Muore schiacciato da una lastra di marmo, incidente sul lavoro a Bojano

Hanno cercato di sollevare quel lastrone di marmo che lo aveva investito. Attimi tremendi, di tensione e di panico. La chiamata al 118 e l’arrivo dei soccorsi in via Molise, in una ditta di marmi e di elettroforniture, appena all’ingresso di Bojano. La corsa in ospedale si è rivelata inutile. Per Michele Calabrese, operaio 43enne di Bojano non c’è stato nulla da fare. Al Cardarelli di Campobasso è arrivato senza vita. Il drammatico incidente si è verificato questa mattina nella città matesina. Cosa sia accaduto nei locali dell’attività che dista poche decine di metri dal passaggio a livello è oggetto di un’indagine aperta dai carabinieri della locale stazione. Pare, dalle notizie che sono circolate, che Calabrese stesse scaricando una lastra di marmo. Un gesto abituale. Per qualche motivo che dovrà essere chiarito, il pesante pannello è scivolato finendo addosso all’operaio che ne è rimasto schiacciato. La gravità della situazione è apparsa subito chiara. Michele Calabrese era un lavoratore, dice chi lo conosceva. L’episodio ha generato sconforto e commozione a Bojano. Un incidente sul lavoro che riapre, ancora una volta, la drammatica pagina delle morti bianche. Un elenco lunghissimo di persone che per lavorare hanno perso la vita    - >>>>>


Gli antidoti più efficaci contro le mafie e la corruzione sono la cultura e l’onestà

di VINCENZO MUSACCHIO La Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise e l’Osservatorio Antimafia del Molise lanciano un appello al fine di provare a sconfiggere il cancro delle mafie e della corruzione. Due piaghe che affliggono l’Italia nel profondo del proprio tessuto sociale, politico ed economico. Vincenzo Musacchio, presidente delle due associazioni, ci conferma: “L’Italia sta affrontando una situazione molto difficile, se non addirittura disperata, dopo alcuni tentennamenti nella lotta senza quartiere alla criminalità organizzata”. ”Le mafie e la corruzione ormai sono divenute pervasive e interessano tutti i livelli delle istituzioni pubbliche e private”. Tra gli ultimi posti della classifica europea dell’indice di percezione della corruzione, c’è proprio il nostro Paese. Su una scala da 0 a 100, in cui il 100 indica l’assenza di corruzione, l’Italia ha ottenuto nel 2018 un punteggio pari a 53. “Si respira un’atmosfera di profonda frustrazione dovuta al predominio mafioso e al livello di corruzione del Paese, se si pensa che su due italiani uno sarebbe corrotto, continua Musacchio”. “In un Paese dove prosperano mafie e corruzione, le aziende straniere ci pensano due volte prima di venire a investire”. A tutto ciò se si aggiunge la crisi profonda in cui è caduta la giustizia italiana, la situazione diventa molto preoccupante. Tramite i mass media ci auspichiamo di poter lanciare la nostra campagna “Liberiamoci dalle catene della mafia e della corruzione”. Le mafie e la corruzione, in Italia, non si manifestano solo nella pratica illecita messa in atto da politici e funzionari disonesti, dobbiamo riconoscerlo, questi mali ormai hanno assunto le sembianze di un vero e proprio cancro metastatizzato che non risparmia nessun settore della società civile. “Non è un caso che Venezia il Mose non funzioni, che a Genova crolli un ponte perché i controlli erano fasulli, ottenuti forse pagando il funzionario di turno che invece avrebbe dovuto supervisionare proprio tali controlli”. Un fenomeno pervasivo e “pianificato” al punto che, ormai le vittime di mafia e di condotte estorsive e corruttive si aspettano sempre di dover pagare una somma in denaro per ottenere un proprio diritto. Una pratica che coinvolge tutti, anche chi dovrebbe contrastare questi fenomeni criminali. Le mafie e la corruzione ormai sono diventate assuefazione! Sono qualcosa che ci entra dentro e al quale ci abituiamo senza rendercene conto o senza voler reagire. Per questo, è importante adottare misure serie e a lungo termine perché non si può pensare di debellare questo virus nel breve periodo. Come in tutte le cose, bisogna cominciare, e come diceva Rita Atria: “Se non vuoi la mafia nel tuo cuore, nella tua vita, comincia a debellare quella che hai dentro di te!” Se non cominciamo noi, non cominceranno neanche quelli che vivono con noi e da noi traggono esempio. Le mafie e la corruzione ci rubano il futuro e lo rubano soprattutto ai nostri figli! Pertanto lanciamo la nostra campagna “Liberiamoci dalle catene della mafia e della corruzione” definendo questi fenomeni criminali una vera e propria “putrefazione della società”. Sarà questa l’iniziativa che la Scuola di Legalità “don Peppe Diana” e l’Osservatorio Antimafia del Molise porteranno in tutte le scuole d’Italia. Proviamo a portare un barlume di speranza ai nostri giovani. Assieme a Daniele Colucci, presidente vicario dell’Osservatorio e Consigliere della Corte di Appello di Napoli, vogliamo reiterare l’invito a unire le forze per eliminare queste piaghe che affliggono la società, “perché il cancro delle mafie e della corruzione non può essere affrontato agendo isolati”. Per debellare questa metastasi che colpisce ormai ogni organo vitale del Paese, “occorre un movimento popolare, un’iniziativa che parta dalla società a ogni livello”. “Noi faremo la nostra parte, ma se ci fermiamo alle dichiarazioni d’intenti, non andremo lontano”. Speriamo che questa iniziativa sia accolta da tutti e ognuno la faccia propria, perché il singolo cittadino da solo è assolutamente impotente di fronte a tutto ciò”. “Auspichiamo che si generi una sensibilità crescente tra la gente e che questa campagna sia solo il punto di partenza di un impegno continuato che vada ben di là di un proclama, diventando un tema prioritario e un impegno concreto nella lotta alle mafie e alla corruzione. La nostra missione è ogni giorno in prima linea, dimostrando ai giovani – come mi ha insegnato il mio maestro Antonino Caponnetto, precisa Musacchio – che la cultura vince sulle mafie e la scuola sull’ignoranza. Con enormi difficoltà proveremo ad insegnare ai giovani che l’illegalità non paga ma i libri e la conoscenza sì.   - >>>>>

Non è (più) la RAI

Di Angelo Persichilli Ho letto recentemente feroci critiche contro il servizio RAI (e non solo) mobilitato contro la Lega e soprattutto Matteo Salvini. Critiche alla RAI ci sono sempre state e, forse, nella maggioranza dei casi, anche giustificate. Personalmente mi associo a queste critiche ma prima è doveroso fare delle precisazioni. Non si può fare di tutte le erbe un fascio. Per esempio, la produzione di RAI- fiction, dei servizi scientifici, culturali e sociali della RAI sono tra i migliori in Europa e possono competere contro qualsiasi emittente nazionale e internazionale, forse a parte quelli della BBC. La TV spazzatura nel settore entertainment è propinata a palate ogni giorno su tutti i canali televisivi privati, con punte che toccano livelli tanto bassi da lasciare allibiti. Tale settore è deteriorato anche in RAI, ma i livelli, soprattutto se paragonati a quelli delle TV private, sono ancora accettabili. Il problema della RAI è uno solo: il servizio giornalistico. Quello RAI è pericolosamente asservito e inferiore a quello della maggioranza dei notiziari del settore privato. A parte qualche eccezione, i servizi giornalisti della RAI sono una estensione dei servizi propagandistici dei partiti politici. Di chi è la colpa? Dei politici o dei giornalisti? Difficile dirlo in quanto diventa sempre più difficile distinguere tra giornalista e politico. Vi sono giornalisti che oggi sono in onda, domani sono deputati e dopodomani ritornano a fare i giornalisti. Ma questi non sono nemmeno i peggiori; vi sono alcuni che cambiano posizione politica rimanendo nello stesso posto. Si limitano a fare i banditori al servizio del partito del governo di turno. Ma questa non è una novità, è stata sempre così. Non dimentichiamoci che il servizio giornalistico della RAI ha mantenuto al potere la Democrazia Cristiana per decenni. Col passare degli anni, col crescere dell’influenza politica dei socialisti e la creazione del centrosinistra, fu affidato loro il secondo canale. Si diceva all’epoca che in RAI entrava un giornalista democristiano, uno socialista e uno bravo. Forese sarà un caso ma il centrosinistra si materializzò all’inizio degli anni ’60 e il secondo canale nacque nel 1961. Ma poi, quando crebbe anche l’influenza al governo dei comunisti, fine anni 70 col compromesso storico, fu creato nel 1979, altra coincidenza, RAI 3 a trazione comunista. E così continuarono ad assumere un democristiano e un socialista ma, per fare posto al comunista, eliminarono quello bravo. Una battuta spiritosa che comunque dà l’idea del ‘giornalismo’ RAI. Ora le cose sono più complicate in quanto non esistono più i partiti politici. Ora si parla di giornalisti “in quota” di questo o quel politico. Insomma, tra politica e giornalismo c’è sempre la stessa simbiosi come quella tra culo e camicia, con la differenza che ora non si sa più chi sia la camicia e chi l’altro. E veniamo alle critiche odierne. Non occorre essere un esperto di giornalismo per capire che ora la RAI è mobilitata contro la Lega e il suo leader Matteo Salvini. Preciso che questa affermazione non può essere interpretata in alcun modo come un appoggio alla politica di Salvini, ma vuole essere solo una denuncia contro chi usa il giornalismo per fare politica. A questo proposito vi sono due notizie: una cattiva e l’altra buona. La cattiva è che a distanza di decenni Il giornalismo RAI è stato e rimane prigioniero della politica. Poco è cambiato e se è cambiato è stato per il peggio. È peggiorata la qualità della classe politica (immaginate al ministero degli Esteri Fanfani e Di Maio) e quella dei giornalisti (non vedo in giro dei Biagi, Montanelli o Bocca). Vi sono state importanti iniziative editoriali di personaggi come De Benedetti, Scalfari o anche Berlusconi, ma le loro iniziative non avevano lo scopo di migliorare la qualità del giornalismo, ma di usare il giornalismo per fare politica. In questo senso l’unica vera iniziativa editoriale per migliorare la qualità del giornalismo è quella di Marco Travaglio e la creazione de Il Fatto. Ovviamente non condivido tutto ciò che scrivono, ma lo spirito giornalistico prevale su tutto. È una voce isolata, ma è l’unica che passa il convento. Questa, come detto, è la cattiva notizia. La buona notizia è che oggi, con la nuova tecnologia, il giornalismo RAI non serve nemmeno per far vincere una elezione comunale in Provincia di Isernia. La RAI, contrariamente a quella pro-democristiana dello scorso secolo, non ha peso politico. I suoi ‘sacerdoti’ parlano al vento e l’elettore forma una sua opinione basandosi su altre fonti di informazioni. Dai canali RAI, dopo la batosta governativa in Umbria, si continua a starnazzare contro Salvini e la Lega, ma ormai è assodato che l’unica persona che può sconfiggere Salvini è…Salvini. Lo ha già fatto e non è detto che non lo rifarà, ma la RAI non c’entra. Le cose sono cambiate, non solo in Italia, ma anche nel resto del mondo. Pensate un po’: se il New York Times, la CNN e tutto il gotha del giornalismo americano non sono riusciti a bloccare la scalata di un agente immobiliare, Donald Trump, alla Casa Bianca, riusciranno gli imbonitori di Via Teulada a bloccare Salvini? Neh…   - >>>>>

