evento. Il seminario apre una nuova annualità del corso di formazione “A scuola con il corpo, con il cuore e con la mente”, riconosciuto dal Miur e promosso dal Centro Studi e Ricerche “Cosmo de Horatiis”. Crepet non si è risparmiato, dedicando alla platea oltre due ore e rispondendo a molte domande, al termine del suo intervento. “Il coraggio di educare”, era il tema scelto per la giornata. Coraggio delle cose semplici, ha detto lo psichiatra: recuperare il valore di un “no” a fini educativi o di un brutto voto preso a scuola che invece ti spinge a migliorarti. “Chi ha già tutto smette di sognare, di avere desideri, di voler conquistare qualcosa” – ha detto il professore. Per questo, genitori ed insegnanti dovrebbero recuperare il senso del “dire di no” a volte e per fini educativi. “La scuola è uno di quei pochi luoghi in cui tutti trascorrono obbligatoriamente una parte della loro vita ed un periodo considerevole della propria infanzia e della gioventu” – ha spiegato Crepet – e per questo, ha detto, dovrebbe essere potenziata nelle risorse ad essa dedicate e alleggerita da tendenze che vanno verso la promozione per tutti, la semplificazione di schemi educativi, la facilitazione a tutti i costi di percorsi e abitudini che coinvolge anche le famiglie. “Bisogna evitare il condono educativo”, ha spiegato ancora Crepet: app sul telefonino per le versioni di latino o traduzioni in lingua, gruppi di genitori e di studenti sui social per scambiarsi soluzioni rapide ai compiti non aiutano a crescere e a coltivare la propria voglia di scopire. Il tempo e l’ascolto sono i due elementi piu’ importanti da donare ai ragazzi, piu’ che l’ultimo smartphone o le scarpe alla moda. Autonomia da conquistare, obiettivi da raggiungere, autostima da costruire in una età delicata e sempre meravigliosa. È questo il punto di contatto tra la filosofia del Prof. Crepet e la Psicologa Carla Ciamarra della Domus Medica, che coordina il corso per insegnanti. “Ogni bambino ha dentro di se delle enormi risorse positive, che vanno solo scoperte e valorizzate, lasciandolo libero di esprimersi e fornendogli gli strumenti giusti per supportarlo senza sopraffarlo o confinarlo in una realtà iperprotettiva”. Cadendo si impara a rialzarsi, dunque. Con la giusta guida e con un piccolo cerotto quando serve, si impara a correre. L’incontro è stato aperto dal Prof. Franco Mastrodonato, direttore sanitario della Domus Medica, che ha sottolineato l’importanza ed il ruolo dell’educatore a qualsiasi livello. “L’arte di insegnare è come l’arte medica: non puo’ essere intesa solo come una professione, ma una vera e propria missione nel curare la crescita delle generazioni del domani” ha detto. “Senza passione non si vive, si sopravvive, ma è un altra cosa”. È il messaggio con cui Crepet ha invece salutato la platea.   - >>>>>

Piano di Sviluppo Rurale, Facciolla rivendica i meriti: “Il successo, frutto del mio lavoro”

5 anni di durissimo lavoro. Pensato, sviluppato, programmato ed eseguito, gomito a gomito, con le organizzazioni professionali di categoria, sottoposte a numerose ed interminabili riunioni del tavolo verde. Mai un’azione improvvisata, mai un atto amministrativo non condiviso dal partenariato, mai senza una previa attenta analisi di contesto del territorio. Il tutto governato da un modello amministrativo straordinario. Ciò è stata la gestione dei diversi programmi di sviluppo rurale della Regione Molise nel periodo marzo 2013 – aprile 2018. Ereditavamo una ‘struttura colabrodo’ che al marzo 2013 aveva sulla programmazione 2007/2013 le peggiori performance d’Italia: ultimi ad aver approvato il programma, ultimi ad aver pagato la prima misura strutturale, ultimi per avanzamento della spesa. Abbiamo lavorato per recuperare un ritardo che appariva incolmabile: banda ultralarga, scuolabus, vetture per soggetti svantaggiati, recupero sulle Misure ad investimento, spesa poderosa e decuplicata sulla viabilità rurale e sulla rete acquedottistica. Questo ci ha consentito, al 31.12.2015, di evitare il definanziamento, e siamo stati l’unica regione nel sud Italia. Il modello amministrativo al primo posto. Lo stesso modello amministrativo che ci ha permesso di approvare nel gruppo dei primi, il nuovo programma si sviluppo rurale 2014/2020, che ci ha consentito di effettuare investimenti in favore dei giovani nuovi insediati in agricoltura (primi in Italia) triplicando la spesa rispetto al vecchio programma (da 4 milioni di euro al 12 milioni di euro), che ci ha fatto elevare in maniera esponenziale il numero degli ettari coltivati a Bio (da 1000 a 10000 e far passare le aziende da 130 a 400), che ci ha permesso di finanziare tra le più importanti aziende di trasformazione agroalimentare presenti sul territorio, che ci ha consentito di aver il miglior avanzamento, sugli impegni, d’Europa. Appare quindi quantomeno ridicola la politica che governa e non riconosce i meriti del passato, con l’aggravante d’aver la faccia di bronzo di autocelebrarsi. Questa politica non ha diritto, neppure per un attimo, di attribuirsi meriti e risultati specie se gli stessi sono frutto di passione, competenza e tanto, tanto, sacrificio. I molisani invece, hanno il diritto di conoscere e riconoscere le azioni che hanno portato risultati concreti e hanno permesso di associare il nome del Molise a quello della qualità e delle best practice governative.   - >>>>>

Elezioni provinciali, Iorio sfida Toma? Voltagabbana pronti al trasloco. L’odioso fenomeno da anni inquina la politica molisana

di Giovanni Minicozzi Li chiamano in diversi modi: saltatori della quaglia, voltagabbana, mercanti e perfino traditori del popolo. Parliamo di una categoria politica sempre più numerosa che ad ogni elezione si ricicla traslocando nella coalizione opposta a quella dove erano stati eletti. L’odioso fenomeno è trasversale e interessa tutti i livelli Istituzionali, dal Parlamento alle Regioni, alle Province e scende perfino nei piccoli comuni. Spesso accade che i saltatori della quaglia cambiano casacca più volte nel corso della loro esperienza politica, vengono gratificati con ruoli importanti e perfino collocati ai vertici delle Istituzioni. Costoro riescono, a vario titolo, quasi sempre a mietere consensi elettorali ingannando i cittadini con false promesse o, addirittura, con metodi illegali come il voto di scambio. Con assoluta spregiudicatezza hanno l’ardire di difendersi minacciando vergognosamente i giornalisti (pochi a dire il vero) che si permettono di informare correttamente i cittadini. Capita pure che i voltagabbana arrivano al punto di contestare le scelte del governo precedente, del quale facevano parte a pieno titolo e quindi rinnegano se stessi, e di elogiare l’avvenuto cambiamento voluto dagli elettori che li hanno rivotati nonostante la loro transumanza. Si tratta di una vera e propria indecenza politica che intendiamo sottolineare in vista degli importanti appuntamenti elettorali previsti nella prossima primavera quando si rinnoveranno, tra gli altri, i sindaci e i consigli comunali di Campobasso e di Termoli e dove il mercato delle vacche è già iniziato con diversi consiglieri e assessori di Antonio Battista e Angelo Sblocca pronti a traslocare nella coalizione di centrodestra. Anche alla Provincia di Campobasso, dove si terranno le elezioni di secondo livello il prossimo 31 ottobre per eleggere i 10 consiglieri (non il Presidente che resta in carica anche per i prossimi 2 anni) si è registrata la transumanza di due personaggi politici di centrosinistra nel centrodestra. Si tratta di Simona Contucci, ex Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, candidata nella lista di Michele Iorio e di Matteo Gissi, già candidato a sindaco di Montecilfone e segretario regionale di Art.1 Movimento Democratici e Progressisti di Danilo Leva, traslocato nella lista di centrodestra proposta da Lega, Forza Italia, Popolari per l’Italia e Orgoglio Molise di Aldo Patriciello. Peraltro, c’è polemica per le due liste di centrodestra poiché, secondo alcuni osservatori, sarebbe in atto un braccio di ferro tra il Presidente della Regione Donato Toma e l’ex Governatore Michele Iorio che, insieme a Quintino Pallante e a Rosario De Matteis, ha presentato la lista. I tre negano qualsiasi ipotesi di contrapposizione ma, di fatto, gli equilibri nella maggioranza di centrodestra appaiono precari sia per la richiesta di Iorio di entrare in Giunta sia perché una parte della maggioranza non ha digerito la scelta degli assessori decisa da Donato Toma. A riscaldare il clima anche la proposta di modifica dello Statuto Regionale, voluta da Toma e già licenziata con parere favorevole dalla prima Commissione consiliare, per stabilizzare l’attuale Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale per 5 anni abolendo l’elezione di metà mandato. Dunque, le fibrillazioni aumentano ma a tenere banco sono i voltagabbana che in questa Regione determinano equilibri e scelte che certamente non riguardano il bene dei molisani ma solo i tornaconti personali di soggetti totalmente inaffidabili dal punto di vista politico. Servirebbe una legge dello Stato per bloccare le transumanze ma gli elettori possono decidere ancora meglio nelle cabine elettorali.   - >>>>>

