Fanelli vuole il posto di Frattura

di GIOVANNI MINICOZZI Non è una indiscrezione ma fonti fidate e attendibilissime hanno confermato la notizia. Michela Fanelli, dopo aver tentato invano di recuperare lo strappo con l’Ulivo 2.0, che di fatto l’ha messa nell’angolo, ha pensato bene di giocare in proprio la partita delle elezioni regionali, ben sapendo che la divisione interna al centro sinistra consegnerà al M5s o al centro destra, se è unito , la vittoria dei collegi di Camera e Senato. Nello scontro, elettoralmente difficile per il suo centro sinistra, la segretaria del PD molisano, ha individuato una possibilità per essere eletta in consiglio regionale e cosi’ è corsa a Roma per proporre la sua candidatura al vertice della Regione con l’idea che in caso di sconfitta, avrebbe la possibilità di ricoprire l’incarico nel consiglio regionale da candidato Presidente perdente qualora la sua mini coalizione raccogliesse almeno il 10% di consensi. L’altra ipotesi è che scaricando Paolo Frattura potrebbe pensare di riunire il PD con l’Ulivo 2.0 e tentare la grande scalata a Palazzo Vitale. Niente male come progetto politico, ma appare impossibile che Ulivo 2.0 dopo aver chiesto la testa di Paolo Frattura possa accettare la candidatura di Michela Fanelli la quale in questi anni ha condiviso tutte le scelte fatte dal governo regionale e contestate dagli ulivisti. Peraltro non è dato sapere quale riscontro abbia ricevuto dai vertici romani l’auto candidata Fanelli e, soprattutto, se la sua mossa da cavalla sia stata concordata o meno con il Presidente uscente Paolo Frattura. Cercheremo di saperne di più nei prossimi giorni ma sembra improbabile che il governatore possa fare un passo indietro per favorire la segretaria del PD da lui premiata con un incarico a futura memoria da 400,000 euro in cinque anni nel nucleo di valutazione della Regione. C’e’ da aggiungere che nel centro sinistra prende sempre più quota anche la candidatura del Rettore Gianmaria Palmieri. Nessuna novità politica infine sul fronte del centro destra dove l’ago della bilancia resta Aldo Patriciello il quale o rientra nella coalizione o sostiene Michela Fanelli nella sua improbabile scalata al vertice della Regione. L’alternativa oer l’eurodeputato di F. I. e’ quella di continuare a sostenere Paolo Frattura, se si ricandidera’. Intanto l’ex governatore Michele Iorio ha riconfermato anche ai vertici romani ,senza se e senza ma, la sua ricandidatura nella corsa per conquistare la Presidenza, mentre il M5s guarda con interesse le divisioni negli altri schieramenti politici.   - >>>>>

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Fanelli vuole il posto di Frattura

di GIOVANNI MINICOZZI Non è una indiscrezione ma fonti fidate e attendibilissime hanno confermato la notizia. Michela Fanelli, dopo aver tentato invano di recuperare lo strappo con l’Ulivo 2.0, che di fatto l’ha messa nell’angolo, ha pensato bene di giocare in proprio la partita delle elezioni regionali, ben sapendo che la divisione interna al centro sinistra consegnerà al M5s o al centro destra, se è unito , la vittoria dei collegi di Camera e Senato. Nello scontro, elettoralmente difficile per il suo centro sinistra, la segretaria del PD molisano, ha individuato una possibilità per essere eletta in consiglio regionale e cosi’ è corsa a Roma per proporre la sua candidatura al vertice della Regione con l’idea che in caso di sconfitta, avrebbe la possibilità di ricoprire l’incarico nel consiglio regionale da candidato Presidente perdente qualora la sua mini coalizione raccogliesse almeno il 10% di consensi. L’altra ipotesi è che scaricando Paolo Frattura potrebbe pensare di riunire il PD con l’Ulivo 2.0 e tentare la grande scalata a Palazzo Vitale. Niente male come progetto politico, ma appare impossibile che Ulivo 2.0 dopo aver chiesto la testa di Paolo Frattura possa accettare la candidatura di Michela Fanelli la quale in questi anni ha condiviso tutte le scelte fatte dal governo regionale e contestate dagli ulivisti. Peraltro non è dato sapere quale riscontro abbia ricevuto dai vertici romani l’auto candidata Fanelli e, soprattutto, se la sua mossa da cavalla sia stata concordata o meno con il Presidente uscente Paolo Frattura. Cercheremo di saperne di più nei prossimi giorni ma sembra improbabile che il governatore possa fare un passo indietro per favorire la segretaria del PD da lui premiata con un incarico a futura memoria da 400,000 euro in cinque anni nel nucleo di valutazione della Regione. C’e’ da aggiungere che nel centro sinistra prende sempre più quota anche la candidatura del Rettore Gianmaria Palmieri. Nessuna novità politica infine sul fronte del centro destra dove l’ago della bilancia resta Aldo Patriciello il quale o rientra nella coalizione o sostiene Michela Fanelli nella sua improbabile scalata al vertice della Regione. L’alternativa oer l’eurodeputato di F. I. e’ quella di continuare a sostenere Paolo Frattura, se si ricandidera’. Intanto l’ex governatore Michele Iorio ha riconfermato anche ai vertici romani ,senza se e senza ma, la sua ricandidatura nella corsa per conquistare la Presidenza, mentre il M5s guarda con interesse le divisioni negli altri schieramenti politici.   - >>>>>

Dal tavolo al tavolino. Storia spiritica del centrosinistra

di PASQUALE DI BELLO Centrosinistra, segate le gambe al tavolo. E’ questa la sintesi fulminante del fallimento rimediato dal Partito democratico nelle ultime ore. Su iniziativa della segreteria regionale, il PD ha convocato i possibili alleati di un centrosinistra alla ricerca di unità in vista delle prossime elezioni regionali. L’effetto ottenuto, però, è stato quello esattamente contrario. Ad emergere è stata la condizione di sfascio totale e conclamato che regna sovrano tra gli ex alleati che cinque anni fa portarono Paolo Frattura alla guida della Regione Molise. A segare le gambe al tavolo, due falegnami d’eccezione: i parlamentari Danilo Leva e Roberto Ruta, fondatori del ragguppamento Ulivo 2.0 che, come base prioritaria per ogni discussione, pone il tema della discontinuità. Discontinuità da Frattura, da Alfano e da Patriciello, ha sottolineato Leva in un post al cianuro pubblicato su Facebook. Su tali questioni, ha ribadito il deputato di Art. 1 Movimento democratico e Progressista, dalla segreteria regionale del PD nessuna parola. E’ tutto qui, ma non è certo poco, il nucleo della questione. Inutile sedersi ad un tavolo al quale, evidentemente, siede più di un convitato di pietra. Ad onor del vero il segretario del PD, Micaela Fanelli, alla riunione indetta non ha convocato né Rialzati Molise che fa capo all’eurparlamentare Aldo Patriciello né Alleanza Popolare, movimento con una platea da cabina telefonica, rappresentato in Molise dall’assessore regionale Pierpaolo Nagni. Ma la cosa è solo una monovra illusionistica. Il PD sa bene che se può fare a meno di Alfano, Nagni e i pochi inquilini della cabina telefonica, di certo non può rinunciare alla corazzata Patriciello. La mancata convocazione, tuttavia, è stato non solo un espediente tattico fiutato immediatamente dagli esponenti dell’Ulivo 2.0 ma, soprattutto, un espediente inutile. Patriciello il centrosinistra targato Frattura lo ha già lasciato. Emblematica la foto a mani alzate scattata a Palazzo Grazioli insieme a Berlusconi, alla coordinatrice regionale di Forza Italia, Annaelsa Tartaglione, e altri dirigenti. Dietro a quelle mani levate c’è un saluto definitivo a Frattura, seppur commosso, vista la comune provenienza da Forza Italia. Ma non è tutto. Secondo una indiscrezione trapelata da ambienti del centrosinistra, figure vicinissime a Frattura starebbero lavorando al passo indietro del governatore. Gli aggettivi che circolano sono imbarazzante e ingombrante ed è difficile trovarsi in disaccordo. L’impopolarità generalizzata che circonda Frattura, le disavventure baresi, la legnata ricevuta dal Consiglio di Stato sull’affare BioCom, il fallimento della riforma sanitaria e la mancata soluzione di tutte, dicasi tutte, le crisi industriali, sono fatti inequivocabili che stanno aprendo gli occhi anche a chi si era ostinato finora a tenerli chiusi col filo di ferro. Difficile allora allestire tavoli. A questo punto l’unica cosa ipotizzabile è che il PD convochi un tavolino, possibilmente a tre gambe. Se Fanelli intende ancora insistere su Frattura non deve organizzare una coalizione ma una seduta spiritica.   - >>>>>

Scritti Vaganti, io sto con Marco Cappato

Michele Mignogna In un’epoca in cui protestare, contestare il sistema, andare in qualche modo contro le regole, ti fa diventare un pazzo da rinchiudere, un folle da curare, Marco Cappato, esponente dei Radicali sta portando avanti, quasi in solitaria, una battaglia per l’affermazione dei diritti civili in una Nazione che di civile ha solo il servizio nazionale, e non è nemmeno sicuro. Una battaglia rivoluzionaria quella di Marco, per affermare un sacro santo diritto alla scelta della propria esistenza e della propria fine. Finito sotto processo per aver accompagnato il famoso dj Fabo in Svizzera per mettere fine alla sua esistenza da vegetale (cosi si definiva lui stesso) Marco Cappato è pronto a rischiare la galera affinchè i tanti “dj Fabo” in giro per l’Italia possano, finalmente, ottenere il rispetto fondamentale del proprio diritto di morire, serenamente assistiti, in strutture sanitarie riconosciute. La battaglia di Marco Cappato e dell’associazione Coscioni, della quale è tesoriere, dovrebbe essere una battaglia di tutti coloro i quali credono di vivere in uno Stato civile e democratico. Io sto con Marco Cappato soprattutto perché oggi il dissenso non è tollerato, chi dissente deve fare i conti con le minacce dei politici, della chiesa, dei moralisti da strapazzo, dei salottisti televisivi, chi dissente oggi viene deriso additato come uno che vuole solo rompere i coglioni e basta. Confondendo troppo spesso i leoni da tastiera dei social con chi, come Marco Cappato e tanti altri, difendono i diritti civili di tutti e dei quali non dovremmo nemmeno parlarne. Decidere in piena libertà e autonomia, di porre fine alla propria vita, nel caso in cui questa ci metta davanti a situazioni drammatiche, in cui non siamo nemmeno più capaci di alzarci da un letto dovrebbe essere un diritto riconosciuto da tutti, in una laicità generale che separa la coscienza cattolica e religiosa dalle reali condizioni fisiche di una persona, per questo e non solo per questo, io sto con Marco Cappato.   - >>>>>

Centrosinistra: Frattura e soci scambiano il Requiem per l’Alleuia

di PASQUALE DI BELLO Il giorno dopo la discussione in aula della mozione di sfiducia a carico del presidente Frattura, restano, tra le forze politiche e nella società molisana, sconcerto e imbarazzo per l’intervento del Governatore. Nel tentativo maldestro di difendersi dalle circostanziate contestazioni formulate sia dal Movimento 5 Stelle – presentatore della mozione – sia del centrodestra capeggiato dall’ex governatore Michele Iorio, Frattura ha sciorinato come un disco rotto le trite e note argomentazioni che il Tribunale di Bari ha già fatto a pezzi attraverso una sentenza di assoluzione con formula piena degli imputati Papa e Petescia e 157 pagine di motivazioni che, a chiare lettere, hanno stabilito tre punti fermi: non c’è stata nessuna cena, non c’è stato nessun ricatto e le argomentazioni portate da Frattura e confermate dal testimone Di Pardo, al vaglio del giudice sono risultate non credibili. Nonostante ciò, Frattura continua ad ignorare, o finge, la solenne sconfitta giudiziaria che lo ha scaraventato dal banco dell’accusatore a quello dell’accusato. E’ aperta a Bari un’indagine a suo carico per calunnia. E non era difficile prevederlo. A spiegarlo, nelle motivazioni, è lo stesso giudice Diella: “Non vi è alcuna necessità, nell’economia delle presenti motivazioni, di valutare un dato ulteriore, vale a dire la sussistenza di elementi a conferma della calunniosità delle accuse rivolte agli imputati, spettando al titolare dell’azione penale effettuare le valutazioni che sul punto riterrà più fondate, anche alla luce di quanto argomentato nella presente sentenza già contenente di per sé “materiale di interesse” per il P.M.” Frattura, in aula, ha affermato di non sapere nulla e di non aver ricevuto nessun avviso relativo all’indagine a suo carico. Una spiegazione imbarazzante e strampalata. Fornisca lui ai molisani la prova di quel che afferma. E’ molto semplice: richieda e renda pubblico un certificato di iscrizione nel registro degli indagati, quello meglio conosciuto come art. 335 del Codice di Procedura penale, e dimostri, se può, che a suo carico non vi sono iscrizioni relative al caso Bari. Come prevedibile, alle parole senza pudore pronunicate da Frattura, sono seguite le reazioni degli interessati, ovvero delle vittime di questa vicenda. A prendere subito posizione, è stata la direttrice di Telemolise, Manuela Petescia, che ha gia approntato a carico di Frattura l’ennesima querela. “Prendo atto – ha scritto in una nota la giornalista – che per Frattura e il suo codazzo di sostenitori non è successo nulla”. “Frattura – ha proseguito – ha ribadito le sue affermazioni gravissime facendo finta di ignorare la sentenza emessa da un giudice dello Stato, e anzi tentando perfino di piegare le frasi del giudice di Bari alle sue false dichiarazioni”. Per queste ragioni, ha sottolineato Petescia, “tornerò a querelare il governatore”; poi, così ha concluso: “Paolo di Laura Frattura ancora parla. Ancora per poco: le prossime elezioni lo spazzeranno via”. Una previsione, quella di Petescia, percepibile tra la gente e nella realtà, ovvero attraverso quei due elementi dai quali Paolo di Laura Frattura, e il suo codazzo, per restare alle parole della giornalista, sono ampiamente scollegati. Come accaduto anche in occasione della mozione di sfiducia, Frattura e soci continuano a parlarsi addosso, tumulati dentro quella loro autoreferenzialità, spavalderia e arroganza che li porta a sentire da dentro il canto dell’Alleluia mentre da fuori i molisani stanno intonando da tempo il Requiem aeternam.   - >>>>>

