Elezioni regionali, partiti e movimenti chiamati all’analisi del voto. Gli assessori della Giunta Toma scelti tra gli eletti

(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({}); Cala il sipario sulle elezioni regionali, si chiude una stagione, quella legata a Paolo di Laura Frattura, e il Molise gira pagina. L’attesa, o la temuta (dipende dai punti di vista) vittoria del Movimento 5 Stelle, guidato da Andrea Greco, non c’è stata. Vince la coalizione di centrodestra e Donato Toma è il nuovo Presidente della Regione Molise. Durissima la sconfitta del centrosinistra, ammessa senza mezzi termini da Carlo Veneziale. Una battaglia esclusivamente di testimonianza quella di Agostino Di Giacomo, rappresentante di CasaPound. IL NUOVO CONSIGLIO REGIONALE Presidente della Regione Molise, Donato Toma. Consiglieri eletti in maggioranza. Forza Italia: Nicola Cavaliere, Armandino D’Egidio, Roberto Di Baggio; Orgoglio Molise: Vincenzo Cotugno, Gialuca Cefaratti; Lega Salvini Molise: Aida Romagnuolo, Filomena Calenda; Popolari per l’Italia: Vincenzo Niro, Andrea Di Lucente; Unione di Centro: Salvatore Micone; Fratelli d’Italia: Quintino Pallante; Iorio per il Molise: Michele Iorio. Consiglieri eletti in minoranza. Movimento 5 Stelle: Andrea Greco, Patrizia Manzo, Angelo Primiani, Vittorio Nola, Valerio Fontana, Fabio De Chirico; Partito Democratico: Vittorino Facciolla, Micaela Fanelli. L’ANALISI DEL VOTO Il responso delle urne è stato chiaro ed inequivocabile: il centrodestra ha conquistato la guida della Regione Molise con uno scarto di circa 9000 voti sul Movimento Cinque Stelle. A Donato Toma sono andati 73229 voti pari ad una percentuale del 43,46%, mentre ad Andrea Greco 64875 voti ed una percentuale del 38,50%. Durissima la sconfitta per il centrosinistra, a Carlo Veneziale vanno solo 28818 voti pari al 17,10% dell’elettorato. Per CasaPound i voti sono rimasti sotto quota mille (707): ad Agostino Di Giacomo è andato solo lo 0,42%. Il dato relativo alle liste assegna al Movimento 5 Stelle il ruolo di primo partito col 31,57% totalizzato dalla lista. Seguono, in una sostanziale posizione di parità, Forza Italia (9,8%) e il PD (9,03). Buona la performance di Orgoglio Molise (8,34%), Lega Salvini Molise (8,23%)  che entra per la prima volta in consiglio regionale con due donne, Popolari per l’Italia (7,12%). Eleggono loro rappresentanti in consiglio anche: Unione di Centro (5,11%), Fratelli d’Italia (4,45%), Iorio per il Molise (3,58). Pur superando lo sbarramento del 3%, restano fuori dall’aula di Palazzo D’Aimmo la formazione di Liberi e Uguali per il Molise (3,29%). Sotto il 3%, e quindi senza rappresentanti in Consiglio, il Movimento Nazionale per la Sovranità (2,70%), Molise 2.0 (2,38%), Unione per il Molise (2,22%), Il Molise di Tutti (1,87%), Il Popolo della Famiglia (0,41), CasaPound (0,33%). LA NUOVA GIUNTA (adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({}); Il neo eletto presidente Toma, già al lavoro per la composizione della nuova Giunta, ha fatto sapere che l’esecutivo regionale sarà composto esclusivamente da assessori scelti tra le liste afferenti alla coalizione. Quindi, per il momento, è da escludere il ricorso ad assessori esterni. La nuova normativa regionale consentirà quindi il ripescaggio dei primi non eletti tra le liste che esprimeranno assessori al loro interno     - >>>>>

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Consiglio regionale al capolinea, legislatura burrascosa da dimenticare. Tra leggi pro casta e delibera bavaglio

di GIOVANNI MINICOZZI Dopo cinque anni di mandato il consiglio regionale di fatto è sciolto e ha perso la sua funzione legislativa. Sono stati cinque anni ,per lo più, infruttuosi sia per le leggi approvate sia per le risposte non date ai tanti lavoratori che hanno manifestato reiteratamente dentro e fuori Palazzo d’Aimmo per tentare di risolvere il dramma del lavoro perso con migliaia di famiglie in difficoltà che non riuscivano e non riescono a mettere insieme sulla tavola il pranzo con la cena. Gam, Zuccherificio, ex Ittierre, korai, settore dell’edilizia, piccole imprese, commercio, turismo, precari della Protezione civile, della sanità, di Molise Dati, Egam, Disabili e chi più ne ha più ne metta. Aziende chiuse e lavoratori abbandonati al loro destino dalla politica regionale che non ha saputo o non ha voluto trovare soluzioni adatte per fronteggiare tante emergenze. Tra le leggi approvate dall’aula spiccano invece le nuove indennità dei consiglieri regionali, la modifica dello Statuto con il quinto assessore, l’incompatibilità tra consigliere e assessore prevista dalla nuova legge elettorale, la legge che ha smantellato ,dì fatto, il servizio di protezione civile, il nuovo piano sanitario approvato con legge dal Parlamento italiano nel silenzio quasi generale del consiglio regionale esauturato da una sua competenza specifica. Per non parlare poi delle consulenze e degli incarichi ad personam concessi dal governo Frattura per centinaia, di migliaia di euro ignorando la professionalità acquisita da funzionari e dirigenti regionali. Ma la ciliegina sulla torta fu messa dall’ ufficio di Presidenza del consiglio regionale con la famigerata delibera “bavaglio ” approvata l’11 Ottobre del 2013 per difendere – scrissero- l’ onorabilità dell’Istituzione regionale. Una delibera di stampo neofascista per tentare di tappare la bocca ai pochi organi di informazione che raccontavano le malefatte relative ai nuovi stipendi e per difendere l’indifendibile sull’indennità dei portaborse poi abrogata a furor di popolo e con l’intervento decisivo delle Iene. Come se non bastasse tutto questo alla fine del mandato, scaduto il 25 Febbraio, la casta di Palazzo d’Aimmo sì è liquidata lo stipendio di Marzo e lo farà anche per il mese di Aprile con un aggravio per le casse pubbliche di oltre cinquecentomila euro. A tal proposito Michele Durante ha ricordato di aver depositato in tutti i Comuni una proposta di legge di iniziativa popolare per evitare che ciò si ripeta nei prossimi anni. Insomma un consiglio regionale da dimenticare in fretta con l’opposizione, M5s compreso ,che non sempre ha svolto il proprio ruolo. Non ci resta che confidare nella nuova classe politica per dare al Molise ciò che merita , ma questo dipende dai Molisani.   - >>>>>

Veneziale “scarica” Frattura: “Da oggi inizia una stagione nuova”. Sui 5 Stelle: “Un bluff proprietà di Casaleggio”

di PASQUALE DI BELLO Prima uscita per Carlo Veneziale. Il candidato unitario del centrosinistra alla Presidenza della Regione Molise si è presentato nel corso di una conferenza stampa e due sono state le linee guida del suo intervento. Un attacco frontale al Movimento 5 Stelle e al Centrodestra, da un lato, è un chiaro segnale di discontinuità rispetto al stagione politica incarnata da Paolo di Laura Frattura dall’altro. “Il Movimento 5 Stelle – ha detto – è un bluff di proprietà dell’azienda di Casaleggio. Ha tradito i suoi elettori. Così come li ha traditi il Centrodestra alleandosi con i grillini”. Il riferimento è alla elezione dei presidenti dei due rami del Parlamento e alle manovre in corso per la formazione del Governo. Accanto a questo prevedibile attacco, il tema politico dominante è la presa di distanza di Veneziale dal suo predecessore: Paolo di Laura Frattura. Veneziale si smarca senza dichiarazioni roboanti ma si smarca e, seppur con un linguaggio da gesuita, lo dice chiaramente: “Oggi inizia una stagione nuova. Il futuro siamo noi. La stagione dei tagli è finita. Noi siamo il terminale dei sogni e dei bisogni delle fasce più fragili della società”. Veneziale interviene anche su due temi scottanti: Sanità e cambi di casacca. Sulla prima la ricetta che porpone è quella di una “Sanità pubblica di qualità”, eliminando alcuni possibili errori dell’assetto attuale. Sul fronte dei cambi di casacca, ovvero del drappello passato dal centrosinistra al centrodestra,la delusione di Veneziale è totale, sul piano politico e su quello personale. Il candidato presidente del centrosinistra si è mostrato sicuro della vittoria. Il suo obiettivo è ricompattare tutto l’elettorato di centrosinistra e attrarre il voto dei delusi dal Centrodestra e dal M5S. Se ci riuscirà lo sapremo il 23 aprile.   - >>>>>

Molise, il saluto della Casta. In Consiglio regionale c’è chi è costato 9000 euro ad intervento

di PASQUALE DI BELLO La Casta se ne va, e se ne va nel peggiore dei modi. Lasciando inevaso il tema degli sprechi e dei privilegi. Quello dei costi della politica è destinato ad essere uno dei temi centrali della prossima legislatura regionale. Chiunque si accinga a governare il Molise, di qualsiasi colorazione e di qualsiasi coalizione, dovrà affrontare seriamente la questione. E’ impensabile continuare a chiedere sacrifici ai cittadini in presenza di odiosi privilegi avverti sempre con maggior fastidio dalla comunità. Ogni consigliere regionale, in questa legislatura, è costato in media oltre 600 mila euro per i cinque anni appena trascorsi. La cifra indicata, è chiaramente stimata al ribasso ed è basata sugli emolumenti base, senza considerare le indennità di carica percepite dai presidenti della Giunta e del Consiglio, da quelli di Commissione, dai Capigruppo, dagli Assessori e dai Componenti dell’ufficio di presidenza. Seicentomila euro è quindi la somma destinata ai consiglieri più poveri (si fa per dire). L’ultimo regalo, in tal senso, la Casta se lo è liquidato lo scorso 26 marzo con oltre 237mila euro destinati al pagamento delle indennità per il mese corrente. Tanto stabilisce la determina direttoriale n. 85 del Consiglio Regionale del Molise. Ciò che però è stupefacente, e rende ancora più odioso il privilegio, è la comparazione tra i dati. Tra i consiglieri uscenti, ce ne sono alcuni che sono costati una cifra esorbitante per ogni intervento reso in aula. C’è chi, per aprire la bocca e magari chiedere i classici 5 minuti di sospensione (cosa frequentissima in alcuni) è costato oltre 4000 euro ad intervento. Ma le cifre lievitano vertiginosamente, risultanto inversamente proporzionali alle volte che si è parlato. Meno parli, più ci costi. E’ questa la regola della Regione Molise che è arrivata a pagare la bellezza di 8695 euro per ogni intervento ad un consigliere regionale che, per decenza e par condicio, ci asteniamo dal citare. Basta fare i conti. L’interessato è intervenuto solo 69 volte in cinque anni. Provate a dividere 600mila per 69, ed il conto è fatto. 8695 euro, arrotondati per difetto. Poscritto. Va considerata, nel calcolo, l’eccezione rappresentata dai due consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle, che hanno rinunciato a parte delle indennità.   - >>>>>