Zona Economica Rurale. La proposta dell’Anci per salvare le aree interne

Il tema delle Aree Interne è stato l’oggetto di un convegno organizzato a Campobasso dall’ANCI, l’associazione che riunisce i comuni locali. In agenda un decalogo di proposte destinate ad arginare ed invertire la tendenza allo spopolamento ed alla conseguente scomparsa di interi pezzi di territorio. Tante le proposte messe in campo dai relatori tra cui quella della istituzione della ZER, la Zona Economica Rurale, un’area speciale caratterizzata da incentivi fiscali da una parte e da misure di detassazione dall’altra. Tutto questo per arginare il fenomeno della desertificazione economica delle aree interne come ha ricordato Micaela Fanelli, membro del Comitato delle Regioni dell’Unione Europea. Le legittime aspettative delle zone interne sono al centro del lavoro che sta portando avanti l’Anci Molise, come ha sottolineato il presidente, Pompilio Sciulli. Presente al convegno il presidente della Regione, Donato Toma. In cartellone anche i parlamentari Matteo Bianchi, Enrico Borghi, Camillo D’alessandro e Antonio Federico.   - >>>>>

Salute mentale, successo per la festa della bellezza a Termoli. “La persona al centro della rete”

Una rete sempre più consolidata che mette al centro il miglioramento della qualità della vita. Un impegno condiviso per coinvolgere le famiglie, i tecnici, gli operatori, le istituzioni e le esperienze associative in un processo di crescita e promozione di buone pratiche. Riuscita la ‘festa della bellezza’, organizzata dal Centro di salute mentale di Termoli diretto da Angelo Malinconico, responsabile dei servizi in Basso Molise, in collaborazione con il Comune e le numerose realtà presenti sul territorio e gli spazi allestiti dalla Croce Rossa. L’occasione della giornata mondiale dedicata al tema della salute mentale e l’anniversario dei quarant’anni della legge Basaglia, conosciuta per aver chiuso i manicomi aprendo una nuova epoca per un settore e servizi indispensabili per la cura e la tutela delle persone seguite con competenza e professionalità. Una giornata intensa, ricca di spunti per progettare sempre più un futuro condiviso. Presenti autorità regionali e locali, professionisti, associazioni, scuole, volontari e tante persone con le loro famiglie seguite dai servizi di salute mentale e coinvolte in numerose attività finalizzate all’ascolto, all’inclusione e al supporto di capacità e risorse. Numerose le iniziative organizzate nel corso di una festa che ha rinnovato anche un auspicio, quello di destinare maggiori fondi a un settore che riguarda una parte significativa della popolazione.   - >>>>>

Vertenza GAM, sindacati chiedono incontro al Ministro Di Maio

Il Molise sta vivendo una crisi occupazionale senza precedenti. Tra tutte le regioni del Mezzogiorno, infatti, è quella che ha subito di più la battuta d’arresto avuta dall’economia nazionale, divenendo una delle prime regioni d’Italia per calo demografico e per emigrazione. In questi anni, moltissime attività hanno chiuso i battenti, dalle piccole imprese a conduzione familiare, a quelle più grandi che tra operai e indotto, offrivano lavoro a migliaia di persone.  Un Caso simbolo del Molise è quello relativo all’azienda GAM di Bojano, industria del settore avicolo che fino al 2010 dava lavoro a più di mille persone considerando l’indotto. Fino ad oggi, la cassa integrazione statale per le aziende ubicate nelle aree di crisi complesse ha dato un pò di ossigeno ai lavoratori, ma per gli anni futuri la situazione non è ben definita. Per questo, i sindacati “Fai- Cisl Molise” “Flai-Cgil Molise” e “Uila-Uil Molise”, assieme agli operai, hanno inviato una richiesta d’incontro a tutte le autorità istituzionali della Regione e al Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio affinchè si trovi una soluzione concreta al problema.  “Sebbene in Molise insista un’area di crisi industriale complessa tra Campobasso – Bojano – Isernia – Venafro, decretata nell’agosto del 2015, non si sono riscontrati effetti benefici poiché sono poche le risorse messe a disposizione dal provvedimento e poche le manifestazioni di interesse per rilanciare il territorio, creare posti di lavoro e sostenere il reddito dei tanti lavoratori espulsi dai processi produttivi. In questi anni, il reddito dei lavoratori è stato garantito dalla CIGS per le aziende che si trovano in aree di crisi complesse, infatti la legge ha permesso attraverso le assegnazioni finanziarie fatte a valere per il 2016 e il 2017, la possibilità di prorogare la cassa integrazione con relativa copertura finanziaria -dichiarano i sindacati nella lunga lettera al Ministro- Sappiamo che non vi sono motivi ostativi per la proroga di ulteriori 12 mesi purché vi sia la necessaria copertura economica, è dunque necessario rifinanziare la CIGS per le aziende che si trovano in aree di crisi complessa. Se così non fosse, per i 262 lavoratori non vi sarebbero ulteriori strumenti di sostegno al reddito ed essendo scorredati di NASPI, alla scadenza della cassa che termina il 04/11/2018, i lavoratori e le loro famiglie finirebbero in mezzo a una strada senza alcuna tutela. Questo dramma va scongiurato -aggiungono- E’ necessario un impegno da parte vostra che porti avanti la “Vertenza Molise” al fine di trovare soluzioni idonee ai problemi relativi all’assenza di investimenti, alla mancanza di lavoro, all’inadeguatezza delle politiche attive e all’insufficienza di politiche passive. In ragione di quanto sopra esposto con la presente siamo a chiedervi un incontro al fine di trovare ogni possibile soluzione” . Infine un messaggio alle istituzioni locali :“Il Molise sta lentamente morendo e non va lasciato solo, spetta a voi che rappresentate questa regione profondere tutto il vostro impegno per invertire la tendenza di questo processo al declino che non deve diventare ineluttabile”.     - >>>>>

Salute mentale, successo per la festa della bellezza a Termoli. “La persona al centro della rete”

Una rete sempre più consolidata che mette al centro il miglioramento della qualità della vita. Un impegno condiviso per coinvolgere le famiglie, i tecnici, gli operatori, le istituzioni e le esperienze associative in un processo di crescita e promozione di buone pratiche. Riuscita la ‘festa della bellezza’, organizzata dal Centro di salute mentale di Termoli diretto da Angelo Malinconico, responsabile dei servizi in Basso Molise, in collaborazione con il Comune e le numerose realtà presenti sul territorio e gli spazi allestiti dalla Croce Rossa. L’occasione della giornata mondiale dedicata al tema della salute mentale e l’anniversario dei quarant’anni della legge Basaglia, conosciuta per aver chiuso i manicomi aprendo una nuova epoca per un settore e servizi indispensabili per la cura e la tutela delle persone seguite con competenza e professionalità. Una giornata intensa, ricca di spunti per progettare sempre più un futuro condiviso. Presenti autorità regionali e locali, professionisti, associazioni, scuole, volontari e tante persone con le loro famiglie seguite dai servizi di salute mentale e coinvolte in numerose attività finalizzate all’ascolto, all’inclusione e al supporto di capacità e risorse. Numerose le iniziative organizzate nel corso di una festa che ha rinnovato anche un auspicio, quello di destinare maggiori fondi a un settore che riguarda una parte significativa della popolazione.   - >>>>>

Salvini risponde alla Germania: “Chiuderemo gli aeroporti ai voli charter dei migranti”

Il governo tedesco, sta organizzando rientri collettivi in Italia di “dublinanti”, i migranti che vengono rintracciati in paesi europei diversi da quello di primo ingresso e ha previsto almeno due aerei nel mese di ottobre. “Se qualcuno, a Berlino o a Bruxelles, pensa di scaricare in Italia decine di immigrati con dei voli charter non autorizzati, sappia che non c’è e non ci sarà nessun aereoporto disponibile. Chiudiamo gli aeroporti come abbiamo chiuso i porti”. Così il ministro dell’Interno Matteo Salvini… tutto l’articolo disponibile su Repubblica.it     - >>>>>

Sanità, la bufala del commissario ad acta. Sistema bloccato da 5 mesi mentre i molisani vanno a curarsi fuori regione

