Regionalismo differenziato, Toma: “Su questo tema non esistono bandiere politiche. Un plauso al Consiglio regionale”

Non si abbassa il livello di attenzione delle istituzioni sul tema del regionalismo differenziato. Anzi, al contrario, più passano i giorni e più si susseguono gli interventi.A far sentire oggi la propria voce, è stato il presidente della Regione Molise, Donato Toma. Dopo aver incassato il voto di tutto il Consiglio regionale, con la sola accezione della leghista Romagnuolo, Toma ha chiarito, senza tanti giri di parole, che così com’è il regionalismo proposto da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna non può e non deve passare. In Parlamento non ci deve nemmeno arrivare – ha scritto in una sua nota – se non dopo che la problematica sia stata “affrontata, sviscerata e dibattuta in tutti i suoi aspetti”. Il cardine del ragionamento fatto dal governatore è che i livelli essenziali delle prestazioni riguardanti i diritti civili e sociali, vengano garantiti in egual misura e forma su tutto il territorio nazionale”. Il ragionamento che fa Toma mira ad evitare una frattura, quella tra regioni ricche e regioni povere, rapporto che invece deve essere improntato alla redistribuzione interregionale delle risorse. “Per una piccola regione come il Molise – dice Toma – non si può prescindere dal presupposto che vengano assicurate azioni improntate ai principi costituzionali di solidarietà economica e sociale, dignità ed eguaglianza. Sono questi i punti a cui Toma farà riferimento in sede di Presidenza del Consiglio dei ministri ed in sede di Conferenza delle regioni. Il governatore, in tal senso, dispone di un ampio e trasversale mandato al lui concesso dal Consiglio regionale. Per la maturità dimostrata da quest’ultimo, Toma ha avuto parole di elogio. Sul tema del regionalismo differenziato – ha detto Toma -non esistono bandiere. Siamo difronte a un tema che interessa chiunque viva nelle nostre regioni, indipendentemente dall’appartenenza politica”.   - >>>>>


Caso Diciotti, il Referendum online un boomerang letale per il M5s

Di Vincenzo Musacchio. L’esito del voto sul caso Diciotti in corso sulla piattaforma Rousseau era in sostanza scontato. Il voto organizzato dai grillini era asservito a uno scopo ben preciso: togliere le castagne dal fuoco dei dirigenti pentastellati che così possono lavarsi le mani pilatescamente e far assumere la responsabilità di quanto accaduto ai loro iscritti. Ma in base al nuovo statuto, il voto online non è più vincolante, nel senso che i parlamentari sono chiamati soltanto a tenerne conto senza l’obbligo di rispettarlo. Come andrà a finire è fin troppo facile da prevedere, considerando che i parlamentari potrebbero trovarsi davanti alla scelta se far cadere di fatto il governo con Matteo Salvini o salvarlo e quindi salvare le proprie poltrone. Perché fino a oggi i referendum online si sono sempre conclusi con una vittoria schiacciante per le tesi del Movimento. Meno di diecimila voti di scarto tra sì e no. Un 60% contro un 40%. Siamo politicamente di fronte ad una spaccatura evidente nella base del Movimento. Io non ho votato ma credo che questo referendum potrebbe rappresentare, se non lo è già stato in queste primissime ore successive alla comunicazione dei risultati, un autentico boomerang letale. Di fatto, si è barattato il proprio “dna” per una poltrona in Parlamento. Un malcontento che, a questo punto, darà ancora più forza al fronte critico per un “contratto di Governo” che, in realtà, si sta dimostrando una rampa di lancio per Salvini e sta mettendo a nudo tutte le contraddizioni e le false promesse dei vertici pentastellati. Sono stato tra i più votati nella piattaforma Rousseau alle elezioni regionali del Molise ma né allora né oggi mi fido delle votazioni online senza controllo indipendente. La base e le radici sono cambiate per opportunismo politico, sono cambiati anche i valori, le priorità e anche il modo di porsi di tutta la squadra di Governo. Se dovessi esprimere il mio giudizio, ritengo che non vi fosse bisogno di fare il referendum, perché chi è eletto dal popolo deve valutare le situazioni e prendersi le responsabilità delle conseguenze deve poi avere la forza di sostenere delle posizioni politiche. Ma per fare questo occorre essere politici “di razza”. Il voto online è utilizzato solo quando c’è un tema scomodo. In modo da dire “lo dice la base e la base è sacra”. Il punto allora è: “o chiedi sempre o ti prendi la responsabilità delle tue azioni”. Da questa scelta di certo esce sconfitto Di Maio e i parlamentari dei Cinque Stelle. Salvini invece continua a vincere e furbescamente smorza i toni. Il M5S rinnega se stesso e non attraversa un buon momento che stando ai fatti può solo peggiorare. Stanno perdendo la base che crede ancora alle radici del Movimento, nessuno si vuole più candidare e nel tempo sono convinto continueranno a perdere consensi. Con la finta consultazione su Salvini, i capi grillini hanno venduto l’anima del Movimento per quattro poltrone. La fine del Movimento è cominciata. Concordo con la lucidissima analisi dell’ex senatore del M5S Gregorio De Falco che ha dichiarato:“Si tratta di una vittoria morale e politica di quel 40% del Movimento che non si fa strumentalizzare dalla potenza della macchina della propaganda”. “Il M5S ha perso l’anima. Salvano il loro amico Salvini dal processo, rinunciando a uno dei loro principi fondamentali. Uno vale uno non funziona per il loro alleati di governo”. Il declino di quella che era una grande speranza per molti è cominciato.   - >>>>>

Lotta allo spaccio e alla malavita, il Procuratore generale Guido Rispoli: “Non avranno tregua”. Accorato appello ai giovani

di GIOVANNI MINICOZZI Sono tante le iniziative in corso a sostegno della lotta allo spaccio di sostanze stupefacenti, una guerra lanciata dalla Procura Distrettuale Antimafia e in particolare dal Magistrato Nicola D’Angelo. Anche il Procuratore generale presso la Corte di Appello di Campobasso Guido Rispoli è intervenuto sul tema e ha elogiato le forze dell’ordine e le tre Procure del distretto molisano per i risultati raggiunti ma la battaglia continua. “Si, assolutamente sì. È uno dei temi forti del territorio, le tre Procure per fortuna in questo momento sono, sotto il profilo dei magistrati, coperte in modo quasi integrale, mentre per il personale amministrativo abbiamo delle difficoltà. È un’attività che si svolge sia su Larino sia su Campobasso e Isernia. Campobasso con particolare attenzione avendo noi la Procura distrettuale antimafia, Procura che quest’anno, come è emerso in sede di relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha anche in corso sei procedimenti penali per associazione per delinquere finalizzata proprio allo spaccio delle sostanze stupefacenti. Se i molisani ci danno una mano credo che potremmo continuare con buoni risultati in questa battaglia e resterà la battaglia prioritaria per il Molise per il prossimo anno anche perché contrastare lo spaccio ci permette di individuare gruppi criminali che possono provenire, lei lo sa, dalla zona del foggiano, oppure dalla zona di Ostia, o dalla zona della Campania e quindi ci permette di individuare negli spacciatori soggetti che sono collegati alla criminalità organizzata. Se vogliamo tenere il territorio pulito questi soggetti vanno colpiti con estrema durezza” – ha dichiarato Rispoli a Telemolise. Particolarmente significativo l’appello lanciato ai giovani dal Procuratore Generale: “Basta un attimo che una vita, che può essere una vita di un ragazzo che ha tante cose belle da fare nello studio, nello sport, nell’amore, nella cultura, il fascino del proibito che c’è in quella fase di età l’abbiamo conosciuto tutti, ho visto anche i miei figli che l’hanno conosciuta. È un attimo pensare che nelle droghe si possa trovare un’emozione forte che magari una vita ordinaria non ti dà. Ecco, questo è un errore, io spero che i ragazzi ci pensino, che non lo facciano, non devono dimostrare nulla. Non sei più bravo, più forte con le ragazze se corri questo pericolo. La realtà è che tu inizi ad usare le sostanze stupefacenti, anche quelle leggere, entri in un vortice micidiale che ti porta verso una distruzione come persona, del tuo cervello, del tuo spirito… Non sei neanche più te stesso, diventi un altro essere e ti rovini l’esistenza. Calcoli che c’è una vita soltanto e se sprechi questa vita una seconda possibilità credo non ci sia e quindi mandarle via, buttarle via le sostanze stupefacenti per chi gliele offre perché solo così si dimostra di essere persone forti, buttandole via e non assumendole“. Intanto, tutti gli organi di informazione, d’intesa con la Direzione scolastica regionale, le Procure e le forze dell’ordine, hanno prodotto un video per sensibilizzare gli studenti contro l’uso di sostanze stupefacenti. Un video che presto , verrà proiettato nelle scuole e trasmesso sulle Tv locali. Sarà questo il contributo della stampa regionale per una battaglia di civiltà da vincere senza se e senza ma.   - >>>>>

“Voto di scambio politico-mafioso, le indagini vanno avanti”: la conferma a Telemolise del Procuratore Generale Guido Rispoli. Lotta serrata allo spaccio

DI GIOVANNI MINICOZZI Ha lasciato con il fiato sospeso l’intero Molise l’ipotesi di scambio elettorale politico-mafioso che sarebbe avvenuto nel corso delle elezioni politiche o regionali dello scorso anno. La notizia era trapelata nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. Ora il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Campobasso Guido Rispoli, pur restando abbottonato sulla vicenda oggetto di segreto istruttorio, ha confermato in una intervista rilasciata a Telemolise che per la prima volta nella storia della Regione la Procura distrettuale antimafia ha iscritto due procedimenti penali per il reato di scambio elettorale politico-mafioso a carico di persone note e quindi con pista investigativa ben precisa. “È un dato – ha dichiarato Guido Rispoli – che ha suscitato particolare attenzione ed era comprensibile perché è un tessuto sano e quindi naturalmente queste notizie colpiscono. Una premessa va fatta: tutte le relazioni che vengono lette all’inaugurazione nell’anno giudiziario, vale per il Molise ma vale per tutto il territorio nazionale, si riferiscono a raffronti sui procedimenti penali iscritti. Cosa vuol dire? Che si fa un raffronto con l’anno precedente dei procedimenti penali che hanno avuto inizio sulla base di notizie che possono essere le più disparate. Possono provenire dalla polizia giudiziaria, dal cittadino, possono essere notizie attinte anche da notizie giornalistiche, da informazioni giornalistiche. Quindi quel dato di questi due procedimenti indica allo stato soltanto che ci sono due indagini in corso rispetto alle quali io non so e non direi comunque quella che può essere la fonte. Vuol dire che viene attenzionato questo aspetto. Io lo vedo come un aspetto positivo nel senso che sappiamo tutti che questa è una tematica che non riguarda soltanto il Molise perché la criminalità si muove anche per incidere sui risultati elettorali. È qualcosa che anche qualunque cittadino comune sa e, quindi, il fatto che per la prima volta ci sono due procedimenti penali su questo, vuol dire che esistono due indagini che stanno cercando di verificare se questa notizia sia fondata o meno. Va letta in questo modo, non c’è nessun rinvio a giudizio, non c’è stata nessuna condanna, ecco non ha ancora preso il corpo di un rinvio a giudizio perché li c’è l’esercizio dell’azione penale, qualcosa di più concreto. Ci sono delle indagini, degli accertamenti, io penso che un territorio se vuole restare pulito deve avere anche le indagini che coprono ogni aspetto e qui abbiamo queste due indagini. Sono condotte dalla Procura distrettuale perché è di competenza della Procura distrettuale antimafia. Attendiamo di vedere quali saranno gli sviluppi“. Può dirci l’area geografica del Molise in riferimento a queste due inchieste? “Su questo preferisco non dire nulla, già siamo un territorio piccolo e preferisco non dire nulla. Diremo tutto alla fine dell’ indagine perché io sono per la trasparenza assoluta, non bisogna mai aver paura della verità, alla fine delle indagini se emergeranno dei profili di rilevanza pubblica, lo diremo, altrimenti sono dei procedimenti che vanno archiviati e se dovessero essere archiviati, diciamo senza dare grande eco perché va poi anche tutelata la privacy, la riservatezza e la rispettabilità delle persone. Cioè bisogna unire due criteri: rigore assoluto nelle indagini se l’indagine porta un risultato va resa pubblica, se l’indagine viceversa non arriva a nulla secondo me va archiviata mantenendo tutelata la riservatezza di quelle persone che a quel punto saranno persone che erano assolutamente non da colpire con un procedimento penale“. Il Dottor Rispoli ha quindi ribadito con determinazione il contrasto allo spaccio di sostanze stupefacenti sempre di più collegato alle infiltrazioni malavitose chiedendo la collaborazione dei cittadini e invitando i giovani a mantenere alto il livello di guardia. “È un’attività – ha osservato il Procuratore – che si svolge su Larino, Campobasso e Isernia. Campobasso con particolare attenzione avendo noi la Procura distrettuale antimafia, Procura che quest’anno, come è emerso in sede di relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha anche in corso sei procedimenti penali per associazione a delinquere finalizzata proprio allo spaccio della sostanza stupefacente. Un’operazione che viene svolta con grande attenzione dai magistrati, dalle forze di polizia e poi abbiamo bisogno sempre dell’aiuto della polizia molisana perché diciamo che il primo presidio contro la legalità di questo ne sono convinto ed è un messaggio che voglio mandare è sempre rappresentato dai cittadini che sanno prima e meglio delle forze di polizia“.   - >>>>>