Il centrosinistra salva Frattura e perde definitivamente la faccia. In Consiglio va in scena una ressa sgangherata

di PASQUALE DI BELLO Una ressa sgangherata di consiglieri regionali salva Frattura dalla mozione di sfiducia presentata a suo carico dal Movimento 5 Stelle e sottoscritta dal centrodestra. La partita finisce 10 a 7 per Frattura con l’aggiunta di 4 astenuti. A respingere la mozione di sfiducia sono stati i consiglieri Ciocca, Cotugno, Di Nunzio, Di Pietro, Facciolla, Ioffredi, Lattanzio, Micone, Monaco e Parpiglia. A votare invcece il documento sono stati Cavaliere, Federico, Fusco, Iorio, Manzo,Scarabeo e Totaro. Quattro gli astenuti: lo stesso Frattura, Niro, Petraroia e, inspiegabilmente, il consigliere Sabusco che, dopo aver firmato la mozione di sfiducia, si è sfilato al momento del voto. La giornata dedicata al “Caso Bari”, ovvero all’iniziativa del Presidente della regione che ha crecato di mandare in galera un magistrato e una giornalista, di far chiudere una televisione e di mettere in mezzo ad una strada decine di famiglie tra giornalisti, tecnici e amministrativi, si è svolta all’insegna del tartufismo e dell’arroganza. Sono queste le due caratteristiche che un centrosinistra giunto ormai all’estrema unzione ha opposto alle argomentazioni illustrate dai porponenti la sfiducia. Federico, Iorio e Fusco nei loro interventi hanno ribadito che Frattura ha perso completamente credibilità dopo che il Tribunale di Bari ha messo a nudo l’infondatezza delle accuse lanciate al magistrato Fabio Papa e alla giornalista Manuela Petescia. “Mai il confronto tra parti era sceso così in basso. Frattura – ha detto Iorio – oltre ad accusare due innocenti ha cercato di eliminare una parte politica , il centrodestra, per via giudiziaria”. All’insegna della pagnotta intentinta al veleno gli interventi dei difensori di Frattura. Tra questi, particolarmente virulento quello della consigliera Lattanzio che ha parlato di “deriva totalitaria” confondendo, evidentemente, le parti. Se vi sono in questo tempo i tratti e le coppole del regime, stanno tutti a casa di questa maggioranza e di questo governo regionale col sorriso da esportazione e la dentiera alla Stephen King. Prima dell’intervento del gran capo, vanno segnalati quelli dei fedelissimi apache di Frattura. Salvatore Ciocca – a cui qualcuno dovrebbe regalare uno specchio – ha definito “ammuina” l’iniziativa di proporre la sfiducia. “Il bue parla dell’asino” ha detto riferito al centrodestra, dimostrando d’un solo colpo la stoffa da statista che lo contraddistingue. Gli ha fatto eco Domenico Ioffredi che ha chiosato, da vero padre costituente: “Perchè dovremmo pugnalare alle spalle il presidente?”, concludendo con un perentorio “Andiamo avanti” senza pensare alla buca che lo attende a marzo. Alle 13:20 è poi intervenuto Domenico Di Nunzio che ha esordito con un “Sarò brevissimo”, direttamente proporzionale al personaggio e ha poi aggiunto – non rendendosi conto della gravità di quello che stava dicendo – “Anche i processi di mafia finiscono con le assoluzioni”. Cristiano Di Pietro ha ammesso: “Con Frattura ho condiviso tutto”, facendo così sapere ai molisani che ufficialmente il disastro appartiene anche a lui. Filippo Monaco, da fondista del pensiero, ha detto – testuali parole – “voto no per ragioni opposte e contrarie a quelle di chi vota si”. Poi quali fossero queste ragioni è rimasto un mistero. Dopo questo strampalato rosario di chiacchiere in libertà, è intervenuto Frattura. Stupefacente, come al solito, il punto di vista del governatore che invece di fare ammenda, chiedere scusa ai molisani e levare le tende, ha parlato come se il Tribunale di Bari non avesse fatto a pezzi la sua denuncia, come se due innocenti non fossero stati assolti con formula piena e come se il consiglio regionale stesse parlando non di lui ma del Presidente del pianeta Gong. Frattura ha ribadito le proprie tesi ma, del resto, se una cosa è certa in questa legislatura è la dose sesuipedale di arroganza che contraddistingue i principali protagonisti. Ha paventato altri improbabili gradi di giudizio dai quali, verosimilmente, uscirà più incerottato di quanto non sia uscito da Bari. Da segnalare, infine, un’intervento da gesuita di Vincenzo Niro che, ha mescolato insieme il diavolo e l’acqua santa e alla fine si astenuto; l’intervento di Vittorino Facciolla che ha fatto l’avvocato d’ufficio di Frattura e quello del capogruppo PD, Massimiliano Scarabeo, che ha sparato a palle incatenate. “Politicamente lei è un bugiardo”, ha detto rivolto a Frattura che, in quel momento, si è passato immediatamente la mano sul naso. Sì, perché di tutta questa storia quello che resta è un cumulo di menzogne che farebbe impallidire Pinocchio, le accuse infamanti a carico di due innocenti e l’aria nauseante che si alza da un’aula, quella del Consiglio regionale, che dovrebbe rappresentare il popolo ma che ormai è solo un cimitero in putrefazione.   - >>>>>

Il sole ruota ancora attorno alla Terra?

di ANNUNZIATA D’ALESSIO “Ragazzi, il 31 ottobre del 2002 a San Giuliano di Puglia si stava festeggiando Halloween!”. E fa la sua lezione. Una docente di Lettere di un piccolo Comune molisano così ricorda ai suoi giovani alunni la tragedia dei ventisette angeli: come l’inevitabile esito del “Satana day”! La tragedia che tutti noi oggi riconduciamo a uno dei peggiori esempi d’ incuria, imputabile alla sola negligenza umana, l’evangelica prof  la spiega,invece, alla sua classe come la maledizione di una festa che sarebbe tutta del demonio. Non ha il sapore delizioso di un dolcetto e tanto meno la leggerezza goliardica di uno scherzetto la lezione impartita da una prof di Lettere ai suoi alunni sulle controindicazioni di Halloween. Dopo i “secolari” trascorsi di una scuola media in un piccolo Comune molisano, voglio approfittare  della festa più discussa e discutibile del calendario americano, per tirare le somme e segnalare alle alte sfere la patologia di una scuola ormai tanto burocratica da compromettere la qualità di una sana relazione educativa. Qualche tempo fa mi è capitato di ascoltare la curiosa notizia di una studentessa dell’Università di Sfax, in Tunisia, che avrebbe lavorato cinque anni a una tesi per dimostrare che la Terra in realtà è piatta ed è il Sole a ruotarle intorno… Strizzando l’occhio a Tolomeo e rifacendola in barba all’incompreso Galileo! La tesi è stata in seguito respinta e si è aperta un’inchiesta allo scopo di fare chiarezza sull’assurda vicenda: verificare come sia stato possibile portare avanti un simile ostinato progetto di ricerca, alla faccia di tutta la scienza, da Copernico in poi, solo perché l’affermazione risulta ascritta nel Corano e quindi come tale assunta a verità assoluta…?! Il punto, infatti, è proprio questo!E’ più che mai possibile oggi imbattersi in inquietanti figure di fanatici estremisti (…l’ISIS ne è diventato un drammatico esempio!), ma ciò che s’impone in misura inaccettabile è il silenzioso avvicendarsi di corpi istituzionali (rettori, presidi, docenti ecc.) che se ne stiano a …soprassedere. Il caso di questa studentessa credo abbia catturato subito la mia attenzione dal momento che s’incrocia e si sovrappone fino a confondersi con un altro paradossale episodio: quello  della suddetta  docente di Lettere che, invece di incoraggiare i ragazzi a guardare “oltre la siepe”, fa iniziare e risolvere il mondo intero nel “rosario” che stringe in pugno, ricacciandoli all’”inferno”. Che direste, dunque, di una professoressa che, nel nostro tempo moderno, spiega ai vostri figli l’origine di calamità naturali come i terremoti, demandandoli all’additata vergogna di matrimoni omosessuali…?! Che si potrebbe pensare di una docente che invita i ragazzi a inserire figure di Santi nelle proprie pagine facebook al fine di tutelare le loro “virtù” dagli attacchi seduttori di Satana, che imperversa sulla rete vestito di porno…?! E che dire di un’umanista che, in quanto tale, dovrebbe promuovere la “curiosità” come strumento per la crescita e al contrario la infossa come la peggiore dei : “Vade retro Satana!”?! Questa non è una bufala da ridere! Per alcuni malcapitati alunni è la quotidianità di un intero anno scolastico. Una quotidianità presidiata dall’Arcangelo Michele con la spada brandita e da tutto il suo possente esercito crociato di esorcisti, veggenti…, occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio! Maghi e streghe saltano fuori  dalle pagine dei libri a ogni pretesto, pronti per non essere dimenticati, smascherati e messi al rogo…Ogni cosa per questa profetica insegnante si traduce nel senso del peccato o diventa espressione del demonio. Cedere alla “curiosità”, secondo i suoi precetti, può indurre all’ira di Dio e scatenare tumori, malattie senza scampo, nelle famiglie meno “osservanti”. Questi non sono che pochi esempi di lezioni tuonanti, infarcite di omelie da una cattedra, che non è un pulpito, e da un’aula, che dovrebbe essere per i nostri ragazzi la finestra aperta, spalancata sul mondo delle opportunità. Verrebbe da chiedere: ” Cara prof, ma l’Umanesimo e il Rinascimento non ci avevano traghettato fuori dal  “buio” Medioevo verso la “luce” ?” La fede in Dio non è freddo, macabro ritualismo fine a se stesso, ma il racconto di noi attraverso i nostri talenti, donati da una mano che si allunga dall’Eternità verso le sue creature per promuoverci alla vita. Il profilo della singolare docente, ormai da anni nella scuola, non è, dunque, così diverso da quello della studentessa islamica…Entrambe vestite da Vestali delle Sacre Scritture! In particolare, il profilo della nostra insigne professoressa-papessa è, senza mezzi termini, quello di un’integralista cattolica a piede libero che, a porte chiuse, usa la sua posizione per fornire esasperanti illustrazioni gratuite su una personale visione della vita e della società, esulando da precise competenze. Una cosa è educare altro è plagiare o peggio disorientare…! La scuola italiana si regge su un sistema dalla proposta sempre più demagogica, che delega affidabilità e competenze alla tecnologia di cui si serve. In realtà, LIM e iPad sono solo strumenti in grado di snellire e semplificare il lavoro fra insegnante e alunno, ma non potranno mai sostituire il valore di una  corretta relazione umana e suoi effetti. Questa deve rimanere l’asso nella manica di una scuola che mira a restare “buona”. Se i pensieri, i sentimenti, l’esperienza, l’identità profonda di chi fa lezione non fossero così importanti da fare la differenza in un percorso di crescita, tanto varrebbe demandare tutto ai computer e tenere lezioni online… Per quanto mi piacerebbe congedarmi da questo grottesco racconto a suon di pernacchie e sberleffi, mi sento frenata da quei pochi genitori che, a denti stretti, si sono recati per anni a chiedere spiegazioni circa la condotta tenuta in classe e sono stati liquidati con uno sprezzante: ”Battaglie perse!”, rischiando come pegno di tanto ardire la decapitazione immediata del voto. Allora, a fronte di chi nella scuola pensa di poter dire e fare indisturbato il proprio comodo, facendo schioccare la frusta, sicuro della poltrona, chiedo: “A chi la responsabilità di casi come questi?!Ai genitori, che tacciono per paura di “rappresaglie” verso i propri figli? Alla Chiesa, che al solito nicchia…?Alle Istituzioni, che sanno e…temporeggiano?!”. Forse dopo l’invasione di un integralismo importato sarà il caso di cominciare a fare il punto anche sugli estremisti dispotici di casa nostra, soprattutto se li affidiamo la formazione dei nostri ragazzi.   - >>>>>