Il ministro della Sanità, Giulia Grillo e Costantino Gallo di GIOVANNI MINICOZZI Il governatore del Molise Donato Toma Si tinge di giallo la nomina del commissario ad acta per la sanità che il governo Lega – Movimento 5 stelle dovrebbe decidere nelle prossime ore. Negli ultimi giorni era circolata l’indiscrezione secondo la quale il prescelto sarebbe stato il dottor Costantino Gallo, originario di Ururi ma impegnato professionalmente fuori regione, invece la notizia non trova nessuna conferma. In particolare il deputato del M5S, Antonio Federico, parla esplicitamente di un “azzardo giornalistico sulla vicenda” e mantiene la bocca cucita sul designato attendibile. Peraltro, lo stesso Costantino Gallo non ha confermato l’indiscrezione pur sottolineando che sarebbe, ovviamente, gratificato da tale incarico. Sulla vicenda, stranamente, non ha parlato il Presidente della Regione Donato Toma il quale, fin dal suo insediamento, ha rivendicato, invano, la nomina a commissario alla sanità. Dunque, al momento non esiste alcuna certezza sul nome ma resta intatta la volontà del Governo Conte di preferire un esperto in materia sanitaria e non il Presidente della Regione Donato Toma. L’imminente ritorno in Molise del vice premier Luigi Di Maio, che il prossimo 20 ottobre inaugurerà l’anno accademico all’Unimol, fa pensare alla probabile nomina di un esponente dell’Ateneo ma i rappresentanti regionali del M5s, che avrebbero segnalato il nominativo del prescelto (un molisano acquisito, dicono) alla Ministra Giulia Grillo, negano anche questa ipotesi. Tra i tanti misteri, però, resta l’urgenza, sollevata da più parti, di nominare il commissario per ripristinare la funzionalità e la catena organizzativa nel sistema sanitario regionale bloccato, di fatto, da oltre 5 mesi. Nel frattempo i molisani vanno a curarsi fuori regione con conseguente aggravio del disavanzo, il braccio di ferro con il M5s continua e Donato Toma spera ancora in una nomina che appare del tutto impossibile. Il Governatore farebbe bene a concordare con i ministeri interessati la nomina di un esterno, qualificato e molisano, di sua fiducia per porre fine a una situazione insostenibile.   - >>>>>

Sondaggi, i partiti di governo restano in alta quota

La Lega sposta l’asticella un po’ più in là. Secondo un sondaggio di Euromedia Research per Porta a Porta attualmente il Carroccio è stimato al 33 per cento, una quota che sarebbe quasi raddoppiata rispetto ai risultati delle elezioni del 4 marzo. Leggi tutto sul Il Fatto Quotidiano   - >>>>>

Regione, giorni difficili per Toma che sfida Conte sulla sanità. Tensioni nella maggioranza sul “caso” Iorio

di GIOVANNI MINICOZZI Due tegole si sono abbattute contemporaneamente e improvvisamente sulla testa del Presidente della Regione, Donato Toma: il ritorno di Michele Iorio in Consiglio regionale e la mancata nomina del governatore a commissario ad Acta per la sanità. Ma procediamo con ordine. Il Governo Lega -M5s aveva inserito nel decreto per l’emergenza di Genova, poi stralciato dal Presidente Mattarella, un articolo che sancisce l’incompatibilità tra la carica di Presidente di Regione e quella di commissario ad Acta per la sanità. O meglio, la norma stabilisce che per le Regioni in piano di rientro il commissario deve essere in possesso di specifici requisiti professionali in materia sanitaria. Mattarella, per motivi tecnici, ha stralciato il relativo articolo dal decreto emergenza per Genova ma appare chiaro che la convinzione del governo Conte sula incompatibilità dei commissari è tale che la stessa norma verrà inserita in altro provvedimento legislativo. Dunque, Donato Toma, dopo aver minacciato fuoco e fiamme e dopo aver ricevuto sostegno dalla maggioranza di centrodestra e dalla Conferenza delle Regioni, si trova fuori dalla gestione del settore sanitario le cui uniche responsabilità resteranno nelle mani del futuro commissario e, per molti aspetti, in quelle del Consiglio regionale. Ciò significa , peraltro, amministrare solo un quinto del bilancio regionale considerato che la sanità incide per l’80%, delle entrate e delle uscite. Ovvero, il governatore sarà tale solo per il 20% del suo incarico. Tenuto conto della netta vittoria di Toma e del centrodestra alle ultime elezioni regionali, la sua estromissione non è un fatto positivo per il Molise cosi come non è accettabile la palese violazione dei principi basilari ai quali deve sempre ispirarsi un Paese democratico. Ciò detto però, anche se il provvedimento governativo vale per tutte le Regioni in piano di rientro, c’è da chiedersi quali sono il peso della Regione e l’autorevolezza della sua classe politca rispetto al governo Conte. Forse gli autotreni di mozzarelle di Bojano, promessi ai dirigenti del Ministero da Toma (come da lui stesso riferito nel corso di una recente conferenza stampa) pur di ricevere l’incarico di commissario con questo governo granitico e insensibile non sortiscono alcun effetto. L’altro tema di difficile soluzione per Toma riguarda la richiesta esplicita avanzata da Michele Iorio di avere un posto di assessore nell’esecutivo regionale. L’esperienza maturata dall’ex governatore, al di là dei numeri elettorali, e alcune pedine non proprio brillanti delll’attuale Giunta, legittimano pienamente tale richiesta. Secondo i bene informati però, una parte dell’attuale maggioranza sarebbe pronta ad innalzare le barricate contro Michele Iorio e, addirittura, qualche personaggio dello staff di Toma avrebbe minacciato il sindaco di Isernia di ricadute negative sulla sua Giunta qualora dovesse sostenere tale richiesta. Insomma, non è un buon momento per Donato Toma ma lui, imperterrito, tira dritto ed è pronto a sfidare il governo Conte, sulla nomina a commissario, e il mondo intero su tutto il resto ma l’impressione netta è che si tratti della classica sfida di Davide contro Golia. Sullo sfondo resta però la necessità e l’urgenza di nominare un commissario alla sanità per tentare di risollevare le sorti di un settore bloccato da 5 mesi e ridotto, ormai, allo sfascio.   - >>>>>

Annuncio online: “La Fiat assume a Termoli”, ma è una truffa

Una truffa odiosa, perché chi la mette in atto approfitta dello stato di bisogno delle persone, è..

La scuola Montini chiusa per 15 giorni. Il sindaco: “Troveremo una soluzione”

          CAMPOBASSO. La scuola Montini di Campobasso resterà chiusa, al momento, ad oltranza: ..

Seac, trovato l’accordo. Riassunti gli autisti licenziati

CAMPOBASSO. La vicenda dei licenziamenti degli otto autisti della Seac, l’azienda di trasporto pubblico urbano di Campobasso,..

Il testo unico sulle società pubbliche: una occasione colta o perduta?