Pifferai senza piffero

di Angelo Persichilli Cosa hanno in comune il Festival di Sanremo e le elezioni regionali in Abruzzo? Molto. La vittoria di Matteo Salvini ha confermato la fine del Quarto Potere, i mass media tradizionali, mentre il risultato del Festival di Sanremo ci ha spiegato perché. Il risultato delle elezioni in Abruzzo ha premiato chi è stato continuamente attaccato dalla stampa nazionale confermando ciò che si sapeva da tempo: le opinioni dei giornalisti non hanno alcuna influenza sull’elettorato. D’altra parte, il risultato di Sanremo ha messo a nudo l’arroganza della stampa nazionale che invece di riportare le notizie, ha deciso di crearle e di sostituirsi al volere del popolo. Quello che i giornalisti non hanno capito è che i loro ex ‘clienti’ non hanno più bisogno della loro mercanzia per farsi una opinione per scegliere un governo o una canzone. Ora vi sono i media locali e la nuova tecnologia che, nonostante tutti i potenziali problemi che possono creare (ma di questo se ne può parlare), hanno reso obsoleto il medium tradizionale nazionale (TV-radio e giornali) e lasciato i giornalisti pifferai senza piffero. Nel passato il mezzo di comunicazione era controllato dal giornalista (o il suo editore) mentre il lettore, o radioascoltatore e telespettatore aveva un rapporto passivo col mezzo di comunicazione. Il cittadino guardava o ascoltava, ma non c’era interazione. Il medium era nelle mani di pochi e usato a loro piacimento per scegliere, e manipolare, le notizie da diffondere alla massa. Era il villaggio globale descritto da Marshall McLuhan. Ora le cose sono cambiate. Come mi disse tempo fa in una intervista Derrick de Kerckhove, all’epoca direttore del McLuhan ‘Program in Culture & Technology’ presso l’Università di Toronto, “la piramide si è capovolta”. Cosa voleva dirmi? Che ora, con la nuova tecnologia, le notizie non vengono controllate dai pochi in grado di mettere un satellite in orbita e inondare da quel puntino nello spazio tutti noi di informazioni più o meno vere. I gestori di questo potere erano le network americane (NBC-CBS-ABC e, poi, CNN) o, a livello nazionale, la RAI (e poi Mediaset). Ora, tramite l’internet, ogni individuo abitante in un paesino dell’Abruzzo o dell’Alaska, con una presa di corrente e un computer a disposizione, diventa parte attiva di un “network” incontrollato e, per ora, incontrollabile. Quello che è accaduto a Sanremo quest’anno è sempre accaduto; sono cambiate le ragioni della manipolazione, ma la manipolazione c’è sempre stata. Ciò che è cambiato è l’avvento della nuova tecnologia che ha messo a nudo le manipolazioni capovolgendo la piramide. Qualcuno dirà che proprio questo nuovo ‘network’ ha portato Donald Trump alla Casa Bianca e Matteo Salvini alla vittoria in Abruzzo. Non sono d’accordo. Tanto per cominciare coloro che c’erano prima di Trump o Salvini non erano poi migliori di loro. Inoltre, la vittoria di Salvini e Trump (positive o negative che sia, non è questo il punto) è figlia dell’arroganza di chi non vuole ascoltare e rispettare le opinioni della massa, le preoccupazioni del cittadino, del lavoratore e del disoccupato. La colpa è di chi, incapace di gestire la disoccupazione, ha fatto del precariato uno stato sociale permanente, la colpa è di chi non ha sradicato la corruzione ma l’ha invece assecondata, la colpa è di chi zittisce chiunque osi fare qualche critica definendolo fascista e mettendo la museruola alla democrazia, la colpa è di chi ignora un problema, come quello del flusso demografico ormai incontrollato, e definisce razzista chi si azzarda a parlare di immigrazione in crisi, la colpa è di chi non sa più la differenza tra aiuti al debole, al povero e al vero rifugiato, e la lotta contro la delinquenza e i profittatori, la colpa è di chi non sa più la differenza tra diritto sociale e pensioni d’oro, la colpa è di chi ti toglie anche la libertà di scegliere una canzone a Sanremo e ti bolla come antimusulmano. Quante volte abbiamo guardato nel passato una partita in TV e, il giorno dopo, abbiamo letto commenti che sembravano riferiti a un’altra partita? Quante volte abbiamo guardato Sanremo, ascoltato una canzone che ci sembrava bellissima per poi trovarsi un vincitore fasullo? Lo vediamo ultimamente, sempre pronti a mettere in prima pagina il primo imbecille che si alza nel Parlamento Europeo facendo dichiarazioni offensive contro i governanti italiani che non fanno parte della loro parrocchia. Le cose vanno ora in modo diverso. Mentre guardiamo una partita di calcio o il Festival, la nuova tecnologia ha dato una voce alla gente comune, permette di confrontare le nostre idee con quelle degli altri e, come nel caso del Festival di Sanremo o durante le elezioni in Abruzzo, ci fa capire che gli imbecilli non siamo noi. Ho letto di pressioni dall’alto per influenzare il voto dei giornalisti. Ciò renderebbe ancora più grave la vicenda in quanto la direbbe tutta sulle qualità morali dei giornalisti e l’impegno democratico dei loro padroni. Comunque, a prescindere da queste presunte pressioni, rimane incontrovertibile un fatto gravissimo e già noto: ciò che scrivono i media “convenzionali” sono spessissimo Fake News. Non sono un esperto di musica, ma rivendico il diritto di affermare che la canzone di Mahmood vincitrice di Sanremo non mi piace, come non mi piace quella di Ultimo e di Anna Tatangelo. Dobbiamo condannare fermamente e sinceramente tutti quelli che dicono di non votare per Mahmood solo perché è musulmano, ma dobbiamo condannare con la stessa fermezza anche coloro che avrebbero votato per lui solo perché musulmano. I risultati del Festival di Sanremo e delle regionali in Abruzzo, ci pongono una domanda che esige una risposta: sono disonesti i giornalisti o sono imbecilli gli italiani? Invoco il diritto di non rispondere in quanto, essendo giornalista col passaporto italiano, mi darei comunque la zappa sui piedi. Ma io la risposta la conosco.   - >>>>>

Dilettanti allo sbaraglio

di Angelo Persichilli Non credo di essere prevenuto contro il governo Conte-Salvini-Di Maio e soprattutto nei confronti di quest’ultimo. Oltre ad avere adottato un atteggiamento di profonda attenzione, ho anche apertamente appoggiato alcune loro iniziative. Faccio questa premessa per mettere più in risalto la mia delusione per la decisione adottata dal governo di Roma, o meglio da Di Maio, nei confronti del Venezuela. La decisione di non sfiduciare apertamente l’attuale dittatore Nicolas Maduro e di non riconoscere temporaneamente Juan Guaidò come presidente, ha distrutto tutta la fiducia che faticosamente, e meritatamente, si erano guadagnati. Al di là della palese ignoranza sulla situazione in Venezuela e lo schiaffo agli emigrati italiani in tutto il mondo, tale decisione dimostra che tale governo non è affidabile. Le decisioni nel M5S non sono il frutto di una analisi seria e ponderata, ma il compromesso tra alcuni giovani esponenti che hanno qualità manageriali limitate, interessi diversi se non opposti e comunque confusi e in comune solo una illimitata ambizione non suffragata da capacità intellettive. Questo non significa un cambiamento di opinione sugli altri esponenti politici italiani di destra o sinistra. Infatti è il contrario. È proprio il loro vuoto intellettuale, ideologico e morale che ha portato prima al governo Di Maio e Salvini e ora offre al capo della Lega la possibilità proporsi come unico vero leader con un programma politico (condivisibile o meno) ben definito nella sostanza ma intelligentemente flessibile nei contorni. Se tale flessibilità sia solo strumentale o il segnale di un cambiamento del Salvini politico, bisogna aspettare ancora. Nel frattempo spero che il governo italiano cambi questa assurda posizione nel momento in cui Il giudizio su Di Maio e compagni comincia ad essere ben preciso: dilettanti allo sbaraglio, ma soprattutto dilettanti presuntuosi. Ecco cosa ha scritto nel suo sito Alessandro Di Battista intervenendo sulla questione venezuelana: “Ci vuole coraggio a mantenere una posizione neutrale in questo momento, lo so. L’Italia non è abituata a farlo. Ci siamo sempre accodati in modo vile agli ‘esportatori di democrazia’. E così continua: “L’Europa dovrebbe smetterla una volta per tutte di obbedire agli ordini statunitensi. Il mondo va avanti. Suggerisco coraggio e lungimiranza e soprattutto una difesa sostanziale dell’art.11 della Costituzione“. È puro delirio pseudo-intellettuale. Primo, la posizione europea non è stata concertata con gli Stati Uniti solo perché gli Stati Uniti, e il Canada, hanno in questo caso la stessa posizione. Seguendo la sua logica infantile si potrebbe anche affermare che la sua posizione sia stata coordinata con Putin. Secondo, il M5S parla di promuovere iniziative di rappacificazione nazionale in Venezuela affermando comunque di non riconoscere né la presidenza di Guaidò, né quella di Maduro. Ma con chi vogliono trattare in Venezuela? Con Trump e Putin? Quale piano propongono? O neutralità è solo un vigliacco lavarsi delle mani? Terzo, lo schiaffo agli emigrati italiani in Venezuela e a tutti gli italiani che vivono in tutto il mondo. Ma lo sa Di Battista che la situazione in Venezuela è grave da venti anni? È al corrente dei sacrifici che milioni di italiani hanno fatto per farsi una posizione in Venezuela e che sono stati defraudati, derubati dei loro averi e, in alcuni casi, uccisi? È al corrente Di Battista che in Venezuela, uno dei Paesi più ricchi del mondo, la gente muore di fame? È al corrente questo giovanotto presuntuoso che la democrazia non esiste da già decenni in Venezuela? È al corrente che le istituzioni in Venezuela sono controllate la 22.000 ‘consiglieri’ cubani? Dimenticavo, Di Battista parla dell’Art. 11 della Costituzione. Se non sbaglio credo sia il seguente: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Può spiegare Di Battista in quale parte di questo articolo si parla del Venezuela? Primo, l’Europa non propone guerre per offendere la libertà del popolo venezuelano. Secondo, tale libertà i venezuelani l’hanno persa da tempo. Terzo, Di Battista non capisce che il caso venezuelano non è “una controversia internazionale” fra diversi Stati, ma si tratta di un problema umano dove un governo guidato da un dittatore e criminale sta affamando i suoi stessi cittadini. Se a tutto questo si aggiunge che tra i cittadini venezuelani vi sono centinaia di migliaia di persone di origine italiana che chiedono ripetutamente aiuto, la posizione di neutralità farfugliata da Di Battista mette in evidenza la pochezza del M5S. Una organizzazione sulla quale milioni di italiani, in Italia e all’estero, avevano contato per attivare un cambiamento radicale nella politica della Penisola e che ora, clamorosamente e stupidamente, li tradisce. In attesa che gli altri partiti, di qualsiasi colore, escano dal letargo e facciano qualche proposta seria, rimane Salvini. E Di Maio? È come il lenzuolo bianco immacolato usato per la proiezione dei film nella piazza del Paese: serve solo per visualizzare immagini da sogno. Allucinante ma, purtroppo, è così.   - >>>>>

“Voto di scambio politico – mafioso, due procedimenti giudiziari in corso” . La bomba lanciata dal Procuratore Generale Guido Rispoli

DI GIOVANNI MINICOZZI “Ci sono una serie di indicatori che testimoniano l’attualità e la concretezza del pericolo che la criminalità organizzata, anche approfittando della contiguità geografica, si infiltri effettivamente nel tessuto economico ed amministrativo della nostra Regione. Nel periodo di riferimento, ovvero l’anno 2018, la Procura della Repubblica Distrettuale di Campobasso, oltre alle sei iscrizioni per associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti, ha iscritto anche altri cinque procedimenti penali per il reato di cui all’articolo 416 bis del codice penale, ovvero associazione di tipo mafioso, tutti a carico di noti. Per la prima volta, inoltre, sono stati iscritti anche due procedimenti penali per il reato di cui all’articolo 416 ter del codice penale, ovvero scambio elettorale politico-mafioso sempre a carico di persone note e quindi con pista investigativa nominativa ben precisa“. È questo il testo riportato fedelmente e scritto a pagina sedici della relazione di ventiquattro pagine complessive letta dal Procuratore generale presso la Corte di Appello di Campobasso, Guido Rispoli, in occasione dell’anno giudiziario per il 2019. Il dottor Rispoli che ha dedicato un capitolo intero della sua relazione al contrasto al terrorismo e alla criminalità organizzata si è anche soffermato sulle diverse tipologie di reati che hanno interessato il distretto giudiziario del Molise e sull’annosa questione relativa alla carenza di personale delle tre Procure di sua competenza, ovvero Campobasso, Isernia e Larino. Noi, invece, abbiamo riportato fedelmente le parole scritte dal Procuratore generale sul contrasto alle mafie e sopratutto sul voto di scambio politico-mafioso perché sarebbe la prima volta che in questa Regione associazioni malavitose non meglio identificate avrebbero determinato eletti in Consiglio Regionale o in Parlamento. Al momento non è dato sapere dove, evidentemente in cambio di appalti pubblici o di affari personali. La denuncia del Procuratore generale Guido Rispoli è talmente grave che merita un serio approfondimento e, nel limite del possibile, lo faremo nei prossimi giorni. Peraltro, c’è da dire che nel Molise il voto di scambio risulta essere un fenomeno diffuso considerate le piccole dimensioni geografiche, le conoscenze personali e lo smisurato clientelismo politico da chi gestisce il potere, però la circostanza denunciata dal Procuratore generale Guido Rispoli è ben più grave poiché l’effetto non è solo quello di eleggere persone per lo più incapaci a gestire il bene pubblico come sta accadendo da diversi anni a questa parte, ma nel caso sollevato dalla Procura generale il rischio concreto è che qualche rappresentante delle istituzioni descritto da Rispoli come persona ben individuata sia finita nelle mani della mafia. Se ciò fosse vero, le persone destinatarie di eventuali avvisi di garanzia avrebbero il dovere di sospendersi dall’incarico istituzionale in attesa che la vicenda si chiarisca. Farebbero bene, altresì, a chiedere scusa a quei molisani che li hanno votati in perfetta buona fede.   - >>>>>

Nomine al Co.Re.Com e legge per l’editoria tra diritti negati e conflitto di interessi. Prorogato il tirocinio alla moglie del Presidente Micone

di GIOVANNI MINICOZZI Dopo l’approvazione dell’interpretazione autentica della Legge per l’editoria, che ha sanato l’ingiustizia nei confronti dell’emittente leader della Regione fin qui esclusa da ogni beneficio, il Presidente Donato Toma si appresta a proporre una nuova Legge per sostenere la stampa locale. Il responsabile di Assostampa Molise Giuseppe Di Pietro, a tal proposito, ha indicato le priorità che, a suo giudizio, dovranno caratterizzare la nuova legge: “Innanzitutto ribadiamo il fatto che l’informazione è un bene pubblico al pari dell’acqua, al pari della sanità e la Regione deve rimuovere ogni ostacolo per tutelare la libertà di stampa. Questo significa che nel Molise, considerate le criticità del settore, ci debba essere un intervento pubblico a sostegno e non sostitutivo di tutte le entrate delle aziende. Naturalmente vanno premiate solo le imprese editoriali che offrono un prodotto di qualità e, soprattutto, che dimostrano di rispettare regolarità contributiva e retributiva per i propri dipendenti“. – Ci sono alcune aziende editoriali, anche nel Molise, che non rispettano il contratto di lavoro e sfruttano giornalisti, tecnici e operatori vari. “Ovviamente il provvedimento deve calibrare proprio questo, ovvero deve premiare chi sopporta anche costi di un certo tipo per tutelare giornalisti perché retribuendoli secondo i contratti nazionali si tutelano i giornalisti e si garantisce autonomia e libertà di stampa“. Intanto non si placano le polemiche sulla nomina, decisa dal Presidente del Consiglio regionale Salvatore Micone, di Fabio Talucci al vertice del Comitato regionale per le comunicazioni. L’Assostampa, attraverso l’avvocato Enzo Iacovino, ha chiesto l’accesso agli atti riferiti tale nomina. “Proprio così – ha spiegato Giuseppe Di Pietro – noi abbiamo chiesto all’incirca un mese fa di accedere alla documentazione. Io non credo che debbano esserci ostacoli anche perché mi sembra che gli attuali commissari del Co.Re.Com avevano dichiarato più volte che la loro documentazione fosse a disposizione. Ad oggi non abbiamo ancora ricevuto risposta, ci auguriamo che il Presidente Micone mantenga fede a quella dichiarazione di trasparenza che ha fatto qualche tempo fa. In base alle carte che avremo ci regoleremo di conseguenza, le esamineremo e vedremo cosa potremo fare in futuro“. A riaccendere le polemiche sulla nomina del Presidente del Co.Re.Com. è stata la proroga del tirocinio formativo, per ulteriori sei mesi, in favore della Signora Cristina Giagnacovo, consorte del Presidente del Consiglio Salvatore Micone, decisa dalla Team System, società informatica nella quale il fratello del neo Presidente del Corecom Fulvio Talucci svolge un ruolo dirigenziale. Su questa vicenda è riemerso anche un presunto conflitto di interessi tra il Presidente del Consiglio regionale Salvatore Micone e il Presidente del Corecom. Giuseppe Di Pietro però è stato cauto in attesa degli atti richiesti: “Non possiamo esprimere giudizi ulteriori se non quello di avere affidato la questione ad un legale che ringraziamo anche per la disponibilità. Attendiamo gli atti e il conseguente esame della procedura e poi decideremo sul da farsi” – ha concluso Di Pietro. Di certo la notizia sul probabile conflitto di interessi tra il Presidente del Consiglio regionale e il Presidente del Co.Re.Com da lui nominato non passerà inosservata neanche per gli organi preposti al controllo della legalità e della trasparenza amministrativa , compresa l’Autorità Nazionale Anticorruzione.   - >>>>>