Ulivo 2.0, la giravolta di Antonio Di Pietro

di GIOVANNI MINICOZZI Il faccia a faccia tra Antonio Di Pietro e Roberto Ruta ha chiuso la kermesse organizzata da art.1 Mdp al Centrum Palace di Campobasso. È stato un confronto sereno ma, a tratti, puntiglioso e imbarazzante. È partito in quarta il Senatore Roberto Ruta, il quale ha subito offerto con generosità la candidatura all’ex ministro per il vertice della Regione. “In nome dell’unità sono pronto a tornare a scuola per insegnare, convinto che tu – ha detto il Senatore a Di Pietro – sarai in grado di creare una squadra unita e di rispettare il programma che costruiremo insieme”. L’ex pm ha subito rifiutato l’offerta, con motivazioni poco convincenti. “Non sarò mai il candidato, né al Parlamento, né alla Regione, che divide ulteriormente il centro-sinistra, anche perché – ha spiegato Di Pietro -, la prima volta che è stato fatto il mio nome non ho trovato consenso. Il centro-sinistra diviso perderà le elezioni ed io non ho intenzione di andare alla ricerca di un posticino da estrema unzione”. A chi gli ha fatto notare che l’unica opposizione alla sua candidatura era arrivata da Paolo Frattura, Antonio Di Pietro ha sorriso, senza aggiungere altro. L’ex ministro ha poi ammesso che in questi anni Paolo Frattura ha sbagliato alcune scelte importanti, ad esempio quelle sulla sanità, sulle infrastrutture e sul lavoro. Appare evidente pero’ che, pur criticando l’operato di Paolo Frattura e trincerandosi dietro la ricerca affannosa di una unità quasi impossibile, la posizione di Di Pietro è apparsa a molti osservatori come un vero e proprio “dietro-front” rispetto alle dichiarazioni inequivocabili rilasciate alla stampa nelle settimane scorse. Dichiarazioni che osannavano l’ulivo 2.0 e in particolare l’Mdp. “Sono pronto a portare la bandiera di Bersani per rilanciare l’ulivo del quale sono stato socio fondatore”. A chi gli chiedeva testualmente: ” accordo quasi fatto con Bersani?”, lui rispondeva “togli il quasi, perché ho incontrato i vertici di Mdp e con loro ho raggiunto l’intesa”. Dunque una posizione del tutto inaspettata quella di Di Pietro che, di fatto, ha cambiato le carte in tavola per le prossime regionali, anche se Roberto Ruta, Danilo Leva e gli altri soci fondatori di Ulivo 2.0 hanno ribadito che loro andranno avanti per vincere le elezioni, con un progetto politico chiaro ed alternativo alle decisioni assunte da Frattura in questi anni. Secondo i bene informati, il figlio Cristiano avrebbe raggiunto un accordo con Vittorino Facciolla per candidarsi nella sua lista, con l’obiettivo di arrivare secondo e subentrare in consiglio allo stesso Facciolla, che si dimetterebbe per rifare l’assessore. Ma Vittorino Facciolla e Paolo Frattura, nel 2013, non avevano fatto la stessa promessa ad Oreste Campopiano? Ci sembra che oggi il più accanito avversario dei due esponenti politici sia proprio l’avvocato termolese. Davvero imbarazzante, infine, la risposta di Antonio Di Pietro alle domande sulle diverse vicende giudiziarie che hanno coinvolto il governatore, dalla sentenza di Bari, alla Biocom, dalla villa al mare ai tanti conflitti di interesse. “Frattura venne da me prima di presentare la denuncia a Bari ed io lo sconsigliai dicendogli: “pensaci bene”. Oggi si trova indagato per calunnia, ma un avviso di garanzia non è una condanna e anche a voi dico pensateci bene perche’ Frattura verra’ assolto”. A bastonare Paolo Frattura sui fatti giudiziari che lo riguardano è stato invece il Senatore Roberto Ruta: “Sono garantista dal primo vagito, ma questa vicenda è particolare perché Frattura presentò denuncia non da privato cittadino, ma nella sua qualità di Governatore del Molise. La denuncia, con la quale chiedeva l’applicazione di misure cautelari privative della libertà, ha cambiato la vita ad un magistrato, che è stato trasferito dalla sua sede, e ad una giornalista, entrambi assolti poi con formula piena. Quella di Frattura è stata una misura estrema alla quale, a fronte di una assoluzione, dovrebbe seguire una assunzione di responsabilità politica”. A chiudere i lavori dell’Mdp è stato l’onorevole Danilo Leva, che ha invitato Antonio di Pietro a mettere da parte le ambizioni personali e a condividere la bontà di un progetto politico alternativo a Frattura per ridare dignità ai molisani. Infine Leva ha criticato l’annunciato scelta del figlio Cristiano di votare la nuova legge elettorale regionale proposta da Frattura. Insomma, la distanza di Antonio Di Pietro dall’ulivo 2.0 oggi è apparsa incolmabile e tutto lascia prevedere che l’ex pm ritornerà nelle braccia di Frattura. Il faccia a faccia di oggi, organizzato dall’Mdp, forse è servito a fare chiarezza sulle reali intenzioni di Antonio Di Pietro, fino ad oggi altalenanti.   - >>>>>

Scritti Vaganti: cani, lupi e uomini la storia della cagnolina Magia

MICHELE MIGNOGNA Questo scritto vagante lo dedico a Magia, una bella cagnolina bianca morta per difendere il suo territorio e sorattutto suo figlio, Ivan, che per uno scherzo del destino è l’unico rimasto dell’ultima cucciolata, ora è completamente solo con l’amore dei suoi padroni. Magia era una cagnolina tranquilla, calma, poco invadente tranne che per le manifestazioni di “affetto” di cui i cani sono protagonisti quando vedono un amico a due zampe. Magia ha vissuto sempre in campagna, e i cani di campagna si sa, hanno un compito fondamentale, quello di fare la guardia e difendere “la proprietà”. Magia se arrivava qualche auto che non conosceva correva ad abbaiare (chiamare) il proprio padrone, quello pronto a porgli tutte le mattine le crocchette nella sua ciotola, e per questo lei ricambiava, facendo appunto la guardia, il gesto del padrone che la “sfamava”. Probabilmente qualche notte fa proprio per difendere il suo territorio, e maggiormente per difendere il figlio Ivan, Magia è stata uccisa da un branco di lupi che sempre più spesso ultimamente scendono a valle per cacciare e per dissetarsi. Magia verso le quattro del mattino ha notato che qualcosa non andava, che qualcuno stava invadendo il suo territorio e per paura che i lupi prendessero il figlio non ha esitato un solo attimo e si è scagliata contro il branco avendo purtroppo la peggio. Di Magia non è stato ritrovato nulla, solo Ivan fiuta ancora il suo odore e non si da pace, ha perso la mamma, che era anche la compagna di giochi, che gli faceva compagnia di notte, che gli stava insegnando come si difende il territorio e come gratificare il padrone che ti dà da mangiare. Questa storia insegna come, in fondo, uomini, cani e lupi non hanno nessuna differenza. Gli uomini difendono il proprio territorio e soprattutto i propri figli anche a rischio della vita, i lupi sono ormai costretti a “migrare” per sfamarsi e dissetarsi e se commettono qualche atto che a noi sembra crudele è perché è nella loro natura, è una questione di sopravvivenza, l’uomo continua imperterrito a incendiare boschi, a disboscare tutto ciò che può, e gli animali come i lupi, veri padroni di quel territorio che diminuisce giorno dopo giorno in qualche modo si difendono. I cani invece ci hanno dimostrato, per l’ennesima volta e nel caso ce ne fosse bisogno, che sono pronti a dare la vita per il padrone e per i figli, proprio come noi uomini, e forse è solo un caso che siamo noi i “padroni” e non loro. Ciao Magia e grazie per quello che hai fatto, ci dispiace tanto.   - >>>>>

Legge elettorale regionale, Iorio: “Frattura vuole cancellare la provincia di Isernia”

Ancora una volta Frattura ci ricasca, solo sabato di fronte alle telecamere e ai taccuini della stampa regionale aveva dichiarato che avrebbe accettato e discusso qalunque proposta di frazionamento della regione, con due o più collegi elettorali, e ieri sera, tranquillamente, in prima commissione, i suoi più fedeli scudieri hanno approvato il collegio unico. Uno schiaffo in faccia per Isernia, ma anche per il Pd, il suo partito, che gli aveva affidato il preciso mandato dei tre collegi: Campobasso, Isernia, Termoli. In sostanza, sarà l’aria venafrana, ma ogni qualvolta va da quelle parti, Frattura le spara grosse. Lo fece con l’ospedale di Venafro, quando firmò davanti a tutti l’impegno a difenderlo dai tagli, lo ha fatto sabato, a Pozzilli, quando ha detto che era disponibile a rivedere il collegio unico. Se parlassimo di un comportamento politico razionale, dovremmo dire che Frattura sta litigando con il Pd, il suo partito, magari per la ricandidatura, se invece ci affidiamo ad altro, si può senz’altro affermare che Frattura dice una cosa e ne fa sempre un’altra. In questo è coerente, ma non distrugge solo la sua credibilità politica, che già fa abbondantemente acqua, sta distruggendo anche l’intero Centrosinistra che di lui non ne vuol più sentir parlare. Di questo passo gli resteranno affianco solo i suoi dieci fedelissimi pasdaran, con l’aggiunta di Niro e Sabusco, che ieri sera hanno votato anch’essi l’emendamento del collegio unico, probabilmente decisi a seguirlo fino alla fine verso l’abisso. Al curaro il commento di Michele Iorio: “Ho votato contro, ovviamente, perché così si cancella la provincia di Isernia. Non solo: in questo modo stanno costruendo una architettura legislativa che li possa aiutare perché si sentono perdenti. E’ uno schifo”. Non ha peli sulla lingua Michele Iorio dopo il voto della prima commissione consiliare che ha validato ieri la costituzione del collegio unico regionale per le prossime elezioni regionali. ”Assieme al voto congiunto che ci riporta indietro di 40 anni ­ ha detto l’ex presidente prima del consiglio regionale ­ E’ un disegno di regione che non vogliamo e che serve solo ad aiutarli”, ha chiuso Iorio. Immediate anche le reazioni di Nicola Cavaliere, di Forza Italia, che dice: “Si è consumato in I Commissione l’ennesimo strappo di questa maggioranza alle regole democratiche”. A favore del collegio unico hanno votato Monaco, Niro, Sabusco, Di Pietro e Di Nunzio, “quest’ultimo esponente di quel Pd – ricorda Cavaliere – che in assemblea a Termoli aveva deliberato la scelta di tre collegi elettorali. Si è rinunciato al confronto con le minoranze per cercare una convergenza sulle regole di elezione dell’Assemblea regionale che dovrebbero essere di garanzia per tutti. Il collegio unico – spiega il consigliere regionale – non favorisce la giusta ed equilibrata rappresentanza del territorio molisano in Consiglio regionale, ma serve solo a tutelare potentati, secondo calcoli fatti a tavolino e contro ogni logica”. “Mai i padri fondatori, – incalza l’esponente di Forza Italia – che hanno contribuito alla nascita della Regione Molise, avrebbero lottato per l’autonomia, se avessero saputo che dopo 50 anni una classe politica avrebbe calpestato le regole e i principi base di democrazia? Con una maggioranza, tra l’altro in fase di evidente declino e ormai praticamente azzoppata, che antepone i propri miseri tornaconti elettorali al bene comune”. “Una decisione – chiude Cavaliere – che alla fine si ritorcerà contro coloro che pensano di poter conservare il potere con furbizia ed arroganza”.   - >>>>>

Elezioni, manovre in corso e ansia da prestazione per gli uscenti

di GIOVANNI MINICOZZI Al di là delle chiacchiere , di convenienza e di circostanza, il quadro politico regionale resta confuso e imprevedibile anche dopo il dibattito in aula sulla mozione di sfiducia al Presidente Paolo Frattura. Scontri velenosi nel PD, tentativi di  riposizionamento, centro destra e centro sinistra divisi al loro interno su tutto.  Appare chiaro che  ciascun personaggio interessato , a meno di quattro mesi delle elezioni politiche e regionali, è assillato dalla voglia di mantenere la propria posizione di privilegio o conquistarne un’altra anche più redditizia. Si nota, dunque, una diffusa ansia da “prestazione elettorale”. A nostro giudizio è questa la chiave di lettura, in particolare per i tre consiglieri regionali che si sono inspiegabilmente astenuti, insieme a Paolo Frattura, sulla mozione di sfiducia. Ma procediamo con ordine: Giuseppe Sabusco, unico eletto per l’Udc, partito ormai scomparso dalla scena politica, dopo aver sottoscritto la mozione dei cinque stelle si è astenuto forse pensando ad una sua ricollocazione nel centro sinistra di Frattura e Fanelli. Non è dato sapere invece, nonostante le indiscrezioni circolate, se i concorsi in materia di sanità sulla stabilizzazione dei precari siano stati oggetto di accordo. Diverse e più ambiziose , invece, le velleità di Vincenzo Niro e Michele Petraroia. L’ex Presidente del Consiglio Regionale dopo  aver preso le distanze da Paolo  Frattura, collocandosi di fatto all’opposizione, è tornato sui suoi passi, sia  per ottenere una candidatura al Parlamento, sia  per mescolare ulteriormente le carte nel centro destra, dove attualmente e’ posizionato dopo la scomparsa dell’ UDEUR , con l’obiettivo di essere l’ago della bilancia in quella coalizione divisa più che mai. Infine Michele Petraroia, ex vice di Frattura ed ex assessore al lavoro e alle politiche sociali, con scarsi risultati,  dopo aver annunciato di votare la sfiducia si è astenuto senza proferire in aula una sola parola nonostante la  sua forte vocazione a fare interventi fiume. Anche l’ex sindacalista, che consegnò la bandiera rossa nelle mani di Frattura dopo aver perso le primarie, punta al Parlamento ma non si capisce con quale partito considerando che si era autosospeso da sinistra italiana perché aveva detto di non volere nessun accordo con il PD di Matteo Renzi . Peraltro Petraroia aveva chiesto ai promotori di Ulivo 2.0 la candidatura alla camera dei deputati, ma forse ha capito che il centro sinistra diviso potrebbe perdere le elezioni e si accinge ora  a ritornare sul luogo del delitto ma con nessuna prospettiva di successo. Dunque, le divisioni interne alle coalizioni di centro destra e di centro sinistra accentuano  anche la frammentazione tra i singoli personaggi politici i quali continuano a pensare al sesso degli angeli dimenticando totalmente i problemi veri e drammatici che hanno cancellato perfino la speranza dei molisani. Intanto i cinque stelle tirano dritto verso la vittoria finale,  ma un’intesa tra Iorio e Patriciello da una parte e Frattura, Ruta e Leva  dall’altra potrebbe rovinare la festa ai pentastellati.  Si parla anche di una grande alleanza che potrebbe nascere tra pezzi di centrodestra e pezzi di centrosinistra per accerchiare il movimento 5 stelle e lo stesso Paolo Frattura. Di tutto di più,  dunque, ma per fortuna a scegliere i nuovi inquilini di Palazzo D’Aimmo saranno gli elettori molisani e per gli uscenti sarà davvero dura convincerli a farsi rivotare.   - >>>>>