Nulla vale al mondo più della vita. O forse no

di MICHELE MESSERE Oggi vi racconto la storia di alcune persone che ogni giorno, senza indossare il mantello di superman salvano tantissime vite in mare. E’ questa la storia di ”Open Arms”. Open Arms è una ong, cioè un’organizzazione non governativa, nata in Spagna nel 2015. Quest’associazione si propone l’obiettivo di salvare vite in mare e dall’anno in cui è attiva si calcola sia riuscita a salvare all’incirca 14000 vite. Capite?! 14000 anime, 14000 forme di vita, 14000 esseri umani in carne ed ossa, così come lo sono io o come lo siete voi, che sono stati salvati da una morte in mare. Nello specifico voglio raccontarvi la storia che ha visto coinvolta questa ong qualche giorno fa: La mattina del 15 marzo 2018, il centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo di Roma viene avvertito della presenza di alcuni gommoni in difficoltà a 70 miglia dalla costa libica. Lo stesso centro di coordinamento fa partire l’allarme, al cui allarme rispondono due centri di soccorso: Open Arms e la guardia costiera libica. Open arms giunge per prima sul posto, riuscendo anche stavolta a salvare ‘’un paio di centinaia’’ di vite, 281 per l’esattezza. E’ in questo punto della storia che compare il primo antagonista, impersonificato dalla guardia costiera libica ( vedremo in seguito che il vero antagonista della storia sarà un altro). Subito dopo che il salvataggio delle 281 persone era avvenuto, infatti, le barche libiche minacciano ad open arms la restituzione dell’oggetto in questione, cioè le 281 persone: «Dalla motovedetta libica ci chiedono di consegnargli le persone, minacciandoci di morte con le armi. Ma non potevamo renderci partecipi di respingimenti, vietati dalle convenzioni internazionali. Non potevamo consegnare persone contro la loro volontà, sotto minaccia. E le norme internazionali indicano che la priorità è proteggere le vite umane». Cosi’ racconterà successivamente il coordinatore italiano della ong. [per inciso la sfera d’azione della guardia costiera libica deve sussistere entro le 12 miglia dalle coste libiche, qui ci si trovava a 70 miglia, ben oltre il limite sancito e sempre per inciso il rifiuto della ong è stato ben preciso perché la guardia costiera libica è nota per compiere abusi sistematici sui migranti e rientra in un piano ben preciso della detenzione e dello sfruttamento dei migranti. Piano che forse vi racconterò un’altra volta.] Fortunatamente l’ong non demorde e riesce a portare con se le 281 vite fino al comune di Pozzallo, in Italia. Ed è qui che nella nostra fiaba subentra il vero antagonista: lo stato italiano. Ebbene si, perché una volta giunti in Italia i rappresentanti di Open Arms vengono prelevati dalle forze dell’ordine e portati in questura. Iniziano gli interrogatori, ai quali poi subentrano gli avvisi di garanzia e infine il sequestro della nave. ‘’E per quale ragione?’’ voi direte, hanno solamente salvato delle vite come spesso si fa da anni a questa parte. E invece no, perché a causa degli accordi fatti fra Italia e Tripoli, il team leader dell’operazione di soccorso del 15 marzo è stato accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. E la nave è stata successivamente sequestrata non in forza di questa accusa, bensì dell’accusa seguente di ASSOCIAZIONE A DELINQUERE (per la quale è subentrata poi anche la direzione antimafia). Per ora rimane tutto fermo e stabile con queste accuse. E ferma e stabile rimane anche la nave con la quale Open Arms ha salvato migliaia di persone. Ebbene si, il finale di questa storia ancora non è stato scritto. Una cosa voglio aggiungere fra le note della storia: cosa vale di più del principio di solidarietà? Cosa è che vale al mondo più della vita? Io non penso ci sia qualcosa al mondo che valga più della vita. Paradossalmente però, in questi giorni il diritto italiano ha ritenuto che si, esiste qualcosa di più importante del salvare una vita, quattro carte di trattati internazionali valgono sicuramente più di 281 vite salvate. Io invece mi chiedo in che direzione stiamo andando. Forse sarò io a sbagliare. Forse sarò io lo stupido a pensare che tutti dovremmo salvare vite ogni giorno e se non riusciamo a farlo tantomeno non dovremmo ostacolare chi tenta di farlo realmente. Nel frattempo la nave è ferma. E se la nave resta ferma ci sono persone che non potranno essere salvate. Chissà, fra queste persone potreste esserci voi che leggete. Ma no, non è questo il vostro caso, voi state leggendo comodamente dallo schermo del vostro iphone, seduti su di una poltrona. Quindi chi se ne importa della stupida ed inutile nave!   - >>>>>

Villa al mare, Iole Varanese chiede giustizia. Intanto Frattura prova a spaventare Patriciello

Di GIOVANNI MINICOZZI Una storia ancora misteriosa, una pagina nerissima iniziata nel mese di agosto del 2014 che ha coinvolto il vertice della massima istituzione locale, ovvero il Presidente della Regione Paolo Di Laura Frattura. La malcapitata è una brillante signora, Iole Varanese, che nei giorni scorsi ha compiuto 91 anni. In concomitanza con il suo compleanno, Iole Varanese ha scritto una lettera alla stampa e ha sollecitato le autorità giudiziarie competenti. La vicenda è nota. Una villa ubicata sul lungomare nord di Termoli acquistata da una società (PTS Village) per un importo di 320mila euro a fronte di un valore commerciale di almeno 1 milione e 200mila euro. Un paio di anni dopo l’acquisto, il Presidente della Regione Paolo Frattura comprò metà della società PTS Village versando un importo pari a 5mila euro, ovvero la metà del capitale sociale pari a 10mila euro e ottenne l’uso esclusivo della villa con il consenso del socio Gianluigi Torzi. Nel mese di agosto 2014 Frattura impedì l’accesso nella parte della villa, rimasta di proprietà di Iole Varanese, alla legittima affittuaria. Risolto il caso dal Tribunale Civile di Larino, fu necessario l’intervento dell’Ufficiale Giudiziario per riprendere il legittimo possesso, ma la proprietà trovò l’appartamento totalmente devastato da ignoti. Scrive Iole Varanese: “Oggi compio 91 anni e ancora non ho conquistato la serenità perchè sono anni, ormai, che attendo uan giustizia che sembra negata al cittadino qualunque nonostante numerose richieste di aiuto fatte alle autorità competenti (Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, Procura della Repubblica) in tutti questi anni. E’ crescente la delusione e il rammarico, poiché mi ritrovo sempre in attesa. Sto parlando della mia casa di Termoli, distrutta, saccheggiata, devastata, da chi non si è voluto attenere alle decisioni del Tribunale di Larino e ha deciso, o permesso, di agire per rendere impraticabile l’uso della mia casa. E questo mi sembra inaccettabile da parte di una persona che ricopre la più alta carica regionale e che, pertanto, per dovere istituzionale, dovrebbe tutelare i diritti dei cittadini. Del resto, la proprietà principale, e qui mi assumo le responsabilità di quello che scrivo, è stata acquistata in maniera che potrebbe definirsi truffaldina. Dopo numerose richieste di indagini per chiarire il modo di acquisizione di parte della villa, nulla si è mosso. Anzi questo signore, che rappresenta la persona più autorevole del Pd molisano, ha agito tranquillamente da padrone, trincerandosi dietro la sua famosa frase: io so chi mente. Sono anni che aspettiamo spiegazioni da questo signore come da lui annunciato tempo fa quando disse che avrebbe chiarito in conferenza stampa la situazione della villa di Termoli. Ennesima bugia, stiamo ancora aspettando! Questa è democrazia o affarismo che usa il proprio potere? Mi sono permessa di rivolgermi alla stampa locale e in passato anche a quella nazionale, in quanto si tratta di un personaggio pubblico e ho ritenuto utile far sentire la voce di chi non ha voce”. Fin qui la nota di Iole Varanese, ora attendiamo al replica del Presidente Frattura, sempre più impegnato per la sua candidatura e, per cercare di mantenere gli alleati di un tempo, invia perfino messaggi cifrati ad Aldo Patriciello sul riordino del sistema sanitario. Diversi sindaci del Molise, invece, stanno pensando a una lista trasversale con un proprio candidato.   - >>>>>

Regionali, Frattura comanda la quadriglia e il centrodestra cerca un volto nuovo

di GIOVANNI  MINICOZZI Uno spettacolo indecoroso quello offerto dalla politica nostrana in questi giorni. Una politica che non ha saputo sintonizzarsi con gli elettori che cercano il cambiamento e la soluzione dei problemi drammatici che assillano la società molisana. Una politica che, nel chiuso delle stanze, con pochi addetti, alcuni perfino autoreferenziali e senza alcuna rappresentatività, continua a proporre candidati e programmi lontani anni luce dai cittadini. Vedere certe facce sedute intorno ai tavoli delle coalizioni di centrodestra e centrosinistra ha contribuito a far crescere a dismisura il consenso al Movimento 5Stelle. La partita delle Politiche e quella delle Regionali si giocava e si gioca su tre temi fondamentali: lavoro, sanità e infrastrutture ma sembra che nessuno lo abbia capito e i pochi che ne hanno parlato non sono stati giudicati affidabili dagli elettori. Parlare di sanità pubblica, dopo lo smantellamento del sistema sanitario, e vedere intorno al tavolo personaggi che l’hanno distrutta o direttamente coinvolti  non poteva e non può creare consensi. Parlare di lavoro e di infrastrutture e vedere intorno al tavolo coloro che hanno pensato solo ai propri interessi, come Micaela Fanelli con la nota transazione e Paolo Frattura con la realizzazione della metropolitana leggera e con la vicenda Biocom, non poteva e non può creare consenso. Vedere intorno al tavolo i voltagabbana che hanno fatto il triplo salto mortale da destra a sinistra e di nuovo a destra non può creare consenso. In altri casi si tratta di personaggi che decidono le sorti della politica i quali o si sono autoproposti o non hanno vinto mai alcun congresso di partito per espletare l’incarico di rappresentante di qualcosa o di qualcuno perché nominati dall’alto. Sarebbe ora che costoro facessero più attenzione ai meccanismi complessi che si muovono nella società molisana per ridare dignità e prestigio alla politica e per spezzare quel potentato economico-affaristico che da alcuni anni saccheggia il Molise. Parlando di attualità politica e quindi di elezioni regionali dobbiamo segnalare come la confermata indisponibilità del presidente del tribunale di Isernia, Enzo Di Giacomo, persona seria e capace di risollevare le sorti della Regione, e il ‘no grazie’ di Antonio Di Pietro hanno accentuato le difficoltà nella coalizione di centrodestra e in quella di Frattura e Fanelli. Mentre ha ripreso quota la candidatura di Roberto Ruta nell’Ulivo 2.0, l’unico designato da un’assemblea pubblica composta da 1300 delegati e non nel chiuso di una stanza. Il tavolo del centrodestra sta cercando il nominativo del candidato presidente che possa mettere tutti d’accordo e circolano i nomi di Rosario De Matteis, Angela Fusco Perrella, Filoteo Di Sandro, Aida Romagnuolo, Antonio Chieffo, Tecla Boccardo e anche quello, subito rimbalzato in rete, di Manuela Petescia la quale, però, ha fatto sapere di non essere stata contattata da nessuno e di non saperne niente. Paolo Frattura, dal canto suo, cerca di rilanciare la sua candidatura ma il Pd nazionale non intende interferire nelle divisioni del centrosinistra molisano e si mantiene equidistante tra Ruta e il governatore. E’ da sottolineare, infine, come il passo indietro annunciato da Frattura sia stato l’ennesimo bluff. Facendo il paragone con chi comanda il popolare ballo della quadriglia, il governatore prima ha proposto Antonio Di Pietro, poi ha cercato invano l’intesa con Ruta pensando a se stesso e alla fine ha lanciato l’ordine di ‘sciolti si balla’ . Il tutto cercando di convincere sindaci e amministratori convocati all’hotel Rinascimento e alcuni giunti a Campobasso con le auto di servizio targate Protezione civile . Frattura li ha invitati a candidarsi e a ballare la quadriglia ma in molti gli hanno fatto capire che non hanno più nessuna voglia di ballare con lui.   - >>>>>

48, Frattura che parla. Il presidente della Regione pronto al trapasso indietro

di PASQUALE DI BELLO La giornata dell’8 marzo, generalmente dedicata sul piano internazionale alla lotta delle donne per la propria emancipazione, da questa edizione verrà ricordata in Molise anche per un’altra ragione. Il passo indietro di Paolo di Laura Frattura. O almeno quello che sembra tale. Il presidente della Regione Molise, tornato alla realtà dopo la scoppola buscata dal PD in occasione delle elezioni per il rinnovo del Parlamento, pare abbia deciso (il condizionale è d’obbligo) di fare un passo indietro. Per una volta, senza parlare in Gregoriano e riposto l’incenso col quale ha sempre amato affumicarsi, ha detto una cosa condivisibile: “Il mio impegno è finalizzato a favorire l’unità della coalizione – ha detto – con un PD forte e determinato che possa essere protagonista, andando anche oltre la mia candidatura”. A complicare la questione, come ben si può comprendere, è la particella aggiuntiva “anche” dietro alla quale, probabilmente, si nasconde il trucco. D’altronde, se Frattura ha detto una cosa condivisibile, ovvero che egli contempla “anche” l’ipotesi di farsi da parte, ciò non significa che abbia detto una cosa chiara. In questo senso, quello della chiarezza, è stato certamente più limpido Michele Iorio che ha espresso il proprio apprezzamento per la candidatura del giudice Enzo Di Giacomo come punto di sintentisi dell’intero centrodestra. Quello di Iorio, quindi, non è un passo indietro ma bensì uno di lato. La sua è la classica “mossa del cavallo”, quella che consente a Iorio di costituirsi come federatore del centrodestra, di restare nei ranghi regionali da protagonista, e favorire l’ascesa di un nome nuovo nell’agone politico. E poi, tra i due, Iorio e Frattura, c’è una differenza sostanziale. Iorio tutti lo vogliono nella squadra, Frattura tutti lo scansano. Ad ogni modo, con o senza la particella aggiuntiva “anche”, egli politicamente resta e rimarrà sino al 22 aprile, giorno delle elezioni regionali, un morto che parla. Il suo, in ogni caso, non sarebbe un passo ma un trapasso indietro. La sua carriera politica è ormai giunta al capolinea, la sua parabola esaurita, il suo rapporto con i molisani chiuso. Ci rendiamo conto che per Frattura il malcontento di un popolo inferocito da cinque anni di deserto sia un “accidente”, come la peste a Milano per don Ferrante, ma quello del Molise non è un romanzo, come i Promessi Sposi, ma un film dell’orrore. Chi non lo crede, provi ad avvicinarsi alla grata di un qualsiasi marciapiedi. Oltre a udire lo scroscio dell’acqua, potrà scorgere due occhi a pupilla di gatto e qualche palloncino rosso che vaga da solo nell’aria. Se la trama di questi cinque anni di orrore non è di Stephen King, poco ci manca.     - >>>>>