Per una nuova città metropolitana

di  SIMONE COSCIA* Mentre il mondo è scosso da problemi come il cambiamento climatico, l’inquinamento globale, i movimenti separatisti, le guerre etniche ed i conseguenti flussi migratori, nella nostra felice Italia, tutti questi argomenti così noiosi li abbiamo sostituiti con i continui gossip tra filo e anti governativi, che ricordano spettacoli teatrali ispirati alla prima scuola Goldoniana. Anche nel Molise il nostro Presidente, ossessionato dal voler diventare commissario di una sanità che si avvia a diventare di “proprietà” dei privati, ci rallegra con vuote e roboanti dichiarazioni, citazioni altisonanti e perfino con vaticini mutuati direttamente dalla sibilla Cumana. A livello locale, infine, troviamo l’autoctona scuola teatrale del Basso Molise, che ultimamente si è cimentata nella farsa dello “scalo ferroviario”, in cui i due attori, principali ma non certo protagonisti, sono l’ex Sindaco Sbrocca ed il Sindaco Roberti. Tentando di seguire le loro dichiarazioni, a parte gli scambi di reciproche accuse, non si ha modo di capire con chiarezza quale sia il progetto complessivo, tanto dell’uno che dell’altro, su un tema strategico non solo per la città di Termoli ma per gran parte della nostra regione. E’ palese che lo scalo ferroviario di Termoli sia un importante snodo logistico per una regione che di certo non brilla per vie di comunicazione, ma che, di contro, è ricolma di continue diatribe politico-campanilistiche, prive di reale consistenza pratica. Dando più importanza all’unione delle stazioni invece che alla prioritaria unione delle popolazioni, si è parlato di spostamento dello scalo ferroviario termolese fuori dal centro cittadino, di interramento dei binari, di eventuali pannelli antirumore, con visioni molto settoriali del problema, come se questo tema lo si potesse relegare ad una mera bega paesana. Senza far tesoro di precedenti esperienze, anche in località non troppo distanti, si è riproposto il tema dell’ “espulsione” della stazione ferroviaria di Termoli dalla città, senza proferir parola sullo spostamento o meno della tratta ferroviaria dal centro e senza indicare quali eventuali altre zone i rumorosi treni dovrebbero “disturbare”. La località indicata, contrada Marinelle, ha indubbi problemi di scarsi collegamenti viari con i quartieri di Termoli e Campomarino, oltre al ben noto problema alluvionale. Su quest’ultimo si è addirittura assistito alla critica alla rovescia verso RFI, rea di voler realizzare un ponte invece di un terrapieno nella valle del Biferno nell’intento di diminuire il rischio “tappo” in caso di un’eventuale esondazione del fiume Biferno. Riteniamo che senza far assumere a tale infrastruttura un ruolo centrale in una città, il suo declino, dovuto al disuso, sarebbe inevitabile, come accaduto alla vicina stazione Vasto-San Salvo. Alla luce del fatto che gli stanziamenti per il raddoppio della tratta pugliese-molisana a binario unico sono stati già interamente ripartiti e che solo una quota molto piccola è stata riservata al tratto “termolese”, risulta evidente che i fondi siano assolutamente insufficienti per uno qualsiasi dei “faraonici” progetti proposti e non vi sia alcuna speranza di far rientrare gli ulteriori milioni necessari all’interno della spesa dell’ormai prossimo cantiere ferroviario. In vista di una richiesta di un adeguato finanziamento per la realizzazione di un progetto separato riguardante il “nodo Termoli” e partendo anche dalla convenzione del 2006 che lo ha per oggetto, sentiamo quindi di dover suggerire un diverso approccio al problema che, attraverso un dibattito anche prolungato, possa essere foriero di cambiamenti di ampia portata nei rapporti tra le comunità del Basso Molise. L’idea della creazione della stazione unica posta tra Termoli e Campomarino assumerebbe infatti contorni nettamente diversi se posta in un ottica di riorganizzazione urbanistica ed amministrativa. Procedendo alla fusione dei due comuni in un’unica istituzione e trasformando il luogo prescelto in un fulcro sia logistico che amministrativo, si potrebbe stabilire di instauravi le varie sedi della nuova istituzione comunale. Si stimolerebbe così una riorganizzazione urbanistica in grado di trasformare la zona in un luogo centrale e mediano fra i “quartieri” della nuova città. Tale nuova istituzione comunale – da costituirsi in controtendenza ai recenti disfacimenti delle Unioni dei Comuni – verrebbe ad assumere anche un ruolo di ben altro spessore all’interno della Regione Molise, bilanciando il peso delle due città sedi di provincia che stanno tentando di spogliare il nostro territorio di ogni servizio, come dimostra anche il nuovo piano sanitario in discussione. Sfruttando anche gli incentivi nazionali destinati ai comuni che si fondono tra loro, si potrebbero implementare servizi amministrativi ancora migliori per la nuova realtà bassomolisana. La nuova dimensione territoriale e di popolazione consentirebbe anche di interloquire con RFI con maggior forza per risolvere il problema del tracciato ferroviario; problema che potrebbe essere ricordato come “scintilla costituente” di una realtà amministrativa in grado di garantire un futuro migliore ai nostri cittadini. Propongo quindi alla comunità ed ai politici di valutare questa idea, affrontando la sua discussione in maniera laica, priva di pregiudizi e di spinte campanilistiche, con l’obiettivo finale di valutarne i costi ed i benefici. Un simile cambiamento che avrà, a mio parere, un impatto molto positivo sulle comunità che faranno parte della nuova citta metropolitana di “BIFERNIA” . *componente assemblea regionale Partito Democratico iscritto associazione Partecipazione Democratica   - >>>>>

Triplo salto mortale carpiato con avvitamento… (purtroppo) a destra

di ARMANDO BARTOLOMEO Benedetto Facebook! Tra cazzeggiamenti vari e fake news, ogni tanto riesci a captare qualche notizia che vale la pena approfondire. Oggi, per esempio, è stata postata la notizia che la deputata eletta in Molise di LeU sembra sia passata nelle file renziane di Italia Viva. E allora? Direte voi, queste sono cose che accadono con tale frequenza che ormai non fanno più notizia. Sicuramente il popolo distratto e disilluso dalla politica non porge nessuna attenzione a fatti di questo genere, ma le migliaia di cittadini molisani, di sinistra, che erano distanti dalla linea neoliberista del PD di qualche anno fa, e che ancora volevano esprimere il proprio consenso elettorale a una formazione politica distante da quelle logiche, questa mattina si sono trovati immersi in un dramma psicopolitico. Ognuno è libero di cambiare idea, a chiunque è data la possibilità di ravvedersi – persino Paolo di Tarso fu fulminato sulla via di Damasco – ma questo è troppo! La nostra eroina è riuscita in un salto mortale carpiato con avvitamento a destra(?) da fare invidia all’orgoglio sportivo di noi italiani: Tania Cagnotto. Comunque, a prima vista, la notizia mi sembrava talmente improbabile che subito ho voluto vederci chiaro chiamando alcuni compagni per farmi confermare quanto da me letto ma, soprattutto, ho cominciato a smanettare sul computer per rintracciare qualche dichiarazione della onorevole, per cercare di indagare sulla sua decisione.  Infatti sul blog di “italia viva” mi è comparsa una sua intervista che però, oltre alle generiche giustificazioni del caso, non diceva nulla che potesse squarciare i miei dubbi, nulla che facesse riferimento agli elettori molisani di LeU e, nel contempo,  dare una parvenza di travaglio ideale e politico, tranne un grossolano riferimento  al differente fascino dei due capigruppo (Boschi e Fornaro) che, pare, abbia contribuito a determinare il passaggio. A questo punto mi sembra giusto ricordare, innanzitutto a me e dopo alla deputata, il sistema elettorale che vige in Italia. Nel nostro Paese si vota con un sistema ibrido (proporzionale con liste bloccate e maggioritario), quindi l’elettore che dà la sua preferenza nel proporzionale vota solo la lista e non può esprimere alcuna preferenze; essendo stata eletta nel proporzionale, a questo punto, gli elettori di LeU avrebbero tutto il diritto di sapere le motivazioni , serie, che hanno indotta la nostra al cambio di casacca. E va bene l’articolo 67 della Costituzione che sancisce che i rappresentanti del popolo in parlamento esercitano la loro funzione “senza vincolo di mandato”, però ci sono dei vincoli morali a cui ognuno deve dare conto. Di conseguenza sarebbero opportune e oneste le dimissioni;  perché appare insopportabile da parte mia e penso anche di tutti coloro che hanno votato a sinistra  rendersi conto che il proprio voto è servito a dare forza a un’idea politica a noi molto lontana. Posso, inoltre, capire il posizionamento personale per una futura carriera politica ma sarebbe bene lasciarne fuori i terzi che sono gli elettori che hanno reso possibile questo improvviso e imprevisto sogno. Purtroppo la Sinistra molisana è figlia di un dio minore,già qualche volta è successo che elegge i propri rappresentanti per dopo trovarseli in un altro schieramento, però è anche inutile piangersi addosso se la causa dei propri mali alberga innanzitutto in se stessi. La paura atavica della sinistra molisana  è non fidarsi dei propri uomini facendo così ricorso, molto spesso, a persone estranee alle proprie pulsioni politiche e alla propria tradizione ideologica. Le gelosie interne, la pratica del “meglio un altro che il mio competitor interno” ci ha portati ai disastri che viviamo attualmente. E’ arrivato il momento che i cosiddetti  grandi dirigenti della schiatta dei “Solone” che hanno affollato la Sinistra molisana dovrebbero fare “mea culpa” e capire, una buona volta per sempre, che le alchimie politiche non fanno più breccia nell’elettorato, la gente ha aperto gli occhi oppure non va a votare e, quei pochi che ci vanno, sono pure ingannati dalle loro dissennate decisioni. Per concludere vorrei che l’onorevole non me ne voglia e capisca che non è una questione personale e di gusti politici, anche se l’onorevole ha dimostrato di essere di bocca buona, ma di rispetto e coerenza; i gusti lasciamoli ai sommelier e ritorniamo al vero significato delle parole:onorevole, colui che è degno di onore   - >>>>>

Grande Fratello? Orwell non si riferiva a Zuckerberg

di ANGELO PERSICHILLI Si parla con preoccupazione della perdita della ‘privacy’ a causa della nuova tecnologia. Si paragona Facebook al Grande Fratello. Andiamoci piano. Primo, la tecnologia non sta invadendo la nostra area privata, sta solo cambiando l’interazione degli individui in un’area pubblica dove, per alcuni, e questo lo capisco, diventa sempre più difficile difendere la propria privacy. Secondo, a parte qualche affinità tecnologica, non regge il paragone tra il Facebook di Mark Zuckerberg e il Grande Fratello di George Orwell. Come è noto, infatti, il termine Grande Fratello fu coniato proprio da Orwell nel suo famoso libro “1984” scritto nel 1948 e pubblicato nel 1949. Chi ha letto il libro sa che quella di Orwell fu una denuncia contro la dittatura, quella sovietica in particolare ma tutte in generale, che usava la tecnologia per limitare la libertà dei cittadini, uccideva il libero pensiero e puniva con la morte coloro che disobbedivano. Il famoso libro di Orwell è stato al centro di molti dibattiti. Lo stesso storico leader dell’ex Partito Comunista, Enrico Berlinguer, nella famosa intervista concessa nel 1983 a Ferdinando Adornato proprio su “1984” e pubblicata sull’Unità, si chiedeva se la ‘profezia’ di Orwell si fosse avverata all’indomani dell’avvento del Macintosh di Steve Jobs dell’83. Molta strada è stata fatta dal 1948, quando Orwell scrisse il libro, e tanta è stata fatta dall’intervista di Berlinguer. Qual è la situazione attuale? C’è confusione per tante ragioni, ma di una cosa sono certo: Facebook e il Grande Fratello di Orwell sono due cose diverse. Il GF di Orwell era uno strumento usato dal regime per spiare, limitare e uccidere. Gli oppositori al regime, spiati dal Grande Fratello, un fantomatico sistema di telecamere e microfoni installato in ogni strada, abitazione e camera da letto senza autorizzazione, venivano uccisi, come Winston, il protagonista di ‘1984’. Facebook è tutt’altra cosa. Mettere una telecamera in una area privata è stato e rimarrà sempre illegale. Se però una coppia decide di baciarsi in pubblico, il concetto di privacy comincia a vacillare. ‘Postare’ una foto di persone che camminano a Piazza Navona, non credo sia illegale o ‘invasivo’; potrebbero vedersi coppie che avrebbero preferito rimanere anonime per nascondere al massimo un paio di corna; ma se si vuole privacy in questo contesto si va in albergo. Ognuno ha la libertà di pubblicare qualsiasi cosa che sia già pubblica, è stato sempre così. Se alcune persone si ferma proprio davanti al tavolo del ristorante dove sto pranzando per farsi un selfie (vedere foto a corredo di questo articolo), il diritto alla loro privacy va a scontrarsi col mio diritto di fare foto in un luogo pubblico (da non confondere con lo stalking) e di farne qualsiasi uso legale. Stesso discorso per una protesta contro una foto celebrativa con gli amici messa su Facebook o Instagram e che qualcuno avrebbe preferito fosse rimasta ‘privata’. Se la protesta arriva dal festeggiato, posso capirlo. Accadeva anche nel passato che si organizzavano incontri ma si chiedeva di non fare foto. Diverso invece se è il festeggiato a ‘postare’ la foto nonostante l’opposizione di qualche invitato. Come si vede si tratta di preferenze personali e non di interferenze nella privacy o, come era nel caso di Orwell, di limitazione della libertà e incolumità personale. Ora, come nel passato, si tratta di applicare la discrezione anche se, con la nuova tecnologia, è tutto più difficile. Concordo invece con quelli che criticano l’abuso di Facebook o di Instagram con frivoli e ridicoli avvenimenti personali da esporre al pubblico. Per esempio, trovo sempre più puerile (a meno di motivi particolari) la pubblicazione della tipica foto con alle spalle Piazza S. Pietro, il solito piatto di fettuccine con i funghi, come se fossimo gli unici ad essere stati a S. Pietro, degustato fettuccine, oppure volato a New York tanto da segnalare la nostra partenza e itinerario su Facebook come se stessimo per partire per Marte. Anche in questo caso comunque, è nel loro diritto e, se non ci interessa, si può togliere l’‘amicizia’ o evitare di guardare. La gente che ci ‘spia’ su Facebook non lo fa in modo illegale e segreto, ma ha chiesto educatamente l’amicizia che noi abbiamo liberamente concesso e possiamo ritirare in qualsiasi momento. La nostra privacy non è in pericolo ma sta cambiando, soprattutto sta cambiando il modo di interagire con gli altri. Il ‘quando’ lo ha già deciso la tecnologia, cioè ora; il ‘come’ sta a noi stabilirlo, tenendo presente che bisogna rispettare anche le libertà altrui. Certo, la nuova tecnologia può innescare qualche deriva anarchica, ma credo che sia solo la nostra iniziale e temporanea incapacità di usarla. Una sola cosa è sicura: bisogna smettere di collegare Facebook e Instagram al Grande Fratello di Orwell. Quest’ultimo parlava di uno strumento di dittatura, la nuova tecnologia è uno strumento di democrazia. Al massimo possiamo paragonarlo al Grande Fratello di Canale 5, ma anche in quel caso, a parte il pericolo di essere esposti a cretinate radioattive, gli ospiti entrano volontariamente nella casa sapendo di essere spiati, mentre noi spioni possiamo evitare di spiare cambiando canale.   - >>>>>