Legge elettorale, dal Pd nuovo ‘STOP’ per Frattura

Stop del Partito Democratico al governatore Paolo Frattura e alla legge elettorale regionale fondata sul collegio unico. Dopo i ripetuti segnali di insofferenza, arrivati dalla federazione di Isernia e da quella di Termoli, la nuova battuta d’arresto arriva dall’assemblea provinciale di Isernia del Pd, svoltasi alla presenza di Laura Venittelli, Micaela Fanelli e del segretario della Federazione basso Molise, Pasquale Marcantonio, giunto a Isernia con una propria delegazione. Dalla riunione è emerso un malcontento generale verso le recenti iniziative di Frattura in materia di riforma elettorale, con uno scollamento sempre più evidente rispetto alla base, rispetto al delicatissimo tema della rappresentanza dei territori periferici, sollecitata da più parti, ormai, da lungo tempo. Inoltre, più di qualcuno ha rivendicato la necessità di rimettere al centro della politica del Pd la questione etica dopo le numerose incursioni delle Iene che hanno più volte ridicolizzato il governatore. Nonostante gli interventi della Fanelli che ha agito nella veste di pompiere, buttando acqua sul fuoco delle polemiche, l’atmosfera a Isernia era tesisssima. Punto fermo, per la Federazione del Pd di Isernia e, ancor più, per quella Bassomolisana, resta il deliberato dell’assemblea regionale del 27 maggio scorso, svoltasi a Termoli. In quell’occasione, il Pd si espresse per tre collegi circoscrizionali, per l’eliminazione del listino maggioritario e del voto disgiunto e per l’equa rappresentanza di genere. Principi, questi, corrispondenti per buona parte alla prima versione, prima che fosse emendata dai consiglieri regionali Massimiliano Scarabeo, Francesco Totaro e Nunzia Lattanzio, che avevano optato per il mantenimento del voto disgiunto con un premio di maggioranza. Dunque, indietro non si torna, sulla base di quanto discusso venerdì. E la volontà di portare in aula un’altra proposta ha acuito le distanze con chi non è mai stato particolarmente tenero con le politiche del governo Frattura. No, dunque, a una legge elettorale “per forza”, che si discosti dal mandato ricevuto dal Pd. Con la Federazione bassomolisana particolarmente agguerrita: da parte degli iscritti della zona adriatica non si escludono dure azioni di protesta, a cominciare dall’autosospensione in blocco dal partito fino ad arrivare ad altre iniziative più eclatanti, in vista delle Regionali 2018. Da sottolineare poi che l’attuale maggioranza di governo conta 11 consiglieri, compreso il presidente della Regione. Se passasse la proposta di legge sul collegio unico con 11 voti, determinante sarebbero appunto il governatore che – in quanto iscritto al Pd – non può non tenere in considerazione la volontà dell’assemblea regionale. Per Frattura la strada si fa sempre più stretta e la velata minaccia di parlare della questione etica a due giorni dal voto di fiducia in consiglio regionale suona politicamente come un avvertimento per il governatore. La riunione si è conclusa con la decisione di mettere insieme una delegazione che incontrerà Frattura già domani pomeriggio, per cercare di farlo tornare sui suoi passi. Un incontro cui parteciperà anche la presidente del partito Venittelli, più che mai determinata a far rispettare la volontà dell’assemblea e probabilmente più che pronta ad approfittare della spaccatura, magari per soffiare la poltrona proprio a Frattura.   - >>>>>

Gam, sì alla cassa integrazione ma il futuro rimane incerto

di ANNA MARIA DI MATTEO La proroga della cassa integrazione di un anno ha ridato sicuramente una boccata di ossigeno ai 280 lavoratori ma di certo non risolve il problema alla radice. Il via libera del Consiglio regionale è stato semplicemente un atto dovuto di fronte ad una situazione di estrema gravità alla quale ad oggi non è stato trovato rimedio. Così, all’indomani del voto espresso dall’aula di palazzo d’Aimmo, restano i timori per il futuro. Un futuro che rimane pericolosamente incerto. E il sindacalista della Cgil, Franco Spina non esita a ricordare alla Regione che il tempo stia passando inesorabile ma la Gam resta chiusa. “Rispetto ad un anno fa non è cambiato assolutamente nulla – ha commentato -le condizioni per la cassa integrazione sono le stesse, l’azienda è ancora ferma, dunque c’è poco di cui essere soddisfatti”, ha aggiunto, riferendosi alle dichiarazioni dai toni trionfalistici rilasciate dal governatore Frattura subito dopo il via libera dell’Aula alla proroga della cassa integrazione. “In un anno l’Avicola Vicentina non ha fatto nulla – ha ricordato Spina – A questo punto la Regione deve necessariamente convocare un tavolo istituzionale di confronto con l’azienda per capire quale sia la situazione e soprattutto come l’Avicola Vicentina intenda muoversi. Il rischio, concreto, è che trascorra un altro anno senza che siano stati fatti passi in avanti. Alla Regione non sono bastati dodici mesi per decidere. La cassa integrazione – ha concluso Franco Spina – non sarà eterna”. Dunque il clima rimane particolarmente teso e le nuvole all’orizzonte della Gam restano ancora nere e minacciose.   - >>>>>

Legge elettorale regionale: sgambetto a Frattura, in aula i ‘tre collegi’

Nuova legge elettorale regionale, improvvisa accelerazione dei tempi. Infatti, dopo le sollecitazioni arrivate dalle federazioni del Pd di Isernia e di Termoli, il capogruppo del partito in consiglio regionale, Massimiliano Scarabeo, ha chiesto l’immediata iscrizione all’ordine del giorno dell’assemblea di Palazzo D’Aimmo della proposta firmata da lui, Totaro e Lattanzio, che prevede proprio tre collegi, come chiesto da Isernia e Termoli. Uno sgambetto bello e buono per la strategia messa in atto da Frattura e i dieci consiglieri della sua cosiddetta maggioranza che hanno firmato la proposta del collegio unico. Scarabeo ha chiesto, al presidente del Consiglio l’iscrizione all’ordine del giorno del Consiglio Regionale, della Pdl n. 158 “Norme per l’elezione del Presidente della Giunta e del Consiglio Regionale del Molise” condivisa con i Consiglieri Regionali Francesco Totaro e Nunzia Lattanzio. “La proposta di Legge Regionale per l’elezione del Presidente della Giunta e del Consiglio Regionale”, è un argomento su cui bisogna confrontarsi e discutere in Aula – afferma Scarabeo – attraverso un dialogo molto serio e che, a mio avviso, tenga conto, per davvero, della rappresentanza dei territori. E’ una proposta di Legge articolata, ma ciò che va posto in evidenza è una soglia di sbarramento che impedisce alle coalizioni che abbiano ottenuto meno del 5% dei voti, di vedersi assegnati dei seggi e una sorta di premio di maggioranza per la coalizione del Presidente eletto. Sarà la nuova geografia dei collegi elettorali a rendere tale proposta piuttosto interessante, variando i rapporti finora in vigore, dividendo il territorio in tre collegi: Campobasso e Termoli a cui spettano sette consiglieri e Isernia a cui ne spettano sei, naturalmente con la rappresentanza di genere in ogni lista collegiale. Una iniziativa che spero trovi riscontro nel Consiglio Regionale chiude Scarabeo.   - >>>>>

Collegio unico, anche il Pd bassomolisano dice no a Frattura

Legge elettorale regionale, Frattura ci ricasca. Lo fece già con l’ospedale di Venafro, quando firmò l’impegno a mantenerlo aperto, mentre aveva già deciso di ridurlo ad un poliambulatorio, come Agnone e Larino. Oggi però da Termoli gli arriva un avvertimento abbastanza pesante, quello che non può cancellare, brutalmente e senza alcun confronto con la base, quanto deliberato dall’assemblea regionale del Pd, lo scorso 27 maggio proprio a Termoli. In quell’occasione, fu votata e approvata la mozione che chiedeva tre collegi elettorali, in vista del nuovo sistema di voto con cui si andrà alle elezioni regionali. Ma Frattura, ancora una volta, come sua abitudine, dice una cosa e ne fa un’altra. Anche lui votò la mozione dei tre collegi: Campobasso, Isernia e Termoli ed ora, invece, per un puro calcolo personale, insieme ad un gruppo di consiglieri senza partito, si rende promotore di una legge elettorale regionale che prevede il collegio unico, ovvero nessuna protezione per i territori, come il Bassomolise o l’Altomolise. E queste cose gliele ricorda l’assemblea del Pd bassomolisano, che si è tenuta martedì a Termoli, un’assemblea tanto accesa da spingere il segretario Marcantonio a dirsi disponibile alle dimissioni. Insomma, il Pd altomolisano ha già chiarito di non gradire il collegio unico, la scorsa settimana, nella riunione organizzata da Franco Capone. Ora arriva anche la presa di posizione del Pd bassomolisano e in aggiunta c’è la Vennitelli che, a sua volta, organizza un altro incontro, sulla nuova legge elettorale nazionale, ma sicuramente questa sarà anche l’occasione per parlare di legge regionale. In conclusione Pd in pieno fermento e legge elettorale regionale che rischia di provocare un terremoto, con l’ennesima scissione all’interno di un Partito Democratico molisano che perde sempre più pezzi. E veniamo all’altro fatto nuovo della giornata, la riunione a Campobasso di associazioni e movimenti civici, tra cui Coscienza Civica di Massimo Romano, Creare Futuro di Antonio Tedeschi, Molise Nostro, Medici per l’ambiente, Democratica, Uniti per la costituzione e Alleanza Civica Molise. Si tratta di organizzazioni radicate sul territorio, vicine al sentire comune della società civile molisana che non ne possono più di apparati in preda esclusivamente ad una deriva autoreferenziale, con l’unico scopo di perpetuare le proprie cariche attraverso la costituzione di improbabili cartelli elettorali politici e trasformistici. Insomma, la società civile molisana che tenta di sgangiarsi da qualunque discorso politico o partitico che miri solo alla difesa delle specie, ovvero la poltrona. Un progetto ambizioso, quello di un Fronte regionale di liberazione dai partiti, che meriterebbe attenzione e che suscita interesse, ma che, necessariamente, dovrà fare anche i conti con una realtà come quella molisana che non è l’utopia della città ideale, ma un coacervo di interessi, clientele, abusi e spesso soprusi.   - >>>>>

Legge elettorale, battaglia contro il collegio unico

Legge elettorale regionale, forse sarà la discussione sulla mozione di sfiducia, nei confronti di Frattura, in programma per il 7 novembre, martedì prossimo, che ci farà capire quello che accadrà per il nuovo sistema di voto con cui si vuole andare alle prossime elezioni regionali. Se a Frattura, sfiduciato dalla magistratura, che lo indaga per calunnia per i fatti di Bari e per la brutta storia della villa di Termoli, arriverà la fiducia della metà più uno dei consiglieri regionali, come già accaduto con l’Egam, capiremo anche se il sistema di voto con cui si andrà al rinnovo del consiglio regionale sarà l’ennesima ‘rapina’ alla democrazia in Molise. Com’è noto, l’assemblea del Pd votò diversi mesi fa una bozza di riforma che prevedeva tre collegi: Campobasso, Isernia e Termoli, proposta che avrebbe granatito la rappresentatività territoriale non solo di Isernia, ma anche del Bassomolise. E quella proposta fu regolarmente presentata in commissione da Scarabeo, Totaro e Lattanzio. Ironia della sorte, Frattura, che ora briga per il collegio unico, votò la proposta del Pd, dei tre collegi, anche se adesso è a capo degli undici firmatari di un documento che propone il collegio unico. Per Massimiliano Scarabeo si tratta solo dell’ennesima dimostrazione di incoerenza del governatore che dice una cosa e, puntualmente, ne fa un’altra. In sostanza, a dispetto degli impegni presi pubblicamente, anche davanti agli amministratori della provincia di Isernia, riuniti in assemblea in via Berta, Frattura va avanti per la sua strada e così facendo, rischia di ripetersi quanto accaduto anche per l’Egam, quando fu privatizazta l’acqua pubblica dei molisani, nonostante proteste, polemiche e accuse che non furono tenute in alcuna considerazione. Ci sono dieci consiglieri regionali che si sono bendati occhi, bocche ed orecchie per andare appresso a Frattura in un disegno di spoliazione della nostra regione. Ma Scarabeo promette lotta dura, in commissione e in consiglio in difesa della provincia di Isernia e della zona del Bassomolise che verrebbero penalizzate nella rappresentatività se passasse l’ipotesi di collegio unico.   - >>>>>

Antonio Di Pietro sceglie Bersani e bacchetta la coppia Frattura-Fanelli

di GIOVANNI MINICOZZI “Voterei per Mdp e vorrei aiutare Bersani”. A parlare in modo esplicito è l’ex ministro Antonio Di Pietro in due dichiarazioni riportate dalle agenzie stampa nazionali e riprese dal Fatto Quotidiano. “Ribadisco che ho stima, rispetto e amicizia nei confronti del movimento 5 stelle Ma non mi intrufulerei in un eventuale governo da loro guidato perche’ hanno scelto giustamente di non aprirsi a chi ha vestito in passato altre casacche politiche – ha aggiunto l’ex pm -. Detto questo voglio ricordare che io vengo dalla storia dell’Ulivo fondato all’epoca da Romano Prodi e da Pierluigi Bersani e idealmente mi riconosco in questa unita’ del centrosinistra. L’unica idea che oggi si avvicina alla rifondazione dell’ulivo e’ quella di Pierluigi Bersani. Per questo motivo – ha spiegato Di Pietro – voterei lui e se mi chiamasse andrei anche a portare la bandiera”. In realta’ Di Pietro e’ stato gia’ contattato telefonicamente sia da Bersani sia da Roberto Speranza e in buona sostanza l’accordo e’ stato siglato. Manca solo l’ufficialita’ che arrivera’ a fine mese quando l’ex ministro tornera’ da Buenos Aires dove e’ stato chiamato dal Governo argentino come consulente per presiedere una serie di conferenze sui temi della legalità e della corruzione. Al suo rientro in Italia si terra’ l’incontro gia’ programmato con i vertici di Mdp e Antonio Di Pietro aderira’ al movimento di Bersani. Dunque la partita aperta dal deputato Danilo Leva, vero protagonista della vicenda, che ha voluto ingaggiare a tutti i costi il Tonino nazionale, e’ già chiusa positivamente. L’Accordo tra Bersani e Di Pietro avra’ , ovviamente, ricadute sugli equilibri politici molisani. Infatti l’ex ministro, da noi interpellato telefonicamente, ha ribadito che Paolo Frattura non puo’ essere ricandidano al vertice della Regione senza passare per le primarie perche’ ha spaccato la coalizione di centrosinistra. “Bisogna ricostruire l’unita’ attraverso le primarie – ha specificato Di Pietro – e per quanto mi riguarda sono pronto a dare il mio contributo per rilanciare una coalizione unità e vincente”. L’ultima stoccata l’ha riservata alla segretaria del PD Micaela Fanelli che nei giorni scorsi aveva dichiarato di non vedere altri candidati oltre Paolo Frattura e che l’ulivo 2.0 era un bluff. “Non sono iscritto al suo partito e non intendo iscrivermi ma il PD e la sua segretaria della quale non ricordo il nome – ha tuonato Antonio Di Pietro – indichino la data delle primarie, possibilmente di coalizione , e poi conosceranno i nomi degli altri candidati per il vertice della Regione”. Dunque il by by a Paoletto e alla Fanelli da parte di Antonio Di Pietro sembra essere un dato di fatto definitivo. E’ da sottolineare che mentre Frattura , Fanelli e pochi altri sostenitori continuano a perdere pezzi importanti della maggioranza politica artefice della vittoria alle regionali del 2013 l’ulivo 2.0 , lanciato da Roberto Ruta, Danilo Leva ed altri , incassa adesioni crescenti. C’è da scommettere pero’ che l’attuale Governatore Paolo Frattura non si’ fara’ da parte e si ricandidera’ al vertice della Regione senza le primarie , sostenuto da Fanelli, Salvatore Ciocca, Ioffredi, Micone e pochi altri , anche se spacchera’ la coalizione di centrosinistra. Insomma il motto e’ : muoia Sansone con tutti i Filistei. Il tutto accadra’ in una regione indifferente gia’ ammazzata dalla crisi, dalla mancanza di lavoro , dalla poverta’ e dalla vergogna regalata ai molisani da una classe politica autoreferenziale e da un governo incapace di risolvere le emergenze sociali dei tanti disperati che aumentano a vista d’occhio in questa terra a rischio di estinzione.   - >>>>>

G8 di Genova, violenze a Bolzaneto: il governo ammette le sue colpe

Con l’accordo, si legge nelle decisioni della Corte, il governo afferma di aver «riconosciuto i casi di maltrattamenti simili a quelli subiti dagli interessati a Bolzaneto come anche l’assenza di leggi adeguate. E si impegna a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti umani, compreso l’obbligo di condurre un’indagine efficace e l’esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura». Inoltre, nell’accordo il governo si impegna anche «a predisporre corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle forze dell’ordine». E propone di versare ai ricorrenti 45 mila euro ciascuno per danni morali e materiali e per le spese di difesa. In cambio i ricorrenti «rinunciano a ogni altra rivendicazione nei confronti dell’Italia per i fatti all’origine del loro ricorso. Leggi tutto su la Repubblica   - >>>>>

Raid con i gas sui ribelli, strage di bambini in Siria. Mosca, colpito arsenale chimico ribelli

  Il portavoce del ministero, il generale maggiore Igor Konashenkov, ha detto stamattina che le attività militari russe hanno registrato ieri un attacco delle forze aeree siriane su depositi di armi e una fabbrica di munizioni nella periferia orientale della città di Khan Sheikhoun. Konashenkov ha aggiunto che armi chimiche prodotte dalla fabbrica sono state utilizzati in Iraq e lo stesso tipo di armi erano state usate precedentemente dai ribelli ad Aleppo, dove si erano riscontrate sintomatologie simili a quelle osservate nelle immagini arrivate ieri da Khan Sheikhoun. Leggi tutto su Ansa   - >>>>>

Carpi abbraccia Papa Francesco, sessantamila fedeli in piazza

Tra le autorità civili, oltre a Stefano Bonaccini, i parlamentari Richetti e Giovanardi, l’ex ministro Kyenge. A cinque anni dal terremoto in Emilia, Papa Francesco celebra la messa sul sagrato della cattedrale riaperta pochi giorni fa dopo i lavori per i danni del sisma. Concelebra il vescovo di Bologna Matteo Zuppi, a lato del palco i vescovi dell’Emilia Romagna a partire da quello di Modena Francesco Cavina. Dopo l’Angelus, Francesco benedice le prime pietre di tre nuove chiese. Tanti fedeli sono arrivati già prima delle 3 del mattino ma c’è chi, da mezzanotte, si è accampato, con tanto di copertina, per aspettare il Pontefice. Leggi tutto su la Repubblica   - >>>>>

Camera, sospesi per 15 giorni gli M5s che tentarono irruzione in ufficio di presidenza

  Riccardo Fraccaro, membro M5S dell’Ufficio di Presidenza, al termine della riunione, ha riferito che i giorni di sospensione saranno scaglionati per evitare una assenza ‘di massa’ in Aula, e comunque non riguarderanno i giorni in cui sarà votato il biotestamento, così come chiesto dal Movimento Cinquestelle. Tutti hanno votato ad eccezione di Fraccaro. Si è trattato di un fatto “senza precedenti, di una gravità assoluta e con modalità aggressive. Quattro assistenti della camera, tre donne e un uomo, sono dovuti ricorrere alle cure mediche dopo il tentativo di forzare il cordone davanti l’ufficio di presidenza”, si legge nelle motivazioni. Leggi tutto su la Repubblica   - >>>>>

La scuola Montini chiusa per 15 giorni. Il sindaco: “Troveremo una soluzione”

          CAMPOBASSO. La scuola Montini di Campobasso resterà chiusa, al momento, ad oltranza: ..

Seac, trovato l’accordo. Riassunti gli autisti licenziati

CAMPOBASSO. La vicenda dei licenziamenti degli otto autisti della Seac, l’azienda di trasporto pubblico urbano di Campobasso,..

Battista contro Battista – di Paolo Di Lella (il Bene Comune)

di PAOLO DI LELLA I cittadini di Campobasso (quelli che usano l’automobile), in questi giorni, si trovano..

Il testo unico sulle società pubbliche: una occasione colta o perduta?