SPECIALE ABRUZZO – Elezioni regionali, tutti rivendicano la medaglia del cambiamento

Una competizione singolare questa delle regionali d’Abruzzo, a partire dalla carta di identità delle coalizioni. Tanto il centrodestra, con a capo Marco Marsilio in quota Fratelli d’Italia, quanto il centrosinistra, guidato da Giovanni Legnini, si presentano all’elettorato evocando la filosofia della svolta, del cambiamento e della rivoluzione, insomma annunciando le proprie proposte come il nuovo che avanza. Mentre partita a sé, come è ovvio, giocano Casapound, che corre da sola con Stefano Flajani, e il Movimento 5 Stelle, che candida alla presidenza Sara Marcozzi, con la sua lista unica e il suo programma ben definito e ampiamente pubblicato. A prima vista, tra i due schieramenti tradizionali, la medaglia del cambiamento dovrebbe essere conferita d’ufficio a Marco Marsilio, che in teoria rappresenta l’alternativa politica e programmatica più naturale agli ultimi cinque anni di governo del centrosinistra, guidato da Luciano D’Alfonso. Ma a voler approfondire la questione, ci si trova di fronte a uno schieramento civico di vaste proporzioni che sostiene proprio il candidato di centrosinistra, Giovanni Legnini, nel tentativo, per molti versi riuscito, di eclissare e confondere volti ed errori del passato (sostanzialmente il partito democratico) con il ricorso alla miriade di uomini e progetti inediti che popolano le sue liste. Lo stesso Legnini, del resto, in diverse interviste − apparse sui quotidiani e sulle tv in questi giorni − ha tenuto a precisare come il suo progetto politico superi i recinti del centrosinistra e presenti caratteri del tutto nuovi, un’alleanza tra progressisti, cattolici, liberali, movimenti, associazioni e cittadini alcuni dei quali provenienti perfino da esperienze di centrodestra. Insomma otto liste con pari dignità di cui Legnini − forte di un’indiscussa statura politica − garantirebbe la guida e la coesione. Dall’altra parte, a sostegno del candidato Marco Marsilio, compaiono 5 liste: Forza Italia, Fratelli d’Italia, la Lega, con la sua ormai collaudata macchina dei voti – un’abilità a fabbricare consensi che Matteo Salvini garantisce con una sorta di campagna elettorale permanente, – cui si aggiungono la civica di Gianluca Zelli, Azione Politica, e la lista formata dalla Dc di Rotondi, l’Idea di Gaetano Quagliariello e l’Udc di Cesa. E in una regione storicamente moderata i voti centristi potrebbero fare la differenza, nonostante il candidato alla presidenza Marco Marsilio, insieme agli alleati, abbia incautamente espresso la volontà di fare a meno proprio di quei voti – con una dichiarazione sopraggiunta, oltretutto, a tempo scaduto. Motivo del contrasto la presenza nelle file Udc-Dc di candidati non condivisi, riciclati e transfughi del governo d’Alfonso. Eppure di riciclati e di transfughi se ne contano a decine da entrambe le parti, fatto sta che Marsilio si trova tra le mani questa gatta da pelare. Ad ogni modo l’insidia, tutta da capire in questi giorni, è quella di presentare all’elettorato Giovanni Legnini attorniato da liste nuove e moderate e Marco Marsilio da liste e partiti di destra tradizionali, inclusa, ovviamente, la Lega, senza un reale guizzo di novità. In questo caso le sorti penderebbero dalla parte del governo uscente e – a meno di una vittoria della pentastellata Sara Marcozzi, che peraltro si è garantita un paracadute figurando capolista a Chieti, così da essere eletta comunque al consiglio regionale anche in caso di sconfitta – l’eventuale affermazione di Legnini rappresenterebbe una pesante battuta d’arresto per il governo gialloverde, alla prima tappa della lunga serie di appuntamenti elettorali che si concluderanno con le attesissime Europee del 26 maggio.     - >>>>>

Primarie PD, corsa a tre. Polemiche e incoerenza sulle candidature per le cariche nazionali e regionali

di GIOVANNI MINICOZZI Con la presentazione delle liste per l’Assemblea nazionale e per quella regionale, collegate rispettivamente ai tre aspiranti segretari nazionali e ai tre regionali, è partita ufficialmente la corsa per le primarie del Partito Democratico che si svolgeranno il prossimo 3 marzo. Come è’ noto sono tre i candidati alla segreteria nazionale, Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti e tre per la segreteria regionale, ovvero Vittorino Facciolla sostenuto da due liste “Uniti per Vittorino Facciolla ” e “Democratici per Vittorino Facciolla”, Stefano Buono con la lista “Ricominciamo” e Michele Durante con la lista “Piazza grande ” di Durante e Zingaretti che porta lo stesso simbolo utilizzato da Nicola Zingaretti. I tre candidati alla segreteria regionale sono tutti collegati alla mozione Zingaretti, sostenuta da due liste composte da quattro dirigenti ciascuna per i candidati all’assemblea nazionale. Una di Vittorino Facciolla e l’altra di Michele Durante, mentre quella di Stefano Buono, sempre collegata a Zingaretti, è stata esclusa per mancanza della delega. Un lista a testa, invece, per sostenere Maurizio Martina e Roberto Giachetti. Dunque, gli schieramenti di partenza si presentano con quattro liste per eleggere i sessanta componenti dell’assemblea regionale e quattro liste per eleggere i quattro rappresentanti nell’assemblea nazionale. Questi i nomi: ” Piazza grande” per Zingaretti- Durante: Laura Venittelli, Luciano Sposato, Costanza Carriero e Giose Trivisonno. Molise per Zingaretti-Facciolla: Carlo Veneziale, Bibiana Chierchia, Alfredo Marini e Francesca Primiano. “Martina segretario”: Nicola Messere, Maria Concetta Chimisso, Pietro Maio e Cinzia Di Cristofaro. Giachetti, infine, ha candidato Marco Sabetta, Rita Di Salvo e Andrea Gagliardi. Conferme, novità e strani intrecci nelle liste dei sessanta candidati all’ assemblea regionale. In particolare con Vittorino Facciolla, collegato a Zingaretti ci sono: Antonio Pardo D’Alete, Micaela Fanelli, Zelinda Tiberio, madre dell’ ex assessore del Comune di Isernia Marco Amendola, Lorenzo Coia Presidente della Provincia e la capolista Maria Concetta Chimisso vice sindaco di Termoli. La Chimisso che sostiene Zingaretti nella lista regionale è candidata anche nella lista nazionale ma a sostegno di Maurizio Martina. È giallo invece sulla candidatura, sempre nella lista di Facciolla, del neo segretario della federazione Pd di Campobasso Andrea Vertolo eletto di recente all’unanimità per effetto della sua dichiarazione di neutralità in nome dell’ unità del Partito. Vertolo, invece, è stato inserito nella lista di Facciolla (non è dato sapere se a sua insaputa) ma ha chiesto di essere depennato. Sulla vicenda si pronuncerà la commissione di garanzia. Nella lista regionale a sostegno di Michele Durante ci sono, tra gli altri, Alessandra Salvatore, Ovidio Bontempo, Andrea Battista figlio del sindaco di Campobasso, Pierpaolo Nagni, Roberto Ruta, Maria Teresa D’Achille nonché il segretario di Federazione di Isernia e i neo eletti segretari dei circoli di Campobasso, Isernia e Termoli. Infine, nella lista che sostiene Stefano Buono sono candidati anche l’avvocato termolese Simone Coscia e Gilda Antonelli, omonima della compagna di Paolo Frattura. Tutti annunciano “cambiamento e unità” rispetto al recente passato del PD ma considerate le premesse è a rischio l’ennesima figuraccia per i democratici ma molto dipenderà dal numero dei partecipanti alle primarie del prossimo 3 marzo.   - >>>>>

Primarie PD. Durante e Facciolla presentano la loro corsa alla Segreteria regionale

Si scaldano i motori in vista delle Primarie del Partito Democratico. Parallelamente alla corsa della Segreteria Nazionale, infatti, vi è la sfida per quella regionale, nella quale si scontreranno tre nomi: Vittorino Facciolla, Michele Durante e Stefano Buono. Facciolla e Durante questa mattina si sono presentati alla stampa. Entrambi fanno riferimento alla mozione zingaretti, ma onguno di essi con un approccio diverso nel pensiero di rinnovamento radicale che dovrà interessare il PD. L’Ex Assessore regionale Vittorino Facciolla punta tutto sulla necessità di una forte presenza sul territorio e una marcata rappresentanza di amministratori all’interno delle due liste che lo sostengono. oltre quaranta amministratori e otto sindaci. Per Facciolla, quindi, bisogna partire dall’analisi degli errori passati, quelli che hanno portato alle sconfitte del 4 marzo e del 22 aprile 2018, per poter guardare al futuro. Per Michele Durante, invece, il PD deve ripartire soprattutto da movimenti e associazioni, seguendo la linea del “rinnovare, senza rottamare”. Entrambi, comunque, guardano al partito con una prospettiva unitaria. Facciolla ha dichiarato che in caso di vittoria chiederà alle minoranze di indicare i propri nomi per la segreteria regionale; Durante è, invece, intervenuto sulle prossime elezioni ai comuni di Campobasso e Termoli, Sottolineando come servano necessariamente le  primarie, definite da lui strumento fondamentale di garanzia.   - >>>>>

Lotta allo spaccio e alla malavita, il Procuratore generale Guido Rispoli: “Non avranno tregua”. Accorato appello ai giovani

di GIOVANNI MINICOZZI Sono tante le iniziative in corso a sostegno della lotta allo spaccio di sostanze stupefacenti, una guerra lanciata dalla Procura Distrettuale Antimafia e in particolare dal Magistrato Nicola D’Angelo. Anche il Procuratore generale presso la Corte di Appello di Campobasso Guido Rispoli è intervenuto sul tema e ha elogiato le forze dell’ordine e le tre Procure del distretto molisano per i risultati raggiunti ma la battaglia continua. “Si, assolutamente sì. È uno dei temi forti del territorio, le tre Procure per fortuna in questo momento sono, sotto il profilo dei magistrati, coperte in modo quasi integrale, mentre per il personale amministrativo abbiamo delle difficoltà. È un’attività che si svolge sia su Larino sia su Campobasso e Isernia. Campobasso con particolare attenzione avendo noi la Procura distrettuale antimafia, Procura che quest’anno, come è emerso in sede di relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha anche in corso sei procedimenti penali per associazione per delinquere finalizzata proprio allo spaccio delle sostanze stupefacenti. Se i molisani ci danno una mano credo che potremmo continuare con buoni risultati in questa battaglia e resterà la battaglia prioritaria per il Molise per il prossimo anno anche perché contrastare lo spaccio ci permette di individuare gruppi criminali che possono provenire, lei lo sa, dalla zona del foggiano, oppure dalla zona di Ostia, o dalla zona della Campania e quindi ci permette di individuare negli spacciatori soggetti che sono collegati alla criminalità organizzata. Se vogliamo tenere il territorio pulito questi soggetti vanno colpiti con estrema durezza” – ha dichiarato Rispoli a Telemolise. Particolarmente significativo l’appello lanciato ai giovani dal Procuratore Generale: “Basta un attimo che una vita, che può essere una vita di un ragazzo che ha tante cose belle da fare nello studio, nello sport, nell’amore, nella cultura, il fascino del proibito che c’è in quella fase di età l’abbiamo conosciuto tutti, ho visto anche i miei figli che l’hanno conosciuta. È un attimo pensare che nelle droghe si possa trovare un’emozione forte che magari una vita ordinaria non ti dà. Ecco, questo è un errore, io spero che i ragazzi ci pensino, che non lo facciano, non devono dimostrare nulla. Non sei più bravo, più forte con le ragazze se corri questo pericolo. La realtà è che tu inizi ad usare le sostanze stupefacenti, anche quelle leggere, entri in un vortice micidiale che ti porta verso una distruzione come persona, del tuo cervello, del tuo spirito… Non sei neanche più te stesso, diventi un altro essere e ti rovini l’esistenza. Calcoli che c’è una vita soltanto e se sprechi questa vita una seconda possibilità credo non ci sia e quindi mandarle via, buttarle via le sostanze stupefacenti per chi gliele offre perché solo così si dimostra di essere persone forti, buttandole via e non assumendole“. Intanto, tutti gli organi di informazione, d’intesa con la Direzione scolastica regionale, le Procure e le forze dell’ordine, hanno prodotto un video per sensibilizzare gli studenti contro l’uso di sostanze stupefacenti. Un video che presto , verrà proiettato nelle scuole e trasmesso sulle Tv locali. Sarà questo il contributo della stampa regionale per una battaglia di civiltà da vincere senza se e senza ma.   - >>>>>

Sanità. Forche Caudine incontra il Commissario Giustini

É stato un tavolo d’incontro molto intenso quello svoltosi a Roma tra il commissario alla Sanità molisana, Angelo Giustini, e i rappresentanti dell’associazione “Forche Caudine”, che da tempo denunciano come il decadimento dei servizi pubblici sanitari in Molise costituisca un ulteriore fattore di freno per i rientri estivi in regione da parte delle famiglie d’origine molisana. “Sono tante le persone anziane che da Roma, specie d’estate, non rientrano più nella terra d’origine perché mal presidiata in ambito di servizi sanitari – ha esordito il professor Luca Turrisi, tra i fondatori del conservatorio “Perosi” di Campobasso. Gabriele Di Nucci, segretario dell’associazione, ha posto l’accento sulla complicata situazione nei paesi dell’entroterra:“D’estate da Capracotta per ogni minimo problema di salute siamo costretti ad usufruire di ciò che rimane della sanità di Agnone – ha evidenziato. Francesco Caterina, coordinatore del Comitato Imprese dell’associazione, ha ribadito come l’impegno per promuovere il territorio molisano risulti spesso vanificato proprio da quell’inefficienza politica che ha concorso a collocare il Molise agli ultimi posti in Italia per infrastrutture e servizi, compresa la pessima condizione della sanità pubblica molisana. Giampiero Castellotti, presidente dell’associazione, ha manifestato soddisfazione per la scelta di un commissario esterno dopo anni di governatori-commissari, i frutti del cui operato sono davanti agli occhi di tutti. Il commissario Giustini, ringraziando l’associazione per la disponibilità e per la cordiale occasione d’incontro, ha ricordato come il Molise venga da ben dodici anni di commissariamento e come la situazione della sanità molisana non sia certo delle migliori, salvo qualche eccezione, in primis Neuromed e Cattolica. Ha quindi elencato alcune criticità, a cominciare dalla carenza di personale – in particolare anestesisti, rianimatori, radiologi, pediatri – con concorsi e avvisi pubblici che vanno deserti o calamitano professionalità che restano poco tempo in regione. Ha fatto poi il quadro poco edificante delle postazioni di primo soccorso e delle case della salute. Una situazione talmente complessa che anche i vari comitati di cittadini sorti in tutta la regione presentano istanze spesso in contrapposizione tra loro “e ciò non aiuta certo a risolvere i problemi” ha detto il commissario. Uno dei nodi è rappresentato dal decreto Balduzzi che impone rigidi criteri da rispettare: una regione con 306mila residenti non sempre, purtroppo, riesce a garantire i “numeri” minimi: è il caso dei parti, dove se Isernia è nei termini di legge, Termoli è fuori. Per poter ripartire, ha evidenziato il commissario, serve innanzitutto pareggiare il bilancio. Quindi le idee non mancano, anche per un territorio così urbanisticamente parcellizzato come quello molisano. In linea con la Strategia nazionale aree interne, il primo obiettivo è quello di valorizzare le “farmacie di servizi”. Ha spiegato il dottor Giustini: “In Molise ci sono circa 160 farmacie, di cui 130 in zone rurali. Questo presidio comunitario, a volte unico, potrebbe rafforzare il proprio ruolo di medicina preventiva e ambulatoriale, ad esempio con prelievi, analisi, elettrocardiogrammi, ecc. Parallelamente si potrebbe dare spazio alla figura dell’infermiere di comunità. La Regione potrebbe inoltre rafforzare campagne di prevenzione, programmi di educazione sanitaria e l’assistenza domiciliare integrata”. E’ intenzione del commissario riqualificare e potenziare le sedici postazioni di primo soccorso, portandole a venti, nonché le auto medicalizzate con medico a bordo. L’associazione, a chiusura dell’incontro, ha consegnato al commissario il proprio articolato documento ufficiale “Sanità in Molise, contrastare il declino” dove, dopo una panoramica delle criticità, vengono elencati tredici punti di proposte, redatti anche in sinergia con collaboratori dell’associazione residenti in Molise e particolarmente impegnati sul tema, come il professor Umberto Berardo di Duronia. L’associazione ha infine ribadito al commissario tutto il proprio sostegno, nonché la propria vicinanza a fronte di alcune discutibili iniziative promosse da vertici regionali, evidentemente infastiditi da presenze estranee al territorio.   - >>>>>