Sentenza esemplare, scagionato il giornalista Giovanni Minicozzi. Il Gip Veronica D’Agnone: “Se la notizia è vera non c’è diffamazione”

Di MANUELA PETESCIA Una ordinanza che garantisce la categoria professionale, quella emessa dal giudice del Tribunale di Campobasso, Veronica D’Agnone con la quale archivia un procedimento per diffamazione a carico del nostro giornalista Giovanni Minicozzi. Nel caso in questione l’allora consigliere regionale di centrosinistra, Salvatore Ciocca, aveva denunciato un servizio televisivo andato in onda il 23 gennaio del 2018,  nel quale il giornalista salutava con favore la mancata approvazione di un emendamento che prevedeva la modifica dell’assetto societario di Molise Acque, emendamento proposto, appunto, da Ciocca. Assistito dall’avvocato Arturo Messere, Giovanni Minicozzi è stato prosciolto dalle accuse con una motivazione esemplare che riconosce il diritto di cronaca e di critica in questa regione troppo spesso calpestato dalla politica. “Il giornalista” scrive il giudice Veronica D’Agnone “ha rispettato il requisito della veridicità della notizia ritenendola di interesse pubblico e idonea a sollecitare la critica politica”, mettendo – si spera – un punto fermo a quei rappresentanti delle istituzioni avvezzi a presentare denunce insussistenti al solo scopo di imbavagliare la stampa. Soddisfazione è stata espressa, naturalmente, dall’avvocato Messere e dal team dei suoi collaboratori.   - >>>>>

Presentato a Roma “Ridare la cicuta a Socrate”, il libro di Adele Fraracci e Antonella Presutti

Nella cornice del circolo ufficiale dell’aeronautica militare a Roma si è parlato di Scuola. Un luogo e una platea inusuali per parlarne? Forse No. La condivisione è avvenuta sul terreno del rispetto delle Istituzioni, tra cui nevralgica è risultata proprio la Scuola, baluardo della Costituzione. Le professoresse Adele Fraracci e Antonella Presutti ,autrici del pamphlet “Ridare la cicuta a Socrate”, stanno conducendo la loro battaglia culturale e gli ufficiali, si sa , sono gentiluomini e hanno apprezzato le due donne pugnaci. Possono sembrare due don Chisciotte contro i mulini a vento? In verità ieri sono state identificate come due soldatesse che sanno combattere in difesa, fare Resistenza e andare in attacco. La loro idea è innanzitutto quella di Provare che la scuola è fatto politico: deve interessare tutti, in quanto su essa bisogna investire per il futuro della Nazione. Perciò di scuola si può parlare finanche in un contesto militare. Investire nella istruzione in diritti e doveri, vedere la scuola come comunità da salvaguardare, attraverso il filo rosso della Costituzione, la memoria storica, lo spirito critico e i sentimenti , è quanto ieri si è parlato con passione e cordialità . Moderatore il generale Gian Carlo Naldi, interventi dell’ex sottosegretario alla difesa Generale Mario Arpino e del dottor Pier Luigi Celli, scrittore e tanto altro, il quale ha raccontato la sua lunga esperienza di manager in quella bella industria che era la Olivetti, “le cui pareti erano piene di libri a disposizione dei suoi tecnici e operai”. Un esempio di “industria umana”. Ecco le due “soldatesse” non ci stanno invece a far scivolare la scuola verso la tecnica, il triste destino di semplice agenzia di servizi in cui gli studenti sono ridotti a clienti e finanche di azienda, dove Confindustria, assai distante da quella bella filosofia del lavoro alla Olivetti, “sembra ormai aver aperto sue succursali al Miur”, scrivono le autrici. Il libello eretico o semplicemente autentico, percorso di frizzante ironia, ha divertito e fatto assai riflettere, sicché la Scuola, in compagnia degli ufficiali gentiluomini e delle due autrici, ieri ha convinto: giù le mani dall’istruzione, vietato dare la cicuta allo spirito critico e al dialogo educativo.   - >>>>>

Sanita’, Giustini replica alle polemiche: “Pronto a condividere il Pos con tutti”. Comitati contro la Procura: “Giustizia per Michele”

Di GIOVANNI MINICOZZI   Continua la guerra “Istituzionale” nei confronti del commissario ad Acta alla sanità Angelo Giustini. Questa volta e’ stato il consigliere   regionale del Pd Vittorino Facciolla ad indignarsi per la partecipazione diretta di Giustini al consiglio monotematico sulla sanità tenutosi a Palazzo S.Giorgio  su richiesta del gruppo consiliare dello stesso partito democratico eletto nella città capoluogo di Regione. L’assise si è conclusa con l’approvazione di un articolato documento che ha riproposto la necessità di rilanciare il ruolo della sanità pubblica, di garantire i livelli essenziali di assistenza e di risolvere il grave problema legato alle emergenze-urgenze per patologie tempo dipendenti. In quella sede il commissario Giustini non si è sbottonato  sulla bozza del nuovo piano operativo ma ha dichiarato la sua disponibilità a condividere con tutti i soggetti interessati il Pos 2019-2021. Vittorino Facciolla ha chiesto le dimissioni del commissaro “per aver snobbato il consiglio regionale non accettando l’invito a confrontarsi con Palazzo d’Aimmo” –  ha dichiarato il segretario del Pd  Facciolla. Angelo Giustini,  da noi interpellato,  ha ribadito, invece, che è pronto a discutere e a condividere anche con il consiglio regionale il nuovo piano operativo appena i ministeri competenti daranno il via libera alla bozza in loro possesso. “Non intendiamo snobbare nessuno -ha dichiarato Giustini- tantomeno la massima Istituzione regionale con la quale vogliamo condividere il nuovo assetto della sanità molisana”. Quanto al ritardo sulla tabella di marcia, denunciato dal governatore Donato Toma, il commissario ha spiegato : “Sono i ministeri competenti che prendono tempo per decidere sulle nostre proposte. Basti pensare – ha concluso Giustini – che il via libera sull’accreditamento della ex Cattolica, trasformata in Gemelli Molise S.p.a,  è arrivato dopo tre mesi dalla richiesta”. Sulla questione commissariamento è intervenuto anche il sottosegretario alla presidenza della giunta Quintino Pallante: “Credo che la stagione del commissariamento debba terminare – ha detto all’Ansa . E’  stata pensata diversi anni fa  e non ha prodotto effetti benefici in nessuna Regione”  ha concluso Pallante. Intanto la Procura della Corte dei conti ha convocato i commissari Giustini e Grossi per martedì 15 ottobre sull’inchiesta aperta dai magistrati contabili e relativa ai quattro milioni e duecentomila  euro incassati dalla Regione nel 2018 per addizionali Irap e Irpef e ancora non versati sui conti dell’Asrem. Secondo fonti attendibili la Procura potrebbe ascoltare anche il direttore generale della salute Lolita Gallo e il Presidente Donato Toma. Da segnalare , infine , la protesta dei comitati della sanità del basso Molise contro la Procura di Larino  sulla morte di Michele Cesaride. I manifestanti  hanno affisso un manifesto davanti al tribunale di Larino e davanti agli esercizi commerciali per chiedere giustizia sulla morte prematura del  quarantesettenne  deceduto,  forse per malasanita, ‘ nel mese di luglio del 2018. A distanza di quindici mesi, pero’, nessun procedimento giudiziario e’ stato avviato nei confronti di eventuali responsabili di quella immane tragedia.   - >>>>>

Strade e illuminazione nei piccoli comuni, 7,5 milioni per 47 centri in Molise

Strade e illuminazione, barriere architettoniche e ristrutturazioni. Sono una cinquantina i comuni in Molise nei quali potranno essere finanziati progetti per interventi fino a un tetto di 200mila euro con il nuovo programma che verrà finanziato dal ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Il decreto, emanato l’11 novembre, prevede una copertura finanziaria di sette milioni e mezzo di euro, da ripartire tra i comuni che abbiano non più di 3500 abitanti e inclusi nell’elenco già pubblicato a settembre. Le risorse potranno essere subito impiegate per la manutenzione straordinaria di strade, la manutenzione dell’illuminazione pubblica, il superamento delle barriere architettoniche negli edifici pubblici e l a manutenzione straordinaria delle strutture pubbliche comunali. I soldi sono ripartiti tra i comuni che presentano un indice di vulnerabilità sociale e materiale superiore alla media nazionale. In Molise sono 47, 32 in provincia di Campobasso: Salcito, Morrone del Sannio, San Giovanni in Galdo, Campochiaro, Lucito, Roccavivara, Montemitro, Tavenna, Sant’Angelo Limosano, Fossalto, Pietracatella, San Giuliano di Puglia, Castellino del Biferno, Provvidenti, Monacilioni, Portocannone, Guardialfiera, Mirabello Sannitico, Sepino, Ururi, Jelsi, Pietracupa, San Polo Matese, Montecilfone, Matrice, Ripabottoni, Campolieto, Toro, Macchia Valfortore, Castelmauro, Civitacampomarano, Rotello, e 15 per la provincia di Isernia: Scapoli, Miranda, Santa Maria del Molise, Conca Casale, Belmonte del Sannio, Cerro al Volturno, Rionero Sannitico, Poggio Sannita, Pettoranello di Molise, Macchiagodena, Forlì del Sannio, Sant’Elena Sannita, Roccasicura, Roccamandolfi, Colli a Volturno. La prima fase dell’intervento è sperimentale, ma è verosimile che in seguito saranno reperiti i fondi per i comuni non inseriti in questo primo elenco.   - >>>>>

Sanità e trasporti, manifestazioni a Campobasso di comitati e lavoratori

 Sanita’ e lavoro: oggi davanti alla sede della Giunta regionale a Campobasso, sit in di una delegazione di Comitati e Associazioni a sostegno della sanita’ pubblica di qualita’ e per protestare contro la politica dei tagli nel settore. I partecipanti hanno anche chiesto un incontro al presidente della Regione, Donato Toma, e al neo commissario straordinario dell’Azienda sanitaria regionale (Asrem), Maria Virgina Scafarto. In particolare e’ stata chiesta la modifica sostanziale del nuovo Piano operativo straordinario (Pos) 2019-2021, del quale non c’e’ ancora la versione ufficiale, predisposto dal Commissario ad Acta, Angelo Giustini. Proteste a Palazzo Vitale sede dell’Esecutivo regionale, dunque, ma anche in Consiglio regionale dove c’e’ stato un sit in degli addetti al Trasporto pubblico locale (Tpl) in sciopero oggi per 24 ore. Tra le richieste dei sindacati di categoria di Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Cisal alla classe politica, una profonda riforma del settore in grado di determinare un sistema della mobilita’ efficiente, coordinato ed integrato, che contempli il rispetto di regole e di diritti, anche in materia di sicurezza, per i circa 500 addetti.   - >>>>>

Truffe on line, ancora due persone denunciate dai Carabinieri

La rete nasconde insidie per tutti, dai minori agli anziani. Ad essere maggiormente colpiti da questo fenomeno sono le fasce più deboli. Le forze dell’ordine invitano a fare attenzione, agire con cautela, specie se i siti non sembrano veritieri oppure le richieste pervengono da e-mail i cui indirizzi sono palesemente alterati. Importante, poi, è denunciare tempestivamente in caso di raggiro. E’ recente l’indagine dei Carabinieri di Cercemaggiore che che hanno denunciato due persone per truffa on-line in concorso ai danni di un anziano del paese. Indagine articolata, poiché a luglio l’uomo aveva deciso di vendere su un sito internet tra più utilizzati e visibili un veicolo privato. All’inserzione aveva risposto una persona sconosciuta all’anziano che con fare gentile si era interessato all’auto, chiedendo informazioni precise su chilometraggio, l’ultima revisione, stato delle gomme, modalità di pagamento e possibilità di vedere la macchina. Il venditore, per preservare la compravendita, aveva chiesto una caparra di 250 euro. Accordo fatto. Ma l’uomo interessato all’acquisto ha calato l’asso dopo aver capito che l’anziano non aveva il libretto postale, ma una carta Poste-Pay, su cui ha subito chiesto di poter versare la somma. Lo stratagemma per la truffa è servito. L’anziano ha accettato e gli è stato chiesto cortesemente di recarsi a uno sportello Postamat per verificare se effettivamente avesse avuto la somma. Giunto sul posto è stato di nuovo contattato, al telefono ricevendo le indicazioni e una procedura da eseguire, attraverso cui, però, alla fine è stato lui ad effettuare una ricarica di 250 euro al suo interlocutore, al malvivente, che ad accredito fatto è svanito nel nulla. I Carabinieri sono riusciti, dopo le accurate indagini, a individuare due abruzzesi di 38 e 48 anni, uno intestatario dell’utenza telefonica, l’altro della carta Poste-Pay ricaricata con la frode, autori del raggiro. L’importo della truffa non è esorbitante, ma, ovviamente, un meccanismo simile potrebbe anche portare a rubare cifre più alte. Di qui l’invito alla cautela. Dal comando di Bojano hanno fatto sapere che breve saranno organizzati degli incontri di sensibilizzazione sul tema, rivolti in special modo alle fasce più deboli.   - >>>>>