di Francesco Fimmanò In attuazione della delega conferita dall’articolo 18 della legge 7 agosto 2015, n. 124,[1] il decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 175, Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica, in vigore dallo scorso 20 settembre, cerca per l’ennesima volta di ricondurre a fisiologia un coacervo di disposizioni gemmate negli ultimi 25 anni. Il corpus, al di là delle luci e delle ombre, ha certamente il merito di tentare di mettere a “sistema” una fenomenologia peculiare, interdisciplinare, complessa e figlia di una legislazione a “toppe”, piuttosto che “a tappe”. Al tempo stesso non può che rilevarsi che la sovraregolamentazione appare in molte norme come una sorta di inseguimento tra legislatore e giurisprudenza, con il risultato di sentenze che hanno fatto le veci della legge e una legge che fa le veci delle sentenze. La legislazione di un tempo non dirimeva contrasti giurisprudenziali ma costruiva sistemi di regole per principi e i giudici la interpretavano. Basti pensare che l’espressione normativa più in voga – in materia – negli ultimi anni nel settore che ci occupa è quella di “controllo analogo”. In realtà il legislatore italiano ha usato l’escamotage di far proprie le espressioni usate nella famosa sentenza Teckal della Corte di giustizia U.E. (e in quelle analoghe successive) riguardanti un consorzio tra Comuni, per applicarle a un soggetto giuridico completamente diverso e cioè a una società di capitali. Da questa operazione è nata una serie di equivoci con il “livello comunitario” anche perché a nessun altro Stato nel Continente è venuto in mente di utilizzare lo strumento societario per ragioni “meramente opportunistiche”. A tutto questo aggiungiamo che calare le società di capitali e il loro enorme apparato regolamentare (ipertecnico) in un ambiente normativo giuspubblicistico, dove l’operatore medio neppure immagina che le sole società per azioni (non quotate) sono disciplinate da oltre 650 commi, è stata operazione dagli effetti dirompenti. L’equivoco principale è stato quello riguardante il tipo di disciplina da applicare alle società in mano pubblica, nato in passato dalla errata impostazione secondo cui la partecipazione di una pubblica amministrazione a una società di capitali potesse alterarne la struttura, dando vita a un “tipo” di diritto speciale. In particolare una certa impostazione, ignara delle complessità sistematiche, partendo dal principio della neutralità della forma giuridica rispetto alla natura dello scopo, è arrivata ad attribuire alle società partecipate una connotazione pubblicistica[2], frutto di una sostanziale mutazione genetica nel senso di una riqualificazione del soggetto. In realtà tale impostazione è stata gravemente fuorviante negli anni, in quanto si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c., con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa[3]. In realtà l’uso dello strumento societario a partecipazione pubblica ha avuto spesso finalità meramente segregative. Le pubbliche amministrazioni, incentivate nel tempo dallo stesso legislatore, hanno infatti cercato a tutti i costi, negli ultimi venticinque anni, di creare e poi mantenere la “sacca” del privilegio derivante dall’affidamento diretto della gestione di attività e servizi pubblici a società partecipate, in deroga ai fondamentali principi della concorrenza tra imprese e della trasparenza. In buona sostanza da una parte v’è stata la tendenza ad ampliare l’ambito dei servizi pubblici includendo non solo quelli aventi per oggetto attività economiche incidenti sulla collettività, ma anche quelli riguardanti attività tendenti a promuovere lo sviluppo socio-economico delle comunità locali, fino ad arrivare ad affidare a società partecipate funzioni, che lungi dal rientrare nell’ambito dei servizi pubblici in senso proprio, costituivano tipiche attività istituzionali o strumentali dell’ente[4]. Dall’altra parte è stata incentivata la gestione mediante società partecipate in un’ottica rivolta (solo) formalmente alla aziendalizzazione dei servizi e a una privatizzazione effettiva (come auspicato dal legislatore sin dal 1942)[5], in realtà sostanzialmente diretta a eludere procedimenti a evidenza pubblica e a sottrarre comparti dell’amministrazione ai vincoli di bilancio, anche in considerazione della mancata applicazione, per molti anni, all’ente-capogruppo dei principi di consolidamento di diritto societario a partire dall’elisione delle partite reciproche[6]. Questo processo ha avuto l’effetto di trasformare talora il modello di gestione da strumento di efficienza in strumento di protezione e in taluni casi in escamotage per eludere i c.d. patti di stabilità e le regole di contabilità pubblica.   La Corte dei Conti ha contato, in un momento che sembrava culminante del ciclo espansivo, nell’anno 2008, 5.860 “organismi” partecipati da 5.928 enti pubblici locali con un incremento dell’11,08% rispetto al dato del 2005. Poco meno del 65% di questi organismi partecipati aveva natura societaria con prevalenza delle società per azioni, mentre circa il 35% ha forma giuridica diversa dalla società, in prevalenza consortile[7]. Allo stato, dalle informazioni rilevabili nella banca dati SIQUEL, emerge che il 16,65% dei Comuni (1.340 su 8.047), pari al 7,11% della popolazione nazionale, non è in possesso di partecipazioni societarie, gli organismi rilevati alla data dell’8 luglio 2016 risultano essere 7.181: le analisi sui risultati economici e finanziari, sui servizi affidati e sulle modalità di affidamento hanno riguardato, tuttavia, 4.217 soggetti, per i quali sono disponibili a sistema i dati di bilancio relativi all’esercizio 2014. Ancor più ristretto è il numero di istituzioni per le quali si hanno informazioni sui flussi di entrata e di spesa degli enti affidanti[8]. Gli organismi operanti nei servizi pubblici locali sono numericamente limitati (il 34,72% del totale), pur rappresentando una parte importante del valore della produzione (il 69,34% dell’importo complessivo). Il maggior numero (65,28%) rientra nel novero di quelli che svolgono attività diversificate, definite come “strumentali”[9]. Marcata è la prevalenza degli affidamenti diretti: nonostante la rigidità dei presupposti legittimanti tale procedura, a salvaguardia dei principi della concorrenza, su un totale di 22.342 affidamenti, le gare con impresa terza sono soltanto 150 e gli affidamenti a società mista, con gara a doppio oggetto, 319. Con riferimento agli organismi in perdita nell’ultimo triennio, l’analisi della Corte dei conti mostra come circa un terzo sia a totale partecipazione pubblica, mentre quelli misti a prevalenza privata costituiscono la categoria all’interno della quale le perdite sono più diffuse, con una tendenza al peggioramento dei risultati nell’arco del triennio. Nel referto della Corte v’è anche una ricognizione delle partecipazioni rilevanti ai fini del consolidamento dei conti, ed emerge che, su 700 organismi totalmente pubblici a unico socio (Comune/Provincia), meno della metà sono risultati assoggettabili a consolidamento – sulla base dei parametri indicati dal principio contabile applicato allegato n. 4/4 al d.lgs. n. 118/2011. Di contro, 368 (il 52,6%) non superano la soglia di rilevanza e potrebbero essere consolidati solo se ritenuti significativi dall’ente proprietario, secondo la sua valutazione discrezionale. La gestione finanziaria dimostra una netta prevalenza dei debiti sui crediti in tutti gli organismi esaminati. Nel complesso, i debiti ammontano a 83,3 miliardi, di cui circa un quarto è attribuibile, in sostanza, alle partecipazioni totalitarie. Il rapporto crediti/debiti verso controllanti, nelle partecipazioni pubbliche al 100%, è sbilanciato in favore dei primi. Emerge, quindi, la forte dipendenza delle partecipazioni totalitarie dagli enti controllanti, pur in presenza di un rilevante indebitamento verso terzi. Dall’analisi degli organismi partecipati in via totalitaria da un unico socio emerge, nella gran parte dei casi, che le risorse complessivamente impegnate e pagate dagli enti proprietari tendono a coincidere con l’importo dei valori della produzione degli organismi destinatari delle erogazioni. Abbiamo dunque assistito, per tutte queste ragioni, a un percorso legislativo incoerente, caratterizzato da frequenti ripensamenti, fatta eccezione per una costante: la crescente e progressiva espansione delle società a partecipazione pubblica locale, anche attraverso la trasformazione di aziende speciali, consorzi e istituzioni.   La “storia” del fenomeno comincia nel 1990 con la espressa previsione nella legge n. 142 della società per azioni a partecipazione pubblica maggioritaria[10], passa attraverso l’introduzione della società c.d. minoritaria[11], l’apertura al tipo della S.r.l. e l’incentivo alla trasformazione delle aziende speciali e dei consorzi[12], per subire un provvisorio assestamento nel 2000 con il Testo Unico delle autonomie locali (Tuel) che sistemava organicamente la materia[13]. Nel 2001 il quadro viene virtualmente rivoluzionato con l’introduzione della categoria mai definita dei c.d. servizi industriali e l’introduzione rigorosa, mai attuata, dei principi della concorrenza[14]. Con la contro-riforma del 2003 e la legge finanziaria per il 2004, si arriva infatti a un risultato esattamente opposto[15]. Quest’ultimo intervento, in parte censurato dalla Corte Costituzionale[16], ha suddiviso i servizi in virtù della loro rilevanza economica, in un contesto pesantemente dominato dalla figura della società in house providing e del suo strettissimo collegamento funzionale con l’ente di riferimento. La normativa ha strumentalizzato in modo abile la giurisprudenza comunitaria tanto da far evocare una situazione giuridica di dipendenza organica. Alla originaria disciplina contenuta nell’art. 113 TUEL, infatti, si sono sovrapposti prima l’art. 23 bis del d.l. n. 112/08 (successivamente abrogato con referendum) e poi la successiva disciplina introdotta con il D.L. 138/11 (dichiarata incostituzionale dalla Consulta con la sentenza n. 199 del 20 luglio 2012), per giungere infine al d.l. 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito con l. 17 dicembre 2012 n. 221). Le Sezioni Unite della Cassazione nel 2013 hanno scelto forzatamente di adattare l’impostazione comunitaria, al fine di riconoscere la giurisdizione piena della Corte dei conti sulle azioni di responsabilità agli organi sociali delle società in house[17]. I giudici del Supremo consesso qualificano, in modo in verità opinabile, questo genere di società come una mera articolazione interna della P.A., una sua longa manus al punto che l’affidamento diretto neppure consentirebbe di configurare un rapporto intersoggettivo di talchè l’ente in house “non potrebbe ritenersi terzo rispetto all’amministrazione controllante ma dovrebbe considerarsi come uno dei servizi propri dell’amministrazione stessa”[18]. Le ormai numerose sentenze delle sezioni unite si rifanno tutte alla n. 26283 del 25 novembre 2013, il cui passaggio più forte è quello secondo cui “il velo che normalmente nasconde il socio dietro la società è dunque squarciato: la distinzione tra socio (pubblico) e società (in house) non si realizza più in termini di alterità soggettiva”. L’orientamento ha complicato ancora di più le cose perché molti non hanno inteso che si riferisse solo alla giurisdizione e perdippiù non esclusiva della Corte dei Conti sulle azioni di responsabilità, ma hanno provato a dedurre l’esistenza di una società di tipo pubblico meritevole di uno ius singulare. In realtà si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c. [19], con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa [20]. Viceversa, a parte i casi di società c.d. legali (istituite, trasformate o comunque disciplinate con apposita legge speciale)[21], ci troviamo sempre di fronte a società di diritto comune, in cui pubblico non è l’ente partecipato bensì il soggetto, o alcuni dei soggetti, che vi partecipano e nella quale, perciò, la disciplina pubblicistica che regola il contegno del socio pubblico e quella privatistica che regola il funzionamento della società convivono.     La storia che abbiamo raccontato è singolare: il legislatore italiano ha prima creato un monstrum e poi ha costretto gli interpreti, anche i più raffinati, a riconoscerlo e a ricostruirlo invece di “constatare i fenomeni giuridici quali sono, quali si trovano nel sistema positivo, non negarli o storpiarli per ragioni a priori”[22]. Quanto accaduto appartiene a una tendenza più generale diretta a creare sempre più frequentemente categorie di soggetti i cui rapporti sono regolati da uno ius singulare. Fenomeno deprecabile, in quanto nel migliore dei casi, finisce per originare privilegi, asimmetrie e discriminazioni. In taluni casi, poi, non è tanto la ponderata volontà di sottrarre alla disciplina comune determinati soggetti a spingere il legislatori, bensì l’incapacità a resistere alla pressione di chi, spesso emotivamente o prepotentemente, chiede e invoca questa o quella norma. Ecco che il potere legislativo, si muove talora male e si trasforma, come sul dirsi in una machine a faire lois[23], invece di dettare norme efficienti e cercare nell’armonia del sistema le soluzioni più giuste. Ed eccoci ora alla c.d. Riforma Madia. Servirà? Poteva intervenire in modo più chiaro e tecnicamente corretto su temi tanto delicati? Sicuramente sì. Ma comunque contiene principi importanti ad esempio chiarisce una volta per tutte che una società è una società, non è un tavolo né una sedia, e come tale ad esempio fallisce da chiunque sia partecipata. Una cosa appare evidente che ancora una volta non si è tenuto conto delle specificità ordinamentali e soprattutto disciplinari, ratione materiae. Il diritto pubblico o amministrativo mai potranno entrare appieno nella forma mentis di un societarista o di un fallimentarista e viceversa. E’ ora in corso di pubblicazione il Decreto Legislativo che reca “Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 19 agosto 2016 n. 175, recante testo unico in materia di società a partecipazione pubblica” (c.d. “Decreto Correttivo”).  Si attua in tal modo la delega contenuta nell’art. 16, comma 7, della legge 7 agosto 2015, n. 124 (c.d. legge Madia), il quale, nel disegnare la delega per una complessa operazione di riorganizzazione normativa in materia di amministrazioni pubbliche, prevede che entro dodici mesi dall’entra in vigore dei decreti delegati il Governo avrebbe potuto adottare, appunto, uno o più decreti correttivi. L’intervento integrativo e correttivo, nel caso del TUSP, è dovuto anche a – e ha dovuto tener conto di – quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 251/2016, con la quale è stata ravvista una violazione delle norme costituzionali sul concorso di competenze statali e regionali da parte della citata legge n. 124 del 2015[24]. La Consulta ha in questa sede dichiarato che l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni si sarebbe potuta rimediare, nel rispetto del principio di leale collaborazione, avviando le procedure inerenti all’intesa con Regioni e enti locali nella sede della Conferenza unificata[25]. L’impatto della sentenza, che per qualche settimana ha tenuto col fiato sospeso gli operatori del settore che hanno temuto che essa potesse demolire tutta la riforma, è stato però limitato.  In primo luogo, come la Consulta stessa ha precisato, “le pronunce di illegittimità costituzionale, contenute in questa decisione, sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso, e non si estendono alle relative disposizioni attuative” (ossia ai decreti delegati[26]).  Inoltre, il Consiglio di Stato, con parere n. 83 del 17 gennaio 2017 si è espresso sugli adempimenti da compiere a seguito della sentenza della Corte Costituzionale[27], e ha precisato che il percorso più ragionevole e compatibile con l’impianto della sentenza – postulato anche dalla stessa Consulta – sarebbe stato quello di intervenire con decreti correttivi, previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni, da svolgersi in base alle previsioni di cui all’art. 3 del decreto legislativo 28  agosto  1997,  n.  281  (Definizione  ed  ampliamento  delle  attribuzioni della  Conferenza  permanente  per  i  rapporti  tra  lo  Stato,  le  regioni  e  le  province autonome  di  Trento  e  Bolzano  ed  unificazione,  per  le  materie  ed  i  compiti  di interesse  comune  delle  regioni,  delle  province  e  dei  comuni,  con  la  Conferenza Stato-città ed autonomie locali), in modo da “sanare l’eventuale vizio derivante dal procedimento  originariamente  seguito”, avendo peraltro la  sentenza  “fatto  riferimento  al Governo  (e  non  al  Parlamento)  e  considerato  che  in  alcuni  casi  i  termini  per l’adozione di simili decreti non sono ancora scaduti”. Tra le modifiche senz’altro di maggior rilievo portate dal Decreto Correttivo è quella che riguarda la governance delle società partecipate. Come noto, una delle innovazioni più importanti del nuovo testo unico è quella che stabilisce che “di norma” (e già l’espressione prelude ad eccezioni[28]) l’organo amministrativo debba essere costituito da un amministratore unico (art. 11, comma 2, TUSP). Nell’impianto originario del TUSP, il comma terzo di tale articolo prevedeva che, in deroga al principio appena affermato, un apposito decreto del Presidente del Consiglio, da emanarsi entro sei mesi dall’entrata in vigore del testo unico (quindi entro il 23 marzo 2017), avrebbe dovuto enucleare i criteri secondo i quali “per specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa”, sarebbe stato possibile optare per  un consiglio di amministrazione – composto da un minimo di tre a un massimo di cinque membri – ovvero per i sistemi dualistico o monistico (art. 11, comma 3, TUSP). Con tale previsione si è invertito il criterio in vigore, previsto, da ultimo, nell’art. 4, commi 4 e 5, d.l. 6 luglio 2012 n. 95, conv., con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, in cui l’opzione per l’amministratore unico era consentita, ma residuale[29]. L’art. 7 del Decreto Correttivo è ora intervenuto sostituendo integralmente il comma terzo dell’art. 11 TUSP, che ora recita: “L’assemblea della società a controllo pubblico, con delibera motivata con riguardo a specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa e tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi, può disporre che la società sia amministrata da un consiglio di amministrazione composto da tre o cinque membri, ovvero che sia adottato uno dei sistemi alternativi di amministrazione e controllo previsti dai paragrafi 5 e 6 della sezione VI-bis del capo V del titolo V del libro V del codice civile. La delibera è trasmessa alla sezione della Corte dei Conti competente ai sensi dell’articolo 5, comma 4, e alla struttura di cui all’articolo 15”. Nel quadro attuale, dunque, la scelta per un sistema collegiale di amministrazione (oppure per i modelli dualistico o monistico), è interamente rimessa all’assemblea dei soci, i quali dovranno però giustificare tale scelta per ragioni di adeguatezza organizzativa e “tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi” (requisito, quest’ultimo, che non era posto come criterio per il Dpcm).  In sostanza, il Governo ha ritenuto di preferire un sistema in cui l’adozione dei sistemi di amministrazione e di controllo alternativi all’amministratore unico non fosse eterodeterminata al di fuori della singola compagine societaria. La scelta, inoltre, è servita a rimediare un potenziale corto circuito della previgente formulazione, poiché l’adeguamento degli statuti era fissato al 31 dicembre 2016, mentre il Dpcm avrebbe dovuto essere emanato entro il 23 marzo 2017. Si sarebbe quindi potuta creare una situazione potenzialmente dannosa per quelle società che, diligentemente rispettando il termine per l’adeguamento dello statuto, avesse optato per l’organo monocratico di amministrazione, per poi scoprire che secondo i criteri dettati dal Dpcm avrebbe potuto optare per un sistema collegiale (o per uno dei modelli alternativi di gestione), sobbarcandosi gli oneri procedurali e notarili di una doppia modifica statutaria. Immediatamente collegato al precedente è il tema delle tempistiche prescritte dal TUSP per l’adeguamento degli statuti e per altri adempimenti. Per quanto riguarda il primo, inizialmente fissato al 31 dicembre 2016 dall’art. 26 TUSP, è ora fissato al 31 luglio 2017 dall’art. 15 del Decreto Correttivo. Per quanto attiene invece ai secondi, essi si trovano in vari luoghi del testo. Così, ad esempio, è differito al 31 luglio 2017 il termine, inizialmente fissato al 23 marzo 2017 dall’art. 26 TUSP, per l’adeguamento delle società a controllo pubblico alle disposizioni contenute nell’art. 11, comma 8, TUSP, secondo cui gli amministratori delle società a controllo pubblico non possono essere dipendenti delle amministrazioni pubbliche controllanti o vigilanti (art. 15 Decreto Correttivo)[30]. Ancora, sempre all’art. 26 è introdotto un nuovo comma 12-ter, ai sensi del quale “per le società di cui all’art. 4, comma 8, le disposizioni dell’art. 20 trovano applicazione decorsi 5 anni dalla loro costituzione”. In altre parole, per le società spin off o start up universitarie o di enti di ricerca non vige, per i primi 5 anni di vita, l’obbligo di procedere alla razionalizzazione delle partecipazioni dalle amministrazioni pubbliche. Un differimento di qualche mese è anche previsto per il termine per la ricognizione del personale in servizio, propedeutico all’individuazione di eventuali eccedenze, previsto dall’art. 25, comma 1, TUSP, al 23 marzo 2017, e ora posticipato al 30 giugno 2017 (art. 14, comma 1, lett. a), Decreto Correttivo). Si chiarisce, inoltre, un dubbio interpretativo circa l’applicazione del divieto di nuove assunzioni, esplicitando (art. 14, coma 1, lett. c), Decreto Correttivo) che il periodo di durata del blocco delle nuove assunzioni, stabilito dall’art. 25, comma 4, TUSP, fino al 30 giugno 2018, decorre dalla data di pubblicazione del decreto del personale eccedente di cui alla nota precedente.  