Regionalismo differenziato: dal Consiglio regionale un NO secco a forzature del Governo

E’ una levata di scudi generale, quella del Consiglio Regionale del Molise, contro il regionalismo differenziato attivato da tre regioni italiane, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, e che rischia di diventare una frattura insanabile tra regioni del nord e regioni del sud. Pur con sfumature differenziate, uno schieramento trasversale che abbraccia forze di maggioranza e di opposizione si è espresso affinché il Governo Nazionale provveda ad eliminare gli elementi di criticità di un percorso a dir poco insidioso. Mozioni e ordini del giorno sono pervenuti da vari fronti: Centrodestra, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle. Una mozione è stata presentata anche dall’ex governatore Iorio che, in aula, è stato protagonista di un intervento come non se ne sentivano da tempi. Venti minuti a braccio in difesa delle prerogative del sud, delle regioni piccole, del rispetto del principio costituzionale di solidarietà. Sulla stessa linea di uno stop a derive separatiste ed in favore del principio di unità nazionale, anche il sottosegretario alla presidenza della Regione, Quintino Pallante. Un invito a vigilare ma senza demonizzare le regioni interessate è venuto da Filomena Calenda. L’esponente della lega si è dichiarata convinta che il ministro/segretario Salvini saprà ascoltare le istanze dei molisani. Attendiamo adesso gli esiti non solo delle iniziative molisane ma di tutte le altre regioni d’Italia. Il rischio che dietro al regionalismo differenziato si nasconda di fatto un separatismo egoistico con scuole differenziate, sanità differenziata, servizi sociali differenziati e via dicendo è un pericolo concreto e non solo una ipotesi di scuola.   - >>>>>

Molise Dati, Toma ci ripensa e proroga la convenzione. In passato milioni di euro alla PA Digitale Adriatica e presunti intrecci da chiarire

di GIOVANNI MINICOZZI Si avvia a soluzione la spigolosa vicenda collegata alla fornitura di  servizi informatici alla Regione. Il governatore Donato Toma,  infatti, nelle ultime ore ha prorogato la convenzione con la società in house Molise Dati scaduta il 31 dicembre scorso. Una inversione di rotta che unitamente alla richiesta avanzata dal  dirigente del servizio informatico circa la possibilità di assegnare tutte le prestazioni  alla stessa Molise Dati, se in grado di gestirle, lascia ben sperare nell’azzeramento dei contratti in essere con la società privata PA Digitale Adriatica che negli ultimi anni aveva fatturato diversi milioni di euro con la Regione per servizi appaltati senza alcuna gara ad evidenza pubblica. Peraltro, il dirigente del servizio bilancio e patrimonio del consiglio regionale aveva revocato, probabilmente su invito del Presidente Salvatore Micone,  la gestione determine e delibere alla Molise Dati per assegnarla alla società privata. Su tale revoca,  oggettivamente  anomala, si pronuncerà il Tar del Molise il prossimo 6 marzo su ricorso proposto dalla società in house Molise Dati e patrocinato dall’avvocato Pino Ruta. Inoltre, giova ricordare che sui servizi assegnati alla società privata PA Digitale Adriatica si era più volte espressa la Corte dei Conti giudicando illegittima la fornitura di servizi informatici da parte delle società private in presenza di una società in house e senza alcuna gara ad evidenza pubblica. La proroga della convenzione con la Molise Dati segna inequivocabilmente una inversione di rotta rispetto al passato considerando anche che la stessa società in house ha dichiarato la sua disponibilità a fornire tutti i servizi informatici all’ente Regione entro sei mesi dalla richiesta,  ovvero entro il prossimo primo luglio. L’altra buona notizia è che la Regione ha liquidato parte del debito accumulato con Molise Dati, in tutto circa sette milioni di euro, consentendo in tal modo di pagare gli stipendi arretrati ai trenta dipendenti. Dunque, dalle mosse del Presidente Donato Toma si intuisce che la Regione si appresta, finalmente, a rivalutare la funzione strategica della Molise Dati per l’interesse pubblico. Resta solo da capire quale sarà il ruolo della PA Digitale Adriatica e delle altre società private nella fornitura dei servizi informatici e quali saranno  i tempi per azzerare eventuali e ipotetici intrecci tra alcuni soggetti politici, o alti dirigenti della Regione, con le stesse società private che negli ultimi anni hanno incassato milioni di euro dalle casse della Regione  a discapito di una società in house da tutti ritenuta strategica nella gestione di servizi importanti e delicati. Forse è giunto il momento di chiarire, in via definitiva, equivoci ed eventuali connivenze del passato.   - >>>>>

“Voto di scambio politico-mafioso, le indagini vanno avanti”: la conferma a Telemolise del Procuratore Generale Guido Rispoli. Lotta serrata allo spaccio

DI GIOVANNI MINICOZZI Ha lasciato con il fiato sospeso l’intero Molise l’ipotesi di scambio elettorale politico-mafioso che sarebbe avvenuto nel corso delle elezioni politiche o regionali dello scorso anno. La notizia era trapelata nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. Ora il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Campobasso Guido Rispoli, pur restando abbottonato sulla vicenda oggetto di segreto istruttorio, ha confermato in una intervista rilasciata a Telemolise che per la prima volta nella storia della Regione la Procura distrettuale antimafia ha iscritto due procedimenti penali per il reato di scambio elettorale politico-mafioso a carico di persone note e quindi con pista investigativa ben precisa. “È un dato – ha dichiarato Guido Rispoli – che ha suscitato particolare attenzione ed era comprensibile perché è un tessuto sano e quindi naturalmente queste notizie colpiscono. Una premessa va fatta: tutte le relazioni che vengono lette all’inaugurazione nell’anno giudiziario, vale per il Molise ma vale per tutto il territorio nazionale, si riferiscono a raffronti sui procedimenti penali iscritti. Cosa vuol dire? Che si fa un raffronto con l’anno precedente dei procedimenti penali che hanno avuto inizio sulla base di notizie che possono essere le più disparate. Possono provenire dalla polizia giudiziaria, dal cittadino, possono essere notizie attinte anche da notizie giornalistiche, da informazioni giornalistiche. Quindi quel dato di questi due procedimenti indica allo stato soltanto che ci sono due indagini in corso rispetto alle quali io non so e non direi comunque quella che può essere la fonte. Vuol dire che viene attenzionato questo aspetto. Io lo vedo come un aspetto positivo nel senso che sappiamo tutti che questa è una tematica che non riguarda soltanto il Molise perché la criminalità si muove anche per incidere sui risultati elettorali. È qualcosa che anche qualunque cittadino comune sa e, quindi, il fatto che per la prima volta ci sono due procedimenti penali su questo, vuol dire che esistono due indagini che stanno cercando di verificare se questa notizia sia fondata o meno. Va letta in questo modo, non c’è nessun rinvio a giudizio, non c’è stata nessuna condanna, ecco non ha ancora preso il corpo di un rinvio a giudizio perché li c’è l’esercizio dell’azione penale, qualcosa di più concreto. Ci sono delle indagini, degli accertamenti, io penso che un territorio se vuole restare pulito deve avere anche le indagini che coprono ogni aspetto e qui abbiamo queste due indagini. Sono condotte dalla Procura distrettuale perché è di competenza della Procura distrettuale antimafia. Attendiamo di vedere quali saranno gli sviluppi“. Può dirci l’area geografica del Molise in riferimento a queste due inchieste? “Su questo preferisco non dire nulla, già siamo un territorio piccolo e preferisco non dire nulla. Diremo tutto alla fine dell’ indagine perché io sono per la trasparenza assoluta, non bisogna mai aver paura della verità, alla fine delle indagini se emergeranno dei profili di rilevanza pubblica, lo diremo, altrimenti sono dei procedimenti che vanno archiviati e se dovessero essere archiviati, diciamo senza dare grande eco perché va poi anche tutelata la privacy, la riservatezza e la rispettabilità delle persone. Cioè bisogna unire due criteri: rigore assoluto nelle indagini se l’indagine porta un risultato va resa pubblica, se l’indagine viceversa non arriva a nulla secondo me va archiviata mantenendo tutelata la riservatezza di quelle persone che a quel punto saranno persone che erano assolutamente non da colpire con un procedimento penale“. Il Dottor Rispoli ha quindi ribadito con determinazione il contrasto allo spaccio di sostanze stupefacenti sempre di più collegato alle infiltrazioni malavitose chiedendo la collaborazione dei cittadini e invitando i giovani a mantenere alto il livello di guardia. “È un’attività – ha osservato il Procuratore – che si svolge su Larino, Campobasso e Isernia. Campobasso con particolare attenzione avendo noi la Procura distrettuale antimafia, Procura che quest’anno, come è emerso in sede di relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha anche in corso sei procedimenti penali per associazione a delinquere finalizzata proprio allo spaccio della sostanza stupefacente. Un’operazione che viene svolta con grande attenzione dai magistrati, dalle forze di polizia e poi abbiamo bisogno sempre dell’aiuto della polizia molisana perché diciamo che il primo presidio contro la legalità di questo ne sono convinto ed è un messaggio che voglio mandare è sempre rappresentato dai cittadini che sanno prima e meglio delle forze di polizia“.   - >>>>>

Primarie PD, corsa a tre. Polemiche e incoerenza sulle candidature per le cariche nazionali e regionali

di GIOVANNI MINICOZZI Con la presentazione delle liste per l’Assemblea nazionale e per quella regionale, collegate rispettivamente ai tre aspiranti segretari nazionali e ai tre regionali, è partita ufficialmente la corsa per le primarie del Partito Democratico che si svolgeranno il prossimo 3 marzo. Come è’ noto sono tre i candidati alla segreteria nazionale, Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti e tre per la segreteria regionale, ovvero Vittorino Facciolla sostenuto da due liste “Uniti per Vittorino Facciolla ” e “Democratici per Vittorino Facciolla”, Stefano Buono con la lista “Ricominciamo” e Michele Durante con la lista “Piazza grande ” di Durante e Zingaretti che porta lo stesso simbolo utilizzato da Nicola Zingaretti. I tre candidati alla segreteria regionale sono tutti collegati alla mozione Zingaretti, sostenuta da due liste composte da quattro dirigenti ciascuna per i candidati all’assemblea nazionale. Una di Vittorino Facciolla e l’altra di Michele Durante, mentre quella di Stefano Buono, sempre collegata a Zingaretti, è stata esclusa per mancanza della delega. Un lista a testa, invece, per sostenere Maurizio Martina e Roberto Giachetti. Dunque, gli schieramenti di partenza si presentano con quattro liste per eleggere i sessanta componenti dell’assemblea regionale e quattro liste per eleggere i quattro rappresentanti nell’assemblea nazionale. Questi i nomi: ” Piazza grande” per Zingaretti- Durante: Laura Venittelli, Luciano Sposato, Costanza Carriero e Giose Trivisonno. Molise per Zingaretti-Facciolla: Carlo Veneziale, Bibiana Chierchia, Alfredo Marini e Francesca Primiano. “Martina segretario”: Nicola Messere, Maria Concetta Chimisso, Pietro Maio e Cinzia Di Cristofaro. Giachetti, infine, ha candidato Marco Sabetta, Rita Di Salvo e Andrea Gagliardi. Conferme, novità e strani intrecci nelle liste dei sessanta candidati all’ assemblea regionale. In particolare con Vittorino Facciolla, collegato a Zingaretti ci sono: Antonio Pardo D’Alete, Micaela Fanelli, Zelinda Tiberio, madre dell’ ex assessore del Comune di Isernia Marco Amendola, Lorenzo Coia Presidente della Provincia e la capolista Maria Concetta Chimisso vice sindaco di Termoli. La Chimisso che sostiene Zingaretti nella lista regionale è candidata anche nella lista nazionale ma a sostegno di Maurizio Martina. È giallo invece sulla candidatura, sempre nella lista di Facciolla, del neo segretario della federazione Pd di Campobasso Andrea Vertolo eletto di recente all’unanimità per effetto della sua dichiarazione di neutralità in nome dell’ unità del Partito. Vertolo, invece, è stato inserito nella lista di Facciolla (non è dato sapere se a sua insaputa) ma ha chiesto di essere depennato. Sulla vicenda si pronuncerà la commissione di garanzia. Nella lista regionale a sostegno di Michele Durante ci sono, tra gli altri, Alessandra Salvatore, Ovidio Bontempo, Andrea Battista figlio del sindaco di Campobasso, Pierpaolo Nagni, Roberto Ruta, Maria Teresa D’Achille nonché il segretario di Federazione di Isernia e i neo eletti segretari dei circoli di Campobasso, Isernia e Termoli. Infine, nella lista che sostiene Stefano Buono sono candidati anche l’avvocato termolese Simone Coscia e Gilda Antonelli, omonima della compagna di Paolo Frattura. Tutti annunciano “cambiamento e unità” rispetto al recente passato del PD ma considerate le premesse è a rischio l’ennesima figuraccia per i democratici ma molto dipenderà dal numero dei partecipanti alle primarie del prossimo 3 marzo.   - >>>>>