Sanità, aziende al collasso: l’Asrem non paga da cinque mesi. Molte imprese rischiano di chiudere i battenti

di  ANNA MARIA DI MATTEO Le indicazioni del ministero dello sviluppo economico sono chiare: i pagamenti ai fornitori nel settore della sanità vanno erogati entro e non oltre sessanta giorni. La maggior parte delle regioni italiane si è allineata, il Molise, invece, detiene il primato negativo, con i pagamenti che sforano fino a 150 giorni. Ancora un record negativo che ha ripercussioni pesanti sui bilanci delle aziende che operano nel settore, come quelle ortopediche che forniscono sedie a rotelle, letti ortopedici, protesi, dispositivi per la mobilità. Se i ritardi dovessero perdurare, dicono, si rischia lo stop delle forniture ai pazienti. In sostanza l’Asrem non paga da cinque mesi. Tempi troppo lunghi per le aziende ortopediche, ormai al collasso perché non possono più continuare ad anticipare di tasca propria i pagamenti del materiale sanitario, e le conseguenze ricadranno sugli incolpevoli utenti. Ma i tempi lumaca dell’Asrem si ripercuotono anche su altre aziende, che operano nel settore della sanità. E’ il caso delle imprese che commercializzano prodotti senza glutine. Ed anche in questo caso, la denuncia degli operatori del settore è sempre la stessa: attendono i soldi da oltre cinque mesi. “L’Asrem – è la denuncia di un imprenditore che commercializza prodotti senza glutine – emette buoni spesa nei confronti dei pazienti, che purtroppo sono tantissimi ed in costante aumento, che acquistano gli alimenti nei negozi convenzionati. Le aziende si assumono i debiti dell’Asrem nel momento in cui emettono i buoni spesa che hanno natura di contributo verso i cittadini intolleranti al glutine”, ha concluso il titolare dell’azienda. Non rispettando i tempi nei pagamenti delle fatture, l’Asrem costringe, anche in questo caso, le imprese ad indebitarsi con le banche, pur vantando crediti nei confronti della pubblica amministrazione. E così rischiano di fallire o di chiudere i battenti a causa di ritardi inaccettabili ed ingiustificati.   - >>>>>

Campagna vaccinale al via: disponibili 150mila dosi. Il presidente della Regione Toma: vacciniamoci tutti

di ANNA MARIA DI MATTEO Al via, anche in Molise, la campagna vaccinale per arginare il virus influenzale  che ogni anno mette a letto centinaia di persone. La Regione ha fatto richiesta di 150mila vaccini, già distribuiti ai medici di base oltre che ai centri vaccinali. Nella sede della Giunta regionale la conferenza stampa del governatore Toma, accompagnato dal direttore generale della Salute, Gallo e dal commissario straordinario Asrem Scarfato, per invitare i cittadini, anche quelli che non soffrono di particolari patologie, a vaccinarsi. I vaccini sono gratuiti per gli ultra 65enni e per le persone affette da malattie che necessitano della copertura vaccinale. Ma la conferenza stampa è stata anche l’occasione per annunciare la nomina del nuovo vertice dell’Asrem, prevista prima della fine dell’anno e per ribadire la netta contrarietà nei confronti del Governo sul tema dei commissariamenti. “Chiederò un incontro al ministro Speranza per chiedere lo stesso trattamento che è stato riservato al governatore della Campania De Luca, che, come noto, riveste il ruolo di commissario per il risanamento del settore sanitario, nonostante la sanità campana stia messa molto peggio di quella del Molise”, ha annunciato Toma, intenzionato dunque a non arrendersi e a far valere le sue ragioni in tutte le sedi istituzionali preposte.   - >>>>>

Sanità, Tac rotta a Termoli, al Cardarelli risonanza magnetica nucleare sul piazzale

Le liste d’attesa sono già quello che sono. Tempi fuori logica per analisi diagnostiche spesso decisive, centinaia di giorni per eseguire controlli ed esami. A questo si deve aggiungere anche il sovraccarico di lavoro per macchinari non proprio dell’ultimo grido. A Termoli la rottura della Tac ha mandato in affanno l’ospedale e costretto la direzione sanitaria del San Timoteo a predisporre un piano d’emergenza. I pazienti in attesa di esami sono stati trasferiti in altri ospedali della regione. Alcuni, invece, hanno accettato di essere spostati oltre confine, in Abruzzo e in Puglia. I tecnici dovranno sottoporre il macchinario a delle verifiche prima di ripristinarne la funzionalità. Uno scenario meno complicato, ma pure con qualche fastidio, quello dei pazienti ricoverati al Cardarelli di Campobasso, che dovranno eseguire l’esame della risonanza magnetica nucleare. Gli esami verranno effettuati in un’apparecchiatura mobile sostitutiva, collocata nel piazzale antistante l’ospedale. Il provvedimento, firmato dal commissario straordinario dell’azienda sanitaria, Maria Virginia Scarfato, prevede un accordo di collaborazione con la struttura sanitaria Gemelli spa per garantire la continuità dell’assistenza e limitare al massimo i disagi per l’utenza. Al Cardarelli, infatti, sono iniziati i lavori di adeguamento per l’installazione di una nuova apparecchiatura di risonanza magnetica nei locali della Radiodiagnostica, la durata prevista dei lavori è di circa 120 giorni. Tra 4 mesi la nuova apparecchiatura dovrebbe entrare in funzione   - >>>>>

Concorsi alla Regione, seduta monotematica del Consiglio. Banco di prova per la maggioranza

Si annuncia ad alta tensione, la seduta monotematica del Consiglio regionale, convocata per domani, 12 novembre. Una convocazione che è arrivata in seguito alla richiesta presentata dai consiglieri del Movimento 5Stelle, del Pd e sottoscritta anche dagli esponenti di maggioranza Iorio e Calenda, per fare chiarezza sui concorsi banditi dalla Regione per l’assunzione di dieci dirigenti e di 14 amministrativi. Il presidente della Regione, Donato Toma, finito nella bufera, sarà chiamato a dare risposte sulle procedure seguite per il reclutamento del personale da assumere alla Regione, con contratto a tempo indeterminato. Già la scorsa settimana, in occasione della seduta del Consiglio regionale, la maggioranza, proprio su questo tema, era andata sotto. L’aula, con i voti dell’opposizione e di quelli di tre consiglieri dissidenti, aveva infatti approvato la proposta, presentata da Greco che chiedeva l’annullamento dei bandi destinati all’assunzione dei dirigenti. “In aula – aveva denunciato l’esponente dei 5Stelle – c’è chi ha detto di aver ricevuto i nomi dei vincitori e questo è inaccettabile”, ha concluso Greco che ha annunciato di aver inviato tutta documentazione in Procura. Insomma, è l’accusa del consigliere di opposizione, un concorso fatto su misura, per alcuni dipendenti interni pronti all’avanzamento di carriera, in barba a quella trasparenza e al rispetto della meritocrazia da più parti auspicati. Il voto di martedì scorso ha aperto uno squarcio sull’attuale situazione politica in seno alla maggioranza. Defezioni pericolose rispetto a quella che è la linea del governatore e che possono avere conseguenze pesanti sulla tenuta degli equilibri, già fragili, della coalizione. La seduta di domani rappresenta un banco di prova importante per la maggioranza e soprattutto per il presidente della Regione.   - >>>>>

Morto Fred Bongusto, con le sue canzoni ha portato in giro nel mondo il nome di Campobasso

Non ha mai nascosto il suo amore per Campobasso. Era un ragazzino quando lasciò la città, insieme alla sua chitarra, per provare a fare carriera nel mondo dello spettacolo. Incontrò Gorni Kramer in galleria a Milano: ho scritto una canzone che secondo me sarà un successo – gli disse Fred Bongusto – se non sarà così cambio mestiere. Aveva ragione, perché quella canzone era una rotonda sul mare, il pezzo che lo lanciò nell’olimpo dei grandi. Con Johnny Dorelli, Peppino Di Capri e Nicola Arigliano inaugurò la stagione dei crooner italiani, i cantanti intrattenitori dalla voce calda e suadente. Quell’amore per Campobasso, non sempre ricambiato, era uno dei suoi crucci più grandi. Un amore, in città lo aveva pure lasciato e lui ne aveva tirato fuori uno dei suoi cavalli di battaglia, Frida I suoi amici più stretti conoscevano la destinataria di quella dichiarazione d’amore. Autore di colonne sonore di tanti film, la sua musica ha fatto innamorare milioni di persone. Negli anni ’60 e 70 i suoi maggiori successi, i duetti con Mina, una collaborazione con Chet Baker, la Capannina di Viareggio. Era nato in questa casa di via Marconi, Alfredo figlio di un’ostetrica conosciuta in tutta la città, nel cuore del centro storico. La sua famiglia era tanto numerosa quanto rispettata. Sul retro della casa il Mercato coperto, davanti casa un picco slargo sul marciapiede teatro di tante partite a pallone che Fred aveva pure raccontato, nella canzone ‘Molise puozze esse accise. Sanremo, una produzione discografica monumentale, impossibile citare tutti i successi di Fred: Malaga, Tre settimane da raccontare, Amore fermati, Spaghetti a Detroit. Campobasso non glielo ha mai mostrato appieno, ma la città lo amava e non ha mai dimenticato quel bel ragazzo bruno che ha portato in giro per il mondo il nome della città. E tra le sue cose indimenticabili, come non citare la sigla di speciale per noi con lo straordinario duetto con Minnie Minoprio che fece sobbalzare dalla sedia i vertici della Rai e della politica. Sempre innovativo, trasgressivo, ma mai volgare o sopra le righe. Un campione su cui a Ischia è calato il sipario della vita. Aveva 84 anni.   - >>>>>

Rifiuti tossici nei terreni, dopo l’inchiesta di Fanpage potrebbe essere coinvolto anche il Molise?

di Vincenzo Musacchio, Presidente dell’Osservatorio Antimafia del Molise. Stento davvero a credere che ad oggi ancora nessuno intervenga per evitare che i terreni agricoli destinati a produrre alimenti per le nostre tavole siano sempre più contaminati da rifiuti, anche tossici. Non possiamo continuare a restare in silenzio quando assistiamo ogni giorno a nuovi casi in cui si scopre che – nascondendosi dietro lo schermo di pratiche consentite, quali fertilizzazioni, irrigazioni, compostaggio e utilizzazioni di fanghi da depurazione – imprenditori, industriali ed agricoltori senza scrupoli ottengono ingenti guadagni spargendo sui campi enormi quantitativi di rifiuti di ogni tipo che dovrebbero andare in discariche ad hoc. In deroga a tutte le leggi, al diritto alla salute e al semplice buon senso, gli ignari abitanti delle zone inquinate diventano vittime sacrificali senza saperlo. L’ultimo caso allarmante, che potrebbe coinvolgere anche il nostro Molise – non immune in passato da questi fenomeni criminosi – emerge da una scrupolosa inchiesta di Fanpage e riguarda la Sesa, una società del Comune di Este (Padova) fondata nel 1995 da Sandro Rossato, un imprenditore veneto arrestato per ‘ndrangheta, che gestisce uno dei più grandi impianti di compostaggio di rifiuti urbani (circa settantamila tonnellate di compost all’anno), con un fatturato di circa cento milioni di euro e ricavi annui di oltre otto milioni. Secondo questa inchiesta, Sesa raccoglie gran parte dell’umido non solo dalla provincia ma anche da molte altre parti di Italia, a quanto pare anche in Molise, e lo porta nell’impianto di compostaggio di Ospedaletto Euganeo, dove diventa compost, fertilizzante che viene sversato nei campi messi a disposizione dai contadini italiani. Questo compost sarebbe, tuttavia, al di fuori di ogni specifica di legge, in quanto, come documentato proprio da Fanpage sia visivamente sia con testimonianze ed analisi di laboratorio, conterrebbe parti consistenti di plastica, rame, zinco, idrocarburi, tutto altamente inquinante e tossico. Peraltro, secondo numerose testimonianze di cittadini, i camion versano compost nei campi giorno e notte, in quantità enormi. Tanto è vero che nei dintorni aleggia una puzza insopportabile. Tali camion sono stati visti viaggiare anche nelle autostrade italiane. Cosa trasportavano? Dove venivano scaricati? Nei filmati si vedono anche le colture di questi campi, completamente appassite. A questo punto, c’è una sola cosa da fare. Occorre che polizia ed autorità giudiziaria acquisiscano (se già non l’hanno fatto) immediatamente la documentazione di Fanpage e mettano in moto penetranti ed accurati controlli sull’operato della Sesa, in relazione all’acquisizione ed alla provenienza dei rifiuti, alla loro lavorazione, alla composizione e qualità del compost prodotto, nonché alle modalità del loro spargimento come compost ed ai risultati sul terreno e sulle colture. Non va trascurato neanche il danno al benessere dei cittadini con questo tipo di spargimento. E, con l’occasione, appare necessario verificare se tali materiali siano stati sversati anche in altre regioni italiane e quali e quanti controlli sulla Sesa sono stati fatti negli ultimi anni, con quale esito e con quali provvedimenti conseguenti. Se l’inchiesta Fanpage fosse confermata, c’è solo l’imbarazzo della scelta per le ipotesi di reato collegate: dalle emissioni moleste alla violazione della normativa sui rifiuti, dal traffico illecito di rifiuti all’inquinamento al disastro ambientale. Ed eventualmente, anche l’omessa di denuncia e l’omissione di atti di ufficio. Non dimentichiamoci che secondo le analisi disposte dagli inquirenti già nel 2010 in Molise i fanghi derivanti dal trattamento chimico, furono classificati , in maniera fraudolenta, come fanghi prodotti dal trattamento di acque reflue urbane e, quindi, smaltiti con operazioni di spandimento su oltre duecento ettari di terreno gestiti da aziende agricole del Basso Molise e in mare. Erano notizie davvero sconcertanti. Purtroppo, come spesso accade, le notizie importanti cadono presto nel dimenticatoio. Per questo vogliamo riportare l’attenzione su queste ultime notizie. Perché chi risiede nelle aree potenzialmente minacciate, non deve  assolutamente sottovalutare la pericolosità di quanto si è venuto a sapere dopo l’ottima inchiesta di Fanpage. Personalmente ritengo sia auspicabile individuare eventuali discariche nocive e procedere all’immediata bonifica dei siti inquinati, in quanto pericolose fonti di inquinamento del terreno, delle falde acquifere e potenzialmente causa di gravi patologie anche tumorali. Non dimentichiamoci mai che dietro il traffico dei rifiuti tossici tra Campania, Puglia e Molise c’è sicuramente anche l’ombra tentacolare della criminalità organizzata. VINCENZO MUSACCHIO Giurista e docente di diritto penale in varie Universita’ italiane ed estere Docente di diritto penale presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio in Roma (2011-2012) Presidente dell’ Osservatorio Regionale Antimafia del Molise Direttore Scientifico della Scuola di Legalita’ – don Peppe Diana – di Roma e del Molise   - >>>>>