Al termine del 30 giugno 2017 (anziché di sei mesi dall’entrata in vigore del TUSP, ossia il 23 marzo 2017) è posticipato anche il termine per la ricognizione di tutte le partecipazioni possedute dalle pubbliche amministrazioni (art. 13, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo – art. 24, comma 1, TUSP).  È stato infine posto modificato il termine per le disposizioni in materia di personale previste dalla normativa vigente (legge 27 dicembre 2013, n. 147), che si applicheranno non più soltanto fino al 23 settembre 2016, ma fino all’entrata in vigore del decreto ministeriale sul personale eccedente di cui all’art. 25, comma 1, TUSP, e comunque non oltre il 31 dicembre 2017 (art. 11 Decreto Correttivo). Un altro importante elemento di novità introdotto dal Decreto Correttivo (art. 5) incide sulle finalità perseguibili dalla p.a. mediante l’acquisizione e la gestione di partecipazioni pubbliche.  Si è più precisamente ampliato il novero delle funzioni perseguibili per le società aventi ad oggetto l’autoproduzione di beni e servizi (di cui all’art. 4, comma 2, lett. d), TUSP), che ora non dovrà essere limita ai beni e servizi strumentali all’ente o degli enti pubblici partecipati, ma potrà riguardare anche lo svolgimento delle funzioni dei predetti enti. È stato previsto, ad integrazione dell’art. 4, comma 7, TUSP, che sono ammesse anche le partecipazioni nelle società aventi per oggetto sociale la produzione di energia da fonti rinnovabili. Ed è stata fatta salva, all’art. 4, comma 8, TUSP, la possibilità per le università di costituire società per la gestione di azienda agricole con funzioni didattiche. Inoltre, al fine di valorizzare il principio di leale collaborazione nei rapporti tra Stato e regioni, come richiesto dalla citata sentenza della Corte Costituzionale, è stato previsto, dall’art. 5, comma 1, lett. d), Decreto Correttivo, che ha modificato l’art. 4 comma 9 TUSP, che il Presidente della Regione possa, con provvedimento adottato ai sensi delle disposizioni regionali e nel rispetto dei principi di trasparenza e pubblicità, deliberare l’esclusione totale o parziale dell’applicazione delle disposizioni dell’art. 4 – attinenti appunto alle limitazioni delle finalità perseguibili mediante acquisizione o gestione di partecipazioni pubbliche – rispetto a singole società a partecipazione regionale. La suddetta esclusione dovrà essere motivata con riferimento alla “misura e qualità della partecipazione pubblica, agli interessi pubblici a essa connessi e al tipo di attività svolta, riconducibile alle finalità di cui al comma 1”. Un tema affine al precedente riguarda la motivazione analitica che l’atto deliberativo di costituzione di una società partecipata o di acquisto di partecipazioni deve riportare ai sensi dell’art. 5 TUSP: l’art. 6 del Decreto Correttivo ha eliminato, al riguardo, il riferimento alla possibilità di destinazione alternativa delle risorse pubbliche impegnate e ha precisato che le modalità della consultazione pubblica sono disciplinate dagli enti locali interessati.  Le scelte legislative di fondo che traspaiono dal Decreto Correttivo si confermano, dunque, muovere essenzialmente su due binari: (i) il rispetto del principio di leale collaborazione tra istituzioni centrali e locali, cui consegue lo spostamento di alcune decisioni nella sfera locale e la necessità dell’intesa della Conferenza unificata in relazione a diversi aspetti disciplinari che potenzialmente impattano sulle partecipate degli enti locali; (ii) lo smorzamento di alcuni oneri motivazionali e di alcuni limiti di operatività, che, insieme con l’ampliamento della libertà di manovra nella costituzione e gestione delle partecipazioni pubbliche, e con il molteplice allungamento dei vari termini per gli adempimenti prescritti dalla nuova normativa, tende alla valorizzazione dell’autonomia delle singole società.         [1] Con l’indicata disposizione il Parlamento ha delegato il Governo a semplificare, attraverso il riordino delle disposizioni nazionali e la creazione di una disciplina generale organica in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche, il relativo quadro di regolazione anche in linea con i principi dettati dalla costante giurisprudenza nazionale e comunitaria, con effetti positivi in termini di valorizzazione della tutela della concorrenza e di generale trasparenza ed efficacia dell’azione amministrativa. [2] Cfr. in particolare Cons. Stato, nn. 1206 e 1207 del 2001 e nn. 4711 del 2002 e 1303 del 2002. [3] Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011. [4] La giurisprudenza ha evidenziato d’altra parte che la qualificazione di servizio pubblico locale spetta a quelle attività caratterizzate sul piano oggettivo dal perseguimento di scopi sociali e di sviluppo della società civile, selezionate in base a scelte, appunto, di carattere eminentemente politico quanto alla destinazione delle risorse economicamente disponibili e all’ambito di intervento e su quello soggettivo dalla riconduzione diretta o indiretta a una figura soggettiva di rilievo pubblico (cfr. Cons. Stato, 13 dicembre 2006 n. 7369; TAR Campania, Napoli,  24 aprile 2008 n. 2533). [5] Nella Relazione al Codice Civile, si legge, in riferimento alle società pubbliche che lo Stato “si assoggetta alla legge della società per azioni per assicurare alla propria gestione maggiore snellezza di forme e nuove possibilità realizzatrici” (Relazione al Codice Civile, n. 998. Artt. 2458 e ss., vecchio testo). [6] L’introduzione del bilancio consolidato civilistico per la holding-ente pubblico poteva rappresentare una scelta funzionale all’indirizzo e al coordinamento dell’intero gruppo pubblico locale (cfr. A. Tredici, Il bilancio consolidato del gruppo pubblico locale quale strumento di programmazione e controllo, in Il controllo nelle società e negli enti, 2006, 256 s.). Solo con il d.lgs. n. 118 del 2011, recante disposizioni in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni, degli enti locali e dei loro organismi, si è previsto che tali enti territoriali adottino «…comuni schemi di bilancio consolidato con i propri enti ed organismi strumentali, aziende, società controllate e partecipate e altri organismi controllati….» (art. 11, comma 1). Tale innovazione che impone (e non facultizza più) l’adozione di un bilancio preventivo (e non solo un conto consuntivo) di tipo consolidato, è stata progressiva nel corso del tempo, mediante la previsione, ai sensi dell’art. 36, d.lgs. cit., di un periodo di sperimentazione biennale (2012-2013), coinvolgente talune amministrazioni pubbliche territoriali prescelte in ragione della loro collocazione geografica e densità demografica, per poi entrare a regime dall’anno finanziario 2014. In tema cfr già F. Fimmanò, L’ordinamento delle società pubbliche tra natura del soggetto e natura dell’attività, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, (a cura di F. Fimmanò), Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 12 s. [7] Alle Sezioni regionali di controllo della Corte compete – come confermato anche dal d.lgs. n. 175/2016, di riordino della disciplina in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche – di monitorare il percorso di razionalizzazione delle partecipazioni e di vigilare sull’effettivo completamento delle procedure di dismissione e/o liquidazione. Le Sezioni, in attuazione della legge di stabilità 2015, hanno già verificato i piani di razionalizzazione, che sono stati presentati da un elevato numero di enti (quasi l’80%). [8] Cfr. Sezione delle Autonomie: Referto su “Gli organismi partecipati degli enti territoriali” Delibera n. 27/SEZAUT/2016/FRG e documenti allegati. [9] Nei 3.076 organismi con fatturato non superiore a 5 milioni operano in media 8,7 dipendenti, a fronte di una media di 56 dipendenti nel complesso di quelli osservati. In 1.279 organismi, di cui 776 società, si registra un numero di dipendenti inferiore a quello degli amministratori. [10] La società mista a prevalente capitale pubblico locale venne prevista per la prima volta dall’art. 22, lettera e) della legge 142 del 1990, (testo poi modificato dall’art. 17, comma 58, legge 15 maggio 1997, n. 127, Bassanini-bis) e la legge non vietava peraltro che la società fosse interamente in mano pubblica. [11] La società mista con partecipazione maggioritaria dei soci privati ha trovato riconoscimento testuale con l’art. 12 della legge n. 498 del 1992, attuata con la normativa regolamentare dettata dal D.p.r. n. 533 del 16 settembre 1996 (al riguardo G.F. Campobasso, La costituzione delle società miste per la gestione dei servizi pubblici locali: profili societari, in Riv. soc., 1998, 390 s., che esamina in particolare gli aspetti della compagine, della scelta dei soci e dello scopo di lucro). [12] Norme contenute nella c.d. legge Bassanini bis (n. 127 del 15 maggio 1997), che all’art. 17, commi 51-58, consentiva agli Enti locali di procedere alla trasformazione delle aziende speciali, deputate alla gestione dei servizi pubblici, in società per azioni o a responsabilità limitata con capitale misto, pubblico e privato, anche a partecipazione minoritaria. [13] D. lgs. n. 267 del 2000. [14] Articolo 35 della legge n. 448 del 2001. [15] Si tratta in particolare dell’art. 14 del d.l. n. 269 del 30 settembre 2003 «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici», convertito con modificazioni nella l. n. 326 del 2003 (conseguente alle osservazioni della Commissione Europea sul sistema delineatosi con l’entrata in vigore dell’art. 35). [16] Nel luglio del 2004, la Corte Costituzionale accolse in parte il ricorso avanzato dalla regione Toscana e dichiarò illegittimo l’art. 14, comma 1, lett. e), e comma 2, del D.l. 30 settembre 2003, n. 269, conv. nella L. 24 novembre 2003, n. 326, (Corte Cost., 27 luglio 2004, n.272, cfr. al riguardo G. Marchi, I servizi pubblici locali tra potestà legislativa statale e regionale, in Giorn. Dir. Amm., 1, 2005). [17] Cass., Sez. Un., 25 novembre 2013, n. 26283 – Pres. Rovelli – est. Rordorf, in Società, 2014, 55 s. con nota di F. Fimmanò, La giurisdizione sulle “società in house providing”, e in Fallimento, 2014, 33 s., con nota di L. Salvato, Riparto della giurisdizione sulle azioni di responsabilità nei confronti degli organi sociali delle società in house; e poi in scia: Cassazione, Sez. Un., 16 dicembre 2013 n. 27993;  Cass., Sez. Un., 26 marzo 2014, n. 7177 – Pres. Rovelli – est. Macioce; Cass., Sez. Un., 24 ottobre 2014, n. 22609- Pres. Rovelli – est. D’Ascola. Nello stesso senso ma con approdo opposto Cass., Sez. Un., 10 marzo 2014, n. 5491 – Pres. Rovelli – est. Nobili, in Società, 2014, 953 s. con nota di F. Cerioni; Cass. Sez. Un. n. 26936 del 2 dicembre 2013, che non riconoscono la giurisdizione contabile per l’inesistenza dei tre requisiti individuati: la necessaria appartenenza pubblica del capitale della società (con la previsione statutaria del divieto di cedere a soggetti privati quote della stessa), l’inesistenza di margini di libera agibilità sul mercato (neppure attraverso partecipate e la sottoposizione a controllo analogo (che non può ridursi al potere di nomina degli organi sociali). [18] In buona sostanza la Cassazione ha riprodotto l’orientamento del Consiglio di Stato (Cons. Stato, Adunanza Plenaria, 3 marzo 2008 n. 1, su rimessione di Cons. Stato, Sez. V, 23 ottobre 2007 n. 5587 ; nello stesso senso Cons. Stato, sez. VI, 16 marzo 2009, n. 1555 e prima TAR Valle d’Aosta, 13 dicembre 2007 n. 163; TAR Sicilia, 5 novembre 2007 n. 2511; TAR Piemonte, 4 giugno 2007 n. 2539; TAR Calabria, Catanzaro, 15 febbraio 2007 n. 76 e dopo TAR Campania, Napoli, Sez. I, 28 luglio 2008 n. 9468). Il Consiglio di stato ha sostenuto in particolare che il modello di società mista elaborato, in sede consultiva, con il parere n. 456 delle 2007, rappresenta solo una delle possibili soluzioni delle problematiche connesse alla costituzione di tali società e all’affidamento del servizio alle stesse, anche se, in mancanza di indicazioni precise da parte della normativa e della giurisprudenza comunitaria, non può allo stato essere elaborata una soluzione univoca o un modello definitivo di società mista. In ogni caso, il modello di società costruito con il citato parere non è rinvenibile allorchè il socio non venga scelto mediante procedura a evidenza pubblica nella quale la gestione del servizio sia stata definita e precisata. [19] Al riguardo: G. Visentini, Partecipazioni pubbliche in società di diritto comune e di diritto speciale, Milano, 1979, 4 s.; M. Mazzarelli, La società per azioni con partecipazione comunale, Milano, 1987, 117; G. Marasà, Le «società» senza scopo di lucro, Milano, 1984, 353; P. Spada, La Monte Titoli S.p.a. tra legge ed autonomia statutaria, in Riv. dir. civ., 1987, II, 552. [20] Al riguardo R. Guarino, La causa pubblica nel contratto di società, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di F. Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 131 s. [21] Ci riferiamo agli enti pubblici con mera struttura organizzativa societaria (cfr. al riguardo C. Ibba, Le società «legali», Torino, 1992, 340; Id., La tipologia delle privatizzazioni, in Giur. comm., 2001, 483 s.; Id., Le società “legali” per la valorizzazione, gestione e alienazione dei beni pubblici e per il finanziamento di infrastrutture. Patrimonio dello Stato e infrastrutture s.p.a, in Riv. dir. civ., 2005, II. 447;  e in un’ottica estensiva: G. Napolitano, Soggetti privati «enti pubblici»,in Dir. amm., 2003, 81 s.) previsti, trasformati o costituiti appunto in forma societaria con legge (ad es. l’art. 7 del D. L. 15/4/2002 n. 63, convertito dalla L. 15/6/2002, n. 112, ha istituito la Patrimonio dello Stato S.p.a.; l’rt. 8 del D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito dalla L. 8/8/2002, n. 178, ha gemmato la Coni Servizi s.p.a.; il D. Lgs. 9/1/1999 n. 1, ha istituito Sviluppo Italia s.p.a. poi integrato con altre norme dirette a disciplinarne la governance dell’attuale “Invitalia s.p.a”; l’art. 3, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79, ha previsto la costituzione del Gestore della rete di trasmissione nazionale S.p.a.; l’art. 13, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 ha contemplato la nascita della Sogin s.p.a.; stessa cosa è accaduta per “Gestore del Mercato s.p.a.” ex art. 5, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 e l’Acquirente Unico s.p.a. ex art. 4, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79). In altri casi il legislatore ha trasformato o previsto la trasformazione di enti pubblici in società (così per l’Ente Nazionale per le Strade ex art. 7 D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito in L. 8/8/2002 n. 178; per l’Istituto per i servizi assicurativi del commercio estero Sace ex art. 6 D. L. 30/9/2003, n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326; per l’Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma ex D. Lgs. 17/8/1999 n. 304; per la Cassa Depositi e Prestiti ex art. 5 D.L. 30/9/2003 n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326). [22] È l’avvertimento metodologico già lucidamente espresso da F. Ferrara sr., La teoria della persona giuridica, in Riv. dir. comm., 1911, p. 638. [23] Già con riferimento alla normativa speciale a “toppe” per il diritto sportivo: U. Apice, La società sportiva: dentro o fuori al codice civile, in Dir. fall., 1986, 538 s.; F.Fimmanò, La crisi delle società di calcio professionistico a 10 anni dal caso Napoli, in Gazzetta Forense, 2014, 4, 8 s. [24] In particolare, con riguardo alle previsioni della legge delega riguardanti i principi e criteri direttivi per l’emanazione del TUSP, la Regione Veneto ricorreva sostenendo che le relative disposizioni avrebbero violato gli artt. 117, secondo, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost., “poiché la fissazione di tali principi e criteri eccederebbe dalle competenze statali in materia di «tutela della concorrenza» e di «coordinamento della finanza pubblica», invadendo sfere di competenza regionali. Inoltre, esse violerebbero il principio di leale collaborazione di cui agli artt. 5 e 120 Cost., poiché prescriverebbero, in combinato disposto con il comma 4 dell’art. 16, per l’attuazione della delega, una forma di raccordo con le Regioni – il parere in Conferenza unificata – da ritenersi insufficiente, tenuto conto delle molteplici interferenze con le attribuzioni regionali” (v. Corte Cost., 25.11.2016,  n. 251). Il tema delle società a partecipazione pubblica era già stato oggetto di pronunce da parte del c.d. Giudice delle Leggi. In alcuni casi, la Consulta ha ricondotto le disposizioni inerenti all’attività di società partecipate dalle Regioni e dagli enti locali alla materia dell’«ordinamento civile», di competenza legislativa esclusiva statale, in quanto volte a definire il regime giuridico di soggetti di diritto privato, nonché a quella della «tutela della concorrenza» in considerazione dello scopo di talune disposizioni di «evitare che soggetti dotati di privilegi operino in mercati concorrenziali» (Corte Cost., sent. n. 326 del 2008). In altri, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di disposizioni statali che, imponendo a tutte le amministrazioni, quindi anche a quelle regionali, di sciogliere o privatizzare le società pubbliche strumentali, sottraevano alle medesime la scelta in ordine alle modalità organizzative di svolgimento delle attività di produzione di beni o servizi strumentali alle proprie finalità istituzionali, violando la competenza legislativa regionale residuale in materia di organizzazione amministrativa regionale (Corte Cost., sent. n. 229 del 2013). [25] Infatti, la materia delle partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche coinvolge, da un lato, profili pubblicistici, che attengono alle modalità organizzative di espletamento delle funzioni amministrative e dei servizi, perciò riconducibili alla competenza residuale regionale, anche con riguardo alle partecipazioni degli enti locali che non abbiano come oggetto l’espletamento di funzioni fondamentali. Dall’altro lato, però, ogni intervento in materia coinvolge anche profili privatistici, inerenti alla forma delle società partecipate, che trova nel codice civile la sua radice, e aspetti connessi alla tutela della concorrenza, riconducibili alla competenza esclusiva del legislatore statale. La sede preposta alla necessaria integrazione dei suddetti punti di vista e delle diverse esigenze degli enti territoriali coinvolti, è la Conferenza unificata, di cui nel TUSP era richiesto il solo “parere”. [26] La Corte Costituzionale ha precisato che “nel caso di impugnazione di tali disposizioni, si dovrà accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione”. [27] Il supremo organo amministrativo non ha mancato di rilevare l’importanza di “portare a termine le previsioni della l. n. 124 a seguito della sentenza della Corte”, anche “per non far perdere slancio riformatore all’intero disegno: i decreti legislativi interessati dalla sentenza costituiscono, infatti, non soltanto misure di grande rilievo di per sé, ma anche elementi di una riforma complessiva, che risulterebbe meno incisiva se limitata ad alcuni settori” (v. parere Cons. Stato n. 83/2017, in www.giustizia-amministrativa.it). [28] Assai diversa era stata la prima versione del decreto legislativo, in cui si discorreva di “obbligo” per le società di optare per l’amministratore unico, obbligo poi mutato in una più rassicurante “normalità” durante i lavori di stesura del testo definitivo. [29] «I consigli di amministrazione delle società di cui al comma 1 devono essere composti da non più di tre membri. È comunque consentita la nomina di un amministratore unico» (art. 4, comma 4, d.l. 95/2012). «Fermo restando quanto diversamente previsto da specifiche disposizioni di legge e fatta salva la facoltà di nomina di un amministratore unico, i consigli di amministrazione delle altre società a totale partecipazione pubblica, diretta o indiretta, devono essere composti da tre o da cinque membri, tenendo conto della rilevanza e della complessità delle attività svolte» (art. 4, comma 5, d.l. 95/2012, come modificato con l’art. 16, comma 1, lett. b), d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla l. 11 agosto 2014, n. 114). D’altronde, già con la legge finanziaria 2007 si era previsto, oltre al generico richiamo a un emanando «atto di indirizzo volto, ove necessario, al contenimento del numero dei componenti dei consigli di amministrazione delle società non quotate partecipate dal Ministero dell’economia e delle finanze e rispettive società controllate e collegate, al fine di rendere la composizione dei predetti consigli coerente con l’oggetto sociale delle società» (art. 1, comma 465, l. 27 dicembre 2006, n. 296), che «il numero complessivo di componenti del consiglio di amministrazione delle società partecipate totalmente anche in via indiretta da enti locali, non può essere superiore a tre, ovvero a cinque per le società con capitale, interamente versato, pari o superiore all’importo che sarà determinato con decreto», e che nelle società miste il numero massimo di componenti del consiglio di amministrazione designati dai soci pubblici locali comprendendo nel numero anche quelli eventualmente designati dalle regioni non può essere superiore a cinque (art. 1, comma 729, l. 296/2006). [30] A tal riguardo, viene altresì precisato (art. 14, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo) che il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro delegato per la semplificazione e la pubblica amministrazione e con il Ministro dell’economia e delle finanze, volto a disciplinare le modalità di trasmissione dell’elenco del personale eccedente, debba essere adottato previa intesa in Conferenza unificata ai sensi dell’art. 9 d.lgs. 28.8.1997, n. 281.   - >>>>>

Fanelli vuole il posto di Frattura

di GIOVANNI MINICOZZI Non è una indiscrezione ma fonti fidate e attendibilissime hanno confermato la notizia. Michela Fanelli, dopo aver tentato invano di recuperare lo strappo con l’Ulivo 2.0, che di fatto l’ha messa nell’angolo, ha pensato bene di giocare in proprio la partita delle elezioni regionali, ben sapendo che la divisione interna al centro sinistra consegnerà al M5s o al centro destra, se è unito , la vittoria dei collegi di Camera e Senato. Nello scontro, elettoralmente difficile per il suo centro sinistra, la segretaria del PD molisano, ha individuato una possibilità per essere eletta in consiglio regionale e cosi’ è corsa a Roma per proporre la sua candidatura al vertice della Regione con l’idea che in caso di sconfitta, avrebbe la possibilità di ricoprire l’incarico nel consiglio regionale da candidato Presidente perdente qualora la sua mini coalizione raccogliesse almeno il 10% di consensi. L’altra ipotesi è che scaricando Paolo Frattura potrebbe pensare di riunire il PD con l’Ulivo 2.0 e tentare la grande scalata a Palazzo Vitale. Niente male come progetto politico, ma appare impossibile che Ulivo 2.0 dopo aver chiesto la testa di Paolo Frattura possa accettare la candidatura di Michela Fanelli la quale in questi anni ha condiviso tutte le scelte fatte dal governo regionale e contestate dagli ulivisti. Peraltro non è dato sapere quale riscontro abbia ricevuto dai vertici romani l’auto candidata Fanelli e, soprattutto, se la sua mossa da cavalla sia stata concordata o meno con il Presidente uscente Paolo Frattura. Cercheremo di saperne di più nei prossimi giorni ma sembra improbabile che il governatore possa fare un passo indietro per favorire la segretaria del PD da lui premiata con un incarico a futura memoria da 400,000 euro in cinque anni nel nucleo di valutazione della Regione. C’e’ da aggiungere che nel centro sinistra prende sempre più quota anche la candidatura del Rettore Gianmaria Palmieri. Nessuna novità politica infine sul fronte del centro destra dove l’ago della bilancia resta Aldo Patriciello il quale o rientra nella coalizione o sostiene Michela Fanelli nella sua improbabile scalata al vertice della Regione. L’alternativa oer l’eurodeputato di F. I. e’ quella di continuare a sostenere Paolo Frattura, se si ricandidera’. Intanto l’ex governatore Michele Iorio ha riconfermato anche ai vertici romani ,senza se e senza ma, la sua ricandidatura nella corsa per conquistare la Presidenza, mentre il M5s guarda con interesse le divisioni negli altri schieramenti politici.   - >>>>>

Disabili, Facciolla chiarisce il giallo: “Fondi usati per l’assistenza domiciliare”. Da Lattanzio polemiche sterili e cervellotiche

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Rapina a mano armata a Termoli al discount MD di via Corsica. Un uomo con il volto coperto ha fatto irruzione nel supermercato quando ormai stava per chiudere e minacciando la cassiera con una pistola puntata dritta alla tempia si è fatto consegnare i soldi. Poi in tutta fretta è uscito dal discount dove ad attenderlo fuori c’era un complice con l’auto accesa. Sono fuggiti verso sud, direzione Puglia. La cassiera, una donna di 50 anni che è anche la direttrice dell’MD ha avuto un malore per lo choc ed è stato necessario l’intervento del 118. Sul posto anche i carabinieri guidati dal comandante Giuseppe Nestola, che hanno avviato i primi rilievi e poi ascoltato la direttrice nel frattempo dimessa dal San Timoteo dopo alcuni controlli. E’ stata lei a chiamare i carabinieri e i soccorsi subito dopo la rapina. Era sola e stava per chiudere quando c’è stato il colpo. Poche parole pronunciate dal rapinatore, insufficienti a riconoscere un’eventuale inflessione dialettale. Ma ai due malviventi è andata male perché in cassa c’erano poco più di 100 euro. Una telecamera è presente all’interno dell’attività e ha ripreso tutto. I carabinieri sono in attesa di visionare la registrazione, sperando di trovare qualche elemento utile a risalire ai resposnabili della rapina.   - >>>>>

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