di Francesco Fimmanò In attuazione della delega conferita dall’articolo 18 della legge 7 agosto 2015, n. 124,[1] il decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 175, Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica, in vigore dallo scorso 20 settembre, cerca per l’ennesima volta di ricondurre a fisiologia un coacervo di disposizioni gemmate negli ultimi 25 anni. Il corpus, al di là delle luci e delle ombre, ha certamente il merito di tentare di mettere a “sistema” una fenomenologia peculiare, interdisciplinare, complessa e figlia di una legislazione a “toppe”, piuttosto che “a tappe”. Al tempo stesso non può che rilevarsi che la sovraregolamentazione appare in molte norme come una sorta di inseguimento tra legislatore e giurisprudenza, con il risultato di sentenze che hanno fatto le veci della legge e una legge che fa le veci delle sentenze. La legislazione di un tempo non dirimeva contrasti giurisprudenziali ma costruiva sistemi di regole per principi e i giudici la interpretavano. Basti pensare che l’espressione normativa più in voga – in materia – negli ultimi anni nel settore che ci occupa è quella di “controllo analogo”. In realtà il legislatore italiano ha usato l’escamotage di far proprie le espressioni usate nella famosa sentenza Teckal della Corte di giustizia U.E. (e in quelle analoghe successive) riguardanti un consorzio tra Comuni, per applicarle a un soggetto giuridico completamente diverso e cioè a una società di capitali. Da questa operazione è nata una serie di equivoci con il “livello comunitario” anche perché a nessun altro Stato nel Continente è venuto in mente di utilizzare lo strumento societario per ragioni “meramente opportunistiche”. A tutto questo aggiungiamo che calare le società di capitali e il loro enorme apparato regolamentare (ipertecnico) in un ambiente normativo giuspubblicistico, dove l’operatore medio neppure immagina che le sole società per azioni (non quotate) sono disciplinate da oltre 650 commi, è stata operazione dagli effetti dirompenti. L’equivoco principale è stato quello riguardante il tipo di disciplina da applicare alle società in mano pubblica, nato in passato dalla errata impostazione secondo cui la partecipazione di una pubblica amministrazione a una società di capitali potesse alterarne la struttura, dando vita a un “tipo” di diritto speciale. In particolare una certa impostazione, ignara delle complessità sistematiche, partendo dal principio della neutralità della forma giuridica rispetto alla natura dello scopo, è arrivata ad attribuire alle società partecipate una connotazione pubblicistica[2], frutto di una sostanziale mutazione genetica nel senso di una riqualificazione del soggetto. In realtà tale impostazione è stata gravemente fuorviante negli anni, in quanto si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c., con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa[3]. In realtà l’uso dello strumento societario a partecipazione pubblica ha avuto spesso finalità meramente segregative. Le pubbliche amministrazioni, incentivate nel tempo dallo stesso legislatore, hanno infatti cercato a tutti i costi, negli ultimi venticinque anni, di creare e poi mantenere la “sacca” del privilegio derivante dall’affidamento diretto della gestione di attività e servizi pubblici a società partecipate, in deroga ai fondamentali principi della concorrenza tra imprese e della trasparenza. In buona sostanza da una parte v’è stata la tendenza ad ampliare l’ambito dei servizi pubblici includendo non solo quelli aventi per oggetto attività economiche incidenti sulla collettività, ma anche quelli riguardanti attività tendenti a promuovere lo sviluppo socio-economico delle comunità locali, fino ad arrivare ad affidare a società partecipate funzioni, che lungi dal rientrare nell’ambito dei servizi pubblici in senso proprio, costituivano tipiche attività istituzionali o strumentali dell’ente[4]. Dall’altra parte è stata incentivata la gestione mediante società partecipate in un’ottica rivolta (solo) formalmente alla aziendalizzazione dei servizi e a una privatizzazione effettiva (come auspicato dal legislatore sin dal 1942)[5], in realtà sostanzialmente diretta a eludere procedimenti a evidenza pubblica e a sottrarre comparti dell’amministrazione ai vincoli di bilancio, anche in considerazione della mancata applicazione, per molti anni, all’ente-capogruppo dei principi di consolidamento di diritto societario a partire dall’elisione delle partite reciproche[6]. Questo processo ha avuto l’effetto di trasformare talora il modello di gestione da strumento di efficienza in strumento di protezione e in taluni casi in escamotage per eludere i c.d. patti di stabilità e le regole di contabilità pubblica.   La Corte dei Conti ha contato, in un momento che sembrava culminante del ciclo espansivo, nell’anno 2008, 5.860 “organismi” partecipati da 5.928 enti pubblici locali con un incremento dell’11,08% rispetto al dato del 2005. Poco meno del 65% di questi organismi partecipati aveva natura societaria con prevalenza delle società per azioni, mentre circa il 35% ha forma giuridica diversa dalla società, in prevalenza consortile[7]. Allo stato, dalle informazioni rilevabili nella banca dati SIQUEL, emerge che il 16,65% dei Comuni (1.340 su 8.047), pari al 7,11% della popolazione nazionale, non è in possesso di partecipazioni societarie, gli organismi rilevati alla data dell’8 luglio 2016 risultano essere 7.181: le analisi sui risultati economici e finanziari, sui servizi affidati e sulle modalità di affidamento hanno riguardato, tuttavia, 4.217 soggetti, per i quali sono disponibili a sistema i dati di bilancio relativi all’esercizio 2014. Ancor più ristretto è il numero di istituzioni per le quali si hanno informazioni sui flussi di entrata e di spesa degli enti affidanti[8]. Gli organismi operanti nei servizi pubblici locali sono numericamente limitati (il 34,72% del totale), pur rappresentando una parte importante del valore della produzione (il 69,34% dell’importo complessivo). Il maggior numero (65,28%) rientra nel novero di quelli che svolgono attività diversificate, definite come “strumentali”[9]. Marcata è la prevalenza degli affidamenti diretti: nonostante la rigidità dei presupposti legittimanti tale procedura, a salvaguardia dei principi della concorrenza, su un totale di 22.342 affidamenti, le gare con impresa terza sono soltanto 150 e gli affidamenti a società mista, con gara a doppio oggetto, 319. Con riferimento agli organismi in perdita nell’ultimo triennio, l’analisi della Corte dei conti mostra come circa un terzo sia a totale partecipazione pubblica, mentre quelli misti a prevalenza privata costituiscono la categoria all’interno della quale le perdite sono più diffuse, con una tendenza al peggioramento dei risultati nell’arco del triennio. Nel referto della Corte v’è anche una ricognizione delle partecipazioni rilevanti ai fini del consolidamento dei conti, ed emerge che, su 700 organismi totalmente pubblici a unico socio (Comune/Provincia), meno della metà sono risultati assoggettabili a consolidamento – sulla base dei parametri indicati dal principio contabile applicato allegato n. 4/4 al d.lgs. n. 118/2011. Di contro, 368 (il 52,6%) non superano la soglia di rilevanza e potrebbero essere consolidati solo se ritenuti significativi dall’ente proprietario, secondo la sua valutazione discrezionale. La gestione finanziaria dimostra una netta prevalenza dei debiti sui crediti in tutti gli organismi esaminati. Nel complesso, i debiti ammontano a 83,3 miliardi, di cui circa un quarto è attribuibile, in sostanza, alle partecipazioni totalitarie. Il rapporto crediti/debiti verso controllanti, nelle partecipazioni pubbliche al 100%, è sbilanciato in favore dei primi. Emerge, quindi, la forte dipendenza delle partecipazioni totalitarie dagli enti controllanti, pur in presenza di un rilevante indebitamento verso terzi. Dall’analisi degli organismi partecipati in via totalitaria da un unico socio emerge, nella gran parte dei casi, che le risorse complessivamente impegnate e pagate dagli enti proprietari tendono a coincidere con l’importo dei valori della produzione degli organismi destinatari delle erogazioni. Abbiamo dunque assistito, per tutte queste ragioni, a un percorso legislativo incoerente, caratterizzato da frequenti ripensamenti, fatta eccezione per una costante: la crescente e progressiva espansione delle società a partecipazione pubblica locale, anche attraverso la trasformazione di aziende speciali, consorzi e istituzioni.   La “storia” del fenomeno comincia nel 1990 con la espressa previsione nella legge n. 142 della società per azioni a partecipazione pubblica maggioritaria[10], passa attraverso l’introduzione della società c.d. minoritaria[11], l’apertura al tipo della S.r.l. e l’incentivo alla trasformazione delle aziende speciali e dei consorzi[12], per subire un provvisorio assestamento nel 2000 con il Testo Unico delle autonomie locali (Tuel) che sistemava organicamente la materia[13]. Nel 2001 il quadro viene virtualmente rivoluzionato con l’introduzione della categoria mai definita dei c.d. servizi industriali e l’introduzione rigorosa, mai attuata, dei principi della concorrenza[14]. Con la contro-riforma del 2003 e la legge finanziaria per il 2004, si arriva infatti a un risultato esattamente opposto[15]. Quest’ultimo intervento, in parte censurato dalla Corte Costituzionale[16], ha suddiviso i servizi in virtù della loro rilevanza economica, in un contesto pesantemente dominato dalla figura della società in house providing e del suo strettissimo collegamento funzionale con l’ente di riferimento. La normativa ha strumentalizzato in modo abile la giurisprudenza comunitaria tanto da far evocare una situazione giuridica di dipendenza organica. Alla originaria disciplina contenuta nell’art. 113 TUEL, infatti, si sono sovrapposti prima l’art. 23 bis del d.l. n. 112/08 (successivamente abrogato con referendum) e poi la successiva disciplina introdotta con il D.L. 138/11 (dichiarata incostituzionale dalla Consulta con la sentenza n. 199 del 20 luglio 2012), per giungere infine al d.l. 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito con l. 17 dicembre 2012 n. 221). Le Sezioni Unite della Cassazione nel 2013 hanno scelto forzatamente di adattare l’impostazione comunitaria, al fine di riconoscere la giurisdizione piena della Corte dei conti sulle azioni di responsabilità agli organi sociali delle società in house[17]. I giudici del Supremo consesso qualificano, in modo in verità opinabile, questo genere di società come una mera articolazione interna della P.A., una sua longa manus al punto che l’affidamento diretto neppure consentirebbe di configurare un rapporto intersoggettivo di talchè l’ente in house “non potrebbe ritenersi terzo rispetto all’amministrazione controllante ma dovrebbe considerarsi come uno dei servizi propri dell’amministrazione stessa”[18]. Le ormai numerose sentenze delle sezioni unite si rifanno tutte alla n. 26283 del 25 novembre 2013, il cui passaggio più forte è quello secondo cui “il velo che normalmente nasconde il socio dietro la società è dunque squarciato: la distinzione tra socio (pubblico) e società (in house) non si realizza più in termini di alterità soggettiva”. L’orientamento ha complicato ancora di più le cose perché molti non hanno inteso che si riferisse solo alla giurisdizione e perdippiù non esclusiva della Corte dei Conti sulle azioni di responsabilità, ma hanno provato a dedurre l’esistenza di una società di tipo pubblico meritevole di uno ius singulare. In realtà si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c. [19], con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa [20]. Viceversa, a parte i casi di società c.d. legali (istituite, trasformate o comunque disciplinate con apposita legge speciale)[21], ci troviamo sempre di fronte a società di diritto comune, in cui pubblico non è l’ente partecipato bensì il soggetto, o alcuni dei soggetti, che vi partecipano e nella quale, perciò, la disciplina pubblicistica che regola il contegno del socio pubblico e quella privatistica che regola il funzionamento della società convivono.     La storia che abbiamo raccontato è singolare: il legislatore italiano ha prima creato un monstrum e poi ha costretto gli interpreti, anche i più raffinati, a riconoscerlo e a ricostruirlo invece di “constatare i fenomeni giuridici quali sono, quali si trovano nel sistema positivo, non negarli o storpiarli per ragioni a priori”[22]. Quanto accaduto appartiene a una tendenza più generale diretta a creare sempre più frequentemente categorie di soggetti i cui rapporti sono regolati da uno ius singulare. Fenomeno deprecabile, in quanto nel migliore dei casi, finisce per originare privilegi, asimmetrie e discriminazioni. In taluni casi, poi, non è tanto la ponderata volontà di sottrarre alla disciplina comune determinati soggetti a spingere il legislatori, bensì l’incapacità a resistere alla pressione di chi, spesso emotivamente o prepotentemente, chiede e invoca questa o quella norma. Ecco che il potere legislativo, si muove talora male e si trasforma, come sul dirsi in una machine a faire lois[23], invece di dettare norme efficienti e cercare nell’armonia del sistema le soluzioni più giuste. Ed eccoci ora alla c.d. Riforma Madia. Servirà? Poteva intervenire in modo più chiaro e tecnicamente corretto su temi tanto delicati? Sicuramente sì. Ma comunque contiene principi importanti ad esempio chiarisce una volta per tutte che una società è una società, non è un tavolo né una sedia, e come tale ad esempio fallisce da chiunque sia partecipata. Una cosa appare evidente che ancora una volta non si è tenuto conto delle specificità ordinamentali e soprattutto disciplinari, ratione materiae. Il diritto pubblico o amministrativo mai potranno entrare appieno nella forma mentis di un societarista o di un fallimentarista e viceversa. E’ ora in corso di pubblicazione il Decreto Legislativo che reca “Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 19 agosto 2016 n. 175, recante testo unico in materia di società a partecipazione pubblica” (c.d. “Decreto Correttivo”).  