Caso Diciotti, il Referendum online un boomerang letale per il M5s

Di Vincenzo Musacchio. L’esito del voto sul caso Diciotti in corso sulla piattaforma Rousseau era in sostanza scontato. Il voto organizzato dai grillini era asservito a uno scopo ben preciso: togliere le castagne dal fuoco dei dirigenti pentastellati che così possono lavarsi le mani pilatescamente e far assumere la responsabilità di quanto accaduto ai loro iscritti. Ma in base al nuovo statuto, il voto online non è più vincolante, nel senso che i parlamentari sono chiamati soltanto a tenerne conto senza l’obbligo di rispettarlo. Come andrà a finire è fin troppo facile da prevedere, considerando che i parlamentari potrebbero trovarsi davanti alla scelta se far cadere di fatto il governo con Matteo Salvini o salvarlo e quindi salvare le proprie poltrone. Perché fino a oggi i referendum online si sono sempre conclusi con una vittoria schiacciante per le tesi del Movimento. Meno di diecimila voti di scarto tra sì e no. Un 60% contro un 40%. Siamo politicamente di fronte ad una spaccatura evidente nella base del Movimento. Io non ho votato ma credo che questo referendum potrebbe rappresentare, se non lo è già stato in queste primissime ore successive alla comunicazione dei risultati, un autentico boomerang letale. Di fatto, si è barattato il proprio “dna” per una poltrona in Parlamento. Un malcontento che, a questo punto, darà ancora più forza al fronte critico per un “contratto di Governo” che, in realtà, si sta dimostrando una rampa di lancio per Salvini e sta mettendo a nudo tutte le contraddizioni e le false promesse dei vertici pentastellati. Sono stato tra i più votati nella piattaforma Rousseau alle elezioni regionali del Molise ma né allora né oggi mi fido delle votazioni online senza controllo indipendente. La base e le radici sono cambiate per opportunismo politico, sono cambiati anche i valori, le priorità e anche il modo di porsi di tutta la squadra di Governo. Se dovessi esprimere il mio giudizio, ritengo che non vi fosse bisogno di fare il referendum, perché chi è eletto dal popolo deve valutare le situazioni e prendersi le responsabilità delle conseguenze deve poi avere la forza di sostenere delle posizioni politiche. Ma per fare questo occorre essere politici “di razza”. Il voto online è utilizzato solo quando c’è un tema scomodo. In modo da dire “lo dice la base e la base è sacra”. Il punto allora è: “o chiedi sempre o ti prendi la responsabilità delle tue azioni”. Da questa scelta di certo esce sconfitto Di Maio e i parlamentari dei Cinque Stelle. Salvini invece continua a vincere e furbescamente smorza i toni. Il M5S rinnega se stesso e non attraversa un buon momento che stando ai fatti può solo peggiorare. Stanno perdendo la base che crede ancora alle radici del Movimento, nessuno si vuole più candidare e nel tempo sono convinto continueranno a perdere consensi. Con la finta consultazione su Salvini, i capi grillini hanno venduto l’anima del Movimento per quattro poltrone. La fine del Movimento è cominciata. Concordo con la lucidissima analisi dell’ex senatore del M5S Gregorio De Falco che ha dichiarato:“Si tratta di una vittoria morale e politica di quel 40% del Movimento che non si fa strumentalizzare dalla potenza della macchina della propaganda”. “Il M5S ha perso l’anima. Salvano il loro amico Salvini dal processo, rinunciando a uno dei loro principi fondamentali. Uno vale uno non funziona per il loro alleati di governo”. Il declino di quella che era una grande speranza per molti è cominciato.   - >>>>>

Lotta allo spaccio e alla malavita, il Procuratore generale Guido Rispoli: “Non avranno tregua”. Accorato appello ai giovani

di GIOVANNI MINICOZZI Sono tante le iniziative in corso a sostegno della lotta allo spaccio di sostanze stupefacenti, una guerra lanciata dalla Procura Distrettuale Antimafia e in particolare dal Magistrato Nicola D’Angelo. Anche il Procuratore generale presso la Corte di Appello di Campobasso Guido Rispoli è intervenuto sul tema e ha elogiato le forze dell’ordine e le tre Procure del distretto molisano per i risultati raggiunti ma la battaglia continua. “Si, assolutamente sì. È uno dei temi forti del territorio, le tre Procure per fortuna in questo momento sono, sotto il profilo dei magistrati, coperte in modo quasi integrale, mentre per il personale amministrativo abbiamo delle difficoltà. È un’attività che si svolge sia su Larino sia su Campobasso e Isernia. Campobasso con particolare attenzione avendo noi la Procura distrettuale antimafia, Procura che quest’anno, come è emerso in sede di relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha anche in corso sei procedimenti penali per associazione per delinquere finalizzata proprio allo spaccio delle sostanze stupefacenti. Se i molisani ci danno una mano credo che potremmo continuare con buoni risultati in questa battaglia e resterà la battaglia prioritaria per il Molise per il prossimo anno anche perché contrastare lo spaccio ci permette di individuare gruppi criminali che possono provenire, lei lo sa, dalla zona del foggiano, oppure dalla zona di Ostia, o dalla zona della Campania e quindi ci permette di individuare negli spacciatori soggetti che sono collegati alla criminalità organizzata. Se vogliamo tenere il territorio pulito questi soggetti vanno colpiti con estrema durezza” – ha dichiarato Rispoli a Telemolise. Particolarmente significativo l’appello lanciato ai giovani dal Procuratore Generale: “Basta un attimo che una vita, che può essere una vita di un ragazzo che ha tante cose belle da fare nello studio, nello sport, nell’amore, nella cultura, il fascino del proibito che c’è in quella fase di età l’abbiamo conosciuto tutti, ho visto anche i miei figli che l’hanno conosciuta. È un attimo pensare che nelle droghe si possa trovare un’emozione forte che magari una vita ordinaria non ti dà. Ecco, questo è un errore, io spero che i ragazzi ci pensino, che non lo facciano, non devono dimostrare nulla. Non sei più bravo, più forte con le ragazze se corri questo pericolo. La realtà è che tu inizi ad usare le sostanze stupefacenti, anche quelle leggere, entri in un vortice micidiale che ti porta verso una distruzione come persona, del tuo cervello, del tuo spirito… Non sei neanche più te stesso, diventi un altro essere e ti rovini l’esistenza. Calcoli che c’è una vita soltanto e se sprechi questa vita una seconda possibilità credo non ci sia e quindi mandarle via, buttarle via le sostanze stupefacenti per chi gliele offre perché solo così si dimostra di essere persone forti, buttandole via e non assumendole“. Intanto, tutti gli organi di informazione, d’intesa con la Direzione scolastica regionale, le Procure e le forze dell’ordine, hanno prodotto un video per sensibilizzare gli studenti contro l’uso di sostanze stupefacenti. Un video che presto , verrà proiettato nelle scuole e trasmesso sulle Tv locali. Sarà questo il contributo della stampa regionale per una battaglia di civiltà da vincere senza se e senza ma.   - >>>>>

Autonomia differenziata, sindacati scuola fanno argine: uniti per dire no

Il titolo con cui Libero ha aperto domenica il giornale più vicino alle posizioni oltranziste della Lega è la sintesi di quello che in più larga scala potrebbe accadere nelle prossime settimane. I comuni che falliscono sono quelli del sud,perché lì si annidano corruzione e malaffare, oltre che la malapolitica. Mentre tutto il nord è bravo e bello. Un rigurgito separatista che, come hanno già fatto notare i governatori di Puglia e Campania,mette a serio rischio la tenuta dello Stato. Le reazioni si sono già viste e se ne registrano ogni giorno. Da quella della parlamentare Giuseppina Occhionero, secondo la quale diventa inspiegabile il successo elettorale della Lega nel meridione, a quella dell’ex Governatore Iorio, che ha annunciato una mozione in consiglio regionale per chiedere il rispetto del principio della perequazione tra le regioni. Il capogruppo di Forza Italia, Nico Romagnuolo, in un ordine del giorno, chiede il coinvolgimento di tutte le regioni del centro sud per chiedere una moratoria immediata delle procedure che conducono al cosiddetto regionalismo differenziato. Sul tema intervengono anche i sindacati, Un grido dall’allarme all’unisono quello delle sigle della scuola di Cgil, Cisl, Uil, Rua, Gilda, Snals, Confsal e Cobas, in pratica tutte, per le quali si profila uno scenario di un’Italia divisa anche sul piano dell’istruzione. Bisogna unirsi, dicono i sindacati, per contrastare la regionalizzazione dell’istruzione in difesa del principio dell’uguaglianza e dell’unità della Repubblica. Un principio che non sta evidentemente a chi getta benzina sul fuoco e alimenta un clima di tensione fra nord e sud. Lo stesso ministro dell’istruzione Bossetti si è infilato in un vicolo cieco quando ha sostenuto che gli insegnanti del sud devono impegnarsi di più. Ma le scuole del nord, fanno notare i sindacati scuola, sono piene zeppe di professoresse, professori, maestre e maestri che tra mille difficoltà e sacrifici abbandonano le loro zone d’origine per andare a lavorare. Al tempo stesso, in molte scuole di frontiera del sud, gli insegnanti non solo svolgono il loro compito istituzionale, ma diventano anche un punto di riferimento sociale. Intanto il fronte contro la richiesta di autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna aumenta e il governo Lega e Cinque stelle si trova con un nuovo argomento caldo che divide. Sono in molti a domandarsi come voteranno i deputati meridionali e, soprattutto, come giustificheranno nei loro collegi un eventuale appoggio a questa riforma   - >>>>>

Caccia grossa della Lega ma il Governo non si tocca. I due forni accesi da Matteo Salvini cucinano FI e M5S. Di Maio cerca alleati

DI GIOVANNI MINICOZZI Il risultato elettorale delle regionali abruzzesi non lascia dubbi sulla supremazia della coalizione di centrodestra che ha stravinto superando ogni più rosea previsione. Letteralmente trainato dalla Lega, che ha eletto ben dieci consiglieri regionali su trenta, il neo presidente Marco Marsilio di Fratelli d’Italia ha totalizzato il 48% di consensi mentre il suo avversario più diretto, ovvero l’ex vice presidente del Consiglio Superiore della magistratura, Giovanni Legnini, si è fermato al 31% con una coalizione di centrosinistra allargata ai movimenti civici. Tracollo elettorale imprevedibile, invece, per il M5s che ha dimezzato i voti rispetto alle politiche del 4 marzo 2018 con la candidata alla presidenza, Sara Marcozzi, che non ha superato la soglia del 20% dei consensi. È da sottolineare la circostanza che entrambi gli alleati del governo giallo-verde hanno battuto in lungo e in largo i Comuni più importanti dell’Abruzzo. Da una parte Luigi Di Maio e molti ministri pentastellati, dall’altra Matteo Salvini il quale ha evitato accuratamente di incrociare Silvio Berlusconi (anche lui trasferitosi in Abruzzo) tranne che nella conferenza stampa di chiusura della campagna elettorale dove Marco Marsilio ha messo i suoi alleati con i rispettivi leader intorno allo stesso tavolo. Il dato politico eclatante che emerge dai risultati elettorali riguarda proprio il rapporto tra Lega e M5s nonché la tenuta e le possibili ripercussioni sul governo Conte. Non è un caso che Matteo Salvini abbia sempre dichiarato che l’alleanza non sia in pericolo e lo ha ripetuto con determinazione anche a valle del risultato elettorale acquisito. In effetti il leader della Lega non ha nessun interesse a rimuovere un’alleanza che gli consente di succhiare voti non solo agli alleati di centrodestra ma anche agli stessi pentastellati i quali cedono voti anche al Pd come hanno ben dimostrato le elezioni abruzzesi. In sostanza, i due forni aperti da Matteo Salvini consentono alla Lega di volare, in termini elettorali, e di gestire la politica italiana dettando le regole agli alleati. A pagarne le conseguenze è solo il M5s che avrebbe tutto l’interesse di staccare la spina al governo Conte per uscire dall’angolo ma anche dai “Palazzi del Potere” con la consapevolezza, però, che difficilmente tornerebbe nelle stanze dei bottoni. Per loro saranno fondamentali i risultati delle imminenti regionali della Sardegna e della Basilicata e ancor di più i risultati delle europee di fine maggio. Qualora dovesse permanere l’attuale situazione per il M5s il destino sarebbe tragicamente segnato e la loro azione politica passerebbe alla storia come una meteora durata solo pochi mesi. L’unica alternativa possibile alla volatilizzazione dei pentastellati sarebbe l’apertura ad alleanze con altri soggetti politici nelle elezioni locali e regionali come ha lasciato intendere il vice premier Luigi Di Maio in una dichiarazione rilasciata al Corriere della sera. Diversamente i due forni aperti da Matteo Salvini cucineranno sia il M5S sia gli alleati di centrodestra e in particolare quelli di Forza Italia.   - >>>>>

Annuncio online: “La Fiat assume a Termoli”, ma è una truffa

Una truffa odiosa, perché chi la mette in atto approfitta dello stato di bisogno delle persone, è..

La scuola Montini chiusa per 15 giorni. Il sindaco: “Troveremo una soluzione”

          CAMPOBASSO. La scuola Montini di Campobasso resterà chiusa, al momento, ad oltranza: ..

Seac, trovato l’accordo. Riassunti gli autisti licenziati

CAMPOBASSO. La vicenda dei licenziamenti degli otto autisti della Seac, l’azienda di trasporto pubblico urbano di Campobasso,..

Il testo unico sulle società pubbliche: una occasione colta o perduta?