Ruta: “Ulivo 2.0 alternativo al centrodestra, no ad ammucchiate. Con i 5 Stelle solo concorrenti”

di PASQUALE DI BELLO Le parole pronunciate da Roberto Ruta non ammettono dubbi: “Siamo alternativi al centrodestra e concorrenti politici del Movimento 5 Stelle. No ad ammucchiate e grandi coalizioni contro qualcuno”. Interrogato ulteriormente, il senatore uscente del Partito Democratico ha precisato: “Noi non siamo contro il Movimento 5 Stelle”, questo a rimarcare che la sfida effettiva è con il centrodestra che in queste ore sta convergendo in massa sul giudice Di Giacomo. “Con i 5 Stelle – ha precisato Ruta – spesso ho trovato in Senato molti punti di convergenza. In diverse occasioni hanno votato dei miei emendamenti”. A questa sottolineatura, ne è stata aggiunta un’altra: “Noi siamo alternativi anche alla politica dell’arroganza. Una parola che dal nostro vocabolario è abolita. Quindi: zero arroganza – ha detto Ruta che poi ha aggiunto – le parole d’ordine del centrosinistra sono: umiltà e servizio”. Entra quindi nel vivo la campagna elettorale che porterà il Molise all’appuntamento del 22 aprile quando gli elettori saranno chiamati a rinnovare il Consiglio Regionale e ad eleggere il proprio presidente per i prossimi cinque anni. La coalizione dell’Ulivo 2.0 giocherà in quella circostanza un ruolo da protagonista. A dirlo sono i fatti, primo tra tutti la poderosa adunata del 25 febbraio scorso quando stritolate dal gelo mille e trecento persone si diedero appuntamento all’assemblea programmatica che incoronò Ruta e configurò le tesi centrali del programma elettorale. Lo dice anche l’elezione in Parlamento con Liberi e Uguali di Giuseppina Occhionero, parte integrante anch’essa di Ulivo 2.0. La conferenza stampa di Ruta e compagni è servita a lanciare anche una nuova iniziativa: la lista “30 e lode”, destinata a raccogliere le candidature che ruotano intorno a quella fascia d’età. Le candidature potranno essere proposte entro le ore 20 di venerdì prossimo all’indirizzo: molise30elode@gmail.com Il pallottoliere regionale continua a sfornare numeri: il due di Ulivo 2.0 il trenta della lista 30 e lode il cinque del Movimento 5 Stelle. Un terno a cui gli elettori molisani possono aggiungere un numero che va bene a tutti: 48, morto che parla. E’ il numero al quale tutti, politicamente parlando, associano la faccia di Paolo di Laura Frattura. E sarebbe una quaterna da un sacco di soldi.       - >>>>>

Regione, il Movimento 5Stelle pronto a entrare in Consiglio: faremo opposizione costruttiva ma intransigente

Il giorno dopo l’esito delle urne il Movimento 5Stelle ha convocato la stampa per fare un’analisi del voto ma soprattutto per annunciare l’impegno degli eletti in Consiglio regionale, in difesa dei diritti dei molisani, un obiettivo, ha ricordato Andrea Greco, candidato alla presidenza della Regione, che era e resta il punto più importante del programma del Movimento 5Stelle. Il risultato elettorale, anche se non ha consentito la conquista della Regione, è stato comunque esaltante, con sei consiglieri eletti ed oltre il 38% delle preferenze, hanno sottolineato con soddisfazione gli attivisti. Ma non sono mancate le critiche agli avversari, al centrodestra che, è stato detto in conferenza stampa, ha schierato un esercito di candidati per poter raggiungere la vittoria. Nove liste contro una che hanno fatto la differenza a livello di voti. “I centri più grandi come Campobasso e Termoli hanno premiato i 5Stelle – ha sottolineato Greco – mentre dai piccoli comuni non è arrivato il contributo sperato. Quei comuni in cui i voti sono rintracciabili, dove in realtà il voto non è né libero e neppure segreto”, ha proseguito Greco che poi ha annunciato querele nei confronti di quegli organi di informazione che nel corso della campagna elettorale hanno messo in moto la macchina del fango nei suoi confronti e nei confronti di Vittorio Nola, eletto in Consiglio. “La libertà di critica e di informazione va garantita sempre e comunque, la calunnia è altra cosa e va perseguita”, ha assicurato ancora Greco che poi è andato oltre, illustrando quella che sarà la loro posizione in aula. Un’azione costruttiva ma forte e intransigente dei sei consiglieri regionali eletti in Consiglio elettorale. “C’è tanto da fare, i problemi dei molisani non possono attendere i tempi della politica. Chiediamo che il Consiglio entri nella pienezza delle sue funzioni al più presto affinché si possa cominciare a lavorare immediatamente”, hanno concluso i neo eletti a palazzo d’Aimmo, decisi a fari sentire la propria voce e a portare in aula le istanze del territorio. amdm   - >>>>>

Regione, si apre una nuova stagione. Donato Toma: pensiero e azione il nostro motto

di ANNA MARIA DI MATTEO “Pensiero, azione”: è il motto che animerà il nuovo corso della Regione guidata dal neo governatore, Donato Toma. Un’azione che sarà contraddistinta da decisioni condivise e tempi rapidi nell’agire. Il neo governatore lo ha ribadito, dopo averlo detto più volte in campagna elettorale, da candidato, da nuovo presidente della Regione nel corso della conferenza stampa, convocata all’indomani della sua elezione. Si è presentato tranquillo, rilassato, dopo la lunga e impegnativa campagna elettorale e da subito ha messo le cose in chiaro: “Sarò il presidente di tutti, di chi mi ha votato, di chi non mi ha votato ed anche di chi non si è recato alle urne, oltre che dei miei competitors”. Poi, l’annuncio di voler essere subito operativo per avviare quel cambiamento, quel rilancio di una regione che attende da anni di poter ripartire. Ma quello che preme di più a Toma è ridare dignità e rispetto ai cittadini molisani che fino ad oggi sono stati ignorati. Basta con gli annunci, la musica è cambiata, è l’imperativo del neo presidente. Il primo scoglio da superare sarà la composizione della nuova Giunta, ma Toma ha dettato i tempi: entro venti, venticinque giorni dall’insediamento del Consiglio, il nuovo esecutivo sarà pronto. L’orientamento è quello di chiamare in Giunta i consiglieri eletti, sui cui nomi ci saranno scelte condivise con i partiti. Sostegno alle imprese, con lo sblocco delle risorse inspiegabilmente ferme, sanità, settore per il quale spera  di essere nominato commissario nel più breve tempo possibile, rilancio del turismo e del commercio, infrastrutture, con un  ripensamento, ove sia possibile, sul destino della metropolitana leggera. Un’opera costosa e non prioritaria, ha chiarito Toma su cui. ha detto,  dovremo ragionare. Ma la priorità delle priorità per il nuovo governo regionale sarà la solidarietà,  affinché gli ultimi, coloro che non hanno nulla, possano trovare un sostegno concreto, quella speranza che in tanti, troppi hanno ormai perso. Si apre così l’era Toma, resa possibile grazie ad un centrodestra unito che, ha detto il presidente,  ha vinto e convinto.   - >>>>>

Regionali 2018 – Il Molise sceglie Donato Toma alla presidenza della Giunta regionale.

di ANNA MARIA DI MATTEO E’ Donato Toma, candidato del centrodestra,  il nuovo presidente della Regione. Ha sbaragliato i suoi competitors, in particolare Andrea Greco, del Movimento 5Stelle, il più temibile ed il più temuto. L’unico davvero in grado di impensierirlo. In effetti, il Movimento 5Stelle, forte della clamorosa vittoria, in Molise, delle Politiche dello scorso 4 marzo, sembrava godere di un vantaggio consistente. Toma aveva dalla sua una vera e propria corazzata, con ben nove liste a sostegno della sua candidatura. Una sfida avvincente che ha visto praticamente fuori gli altri due candidati: l’assessore uscente Carlo Veneziale, del centrosinistra per il quale non c’è stato storia, come non c’è stata storia per Agostino Di Giacomo candidato di Casapound. Dopo una prima fase in cui c’è stato un testa a testa tra Toma e Greco, col passare delle ore il distacco del candidato del centrodestra da quello del Movimento 5Stelle è cresciuto. E già dal primo mattino s’è capito che Toma ormai aveva la vittoria in tasca. Tra i pentastellati, che per domani hanno convocato una conferenza stampa per analizzare il voto e la sconfitta, c’è delusione ed amarezza per l’esito elettorale. Ci hanno creduto, la vittoria sembrava essere alla portata. “Il Molise ha perso l’importante occasione per voltare pagina”, ha  commentato il consigliere comunale di Campobasso Simone Cretella che, con il neo parlamentare Antonio Federico, si è presentato in sala stampa per parlare con i giornalisti. Ovviamente soddisfatto ma visibilmente teso, Donato Toma che ha preferito parlare di vittoria per i molisani e non sui 5Stelle. “Ora c’è da mettersi al lavoro e capire perché molte risorse destinate al rilancio dee imprese sono ancora bloccate, come gli 80 milioni di euro destinati alla ricostruzione. C’è molto da fare, occorre impegnarsi da subito”, ha concluso il neo governatore.   - >>>>>

Campagna elettorale, chiusura col botto. Scintille tra il Movimento 5 Stelle e Silvio Berlusconi

di GIOVANNI MINICOZZI Come sempre si è chiusa a mezzanotte la campagna elettorale per le elezioni regionali di domenica. I quattro candidati alla presidenza e le liste ad essi collegate hanno tenuto i comizi finali nelle città più importanti della regione. Ma procediamo seguendo l’ordine riportato sulla scheda elettorale. Il primo è l’aspirante governatore della coalizione di centrodestra Donato Toma, che ha concluso la sua campagna elettorale in Piazza Prefettura a Campobasso insieme al presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi. Nel suo intervento Toma ha riproposto il programma di governo illustrandone i punti più qualificanti: lavoro, sanità pubblica, viabilità, opere pubbliche, valorizzazione della risorsa idrica, agricoltura, ambiente e turismo. Sono questi i settori sui quali punta Toma per rilanciare lo sviluppo del Molise, “senza trascurare – ha detto – un’attenzione particolare alle fasce più deboli della società e ai disabili che devono essere aiutati di più e meglio. Sono pronto a governare il Molise e sarò il presidente con le mani libere” ha concluso Toma. Berlusconi, invece, ha attaccato a testa bassa il Movimento 5 stelle definendo i pentastellati persone inaffidabili, che non hanno mai lavorato e che, quindi, non sono in grado di governare né l’Italia né il Molise. “Sono stufo dei veti posti dal Movimento 5 Stelle nei miei confronti – ha detto Berlusconi – e sono pronto a fare il governo con chiunque ma senza l’apporto dei pentastellati”. Il centrodestra si presenta al voto con 9 liste a sostegno di Donato Toma e secondo l’ordine sorteggiato per la scheda elettorale sono: Popolari per l’Italia, Popolo della famiglia, Fratelli d’Italia, Movimento nazionale per la sovranità, Lega di Salvini, Forza Italia, Unione di centro, Orgoglio Molise e Iorio per il Molise. Il candidato presidente del centrosinistra Carlo Veneziale ha concluso la sua campagna elettorale in Piazza Celestino V a Isernia. Veneziale ha ribadito con puntiglio i punti salienti del programma di governo. “Lavoro, lavoro, lavoro – ha sottolineato dal palco – e per crearlo utilizzeremo gli strumenti già programmati per combattere la disoccupazione. E poi sanità pubblica di qualità integrata con le eccellenze accreditate, infrastrutture, salvaguardia dell’ambiente, turismo e agricoltura. Abbiamo risanato i conti in questi anni, ma ora parte una nuova fase che può cambiare in positivo le sorti del Molise” ha concluso Veneziale tra gli applausi dei suoi sostenitori. Il centrosinistra si presenta all’appuntamento elettorale con 5 liste a sostegno dell’aspirante governatore Carlo Veneziale. In ordine di scheda sono: Il Molise di tutti, Molise 2.0, Liberi e Uguali, Unione per il Molise e Partito Democratico. Rush finale anche per il Movimento 5 stelle con il candidato presidente Andrea Greco e tutto lo stato maggiore dei pentastellati che hanno tenuto prima un comizio a Termoli in Piazza Monumento e poi a Campobasso in Piazza Municipio. L’aspirante governatore Andrea Greco ha ribadito i dieci punti del suo programma: lavoro, sostegno alle piccole imprese, sanità pubblica, eliminazione dei vitalizi e dimezzamento delle indennità dei consiglieri regionali, lotta agli sprechi, alla corruzione e alla criminalità, soppressione degli enti inutili, tutela dell’ambiente, valorizzazione del turismo e dei beni culturali, reddito di cittadinanza, sostegno alle famiglie povere e ai diversamente abili con un sistema di welfare rinnovato e incisivo e infine potenziamento della viabilità principale e secondaria. “Manderemo a casa la vecchia classe politica incapace, affarista e intrisa di conflitti di interessi. Una classe politica che ha distrutto il Molise in questi anni” ha tuonato Andrea Greco dal palco. “Vinceremo le elezioni e daremo ai cittadini un governo regionale capace di invertire la rotta” ha concluso l’aspirante presidente. Scintille contro Berlusconi: “Non faremo mai un governo con Forza Italia”, ha sottolineato Alessandro Di Battista.  Andrea Greco è sostenuto da una sola lista, quella del Movimento 5 stelle. Infine Casapound ha concluso la fatica elettorale con il candidato presidente Agostino Di Giacomo e diversi dirigenti locali del movimento che hanno incontrato gli elettori in alcuni comuni del Molise. L’aspirante governatore Agostino Di Giacomo ha sottolineato i punti più importanti del suo programma. Primo tra tutti la creazione di lavoro stabile con assunzioni a tempo indeterminato per azzerare la precarietà insita nei contratti a termine e a chiamata, lotta alla disoccupazione, adeguate politiche sociali per i più deboli, centralità della sanità pubblica, lotta all’immigrazione clandestina e sostegno finanziario per incentivare l’acquisto della prima casa. Anche l’aspirante governatore Agostino Di giacomo è sostenuto da una sola lista, quella di Casapound. Da oggi silenzio elettorale e domenica seggi aperti dalle 7 alle 23. A seguire lo spoglio delle schede per conoscere il nuovo presidente del Molise i nomi dei 20 consiglieri regionali.   - >>>>>

Isernia. Fratoianni: sì a un confronto con i 5 Stelle, no ad accordi con la destra

“Centrodestra e 5 Stelle stanno dando grande importanza e attenzione al Molise, la stampa ha paragonato la vostra regione all’Ohio, perché potrebbe dare delle indicazioni in vista della formazione del nuovo governo. Non vorrei, però, che i molisani scoprano ciò che i cittadini hanno già scoperto in altre regioni. E cioè che pensano solo ai loro interessi. I programmi sono spariti il giorno successivo alle elezioni”. Questo – in sintesi – il messaggio-appello lanciato dal segretario di Sinistra italiana Nicola Fratoianni. É venuto a Isernia per sostenere i candidati di Liberi e uguali. Il centrosinistra, ha detto, intende rispondere con i contenuti a chi parte con i favori del pronostico in questa tornata elettorale. “Al centro di questo programma deve esserci la creazione di opportunità di lavoro. Occorre fare investimenti pubblici per dare risposte ai cittadini, le cui condizioni di vita sono peggiorate”, ha detto ancora Fratoianni. Ma a tenere banco c’è sempre la formazione del nuovo governo. Il parlamentare di Liberi e uguali non esclude un confronto con i 5 Stelle (“a patto che si parli di contenuti”, ha precisato). Mentre il no alla destra resta netto: “Dalla quella parte – ha concluso – c’è un confine invalicabile”.   - >>>>>

Rapina a mano armata all’ACI di Campobasso. Bottino 600 euro

E’ accaduto intorno alle 20 nella agenzia ACI di via Piave a Campobasso. Un rapinatore si è introdotto nell’agenzia all’ora di chiusura e armato di pistola ha costretto il dipendente presente nell’agenzia a consegnare l’incasso della giornata, circa 600 euro. Sul posto è intervenuta la Squadra Volante della Polizia e anche una ambulanza del 188. Fortunatamente, oltre al bottino prelevato, non ci sono state conseguenze per la persona minacciata. Sono scattate immediatamente le operazioni per bloccare il criminale che, probabilmente, era atteso da un complice fuori dall’agenzia.   - >>>>>

Massiccio blitz antidroga al carcere di Campobasso

E’ scattato questa mattina all’alba un bliz di Polizia e Guardia di Finanza all’interno del carcere di Campobasso. Un centinaio di uomini e unità cinofile impiegate in una massiccia operazione antidroga. All’interno del carcere, qualche settimana fa, erano stati rinvenuti un telefono cellulare e altro materiale che aveva insospettito gli inquirenti. (seguono aggiornamenti)   - >>>>>

L’Italia al voto, in 46 milioni alle urne

Oggi l’Italia al voto. Saranno in 46 milioni i cittadini chiamati alle urne   Leggi tutto su   - >>>>>

Pietrabbondante. Ghiaccio sulla strada, sbanda autobus di linea

Questa mattina un autobus di linea è sbandato, forse per il ghiaccio sulla sede stradale, urtando le barriere laterali, in località San Mauro, nel comune di Pietrabbondante. I passeggeri e il conducente sono rimasti illesi. Il recupero del mezzo è stato effettuato dai Vigili del Fuoco del Comando Provinciale di Isernia. Sul posto anche Polizia Stradale e Carabinieri per i rilievi dell’incidente e il personale della Provincia per ripristinare le condizioni di sicurezza della strada.   - >>>>>

Isernia. Forzano posto di blocco e speronano la volante della Polizia, inseguiti e arrestati

Durante la scorsa notte, alle ore 02.00 circa, personale dell’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico della Polizia di Stato, durante uno specifico servizio per la prevenzione e repressione dei reati in genere, disposto dal Questore di Isernia Borzacchiello, mentre percorreva la Strada Statale 17 ha notato, all’altezza dello svincolo di Isernia Nord, un’autovettura con due persone sospette a bordo che marciava in direzione Campobasso. Gli operatori, insospettiti dall’andatura del veicolo, hanno ritenuto opportuno procedere al controllo ed all’identificazione degli occupanti, azionando i segnali luminosi lampeggianti a luce blu e i fari abbaglianti utilizzati per convenzione per segnalare l’arresto della marcia a margine della carreggiata. Il conducente dell’autovettura, tuttavia, nonostante le chiare segnalazioni, anziché arrestare il veicolo, ha aumentato l’andatura, col chiaro intento di darsi alla fuga ed eludere il controllo. Prontamente il personale operante, intuite le intenzioni, si è posto all’inseguimento, ripetendo gli inviti a fermarsi con le medesime modalità ed azionando contemporaneamente i sistemi acustici di emergenza, ma con lo stesso esito negativo, in quanto il conducente del veicolo aumentava ancora l’andatura. La rocambolesca fuga a folle velocità, è terminata dopo circa 10 km, nel momento in cui i fuggitivi speronando l’autovettura della Polizia, sono stati costretti a fermarsi a causa dei danni subìti dal veicolo. Quindi sono stati immediatamente bloccati ed identificati. I due, molisani, O.D.S. del 1982 e D.T. del 1974, di cui uno con precedenti di polizia, erano già noti alle Forze dell’Ordine. Infatti uno era già destinatario della misura dell’Obbligo di Dimora presso un Comune della Provincia, pertanto gli è stata contestata anche la violazione delle relative prescrizioni. Il veicolo è stato sequestrato ed affidato in custodia e i due fuggitivi sono stati arrestati per i reati di resistenza e violenza a Pubblico Ufficiale, oltre che per danneggiamento. I due operatori, che a seguito del violento impatto con l’auto in fuga hanno riportato delle lesioni, sono stati visitati presso il locale Pronto Soccorso dove gli hanno diagnosticato, rispettivamente, un trauma distorsivo-contusivo alla mano dx e alla spalla dx, guaribile in 6 giorni, e un trauma contusivo al ginocchio dx e un colpo di frusta rachide cervicale, guaribile in 4 giorni.   - >>>>>

Alla scoperta della sigaretta elettronica

Il secondo decennio degli anni Duemila sarà ricordato per le innumerevoli innovazioni tecnologiche introdotte. Tra smartphone, TV intelligenti, droni e quant’altro, c’è un oggetto particolare che sta attirando l’attenzione di milioni di fumatori. Stiamo parlando della sigaretta elettronica, un’innovazione che ha conquistato sempre più consensi grazie anche alla promessa di far “smettere di fumare”. E agli italiani, a quanto pare, la sigaretta elettronica piace anche tanto. Per il “World No Tobacco Day” 2017 l’Istituto Superiore della Sanità ha stimato che in Italia gli utilizzatori di sigarette elettroniche sono circa 1,3 milioni.  Secondo Google Search, le parole “sigarette elettroniche” sono state ricercate in media oltre 200 mila volte al mese solo nell’ultimo anno. A testimonianza di un grande interesse al tema, si scopre che i vocaboli associati alle ricerche sono migliaia e possono fornire un quadro preciso su curiosità e dubbi degli italiani. Com’è fatta la sigaretta elettronica Ci sono, innanzitutto, diversi componenti oltre l’involucro principale: batteria, filamento riscaldatore (meglio conosciuto come atomizzatore), bocchino e cartuccia riempita di nicotina e/0 altre sostanze. Alcune sigarette assomigliano ad una penna a sfera, altre alla sigaretta, al sigaro o alla pipa; alcune hanno punte incandescenti a LED in modo da simulare la reazione di combustione. Le batterie per la tua sigaretta elettronica svolgono, quindi, un ruolo fondamentale e consentono il corretto funzionamento della e-cig. Durante l’aspirazione, infatti, un sensore attivato dalla batteria rileva la differenza di pressione ed innesca l’elemento riscaldante (alimentato dalla batteria), che vaporizza la nicotina creando il realistico effetto fumo. Quando gli utenti esalano, in realtà stanno soffiando un vapore, non fumo. Poiché non vi è presenza di fuoco, non viene inalato né catrame né monossido di carbonio. La sigaretta elettronica si propone come un ottimo strumento per smettere con le sigarette tradizionali. Le e-cig possono aiutare a superare sia la dipendenza psicologica dal fumo, sia la dipendenza fisica dalla nicotina. Il liquido da svapare è composto da Glicole Propilenico, Glicerolo Vegetale, Acqua, Nicotina, Aromi. Ogni nazione produce differenti liquidi in base anche alle varie leggi vigenti. In Italia la composizione tende a contenere quantità simili di Glicole e Glicerolo. Per quanto riguarda invece gli aromi, si apre un mondo infinito dettato semplicemente dal proprio gusto personale: aromi fruttati, a base di liquori, foglie di tabacco, balsamici. Per quanto riguarda il capitolo della nicotina, invece, per smettere di fumare si può scegliere all’inizio una dose abbastanza alta all’interno del liquido, in modo da simulare l’effetto della sigaretta tradizionale. A mano a mano che ci si abitua con la sigaretta elettronica, poi, si può scendere di gradazione per quel che concerne la nicotina presente nel liquido, fino ad arrivare a zero. A quel punto non avvertiremo più il bisogno di fumare, spinto dagli effetti della nicotina. Quel che è certo è che la sigaretta elettronica è destinata a segnare un’epoca che potrà essere ricordata come quella dell’addio definitivo alle sigarette tradizionali.   - >>>>>

Ulivo 2.0, la befana porterà il candidato presidente

di GIOVANNI MINICOZZI Aria di festa all’Ulivo 2.0 che  ha riunito le sue truppe al caffè letterario Livre di Campobasso. Il Senatore Roberto Ruta, affiancato da  tutti i responsabili dei partiti e dei movimenti alleati, ha delineato il quadro programmatico e organizzativo in vista delle elezioni regionali. Saranno cinque i gruppi di lavoro designati  per elaborare i punti prioritari del programma che verrà poi illustrato prima di Natale. Il 7 gennaio invece si terrà una mega assemblea regionale, composta da 1000-1500 delegati, per approvare il programma elettorale con voto palese e per scegliere il candidato o la candidata Presidente con voto segreto. Roberto Ruta ha poi ribadito che i candidati al consiglio regionale sono già cento, dei quali sessanta uomini e quaranta  donne, e che prima del 7 gennaio ce ne saranno almeno altri venti  con l’obiettivo di presentare due liste civiche nella coalizione che ha definito civico -politica. “Attualmente, ha spiegato il senatore, cinquanta dei candidati non hanno mai fatto politica e due soli sono i consiglieri regionali uscenti, Massimiliano Scarabeo e Francesco Totaro. Dunque  – ha aggiunto Roberto Ruta – c’è spazio per eleggere almeno dieci consiglieri nuovi di zecca. Questo è il rinnovamento vero”- ha concluso il senatore. L’Ulivo 2.0 va’ avanti ma non esclude di poter riunire tutto il centrosinistra sempre che ci sia discontinuità di uomini e di governo rispetto a Paolo Frattura. Su questo Danilo Leva è stato perentorio: ” L’Ulivo 2.0 nasce per ricostruire il centrosinistra, non nasce per abbatterlo con la clava. Abbiamo sempre detto che rispetto a questa esperienza di governo regionale chiediamo discontinuità chiara e netta  intanto a partire dalla scelta di un sistema sanitario pubblico.  Discontinuità significa che il Presidente uscente insieme a coloro che ne hanno condiviso fino alla fine le scelte non possono più essere la sintesi di una coalizione che si definisce di centrosinistra e affianco alla discontinuità c’è il perimetro dell’alleanza. È ovvio che deve esserci un’alleanza di centrosinistra e questo significa che non c’è posto né per Alfano , né per Patriciello. –Per le primarie non c’è più tempo ormai ?! “Siamo a meta’ dicembre,  si voterà il 4 marzo, il 4 febbraio si fanno le liste, non c’è  piu’ tempo. Chi ha ammazzato le primarie in questa regione ha un nome e un cognome : Partito Democratico  o meglio la maggioranza che ha diretto e dirige il partito democratico” – ha concluso Danilo Leva. Dunque,  né con Alfano, né con Forza Italia, né  con Aldo Patriciello, né con Paolo Frattura, ma al momento non si può escludere che i due Big molisani, ovvero Frattura e Patriciello,  possano restare alleati magari nella coalizione di centrodestra.   - >>>>>

Annuncio online: “La Fiat assume a Termoli”, ma è una truffa

Una truffa odiosa, perché chi la mette in atto approfitta dello stato di bisogno delle persone, è..

La scuola Montini chiusa per 15 giorni. Il sindaco: “Troveremo una soluzione”

          CAMPOBASSO. La scuola Montini di Campobasso resterà chiusa, al momento, ad oltranza: ..

Seac, trovato l’accordo. Riassunti gli autisti licenziati

CAMPOBASSO. La vicenda dei licenziamenti degli otto autisti della Seac, l’azienda di trasporto pubblico urbano di Campobasso,..

Il testo unico sulle società pubbliche: una occasione colta o perduta?

di Francesco Fimmanò In attuazione della delega conferita dall’articolo 18 della legge 7 agosto 2015, n. 124,[1] il decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 175, Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica, in vigore dallo scorso 20 settembre, cerca per l’ennesima volta di ricondurre a fisiologia un coacervo di disposizioni gemmate negli ultimi 25 anni. Il corpus, al di là delle luci e delle ombre, ha certamente il merito di tentare di mettere a “sistema” una fenomenologia peculiare, interdisciplinare, complessa e figlia di una legislazione a “toppe”, piuttosto che “a tappe”. Al tempo stesso non può che rilevarsi che la sovraregolamentazione appare in molte norme come una sorta di inseguimento tra legislatore e giurisprudenza, con il risultato di sentenze che hanno fatto le veci della legge e una legge che fa le veci delle sentenze. La legislazione di un tempo non dirimeva contrasti giurisprudenziali ma costruiva sistemi di regole per principi e i giudici la interpretavano. Basti pensare che l’espressione normativa più in voga – in materia – negli ultimi anni nel settore che ci occupa è quella di “controllo analogo”. In realtà il legislatore italiano ha usato l’escamotage di far proprie le espressioni usate nella famosa sentenza Teckal della Corte di giustizia U.E. (e in quelle analoghe successive) riguardanti un consorzio tra Comuni, per applicarle a un soggetto giuridico completamente diverso e cioè a una società di capitali. Da questa operazione è nata una serie di equivoci con il “livello comunitario” anche perché a nessun altro Stato nel Continente è venuto in mente di utilizzare lo strumento societario per ragioni “meramente opportunistiche”. A tutto questo aggiungiamo che calare le società di capitali e il loro enorme apparato regolamentare (ipertecnico) in un ambiente normativo giuspubblicistico, dove l’operatore medio neppure immagina che le sole società per azioni (non quotate) sono disciplinate da oltre 650 commi, è stata operazione dagli effetti dirompenti. L’equivoco principale è stato quello riguardante il tipo di disciplina da applicare alle società in mano pubblica, nato in passato dalla errata impostazione secondo cui la partecipazione di una pubblica amministrazione a una società di capitali potesse alterarne la struttura, dando vita a un “tipo” di diritto speciale. In particolare una certa impostazione, ignara delle complessità sistematiche, partendo dal principio della neutralità della forma giuridica rispetto alla natura dello scopo, è arrivata ad attribuire alle società partecipate una connotazione pubblicistica[2], frutto di una sostanziale mutazione genetica nel senso di una riqualificazione del soggetto. In realtà tale impostazione è stata gravemente fuorviante negli anni, in quanto si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c., con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa[3]. In realtà l’uso dello strumento societario a partecipazione pubblica ha avuto spesso finalità meramente segregative. Le pubbliche amministrazioni, incentivate nel tempo dallo stesso legislatore, hanno infatti cercato a tutti i costi, negli ultimi venticinque anni, di creare e poi mantenere la “sacca” del privilegio derivante dall’affidamento diretto della gestione di attività e servizi pubblici a società partecipate, in deroga ai fondamentali principi della concorrenza tra imprese e della trasparenza. In buona sostanza da una parte v’è stata la tendenza ad ampliare l’ambito dei servizi pubblici includendo non solo quelli aventi per oggetto attività economiche incidenti sulla collettività, ma anche quelli riguardanti attività tendenti a promuovere lo sviluppo socio-economico delle comunità locali, fino ad arrivare ad affidare a società partecipate funzioni, che lungi dal rientrare nell’ambito dei servizi pubblici in senso proprio, costituivano tipiche attività istituzionali o strumentali dell’ente[4]. Dall’altra parte è stata incentivata la gestione mediante società partecipate in un’ottica rivolta (solo) formalmente alla aziendalizzazione dei servizi e a una privatizzazione effettiva (come auspicato dal legislatore sin dal 1942)[5], in realtà sostanzialmente diretta a eludere procedimenti a evidenza pubblica e a sottrarre comparti dell’amministrazione ai vincoli di bilancio, anche in considerazione della mancata applicazione, per molti anni, all’ente-capogruppo dei principi di consolidamento di diritto societario a partire dall’elisione delle partite reciproche[6]. Questo processo ha avuto l’effetto di trasformare talora il modello di gestione da strumento di efficienza in strumento di protezione e in taluni casi in escamotage per eludere i c.d. patti di stabilità e le regole di contabilità pubblica.   La Corte dei Conti ha contato, in un momento che sembrava culminante del ciclo espansivo, nell’anno 2008, 5.860 “organismi” partecipati da 5.928 enti pubblici locali con un incremento dell’11,08% rispetto al dato del 2005. Poco meno del 65% di questi organismi partecipati aveva natura societaria con prevalenza delle società per azioni, mentre circa il 35% ha forma giuridica diversa dalla società, in prevalenza consortile[7]. Allo stato, dalle informazioni rilevabili nella banca dati SIQUEL, emerge che il 16,65% dei Comuni (1.340 su 8.047), pari al 7,11% della popolazione nazionale, non è in possesso di partecipazioni societarie, gli organismi rilevati alla data dell’8 luglio 2016 risultano essere 7.181: le analisi sui risultati economici e finanziari, sui servizi affidati e sulle modalità di affidamento hanno riguardato, tuttavia, 4.217 soggetti, per i quali sono disponibili a sistema i dati di bilancio relativi all’esercizio 2014. Ancor più ristretto è il numero di istituzioni per le quali si hanno informazioni sui flussi di entrata e di spesa degli enti affidanti[8]. Gli organismi operanti nei servizi pubblici locali sono numericamente limitati (il 34,72% del totale), pur rappresentando una parte importante del valore della produzione (il 69,34% dell’importo complessivo). Il maggior numero (65,28%) rientra nel novero di quelli che svolgono attività diversificate, definite come “strumentali”[9]. Marcata è la prevalenza degli affidamenti diretti: nonostante la rigidità dei presupposti legittimanti tale procedura, a salvaguardia dei principi della concorrenza, su un totale di 22.342 affidamenti, le gare con impresa terza sono soltanto 150 e gli affidamenti a società mista, con gara a doppio oggetto, 319. Con riferimento agli organismi in perdita nell’ultimo triennio, l’analisi della Corte dei conti mostra come circa un terzo sia a totale partecipazione pubblica, mentre quelli misti a prevalenza privata costituiscono la categoria all’interno della quale le perdite sono più diffuse, con una tendenza al peggioramento dei risultati nell’arco del triennio. Nel referto della Corte v’è anche una ricognizione delle partecipazioni rilevanti ai fini del consolidamento dei conti, ed emerge che, su 700 organismi totalmente pubblici a unico socio (Comune/Provincia), meno della metà sono risultati assoggettabili a consolidamento – sulla base dei parametri indicati dal principio contabile applicato allegato n. 4/4 al d.lgs. n. 118/2011. Di contro, 368 (il 52,6%) non superano la soglia di rilevanza e potrebbero essere consolidati solo se ritenuti significativi dall’ente proprietario, secondo la sua valutazione discrezionale. La gestione finanziaria dimostra una netta prevalenza dei debiti sui crediti in tutti gli organismi esaminati. Nel complesso, i debiti ammontano a 83,3 miliardi, di cui circa un quarto è attribuibile, in sostanza, alle partecipazioni totalitarie. Il rapporto crediti/debiti verso controllanti, nelle partecipazioni pubbliche al 100%, è sbilanciato in favore dei primi. Emerge, quindi, la forte dipendenza delle partecipazioni totalitarie dagli enti controllanti, pur in presenza di un rilevante indebitamento verso terzi. Dall’analisi degli organismi partecipati in via totalitaria da un unico socio emerge, nella gran parte dei casi, che le risorse complessivamente impegnate e pagate dagli enti proprietari tendono a coincidere con l’importo dei valori della produzione degli organismi destinatari delle erogazioni. Abbiamo dunque assistito, per tutte queste ragioni, a un percorso legislativo incoerente, caratterizzato da frequenti ripensamenti, fatta eccezione per una costante: la crescente e progressiva espansione delle società a partecipazione pubblica locale, anche attraverso la trasformazione di aziende speciali, consorzi e istituzioni.   La “storia” del fenomeno comincia nel 1990 con la espressa previsione nella legge n. 142 della società per azioni a partecipazione pubblica maggioritaria[10], passa attraverso l’introduzione della società c.d. minoritaria[11], l’apertura al tipo della S.r.l. e l’incentivo alla trasformazione delle aziende speciali e dei consorzi[12], per subire un provvisorio assestamento nel 2000 con il Testo Unico delle autonomie locali (Tuel) che sistemava organicamente la materia[13]. Nel 2001 il quadro viene virtualmente rivoluzionato con l’introduzione della categoria mai definita dei c.d. servizi industriali e l’introduzione rigorosa, mai attuata, dei principi della concorrenza[14]. Con la contro-riforma del 2003 e la legge finanziaria per il 2004, si arriva infatti a un risultato esattamente opposto[15]. Quest’ultimo intervento, in parte censurato dalla Corte Costituzionale[16], ha suddiviso i servizi in virtù della loro rilevanza economica, in un contesto pesantemente dominato dalla figura della società in house providing e del suo strettissimo collegamento funzionale con l’ente di riferimento. La normativa ha strumentalizzato in modo abile la giurisprudenza comunitaria tanto da far evocare una situazione giuridica di dipendenza organica. Alla originaria disciplina contenuta nell’art. 113 TUEL, infatti, si sono sovrapposti prima l’art. 23 bis del d.l. n. 112/08 (successivamente abrogato con referendum) e poi la successiva disciplina introdotta con il D.L. 138/11 (dichiarata incostituzionale dalla Consulta con la sentenza n. 199 del 20 luglio 2012), per giungere infine al d.l. 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito con l. 17 dicembre 2012 n. 221). Le Sezioni Unite della Cassazione nel 2013 hanno scelto forzatamente di adattare l’impostazione comunitaria, al fine di riconoscere la giurisdizione piena della Corte dei conti sulle azioni di responsabilità agli organi sociali delle società in house[17]. I giudici del Supremo consesso qualificano, in modo in verità opinabile, questo genere di società come una mera articolazione interna della P.A., una sua longa manus al punto che l’affidamento diretto neppure consentirebbe di configurare un rapporto intersoggettivo di talchè l’ente in house “non potrebbe ritenersi terzo rispetto all’amministrazione controllante ma dovrebbe considerarsi come uno dei servizi propri dell’amministrazione stessa”[18]. Le ormai numerose sentenze delle sezioni unite si rifanno tutte alla n. 26283 del 25 novembre 2013, il cui passaggio più forte è quello secondo cui “il velo che normalmente nasconde il socio dietro la società è dunque squarciato: la distinzione tra socio (pubblico) e società (in house) non si realizza più in termini di alterità soggettiva”. L’orientamento ha complicato ancora di più le cose perché molti non hanno inteso che si riferisse solo alla giurisdizione e perdippiù non esclusiva della Corte dei Conti sulle azioni di responsabilità, ma hanno provato a dedurre l’esistenza di una società di tipo pubblico meritevole di uno ius singulare. In realtà si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c. [19], con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa [20]. Viceversa, a parte i casi di società c.d. legali (istituite, trasformate o comunque disciplinate con apposita legge speciale)[21], ci troviamo sempre di fronte a società di diritto comune, in cui pubblico non è l’ente partecipato bensì il soggetto, o alcuni dei soggetti, che vi partecipano e nella quale, perciò, la disciplina pubblicistica che regola il contegno del socio pubblico e quella privatistica che regola il funzionamento della società convivono.     La storia che abbiamo raccontato è singolare: il legislatore italiano ha prima creato un monstrum e poi ha costretto gli interpreti, anche i più raffinati, a riconoscerlo e a ricostruirlo invece di “constatare i fenomeni giuridici quali sono, quali si trovano nel sistema positivo, non negarli o storpiarli per ragioni a priori”[22]. Quanto accaduto appartiene a una tendenza più generale diretta a creare sempre più frequentemente categorie di soggetti i cui rapporti sono regolati da uno ius singulare. Fenomeno deprecabile, in quanto nel migliore dei casi, finisce per originare privilegi, asimmetrie e discriminazioni. In taluni casi, poi, non è tanto la ponderata volontà di sottrarre alla disciplina comune determinati soggetti a spingere il legislatori, bensì l’incapacità a resistere alla pressione di chi, spesso emotivamente o prepotentemente, chiede e invoca questa o quella norma. Ecco che il potere legislativo, si muove talora male e si trasforma, come sul dirsi in una machine a faire lois[23], invece di dettare norme efficienti e cercare nell’armonia del sistema le soluzioni più giuste. Ed eccoci ora alla c.d. Riforma Madia. Servirà? Poteva intervenire in modo più chiaro e tecnicamente corretto su temi tanto delicati? Sicuramente sì. Ma comunque contiene principi importanti ad esempio chiarisce una volta per tutte che una società è una società, non è un tavolo né una sedia, e come tale ad esempio fallisce da chiunque sia partecipata. Una cosa appare evidente che ancora una volta non si è tenuto conto delle specificità ordinamentali e soprattutto disciplinari, ratione materiae. Il diritto pubblico o amministrativo mai potranno entrare appieno nella forma mentis di un societarista o di un fallimentarista e viceversa. E’ ora in corso di pubblicazione il Decreto Legislativo che reca “Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 19 agosto 2016 n. 175, recante testo unico in materia di società a partecipazione pubblica” (c.d. “Decreto Correttivo”).  Si attua in tal modo la delega contenuta nell’art. 16, comma 7, della legge 7 agosto 2015, n. 124 (c.d. legge Madia), il quale, nel disegnare la delega per una complessa operazione di riorganizzazione normativa in materia di amministrazioni pubbliche, prevede che entro dodici mesi dall’entra in vigore dei decreti delegati il Governo avrebbe potuto adottare, appunto, uno o più decreti correttivi. L’intervento integrativo e correttivo, nel caso del TUSP, è dovuto anche a – e ha dovuto tener conto di – quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 251/2016, con la quale è stata ravvista una violazione delle norme costituzionali sul concorso di competenze statali e regionali da parte della citata legge n. 124 del 2015[24]. La Consulta ha in questa sede dichiarato che l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni si sarebbe potuta rimediare, nel rispetto del principio di leale collaborazione, avviando le procedure inerenti all’intesa con Regioni e enti locali nella sede della Conferenza unificata[25]. L’impatto della sentenza, che per qualche settimana ha tenuto col fiato sospeso gli operatori del settore che hanno temuto che essa potesse demolire tutta la riforma, è stato però limitato.  In primo luogo, come la Consulta stessa ha precisato, “le pronunce di illegittimità costituzionale, contenute in questa decisione, sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso, e non si estendono alle relative disposizioni attuative” (ossia ai decreti delegati[26]).  Inoltre, il Consiglio di Stato, con parere n. 83 del 17 gennaio 2017 si è espresso sugli adempimenti da compiere a seguito della sentenza della Corte Costituzionale[27], e ha precisato che il percorso più ragionevole e compatibile con l’impianto della sentenza – postulato anche dalla stessa Consulta – sarebbe stato quello di intervenire con decreti correttivi, previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni, da svolgersi in base alle previsioni di cui all’art. 3 del decreto legislativo 28  agosto  1997,  n.  281  (Definizione  ed  ampliamento  delle  attribuzioni della  Conferenza  permanente  per  i  rapporti  tra  lo  Stato,  le  regioni  e  le  province autonome  di  Trento  e  Bolzano  ed  unificazione,  per  le  materie  ed  i  compiti  di interesse  comune  delle  regioni,  delle  province  e  dei  comuni,  con  la  Conferenza Stato-città ed autonomie locali), in modo da “sanare l’eventuale vizio derivante dal procedimento  originariamente  seguito”, avendo peraltro la  sentenza  “fatto  riferimento  al Governo  (e  non  al  Parlamento)  e  considerato  che  in  alcuni  casi  i  termini  per l’adozione di simili decreti non sono ancora scaduti”. Tra le modifiche senz’altro di maggior rilievo portate dal Decreto Correttivo è quella che riguarda la governance delle società partecipate. Come noto, una delle innovazioni più importanti del nuovo testo unico è quella che stabilisce che “di norma” (e già l’espressione prelude ad eccezioni[28]) l’organo amministrativo debba essere costituito da un amministratore unico (art. 11, comma 2, TUSP). Nell’impianto originario del TUSP, il comma terzo di tale articolo prevedeva che, in deroga al principio appena affermato, un apposito decreto del Presidente del Consiglio, da emanarsi entro sei mesi dall’entrata in vigore del testo unico (quindi entro il 23 marzo 2017), avrebbe dovuto enucleare i criteri secondo i quali “per specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa”, sarebbe stato possibile optare per  un consiglio di amministrazione – composto da un minimo di tre a un massimo di cinque membri – ovvero per i sistemi dualistico o monistico (art. 11, comma 3, TUSP). Con tale previsione si è invertito il criterio in vigore, previsto, da ultimo, nell’art. 4, commi 4 e 5, d.l. 6 luglio 2012 n. 95, conv., con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, in cui l’opzione per l’amministratore unico era consentita, ma residuale[29]. L’art. 7 del Decreto Correttivo è ora intervenuto sostituendo integralmente il comma terzo dell’art. 11 TUSP, che ora recita: “L’assemblea della società a controllo pubblico, con delibera motivata con riguardo a specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa e tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi, può disporre che la società sia amministrata da un consiglio di amministrazione composto da tre o cinque membri, ovvero che sia adottato uno dei sistemi alternativi di amministrazione e controllo previsti dai paragrafi 5 e 6 della sezione VI-bis del capo V del titolo V del libro V del codice civile. La delibera è trasmessa alla sezione della Corte dei Conti competente ai sensi dell’articolo 5, comma 4, e alla struttura di cui all’articolo 15”. Nel quadro attuale, dunque, la scelta per un sistema collegiale di amministrazione (oppure per i modelli dualistico o monistico), è interamente rimessa all’assemblea dei soci, i quali dovranno però giustificare tale scelta per ragioni di adeguatezza organizzativa e “tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi” (requisito, quest’ultimo, che non era posto come criterio per il Dpcm).  In sostanza, il Governo ha ritenuto di preferire un sistema in cui l’adozione dei sistemi di amministrazione e di controllo alternativi all’amministratore unico non fosse eterodeterminata al di fuori della singola compagine societaria. La scelta, inoltre, è servita a rimediare un potenziale corto circuito della previgente formulazione, poiché l’adeguamento degli statuti era fissato al 31 dicembre 2016, mentre il Dpcm avrebbe dovuto essere emanato entro il 23 marzo 2017. Si sarebbe quindi potuta creare una situazione potenzialmente dannosa per quelle società che, diligentemente rispettando il termine per l’adeguamento dello statuto, avesse optato per l’organo monocratico di amministrazione, per poi scoprire che secondo i criteri dettati dal Dpcm avrebbe potuto optare per un sistema collegiale (o per uno dei modelli alternativi di gestione), sobbarcandosi gli oneri procedurali e notarili di una doppia modifica statutaria. Immediatamente collegato al precedente è il tema delle tempistiche prescritte dal TUSP per l’adeguamento degli statuti e per altri adempimenti. Per quanto riguarda il primo, inizialmente fissato al 31 dicembre 2016 dall’art. 26 TUSP, è ora fissato al 31 luglio 2017 dall’art. 15 del Decreto Correttivo. Per quanto attiene invece ai secondi, essi si trovano in vari luoghi del testo. Così, ad esempio, è differito al 31 luglio 2017 il termine, inizialmente fissato al 23 marzo 2017 dall’art. 26 TUSP, per l’adeguamento delle società a controllo pubblico alle disposizioni contenute nell’art. 11, comma 8, TUSP, secondo cui gli amministratori delle società a controllo pubblico non possono essere dipendenti delle amministrazioni pubbliche controllanti o vigilanti (art. 15 Decreto Correttivo)[30]. Ancora, sempre all’art. 26 è introdotto un nuovo comma 12-ter, ai sensi del quale “per le società di cui all’art. 4, comma 8, le disposizioni dell’art. 20 trovano applicazione decorsi 5 anni dalla loro costituzione”. In altre parole, per le società spin off o start up universitarie o di enti di ricerca non vige, per i primi 5 anni di vita, l’obbligo di procedere alla razionalizzazione delle partecipazioni dalle amministrazioni pubbliche. Un differimento di qualche mese è anche previsto per il termine per la ricognizione del personale in servizio, propedeutico all’individuazione di eventuali eccedenze, previsto dall’art. 25, comma 1, TUSP, al 23 marzo 2017, e ora posticipato al 30 giugno 2017 (art. 14, comma 1, lett. a), Decreto Correttivo). Si chiarisce, inoltre, un dubbio interpretativo circa l’applicazione del divieto di nuove assunzioni, esplicitando (art. 14, coma 1, lett. c), Decreto Correttivo) che il periodo di durata del blocco delle nuove assunzioni, stabilito dall’art. 25, comma 4, TUSP, fino al 30 giugno 2018, decorre dalla data di pubblicazione del decreto del personale eccedente di cui alla nota precedente.  Al termine del 30 giugno 2017 (anziché di sei mesi dall’entrata in vigore del TUSP, ossia il 23 marzo 2017) è posticipato anche il termine per la ricognizione di tutte le partecipazioni possedute dalle pubbliche amministrazioni (art. 13, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo – art. 24, comma 1, TUSP).  È stato infine posto modificato il termine per le disposizioni in materia di personale previste dalla normativa vigente (legge 27 dicembre 2013, n. 147), che si applicheranno non più soltanto fino al 23 settembre 2016, ma fino all’entrata in vigore del decreto ministeriale sul personale eccedente di cui all’art. 25, comma 1, TUSP, e comunque non oltre il 31 dicembre 2017 (art. 11 Decreto Correttivo). Un altro importante elemento di novità introdotto dal Decreto Correttivo (art. 5) incide sulle finalità perseguibili dalla p.a. mediante l’acquisizione e la gestione di partecipazioni pubbliche.  Si è più precisamente ampliato il novero delle funzioni perseguibili per le società aventi ad oggetto l’autoproduzione di beni e servizi (di cui all’art. 4, comma 2, lett. d), TUSP), che ora non dovrà essere limita ai beni e servizi strumentali all’ente o degli enti pubblici partecipati, ma potrà riguardare anche lo svolgimento delle funzioni dei predetti enti. È stato previsto, ad integrazione dell’art. 4, comma 7, TUSP, che sono ammesse anche le partecipazioni nelle società aventi per oggetto sociale la produzione di energia da fonti rinnovabili. Ed è stata fatta salva, all’art. 4, comma 8, TUSP, la possibilità per le università di costituire società per la gestione di azienda agricole con funzioni didattiche. Inoltre, al fine di valorizzare il principio di leale collaborazione nei rapporti tra Stato e regioni, come richiesto dalla citata sentenza della Corte Costituzionale, è stato previsto, dall’art. 5, comma 1, lett. d), Decreto Correttivo, che ha modificato l’art. 4 comma 9 TUSP, che il Presidente della Regione possa, con provvedimento adottato ai sensi delle disposizioni regionali e nel rispetto dei principi di trasparenza e pubblicità, deliberare l’esclusione totale o parziale dell’applicazione delle disposizioni dell’art. 4 – attinenti appunto alle limitazioni delle finalità perseguibili mediante acquisizione o gestione di partecipazioni pubbliche – rispetto a singole società a partecipazione regionale. La suddetta esclusione dovrà essere motivata con riferimento alla “misura e qualità della partecipazione pubblica, agli interessi pubblici a essa connessi e al tipo di attività svolta, riconducibile alle finalità di cui al comma 1”. Un tema affine al precedente riguarda la motivazione analitica che l’atto deliberativo di costituzione di una società partecipata o di acquisto di partecipazioni deve riportare ai sensi dell’art. 5 TUSP: l’art. 6 del Decreto Correttivo ha eliminato, al riguardo, il riferimento alla possibilità di destinazione alternativa delle risorse pubbliche impegnate e ha precisato che le modalità della consultazione pubblica sono disciplinate dagli enti locali interessati.  Le scelte legislative di fondo che traspaiono dal Decreto Correttivo si confermano, dunque, muovere essenzialmente su due binari: (i) il rispetto del principio di leale collaborazione tra istituzioni centrali e locali, cui consegue lo spostamento di alcune decisioni nella sfera locale e la necessità dell’intesa della Conferenza unificata in relazione a diversi aspetti disciplinari che potenzialmente impattano sulle partecipate degli enti locali; (ii) lo smorzamento di alcuni oneri motivazionali e di alcuni limiti di operatività, che, insieme con l’ampliamento della libertà di manovra nella costituzione e gestione delle partecipazioni pubbliche, e con il molteplice allungamento dei vari termini per gli adempimenti prescritti dalla nuova normativa, tende alla valorizzazione dell’autonomia delle singole società.         [1] Con l’indicata disposizione il Parlamento ha delegato il Governo a semplificare, attraverso il riordino delle disposizioni nazionali e la creazione di una disciplina generale organica in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche, il relativo quadro di regolazione anche in linea con i principi dettati dalla costante giurisprudenza nazionale e comunitaria, con effetti positivi in termini di valorizzazione della tutela della concorrenza e di generale trasparenza ed efficacia dell’azione amministrativa. [2] Cfr. in particolare Cons. Stato, nn. 1206 e 1207 del 2001 e nn. 4711 del 2002 e 1303 del 2002. [3] Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011. [4] La giurisprudenza ha evidenziato d’altra parte che la qualificazione di servizio pubblico locale spetta a quelle attività caratterizzate sul piano oggettivo dal perseguimento di scopi sociali e di sviluppo della società civile, selezionate in base a scelte, appunto, di carattere eminentemente politico quanto alla destinazione delle risorse economicamente disponibili e all’ambito di intervento e su quello soggettivo dalla riconduzione diretta o indiretta a una figura soggettiva di rilievo pubblico (cfr. Cons. Stato, 13 dicembre 2006 n. 7369; TAR Campania, Napoli,  24 aprile 2008 n. 2533). [5] Nella Relazione al Codice Civile, si legge, in riferimento alle società pubbliche che lo Stato “si assoggetta alla legge della società per azioni per assicurare alla propria gestione maggiore snellezza di forme e nuove possibilità realizzatrici” (Relazione al Codice Civile, n. 998. Artt. 2458 e ss., vecchio testo). [6] L’introduzione del bilancio consolidato civilistico per la holding-ente pubblico poteva rappresentare una scelta funzionale all’indirizzo e al coordinamento dell’intero gruppo pubblico locale (cfr. A. Tredici, Il bilancio consolidato del gruppo pubblico locale quale strumento di programmazione e controllo, in Il controllo nelle società e negli enti, 2006, 256 s.). Solo con il d.lgs. n. 118 del 2011, recante disposizioni in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni, degli enti locali e dei loro organismi, si è previsto che tali enti territoriali adottino «…comuni schemi di bilancio consolidato con i propri enti ed organismi strumentali, aziende, società controllate e partecipate e altri organismi controllati….» (art. 11, comma 1). Tale innovazione che impone (e non facultizza più) l’adozione di un bilancio preventivo (e non solo un conto consuntivo) di tipo consolidato, è stata progressiva nel corso del tempo, mediante la previsione, ai sensi dell’art. 36, d.lgs. cit., di un periodo di sperimentazione biennale (2012-2013), coinvolgente talune amministrazioni pubbliche territoriali prescelte in ragione della loro collocazione geografica e densità demografica, per poi entrare a regime dall’anno finanziario 2014. In tema cfr già F. Fimmanò, L’ordinamento delle società pubbliche tra natura del soggetto e natura dell’attività, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, (a cura di F. Fimmanò), Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 12 s. [7] Alle Sezioni regionali di controllo della Corte compete – come confermato anche dal d.lgs. n. 175/2016, di riordino della disciplina in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche – di monitorare il percorso di razionalizzazione delle partecipazioni e di vigilare sull’effettivo completamento delle procedure di dismissione e/o liquidazione. Le Sezioni, in attuazione della legge di stabilità 2015, hanno già verificato i piani di razionalizzazione, che sono stati presentati da un elevato numero di enti (quasi l’80%). [8] Cfr. Sezione delle Autonomie: Referto su “Gli organismi partecipati degli enti territoriali” Delibera n. 27/SEZAUT/2016/FRG e documenti allegati. [9] Nei 3.076 organismi con fatturato non superiore a 5 milioni operano in media 8,7 dipendenti, a fronte di una media di 56 dipendenti nel complesso di quelli osservati. In 1.279 organismi, di cui 776 società, si registra un numero di dipendenti inferiore a quello degli amministratori. [10] La società mista a prevalente capitale pubblico locale venne prevista per la prima volta dall’art. 22, lettera e) della legge 142 del 1990, (testo poi modificato dall’art. 17, comma 58, legge 15 maggio 1997, n. 127, Bassanini-bis) e la legge non vietava peraltro che la società fosse interamente in mano pubblica. [11] La società mista con partecipazione maggioritaria dei soci privati ha trovato riconoscimento testuale con l’art. 12 della legge n. 498 del 1992, attuata con la normativa regolamentare dettata dal D.p.r. n. 533 del 16 settembre 1996 (al riguardo G.F. Campobasso, La costituzione delle società miste per la gestione dei servizi pubblici locali: profili societari, in Riv. soc., 1998, 390 s., che esamina in particolare gli aspetti della compagine, della scelta dei soci e dello scopo di lucro). [12] Norme contenute nella c.d. legge Bassanini bis (n. 127 del 15 maggio 1997), che all’art. 17, commi 51-58, consentiva agli Enti locali di procedere alla trasformazione delle aziende speciali, deputate alla gestione dei servizi pubblici, in società per azioni o a responsabilità limitata con capitale misto, pubblico e privato, anche a partecipazione minoritaria. [13] D. lgs. n. 267 del 2000. [14] Articolo 35 della legge n. 448 del 2001. [15] Si tratta in particolare dell’art. 14 del d.l. n. 269 del 30 settembre 2003 «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici», convertito con modificazioni nella l. n. 326 del 2003 (conseguente alle osservazioni della Commissione Europea sul sistema delineatosi con l’entrata in vigore dell’art. 35). [16] Nel luglio del 2004, la Corte Costituzionale accolse in parte il ricorso avanzato dalla regione Toscana e dichiarò illegittimo l’art. 14, comma 1, lett. e), e comma 2, del D.l. 30 settembre 2003, n. 269, conv. nella L. 24 novembre 2003, n. 326, (Corte Cost., 27 luglio 2004, n.272, cfr. al riguardo G. Marchi, I servizi pubblici locali tra potestà legislativa statale e regionale, in Giorn. Dir. Amm., 1, 2005). [17] Cass., Sez. Un., 25 novembre 2013, n. 26283 – Pres. Rovelli – est. Rordorf, in Società, 2014, 55 s. con nota di F. Fimmanò, La giurisdizione sulle “società in house providing”, e in Fallimento, 2014, 33 s., con nota di L. Salvato, Riparto della giurisdizione sulle azioni di responsabilità nei confronti degli organi sociali delle società in house; e poi in scia: Cassazione, Sez. Un., 16 dicembre 2013 n. 27993;  Cass., Sez. Un., 26 marzo 2014, n. 7177 – Pres. Rovelli – est. Macioce; Cass., Sez. Un., 24 ottobre 2014, n. 22609- Pres. Rovelli – est. D’Ascola. Nello stesso senso ma con approdo opposto Cass., Sez. Un., 10 marzo 2014, n. 5491 – Pres. Rovelli – est. Nobili, in Società, 2014, 953 s. con nota di F. Cerioni; Cass. Sez. Un. n. 26936 del 2 dicembre 2013, che non riconoscono la giurisdizione contabile per l’inesistenza dei tre requisiti individuati: la necessaria appartenenza pubblica del capitale della società (con la previsione statutaria del divieto di cedere a soggetti privati quote della stessa), l’inesistenza di margini di libera agibilità sul mercato (neppure attraverso partecipate e la sottoposizione a controllo analogo (che non può ridursi al potere di nomina degli organi sociali). [18] In buona sostanza la Cassazione ha riprodotto l’orientamento del Consiglio di Stato (Cons. Stato, Adunanza Plenaria, 3 marzo 2008 n. 1, su rimessione di Cons. Stato, Sez. V, 23 ottobre 2007 n. 5587 ; nello stesso senso Cons. Stato, sez. VI, 16 marzo 2009, n. 1555 e prima TAR Valle d’Aosta, 13 dicembre 2007 n. 163; TAR Sicilia, 5 novembre 2007 n. 2511; TAR Piemonte, 4 giugno 2007 n. 2539; TAR Calabria, Catanzaro, 15 febbraio 2007 n. 76 e dopo TAR Campania, Napoli, Sez. I, 28 luglio 2008 n. 9468). Il Consiglio di stato ha sostenuto in particolare che il modello di società mista elaborato, in sede consultiva, con il parere n. 456 delle 2007, rappresenta solo una delle possibili soluzioni delle problematiche connesse alla costituzione di tali società e all’affidamento del servizio alle stesse, anche se, in mancanza di indicazioni precise da parte della normativa e della giurisprudenza comunitaria, non può allo stato essere elaborata una soluzione univoca o un modello definitivo di società mista. In ogni caso, il modello di società costruito con il citato parere non è rinvenibile allorchè il socio non venga scelto mediante procedura a evidenza pubblica nella quale la gestione del servizio sia stata definita e precisata. [19] Al riguardo: G. Visentini, Partecipazioni pubbliche in società di diritto comune e di diritto speciale, Milano, 1979, 4 s.; M. Mazzarelli, La società per azioni con partecipazione comunale, Milano, 1987, 117; G. Marasà, Le «società» senza scopo di lucro, Milano, 1984, 353; P. Spada, La Monte Titoli S.p.a. tra legge ed autonomia statutaria, in Riv. dir. civ., 1987, II, 552. [20] Al riguardo R. Guarino, La causa pubblica nel contratto di società, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di F. Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 131 s. [21] Ci riferiamo agli enti pubblici con mera struttura organizzativa societaria (cfr. al riguardo C. Ibba, Le società «legali», Torino, 1992, 340; Id., La tipologia delle privatizzazioni, in Giur. comm., 2001, 483 s.; Id., Le società “legali” per la valorizzazione, gestione e alienazione dei beni pubblici e per il finanziamento di infrastrutture. Patrimonio dello Stato e infrastrutture s.p.a, in Riv. dir. civ., 2005, II. 447;  e in un’ottica estensiva: G. Napolitano, Soggetti privati «enti pubblici»,in Dir. amm., 2003, 81 s.) previsti, trasformati o costituiti appunto in forma societaria con legge (ad es. l’art. 7 del D. L. 15/4/2002 n. 63, convertito dalla L. 15/6/2002, n. 112, ha istituito la Patrimonio dello Stato S.p.a.; l’rt. 8 del D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito dalla L. 8/8/2002, n. 178, ha gemmato la Coni Servizi s.p.a.; il D. Lgs. 9/1/1999 n. 1, ha istituito Sviluppo Italia s.p.a. poi integrato con altre norme dirette a disciplinarne la governance dell’attuale “Invitalia s.p.a”; l’art. 3, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79, ha previsto la costituzione del Gestore della rete di trasmissione nazionale S.p.a.; l’art. 13, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 ha contemplato la nascita della Sogin s.p.a.; stessa cosa è accaduta per “Gestore del Mercato s.p.a.” ex art. 5, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 e l’Acquirente Unico s.p.a. ex art. 4, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79). In altri casi il legislatore ha trasformato o previsto la trasformazione di enti pubblici in società (così per l’Ente Nazionale per le Strade ex art. 7 D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito in L. 8/8/2002 n. 178; per l’Istituto per i servizi assicurativi del commercio estero Sace ex art. 6 D. L. 30/9/2003, n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326; per l’Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma ex D. Lgs. 17/8/1999 n. 304; per la Cassa Depositi e Prestiti ex art. 5 D.L. 30/9/2003 n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326). [22] È l’avvertimento metodologico già lucidamente espresso da F. Ferrara sr., La teoria della persona giuridica, in Riv. dir. comm., 1911, p. 638. [23] Già con riferimento alla normativa speciale a “toppe” per il diritto sportivo: U. Apice, La società sportiva: dentro o fuori al codice civile, in Dir. fall., 1986, 538 s.; F.Fimmanò, La crisi delle società di calcio professionistico a 10 anni dal caso Napoli, in Gazzetta Forense, 2014, 4, 8 s. [24] In particolare, con riguardo alle previsioni della legge delega riguardanti i principi e criteri direttivi per l’emanazione del TUSP, la Regione Veneto ricorreva sostenendo che le relative disposizioni avrebbero violato gli artt. 117, secondo, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost., “poiché la fissazione di tali principi e criteri eccederebbe dalle competenze statali in materia di «tutela della concorrenza» e di «coordinamento della finanza pubblica», invadendo sfere di competenza regionali. Inoltre, esse violerebbero il principio di leale collaborazione di cui agli artt. 5 e 120 Cost., poiché prescriverebbero, in combinato disposto con il comma 4 dell’art. 16, per l’attuazione della delega, una forma di raccordo con le Regioni – il parere in Conferenza unificata – da ritenersi insufficiente, tenuto conto delle molteplici interferenze con le attribuzioni regionali” (v. Corte Cost., 25.11.2016,  n. 251). Il tema delle società a partecipazione pubblica era già stato oggetto di pronunce da parte del c.d. Giudice delle Leggi. In alcuni casi, la Consulta ha ricondotto le disposizioni inerenti all’attività di società partecipate dalle Regioni e dagli enti locali alla materia dell’«ordinamento civile», di competenza legislativa esclusiva statale, in quanto volte a definire il regime giuridico di soggetti di diritto privato, nonché a quella della «tutela della concorrenza» in considerazione dello scopo di talune disposizioni di «evitare che soggetti dotati di privilegi operino in mercati concorrenziali» (Corte Cost., sent. n. 326 del 2008). In altri, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di disposizioni statali che, imponendo a tutte le amministrazioni, quindi anche a quelle regionali, di sciogliere o privatizzare le società pubbliche strumentali, sottraevano alle medesime la scelta in ordine alle modalità organizzative di svolgimento delle attività di produzione di beni o servizi strumentali alle proprie finalità istituzionali, violando la competenza legislativa regionale residuale in materia di organizzazione amministrativa regionale (Corte Cost., sent. n. 229 del 2013). [25] Infatti, la materia delle partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche coinvolge, da un lato, profili pubblicistici, che attengono alle modalità organizzative di espletamento delle funzioni amministrative e dei servizi, perciò riconducibili alla competenza residuale regionale, anche con riguardo alle partecipazioni degli enti locali che non abbiano come oggetto l’espletamento di funzioni fondamentali. Dall’altro lato, però, ogni intervento in materia coinvolge anche profili privatistici, inerenti alla forma delle società partecipate, che trova nel codice civile la sua radice, e aspetti connessi alla tutela della concorrenza, riconducibili alla competenza esclusiva del legislatore statale. La sede preposta alla necessaria integrazione dei suddetti punti di vista e delle diverse esigenze degli enti territoriali coinvolti, è la Conferenza unificata, di cui nel TUSP era richiesto il solo “parere”. [26] La Corte Costituzionale ha precisato che “nel caso di impugnazione di tali disposizioni, si dovrà accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione”. [27] Il supremo organo amministrativo non ha mancato di rilevare l’importanza di “portare a termine le previsioni della l. n. 124 a seguito della sentenza della Corte”, anche “per non far perdere slancio riformatore all’intero disegno: i decreti legislativi interessati dalla sentenza costituiscono, infatti, non soltanto misure di grande rilievo di per sé, ma anche elementi di una riforma complessiva, che risulterebbe meno incisiva se limitata ad alcuni settori” (v. parere Cons. Stato n. 83/2017, in www.giustizia-amministrativa.it). [28] Assai diversa era stata la prima versione del decreto legislativo, in cui si discorreva di “obbligo” per le società di optare per l’amministratore unico, obbligo poi mutato in una più rassicurante “normalità” durante i lavori di stesura del testo definitivo. [29] «I consigli di amministrazione delle società di cui al comma 1 devono essere composti da non più di tre membri. È comunque consentita la nomina di un amministratore unico» (art. 4, comma 4, d.l. 95/2012). «Fermo restando quanto diversamente previsto da specifiche disposizioni di legge e fatta salva la facoltà di nomina di un amministratore unico, i consigli di amministrazione delle altre società a totale partecipazione pubblica, diretta o indiretta, devono essere composti da tre o da cinque membri, tenendo conto della rilevanza e della complessità delle attività svolte» (art. 4, comma 5, d.l. 95/2012, come modificato con l’art. 16, comma 1, lett. b), d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla l. 11 agosto 2014, n. 114). D’altronde, già con la legge finanziaria 2007 si era previsto, oltre al generico richiamo a un emanando «atto di indirizzo volto, ove necessario, al contenimento del numero dei componenti dei consigli di amministrazione delle società non quotate partecipate dal Ministero dell’economia e delle finanze e rispettive società controllate e collegate, al fine di rendere la composizione dei predetti consigli coerente con l’oggetto sociale delle società» (art. 1, comma 465, l. 27 dicembre 2006, n. 296), che «il numero complessivo di componenti del consiglio di amministrazione delle società partecipate totalmente anche in via indiretta da enti locali, non può essere superiore a tre, ovvero a cinque per le società con capitale, interamente versato, pari o superiore all’importo che sarà determinato con decreto», e che nelle società miste il numero massimo di componenti del consiglio di amministrazione designati dai soci pubblici locali comprendendo nel numero anche quelli eventualmente designati dalle regioni non può essere superiore a cinque (art. 1, comma 729, l. 296/2006). [30] A tal riguardo, viene altresì precisato (art. 14, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo) che il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro delegato per la semplificazione e la pubblica amministrazione e con il Ministro dell’economia e delle finanze, volto a disciplinare le modalità di trasmissione dell’elenco del personale eccedente, debba essere adottato previa intesa in Conferenza unificata ai sensi dell’art. 9 d.lgs. 28.8.1997, n. 281.   - >>>>>

Elezioni regionali, partiti e movimenti chiamati all’analisi del voto. Gli assessori della Giunta Toma scelti tra gli eletti

Cala il sipario sulle elezioni regionali, si chiude una stagione, quella legata a Paolo di Laura Frattura, e il Molise gira pagina. L’attesa, o la temuta (dipende dai punti di vista) vittoria del Movimento 5 Stelle, guidato da Andrea Greco, non c’è stata. Vince la coalizione di centrodestra e Donato Toma è il nuovo Presidente della Regione Molise. Durissima la sconfitta del centrosinistra, ammessa senza mezzi termini da Carlo Veneziale. Una battaglia esclusivamente di testimonianza quella di Agostino Di Giacomo, rappresentante di CasaPound. IL NUOVO CONSIGLIO REGIONALE Presidente della Regione Molise, Donato Toma. Consiglieri eletti in maggioranza. Forza Italia: Nicola Cavaliere, Armandino D’Egidio, Roberto Di Baggio; Orgoglio Molise: Vincenzo Cotugno, Gialuca Cefaratti; Lega Salvini Molise: Aida Romagnuolo, Filomena Calenda; Popolari per l’Italia: Vincenzo Niro, Andrea Di Lucente; Unione di Centro: Salvatore Micone; Fratelli d’Italia: Quintino Pallante; Iorio per il Molise: Michele Iorio. Consiglieri eletti in minoranza. Movimento 5 Stelle: Andrea Greco, Patrizia Manzo, Angelo Primiani, Vittorio Nola, Valerio Fontana, Fabio De Chirico; Partito Democratico: Vittorino Facciolla, Micaela Fanelli. L’ANALISI DEL VOTO Il responso delle urne è stato chiaro ed inequivocabile: il centrodestra ha conquistato la guida della Regione Molise con uno scarto di circa 9000 voti sul Movimento Cinque Stelle. A Donato Toma sono andati 73229 voti pari ad una percentuale del 43,46%, mentre ad Andrea Greco 64875 voti ed una percentuale del 38,50%. Durissima la sconfitta per il centrosinistra, a Carlo Veneziale vanno solo 28818 voti pari al 17,10% dell’elettorato. Per CasaPound i voti sono rimasti sotto quota mille (707): ad Agostino Di Giacomo è andato solo lo 0,42%. Il dato relativo alle liste assegna al Movimento 5 Stelle il ruolo di primo partito col 31,57% totalizzato dalla lista. Seguono, in una sostanziale posizione di parità, Forza Italia (9,8%) e il PD (9,03). Buona la performance di Orgoglio Molise (8,34%), Lega Salvini Molise (8,23%)  che entra per la prima volta in consiglio regionale con due donne, Popolari per l’Italia (7,12%). Eleggono loro rappresentanti in consiglio anche: Unione di Centro (5,11%), Fratelli d’Italia (4,45%), Iorio per il Molise (3,58). Pur superando lo sbarramento del 3%, restano fuori dall’aula di Palazzo D’Aimmo la formazione di Liberi e Uguali per il Molise (3,29%). Sotto il 3%, e quindi senza rappresentanti in Consiglio, il Movimento Nazionale per la Sovranità (2,70%), Molise 2.0 (2,38%), Unione per il Molise (2,22%), Il Molise di Tutti (1,87%), Il Popolo della Famiglia (0,41), CasaPound (0,33%). LA NUOVA GIUNTA Il neo eletto presidente Toma, già al lavoro per la composizione della nuova Giunta, ha fatto sapere che l’esecutivo regionale sarà composto esclusivamente da assessori scelti tra le liste afferenti alla coalizione. Quindi, per il momento, è da escludere il ricorso ad assessori esterni. La nuova normativa regionale consentirà quindi il ripescaggio dei primi non eletti tra le liste che esprimeranno assessori al loro interno     - >>>>>

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Editorialista: Pasquale Di Bello - Direttore responsabile: Manuela Petescia

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