Si attua in tal modo la delega contenuta nell’art. 16, comma 7, della legge 7 agosto 2015, n. 124 (c.d. legge Madia), il quale, nel disegnare la delega per una complessa operazione di riorganizzazione normativa in materia di amministrazioni pubbliche, prevede che entro dodici mesi dall’entra in vigore dei decreti delegati il Governo avrebbe potuto adottare, appunto, uno o più decreti correttivi. L’intervento integrativo e correttivo, nel caso del TUSP, è dovuto anche a – e ha dovuto tener conto di – quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 251/2016, con la quale è stata ravvista una violazione delle norme costituzionali sul concorso di competenze statali e regionali da parte della citata legge n. 124 del 2015[24]. La Consulta ha in questa sede dichiarato che l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni si sarebbe potuta rimediare, nel rispetto del principio di leale collaborazione, avviando le procedure inerenti all’intesa con Regioni e enti locali nella sede della Conferenza unificata[25]. L’impatto della sentenza, che per qualche settimana ha tenuto col fiato sospeso gli operatori del settore che hanno temuto che essa potesse demolire tutta la riforma, è stato però limitato.  In primo luogo, come la Consulta stessa ha precisato, “le pronunce di illegittimità costituzionale, contenute in questa decisione, sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso, e non si estendono alle relative disposizioni attuative” (ossia ai decreti delegati[26]).  Inoltre, il Consiglio di Stato, con parere n. 83 del 17 gennaio 2017 si è espresso sugli adempimenti da compiere a seguito della sentenza della Corte Costituzionale[27], e ha precisato che il percorso più ragionevole e compatibile con l’impianto della sentenza – postulato anche dalla stessa Consulta – sarebbe stato quello di intervenire con decreti correttivi, previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni, da svolgersi in base alle previsioni di cui all’art. 3 del decreto legislativo 28  agosto  1997,  n.  281  (Definizione  ed  ampliamento  delle  attribuzioni della  Conferenza  permanente  per  i  rapporti  tra  lo  Stato,  le  regioni  e  le  province autonome  di  Trento  e  Bolzano  ed  unificazione,  per  le  materie  ed  i  compiti  di interesse  comune  delle  regioni,  delle  province  e  dei  comuni,  con  la  Conferenza Stato-città ed autonomie locali), in modo da “sanare l’eventuale vizio derivante dal procedimento  originariamente  seguito”, avendo peraltro la  sentenza  “fatto  riferimento  al Governo  (e  non  al  Parlamento)  e  considerato  che  in  alcuni  casi  i  termini  per l’adozione di simili decreti non sono ancora scaduti”. Tra le modifiche senz’altro di maggior rilievo portate dal Decreto Correttivo è quella che riguarda la governance delle società partecipate. Come noto, una delle innovazioni più importanti del nuovo testo unico è quella che stabilisce che “di norma” (e già l’espressione prelude ad eccezioni[28]) l’organo amministrativo debba essere costituito da un amministratore unico (art. 11, comma 2, TUSP). Nell’impianto originario del TUSP, il comma terzo di tale articolo prevedeva che, in deroga al principio appena affermato, un apposito decreto del Presidente del Consiglio, da emanarsi entro sei mesi dall’entrata in vigore del testo unico (quindi entro il 23 marzo 2017), avrebbe dovuto enucleare i criteri secondo i quali “per specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa”, sarebbe stato possibile optare per  un consiglio di amministrazione – composto da un minimo di tre a un massimo di cinque membri – ovvero per i sistemi dualistico o monistico (art. 11, comma 3, TUSP). Con tale previsione si è invertito il criterio in vigore, previsto, da ultimo, nell’art. 4, commi 4 e 5, d.l. 6 luglio 2012 n. 95, conv., con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, in cui l’opzione per l’amministratore unico era consentita, ma residuale[29]. L’art. 7 del Decreto Correttivo è ora intervenuto sostituendo integralmente il comma terzo dell’art. 11 TUSP, che ora recita: “L’assemblea della società a controllo pubblico, con delibera motivata con riguardo a specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa e tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi, può disporre che la società sia amministrata da un consiglio di amministrazione composto da tre o cinque membri, ovvero che sia adottato uno dei sistemi alternativi di amministrazione e controllo previsti dai paragrafi 5 e 6 della sezione VI-bis del capo V del titolo V del libro V del codice civile. La delibera è trasmessa alla sezione della Corte dei Conti competente ai sensi dell’articolo 5, comma 4, e alla struttura di cui all’articolo 15”. Nel quadro attuale, dunque, la scelta per un sistema collegiale di amministrazione (oppure per i modelli dualistico o monistico), è interamente rimessa all’assemblea dei soci, i quali dovranno però giustificare tale scelta per ragioni di adeguatezza organizzativa e “tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi” (requisito, quest’ultimo, che non era posto come criterio per il Dpcm).  In sostanza, il Governo ha ritenuto di preferire un sistema in cui l’adozione dei sistemi di amministrazione e di controllo alternativi all’amministratore unico non fosse eterodeterminata al di fuori della singola compagine societaria. La scelta, inoltre, è servita a rimediare un potenziale corto circuito della previgente formulazione, poiché l’adeguamento degli statuti era fissato al 31 dicembre 2016, mentre il Dpcm avrebbe dovuto essere emanato entro il 23 marzo 2017. Si sarebbe quindi potuta creare una situazione potenzialmente dannosa per quelle società che, diligentemente rispettando il termine per l’adeguamento dello statuto, avesse optato per l’organo monocratico di amministrazione, per poi scoprire che secondo i criteri dettati dal Dpcm avrebbe potuto optare per un sistema collegiale (o per uno dei modelli alternativi di gestione), sobbarcandosi gli oneri procedurali e notarili di una doppia modifica statutaria. Immediatamente collegato al precedente è il tema delle tempistiche prescritte dal TUSP per l’adeguamento degli statuti e per altri adempimenti. Per quanto riguarda il primo, inizialmente fissato al 31 dicembre 2016 dall’art. 26 TUSP, è ora fissato al 31 luglio 2017 dall’art. 15 del Decreto Correttivo. Per quanto attiene invece ai secondi, essi si trovano in vari luoghi del testo. Così, ad esempio, è differito al 31 luglio 2017 il termine, inizialmente fissato al 23 marzo 2017 dall’art. 26 TUSP, per l’adeguamento delle società a controllo pubblico alle disposizioni contenute nell’art. 11, comma 8, TUSP, secondo cui gli amministratori delle società a controllo pubblico non possono essere dipendenti delle amministrazioni pubbliche controllanti o vigilanti (art. 15 Decreto Correttivo)[30]. Ancora, sempre all’art. 26 è introdotto un nuovo comma 12-ter, ai sensi del quale “per le società di cui all’art. 4, comma 8, le disposizioni dell’art. 20 trovano applicazione decorsi 5 anni dalla loro costituzione”. In altre parole, per le società spin off o start up universitarie o di enti di ricerca non vige, per i primi 5 anni di vita, l’obbligo di procedere alla razionalizzazione delle partecipazioni dalle amministrazioni pubbliche. Un differimento di qualche mese è anche previsto per il termine per la ricognizione del personale in servizio, propedeutico all’individuazione di eventuali eccedenze, previsto dall’art. 25, comma 1, TUSP, al 23 marzo 2017, e ora posticipato al 30 giugno 2017 (art. 14, comma 1, lett. a), Decreto Correttivo). Si chiarisce, inoltre, un dubbio interpretativo circa l’applicazione del divieto di nuove assunzioni, esplicitando (art. 14, coma 1, lett. c), Decreto Correttivo) che il periodo di durata del blocco delle nuove assunzioni, stabilito dall’art. 25, comma 4, TUSP, fino al 30 giugno 2018, decorre dalla data di pubblicazione del decreto del personale eccedente di cui alla nota precedente.  Al termine del 30 giugno 2017 (anziché di sei mesi dall’entrata in vigore del TUSP, ossia il 23 marzo 2017) è posticipato anche il termine per la ricognizione di tutte le partecipazioni possedute dalle pubbliche amministrazioni (art. 13, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo – art. 24, comma 1, TUSP).  È stato infine posto modificato il termine per le disposizioni in materia di personale previste dalla normativa vigente (legge 27 dicembre 2013, n. 147), che si applicheranno non più soltanto fino al 23 settembre 2016, ma fino all’entrata in vigore del decreto ministeriale sul personale eccedente di cui all’art. 25, comma 1, TUSP, e comunque non oltre il 31 dicembre 2017 (art. 11 Decreto Correttivo). Un altro importante elemento di novità introdotto dal Decreto Correttivo (art. 5) incide sulle finalità perseguibili dalla p.a. mediante l’acquisizione e la gestione di partecipazioni pubbliche.  Si è più precisamente ampliato il novero delle funzioni perseguibili per le società aventi ad oggetto l’autoproduzione di beni e servizi (di cui all’art. 4, comma 2, lett. d), TUSP), che ora non dovrà essere limita ai beni e servizi strumentali all’ente o degli enti pubblici partecipati, ma potrà riguardare anche lo svolgimento delle funzioni dei predetti enti. È stato previsto, ad integrazione dell’art. 4, comma 7, TUSP, che sono ammesse anche le partecipazioni nelle società aventi per oggetto sociale la produzione di energia da fonti rinnovabili. Ed è stata fatta salva, all’art. 4, comma 8, TUSP, la possibilità per le università di costituire società per la gestione di azienda agricole con funzioni didattiche. Inoltre, al fine di valorizzare il principio di leale collaborazione nei rapporti tra Stato e regioni, come richiesto dalla citata sentenza della Corte Costituzionale, è stato previsto, dall’art. 5, comma 1, lett. d), Decreto Correttivo, che ha modificato l’art. 4 comma 9 TUSP, che il Presidente della Regione possa, con provvedimento adottato ai sensi delle disposizioni regionali e nel rispetto dei principi di trasparenza e pubblicità, deliberare l’esclusione totale o parziale dell’applicazione delle disposizioni dell’art. 4 – attinenti appunto alle limitazioni delle finalità perseguibili mediante acquisizione o gestione di partecipazioni pubbliche – rispetto a singole società a partecipazione regionale. La suddetta esclusione dovrà essere motivata con riferimento alla “misura e qualità della partecipazione pubblica, agli interessi pubblici a essa connessi e al tipo di attività svolta, riconducibile alle finalità di cui al comma 1”. Un tema affine al precedente riguarda la motivazione analitica che l’atto deliberativo di costituzione di una società partecipata o di acquisto di partecipazioni deve riportare ai sensi dell’art. 5 TUSP: l’art. 6 del Decreto Correttivo ha eliminato, al riguardo, il riferimento alla possibilità di destinazione alternativa delle risorse pubbliche impegnate e ha precisato che le modalità della consultazione pubblica sono disciplinate dagli enti locali interessati.  Le scelte legislative di fondo che traspaiono dal Decreto Correttivo si confermano, dunque, muovere essenzialmente su due binari: (i) il rispetto del principio di leale collaborazione tra istituzioni centrali e locali, cui consegue lo spostamento di alcune decisioni nella sfera locale e la necessità dell’intesa della Conferenza unificata in relazione a diversi aspetti disciplinari che potenzialmente impattano sulle partecipate degli enti locali; (ii) lo smorzamento di alcuni oneri motivazionali e di alcuni limiti di operatività, che, insieme con l’ampliamento della libertà di manovra nella costituzione e gestione delle partecipazioni pubbliche, e con il molteplice allungamento dei vari termini per gli adempimenti prescritti dalla nuova normativa, tende alla valorizzazione dell’autonomia delle singole società.         [1] Con l’indicata disposizione il Parlamento ha delegato il Governo a semplificare, attraverso il riordino delle disposizioni nazionali e la creazione di una disciplina generale organica in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche, il relativo quadro di regolazione anche in linea con i principi dettati dalla costante giurisprudenza nazionale e comunitaria, con effetti positivi in termini di valorizzazione della tutela della concorrenza e di generale trasparenza ed efficacia dell’azione amministrativa. [2] Cfr. in particolare Cons. Stato, nn. 1206 e 1207 del 2001 e nn. 4711 del 2002 e 1303 del 2002. [3] Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011. [4] La giurisprudenza ha evidenziato d’altra parte che la qualificazione di servizio pubblico locale spetta a quelle attività caratterizzate sul piano oggettivo dal perseguimento di scopi sociali e di sviluppo della società civile, selezionate in base a scelte, appunto, di carattere eminentemente politico quanto alla destinazione delle risorse economicamente disponibili e all’ambito di intervento e su quello soggettivo dalla riconduzione diretta o indiretta a una figura soggettiva di rilievo pubblico (cfr. Cons. Stato, 13 dicembre 2006 n. 7369; TAR Campania, Napoli,  24 aprile 2008 n. 2533). [5] Nella Relazione al Codice Civile, si legge, in riferimento alle società pubbliche che lo Stato “si assoggetta alla legge della società per azioni per assicurare alla propria gestione maggiore snellezza di forme e nuove possibilità realizzatrici” (Relazione al Codice Civile, n. 998. Artt. 2458 e ss., vecchio testo). [6] L’introduzione del bilancio consolidato civilistico per la holding-ente pubblico poteva rappresentare una scelta funzionale all’indirizzo e al coordinamento dell’intero gruppo pubblico locale (cfr. A. Tredici, Il bilancio consolidato del gruppo pubblico locale quale strumento di programmazione e controllo, in Il controllo nelle società e negli enti, 2006, 256 s.). Solo con il d.lgs. n. 118 del 2011, recante disposizioni in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni, degli enti locali e dei loro organismi, si è previsto che tali enti territoriali adottino «…comuni schemi di bilancio consolidato con i propri enti ed organismi strumentali, aziende, società controllate e partecipate e altri organismi controllati….» (art. 11, comma 1). Tale innovazione che impone (e non facultizza più) l’adozione di un bilancio preventivo (e non solo un conto consuntivo) di tipo consolidato, è stata progressiva nel corso del tempo, mediante la previsione, ai sensi dell’art. 36, d.lgs. cit., di un periodo di sperimentazione biennale (2012-2013), coinvolgente talune amministrazioni pubbliche territoriali prescelte in ragione della loro collocazione geografica e densità demografica, per poi entrare a regime dall’anno finanziario 2014. In tema cfr già F. Fimmanò, L’ordinamento delle società pubbliche tra natura del soggetto e natura dell’attività, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, (a cura di F. Fimmanò), Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 12 s. [7] Alle Sezioni regionali di controllo della Corte compete – come confermato anche dal d.lgs. n. 175/2016, di riordino della disciplina in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche – di monitorare il percorso di razionalizzazione delle partecipazioni e di vigilare sull’effettivo completamento delle procedure di dismissione e/o liquidazione. Le Sezioni, in attuazione della legge di stabilità 2015, hanno già verificato i piani di razionalizzazione, che sono stati presentati da un elevato numero di enti (quasi l’80%). [8] Cfr. Sezione delle Autonomie: Referto su “Gli organismi partecipati degli enti territoriali” Delibera n. 27/SEZAUT/2016/FRG e documenti allegati. [9] Nei 3.076 organismi con fatturato non superiore a 5 milioni operano in media 8,7 dipendenti, a fronte di una media di 56 dipendenti nel complesso di quelli osservati. In 1.279 organismi, di cui 776 società, si registra un numero di dipendenti inferiore a quello degli amministratori. [10] La società mista a prevalente capitale pubblico locale venne prevista per la prima volta dall’art. 22, lettera e) della legge 142 del 1990, (testo poi modificato dall’art. 17, comma 58, legge 15 maggio 1997, n. 127, Bassanini-bis) e la legge non vietava peraltro che la società fosse interamente in mano pubblica. [11] La società mista con partecipazione maggioritaria dei soci privati ha trovato riconoscimento testuale con l’art. 12 della legge n. 498 del 1992, attuata con la normativa regolamentare dettata dal D.p.r. n. 533 del 16 settembre 1996 (al riguardo G.F. Campobasso, La costituzione delle società miste per la gestione dei servizi pubblici locali: profili societari, in Riv. soc., 1998, 390 s., che esamina in particolare gli aspetti della compagine, della scelta dei soci e dello scopo di lucro). [12] Norme contenute nella c.d. legge Bassanini bis (n. 127 del 15 maggio 1997), che all’art. 17, commi 51-58, consentiva agli Enti locali di procedere alla trasformazione delle aziende speciali, deputate alla gestione dei servizi pubblici, in società per azioni o a responsabilità limitata con capitale misto, pubblico e privato, anche a partecipazione minoritaria. [13] D. lgs. n. 267 del 2000. [14] Articolo 35 della legge n. 448 del 2001. [15] Si tratta in particolare dell’art. 14 del d.l. n. 269 del 30 settembre 2003 «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici», convertito con modificazioni nella l. n. 326 del 2003 (conseguente alle osservazioni della Commissione Europea sul sistema delineatosi con l’entrata in vigore dell’art. 35). [16] Nel luglio del 2004, la Corte Costituzionale accolse in parte il ricorso avanzato dalla regione Toscana e dichiarò illegittimo l’art. 14, comma 1, lett. e), e comma 2, del D.l. 30 settembre 2003, n. 269, conv. nella L. 24 novembre 2003, n. 326, (Corte Cost., 27 luglio 2004, n.272, cfr. al riguardo G. Marchi, I servizi pubblici locali tra potestà legislativa statale e regionale, in Giorn. Dir. Amm., 1, 2005). [17] Cass., Sez. Un., 25 novembre 2013, n. 26283 – Pres. Rovelli – est. Rordorf, in Società, 2014, 55 s. con nota di F. Fimmanò, La giurisdizione sulle “società in house providing”, e in Fallimento, 2014, 33 s., con nota di L. Salvato, Riparto della giurisdizione sulle azioni di responsabilità nei confronti degli organi sociali delle società in house; e poi in scia: Cassazione, Sez. Un., 16 dicembre 2013 n. 27993;  Cass., Sez. Un., 26 marzo 2014, n. 7177 – Pres. Rovelli – est. Macioce; Cass., Sez. Un., 24 ottobre 2014, n. 22609- Pres. Rovelli – est. D’Ascola. Nello stesso senso ma con approdo opposto Cass., Sez. Un., 10 marzo 2014, n. 5491 – Pres. Rovelli – est. Nobili, in Società, 2014, 953 s. con nota di F. Cerioni; Cass. Sez. Un. n. 26936 del 2 dicembre 2013, che non riconoscono la giurisdizione contabile per l’inesistenza dei tre requisiti individuati: la necessaria appartenenza pubblica del capitale della società (con la previsione statutaria del divieto di cedere a soggetti privati quote della stessa), l’inesistenza di margini di libera agibilità sul mercato (neppure attraverso partecipate e la sottoposizione a controllo analogo (che non può ridursi al potere di nomina degli organi sociali). [18] In buona sostanza la Cassazione ha riprodotto l’orientamento del Consiglio di Stato (Cons. Stato, Adunanza Plenaria, 3 marzo 2008 n. 1, su rimessione di Cons. Stato, Sez. V, 23 ottobre 2007 n. 5587 ; nello stesso senso Cons. Stato, sez. VI, 16 marzo 2009, n. 1555 e prima TAR Valle d’Aosta, 13 dicembre 2007 n. 163; TAR Sicilia, 5 novembre 2007 n. 2511; TAR Piemonte, 4 giugno 2007 n. 2539; TAR Calabria, Catanzaro, 15 febbraio 2007 n. 76 e dopo TAR Campania, Napoli, Sez. I, 28 luglio 2008 n. 9468). Il Consiglio di stato ha sostenuto in particolare che il modello di società mista elaborato, in sede consultiva, con il parere n. 456 delle 2007, rappresenta solo una delle possibili soluzioni delle problematiche connesse alla costituzione di tali società e all’affidamento del servizio alle stesse, anche se, in mancanza di indicazioni precise da parte della normativa e della giurisprudenza comunitaria, non può allo stato essere elaborata una soluzione univoca o un modello definitivo di società mista. In ogni caso, il modello di società costruito con il citato parere non è rinvenibile allorchè il socio non venga scelto mediante procedura a evidenza pubblica nella quale la gestione del servizio sia stata definita e precisata. [19] Al riguardo: G. Visentini, Partecipazioni pubbliche in società di diritto comune e di diritto speciale, Milano, 1979, 4 s.; M. Mazzarelli, La società per azioni con partecipazione comunale, Milano, 1987, 117; G. Marasà, Le «società» senza scopo di lucro, Milano, 1984, 353; P. Spada, La Monte Titoli S.p.a. tra legge ed autonomia statutaria, in Riv. dir. civ., 1987, II, 552. [20] Al riguardo R. Guarino, La causa pubblica nel contratto di società, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di F. Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 131 s. [21] Ci riferiamo agli enti pubblici con mera struttura organizzativa societaria (cfr. al riguardo C. Ibba, Le società «legali», Torino, 1992, 340; Id., La tipologia delle privatizzazioni, in Giur. comm., 2001, 483 s.; Id., Le società “legali” per la valorizzazione, gestione e alienazione dei beni pubblici e per il finanziamento di infrastrutture. Patrimonio dello Stato e infrastrutture s.p.a, in Riv. dir. civ., 2005, II. 447;  e in un’ottica estensiva: G. Napolitano, Soggetti privati «enti pubblici»,in Dir. amm., 2003, 81 s.) previsti, trasformati o costituiti appunto in forma societaria con legge (ad es. l’art. 7 del D. L. 15/4/2002 n. 63, convertito dalla L. 15/6/2002, n. 112, ha istituito la Patrimonio dello Stato S.p.a.; l’rt. 8 del D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito dalla L. 8/8/2002, n. 178, ha gemmato la Coni Servizi s.p.a.; il D. Lgs. 9/1/1999 n. 1, ha istituito Sviluppo Italia s.p.a. poi integrato con altre norme dirette a disciplinarne la governance dell’attuale “Invitalia s.p.a”; l’art. 3, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79, ha previsto la costituzione del Gestore della rete di trasmissione nazionale S.p.a.; l’art. 13, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 ha contemplato la nascita della Sogin s.p.a.; stessa cosa è accaduta per “Gestore del Mercato s.p.a.” ex art. 5, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 e l’Acquirente Unico s.p.a. ex art. 4, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79). In altri casi il legislatore ha trasformato o previsto la trasformazione di enti pubblici in società (così per l’Ente Nazionale per le Strade ex art. 7 D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito in L. 8/8/2002 n. 178; per l’Istituto per i servizi assicurativi del commercio estero Sace ex art. 6 D. L. 30/9/2003, n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326; per l’Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma ex D. Lgs. 17/8/1999 n. 304; per la Cassa Depositi e Prestiti ex art. 5 D.L. 30/9/2003 n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326). [22] È l’avvertimento metodologico già lucidamente espresso da F. Ferrara sr., La teoria della persona giuridica, in Riv. dir. comm., 1911, p. 638. [23] Già con riferimento alla normativa speciale a “toppe” per il diritto sportivo: U. Apice, La società sportiva: dentro o fuori al codice civile, in Dir. fall., 1986, 538 s.; F.Fimmanò, La crisi delle società di calcio professionistico a 10 anni dal caso Napoli, in Gazzetta Forense, 2014, 4, 8 s. [24] In particolare, con riguardo alle previsioni della legge delega riguardanti i principi e criteri direttivi per l’emanazione del TUSP, la Regione Veneto ricorreva sostenendo che le relative disposizioni avrebbero violato gli artt. 117, secondo, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost., “poiché la fissazione di tali principi e criteri eccederebbe dalle competenze statali in materia di «tutela della concorrenza» e di «coordinamento della finanza pubblica», invadendo sfere di competenza regionali. Inoltre, esse violerebbero il principio di leale collaborazione di cui agli artt. 5 e 120 Cost., poiché prescriverebbero, in combinato disposto con il comma 4 dell’art. 16, per l’attuazione della delega, una forma di raccordo con le Regioni – il parere in Conferenza unificata – da ritenersi insufficiente, tenuto conto delle molteplici interferenze con le attribuzioni regionali” (v. Corte Cost., 25.11.2016,  n. 251). Il tema delle società a partecipazione pubblica era già stato oggetto di pronunce da parte del c.d. Giudice delle Leggi. In alcuni casi, la Consulta ha ricondotto le disposizioni inerenti all’attività di società partecipate dalle Regioni e dagli enti locali alla materia dell’«ordinamento civile», di competenza legislativa esclusiva statale, in quanto volte a definire il regime giuridico di soggetti di diritto privato, nonché a quella della «tutela della concorrenza» in considerazione dello scopo di talune disposizioni di «evitare che soggetti dotati di privilegi operino in mercati concorrenziali» (Corte Cost., sent. n. 326 del 2008). In altri, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di disposizioni statali che, imponendo a tutte le amministrazioni, quindi anche a quelle regionali, di sciogliere o privatizzare le società pubbliche strumentali, sottraevano alle medesime la scelta in ordine alle modalità organizzative di svolgimento delle attività di produzione di beni o servizi strumentali alle proprie finalità istituzionali, violando la competenza legislativa regionale residuale in materia di organizzazione amministrativa regionale (Corte Cost., sent. n. 229 del 2013). [25] Infatti, la materia delle partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche coinvolge, da un lato, profili pubblicistici, che attengono alle modalità organizzative di espletamento delle funzioni amministrative e dei servizi, perciò riconducibili alla competenza residuale regionale, anche con riguardo alle partecipazioni degli enti locali che non abbiano come oggetto l’espletamento di funzioni fondamentali. Dall’altro lato, però, ogni intervento in materia coinvolge anche profili privatistici, inerenti alla forma delle società partecipate, che trova nel codice civile la sua radice, e aspetti connessi alla tutela della concorrenza, riconducibili alla competenza esclusiva del legislatore statale. La sede preposta alla necessaria integrazione dei suddetti punti di vista e delle diverse esigenze degli enti territoriali coinvolti, è la Conferenza unificata, di cui nel TUSP era richiesto il solo “parere”. [26] La Corte Costituzionale ha precisato che “nel caso di impugnazione di tali disposizioni, si dovrà accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione”. [27] Il supremo organo amministrativo non ha mancato di rilevare l’importanza di “portare a termine le previsioni della l. n. 124 a seguito della sentenza della Corte”, anche “per non far perdere slancio riformatore all’intero disegno: i decreti legislativi interessati dalla sentenza costituiscono, infatti, non soltanto misure di grande rilievo di per sé, ma anche elementi di una riforma complessiva, che risulterebbe meno incisiva se limitata ad alcuni settori” (v. parere Cons. Stato n. 83/2017, in www.giustizia-amministrativa.it). [28] Assai diversa era stata la prima versione del decreto legislativo, in cui si discorreva di “obbligo” per le società di optare per l’amministratore unico, obbligo poi mutato in una più rassicurante “normalità” durante i lavori di stesura del testo definitivo. [29] «I consigli di amministrazione delle società di cui al comma 1 devono essere composti da non più di tre membri. È comunque consentita la nomina di un amministratore unico» (art. 4, comma 4, d.l. 95/2012). «Fermo restando quanto diversamente previsto da specifiche disposizioni di legge e fatta salva la facoltà di nomina di un amministratore unico, i consigli di amministrazione delle altre società a totale partecipazione pubblica, diretta o indiretta, devono essere composti da tre o da cinque membri, tenendo conto della rilevanza e della complessità delle attività svolte» (art. 4, comma 5, d.l. 95/2012, come modificato con l’art. 16, comma 1, lett. b), d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla l. 11 agosto 2014, n. 114). D’altronde, già con la legge finanziaria 2007 si era previsto, oltre al generico richiamo a un emanando «atto di indirizzo volto, ove necessario, al contenimento del numero dei componenti dei consigli di amministrazione delle società non quotate partecipate dal Ministero dell’economia e delle finanze e rispettive società controllate e collegate, al fine di rendere la composizione dei predetti consigli coerente con l’oggetto sociale delle società» (art. 1, comma 465, l. 27 dicembre 2006, n. 296), che «il numero complessivo di componenti del consiglio di amministrazione delle società partecipate totalmente anche in via indiretta da enti locali, non può essere superiore a tre, ovvero a cinque per le società con capitale, interamente versato, pari o superiore all’importo che sarà determinato con decreto», e che nelle società miste il numero massimo di componenti del consiglio di amministrazione designati dai soci pubblici locali comprendendo nel numero anche quelli eventualmente designati dalle regioni non può essere superiore a cinque (art. 1, comma 729, l. 296/2006). [30] A tal riguardo, viene altresì precisato (art. 14, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo) che il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro delegato per la semplificazione e la pubblica amministrazione e con il Ministro dell’economia e delle finanze, volto a disciplinare le modalità di trasmissione dell’elenco del personale eccedente, debba essere adottato previa intesa in Conferenza unificata ai sensi dell’art. 9 d.lgs. 28.8.1997, n. 281.   - >>>>>