di Francesco Fimmanò In attuazione della delega conferita dall’articolo 18 della legge 7 agosto 2015, n. 124,[1] il decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 175, Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica, in vigore dallo scorso 20 settembre, cerca per l’ennesima volta di ricondurre a fisiologia un coacervo di disposizioni gemmate negli ultimi 25 anni. Il corpus, al di là delle luci e delle ombre, ha certamente il merito di tentare di mettere a “sistema” una fenomenologia peculiare, interdisciplinare, complessa e figlia di una legislazione a “toppe”, piuttosto che “a tappe”. Al tempo stesso non può che rilevarsi che la sovraregolamentazione appare in molte norme come una sorta di inseguimento tra legislatore e giurisprudenza, con il risultato di sentenze che hanno fatto le veci della legge e una legge che fa le veci delle sentenze. La legislazione di un tempo non dirimeva contrasti giurisprudenziali ma costruiva sistemi di regole per principi e i giudici la interpretavano. Basti pensare che l’espressione normativa più in voga – in materia – negli ultimi anni nel settore che ci occupa è quella di “controllo analogo”. In realtà il legislatore italiano ha usato l’escamotage di far proprie le espressioni usate nella famosa sentenza Teckal della Corte di giustizia U.E. (e in quelle analoghe successive) riguardanti un consorzio tra Comuni, per applicarle a un soggetto giuridico completamente diverso e cioè a una società di capitali. Da questa operazione è nata una serie di equivoci con il “livello comunitario” anche perché a nessun altro Stato nel Continente è venuto in mente di utilizzare lo strumento societario per ragioni “meramente opportunistiche”. A tutto questo aggiungiamo che calare le società di capitali e il loro enorme apparato regolamentare (ipertecnico) in un ambiente normativo giuspubblicistico, dove l’operatore medio neppure immagina che le sole società per azioni (non quotate) sono disciplinate da oltre 650 commi, è stata operazione dagli effetti dirompenti. L’equivoco principale è stato quello riguardante il tipo di disciplina da applicare alle società in mano pubblica, nato in passato dalla errata impostazione secondo cui la partecipazione di una pubblica amministrazione a una società di capitali potesse alterarne la struttura, dando vita a un “tipo” di diritto speciale. In particolare una certa impostazione, ignara delle complessità sistematiche, partendo dal principio della neutralità della forma giuridica rispetto alla natura dello scopo, è arrivata ad attribuire alle società partecipate una connotazione pubblicistica[2], frutto di una sostanziale mutazione genetica nel senso di una riqualificazione del soggetto. In realtà tale impostazione è stata gravemente fuorviante negli anni, in quanto si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c., con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa[3]. In realtà l’uso dello strumento societario a partecipazione pubblica ha avuto spesso finalità meramente segregative. Le pubbliche amministrazioni, incentivate nel tempo dallo stesso legislatore, hanno infatti cercato a tutti i costi, negli ultimi venticinque anni, di creare e poi mantenere la “sacca” del privilegio derivante dall’affidamento diretto della gestione di attività e servizi pubblici a società partecipate, in deroga ai fondamentali principi della concorrenza tra imprese e della trasparenza. In buona sostanza da una parte v’è stata la tendenza ad ampliare l’ambito dei servizi pubblici includendo non solo quelli aventi per oggetto attività economiche incidenti sulla collettività, ma anche quelli riguardanti attività tendenti a promuovere lo sviluppo socio-economico delle comunità locali, fino ad arrivare ad affidare a società partecipate funzioni, che lungi dal rientrare nell’ambito dei servizi pubblici in senso proprio, costituivano tipiche attività istituzionali o strumentali dell’ente[4]. Dall’altra parte è stata incentivata la gestione mediante società partecipate in un’ottica rivolta (solo) formalmente alla aziendalizzazione dei servizi e a una privatizzazione effettiva (come auspicato dal legislatore sin dal 1942)[5], in realtà sostanzialmente diretta a eludere procedimenti a evidenza pubblica e a sottrarre comparti dell’amministrazione ai vincoli di bilancio, anche in considerazione della mancata applicazione, per molti anni, all’ente-capogruppo dei principi di consolidamento di diritto societario a partire dall’elisione delle partite reciproche[6]. Questo processo ha avuto l’effetto di trasformare talora il modello di gestione da strumento di efficienza in strumento di protezione e in taluni casi in escamotage per eludere i c.d. patti di stabilità e le regole di contabilità pubblica.   La Corte dei Conti ha contato, in un momento che sembrava culminante del ciclo espansivo, nell’anno 2008, 5.860 “organismi” partecipati da 5.928 enti pubblici locali con un incremento dell’11,08% rispetto al dato del 2005. Poco meno del 65% di questi organismi partecipati aveva natura societaria con prevalenza delle società per azioni, mentre circa il 35% ha forma giuridica diversa dalla società, in prevalenza consortile[7]. Allo stato, dalle informazioni rilevabili nella banca dati SIQUEL, emerge che il 16,65% dei Comuni (1.340 su 8.047), pari al 7,11% della popolazione nazionale, non è in possesso di partecipazioni societarie, gli organismi rilevati alla data dell’8 luglio 2016 risultano essere 7.181: le analisi sui risultati economici e finanziari, sui servizi affidati e sulle modalità di affidamento hanno riguardato, tuttavia, 4.217 soggetti, per i quali sono disponibili a sistema i dati di bilancio relativi all’esercizio 2014. Ancor più ristretto è il numero di istituzioni per le quali si hanno informazioni sui flussi di entrata e di spesa degli enti affidanti[8]. Gli organismi operanti nei servizi pubblici locali sono numericamente limitati (il 34,72% del totale), pur rappresentando una parte importante del valore della produzione (il 69,34% dell’importo complessivo). Il maggior numero (65,28%) rientra nel novero di quelli che svolgono attività diversificate, definite come “strumentali”[9]. Marcata è la prevalenza degli affidamenti diretti: nonostante la rigidità dei presupposti legittimanti tale procedura, a salvaguardia dei principi della concorrenza, su un totale di 22.342 affidamenti, le gare con impresa terza sono soltanto 150 e gli affidamenti a società mista, con gara a doppio oggetto, 319. Con riferimento agli organismi in perdita nell’ultimo triennio, l’analisi della Corte dei conti mostra come circa un terzo sia a totale partecipazione pubblica, mentre quelli misti a prevalenza privata costituiscono la categoria all’interno della quale le perdite sono più diffuse, con una tendenza al peggioramento dei risultati nell’arco del triennio. Nel referto della Corte v’è anche una ricognizione delle partecipazioni rilevanti ai fini del consolidamento dei conti, ed emerge che, su 700 organismi totalmente pubblici a unico socio (Comune/Provincia), meno della metà sono risultati assoggettabili a consolidamento – sulla base dei parametri indicati dal principio contabile applicato allegato n. 4/4 al d.lgs. n. 118/2011. Di contro, 368 (il 52,6%) non superano la soglia di rilevanza e potrebbero essere consolidati solo se ritenuti significativi dall’ente proprietario, secondo la sua valutazione discrezionale. La gestione finanziaria dimostra una netta prevalenza dei debiti sui crediti in tutti gli organismi esaminati. Nel complesso, i debiti ammontano a 83,3 miliardi, di cui circa un quarto è attribuibile, in sostanza, alle partecipazioni totalitarie. Il rapporto crediti/debiti verso controllanti, nelle partecipazioni pubbliche al 100%, è sbilanciato in favore dei primi. Emerge, quindi, la forte dipendenza delle partecipazioni totalitarie dagli enti controllanti, pur in presenza di un rilevante indebitamento verso terzi. Dall’analisi degli organismi partecipati in via totalitaria da un unico socio emerge, nella gran parte dei casi, che le risorse complessivamente impegnate e pagate dagli enti proprietari tendono a coincidere con l’importo dei valori della produzione degli organismi destinatari delle erogazioni. Abbiamo dunque assistito, per tutte queste ragioni, a un percorso legislativo incoerente, caratterizzato da frequenti ripensamenti, fatta eccezione per una costante: la crescente e progressiva espansione delle società a partecipazione pubblica locale, anche attraverso la trasformazione di aziende speciali, consorzi e istituzioni.   La “storia” del fenomeno comincia nel 1990 con la espressa previsione nella legge n. 142 della società per azioni a partecipazione pubblica maggioritaria[10], passa attraverso l’introduzione della società c.d. minoritaria[11], l’apertura al tipo della S.r.l. e l’incentivo alla trasformazione delle aziende speciali e dei consorzi[12], per subire un provvisorio assestamento nel 2000 con il Testo Unico delle autonomie locali (Tuel) che sistemava organicamente la materia[13]. Nel 2001 il quadro viene virtualmente rivoluzionato con l’introduzione della categoria mai definita dei c.d. servizi industriali e l’introduzione rigorosa, mai attuata, dei principi della concorrenza[14]. Con la contro-riforma del 2003 e la legge finanziaria per il 2004, si arriva infatti a un risultato esattamente opposto[15]. Quest’ultimo intervento, in parte censurato dalla Corte Costituzionale[16], ha suddiviso i servizi in virtù della loro rilevanza economica, in un contesto pesantemente dominato dalla figura della società in house providing e del suo strettissimo collegamento funzionale con l’ente di riferimento. La normativa ha strumentalizzato in modo abile la giurisprudenza comunitaria tanto da far evocare una situazione giuridica di dipendenza organica. Alla originaria disciplina contenuta nell’art. 113 TUEL, infatti, si sono sovrapposti prima l’art. 23 bis del d.l. n. 112/08 (successivamente abrogato con referendum) e poi la successiva disciplina introdotta con il D.L. 138/11 (dichiarata incostituzionale dalla Consulta con la sentenza n. 199 del 20 luglio 2012), per giungere infine al d.l. 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito con l. 17 dicembre 2012 n. 221). Le Sezioni Unite della Cassazione nel 2013 hanno scelto forzatamente di adattare l’impostazione comunitaria, al fine di riconoscere la giurisdizione piena della Corte dei conti sulle azioni di responsabilità agli organi sociali delle società in house[17]. I giudici del Supremo consesso qualificano, in modo in verità opinabile, questo genere di società come una mera articolazione interna della P.A., una sua longa manus al punto che l’affidamento diretto neppure consentirebbe di configurare un rapporto intersoggettivo di talchè l’ente in house “non potrebbe ritenersi terzo rispetto all’amministrazione controllante ma dovrebbe considerarsi come uno dei servizi propri dell’amministrazione stessa”[18]. Le ormai numerose sentenze delle sezioni unite si rifanno tutte alla n. 26283 del 25 novembre 2013, il cui passaggio più forte è quello secondo cui “il velo che normalmente nasconde il socio dietro la società è dunque squarciato: la distinzione tra socio (pubblico) e società (in house) non si realizza più in termini di alterità soggettiva”. L’orientamento ha complicato ancora di più le cose perché molti non hanno inteso che si riferisse solo alla giurisdizione e perdippiù non esclusiva della Corte dei Conti sulle azioni di responsabilità, ma hanno provato a dedurre l’esistenza di una società di tipo pubblico meritevole di uno ius singulare. In realtà si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c. [19], con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa [20]. Viceversa, a parte i casi di società c.d. legali (istituite, trasformate o comunque disciplinate con apposita legge speciale)[21], ci troviamo sempre di fronte a società di diritto comune, in cui pubblico non è l’ente partecipato bensì il soggetto, o alcuni dei soggetti, che vi partecipano e nella quale, perciò, la disciplina pubblicistica che regola il contegno del socio pubblico e quella privatistica che regola il funzionamento della società convivono.     La storia che abbiamo raccontato è singolare: il legislatore italiano ha prima creato un monstrum e poi ha costretto gli interpreti, anche i più raffinati, a riconoscerlo e a ricostruirlo invece di “constatare i fenomeni giuridici quali sono, quali si trovano nel sistema positivo, non negarli o storpiarli per ragioni a priori”[22]. Quanto accaduto appartiene a una tendenza più generale diretta a creare sempre più frequentemente categorie di soggetti i cui rapporti sono regolati da uno ius singulare. Fenomeno deprecabile, in quanto nel migliore dei casi, finisce per originare privilegi, asimmetrie e discriminazioni. In taluni casi, poi, non è tanto la ponderata volontà di sottrarre alla disciplina comune determinati soggetti a spingere il legislatori, bensì l’incapacità a resistere alla pressione di chi, spesso emotivamente o prepotentemente, chiede e invoca questa o quella norma. Ecco che il potere legislativo, si muove talora male e si trasforma, come sul dirsi in una machine a faire lois[23], invece di dettare norme efficienti e cercare nell’armonia del sistema le soluzioni più giuste. Ed eccoci ora alla c.d. Riforma Madia. Servirà? Poteva intervenire in modo più chiaro e tecnicamente corretto su temi tanto delicati? Sicuramente sì. Ma comunque contiene principi importanti ad esempio chiarisce una volta per tutte che una società è una società, non è un tavolo né una sedia, e come tale ad esempio fallisce da chiunque sia partecipata. Una cosa appare evidente che ancora una volta non si è tenuto conto delle specificità ordinamentali e soprattutto disciplinari, ratione materiae. Il diritto pubblico o amministrativo mai potranno entrare appieno nella forma mentis di un societarista o di un fallimentarista e viceversa. E’ ora in corso di pubblicazione il Decreto Legislativo che reca “Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 19 agosto 2016 n. 175, recante testo unico in materia di società a partecipazione pubblica” (c.d. “Decreto Correttivo”).  Si attua in tal modo la delega contenuta nell’art. 16, comma 7, della legge 7 agosto 2015, n. 124 (c.d. legge Madia), il quale, nel disegnare la delega per una complessa operazione di riorganizzazione normativa in materia di amministrazioni pubbliche, prevede che entro dodici mesi dall’entra in vigore dei decreti delegati il Governo avrebbe potuto adottare, appunto, uno o più decreti correttivi. L’intervento integrativo e correttivo, nel caso del TUSP, è dovuto anche a – e ha dovuto tener conto di – quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 251/2016, con la quale è stata ravvista una violazione delle norme costituzionali sul concorso di competenze statali e regionali da parte della citata legge n. 124 del 2015[24]. La Consulta ha in questa sede dichiarato che l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni si sarebbe potuta rimediare, nel rispetto del principio di leale collaborazione, avviando le procedure inerenti all’intesa con Regioni e enti locali nella sede della Conferenza unificata[25]. L’impatto della sentenza, che per qualche settimana ha tenuto col fiato sospeso gli operatori del settore che hanno temuto che essa potesse demolire tutta la riforma, è stato però limitato.  In primo luogo, come la Consulta stessa ha precisato, “le pronunce di illegittimità costituzionale, contenute in questa decisione, sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso, e non si estendono alle relative disposizioni attuative” (ossia ai decreti delegati[26]).  Inoltre, il Consiglio di Stato, con parere n. 83 del 17 gennaio 2017 si è espresso sugli adempimenti da compiere a seguito della sentenza della Corte Costituzionale[27], e ha precisato che il percorso più ragionevole e compatibile con l’impianto della sentenza – postulato anche dalla stessa Consulta – sarebbe stato quello di intervenire con decreti correttivi, previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni, da svolgersi in base alle previsioni di cui all’art. 3 del decreto legislativo 28  agosto  1997,  n.  281  (Definizione  ed  ampliamento  delle  attribuzioni della  Conferenza  permanente  per  i  rapporti  tra  lo  Stato,  le  regioni  e  le  province autonome  di  Trento  e  Bolzano  ed  unificazione,  per  le  materie  ed  i  compiti  di interesse  comune  delle  regioni,  delle  province  e  dei  comuni,  con  la  Conferenza Stato-città ed autonomie locali), in modo da “sanare l’eventuale vizio derivante dal procedimento  originariamente  seguito”, avendo peraltro la  sentenza  “fatto  riferimento  al Governo  (e  non  al  Parlamento)  e  considerato  che  in  alcuni  casi  i  termini  per l’adozione di simili decreti non sono ancora scaduti”. Tra le modifiche senz’altro di maggior rilievo portate dal Decreto Correttivo è quella che riguarda la governance delle società partecipate. Come noto, una delle innovazioni più importanti del nuovo testo unico è quella che stabilisce che “di norma” (e già l’espressione prelude ad eccezioni[28]) l’organo amministrativo debba essere costituito da un amministratore unico (art. 11, comma 2, TUSP). Nell’impianto originario del TUSP, il comma terzo di tale articolo prevedeva che, in deroga al principio appena affermato, un apposito decreto del Presidente del Consiglio, da emanarsi entro sei mesi dall’entrata in vigore del testo unico (quindi entro il 23 marzo 2017), avrebbe dovuto enucleare i criteri secondo i quali “per specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa”, sarebbe stato possibile optare per  un consiglio di amministrazione – composto da un minimo di tre a un massimo di cinque membri – ovvero per i sistemi dualistico o monistico (art. 11, comma 3, TUSP). Con tale previsione si è invertito il criterio in vigore, previsto, da ultimo, nell’art. 4, commi 4 e 5, d.l. 6 luglio 2012 n. 95, conv., con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, in cui l’opzione per l’amministratore unico era consentita, ma residuale[29]. L’art. 7 del Decreto Correttivo è ora intervenuto sostituendo integralmente il comma terzo dell’art. 11 TUSP, che ora recita: “L’assemblea della società a controllo pubblico, con delibera motivata con riguardo a specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa e tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi, può disporre che la società sia amministrata da un consiglio di amministrazione composto da tre o cinque membri, ovvero che sia adottato uno dei sistemi alternativi di amministrazione e controllo previsti dai paragrafi 5 e 6 della sezione VI-bis del capo V del titolo V del libro V del codice civile. La delibera è trasmessa alla sezione della Corte dei Conti competente ai sensi dell’articolo 5, comma 4, e alla struttura di cui all’articolo 15”. Nel quadro attuale, dunque, la scelta per un sistema collegiale di amministrazione (oppure per i modelli dualistico o monistico), è interamente rimessa all’assemblea dei soci, i quali dovranno però giustificare tale scelta per ragioni di adeguatezza organizzativa e “tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi” (requisito, quest’ultimo, che non era posto come criterio per il Dpcm).  In sostanza, il Governo ha ritenuto di preferire un sistema in cui l’adozione dei sistemi di amministrazione e di controllo alternativi all’amministratore unico non fosse eterodeterminata al di fuori della singola compagine societaria. La scelta, inoltre, è servita a rimediare un potenziale corto circuito della previgente formulazione, poiché l’adeguamento degli statuti era fissato al 31 dicembre 2016, mentre il Dpcm avrebbe dovuto essere emanato entro il 23 marzo 2017. Si sarebbe quindi potuta creare una situazione potenzialmente dannosa per quelle società che, diligentemente rispettando il termine per l’adeguamento dello statuto, avesse optato per l’organo monocratico di amministrazione, per poi scoprire che secondo i criteri dettati dal Dpcm avrebbe potuto optare per un sistema collegiale (o per uno dei modelli alternativi di gestione), sobbarcandosi gli oneri procedurali e notarili di una doppia modifica statutaria. Immediatamente collegato al precedente è il tema delle tempistiche prescritte dal TUSP per l’adeguamento degli statuti e per altri adempimenti. Per quanto riguarda il primo, inizialmente fissato al 31 dicembre 2016 dall’art. 26 TUSP, è ora fissato al 31 luglio 2017 dall’art. 15 del Decreto Correttivo. Per quanto attiene invece ai secondi, essi si trovano in vari luoghi del testo. Così, ad esempio, è differito al 31 luglio 2017 il termine, inizialmente fissato al 23 marzo 2017 dall’art. 26 TUSP, per l’adeguamento delle società a controllo pubblico alle disposizioni contenute nell’art. 11, comma 8, TUSP, secondo cui gli amministratori delle società a controllo pubblico non possono essere dipendenti delle amministrazioni pubbliche controllanti o vigilanti (art. 15 Decreto Correttivo)[30]. Ancora, sempre all’art. 26 è introdotto un nuovo comma 12-ter, ai sensi del quale “per le società di cui all’art. 4, comma 8, le disposizioni dell’art. 20 trovano applicazione decorsi 5 anni dalla loro costituzione”. In altre parole, per le società spin off o start up universitarie o di enti di ricerca non vige, per i primi 5 anni di vita, l’obbligo di procedere alla razionalizzazione delle partecipazioni dalle amministrazioni pubbliche. Un differimento di qualche mese è anche previsto per il termine per la ricognizione del personale in servizio, propedeutico all’individuazione di eventuali eccedenze, previsto dall’art. 25, comma 1, TUSP, al 23 marzo 2017, e ora posticipato al 30 giugno 2017 (art. 14, comma 1, lett. a), Decreto Correttivo). Si chiarisce, inoltre, un dubbio interpretativo circa l’applicazione del divieto di nuove assunzioni, esplicitando (art. 14, coma 1, lett. c), Decreto Correttivo) che il periodo di durata del blocco delle nuove assunzioni, stabilito dall’art. 25, comma 4, TUSP, fino al 30 giugno 2018, decorre dalla data di pubblicazione del decreto del personale eccedente di cui alla nota precedente.  