Stragi di mafia, Campobasso ricorda Falcone e Borsellino nella “Giornata della legalità”

Sono passati 27 anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio e dagli omicidi di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e delle rispettive scorte, ma il rumore del tritolo e il fumo di quella mattanza ancora serpeggiano per le strade d’Italia. Il fenomeno mafioso, che nel frattempo ha cambiato pelle, immagine e metodi, è una piaga di strettissima attualità. E’ il messaggio generale che arriva da un convegno organizzato presso la sala della Costituzione della Provincia di Campobasso dal sindacato di polizia Coisp. Alla “Giornata della legalità” ha partecipato, lontano dalle polemiche, come egli stesso ha sottolineato, anche il Professor Alfredo Galasso, Presidente onorario dell’Associazione Caponnettoe per lungo tempo collaboratore e amico di Falcone e Borsellino. Non solo lotta e contrasto alla mafia sono i temi su cui battersi ma, ha sottolineato, bisogna lavorare sul piano della affermazione e difesa dei diritti. Galasso ha ribadito l’amarezza, la preoccupazione e l’inquietudine per un elemento che si presenta ad ogni omicidio eccellente, quello delle devianze e complicità di apparati dello stato. Oggi, ha aggiunto Galasso, il lascito di professionalità di Falcone è Borsellino rappresenta un esempio a cui fare riferimento.   - >>>>>

Di Iorio Spa: azienda molisana che sfida la crisi con prodotti innovativi e naturali

In un periodo di forte crisi economica, in cui l’emergenza lavoro morde più che mai e le aziende chiudono o annaspano, parlare di coraggio imprenditoriale e di conseguenti successi è anche una iniezione di fiducia. Un raggio di luce confortante, in Molise, è rappresentato dalla Di Iorio Spa, di Frosolone, che produce acque minerali, bevande e liquori. La sua acqua, Molisia, in Cina viene acquistata nelle farmacie per le proprietà salutari, per la leggerezza. Acqua delle sorgenti di Sant’Elena Sannita. La Di Iorio Spa è una delle aziende più longeve d’Italia. Tutto iniziò e si sviluppò quando il 1800 volgeva al termine e il 1900 vedeva la luce, 120 anni fa, grazie all’intuito di Filippo di Iorio. Da Bologna tornò nella sua Frosolone con un bagaglio di esperienze di vita e studi e ricette di liquori fatti in casa, queste ultime avute in dote dalla amata moglie. Un mix che contribuì al successo. Nel suo Molise iniziò a imbottigliare e produrre gassosa. Da Filippo, fino ad arrivare a Gino e Domenico oggi, l’ascesa della Di Iorio Spa è stata continua. I momenti di difficoltà non sono mancati, affrontati però con tenacia, sacrificio, ma anche con competenza e capacità di capire i mutamenti del mercato, di scommettere. Tecnologia, innovazione, senza mai perdere di vista l’ambiente, il territorio e la tradizioni. Questi gli ingredienti principali del successo. Un fatturato di 6 milioni di euro, nonostante la crisi, trend in crescita, +15% di export nel 2018, con prodotti venduti in Canada e soprattutto Stati Uniti e Cina, ma anche in Australia, Oriente e paesi arabi. Nello stabilimento molisano ci sono impianti all’avanguardia, con una attenzione particolare a conservare le caratteristiche organolettiche delle materie prime. La Di Iorio Spa è una delle prime aziende al mondo ad aver utilizzato il metodo del “vuoto in bottiglia”, per una migliore conservazione del prodotto. Un’azienda che guarda al futuro restando al passo con i tempi, senza mai rinnegare ciò che la caratterizza da sempre: la qualità e un prodotto il più naturale possibile. Ora punta su una nuova linea di bevande: ginger ale, ginger beer, lemon, tonica e soda. Senxup, il marchio. Ingredienti 100% naturali. Lo scenario di azione imprenditoriale, in sostanza, è anche un mercato in crescita, quello della mixology, in cui Senxup può dire la sua con autorevolezza. Come fa la Di Iorio Spa da 120 anni, un orgoglio per il Molise e l’Italia.   - >>>>>

Editoria, due pesi e due misure. Federazione Nazionale della stampa e sindacati schierati con i più forti. Il Consiglio di Stato blocca le ingiustizie 

DI GIOVANNI MINICOZZI Ancora polemiche e ricorsi sull’erogazione dei contributi alle Tv locali provenienti dalla legge nazionale modificata ad arte per escludere le emittenti delle piccole regioni. Telemolise e altre testate hanno presentato un ricorso cautelare al Consiglio di Stato contro il provvedimento del Tar del Lazio che aveva sbloccato l’ulteriore 40% (in totale il 90% dell’intero importo relativo all’anno 2016) per liquidare i contributi sempre alle stesse emittenti insediate nelle Regioni con oltre due milioni di abitanti. Il Consiglio di Stato ha sospeso l’efficacia  della decisione del Tar e ha fissato l’udienza di merito per il prossimo 9 maggio. Sulla vicenda è intervenuto, a gamba tesa, il segretario generale della Federazione nazionale della stampa Raffaele Lo Russo, in modo discriminatorio e in favore delle grandi emittenti non considerando affatto i giornalisti che rischiano il posto di lavoro nelle piccole realtà. Immediata la replica degli avvocati Massimo Romano e Pino Ruta che, insieme a Margherita Zezza, hanno patrocinato e vinto il ricorso al Consiglio di Stato. “Non soltanto la Federazione della stampa ma anche Cgil, Cisl, Uil hanno una posizione assolutamente omologa e schiacciata su quella della Confindustria. Adducono motivazioni inerenti la presunta tutela dei giornalisti ma dimenticano che quel 40% accantonato è proprio finalizzato a tutelare la posizione di altri giornalisti altrettanto legittima se non di più rispetto a quella rappresentata dalle grandi emittenti delle grandi Regioni a tutto danno delle grandi emittenti delle piccole Regioni. Quindi, francamente, questo è  un atteggiamento processuale che si commenta da sé. Esiste un’ assonanza di posizioni tra gruppi che sono del tutto eterogenei perché difendono interessi del tutto eterogenei. Basti pensare che per effetto dell’eventuale sblocco di questi contributi ci sarebbe l’assegnazione di decine di milioni di euro in favore di pochi editori, tutti localizzati nelle realtà più ricche del Paese, a tutto danno delle emittenti  delle realtà demograficamente minori nonostante ci siano ben due pronunciamenti del Tribunale amministrativo regionale del Lazio e, oggi, anche del Consiglio di Stato che invece hanno sancito massima prudenza nell’assegnazione di queste risorse perché si ha a che fare non soltanto  con  il delicato comparto dell’informazione ma anche con la tutela di preminenti valori Costituzionali quali il pluralismo informativo” – ha dichiarato l’avvocato Massimo Romano. Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’avvocato Pino Ruta: “Siamo di fronte a un’onda avversa che si è in qualche modo costituita contro i ricorrenti per consolidare  i criteri di aggiudicazione di queste somme, di queste consistenti forme di contribuzione alle Tv locali che noi abbiamo censurato. C’è  stato un primo passaggio presso il Tar del Lazio dove, in qualche modo, il giudice ha seguito il nostro discorso e  ha riconosciuto che c’era questo effetto distorsivo proprio rispetto al criterio del pluralismo. A quel punto il governo ha trasformato il decreto milleproroghe , che conteneva oggettive sperequazioni,   in legge per tentare di sminare i ricorsi e per mantenere i privilegi dei gruppi editoriali più consistenti a danno delle emittenti localizzate nelle regioni più piccole” – ha detto l’avvocato Pino Ruta. Evidentemente la Federazione nazionale della stampa, che dovrebbe rappresentare tutti i giornalisti, si è vergognosamente schierata solo con i grandi gruppi editoriali determinando sperequazioni e iniquità nel comparto giornalistico.   - >>>>>

Editoria, polemiche e colpi bassi. Di Pietro:” Esposto alla Finanza e nuova legge di sistema”

Di GIOVANNI MINICOZZI   Una posizione chiara ed inequivocabile quella di Assostampa Molise che ha annunciato un’azione..

Turismo in flessione, la Uiltucs alla politica: “Basta passerelle, si garantiscano servizi”

Durissimo affondo del segretario regionale della Uiltucs Pasquale Guarracino. ”I dati dell’estate che sta finendo – ha..

Lavoro, sanità e infrastrutture le priorità del Conte bis. Veleni e colpi bassi in Regione

Nelle prossime ore il governo Conte bis entrerà nel pieno delle sue funzioni dopo aver incassato la..

Il testo unico sulle società pubbliche: una occasione colta o perduta?

di Francesco Fimmanò In attuazione della delega conferita dall’articolo 18 della legge 7 agosto 2015, n. 124,[1] il decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 175, Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica, in vigore dallo scorso 20 settembre, cerca per l’ennesima volta di ricondurre a fisiologia un coacervo di disposizioni gemmate negli ultimi 25 anni. Il corpus, al di là delle luci e delle ombre, ha certamente il merito di tentare di mettere a “sistema” una fenomenologia peculiare, interdisciplinare, complessa e figlia di una legislazione a “toppe”, piuttosto che “a tappe”. Al tempo stesso non può che rilevarsi che la sovraregolamentazione appare in molte norme come una sorta di inseguimento tra legislatore e giurisprudenza, con il risultato di sentenze che hanno fatto le veci della legge e una legge che fa le veci delle sentenze. La legislazione di un tempo non dirimeva contrasti giurisprudenziali ma costruiva sistemi di regole per principi e i giudici la interpretavano. Basti pensare che l’espressione normativa più in voga – in materia – negli ultimi anni nel settore che ci occupa è quella di “controllo analogo”. In realtà il legislatore italiano ha usato l’escamotage di far proprie le espressioni usate nella famosa sentenza Teckal della Corte di giustizia U.E. (e in quelle analoghe successive) riguardanti un consorzio tra Comuni, per applicarle a un soggetto giuridico completamente diverso e cioè a una società di capitali. Da questa operazione è nata una serie di equivoci con il “livello comunitario” anche perché a nessun altro Stato nel Continente è venuto in mente di utilizzare lo strumento societario per ragioni “meramente opportunistiche”. A tutto questo aggiungiamo che calare le società di capitali e il loro enorme apparato regolamentare (ipertecnico) in un ambiente normativo giuspubblicistico, dove l’operatore medio neppure immagina che le sole società per azioni (non quotate) sono disciplinate da oltre 650 commi, è stata operazione dagli effetti dirompenti. L’equivoco principale è stato quello riguardante il tipo di disciplina da applicare alle società in mano pubblica, nato in passato dalla errata impostazione secondo cui la partecipazione di una pubblica amministrazione a una società di capitali potesse alterarne la struttura, dando vita a un “tipo” di diritto speciale. In particolare una certa impostazione, ignara delle complessità sistematiche, partendo dal principio della neutralità della forma giuridica rispetto alla natura dello scopo, è arrivata ad attribuire alle società partecipate una connotazione pubblicistica[2], frutto di una sostanziale mutazione genetica nel senso di una riqualificazione del soggetto. In realtà tale impostazione è stata gravemente fuorviante negli anni, in quanto si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c., con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa[3]. In realtà l’uso dello strumento societario a partecipazione pubblica ha avuto spesso finalità meramente segregative. Le pubbliche amministrazioni, incentivate nel tempo dallo stesso legislatore, hanno infatti cercato a tutti i costi, negli ultimi venticinque anni, di creare e poi mantenere la “sacca” del privilegio derivante dall’affidamento diretto della gestione di attività e servizi pubblici a società partecipate, in deroga ai fondamentali principi della concorrenza tra imprese e della trasparenza. In buona sostanza da una parte v’è stata la tendenza ad ampliare l’ambito dei servizi pubblici includendo non solo quelli aventi per oggetto attività economiche incidenti sulla collettività, ma anche quelli riguardanti attività tendenti a promuovere lo sviluppo socio-economico delle comunità locali, fino ad arrivare ad affidare a società partecipate funzioni, che lungi dal rientrare nell’ambito dei servizi pubblici in senso proprio, costituivano tipiche attività istituzionali o strumentali dell’ente[4]. Dall’altra parte è stata incentivata la gestione mediante società partecipate in un’ottica rivolta (solo) formalmente alla aziendalizzazione dei servizi e a una privatizzazione effettiva (come auspicato dal legislatore sin dal 1942)[5], in realtà sostanzialmente diretta a eludere procedimenti a evidenza pubblica e a sottrarre comparti dell’amministrazione ai vincoli di bilancio, anche in considerazione della mancata applicazione, per molti anni, all’ente-capogruppo dei principi di consolidamento di diritto societario a partire dall’elisione delle partite reciproche[6]. Questo processo ha avuto l’effetto di trasformare talora il modello di gestione da strumento di efficienza in strumento di protezione e in taluni casi in escamotage per eludere i c.d. patti di stabilità e le regole di contabilità pubblica.   La Corte dei Conti ha contato, in un momento che sembrava culminante del ciclo espansivo, nell’anno 2008, 5.860 “organismi” partecipati da 5.928 enti pubblici locali con un incremento dell’11,08% rispetto al dato del 2005. Poco meno del 65% di questi organismi partecipati aveva natura societaria con prevalenza delle società per azioni, mentre circa il 35% ha forma giuridica diversa dalla società, in prevalenza consortile[7]. Allo stato, dalle informazioni rilevabili nella banca dati SIQUEL, emerge che il 16,65% dei Comuni (1.340 su 8.047), pari al 7,11% della popolazione nazionale, non è in possesso di partecipazioni societarie, gli organismi rilevati alla data dell’8 luglio 2016 risultano essere 7.181: le analisi sui risultati economici e finanziari, sui servizi affidati e sulle modalità di affidamento hanno riguardato, tuttavia, 4.217 soggetti, per i quali sono disponibili a sistema i dati di bilancio relativi all’esercizio 2014. Ancor più ristretto è il numero di istituzioni per le quali si hanno informazioni sui flussi di entrata e di spesa degli enti affidanti[8]. Gli organismi operanti nei servizi pubblici locali sono numericamente limitati (il 34,72% del totale), pur rappresentando una parte importante del valore della produzione (il 69,34% dell’importo complessivo). Il maggior numero (65,28%) rientra nel novero di quelli che svolgono attività diversificate, definite come “strumentali”[9]. Marcata è la prevalenza degli affidamenti diretti: nonostante la rigidità dei presupposti legittimanti tale procedura, a salvaguardia dei principi della concorrenza, su un totale di 22.342 affidamenti, le gare con impresa terza sono soltanto 150 e gli affidamenti a società mista, con gara a doppio oggetto, 319. Con riferimento agli organismi in perdita nell’ultimo triennio, l’analisi della Corte dei conti mostra come circa un terzo sia a totale partecipazione pubblica, mentre quelli misti a prevalenza privata costituiscono la categoria all’interno della quale le perdite sono più diffuse, con una tendenza al peggioramento dei risultati nell’arco del triennio. Nel referto della Corte v’è anche una ricognizione delle partecipazioni rilevanti ai fini del consolidamento dei conti, ed emerge che, su 700 organismi totalmente pubblici a unico socio (Comune/Provincia), meno della metà sono risultati assoggettabili a consolidamento – sulla base dei parametri indicati dal principio contabile applicato allegato n. 4/4 al d.lgs. n. 118/2011. Di contro, 368 (il 52,6%) non superano la soglia di rilevanza e potrebbero essere consolidati solo se ritenuti significativi dall’ente proprietario, secondo la sua valutazione discrezionale. La gestione finanziaria dimostra una netta prevalenza dei debiti sui crediti in tutti gli organismi esaminati. Nel complesso, i debiti ammontano a 83,3 miliardi, di cui circa un quarto è attribuibile, in sostanza, alle partecipazioni totalitarie. Il rapporto crediti/debiti verso controllanti, nelle partecipazioni pubbliche al 100%, è sbilanciato in favore dei primi. Emerge, quindi, la forte dipendenza delle partecipazioni totalitarie dagli enti controllanti, pur in presenza di un rilevante indebitamento verso terzi. Dall’analisi degli organismi partecipati in via totalitaria da un unico socio emerge, nella gran parte dei casi, che le risorse complessivamente impegnate e pagate dagli enti proprietari tendono a coincidere con l’importo dei valori della produzione degli organismi destinatari delle erogazioni. Abbiamo dunque assistito, per tutte queste ragioni, a un percorso legislativo incoerente, caratterizzato da frequenti ripensamenti, fatta eccezione per una costante: la crescente e progressiva espansione delle società a partecipazione pubblica locale, anche attraverso la trasformazione di aziende speciali, consorzi e istituzioni.   La “storia” del fenomeno comincia nel 1990 con la espressa previsione nella legge n. 142 della società per azioni a partecipazione pubblica maggioritaria[10], passa attraverso l’introduzione della società c.d. minoritaria[11], l’apertura al tipo della S.r.l. e l’incentivo alla trasformazione delle aziende speciali e dei consorzi[12], per subire un provvisorio assestamento nel 2000 con il Testo Unico delle autonomie locali (Tuel) che sistemava organicamente la materia[13]. Nel 2001 il quadro viene virtualmente rivoluzionato con l’introduzione della categoria mai definita dei c.d. servizi industriali e l’introduzione rigorosa, mai attuata, dei principi della concorrenza[14]. Con la contro-riforma del 2003 e la legge finanziaria per il 2004, si arriva infatti a un risultato esattamente opposto[15]. Quest’ultimo intervento, in parte censurato dalla Corte Costituzionale[16], ha suddiviso i servizi in virtù della loro rilevanza economica, in un contesto pesantemente dominato dalla figura della società in house providing e del suo strettissimo collegamento funzionale con l’ente di riferimento. La normativa ha strumentalizzato in modo abile la giurisprudenza comunitaria tanto da far evocare una situazione giuridica di dipendenza organica. Alla originaria disciplina contenuta nell’art. 113 TUEL, infatti, si sono sovrapposti prima l’art. 23 bis del d.l. n. 112/08 (successivamente abrogato con referendum) e poi la successiva disciplina introdotta con il D.L. 138/11 (dichiarata incostituzionale dalla Consulta con la sentenza n. 199 del 20 luglio 2012), per giungere infine al d.l. 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito con l. 17 dicembre 2012 n. 221). Le Sezioni Unite della Cassazione nel 2013 hanno scelto forzatamente di adattare l’impostazione comunitaria, al fine di riconoscere la giurisdizione piena della Corte dei conti sulle azioni di responsabilità agli organi sociali delle società in house[17]. I giudici del Supremo consesso qualificano, in modo in verità opinabile, questo genere di società come una mera articolazione interna della P.A., una sua longa manus al punto che l’affidamento diretto neppure consentirebbe di configurare un rapporto intersoggettivo di talchè l’ente in house “non potrebbe ritenersi terzo rispetto all’amministrazione controllante ma dovrebbe considerarsi come uno dei servizi propri dell’amministrazione stessa”[18]. Le ormai numerose sentenze delle sezioni unite si rifanno tutte alla n. 26283 del 25 novembre 2013, il cui passaggio più forte è quello secondo cui “il velo che normalmente nasconde il socio dietro la società è dunque squarciato: la distinzione tra socio (pubblico) e società (in house) non si realizza più in termini di alterità soggettiva”. L’orientamento ha complicato ancora di più le cose perché molti non hanno inteso che si riferisse solo alla giurisdizione e perdippiù non esclusiva della Corte dei Conti sulle azioni di responsabilità, ma hanno provato a dedurre l’esistenza di una società di tipo pubblico meritevole di uno ius singulare. In realtà si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c. [19], con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa [20]. Viceversa, a parte i casi di società c.d. legali (istituite, trasformate o comunque disciplinate con apposita legge speciale)[21], ci troviamo sempre di fronte a società di diritto comune, in cui pubblico non è l’ente partecipato bensì il soggetto, o alcuni dei soggetti, che vi partecipano e nella quale, perciò, la disciplina pubblicistica che regola il contegno del socio pubblico e quella privatistica che regola il funzionamento della società convivono.     La storia che abbiamo raccontato è singolare: il legislatore italiano ha prima creato un monstrum e poi ha costretto gli interpreti, anche i più raffinati, a riconoscerlo e a ricostruirlo invece di “constatare i fenomeni giuridici quali sono, quali si trovano nel sistema positivo, non negarli o storpiarli per ragioni a priori”[22]. Quanto accaduto appartiene a una tendenza più generale diretta a creare sempre più frequentemente categorie di soggetti i cui rapporti sono regolati da uno ius singulare. Fenomeno deprecabile, in quanto nel migliore dei casi, finisce per originare privilegi, asimmetrie e discriminazioni. In taluni casi, poi, non è tanto la ponderata volontà di sottrarre alla disciplina comune determinati soggetti a spingere il legislatori, bensì l’incapacità a resistere alla pressione di chi, spesso emotivamente o prepotentemente, chiede e invoca questa o quella norma. Ecco che il potere legislativo, si muove talora male e si trasforma, come sul dirsi in una machine a faire lois[23], invece di dettare norme efficienti e cercare nell’armonia del sistema le soluzioni più giuste. Ed eccoci ora alla c.d. Riforma Madia. Servirà? Poteva intervenire in modo più chiaro e tecnicamente corretto su temi tanto delicati? Sicuramente sì. Ma comunque contiene principi importanti ad esempio chiarisce una volta per tutte che una società è una società, non è un tavolo né una sedia, e come tale ad esempio fallisce da chiunque sia partecipata. Una cosa appare evidente che ancora una volta non si è tenuto conto delle specificità ordinamentali e soprattutto disciplinari, ratione materiae. Il diritto pubblico o amministrativo mai potranno entrare appieno nella forma mentis di un societarista o di un fallimentarista e viceversa. E’ ora in corso di pubblicazione il Decreto Legislativo che reca “Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 19 agosto 2016 n. 175, recante testo unico in materia di società a partecipazione pubblica” (c.d. “Decreto Correttivo”).  Si attua in tal modo la delega contenuta nell’art. 16, comma 7, della legge 7 agosto 2015, n. 124 (c.d. legge Madia), il quale, nel disegnare la delega per una complessa operazione di riorganizzazione normativa in materia di amministrazioni pubbliche, prevede che entro dodici mesi dall’entra in vigore dei decreti delegati il Governo avrebbe potuto adottare, appunto, uno o più decreti correttivi. L’intervento integrativo e correttivo, nel caso del TUSP, è dovuto anche a – e ha dovuto tener conto di – quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 251/2016, con la quale è stata ravvista una violazione delle norme costituzionali sul concorso di competenze statali e regionali da parte della citata legge n. 124 del 2015[24]. La Consulta ha in questa sede dichiarato che l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni si sarebbe potuta rimediare, nel rispetto del principio di leale collaborazione, avviando le procedure inerenti all’intesa con Regioni e enti locali nella sede della Conferenza unificata[25]. L’impatto della sentenza, che per qualche settimana ha tenuto col fiato sospeso gli operatori del settore che hanno temuto che essa potesse demolire tutta la riforma, è stato però limitato.  In primo luogo, come la Consulta stessa ha precisato, “le pronunce di illegittimità costituzionale, contenute in questa decisione, sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso, e non si estendono alle relative disposizioni attuative” (ossia ai decreti delegati[26]).  Inoltre, il Consiglio di Stato, con parere n. 83 del 17 gennaio 2017 si è espresso sugli adempimenti da compiere a seguito della sentenza della Corte Costituzionale[27], e ha precisato che il percorso più ragionevole e compatibile con l’impianto della sentenza – postulato anche dalla stessa Consulta – sarebbe stato quello di intervenire con decreti correttivi, previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni, da svolgersi in base alle previsioni di cui all’art. 3 del decreto legislativo 28  agosto  1997,  n.  281  (Definizione  ed  ampliamento  delle  attribuzioni della  Conferenza  permanente  per  i  rapporti  tra  lo  Stato,  le  regioni  e  le  province autonome  di  Trento  e  Bolzano  ed  unificazione,  per  le  materie  ed  i  compiti  di interesse  comune  delle  regioni,  delle  province  e  dei  comuni,  con  la  Conferenza Stato-città ed autonomie locali), in modo da “sanare l’eventuale vizio derivante dal procedimento  originariamente  seguito”, avendo peraltro la  sentenza  “fatto  riferimento  al Governo  (e  non  al  Parlamento)  e  considerato  che  in  alcuni  casi  i  termini  per l’adozione di simili decreti non sono ancora scaduti”. Tra le modifiche senz’altro di maggior rilievo portate dal Decreto Correttivo è quella che riguarda la governance delle società partecipate. Come noto, una delle innovazioni più importanti del nuovo testo unico è quella che stabilisce che “di norma” (e già l’espressione prelude ad eccezioni[28]) l’organo amministrativo debba essere costituito da un amministratore unico (art. 11, comma 2, TUSP). Nell’impianto originario del TUSP, il comma terzo di tale articolo prevedeva che, in deroga al principio appena affermato, un apposito decreto del Presidente del Consiglio, da emanarsi entro sei mesi dall’entrata in vigore del testo unico (quindi entro il 23 marzo 2017), avrebbe dovuto enucleare i criteri secondo i quali “per specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa”, sarebbe stato possibile optare per  un consiglio di amministrazione – composto da un minimo di tre a un massimo di cinque membri – ovvero per i sistemi dualistico o monistico (art. 11, comma 3, TUSP). Con tale previsione si è invertito il criterio in vigore, previsto, da ultimo, nell’art. 4, commi 4 e 5, d.l. 6 luglio 2012 n. 95, conv., con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, in cui l’opzione per l’amministratore unico era consentita, ma residuale[29]. L’art. 7 del Decreto Correttivo è ora intervenuto sostituendo integralmente il comma terzo dell’art. 11 TUSP, che ora recita: “L’assemblea della società a controllo pubblico, con delibera motivata con riguardo a specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa e tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi, può disporre che la società sia amministrata da un consiglio di amministrazione composto da tre o cinque membri, ovvero che sia adottato uno dei sistemi alternativi di amministrazione e controllo previsti dai paragrafi 5 e 6 della sezione VI-bis del capo V del titolo V del libro V del codice civile. La delibera è trasmessa alla sezione della Corte dei Conti competente ai sensi dell’articolo 5, comma 4, e alla struttura di cui all’articolo 15”. Nel quadro attuale, dunque, la scelta per un sistema collegiale di amministrazione (oppure per i modelli dualistico o monistico), è interamente rimessa all’assemblea dei soci, i quali dovranno però giustificare tale scelta per ragioni di adeguatezza organizzativa e “tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi” (requisito, quest’ultimo, che non era posto come criterio per il Dpcm).  In sostanza, il Governo ha ritenuto di preferire un sistema in cui l’adozione dei sistemi di amministrazione e di controllo alternativi all’amministratore unico non fosse eterodeterminata al di fuori della singola compagine societaria. La scelta, inoltre, è servita a rimediare un potenziale corto circuito della previgente formulazione, poiché l’adeguamento degli statuti era fissato al 31 dicembre 2016, mentre il Dpcm avrebbe dovuto essere emanato entro il 23 marzo 2017. Si sarebbe quindi potuta creare una situazione potenzialmente dannosa per quelle società che, diligentemente rispettando il termine per l’adeguamento dello statuto, avesse optato per l’organo monocratico di amministrazione, per poi scoprire che secondo i criteri dettati dal Dpcm avrebbe potuto optare per un sistema collegiale (o per uno dei modelli alternativi di gestione), sobbarcandosi gli oneri procedurali e notarili di una doppia modifica statutaria. Immediatamente collegato al precedente è il tema delle tempistiche prescritte dal TUSP per l’adeguamento degli statuti e per altri adempimenti. Per quanto riguarda il primo, inizialmente fissato al 31 dicembre 2016 dall’art. 26 TUSP, è ora fissato al 31 luglio 2017 dall’art. 15 del Decreto Correttivo. Per quanto attiene invece ai secondi, essi si trovano in vari luoghi del testo. Così, ad esempio, è differito al 31 luglio 2017 il termine, inizialmente fissato al 23 marzo 2017 dall’art. 26 TUSP, per l’adeguamento delle società a controllo pubblico alle disposizioni contenute nell’art. 11, comma 8, TUSP, secondo cui gli amministratori delle società a controllo pubblico non possono essere dipendenti delle amministrazioni pubbliche controllanti o vigilanti (art. 15 Decreto Correttivo)[30]. Ancora, sempre all’art. 26 è introdotto un nuovo comma 12-ter, ai sensi del quale “per le società di cui all’art. 4, comma 8, le disposizioni dell’art. 20 trovano applicazione decorsi 5 anni dalla loro costituzione”. In altre parole, per le società spin off o start up universitarie o di enti di ricerca non vige, per i primi 5 anni di vita, l’obbligo di procedere alla razionalizzazione delle partecipazioni dalle amministrazioni pubbliche. Un differimento di qualche mese è anche previsto per il termine per la ricognizione del personale in servizio, propedeutico all’individuazione di eventuali eccedenze, previsto dall’art. 25, comma 1, TUSP, al 23 marzo 2017, e ora posticipato al 30 giugno 2017 (art. 14, comma 1, lett. a), Decreto Correttivo). Si chiarisce, inoltre, un dubbio interpretativo circa l’applicazione del divieto di nuove assunzioni, esplicitando (art. 14, coma 1, lett. c), Decreto Correttivo) che il periodo di durata del blocco delle nuove assunzioni, stabilito dall’art. 25, comma 4, TUSP, fino al 30 giugno 2018, decorre dalla data di pubblicazione del decreto del personale eccedente di cui alla nota precedente.  Al termine del 30 giugno 2017 (anziché di sei mesi dall’entrata in vigore del TUSP, ossia il 23 marzo 2017) è posticipato anche il termine per la ricognizione di tutte le partecipazioni possedute dalle pubbliche amministrazioni (art. 13, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo – art. 24, comma 1, TUSP).  È stato infine posto modificato il termine per le disposizioni in materia di personale previste dalla normativa vigente (legge 27 dicembre 2013, n. 147), che si applicheranno non più soltanto fino al 23 settembre 2016, ma fino all’entrata in vigore del decreto ministeriale sul personale eccedente di cui all’art. 25, comma 1, TUSP, e comunque non oltre il 31 dicembre 2017 (art. 11 Decreto Correttivo). Un altro importante elemento di novità introdotto dal Decreto Correttivo (art. 5) incide sulle finalità perseguibili dalla p.a. mediante l’acquisizione e la gestione di partecipazioni pubbliche.  Si è più precisamente ampliato il novero delle funzioni perseguibili per le società aventi ad oggetto l’autoproduzione di beni e servizi (di cui all’art. 4, comma 2, lett. d), TUSP), che ora non dovrà essere limita ai beni e servizi strumentali all’ente o degli enti pubblici partecipati, ma potrà riguardare anche lo svolgimento delle funzioni dei predetti enti. È stato previsto, ad integrazione dell’art. 4, comma 7, TUSP, che sono ammesse anche le partecipazioni nelle società aventi per oggetto sociale la produzione di energia da fonti rinnovabili. Ed è stata fatta salva, all’art. 4, comma 8, TUSP, la possibilità per le università di costituire società per la gestione di azienda agricole con funzioni didattiche. Inoltre, al fine di valorizzare il principio di leale collaborazione nei rapporti tra Stato e regioni, come richiesto dalla citata sentenza della Corte Costituzionale, è stato previsto, dall’art. 5, comma 1, lett. d), Decreto Correttivo, che ha modificato l’art. 4 comma 9 TUSP, che il Presidente della Regione possa, con provvedimento adottato ai sensi delle disposizioni regionali e nel rispetto dei principi di trasparenza e pubblicità, deliberare l’esclusione totale o parziale dell’applicazione delle disposizioni dell’art. 4 – attinenti appunto alle limitazioni delle finalità perseguibili mediante acquisizione o gestione di partecipazioni pubbliche – rispetto a singole società a partecipazione regionale. La suddetta esclusione dovrà essere motivata con riferimento alla “misura e qualità della partecipazione pubblica, agli interessi pubblici a essa connessi e al tipo di attività svolta, riconducibile alle finalità di cui al comma 1”. Un tema affine al precedente riguarda la motivazione analitica che l’atto deliberativo di costituzione di una società partecipata o di acquisto di partecipazioni deve riportare ai sensi dell’art. 5 TUSP: l’art. 6 del Decreto Correttivo ha eliminato, al riguardo, il riferimento alla possibilità di destinazione alternativa delle risorse pubbliche impegnate e ha precisato che le modalità della consultazione pubblica sono disciplinate dagli enti locali interessati.  Le scelte legislative di fondo che traspaiono dal Decreto Correttivo si confermano, dunque, muovere essenzialmente su due binari: (i) il rispetto del principio di leale collaborazione tra istituzioni centrali e locali, cui consegue lo spostamento di alcune decisioni nella sfera locale e la necessità dell’intesa della Conferenza unificata in relazione a diversi aspetti disciplinari che potenzialmente impattano sulle partecipate degli enti locali; (ii) lo smorzamento di alcuni oneri motivazionali e di alcuni limiti di operatività, che, insieme con l’ampliamento della libertà di manovra nella costituzione e gestione delle partecipazioni pubbliche, e con il molteplice allungamento dei vari termini per gli adempimenti prescritti dalla nuova normativa, tende alla valorizzazione dell’autonomia delle singole società.         [1] Con l’indicata disposizione il Parlamento ha delegato il Governo a semplificare, attraverso il riordino delle disposizioni nazionali e la creazione di una disciplina generale organica in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche, il relativo quadro di regolazione anche in linea con i principi dettati dalla costante giurisprudenza nazionale e comunitaria, con effetti positivi in termini di valorizzazione della tutela della concorrenza e di generale trasparenza ed efficacia dell’azione amministrativa. [2] Cfr. in particolare Cons. Stato, nn. 1206 e 1207 del 2001 e nn. 4711 del 2002 e 1303 del 2002. [3] Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011. [4] La giurisprudenza ha evidenziato d’altra parte che la qualificazione di servizio pubblico locale spetta a quelle attività caratterizzate sul piano oggettivo dal perseguimento di scopi sociali e di sviluppo della società civile, selezionate in base a scelte, appunto, di carattere eminentemente politico quanto alla destinazione delle risorse economicamente disponibili e all’ambito di intervento e su quello soggettivo dalla riconduzione diretta o indiretta a una figura soggettiva di rilievo pubblico (cfr. Cons. Stato, 13 dicembre 2006 n. 7369; TAR Campania, Napoli,  24 aprile 2008 n. 2533). [5] Nella Relazione al Codice Civile, si legge, in riferimento alle società pubbliche che lo Stato “si assoggetta alla legge della società per azioni per assicurare alla propria gestione maggiore snellezza di forme e nuove possibilità realizzatrici” (Relazione al Codice Civile, n. 998. Artt. 2458 e ss., vecchio testo). [6] L’introduzione del bilancio consolidato civilistico per la holding-ente pubblico poteva rappresentare una scelta funzionale all’indirizzo e al coordinamento dell’intero gruppo pubblico locale (cfr. A. Tredici, Il bilancio consolidato del gruppo pubblico locale quale strumento di programmazione e controllo, in Il controllo nelle società e negli enti, 2006, 256 s.). Solo con il d.lgs. n. 118 del 2011, recante disposizioni in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni, degli enti locali e dei loro organismi, si è previsto che tali enti territoriali adottino «…comuni schemi di bilancio consolidato con i propri enti ed organismi strumentali, aziende, società controllate e partecipate e altri organismi controllati….» (art. 11, comma 1). Tale innovazione che impone (e non facultizza più) l’adozione di un bilancio preventivo (e non solo un conto consuntivo) di tipo consolidato, è stata progressiva nel corso del tempo, mediante la previsione, ai sensi dell’art. 36, d.lgs. cit., di un periodo di sperimentazione biennale (2012-2013), coinvolgente talune amministrazioni pubbliche territoriali prescelte in ragione della loro collocazione geografica e densità demografica, per poi entrare a regime dall’anno finanziario 2014. In tema cfr già F. Fimmanò, L’ordinamento delle società pubbliche tra natura del soggetto e natura dell’attività, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, (a cura di F. Fimmanò), Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 12 s. [7] Alle Sezioni regionali di controllo della Corte compete – come confermato anche dal d.lgs. n. 175/2016, di riordino della disciplina in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche – di monitorare il percorso di razionalizzazione delle partecipazioni e di vigilare sull’effettivo completamento delle procedure di dismissione e/o liquidazione. Le Sezioni, in attuazione della legge di stabilità 2015, hanno già verificato i piani di razionalizzazione, che sono stati presentati da un elevato numero di enti (quasi l’80%). [8] Cfr. Sezione delle Autonomie: Referto su “Gli organismi partecipati degli enti territoriali” Delibera n. 27/SEZAUT/2016/FRG e documenti allegati. [9] Nei 3.076 organismi con fatturato non superiore a 5 milioni operano in media 8,7 dipendenti, a fronte di una media di 56 dipendenti nel complesso di quelli osservati. In 1.279 organismi, di cui 776 società, si registra un numero di dipendenti inferiore a quello degli amministratori. [10] La società mista a prevalente capitale pubblico locale venne prevista per la prima volta dall’art. 22, lettera e) della legge 142 del 1990, (testo poi modificato dall’art. 17, comma 58, legge 15 maggio 1997, n. 127, Bassanini-bis) e la legge non vietava peraltro che la società fosse interamente in mano pubblica. [11] La società mista con partecipazione maggioritaria dei soci privati ha trovato riconoscimento testuale con l’art. 12 della legge n. 498 del 1992, attuata con la normativa regolamentare dettata dal D.p.r. n. 533 del 16 settembre 1996 (al riguardo G.F. Campobasso, La costituzione delle società miste per la gestione dei servizi pubblici locali: profili societari, in Riv. soc., 1998, 390 s., che esamina in particolare gli aspetti della compagine, della scelta dei soci e dello scopo di lucro). [12] Norme contenute nella c.d. legge Bassanini bis (n. 127 del 15 maggio 1997), che all’art. 17, commi 51-58, consentiva agli Enti locali di procedere alla trasformazione delle aziende speciali, deputate alla gestione dei servizi pubblici, in società per azioni o a responsabilità limitata con capitale misto, pubblico e privato, anche a partecipazione minoritaria. [13] D. lgs. n. 267 del 2000. [14] Articolo 35 della legge n. 448 del 2001. [15] Si tratta in particolare dell’art. 14 del d.l. n. 269 del 30 settembre 2003 «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici», convertito con modificazioni nella l. n. 326 del 2003 (conseguente alle osservazioni della Commissione Europea sul sistema delineatosi con l’entrata in vigore dell’art. 35). [16] Nel luglio del 2004, la Corte Costituzionale accolse in parte il ricorso avanzato dalla regione Toscana e dichiarò illegittimo l’art. 14, comma 1, lett. e), e comma 2, del D.l. 30 settembre 2003, n. 269, conv. nella L. 24 novembre 2003, n. 326, (Corte Cost., 27 luglio 2004, n.272, cfr. al riguardo G. Marchi, I servizi pubblici locali tra potestà legislativa statale e regionale, in Giorn. Dir. Amm., 1, 2005). [17] Cass., Sez. Un., 25 novembre 2013, n. 26283 – Pres. Rovelli – est. Rordorf, in Società, 2014, 55 s. con nota di F. Fimmanò, La giurisdizione sulle “società in house providing”, e in Fallimento, 2014, 33 s., con nota di L. Salvato, Riparto della giurisdizione sulle azioni di responsabilità nei confronti degli organi sociali delle società in house; e poi in scia: Cassazione, Sez. Un., 16 dicembre 2013 n. 27993;  Cass., Sez. Un., 26 marzo 2014, n. 7177 – Pres. Rovelli – est. Macioce; Cass., Sez. Un., 24 ottobre 2014, n. 22609- Pres. Rovelli – est. D’Ascola. Nello stesso senso ma con approdo opposto Cass., Sez. Un., 10 marzo 2014, n. 5491 – Pres. Rovelli – est. Nobili, in Società, 2014, 953 s. con nota di F. Cerioni; Cass. Sez. Un. n. 26936 del 2 dicembre 2013, che non riconoscono la giurisdizione contabile per l’inesistenza dei tre requisiti individuati: la necessaria appartenenza pubblica del capitale della società (con la previsione statutaria del divieto di cedere a soggetti privati quote della stessa), l’inesistenza di margini di libera agibilità sul mercato (neppure attraverso partecipate e la sottoposizione a controllo analogo (che non può ridursi al potere di nomina degli organi sociali). [18] In buona sostanza la Cassazione ha riprodotto l’orientamento del Consiglio di Stato (Cons. Stato, Adunanza Plenaria, 3 marzo 2008 n. 1, su rimessione di Cons. Stato, Sez. V, 23 ottobre 2007 n. 5587 ; nello stesso senso Cons. Stato, sez. VI, 16 marzo 2009, n. 1555 e prima TAR Valle d’Aosta, 13 dicembre 2007 n. 163; TAR Sicilia, 5 novembre 2007 n. 2511; TAR Piemonte, 4 giugno 2007 n. 2539; TAR Calabria, Catanzaro, 15 febbraio 2007 n. 76 e dopo TAR Campania, Napoli, Sez. I, 28 luglio 2008 n. 9468). Il Consiglio di stato ha sostenuto in particolare che il modello di società mista elaborato, in sede consultiva, con il parere n. 456 delle 2007, rappresenta solo una delle possibili soluzioni delle problematiche connesse alla costituzione di tali società e all’affidamento del servizio alle stesse, anche se, in mancanza di indicazioni precise da parte della normativa e della giurisprudenza comunitaria, non può allo stato essere elaborata una soluzione univoca o un modello definitivo di società mista. In ogni caso, il modello di società costruito con il citato parere non è rinvenibile allorchè il socio non venga scelto mediante procedura a evidenza pubblica nella quale la gestione del servizio sia stata definita e precisata. [19] Al riguardo: G. Visentini, Partecipazioni pubbliche in società di diritto comune e di diritto speciale, Milano, 1979, 4 s.; M. Mazzarelli, La società per azioni con partecipazione comunale, Milano, 1987, 117; G. Marasà, Le «società» senza scopo di lucro, Milano, 1984, 353; P. Spada, La Monte Titoli S.p.a. tra legge ed autonomia statutaria, in Riv. dir. civ., 1987, II, 552. [20] Al riguardo R. Guarino, La causa pubblica nel contratto di società, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di F. Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 131 s. [21] Ci riferiamo agli enti pubblici con mera struttura organizzativa societaria (cfr. al riguardo C. Ibba, Le società «legali», Torino, 1992, 340; Id., La tipologia delle privatizzazioni, in Giur. comm., 2001, 483 s.; Id., Le società “legali” per la valorizzazione, gestione e alienazione dei beni pubblici e per il finanziamento di infrastrutture. Patrimonio dello Stato e infrastrutture s.p.a, in Riv. dir. civ., 2005, II. 447;  e in un’ottica estensiva: G. Napolitano, Soggetti privati «enti pubblici»,in Dir. amm., 2003, 81 s.) previsti, trasformati o costituiti appunto in forma societaria con legge (ad es. l’art. 7 del D. L. 15/4/2002 n. 63, convertito dalla L. 15/6/2002, n. 112, ha istituito la Patrimonio dello Stato S.p.a.; l’rt. 8 del D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito dalla L. 8/8/2002, n. 178, ha gemmato la Coni Servizi s.p.a.; il D. Lgs. 9/1/1999 n. 1, ha istituito Sviluppo Italia s.p.a. poi integrato con altre norme dirette a disciplinarne la governance dell’attuale “Invitalia s.p.a”; l’art. 3, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79, ha previsto la costituzione del Gestore della rete di trasmissione nazionale S.p.a.; l’art. 13, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 ha contemplato la nascita della Sogin s.p.a.; stessa cosa è accaduta per “Gestore del Mercato s.p.a.” ex art. 5, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 e l’Acquirente Unico s.p.a. ex art. 4, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79). In altri casi il legislatore ha trasformato o previsto la trasformazione di enti pubblici in società (così per l’Ente Nazionale per le Strade ex art. 7 D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito in L. 8/8/2002 n. 178; per l’Istituto per i servizi assicurativi del commercio estero Sace ex art. 6 D. L. 30/9/2003, n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326; per l’Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma ex D. Lgs. 17/8/1999 n. 304; per la Cassa Depositi e Prestiti ex art. 5 D.L. 30/9/2003 n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326). [22] È l’avvertimento metodologico già lucidamente espresso da F. Ferrara sr., La teoria della persona giuridica, in Riv. dir. comm., 1911, p. 638. [23] Già con riferimento alla normativa speciale a “toppe” per il diritto sportivo: U. Apice, La società sportiva: dentro o fuori al codice civile, in Dir. fall., 1986, 538 s.; F.Fimmanò, La crisi delle società di calcio professionistico a 10 anni dal caso Napoli, in Gazzetta Forense, 2014, 4, 8 s. [24] In particolare, con riguardo alle previsioni della legge delega riguardanti i principi e criteri direttivi per l’emanazione del TUSP, la Regione Veneto ricorreva sostenendo che le relative disposizioni avrebbero violato gli artt. 117, secondo, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost., “poiché la fissazione di tali principi e criteri eccederebbe dalle competenze statali in materia di «tutela della concorrenza» e di «coordinamento della finanza pubblica», invadendo sfere di competenza regionali. Inoltre, esse violerebbero il principio di leale collaborazione di cui agli artt. 5 e 120 Cost., poiché prescriverebbero, in combinato disposto con il comma 4 dell’art. 16, per l’attuazione della delega, una forma di raccordo con le Regioni – il parere in Conferenza unificata – da ritenersi insufficiente, tenuto conto delle molteplici interferenze con le attribuzioni regionali” (v. Corte Cost., 25.11.2016,  n. 251). Il tema delle società a partecipazione pubblica era già stato oggetto di pronunce da parte del c.d. Giudice delle Leggi. In alcuni casi, la Consulta ha ricondotto le disposizioni inerenti all’attività di società partecipate dalle Regioni e dagli enti locali alla materia dell’«ordinamento civile», di competenza legislativa esclusiva statale, in quanto volte a definire il regime giuridico di soggetti di diritto privato, nonché a quella della «tutela della concorrenza» in considerazione dello scopo di talune disposizioni di «evitare che soggetti dotati di privilegi operino in mercati concorrenziali» (Corte Cost., sent. n. 326 del 2008). In altri, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di disposizioni statali che, imponendo a tutte le amministrazioni, quindi anche a quelle regionali, di sciogliere o privatizzare le società pubbliche strumentali, sottraevano alle medesime la scelta in ordine alle modalità organizzative di svolgimento delle attività di produzione di beni o servizi strumentali alle proprie finalità istituzionali, violando la competenza legislativa regionale residuale in materia di organizzazione amministrativa regionale (Corte Cost., sent. n. 229 del 2013). [25] Infatti, la materia delle partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche coinvolge, da un lato, profili pubblicistici, che attengono alle modalità organizzative di espletamento delle funzioni amministrative e dei servizi, perciò riconducibili alla competenza residuale regionale, anche con riguardo alle partecipazioni degli enti locali che non abbiano come oggetto l’espletamento di funzioni fondamentali. Dall’altro lato, però, ogni intervento in materia coinvolge anche profili privatistici, inerenti alla forma delle società partecipate, che trova nel codice civile la sua radice, e aspetti connessi alla tutela della concorrenza, riconducibili alla competenza esclusiva del legislatore statale. La sede preposta alla necessaria integrazione dei suddetti punti di vista e delle diverse esigenze degli enti territoriali coinvolti, è la Conferenza unificata, di cui nel TUSP era richiesto il solo “parere”. [26] La Corte Costituzionale ha precisato che “nel caso di impugnazione di tali disposizioni, si dovrà accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione”. [27] Il supremo organo amministrativo non ha mancato di rilevare l’importanza di “portare a termine le previsioni della l. n. 124 a seguito della sentenza della Corte”, anche “per non far perdere slancio riformatore all’intero disegno: i decreti legislativi interessati dalla sentenza costituiscono, infatti, non soltanto misure di grande rilievo di per sé, ma anche elementi di una riforma complessiva, che risulterebbe meno incisiva se limitata ad alcuni settori” (v. parere Cons. Stato n. 83/2017, in www.giustizia-amministrativa.it). [28] Assai diversa era stata la prima versione del decreto legislativo, in cui si discorreva di “obbligo” per le società di optare per l’amministratore unico, obbligo poi mutato in una più rassicurante “normalità” durante i lavori di stesura del testo definitivo. [29] «I consigli di amministrazione delle società di cui al comma 1 devono essere composti da non più di tre membri. È comunque consentita la nomina di un amministratore unico» (art. 4, comma 4, d.l. 95/2012). «Fermo restando quanto diversamente previsto da specifiche disposizioni di legge e fatta salva la facoltà di nomina di un amministratore unico, i consigli di amministrazione delle altre società a totale partecipazione pubblica, diretta o indiretta, devono essere composti da tre o da cinque membri, tenendo conto della rilevanza e della complessità delle attività svolte» (art. 4, comma 5, d.l. 95/2012, come modificato con l’art. 16, comma 1, lett. b), d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla l. 11 agosto 2014, n. 114). D’altronde, già con la legge finanziaria 2007 si era previsto, oltre al generico richiamo a un emanando «atto di indirizzo volto, ove necessario, al contenimento del numero dei componenti dei consigli di amministrazione delle società non quotate partecipate dal Ministero dell’economia e delle finanze e rispettive società controllate e collegate, al fine di rendere la composizione dei predetti consigli coerente con l’oggetto sociale delle società» (art. 1, comma 465, l. 27 dicembre 2006, n. 296), che «il numero complessivo di componenti del consiglio di amministrazione delle società partecipate totalmente anche in via indiretta da enti locali, non può essere superiore a tre, ovvero a cinque per le società con capitale, interamente versato, pari o superiore all’importo che sarà determinato con decreto», e che nelle società miste il numero massimo di componenti del consiglio di amministrazione designati dai soci pubblici locali comprendendo nel numero anche quelli eventualmente designati dalle regioni non può essere superiore a cinque (art. 1, comma 729, l. 296/2006). [30] A tal riguardo, viene altresì precisato (art. 14, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo) che il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro delegato per la semplificazione e la pubblica amministrazione e con il Ministro dell’economia e delle finanze, volto a disciplinare le modalità di trasmissione dell’elenco del personale eccedente, debba essere adottato previa intesa in Conferenza unificata ai sensi dell’art. 9 d.lgs. 28.8.1997, n. 281.   - >>>>>

Sanità e trasporti, manifestazioni a Campobasso di comitati e lavoratori

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