Corecom, Santimone replica a Di Lucente: “se sa qualcosa faccia i nomi”

La vicenda relativa alle nomine Corecom si fa sempre più accesa. Nella giornata di ieri, Il Consigliere Regionale Andrea Di Lucente ha espresso il suo appoggio al Presidente Micone ritenendosi convinto che il polverone sia stato sollevato a causa di un “tornaconto personale”. Una vera e propria stoccata quella dell’esponente dei Popolari per L’Italia, alla quale non si sono fatte antendere le risposte, prima fra tutte quella del Consigliere Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Cosimo Santimone, che in una nota ha definito la sua replica “necessaria viste le gravissime accuse di Di Lucente, il quale ha gettato discredito sull’intera categoria, riducendo, sulla base di non sappiamo quali fantasiose congetture le nomine al Corecom ad un «tornaconto personale»”. Santimone, inoltre, ha aggiunto: “Di Lucente se conosce qualcosa che ignoriamo, da buon rappresentante della “cosa pubblica” faccia i nomi e vada in Procura, altrimenti taccia. Sappiamo bene, signor Di Lucente, che come testualmente lei ha detto «non si tratta di pregiudicati e non sono figure scomode ma solamente professionisti…». Probabilmente – ha precisato il Consigliere dell’Ordine- anzi sicuramente sono degli ottimi professionisti. Noi, come Ordine, non abbiamo espresso giudizi su questo aspetto e non abbiamo mai messo in dubbio la loro competenza.Da parte nostra non c’è stata nessuna critica alle persone. Abbiamo, questo sì, criticato il metodo, il criterio di scelta.E lo faremo ancora. Sempre con rispetto, ma con grande determinazione. Dicevano i latini “unicuique suum” che semplicemente vuol dire “a ciascuno il suo”: l’intera categoria che rappresento conosce bene le difficoltà di questo periodo storico. Non abbiamo bisogno di giudizi frettolosi di esperti dell’ultima ora.” Santimone poi sottolinea: “: c’era e c’è la necessità e probabilmente, come ho avuto modo di affermare nel recente passato, “l’obbligo morale” di nominare all’interno del Corecom anche un appartenente alla categoria dei giornalisti. Questa difesa così violenta – ha infine concluso – da parte di una “politica” che alla vigilia delle elezioni si era presentata come il cambiamento col passato, ci getta nello sconforto come cittadini e come molisani, prima che come giornalisti. E tutto ciò non ha a che fare con la tutela degli interessi collettivi.”   - >>>>>

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Isernia. Sbaglia ingresso e viene scambiato per un ladro, intervengono i Carabinieri

Nella serata di ieri, i Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della locale Compagnia, sono intervenuti presso un’abitazione del centro abitato, perché era stata segnalata una persona che stava armeggiando vicino la porta di ingresso di un appartamento e cercava di aprire la serratura. Il vicino, presente in casa, aveva udito i rumori e ritendo che potesse trattarsi di un ladro aveva allertato il 112. I militari raggiungevano lo stabile ed individuavano l’uomo, ospite di un “Bed and Breakfast” il quale rientrato nel palazzo non si era avveduto di aver sbagliato piano e con insistenza aveva cercato di aprire la porta che riteneva fosse quella di accesso alla struttura ricettiva. I militari accertavano che effettivamente la persona interessata, segnalata quale presunto ladro, aveva la disponibilità di una stanza e che non ricordando bene quale piano dovesse raggiungere, aveva cercato inutilmente di aprire la porta sbagliata. I militari provvedevano a rassicurare la persona che aveva telefonato al 112 comunicandogli che si era trattato di un falso allarme. I Carabinieri invitano i cittadini a proseguire con le segnalazioni. A volte anche un banale indizio può far emergere l’azione di un malvivente. La collaborazione offerta dai cittadini consente all’Arma di intervenire tempestivamente per prevenire le incursioni dei ladri nelle abitazioni segnalando al numero di emergenza ogni persona o auto sospetta   - >>>>>

Alto Molise. Violazioni nella produzione di alimenti, sospesa l’attività di un caseificio

Continuano i controlli dei Carabinieri del Comando Provinciale di Isernia, nell’ambito della campagna di controlli estesi alle aziende operanti nei settori..

Termoli: incendio nella sala del cinema Lumiere, “gesto volontario”

Un incendio è scoppiato all’interno del cinema Lumiere a Termoli in corso Fratelli Brigida. A prendere fuoco il sipario del palco..

Commissario alla Sanità, verso la nomina un uomo dei 5 Stelle

di PASQUALE DI BELLO Il lungo braccio di ferro che sta impegnando da mesi il Presidente Toma e la sua maggioranza..

Vertenza GAM, sindacati chiedono incontro al Ministro Di Maio

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Sisma Centro Italia: la Cattolica destina una quota degli introiti alla ricostruzione di un ospedale

La Fondazione “Giovanni Paolo II” vuole partecipare concretamente alla gara di solidarietà per le popolazione colpite dal sisma che ha devastato..




Il Giornale del Molise - reg. Tribunale di Campobasso n. 269 del 11/10/2001- Editoria: Editoria Innovazioni Sviluppo srl - via San Giovanni in Golfo ZI - P.IVA 01576640708
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