Al termine del 30 giugno 2017 (anziché di sei mesi dall’entrata in vigore del TUSP, ossia il 23 marzo 2017) è posticipato anche il termine per la ricognizione di tutte le partecipazioni possedute dalle pubbliche amministrazioni (art. 13, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo – art. 24, comma 1, TUSP).  È stato infine posto modificato il termine per le disposizioni in materia di personale previste dalla normativa vigente (legge 27 dicembre 2013, n. 147), che si applicheranno non più soltanto fino al 23 settembre 2016, ma fino all’entrata in vigore del decreto ministeriale sul personale eccedente di cui all’art. 25, comma 1, TUSP, e comunque non oltre il 31 dicembre 2017 (art. 11 Decreto Correttivo). Un altro importante elemento di novità introdotto dal Decreto Correttivo (art. 5) incide sulle finalità perseguibili dalla p.a. mediante l’acquisizione e la gestione di partecipazioni pubbliche.  Si è più precisamente ampliato il novero delle funzioni perseguibili per le società aventi ad oggetto l’autoproduzione di beni e servizi (di cui all’art. 4, comma 2, lett. d), TUSP), che ora non dovrà essere limita ai beni e servizi strumentali all’ente o degli enti pubblici partecipati, ma potrà riguardare anche lo svolgimento delle funzioni dei predetti enti. È stato previsto, ad integrazione dell’art. 4, comma 7, TUSP, che sono ammesse anche le partecipazioni nelle società aventi per oggetto sociale la produzione di energia da fonti rinnovabili. Ed è stata fatta salva, all’art. 4, comma 8, TUSP, la possibilità per le università di costituire società per la gestione di azienda agricole con funzioni didattiche. Inoltre, al fine di valorizzare il principio di leale collaborazione nei rapporti tra Stato e regioni, come richiesto dalla citata sentenza della Corte Costituzionale, è stato previsto, dall’art. 5, comma 1, lett. d), Decreto Correttivo, che ha modificato l’art. 4 comma 9 TUSP, che il Presidente della Regione possa, con provvedimento adottato ai sensi delle disposizioni regionali e nel rispetto dei principi di trasparenza e pubblicità, deliberare l’esclusione totale o parziale dell’applicazione delle disposizioni dell’art. 4 – attinenti appunto alle limitazioni delle finalità perseguibili mediante acquisizione o gestione di partecipazioni pubbliche – rispetto a singole società a partecipazione regionale. La suddetta esclusione dovrà essere motivata con riferimento alla “misura e qualità della partecipazione pubblica, agli interessi pubblici a essa connessi e al tipo di attività svolta, riconducibile alle finalità di cui al comma 1”. Un tema affine al precedente riguarda la motivazione analitica che l’atto deliberativo di costituzione di una società partecipata o di acquisto di partecipazioni deve riportare ai sensi dell’art. 5 TUSP: l’art. 6 del Decreto Correttivo ha eliminato, al riguardo, il riferimento alla possibilità di destinazione alternativa delle risorse pubbliche impegnate e ha precisato che le modalità della consultazione pubblica sono disciplinate dagli enti locali interessati.  Le scelte legislative di fondo che traspaiono dal Decreto Correttivo si confermano, dunque, muovere essenzialmente su due binari: (i) il rispetto del principio di leale collaborazione tra istituzioni centrali e locali, cui consegue lo spostamento di alcune decisioni nella sfera locale e la necessità dell’intesa della Conferenza unificata in relazione a diversi aspetti disciplinari che potenzialmente impattano sulle partecipate degli enti locali; (ii) lo smorzamento di alcuni oneri motivazionali e di alcuni limiti di operatività, che, insieme con l’ampliamento della libertà di manovra nella costituzione e gestione delle partecipazioni pubbliche, e con il molteplice allungamento dei vari termini per gli adempimenti prescritti dalla nuova normativa, tende alla valorizzazione dell’autonomia delle singole società.         [1] Con l’indicata disposizione il Parlamento ha delegato il Governo a semplificare, attraverso il riordino delle disposizioni nazionali e la creazione di una disciplina generale organica in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche, il relativo quadro di regolazione anche in linea con i principi dettati dalla costante giurisprudenza nazionale e comunitaria, con effetti positivi in termini di valorizzazione della tutela della concorrenza e di generale trasparenza ed efficacia dell’azione amministrativa. [2] Cfr. in particolare Cons. Stato, nn. 1206 e 1207 del 2001 e nn. 4711 del 2002 e 1303 del 2002. [3] Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011. [4] La giurisprudenza ha evidenziato d’altra parte che la qualificazione di servizio pubblico locale spetta a quelle attività caratterizzate sul piano oggettivo dal perseguimento di scopi sociali e di sviluppo della società civile, selezionate in base a scelte, appunto, di carattere eminentemente politico quanto alla destinazione delle risorse economicamente disponibili e all’ambito di intervento e su quello soggettivo dalla riconduzione diretta o indiretta a una figura soggettiva di rilievo pubblico (cfr. Cons. Stato, 13 dicembre 2006 n. 7369; TAR Campania, Napoli,  24 aprile 2008 n. 2533). [5] Nella Relazione al Codice Civile, si legge, in riferimento alle società pubbliche che lo Stato “si assoggetta alla legge della società per azioni per assicurare alla propria gestione maggiore snellezza di forme e nuove possibilità realizzatrici” (Relazione al Codice Civile, n. 998. Artt. 2458 e ss., vecchio testo). [6] L’introduzione del bilancio consolidato civilistico per la holding-ente pubblico poteva rappresentare una scelta funzionale all’indirizzo e al coordinamento dell’intero gruppo pubblico locale (cfr. A. Tredici, Il bilancio consolidato del gruppo pubblico locale quale strumento di programmazione e controllo, in Il controllo nelle società e negli enti, 2006, 256 s.). Solo con il d.lgs. n. 118 del 2011, recante disposizioni in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni, degli enti locali e dei loro organismi, si è previsto che tali enti territoriali adottino «…comuni schemi di bilancio consolidato con i propri enti ed organismi strumentali, aziende, società controllate e partecipate e altri organismi controllati….» (art. 11, comma 1). Tale innovazione che impone (e non facultizza più) l’adozione di un bilancio preventivo (e non solo un conto consuntivo) di tipo consolidato, è stata progressiva nel corso del tempo, mediante la previsione, ai sensi dell’art. 36, d.lgs. cit., di un periodo di sperimentazione biennale (2012-2013), coinvolgente talune amministrazioni pubbliche territoriali prescelte in ragione della loro collocazione geografica e densità demografica, per poi entrare a regime dall’anno finanziario 2014. In tema cfr già F. Fimmanò, L’ordinamento delle società pubbliche tra natura del soggetto e natura dell’attività, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, (a cura di F. Fimmanò), Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 12 s. [7] Alle Sezioni regionali di controllo della Corte compete – come confermato anche dal d.lgs. n. 175/2016, di riordino della disciplina in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche – di monitorare il percorso di razionalizzazione delle partecipazioni e di vigilare sull’effettivo completamento delle procedure di dismissione e/o liquidazione. Le Sezioni, in attuazione della legge di stabilità 2015, hanno già verificato i piani di razionalizzazione, che sono stati presentati da un elevato numero di enti (quasi l’80%). [8] Cfr. Sezione delle Autonomie: Referto su “Gli organismi partecipati degli enti territoriali” Delibera n. 27/SEZAUT/2016/FRG e documenti allegati. [9] Nei 3.076 organismi con fatturato non superiore a 5 milioni operano in media 8,7 dipendenti, a fronte di una media di 56 dipendenti nel complesso di quelli osservati. In 1.279 organismi, di cui 776 società, si registra un numero di dipendenti inferiore a quello degli amministratori. [10] La società mista a prevalente capitale pubblico locale venne prevista per la prima volta dall’art. 22, lettera e) della legge 142 del 1990, (testo poi modificato dall’art. 17, comma 58, legge 15 maggio 1997, n. 127, Bassanini-bis) e la legge non vietava peraltro che la società fosse interamente in mano pubblica. [11] La società mista con partecipazione maggioritaria dei soci privati ha trovato riconoscimento testuale con l’art. 12 della legge n. 498 del 1992, attuata con la normativa regolamentare dettata dal D.p.r. n. 533 del 16 settembre 1996 (al riguardo G.F. Campobasso, La costituzione delle società miste per la gestione dei servizi pubblici locali: profili societari, in Riv. soc., 1998, 390 s., che esamina in particolare gli aspetti della compagine, della scelta dei soci e dello scopo di lucro). [12] Norme contenute nella c.d. legge Bassanini bis (n. 127 del 15 maggio 1997), che all’art. 17, commi 51-58, consentiva agli Enti locali di procedere alla trasformazione delle aziende speciali, deputate alla gestione dei servizi pubblici, in società per azioni o a responsabilità limitata con capitale misto, pubblico e privato, anche a partecipazione minoritaria. [13] D. lgs. n. 267 del 2000. [14] Articolo 35 della legge n. 448 del 2001. [15] Si tratta in particolare dell’art. 14 del d.l. n. 269 del 30 settembre 2003 «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici», convertito con modificazioni nella l. n. 326 del 2003 (conseguente alle osservazioni della Commissione Europea sul sistema delineatosi con l’entrata in vigore dell’art. 35). [16] Nel luglio del 2004, la Corte Costituzionale accolse in parte il ricorso avanzato dalla regione Toscana e dichiarò illegittimo l’art. 14, comma 1, lett. e), e comma 2, del D.l. 30 settembre 2003, n. 269, conv. nella L. 24 novembre 2003, n. 326, (Corte Cost., 27 luglio 2004, n.272, cfr. al riguardo G. Marchi, I servizi pubblici locali tra potestà legislativa statale e regionale, in Giorn. Dir. Amm., 1, 2005). [17] Cass., Sez. Un., 25 novembre 2013, n. 26283 – Pres. Rovelli – est. Rordorf, in Società, 2014, 55 s. con nota di F. Fimmanò, La giurisdizione sulle “società in house providing”, e in Fallimento, 2014, 33 s., con nota di L. Salvato, Riparto della giurisdizione sulle azioni di responsabilità nei confronti degli organi sociali delle società in house; e poi in scia: Cassazione, Sez. Un., 16 dicembre 2013 n. 27993;  Cass., Sez. Un., 26 marzo 2014, n. 7177 – Pres. Rovelli – est. Macioce; Cass., Sez. Un., 24 ottobre 2014, n. 22609- Pres. Rovelli – est. D’Ascola. Nello stesso senso ma con approdo opposto Cass., Sez. Un., 10 marzo 2014, n. 5491 – Pres. Rovelli – est. Nobili, in Società, 2014, 953 s. con nota di F. Cerioni; Cass. Sez. Un. n. 26936 del 2 dicembre 2013, che non riconoscono la giurisdizione contabile per l’inesistenza dei tre requisiti individuati: la necessaria appartenenza pubblica del capitale della società (con la previsione statutaria del divieto di cedere a soggetti privati quote della stessa), l’inesistenza di margini di libera agibilità sul mercato (neppure attraverso partecipate e la sottoposizione a controllo analogo (che non può ridursi al potere di nomina degli organi sociali). [18] In buona sostanza la Cassazione ha riprodotto l’orientamento del Consiglio di Stato (Cons. Stato, Adunanza Plenaria, 3 marzo 2008 n. 1, su rimessione di Cons. Stato, Sez. V, 23 ottobre 2007 n. 5587 ; nello stesso senso Cons. Stato, sez. VI, 16 marzo 2009, n. 1555 e prima TAR Valle d’Aosta, 13 dicembre 2007 n. 163; TAR Sicilia, 5 novembre 2007 n. 2511; TAR Piemonte, 4 giugno 2007 n. 2539; TAR Calabria, Catanzaro, 15 febbraio 2007 n. 76 e dopo TAR Campania, Napoli, Sez. I, 28 luglio 2008 n. 9468). Il Consiglio di stato ha sostenuto in particolare che il modello di società mista elaborato, in sede consultiva, con il parere n. 456 delle 2007, rappresenta solo una delle possibili soluzioni delle problematiche connesse alla costituzione di tali società e all’affidamento del servizio alle stesse, anche se, in mancanza di indicazioni precise da parte della normativa e della giurisprudenza comunitaria, non può allo stato essere elaborata una soluzione univoca o un modello definitivo di società mista. In ogni caso, il modello di società costruito con il citato parere non è rinvenibile allorchè il socio non venga scelto mediante procedura a evidenza pubblica nella quale la gestione del servizio sia stata definita e precisata. [19] Al riguardo: G. Visentini, Partecipazioni pubbliche in società di diritto comune e di diritto speciale, Milano, 1979, 4 s.; M. Mazzarelli, La società per azioni con partecipazione comunale, Milano, 1987, 117; G. Marasà, Le «società» senza scopo di lucro, Milano, 1984, 353; P. Spada, La Monte Titoli S.p.a. tra legge ed autonomia statutaria, in Riv. dir. civ., 1987, II, 552. [20] Al riguardo R. Guarino, La causa pubblica nel contratto di società, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di F. Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 131 s. [21] Ci riferiamo agli enti pubblici con mera struttura organizzativa societaria (cfr. al riguardo C. Ibba, Le società «legali», Torino, 1992, 340; Id., La tipologia delle privatizzazioni, in Giur. comm., 2001, 483 s.; Id., Le società “legali” per la valorizzazione, gestione e alienazione dei beni pubblici e per il finanziamento di infrastrutture. Patrimonio dello Stato e infrastrutture s.p.a, in Riv. dir. civ., 2005, II. 447;  e in un’ottica estensiva: G. Napolitano, Soggetti privati «enti pubblici»,in Dir. amm., 2003, 81 s.) previsti, trasformati o costituiti appunto in forma societaria con legge (ad es. l’art. 7 del D. L. 15/4/2002 n. 63, convertito dalla L. 15/6/2002, n. 112, ha istituito la Patrimonio dello Stato S.p.a.; l’rt. 8 del D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito dalla L. 8/8/2002, n. 178, ha gemmato la Coni Servizi s.p.a.; il D. Lgs. 9/1/1999 n. 1, ha istituito Sviluppo Italia s.p.a. poi integrato con altre norme dirette a disciplinarne la governance dell’attuale “Invitalia s.p.a”; l’art. 3, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79, ha previsto la costituzione del Gestore della rete di trasmissione nazionale S.p.a.; l’art. 13, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 ha contemplato la nascita della Sogin s.p.a.; stessa cosa è accaduta per “Gestore del Mercato s.p.a.” ex art. 5, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 e l’Acquirente Unico s.p.a. ex art. 4, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79). In altri casi il legislatore ha trasformato o previsto la trasformazione di enti pubblici in società (così per l’Ente Nazionale per le Strade ex art. 7 D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito in L. 8/8/2002 n. 178; per l’Istituto per i servizi assicurativi del commercio estero Sace ex art. 6 D. L. 30/9/2003, n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326; per l’Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma ex D. Lgs. 17/8/1999 n. 304; per la Cassa Depositi e Prestiti ex art. 5 D.L. 30/9/2003 n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326). [22] È l’avvertimento metodologico già lucidamente espresso da F. Ferrara sr., La teoria della persona giuridica, in Riv. dir. comm., 1911, p. 638. [23] Già con riferimento alla normativa speciale a “toppe” per il diritto sportivo: U. Apice, La società sportiva: dentro o fuori al codice civile, in Dir. fall., 1986, 538 s.; F.Fimmanò, La crisi delle società di calcio professionistico a 10 anni dal caso Napoli, in Gazzetta Forense, 2014, 4, 8 s. [24] In particolare, con riguardo alle previsioni della legge delega riguardanti i principi e criteri direttivi per l’emanazione del TUSP, la Regione Veneto ricorreva sostenendo che le relative disposizioni avrebbero violato gli artt. 117, secondo, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost., “poiché la fissazione di tali principi e criteri eccederebbe dalle competenze statali in materia di «tutela della concorrenza» e di «coordinamento della finanza pubblica», invadendo sfere di competenza regionali. Inoltre, esse violerebbero il principio di leale collaborazione di cui agli artt. 5 e 120 Cost., poiché prescriverebbero, in combinato disposto con il comma 4 dell’art. 16, per l’attuazione della delega, una forma di raccordo con le Regioni – il parere in Conferenza unificata – da ritenersi insufficiente, tenuto conto delle molteplici interferenze con le attribuzioni regionali” (v. Corte Cost., 25.11.2016,  n. 251). Il tema delle società a partecipazione pubblica era già stato oggetto di pronunce da parte del c.d. Giudice delle Leggi. In alcuni casi, la Consulta ha ricondotto le disposizioni inerenti all’attività di società partecipate dalle Regioni e dagli enti locali alla materia dell’«ordinamento civile», di competenza legislativa esclusiva statale, in quanto volte a definire il regime giuridico di soggetti di diritto privato, nonché a quella della «tutela della concorrenza» in considerazione dello scopo di talune disposizioni di «evitare che soggetti dotati di privilegi operino in mercati concorrenziali» (Corte Cost., sent. n. 326 del 2008). In altri, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di disposizioni statali che, imponendo a tutte le amministrazioni, quindi anche a quelle regionali, di sciogliere o privatizzare le società pubbliche strumentali, sottraevano alle medesime la scelta in ordine alle modalità organizzative di svolgimento delle attività di produzione di beni o servizi strumentali alle proprie finalità istituzionali, violando la competenza legislativa regionale residuale in materia di organizzazione amministrativa regionale (Corte Cost., sent. n. 229 del 2013). [25] Infatti, la materia delle partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche coinvolge, da un lato, profili pubblicistici, che attengono alle modalità organizzative di espletamento delle funzioni amministrative e dei servizi, perciò riconducibili alla competenza residuale regionale, anche con riguardo alle partecipazioni degli enti locali che non abbiano come oggetto l’espletamento di funzioni fondamentali. Dall’altro lato, però, ogni intervento in materia coinvolge anche profili privatistici, inerenti alla forma delle società partecipate, che trova nel codice civile la sua radice, e aspetti connessi alla tutela della concorrenza, riconducibili alla competenza esclusiva del legislatore statale. La sede preposta alla necessaria integrazione dei suddetti punti di vista e delle diverse esigenze degli enti territoriali coinvolti, è la Conferenza unificata, di cui nel TUSP era richiesto il solo “parere”. [26] La Corte Costituzionale ha precisato che “nel caso di impugnazione di tali disposizioni, si dovrà accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione”. [27] Il supremo organo amministrativo non ha mancato di rilevare l’importanza di “portare a termine le previsioni della l. n. 124 a seguito della sentenza della Corte”, anche “per non far perdere slancio riformatore all’intero disegno: i decreti legislativi interessati dalla sentenza costituiscono, infatti, non soltanto misure di grande rilievo di per sé, ma anche elementi di una riforma complessiva, che risulterebbe meno incisiva se limitata ad alcuni settori” (v. parere Cons. Stato n. 83/2017, in www.giustizia-amministrativa.it). [28] Assai diversa era stata la prima versione del decreto legislativo, in cui si discorreva di “obbligo” per le società di optare per l’amministratore unico, obbligo poi mutato in una più rassicurante “normalità” durante i lavori di stesura del testo definitivo. [29] «I consigli di amministrazione delle società di cui al comma 1 devono essere composti da non più di tre membri. È comunque consentita la nomina di un amministratore unico» (art. 4, comma 4, d.l. 95/2012). «Fermo restando quanto diversamente previsto da specifiche disposizioni di legge e fatta salva la facoltà di nomina di un amministratore unico, i consigli di amministrazione delle altre società a totale partecipazione pubblica, diretta o indiretta, devono essere composti da tre o da cinque membri, tenendo conto della rilevanza e della complessità delle attività svolte» (art. 4, comma 5, d.l. 95/2012, come modificato con l’art. 16, comma 1, lett. b), d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla l. 11 agosto 2014, n. 114). D’altronde, già con la legge finanziaria 2007 si era previsto, oltre al generico richiamo a un emanando «atto di indirizzo volto, ove necessario, al contenimento del numero dei componenti dei consigli di amministrazione delle società non quotate partecipate dal Ministero dell’economia e delle finanze e rispettive società controllate e collegate, al fine di rendere la composizione dei predetti consigli coerente con l’oggetto sociale delle società» (art. 1, comma 465, l. 27 dicembre 2006, n. 296), che «il numero complessivo di componenti del consiglio di amministrazione delle società partecipate totalmente anche in via indiretta da enti locali, non può essere superiore a tre, ovvero a cinque per le società con capitale, interamente versato, pari o superiore all’importo che sarà determinato con decreto», e che nelle società miste il numero massimo di componenti del consiglio di amministrazione designati dai soci pubblici locali comprendendo nel numero anche quelli eventualmente designati dalle regioni non può essere superiore a cinque (art. 1, comma 729, l. 296/2006). [30] A tal riguardo, viene altresì precisato (art. 14, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo) che il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro delegato per la semplificazione e la pubblica amministrazione e con il Ministro dell’economia e delle finanze, volto a disciplinare le modalità di trasmissione dell’elenco del personale eccedente, debba essere adottato previa intesa in Conferenza unificata ai sensi dell’art. 9 d.lgs. 28.8.1997, n. 281.   - >>>>>

Regionalismo differenziato, Toma: “Su questo tema non esistono bandiere politiche. Un plauso al Consiglio regionale”

Non si abbassa il livello di attenzione delle istituzioni sul tema del regionalismo differenziato. Anzi, al contrario, più passano i giorni e più si susseguono gli interventi.A far sentire oggi la propria voce, è stato il presidente della Regione Molise, Donato Toma. Dopo aver incassato il voto di tutto il Consiglio regionale, con la sola accezione della leghista Romagnuolo, Toma ha chiarito, senza tanti giri di parole, che così com’è il regionalismo proposto da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna non può e non deve passare. In Parlamento non ci deve nemmeno arrivare – ha scritto in una sua nota – se non dopo che la problematica sia stata “affrontata, sviscerata e dibattuta in tutti i suoi aspetti”. Il cardine del ragionamento fatto dal governatore è che i livelli essenziali delle prestazioni riguardanti i diritti civili e sociali, vengano garantiti in egual misura e forma su tutto il territorio nazionale”. Il ragionamento che fa Toma mira ad evitare una frattura, quella tra regioni ricche e regioni povere, rapporto che invece deve essere improntato alla redistribuzione interregionale delle risorse. “Per una piccola regione come il Molise – dice Toma – non si può prescindere dal presupposto che vengano assicurate azioni improntate ai principi costituzionali di solidarietà economica e sociale, dignità ed eguaglianza. Sono questi i punti a cui Toma farà riferimento in sede di Presidenza del Consiglio dei ministri ed in sede di Conferenza delle regioni. Il governatore, in tal senso, dispone di un ampio e trasversale mandato al lui concesso dal Consiglio regionale. Per la maturità dimostrata da quest’ultimo, Toma ha avuto parole di elogio. Sul tema del regionalismo differenziato – ha detto Toma -non esistono bandiere. Siamo difronte a un tema che interessa chiunque viva nelle nostre regioni, indipendentemente dall’appartenenza politica”.   - >>>>>

Primarie PD, corsa a tre. Polemiche e incoerenza sulle candidature per le cariche nazionali e regionali

di GIOVANNI MINICOZZI Con la presentazione delle liste per l’Assemblea nazionale e per quella regionale, collegate rispettivamente ai tre aspiranti segretari..

Primarie PD. Durante e Facciolla presentano la loro corsa alla Segreteria regionale

Si scaldano i motori in vista delle Primarie del Partito Democratico. Parallelamente alla corsa della Segreteria Nazionale, infatti, vi è la..

Donna isernina rapinata, i Carabinieri arrestato il presunto autore

Un’ordinanza di custodia cautelare di applicazione degli arresti domiciliari è stata eseguita nel pomeriggio di ieri dai Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della locale Compagnia nei confronti di un 20enne di origini napoletane ma residente in questo centro, ritenuto l’autore di una rapina avvenuta in una strada principale locale la sera del 17 gennaio u.s., ai danni di una donna isernina. Le indagini, condotte dal citato Nucleo e coordinate dalla Procura della Repubblica di Isernia, furono avviate prontamente, allorquando la vittima, fortemente scossa per quanto le era appena accaduto, chiedeva aiuto ai Carabinieri che intervennero immediatamente sul posto avviando la raccolta di preziosi elementi investigativi. La donna aveva raccontato ai militari di essere stata strattonata da uno sconosciuto che le aveva asportato con violenza la borsa che conteneva una somma di denaro non ingente. Aveva inoltre fornito una dettagliata descrizione ai Carabinieri del suo aggressore che, dopo averla derubata, l’aveva scaraventata a terra prima di fuggire. I militari, attraverso gli indizi raccolti, nonché dalla visione delle telecamere di videosorveglianza ubicate nella zona, sono riusciti a individuare l’indagato e proporne la custodia cautelare all’A.G.. Il soggetto, rintracciato dai Carabinieri in una zona della provincia dell’Aquila, è stato ristretto agli arresti domiciliari in provincia di Isernia, per il reato di rapina su ordinanza del G.I.P. del Tribunale di Isernia. Isernia: Alcoltest rifiutato dopo l’incidente, scatta la denuncia da parte dei Carabinieri Nelle ultime ore i Carabinieri della Compagnia di Isernia hanno eseguito mirati controlli straordinari sulle strade per contrastare il pericoloso fenomeno della guida sotto l’effetto dell’alcol. Un uomo residente in provincia si è rifiutato di sottoporsi agli accertamenti mediante l’etilometro. L’automobilista, a seguito di un incidente stradale senza feriti avvenuto in questo centro, ha rifiutato l’alcoltest. I militari del Nucleo Operativo e Radiomobile della locale Compagnia lo hanno quindi denunciato. Il reato imputatogli è quello di rifiuto di sottoporsi all’accertamento di stato di ebrezza alcolica. Al 30enne è stata inoltre ritirata la patente di guida e l’autovettura affidata al proprietario.   - >>>>>

Domiciliari “indigesti”, due persone arrestate dai Carabinieri a Isernia e Monteroduni

Revocati gli arresti domiciliari a un giovane di origini campane. Nella serata di ieri i Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile..

Venafro. Controlli dei Carabinieri, quattro persone denunciate per furto

La Compagnia Carabinieri di Venafro ha rafforzato i controlli dispiegando più macchine e più mezzi sul territorio soprattutto nel fine settimana...

Pozzilli. Giornata mondiale malattie rare, campagna di sensibilizzazione del Neuromed

La scoperta di una malattia grave è il momento in cui intere esistenze cambiano. Nel dolore, nella preoccupazione e nello scrutare..

Pesca, sbloccate risorse per sostegno al reddito. Sindacati: “Non solo divieti ma anche opportunità”

“Lo scorso 31 dicembre, dopo la firma di tutti i ministeri competenti, sono state sbloccate le risorse per il pagamento ai..

Autismo: presentato il progetto innovativo promosso dal Centro Sociale ‘Il Melograno’ di Larino

“Autismo: accoglienza, terapia specialistica e intervento di rete”: è questo il titolo del progetto innovativo avviato recentemente dal Centro Sociale “Il Melograno” di Larino..




Il Giornale del Molise - reg. Tribunale di Campobasso n. 269 del 11/10/2001- Editoria: Editoria Innovazioni Sviluppo srl - via San Giovanni in Golfo ZI - P.IVA 01576640708
Editorialista: Pasquale Di Bello - Direttore responsabile: Manuela Petescia

Questo sito utilizza cookie tecnici, di profilazione e di marketing, anche di terze parti, per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Continuando la navigazione acconsenti all'utilizzo dei cookie. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi