Esame di maturità al via per 2700 studenti molisani. Le tracce della prima prova: da Giorgio Bassani ai quattro ambiti del saggio breve

(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({}); Sono quasi duemila e settecento in Molise gli studenti impegnati negli esami di maturità. Duemila e 100 in provincia di Campobasso, e circa seicento in quella di Isernia per un totale di 134 classi quinte. Dopo una notte insonne o passata sul web per cercare le possibili tracce e qualche consiglio, con la prima prova scritta di italiano al via il percorso dell’esame di Stato. Analisi del testo “Il giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani, a 80 anni dalle leggi razziali; tema di ordine generale con il principio dell’uguaglianza nella Costituzione. Per l’argomento storico la Cooperazione Internazionale con riferimenti ad Alcide De Gasperi e Aldo Moro, a 40 anni dal rapimento e dall’uccisione dell’esponente della Dc. Saggio breve o articolo di giornale. L’amore e la solitudine con Alda Merini tra gli autori per l’ambito artistico-letterario; massa e propaganda la traccia scelta per l’ambito storico-politico. Ancora, il dibattito bioetico sulla clonazione per quello tecnico-scientifico. Infine, la creatività come risultato di talento e caso per il settore socio-economico. Sei ore di tempo per la prima prova e alcune previsioni rispettate. Così su Facebook il direttore dell’Ufficio scolastico regionale, Anna Paola Sabatini: “Ogni anno una grande emozione come se dovessi risostenerlo io ogni volta, tante emozioni…. tanta e tante attese, lo sguardo fugacemente indietro al mio esame di maturità, con trepidazione avanti a quando tra pochi anni sarà il turno di Mariasole Desideri, con grande condivisione a tutti i nostri ragazzi che varcheranno i cancelli delle scuole domani che affrontino questa esperienza con la consapevolezza che la ricorderanno per tutta vita ma anche con un po’ di “dispiacere” da parte nostra perchè prenderanno il volo verso la loro vita adulta, a tutti noi educatori che in queste ore facciamo il bilancio di quello che siamo riusciti a dare, ai membri delle commissioni perchè sappiano trasmettere con grande serenità agli studenti la “sacralità” di questo momento. A tutti un grande in bocca al lupo e soprattutto un affettuoso abbraccio”. (adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({});     - >>>>>

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Sanità, forse è arrivato il momento giusto

di MANUELA PETESCIA La sanità non è un’opinione ma un diritto. “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo”, recita la Costituzione Italiana all’art 32, e a conclusione di questo nobile enunciato non compare alcuna virgola seguita da eccezioni o distinzioni di sorta. Non c’è, insomma, nessun elenco di emarginati a cui tale principio non si applichi. Con gli anni, invece, nelle mani di chi avrebbe dovuto garantire i diritti dei cittadini italiani e vigilare affinché fossero rispettati, all’art 32 è stata di fatto aggiunta una clausola: “a meno che l’individuo non risieda in una regione povera e numericamente insufficiente a coprire la spesa sanitaria attraverso la tassazione”. È una clausola violenta, antidemocratica e incostituzionale, tuttavia è passata nel silenzio di tutti, così che se un cittadino sbatte la testa in Lombardia può salvarsi, se un cittadino sbatte la testa in Molise può morire. E chissenefrega, tanto le tasse sono insufficienti. Di fronte a questa deriva reazionaria dell’art. 32, una deriva degna delle peggiori monarchie assolute – quando la salute dei poveri era affidata alla carità cristiana e alle congregazioni religiose – i governi regionali del Molise hanno reagito in modi e in tempi diversi, e si è passati dal tentativo di Giuseppe Astore, che negli anni ’90 provò a razionalizzare la spesa sanitaria e per questo venne defenestrato, essendosi permesso di calpestare troppi autorevoli calli, al tentativo diametralmente opposto di Michele Iorio, che provò invece a mantenere e, anzi, ampliare l’offerta dei servizi sanitari sul territorio, rifiutando i diktat del Governo. Che è – in un certo senso – lo stesso atteggiamento con cui oggi Salvini e Di Maio intendono affrontare il debito pubblico italiano nel contesto europeo, segnando una clamorosa inversione di tendenza rispetto ai governi precedenti. Con Paolo Frattura, invece, è stato tutto più semplice: “Noi molisani siamo brutti e cattivi”, ha detto in sostanza l’ex Governatore, “fate di noi quello che vi pare”. E infatti il tavolo romano delle trattative, a cui Frattura raramente ha preso parte – indaffarato com’era tra biomasse e metropolitane leggere – ha tagliato drasticamente la quota che il fondo sanitario nazionale destinava alla nostra regione e nella nostra regione si è chiuso tutto: ospedali, reparti e servizi, perfino di emergenza (come il pronto soccorso) e perfino di eccellenza (come l’oculistica). Ci ritroviamo così ai nostri giorni, quando il neo Governatore Donato Toma si trova di fronte a disastri già consumati e a porte già chiuse, anzi sbarrate: e riaprire una porta chiusa è molto, molto più complicato di mettersi di traverso a monte per evitare che si chiuda. Ma il nuovo governo sembra avere una visione diversa dei rapporti di forza tra stati e regioni, a cominciare dall’annunciato proposito di rinegoziare la posizione debitoria dell’Italia all’interno dello scacchiere europeo. E se questo obiettivo può apparire a prima vista ingenuo, populistico e irrealizzabile, la filosofia di base che lo sostanzia ha un grandissimo valore democratico: più si penalizzano le aree deboli, più si compromette irrimediabilmente il loro futuro, e di riflesso il futuro dell’intera nazione. E allora, se è vero – come è vero – che la contrazione di posti letto, ospedali e servizi non riduce affatto i costi di gestione della sanità, ma anzi li fa aumentare, per quel costante e inevitabile ricorso alle strutture di fuori regione che genera a sua volta l’aumento esponenziale della cosiddetta mobilità passiva, e se è vero che il nuovo Governo italiano ha tutta l’intenzione di contestare i vecchi equilibri consolidati, potrebbe essere questo il momento migliore per verificare nuovi spazi di manovra. Andare a Roma e provare a rinegoziare il debito sanitario del Molise in nome dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla salute. Andare a Roma, soprattutto, a contestare proprio quella virgola, quella clausola feroce aggiunta all’articolo 32 che unisce in un abbraccio diabolico la salute e il numero di abitanti, la speranza di vita e il numero dei portafogli.   - >>>>>

La semplificazione della percezione

di ADELE FRARACCI Tanti Italiani hanno percepito che l’accoglienza degli immigrati è stata mal condotta e male organizzata. Essa sembra non abbia garantito ordine sociale e sicurezza. I ‘Neri’ si trovano ciondolanti nelle città, chiedono elemosina davanti alle chiese e ai supermercati, rovistano nella spazzatura, percorrono le strade in bicicletta, si radunano e offrono il senso della precarietà, non solo la loro. Immancabile il telefonino in dotazione, che sembra essere risultato una delle cose più insopportabili a tanti Italiani. Gli Italiani quando i ‘Neri’ lavorano, sottopagati e sfruttati nelle campagne o nei cantieri, non li vedono. Fa il giro del mondo, però, il video del ‘Nero’ col c…o di fuori al supermercato. Tanti Italiani hanno percepito che l’immigrazione sia anche un grande business. Hanno percepito che alcuni albergatori abbiano trovato una fonte di guadagno assicurata, alcune associazioni di volontariato abbiano trovato per se’ lavoro remunerativo e che la stessa mafia faccia i suoi sporchi affari con i migranti. Hanno percepito, infine, che l’Europa ha lasciato sola l’Italia nell’affrontare il fenomeno migratorio. Questo il quadro di quel che tanti Italiani hanno percepito. Val la pena sottolineare che questa loro percezione è registrabile da anni. Eppure tutto è andato avanti come se il problema della percezione non esistesse. C’è chi nel governo ha fatto il gendarme in mare negli ultimi tempi, però in terraferma tutto è continuato più o meno come al solito. Ed ecco che mentre le politiche sociali sfregiavano pure gli Italiani, impoverendoli e gonfiando in essi il sentimento di paura e precarietà, c’è chi ha inzuppato il pane nel vaso della percezione, alimentandola, centrifugandola e montandola a arte, tanto da far accrescere il consenso per sé sino a assumere responsabilità di governo. Questo è stato il dato percettivo percepito dai furbi che ci hanno costruito non a caso la loro carriera politica, mentre altri erano intenti a twittare se stessi, nel nulla, nel vuoto cosmico in cui non a caso sono precipitati tra una pseudo lectio di diritto pubblico comparato ai tempi del referendum costituzionale e un’arroganza patologica condotta a oltranza che li ha fatti vaneggiare: sentirsi dei Napoleone vincitori grazie alla strategia del Rosatellum, mentre in verità Lipsia e Waterloo c’erano già state e la disfatta era stata rovinosa. Ora da questo dato percettivo degli Italiani si deve partire per recuperare… gli Italiani. Recuperare quanti vagano straccioni nelle vesti e nelle anime, nei loro modi gretti e volgari e nel loro essere xenofobi e razzisti. Quelli che sbraitano e schiamazzano irrisori e si sentono ora meno frustrati perché credono di avere al comando i loro uomini, uno di loro e quelli tra loro. È la vecchia storia in salsa moderna: identificazione col branco e con il nuovo potere. Il potere percepito come quello del cambiamento e del rinnovamento, il ‘potere etico’ che mobilita le folle di fronte al ‘modello’ in cui rispecchiarsi con orgoglio, accantonando le individuali paure, il senso di precarietà e le personali frustrazioni, capace di dare sfogo alla rabbia: abbattere i nemici interni (casta, immigrati e quanti altri) e il nemico esterno rappresentato innanzitutto dall’Europa e da nuovi migranti. È indispensabile ricostruire un centrosinistra che sia democratico con tutti i suoi valori, in cui sentirsi a casa, senza i Napoleone e senza parenti serpenti. Un centrosinistra che sappia traghettare ogni nave, italiana e straniera, al suo porto. Ma il centrosinistra non può che cambiare nomenclatura. Fin quando parlano un Renzi o i suoi replicanti alla Orfini, non c’è casa, non ci può essere. Perché proprio il loro Pd e il loro governo sono stati i primi responsabili dello scempio attuale. E anzi hanno proprio incentivato il ‘fuoriuscitismo’. Non c’è nulla da fare, non potrebbero mai essere riconosciuti come leader da quanti a sinistra si sono astenuti o hanno votato sigle diverse dal Pd e finanche il m 5 stelle, percepito, quest’ultimo, come l’unica bomba da lanciare per far deflagrare il sistema Pd-Verdini. Binomio, quest’ultimo, che si presta alla semplificazione ma che può rappresentare un ottimo esempio per cogliere l’impossibilità, è bene che lo capiscano nel pd, a riproporre all’interno gli stessi nomi. Quei nomi nati sotto il vessillo della rottamazione dei vecchi dirigenti e che si è risolto in una politica ‘bamboccia’, succuba del Nazareno e degli interessi di ‘casta’. Quei nomi che oggi parlano, sono gli stessi che hanno fatto quelle cose che oggi denunciano. Non sono credibili. Devono sparire. Il primo modo per recuperare gli Italiani è dare una casa al popolo di centrosinistra. A quella gente che onestamente ammoniva e esprimeva il suo pacato giudizio critico e che è stata ignorata e fatta precipitare ‘nella barbarie dei tempi moderni’. Questo popolo di centrosinistra ha ora bisogno di una politica ‘adulta’. Di politica ‘bamboccia’ ne ha piene le scatole. È arrivato il momento di opporre al potere etico, l’etica democratica dello Stato, in cui liberamente e criticamente poter riconoscersi e a cui lavorare.   - >>>>>

Curriculum vitae et studiorum. (Merito e non meritocrazia, per favore)

di ADELE FRARACCI Il curriculum non conta per diventare ministro dell’istruzione, ricerca e università, sembra però contare per fare il ‘premier’. Millantare è purtroppo fenomeno trasversale e grave sempre. È accaduto ultimamente con il ministro Fedeli e sembra accadere ora con Conte. Millantare non è più o meno grave a seconda dell’appartenenza politica. È grave sempre. La patente di onestà dovrebbe essere un pre requisito per chi assume responsabilità di governo, così come per chi svolge funzioni in ruolo pubblico. Bisognerebbe spulciare eccome i curriculum di vari funzionari e dirigenti pubblici per verificarne la legittimità e, ancor prima, l’onestà nell’accesso al lavoro e nel fare brillanti carriere. L’onestà prima della legittimità per forza. Perché in Italia, si sa, entro le pieghe della legalità e della legittimità si riescono a costruire bandi di accesso al lavoro che premiano esattamente chi si vuole premiare. A alcuni bandi mancano solo il nome e cognome, eppure essi sono impliciti; la loro costruzione e i criteri fissati individuano per l’accesso solo quel nome e cognome. Ecco la disonestà messa a sistema. È proprio contro questo sistema che sono nati i vaffa del m5stelle. Quest’ultimo ne ha fatta di strada, nelle prossime ore potrebbe diventare una forza di governo. Il curriculum vitae et studiorum è importante e deve essere però vero. Ma vero significa anche e soprattutto che dovrebbe essere non taroccato, ossia non costruito a arte e frutto della raccomandazione. Ci sono infatti curriculum che sono risultato innanzitutto della benevolenza di ‘padrini’ che assistono alla sua costruzione per l’accesso al lavoro e per far fare repentina carriera. Il rispetto del merito risiede invece solo in un sistema che implementi l’onestà, fatta di reale pari opportunità. Altrimenti si scivola, come è accaduto e accade, nella meritocrazia all’italiana. La meritocrazia in politica è un governo dei tecnici, che non può piacere perché schiaccia sforzi, aneliti, passioni a fare. Depotenzia perché i tecnici tracciano una strada che è la loro, non la nostra. Non solo depotenzia ma addirittura deresponsabilizza i cittadini. Oggi non a caso stiamo percorrendo la strada dei Monti-Fornero che proprio non piace, al punto che si è pronti a ringraziare finanche xenofobi pur di aver salva la propria vita. La meritocrazia nel pubblico in Italia è per lo più farlocca, quella dei curriculum vitae et studiorum taroccati. Quella per cui a capo dei vari settori non ci sono i migliori bensì quelli sponsorizzati da padrini. Ecco, la meritocrazia è non solo brutta e malefica, in Italia proprio fasulla e impraticabile. Quello a cui bisogna aspirare è semplicemente il rispetto del merito. In fondo si potrebbe così soddisfare la felicità, ciascuno farebbe secondo suo talento, orientamento e personalità. Forse dovremmo inviare fuori d’Italia l’analisi dei curriculum per verificarne la autenticità e non solo da un punto di vista formale e linguistico? Così facendo potremmo ridistribuire le competenze adeguatamente e uscire fuori da crisi etica, economica, democratica…. Forse così non vi sarà neppure la tentazione di ‘gonfiare’ il proprio curriculum, di suo iper accettabile, ma che sembra sempre troppo poco per aver salva la vita e cavarsela nel mercato del lavoro dove vige quasi ormai unicamente la concorrenza sleale. È ironia del paradosso, s’intende. Ma pare che stiano rimanendo solo il paradosso in Italia e l’ironia come strumento per recuperare un po’ di verità nella leggerezza.   - >>>>>

In memoria di Giovanni Falcone e delle vittime della strage di Capaci

Ogni volta che incontro i miei ragazzi nelle scuole d’Italia, faccio ascoltare loro il boato dell’esplosione scatenatosi ventisei anni fa a Capaci. L’effetto sonoro fa tremare i muri delle aule dove discutiamo e ci confrontiamo sui temi che riguardano le mafie. Da quel fragore terribile cerco di stimolare in loro la forza dell’esempio che ci hanno lasciato Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, gli uomini della sua scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e tutte le vittime innocenti di mafia. Li hanno ammazzati fisicamente ma moralmente le loro idee e il loro senso del dovere devono continuare a camminare nelle gambe dei nostri giovani: questo vuol dire ricordare oggi Giovanni Falcone e con lui tutte le vittime della criminalità organizzata. E’ questa l’ultima speranza che ci resta giacché le mafie sono diventate invincibili proprio grazie a quelle persone e quelle istituzioni che hanno lottato con ogni mezzo il magistrato quando era in vita. Falcone, assieme al suo mentore Rocco Chinnici e a Paolo Borsellino, fu il primo a smascherare realmente i meccanismi criminali della mafia. Nel 1983 fu uno delle menti pensanti del “pool antimafia” che portò al grande maxiprocesso del 1987 entrato nella storia mondiale come esempio di lotta al crimine organizzato. Non dobbiamo dimenticarci che rinunciò consapevolmente alla propria vita privata per portare a termine il suo lavoro, per il profondo senso del dovere che sentiva e per l’amore e il senso dello Stato che era insito in lui. Oggi le mafie “moderne” non sparano più, non fanno saltare in aria i magistrati, non fanno parlare di sé, sono “invisibili” ma molto più pericolose e letali di un tempo poiché si mimetizzano nella società civile e nelle istituzioni dello Stato avvelenandole lentamente. Affinché Falcone sia degnamente ricordato, nessuno di noi pensi di essere immune dal cancro mafioso, nessuno pensi che l’argomento non lo riguardi, perché la mafia non è solo quella dei grandi capi e dei grandi affari internazionali, la mafia è prima di tutto uno “status” mentale che va combattuta e sradicata sin dall’infanzia. E’ un “cancro mentale” che va estirpato senza esitazione. Occorre rigurgitare quel senso di abitudine a tollerarla accettandone passivamente la convivenza. Chiedo a chi mi leggerà di ricordare coloro che la mafia l’hanno combattuta fino in fondo non solo oggi ma in ogni occasione – in famiglia, nelle scuole, nei mass-media – tutti i giorni dell’anno. Abbiamo l’obbligo morale di testimoniare la verità in un clima dove prevalgono sempre più l’indifferenza, il silenzio, la falsità che fanno prosperare e rendere ogni giorno più forte il potere mafioso. Giovanni Falcone deve vivere dentro ognuno di noi e sono convinto ci venga a cercare chiedendoci soltanto un piccolo “sacrificio”: fare il nostro dovere. Per quanto mi riguarda Falcone mi afferrò per mano e mi spinse verso la legalità rendendomi profondamente responsabile quando nel febbraio del 1992 mi scrisse una frase che resta come monito per tutti i giovani di buona speranza: “Continui a credere nella giustizia, c’è tanto bisogno di giovani con nobili ideali”. Con questa semplicissima frase, allora come oggi, ci dice che tutti possiamo essere dei buoni cittadini facendo soltanto il nostro dovere, confidando nella giustizia e nei valori della nostra Costituzione. La sensazione che provo, sarei vile se non la scrivessi, soprattutto nelle occasioni di commemorazione, è che Falcone sia morto per nulla e che la mafia stia per sconfiggere definitivamente lo Stato poiché quest’ultimo ha perso inesorabilmente la sua credibilità. Tale sensazione si sta trasformando in convinzione e vorrei ricredermi trovandomi domattina dinanzi a uno Stato che cominci a lottare mafie e corruzione con ogni mezzo, utilizzando le migliori menti a disposizione. Oggi purtroppo non è così: più il tempo passa nella totale inerzia dei tanti e più le mafie diventano invincibili! Vincenzo Musacchio, Giurista, presidente dell’Osservatorio Regionale Antimafia del Molise   - >>>>>

Dal XXIV vertice nazionale antimafia: “Anche in Molise ci sono infiltrazioni mafiose”

di VINCENZO MUSACCHIO La mafia c’è ed è un fenomeno globale. Si può fare la lotta alla mafia anticipandone le mosse e le strategie? E’ possibile la lotta alla mafia del giorno prima? E’ il tema del XXIV° Vertice Nazionale Antimafia organizzato a Napoli il 5 maggio nell’Antico Palazzo Depretis sede dell’Osservatorio Mediterraneo. Numerosi gli interventi in programma, primo fra tutti quello di Cesare Sirignano magistrato di spicco della Procura Nazionale Antimafia. Subito dopo Vincenzo Musacchio, Direttore scientifico della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise, ha ricordato la figura di Antonino Caponnetto ed il suo rapporto personale con il magistrato. Sono intervenuti numerosi magistrati, tra i quali il Procuratore Generale di Napoli, forze dell’ordine e giornalisti (tra cui Paolo Borrometi), impegnati quotidianamente su un terreno difficile come quello della lotta alle mafie. Si è parlato di riciclaggio internazionale, della questione rifiuti, della questione carceraria, sono stati illustrati i risultati dell’importante ed esclusivo report sulla criminalità organizzata a Malta ed i legami con l’Italia. Interessante per il Molise la relazione del dott. Sirignano magistrato della Procura Nazionale Antimafia, il quale ha chiarito come non vi sia nessuna regione italiana immune dalle infiltrazioni mafiose. Si è ha parlato dunque anche della nostra Regione e delle infiltrazioni nell’area litoranea che provengono dalla mafia foggiana e di quelle della camorra che colpiscono la provincia di Isernia. Si è accennato alle infiltrazioni nel nostro tessuto economico specie per reinvestire capitali nel settore immobiliare, nei trasporti e nella ristorazione. I punti su cui occorre tenere alta la guardia sono i fondi europei, l’eolico selvaggio e la ricostruzione post terremoto. Il magistrato antimafia di Napoli Catello Maresca (che pose fine al dominio dei Casalesi) ha concluso i lavori sostenendo che le mafie hanno cambiato strategia sostituendo alla violenza la corruzione e stanno diventando sempre più invisibili e più potenti.   - >>>>>

Il Molise dei Miraggi

di ADELE FRARACCI Alle elezioni regionali, l’occasione per tanti Molisani è stata rappresentata dai 5 stelle, percepiti come ‘bombe’ da lanciare per far deflagrare il sistema, coerentemente a quello che effettivamente ne è stato l’uso all’inizio dei ‘vaffa’ e oggi in realtà locali come Roma e Torino o a livello centrale. La ‘casta’ però con il Rosatellum ha cercato di sminare il terreno e ha messo gli onorevoli grillini in difficoltà per la formazione del governo. Dal 4 marzo sono trascorsi quasi due mesi e dopo giri di consultazioni il finale sarà molto probabilmente un governo del presidente se il pd non si stappa. Qui in Molise la ‘casta’ ha elaborato, all’ultimo momento, una riforma elettorale che offre ai vincitori la possibilità di governare serenamente, rendendo inoffensiva l’opposizione rappresentata dai grillini, che chiaramente con una sola lista non potevano arrivare primi, tanto più che il cdx ha approntato l’invincibile armata delle 9 liste/okkupazione del territorio regionale. Il cdx ha vinto, nevralgici quelli che lo tradirono 5 anni fa. Una galleria di personaggi che ora sono tornati alle origini ricevendo consensi dal proprio elettorato e dai politici traditi. Tra questi ultimi, tanti sono grati per il lavoro svolto nel governo di ‘csx’ ridondante a favore del sistema-casta; esempio ne è proprio la riforma elettorale truffa e fuffa. Tutti contenti, dunque. Pure quel piccolo pd, ridotto ormai a circolo privato, che grazie anche ai soliti ‘pali’ ha di fatto inserito in Aula consiliare, secondo canovaccio noiosamente scontato, i suoi due soci di maggioranza. Un piccolo pd orgasmico per i due seggi rastrellati e frigido di fronte alle responsabilità. Scontenti sono infatti tutti gli altri, che addirittura, fatta eccezione per LeU, non hanno raggiunto la soglia del 3%. La grande occasione per i grillini, entro questo quadro, non c’è mai, quindi, veramente stata. Fuori luogo il coro di chi imputa la sconfitta dei grillini agli astenuti. Un numero considerevole quello degli astenuti, in parte riconducibile al dato che potremmo identificare come fisiologico, dall’altra allo zampino della ‘casta’ che ha furbamente spostato le elezioni regionali in concomitanza con il lungo ponte; c’è poi da aggiungere che tantissime sono state le schede bianche e nulle, a testimonianza che c’era chi proprio non è stato attratto dall’ offerta politica, per molti irricevibile al punto da aver disertato, appunto, il seggio. Il voto è un diritto -dovere, d’accordissimo. Ma neppure si può offendere l’intelligenza di quei cittadini che hanno semplicemente impattato contro un quadro in parte ‘predefinito’ dalla ‘casta’ e in parte da un’impresa, la Casaleggio Associati, che richiedeva il voto utile in chiave ‘anti casta’ col mito della purezza di una sola lista mission impossible. Tra l’altro proprio l’assenza di vera opposizione in Aula consiliare negli ultimi 5 anni ha condotto potenziali elettori a sospettare sulla portata innovativa e competente dei grillini, tanto più alla luce dell’elevato grado di supponenza affatto dissimile da quello di molti “politici della casta”. Così il Molise resta una ‘garanzia’ almeno per i caciocavalli doc e per i tratturi percorsi dalle truppe cammellate, fenomeno ampiamente spiegato proprio in questi ultimi tempi, anche su social. I tratturi molisani sono come il deserto: provocano miraggi. In Molise 5 anni fa c’è chi ha visto un centrosinistra con Patriciello /Forza Italia + altri personaggi di destra e oggi, finita l’allucinazione, spara a zero su tutti i suoi ‘compagni’, addirittura si erge a commentatore lucido con capacità di analisi politica e si è strenuamente opposto al tentativo di quanti hanno cercato di invertire la rotta e il disastro finale. In Molise oggi c’è chi a destra, in preda ai miraggi e per fedeltà al caciocavallo, vede i vecchi traditori come propri paladini, finanche eroici per dirittura morale e pienamente generosi con la coalizione vincitrice. I piddini hanno perso tempo a trovare soluzione strategica e, alla fine, hanno fatto guadagnare nel deserto oasi senza rinnovamento, con annesso rito di sacrificio per più di uno di loro e di tutti i loro alleati. Poi ci sono quei ‘compagni’ che addirittura vedono in un‘azienda la bomba per far deflagrare l’iniquità sociale e le contraddizioni capitale -lavoro e per far rispettare la separazione tra pubblico e privato e se la prendono con gli astenuti. Ecco che i caciocavalli e i tratturi, strade del deserto percorse da truppe cammellate e costellate di miraggi, sembrano resistere come ‘vie di comunicazione politica e rete di relazione socio-economica’ in Molise. Il Molise esiste nonostante i riflettori si siano spenti e il buio sia calato, esiste entro un’atmosfera di rancori, di ipocrisia e di accuse rivolte sempre a altri e mai a se stessi, esiste con i suoi suoni monotoni, sempre gli stessi, in una ormai ‘falsa’ eco da destra a sinistra, da sinistra a destra…   - >>>>>

Musacchio : “Dirigenti 5 Stelle ingenui, presuntuosi e arroganti. Ecco perché hanno perso in Molise”

riceviamo e pubblichiamo di VINCENZO MUSACCHIO Credo che qualsiasi forza politica che voglia definirsi matura e democratica debba riconoscere il risultato elettorale, accettarlo per quello che è, rispettando la volontà degli elettori. In democrazia funziona così. Personalmente ritengo che la partita l’abbia persa a livello locale il gruppo dirigente che, sempre a mio avviso, ha commesso un errore dietro l’altro, peccando a volte di ingenuità, a volte di arroganza, a volte di presunzione. Le elezioni politiche sono una cosa, le regionali sono altra cosa! I numeri parlano chiaro: il M5S è il primo partito del Molise ma alla prova dei fatti perde pur potendo vincere. In Molise si è persa, dignitosamente, una partita che poteva esser vinta agevolmente. Persone intelligenti aprirebbero la stagione della critica interna (quella vera e non di facciata) e rifletterebbero su tutto ciò che avrebbe consentito di raggiungere un risultato migliore. Le cose su cui ragionare non sarebbero poche! Su tre punti mi vorrei soffermare. In primis, il totale fallimento delle regionarie che non sono affatto espressione di democrazia (lo dimostrano i 7000 voti di Patrizia Manzo). In secundis, le assurde esclusioni, che mi riguardano direttamente, su cui mi soffermo solo per dire che nel modo in cui sono state gestite hanno allontanato molti elettori. In ultimo, le modalità della campagna elettorale affidate ad integralisti per i quali l’offesa, in alcuni casi ai limiti del linciaggio, è stato l’unico modo di poter interloquire con l’altro. Chi dissente viene subito attaccato con ogni mezzo. Questi aspetti a mio giudizio hanno allontanato molti elettori dai grillini. Nessuna acrimonia e nessuna ostilità preconcetta, quando il M5s farà scelte condivisibili lo difenderò, quando ne farà di segno opposto, lo criticherò, ma sempre nel merito e nel rispetto delle persone. Ora la campagna elettorale è finita e alle parole occorrerà sostituire i fatti. Un ultimo interrogativo mi assale a livello nazionale: il Movimento resterà tale o diverrà Partito e si omologherà al trasformismo e al poltronismo? Chi vivrà vedrà!   - >>>>>

Consiglio regionale al capolinea, legislatura burrascosa da dimenticare. Tra leggi pro casta e delibera bavaglio

di GIOVANNI MINICOZZI Dopo cinque anni di mandato il consiglio regionale di fatto è sciolto e ha perso la sua funzione legislativa. Sono stati cinque anni ,per lo più, infruttuosi sia per le leggi approvate sia per le risposte non date ai tanti lavoratori che hanno manifestato reiteratamente dentro e fuori Palazzo d’Aimmo per tentare di risolvere il dramma del lavoro perso con migliaia di famiglie in difficoltà che non riuscivano e non riescono a mettere insieme sulla tavola il pranzo con la cena. Gam, Zuccherificio, ex Ittierre, korai, settore dell’edilizia, piccole imprese, commercio, turismo, precari della Protezione civile, della sanità, di Molise Dati, Egam, Disabili e chi più ne ha più ne metta. Aziende chiuse e lavoratori abbandonati al loro destino dalla politica regionale che non ha saputo o non ha voluto trovare soluzioni adatte per fronteggiare tante emergenze. Tra le leggi approvate dall’aula spiccano invece le nuove indennità dei consiglieri regionali, la modifica dello Statuto con il quinto assessore, l’incompatibilità tra consigliere e assessore prevista dalla nuova legge elettorale, la legge che ha smantellato ,dì fatto, il servizio di protezione civile, il nuovo piano sanitario approvato con legge dal Parlamento italiano nel silenzio quasi generale del consiglio regionale esauturato da una sua competenza specifica. Per non parlare poi delle consulenze e degli incarichi ad personam concessi dal governo Frattura per centinaia, di migliaia di euro ignorando la professionalità acquisita da funzionari e dirigenti regionali. Ma la ciliegina sulla torta fu messa dall’ ufficio di Presidenza del consiglio regionale con la famigerata delibera “bavaglio ” approvata l’11 Ottobre del 2013 per difendere – scrissero- l’ onorabilità dell’Istituzione regionale. Una delibera di stampo neofascista per tentare di tappare la bocca ai pochi organi di informazione che raccontavano le malefatte relative ai nuovi stipendi e per difendere l’indifendibile sull’indennità dei portaborse poi abrogata a furor di popolo e con l’intervento decisivo delle Iene. Come se non bastasse tutto questo alla fine del mandato, scaduto il 25 Febbraio, la casta di Palazzo d’Aimmo sì è liquidata lo stipendio di Marzo e lo farà anche per il mese di Aprile con un aggravio per le casse pubbliche di oltre cinquecentomila euro. A tal proposito Michele Durante ha ricordato di aver depositato in tutti i Comuni una proposta di legge di iniziativa popolare per evitare che ciò si ripeta nei prossimi anni. Insomma un consiglio regionale da dimenticare in fretta con l’opposizione, M5s compreso ,che non sempre ha svolto il proprio ruolo. Non ci resta che confidare nella nuova classe politica per dare al Molise ciò che merita , ma questo dipende dai Molisani.   - >>>>>

Esame di maturità al via per 2700 studenti molisani. Le tracce della prima prova: da Giorgio Bassani ai quattro ambiti del saggio breve

Sono quasi duemila e settecento in Molise gli studenti impegnati negli esami di maturità. Duemila e 100 in provincia di Campobasso, e circa seicento in quella di Isernia per un totale di 134 classi quinte. Dopo una notte insonne o passata sul web per cercare le possibili tracce e qualche consiglio, con la prima prova scritta di italiano al via il percorso dell’esame di Stato. Analisi del testo “Il giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani, a 80 anni dalle leggi razziali; tema di ordine generale con il principio dell’uguaglianza nella Costituzione. Per l’argomento storico la Cooperazione Internazionale con riferimenti ad Alcide De Gasperi e Aldo Moro, a 40 anni dal rapimento e dall’uccisione dell’esponente della Dc. Saggio breve o articolo di giornale. L’amore e la solitudine con Alda Merini tra gli autori per l’ambito artistico-letterario; massa e propaganda la traccia scelta per l’ambito storico-politico. Ancora, il dibattito bioetico sulla clonazione per quello tecnico-scientifico. Infine, la creatività come risultato di talento e caso per il settore socio-economico. Sei ore di tempo per la prima prova e alcune previsioni rispettate. Così su Facebook il direttore dell’Ufficio scolastico regionale, Anna Paola Sabatini: “Ogni anno una grande emozione come se dovessi risostenerlo io ogni volta, tante emozioni…. tanta e tante attese, lo sguardo fugacemente indietro al mio esame di maturità, con trepidazione avanti a quando tra pochi anni sarà il turno di Mariasole Desideri, con grande condivisione a tutti i nostri ragazzi che varcheranno i cancelli delle scuole domani che affrontino questa esperienza con la consapevolezza che la ricorderanno per tutta vita ma anche con un po’ di “dispiacere” da parte nostra perchè prenderanno il volo verso la loro vita adulta, a tutti noi educatori che in queste ore facciamo il bilancio di quello che siamo riusciti a dare, ai membri delle commissioni perchè sappiano trasmettere con grande serenità agli studenti la “sacralità” di questo momento. A tutti un grande in bocca al lupo e soprattutto un affettuoso abbraccio”.     - >>>>>

Toma in Europa a caccia di fondi per il Molise

A caccia fondi europei da destinare al Molise. E’ questo l’obiettivo prefissato dal presidente della Regione, Donato Toma, in occasione del suo primo viaggio all’estero. Una tre giorni fitta di incontri con funzionari e politici impegnati sul fronte della programmazione. Fondamentale quello con la responsabile della Politica di Coesione, Rossella Rusco, in vista del periodo di programmazione 2021-2027. “Dobbiamo seguire costantemente il negoziato in corso tra Roma e Bruxelles sul posizionamento della Regione Molise in relazione agli obiettivi di sviluppo in cui si colloca l’Unione Europea”, ha detto Toma che poi ha proseguito: “Considerata la crisi infrastrutturale ed economica, le trattative con Bruxelles assumono un’importanza fondamentale affinché la regione intercetti maggiori fondi europei”. Insieme a Toma si sono mossi per la tre giorni belga alcuni funzionari molisani per un confronto con la delegazione regionale presente presso la sede della Regione Molise a Bruxelles. In particolare lo staff del presidente ha come obiettivo quello di individuare gli strumenti finanziari destinati alle imprese. Presente all’incontro presso la sede regionale, anche l’europarlamentare Aldo Patriciello. Altro appuntamento di rilievo per Toma è quello col vice presidente della Commissione europea ed alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, Federica Mogherini. La chiusura della tre giorni è destinata al rafforzamento delle attività nell’area adriatico-ionica. A tal fine è previsto un incontro con l’on. Ivan Jakovcic, già presidente dell’euroreione adriatica. Fitta quindi l’agenda del governatore, dalla quale ci ci attende un primo importante passo verso una collocazione strategica del Molise sul fronte europeo. Da anni si susseguono progetti e iniziative che sinora hanno prodotto ben poco e, in una fase di generale cambiamento, sul fronte regionale quanto su quello nazionale, il momento è propizio per determinare una inversione di tendenza e un cambio di marcia.   - >>>>>

Termoli, un cimitero industriale alle porte della città. Acciaieria, Zuccherificio, San Nicola: che fare?

Rischia di diventare una vera e propria bomba ecologica il cimitero industriale localizzato tra la vecchia Acciaieria, l’ex Zuccherificio e l’ormai dismesso Centro commerciale San Nicola. A due passi dal mare, ed esattamente a metà strada tra Termoli e Campomarino, le due principali località balneari del Molise, vastissima che si è trasformata in una pattumiera a cielo aperto dove la fanno da padroni residui di ogni tipo, dal materiale ferroso, a quello elettrico, dall’asfalto a metri cubi di cemento. In questa savana di quello che fu l’antico sogno di industrializzazione del basso Molise, tutto sta andando in malora senza che si sia mai avviato un serio percorso di riconversione dell’area. La sola ex Stefana, l’Acciaieria, si estende su 40 ettari di terreno e, dopo l’operazione di bonifica avviata nel 2014 che pareva dovesse rappresentare l’abbrivio per un recupero produttivo del sito, tutto è rimasto lettera morta. L’Acciaieria è, in termini di morte industriale, una delle strutture trapassate da più lungo tempo. Nata nel 1972, è rimasta in funzione per pochi anni sino all’alba degli anni ‘80. La storia dello Zuccherificio, anch’essa antica quanto a fondazione (qui si parla della fine degli anni ‘60), quanto a decesso è più recente. Dopo una serie di alti e bassi, di speranze di rilancio e paure di chiusura, lo stabilimento si è definitivamente fermato due anni fa. Le immagini di un operaio intento a cancellare la scritta “Zuccherificio del Molise” sul vecchio silos, hanno chiuso definitivamente il sipario su una storia che per decenni ha rappresentato lavoro, prosperità e benessere per centinaia di persone e per le rispettive famiglie. Quella del Centro commerciale San Nicola è stata, come per l’Acciaieria, una vita breve. Nato nel 2006, ha chiuso definitivamente i battenti nel 2015. Meno di dieci anni di vita e pure in questo caso sogni spezzati per i lavoratori delle circa 43 aziende che operavano all’interno della struttura. A farla da padrone, laddove un tempo era un pullulare di famiglie, autovetture e musica dagli altoparlanti, è un silenzio di tomba che si snoda come un serpente tra le sterpaglie e i ruderi prodotti dal passaggio del tempo. L’unica presenza di vita, è rappresentata dal servizio di vigilanza presente sul luogo. Per il resto tutto è fermo e immobile, in una atmosfera sospesa ed irreale. A coronamento del dramma, un intreccio di vicende giudiziarie che, a vario titolo, hanno riguardato l’intero distretto industriale. Un ginepraio all’interno del quale si sono perse le speranze e, lavorativamente parlando, le vite di centinaia di lavoratori e famiglie. Accendere i riflettori su quell’area è per la Regione Molise e per il Comune di Termoli un dovere sempre più impellente.   - >>>>>

Pd, Fanelli si dimette. Il partito verso il congresso: sì al coordinamento di nove componenti

di ANNA MARIA DI MATTEO Il Partito democratico del Molise prova a rialzarsi, dopo la pesante sconfitta elettorale rimediata alle Politiche prima e alle Regionali poi. E riparte dal congresso, previsto per il prossimo autunno. Prima tappa del percorso l’assemblea regionale, convocata a Campobasso. In platea amministratori locali, tra cui il sindaco Battista e l’assessore Pietro Maio, il sindaco di Termoli Sbrocca. In fondo alla sala ci sono anche l’ex governatore Frattura e il consigliere regionale Vittorino Facciolla, l’ex assessore Veneziale. A presiedere i lavori la presidente dell’assemblea, Laura Venittelli. La segretaria regionale Micaela Fanelli, insieme con tutta la segreteria, si è presentata dimissionaria. Dimissioni già annunciate nei giorni scorsi e formalizzate nel corso del suo appassionato intervento. L’assemblea è stata l’occasione per fare l’analisi della sconfitta, ma anche per lanciare l’appello a quanti ci credono ancora, a ripartire e a voltare pagina. Ma, al di là del mea culpa e delle buone intenzioni per ritrovare l’unità, alla fine, l’assemblea, o meglio quello che rimaneva prima della chiusura dei lavori, si è spaccata. Intanto  va detto che tutta la componente rutiana non si è presentata e su 60 componenti erano presenti in 21. Al momento della votazione erano rimasti in 19.  Con 9 voti a favore, tre contrari e due astensioni è passata  la mozione, sostenuta dai consiglieri regionali Fanelli e Facciolla che prevede la creazione di un coordinamento di nove persone, eletto dalle Federazioni. Per quelle di Campobasso ed Isernia la mozione dice espressamente “…sentiti i due consiglieri regionali”, mentre per quella di Termoli l’elezione avverrà d’intesa con i due rappresentanti in Consiglio regionale. Il coordinamento traghetterà il partito fino al congresso. Ma non sono mancate le polemiche, come quella del consigliere comunale Pino Libertucci, che ha votato contro la mozione e nel suo intervento aveva sollecitato un segnale forte di discontinuità rispetto al passato. Segnale, che a suo giudizio non è arrivato. E ne è la conferma dell’approvazione della mozione. Per Libertucci , a questo punto non resta che chiedere il commissariamento.    - >>>>>

Sanità, forse è arrivato il momento giusto

di MANUELA PETESCIA La sanità non è un’opinione ma un diritto. “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo”, recita la Costituzione Italiana all’art 32, e a conclusione di questo nobile enunciato non compare alcuna virgola seguita da eccezioni o distinzioni di sorta. Non c’è, insomma, nessun elenco di emarginati a cui tale principio non si applichi. Con gli anni, invece, nelle mani di chi avrebbe dovuto garantire i diritti dei cittadini italiani e vigilare affinché fossero rispettati, all’art 32 è stata di fatto aggiunta una clausola: “a meno che l’individuo non risieda in una regione povera e numericamente insufficiente a coprire la spesa sanitaria attraverso la tassazione”. È una clausola violenta, antidemocratica e incostituzionale, tuttavia è passata nel silenzio di tutti, così che se un cittadino sbatte la testa in Lombardia può salvarsi, se un cittadino sbatte la testa in Molise può morire. E chissenefrega, tanto le tasse sono insufficienti. Di fronte a questa deriva reazionaria dell’art. 32, una deriva degna delle peggiori monarchie assolute – quando la salute dei poveri era affidata alla carità cristiana e alle congregazioni religiose – i governi regionali del Molise hanno reagito in modi e in tempi diversi, e si è passati dal tentativo di Giuseppe Astore, che negli anni ’90 provò a razionalizzare la spesa sanitaria e per questo venne defenestrato, essendosi permesso di calpestare troppi autorevoli calli, al tentativo diametralmente opposto di Michele Iorio, che provò invece a mantenere e, anzi, ampliare l’offerta dei servizi sanitari sul territorio, rifiutando i diktat del Governo. Che è – in un certo senso – lo stesso atteggiamento con cui oggi Salvini e Di Maio intendono affrontare il debito pubblico italiano nel contesto europeo, segnando una clamorosa inversione di tendenza rispetto ai governi precedenti. Con Paolo Frattura, invece, è stato tutto più semplice: “Noi molisani siamo brutti e cattivi”, ha detto in sostanza l’ex Governatore, “fate di noi quello che vi pare”. E infatti il tavolo romano delle trattative, a cui Frattura raramente ha preso parte – indaffarato com’era tra biomasse e metropolitane leggere – ha tagliato drasticamente la quota che il fondo sanitario nazionale destinava alla nostra regione e nella nostra regione si è chiuso tutto: ospedali, reparti e servizi, perfino di emergenza (come il pronto soccorso) e perfino di eccellenza (come l’oculistica). Ci ritroviamo così ai nostri giorni, quando il neo Governatore Donato Toma si trova di fronte a disastri già consumati e a porte già chiuse, anzi sbarrate: e riaprire una porta chiusa è molto, molto più complicato di mettersi di traverso a monte per evitare che si chiuda. Ma il nuovo governo sembra avere una visione diversa dei rapporti di forza tra stati e regioni, a cominciare dall’annunciato proposito di rinegoziare la posizione debitoria dell’Italia all’interno dello scacchiere europeo. E se questo obiettivo può apparire a prima vista ingenuo, populistico e irrealizzabile, la filosofia di base che lo sostanzia ha un grandissimo valore democratico: più si penalizzano le aree deboli, più si compromette irrimediabilmente il loro futuro, e di riflesso il futuro dell’intera nazione. E allora, se è vero – come è vero – che la contrazione di posti letto, ospedali e servizi non riduce affatto i costi di gestione della sanità, ma anzi li fa aumentare, per quel costante e inevitabile ricorso alle strutture di fuori regione che genera a sua volta l’aumento esponenziale della cosiddetta mobilità passiva, e se è vero che il nuovo Governo italiano ha tutta l’intenzione di contestare i vecchi equilibri consolidati, potrebbe essere questo il momento migliore per verificare nuovi spazi di manovra. Andare a Roma e provare a rinegoziare il debito sanitario del Molise in nome dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla salute. Andare a Roma, soprattutto, a contestare proprio quella virgola, quella clausola feroce aggiunta all’articolo 32 che unisce in un abbraccio diabolico la salute e il numero di abitanti, la speranza di vita e il numero dei portafogli.   - >>>>>

Stadio della Roma, Nunzio Luciano: contattato da Parnasi, non presentò alcun progetto

E’ il pallone a tenere uniti interessi economici e carriere politiche. Un giro di intrecci e personaggi trasversali che davanti al calcio non fanno più distinzioni di appartenenza politica. Lo scenario nuovo, che investe in pieno anche Carroccio e Cinque stelle, salta fuori dall’inchiesta sul progetto del nuovo stadio della Roma. E Parnasi, imprenditore conosciutissimo nella capitale, il personaggio attorno al quale ruota tutta la vicenda. E così è a lui che Salvini si rivolge per avere i biglietti della partita d’addio di Francesco Totti. E perfino il sindaco di Milano Sala, viene citato dallo stesso Parnasi nelle intercettazioni come colui che ha il debito di essere diventato primo cittadino grazie al suo intervento. Anche il vice presidente del consiglio dei ministri Giorgetti compare nelle conversazioni telefoniche controllate dagli investigatori. Tra le pieghe dei colloqui trascritti nel fascicolo che compone l’ordinanza della procura di Roma, spunta anche il nome di Nunzio Luciano. E’ Parnasi che ipotizza di avvicinare il presidente nazionale della Cassa forense, che proprio in quel periodo è candidato al Senato in Molise nelle liste di Forza Italia. “Contatti che si sono in effetti verificati – ha confermato Nunzio Luciano raggiunto al telefono da Telemolise – ma che poi non si sono concretizzati, perché il progetto finanziario Parnasi non lo ha mai presentato”. Le intenzioni del costruttore sarebbero state quelle di proporre alla Cassa forense un fondo di investimento per diverse decine di milioni di euro. “Abbiamo delle procedure rigorosissime – ha spiegato Luciano – e, prima di dare soldi, i progetti da finanziare passano il vaglio del comitato investimenti, poi del consiglio di amministrazione. Conosco Parnasi – ha aggiunto l’avvocato di Campobasso – perché altre volte ha tentato di avere finanziamenti ma la Cassa forense – ha concluso – non ha mai accolto le sue proposte”. “Tutte le spese sostenute in campagna elettorale – ha spiegato Luciano – sono state tutte regolarmente sostenute e onorate dal sottoscritto, come documentato”.   - >>>>>

Calenda (Lega): “La Regione a fianco dei lavoratori rimasti fuori dai processi produttivi”

Lavoratori ex Ittierre, sul tema interviene con una nota la consigliera regionale della Lega, Filomena Calenda. “A brevissimo, entro i primi giorni del mese di luglio – scrive Calenda – scade la loro mobilità, per cui non avranno più alcun sostegno economico. Ho immediatamente contattato il presidente della Regione – ha proseguito la consigliera leghista – e con l’assessore Mazzuto abbiamo concordato le procedure da seguire per non lasciare soli i lavoratori in questa fase delicata”. “Sono oltre 1000 i lavoratori rimasti fuori dai processi produttivi in tutta la regione. In assenza di interventi specifici, saranno senza più sostegno economico”, ha concluso Filomena Calenda.       - >>>>>

Santa Maria Ausiliatrice (Torino), per i 150 anni della basilica un candelabro realizzato dalla Fonderia Marinelli

UN CANDELABRO LITURGICO IN DONO PER I 150 ANNI DELLA BASILICA DI MARIA AUSILIATRICE L’opera d’arte commissionata da due torinesi alla ‘Pontificia Fonderia Marinelli di Agnone’, in Molise, dall’anno 1000 a oggi la più antica e famosa fabbrica di campane al mondo Era il 9 giugno 1868 quando a Torino veniva inaugurato il Santuario di Maria Ausiliatrice (diverrà Basilica Minore nel 1911), voluto da San Giovanni Bosco in quel di Valdocco, cuore pulsante dell’Opera Salesiana, largamente diffusa in tutto il mondo a favore dei giovani. Alle ore 10 del 9 giugno 2018 – nel corso della Solenne Concelebrazione Eucaristica – a 150 anni esatti da quella data, a celebrare la storica ricorrenza arriva un dono importante. Si tratta di un candelabro liturgico artistico per il Presbiterio, realizzato in bronzo puro, in foglia oro e argento: che, nel motivo grafico suggerito all’estro del giovane scultore Ettore Marinelli da Don Cristian Besso, Rettore della Basilica, riprende e celebra, nella figura iconica del melograno, il tema fondamentale dell’unione dei figli della Chiesa, a sottolineare un messaggio profondo di unità e condivisione. “La comunità salesiana, che anima la Basilica di Maria Ausiliatrice, ringrazia del dono dell’artistico candelabro donato in occasione del 150° anniversario della dedicazione al culto della chiesa”, dichiarano Don Guido Errico (Direttore della Comunità della Casa Madre Salesiana), e Don Cristian Besso, Rettore della Basilica di Maria Ausiliatrice. “Si tratta di un’opera a firma dei maestri d’arte della fonderia ‘Marinelli’, donata da un gruppo di imprenditori come segno della gratitudine al Signore ed alla Vergine Santa. L’opera presenta il tema del melograno come segno di coesione della comunità credente, unita e custodita da Colei che per prima fu docile alla presenza dello Spirito Santo. Il candelabro rimane anche eloquente testimonianza del servizio dell’arte e dell’artigianato per la celebrazione liturgica”, concludono i religiosi. L’opera è stata commissionata alla ‘Pontificia Fonderia di Campane Marinelli’, che dall’anno 1000 a oggi, – in quel di Agnone, in Molise – detiene il primato mondiale in materia di sacri bronzi e arte sacra, e fatta produrre “in memoria di Bruno Poy, torinese di nascita ma vercellese d’adozione, brillante avvocato e uomo generoso amico dei giovani, dei giusti e dei poveri, come testimonia una targa commemorativa che verrà apposta a ricordo perenne di questa memorabile giornata su una colonna ai lati del Presbiterio”, spiegano gli autori della donazione, il giornalista Maurizio Scandurra e l’Ingegner Cristiano Bilucaglia, già eletto ‘Imprenditore dell’Anno’, ideatore della prima start-up che azzera le bollette di luce e gas, riscuotendo ampi consensi anche da parte delle associazioni dei consumatori. “E’ un dovere ricordarsi sempre qual è la fonte di ogni bene. Di ogni grazia. Fede vuol dire anche testimonianza viva della gratitudine per quanto si riceve ogni giorno in dono dalla vita. Il candelabro è anche un modo per rievocare degnamente in questa preziosa circostanza il talento dell’illustre conterraneo Antonio Spezia, l’architetto e ingegnere che progettò la Basilica: nativo, proprio come il sottoscritto, del Verbano-Cusio-Ossola”, aggiunge entusiasta Cristiano Bilucaglia: imprenditore di successo già protagonista, nel tempo, di atti di mecenatismo puro. Quali, in primis, la donazione di uova pasquali prodotte in baratto fra imprese (senza denaro) all’Oratorio ‘San Luigi’ (il secondo fondato personalmente da Don Bosco a Torino nel 1847) e la realizzazione del Monumento Nazionale alla Memoria del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (visibile all’ingresso del parco dello storico ex Ospedale psichiatrico di Collegno). Senza dimenticare la produzione del tour nazionale del cantautore Andrea Mingardi, con i concerti gratuiti offerti nell’estate del 2013 ai Comuni italiani colpiti dal sisma del 2012, e la donazione alla ‘Mensa dei Poveri’ di Torino di un’ingente fornitura di pasta atta a sfamare 1.000 poveri fatta produrre – con il denaro risparmiato dalle bollette azzerate – a uno storico pastificio artigianale marchigiano vittima del terremoto del 2016, “come segno di fratellanza con le PMI del Centro Italia, motore primo dell’economia nazionale”, conclude Cristiano Bilucaglia.   - >>>>>

L’Italia al voto, in 46 milioni alle urne

Oggi l’Italia al voto. Saranno in 46 milioni i cittadini chiamati alle urne   Leggi tutto su   - >>>>>

Pietrabbondante. Ghiaccio sulla strada, sbanda autobus di linea

Questa mattina un autobus di linea è sbandato, forse per il ghiaccio sulla sede stradale, urtando le barriere laterali, in località San Mauro, nel comune di Pietrabbondante. I passeggeri e il conducente sono rimasti illesi. Il recupero del mezzo è stato effettuato dai Vigili del Fuoco del Comando Provinciale di Isernia. Sul posto anche Polizia Stradale e Carabinieri per i rilievi dell’incidente e il personale della Provincia per ripristinare le condizioni di sicurezza della strada.   - >>>>>

Isernia. Forzano posto di blocco e speronano la volante della Polizia, inseguiti e arrestati

Durante la scorsa notte, alle ore 02.00 circa, personale dell’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico della Polizia di Stato, durante uno specifico servizio per la prevenzione e repressione dei reati in genere, disposto dal Questore di Isernia Borzacchiello, mentre percorreva la Strada Statale 17 ha notato, all’altezza dello svincolo di Isernia Nord, un’autovettura con due persone sospette a bordo che marciava in direzione Campobasso. Gli operatori, insospettiti dall’andatura del veicolo, hanno ritenuto opportuno procedere al controllo ed all’identificazione degli occupanti, azionando i segnali luminosi lampeggianti a luce blu e i fari abbaglianti utilizzati per convenzione per segnalare l’arresto della marcia a margine della carreggiata. Il conducente dell’autovettura, tuttavia, nonostante le chiare segnalazioni, anziché arrestare il veicolo, ha aumentato l’andatura, col chiaro intento di darsi alla fuga ed eludere il controllo. Prontamente il personale operante, intuite le intenzioni, si è posto all’inseguimento, ripetendo gli inviti a fermarsi con le medesime modalità ed azionando contemporaneamente i sistemi acustici di emergenza, ma con lo stesso esito negativo, in quanto il conducente del veicolo aumentava ancora l’andatura. La rocambolesca fuga a folle velocità, è terminata dopo circa 10 km, nel momento in cui i fuggitivi speronando l’autovettura della Polizia, sono stati costretti a fermarsi a causa dei danni subìti dal veicolo. Quindi sono stati immediatamente bloccati ed identificati. I due, molisani, O.D.S. del 1982 e D.T. del 1974, di cui uno con precedenti di polizia, erano già noti alle Forze dell’Ordine. Infatti uno era già destinatario della misura dell’Obbligo di Dimora presso un Comune della Provincia, pertanto gli è stata contestata anche la violazione delle relative prescrizioni. Il veicolo è stato sequestrato ed affidato in custodia e i due fuggitivi sono stati arrestati per i reati di resistenza e violenza a Pubblico Ufficiale, oltre che per danneggiamento. I due operatori, che a seguito del violento impatto con l’auto in fuga hanno riportato delle lesioni, sono stati visitati presso il locale Pronto Soccorso dove gli hanno diagnosticato, rispettivamente, un trauma distorsivo-contusivo alla mano dx e alla spalla dx, guaribile in 6 giorni, e un trauma contusivo al ginocchio dx e un colpo di frusta rachide cervicale, guaribile in 4 giorni.   - >>>>>

Alla scoperta della sigaretta elettronica

Il secondo decennio degli anni Duemila sarà ricordato per le innumerevoli innovazioni tecnologiche introdotte. Tra smartphone, TV intelligenti, droni e quant’altro, c’è un oggetto particolare che sta attirando l’attenzione di milioni di fumatori. Stiamo parlando della sigaretta elettronica, un’innovazione che ha conquistato sempre più consensi grazie anche alla promessa di far “smettere di fumare”. E agli italiani, a quanto pare, la sigaretta elettronica piace anche tanto. Per il “World No Tobacco Day” 2017 l’Istituto Superiore della Sanità ha stimato che in Italia gli utilizzatori di sigarette elettroniche sono circa 1,3 milioni.  Secondo Google Search, le parole “sigarette elettroniche” sono state ricercate in media oltre 200 mila volte al mese solo nell’ultimo anno. A testimonianza di un grande interesse al tema, si scopre che i vocaboli associati alle ricerche sono migliaia e possono fornire un quadro preciso su curiosità e dubbi degli italiani. Com’è fatta la sigaretta elettronica Ci sono, innanzitutto, diversi componenti oltre l’involucro principale: batteria, filamento riscaldatore (meglio conosciuto come atomizzatore), bocchino e cartuccia riempita di nicotina e/0 altre sostanze. Alcune sigarette assomigliano ad una penna a sfera, altre alla sigaretta, al sigaro o alla pipa; alcune hanno punte incandescenti a LED in modo da simulare la reazione di combustione. Le batterie per la tua sigaretta elettronica svolgono, quindi, un ruolo fondamentale e consentono il corretto funzionamento della e-cig. Durante l’aspirazione, infatti, un sensore attivato dalla batteria rileva la differenza di pressione ed innesca l’elemento riscaldante (alimentato dalla batteria), che vaporizza la nicotina creando il realistico effetto fumo. Quando gli utenti esalano, in realtà stanno soffiando un vapore, non fumo. Poiché non vi è presenza di fuoco, non viene inalato né catrame né monossido di carbonio. La sigaretta elettronica si propone come un ottimo strumento per smettere con le sigarette tradizionali. Le e-cig possono aiutare a superare sia la dipendenza psicologica dal fumo, sia la dipendenza fisica dalla nicotina. Il liquido da svapare è composto da Glicole Propilenico, Glicerolo Vegetale, Acqua, Nicotina, Aromi. Ogni nazione produce differenti liquidi in base anche alle varie leggi vigenti. In Italia la composizione tende a contenere quantità simili di Glicole e Glicerolo. Per quanto riguarda invece gli aromi, si apre un mondo infinito dettato semplicemente dal proprio gusto personale: aromi fruttati, a base di liquori, foglie di tabacco, balsamici. Per quanto riguarda il capitolo della nicotina, invece, per smettere di fumare si può scegliere all’inizio una dose abbastanza alta all’interno del liquido, in modo da simulare l’effetto della sigaretta tradizionale. A mano a mano che ci si abitua con la sigaretta elettronica, poi, si può scendere di gradazione per quel che concerne la nicotina presente nel liquido, fino ad arrivare a zero. A quel punto non avvertiremo più il bisogno di fumare, spinto dagli effetti della nicotina. Quel che è certo è che la sigaretta elettronica è destinata a segnare un’epoca che potrà essere ricordata come quella dell’addio definitivo alle sigarette tradizionali.   - >>>>>

Annuncio online: “La Fiat assume a Termoli”, ma è una truffa

Una truffa odiosa, perché chi la mette in atto approfitta dello stato di bisogno delle persone, è..

La scuola Montini chiusa per 15 giorni. Il sindaco: “Troveremo una soluzione”

          CAMPOBASSO. La scuola Montini di Campobasso resterà chiusa, al momento, ad oltranza: ..

Seac, trovato l’accordo. Riassunti gli autisti licenziati

CAMPOBASSO. La vicenda dei licenziamenti degli otto autisti della Seac, l’azienda di trasporto pubblico urbano di Campobasso,..

Il testo unico sulle società pubbliche: una occasione colta o perduta?

di Francesco Fimmanò In attuazione della delega conferita dall’articolo 18 della legge 7 agosto 2015, n. 124,[1] il decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 175, Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica, in vigore dallo scorso 20 settembre, cerca per l’ennesima volta di ricondurre a fisiologia un coacervo di disposizioni gemmate negli ultimi 25 anni. Il corpus, al di là delle luci e delle ombre, ha certamente il merito di tentare di mettere a “sistema” una fenomenologia peculiare, interdisciplinare, complessa e figlia di una legislazione a “toppe”, piuttosto che “a tappe”. Al tempo stesso non può che rilevarsi che la sovraregolamentazione appare in molte norme come una sorta di inseguimento tra legislatore e giurisprudenza, con il risultato di sentenze che hanno fatto le veci della legge e una legge che fa le veci delle sentenze. La legislazione di un tempo non dirimeva contrasti giurisprudenziali ma costruiva sistemi di regole per principi e i giudici la interpretavano. Basti pensare che l’espressione normativa più in voga – in materia – negli ultimi anni nel settore che ci occupa è quella di “controllo analogo”. In realtà il legislatore italiano ha usato l’escamotage di far proprie le espressioni usate nella famosa sentenza Teckal della Corte di giustizia U.E. (e in quelle analoghe successive) riguardanti un consorzio tra Comuni, per applicarle a un soggetto giuridico completamente diverso e cioè a una società di capitali. Da questa operazione è nata una serie di equivoci con il “livello comunitario” anche perché a nessun altro Stato nel Continente è venuto in mente di utilizzare lo strumento societario per ragioni “meramente opportunistiche”. A tutto questo aggiungiamo che calare le società di capitali e il loro enorme apparato regolamentare (ipertecnico) in un ambiente normativo giuspubblicistico, dove l’operatore medio neppure immagina che le sole società per azioni (non quotate) sono disciplinate da oltre 650 commi, è stata operazione dagli effetti dirompenti. L’equivoco principale è stato quello riguardante il tipo di disciplina da applicare alle società in mano pubblica, nato in passato dalla errata impostazione secondo cui la partecipazione di una pubblica amministrazione a una società di capitali potesse alterarne la struttura, dando vita a un “tipo” di diritto speciale. In particolare una certa impostazione, ignara delle complessità sistematiche, partendo dal principio della neutralità della forma giuridica rispetto alla natura dello scopo, è arrivata ad attribuire alle società partecipate una connotazione pubblicistica[2], frutto di una sostanziale mutazione genetica nel senso di una riqualificazione del soggetto. In realtà tale impostazione è stata gravemente fuorviante negli anni, in quanto si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c., con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa[3]. In realtà l’uso dello strumento societario a partecipazione pubblica ha avuto spesso finalità meramente segregative. Le pubbliche amministrazioni, incentivate nel tempo dallo stesso legislatore, hanno infatti cercato a tutti i costi, negli ultimi venticinque anni, di creare e poi mantenere la “sacca” del privilegio derivante dall’affidamento diretto della gestione di attività e servizi pubblici a società partecipate, in deroga ai fondamentali principi della concorrenza tra imprese e della trasparenza. In buona sostanza da una parte v’è stata la tendenza ad ampliare l’ambito dei servizi pubblici includendo non solo quelli aventi per oggetto attività economiche incidenti sulla collettività, ma anche quelli riguardanti attività tendenti a promuovere lo sviluppo socio-economico delle comunità locali, fino ad arrivare ad affidare a società partecipate funzioni, che lungi dal rientrare nell’ambito dei servizi pubblici in senso proprio, costituivano tipiche attività istituzionali o strumentali dell’ente[4]. Dall’altra parte è stata incentivata la gestione mediante società partecipate in un’ottica rivolta (solo) formalmente alla aziendalizzazione dei servizi e a una privatizzazione effettiva (come auspicato dal legislatore sin dal 1942)[5], in realtà sostanzialmente diretta a eludere procedimenti a evidenza pubblica e a sottrarre comparti dell’amministrazione ai vincoli di bilancio, anche in considerazione della mancata applicazione, per molti anni, all’ente-capogruppo dei principi di consolidamento di diritto societario a partire dall’elisione delle partite reciproche[6]. Questo processo ha avuto l’effetto di trasformare talora il modello di gestione da strumento di efficienza in strumento di protezione e in taluni casi in escamotage per eludere i c.d. patti di stabilità e le regole di contabilità pubblica.   La Corte dei Conti ha contato, in un momento che sembrava culminante del ciclo espansivo, nell’anno 2008, 5.860 “organismi” partecipati da 5.928 enti pubblici locali con un incremento dell’11,08% rispetto al dato del 2005. Poco meno del 65% di questi organismi partecipati aveva natura societaria con prevalenza delle società per azioni, mentre circa il 35% ha forma giuridica diversa dalla società, in prevalenza consortile[7]. Allo stato, dalle informazioni rilevabili nella banca dati SIQUEL, emerge che il 16,65% dei Comuni (1.340 su 8.047), pari al 7,11% della popolazione nazionale, non è in possesso di partecipazioni societarie, gli organismi rilevati alla data dell’8 luglio 2016 risultano essere 7.181: le analisi sui risultati economici e finanziari, sui servizi affidati e sulle modalità di affidamento hanno riguardato, tuttavia, 4.217 soggetti, per i quali sono disponibili a sistema i dati di bilancio relativi all’esercizio 2014. Ancor più ristretto è il numero di istituzioni per le quali si hanno informazioni sui flussi di entrata e di spesa degli enti affidanti[8]. Gli organismi operanti nei servizi pubblici locali sono numericamente limitati (il 34,72% del totale), pur rappresentando una parte importante del valore della produzione (il 69,34% dell’importo complessivo). Il maggior numero (65,28%) rientra nel novero di quelli che svolgono attività diversificate, definite come “strumentali”[9]. Marcata è la prevalenza degli affidamenti diretti: nonostante la rigidità dei presupposti legittimanti tale procedura, a salvaguardia dei principi della concorrenza, su un totale di 22.342 affidamenti, le gare con impresa terza sono soltanto 150 e gli affidamenti a società mista, con gara a doppio oggetto, 319. Con riferimento agli organismi in perdita nell’ultimo triennio, l’analisi della Corte dei conti mostra come circa un terzo sia a totale partecipazione pubblica, mentre quelli misti a prevalenza privata costituiscono la categoria all’interno della quale le perdite sono più diffuse, con una tendenza al peggioramento dei risultati nell’arco del triennio. Nel referto della Corte v’è anche una ricognizione delle partecipazioni rilevanti ai fini del consolidamento dei conti, ed emerge che, su 700 organismi totalmente pubblici a unico socio (Comune/Provincia), meno della metà sono risultati assoggettabili a consolidamento – sulla base dei parametri indicati dal principio contabile applicato allegato n. 4/4 al d.lgs. n. 118/2011. Di contro, 368 (il 52,6%) non superano la soglia di rilevanza e potrebbero essere consolidati solo se ritenuti significativi dall’ente proprietario, secondo la sua valutazione discrezionale. La gestione finanziaria dimostra una netta prevalenza dei debiti sui crediti in tutti gli organismi esaminati. Nel complesso, i debiti ammontano a 83,3 miliardi, di cui circa un quarto è attribuibile, in sostanza, alle partecipazioni totalitarie. Il rapporto crediti/debiti verso controllanti, nelle partecipazioni pubbliche al 100%, è sbilanciato in favore dei primi. Emerge, quindi, la forte dipendenza delle partecipazioni totalitarie dagli enti controllanti, pur in presenza di un rilevante indebitamento verso terzi. Dall’analisi degli organismi partecipati in via totalitaria da un unico socio emerge, nella gran parte dei casi, che le risorse complessivamente impegnate e pagate dagli enti proprietari tendono a coincidere con l’importo dei valori della produzione degli organismi destinatari delle erogazioni. Abbiamo dunque assistito, per tutte queste ragioni, a un percorso legislativo incoerente, caratterizzato da frequenti ripensamenti, fatta eccezione per una costante: la crescente e progressiva espansione delle società a partecipazione pubblica locale, anche attraverso la trasformazione di aziende speciali, consorzi e istituzioni.   La “storia” del fenomeno comincia nel 1990 con la espressa previsione nella legge n. 142 della società per azioni a partecipazione pubblica maggioritaria[10], passa attraverso l’introduzione della società c.d. minoritaria[11], l’apertura al tipo della S.r.l. e l’incentivo alla trasformazione delle aziende speciali e dei consorzi[12], per subire un provvisorio assestamento nel 2000 con il Testo Unico delle autonomie locali (Tuel) che sistemava organicamente la materia[13]. Nel 2001 il quadro viene virtualmente rivoluzionato con l’introduzione della categoria mai definita dei c.d. servizi industriali e l’introduzione rigorosa, mai attuata, dei principi della concorrenza[14]. Con la contro-riforma del 2003 e la legge finanziaria per il 2004, si arriva infatti a un risultato esattamente opposto[15]. Quest’ultimo intervento, in parte censurato dalla Corte Costituzionale[16], ha suddiviso i servizi in virtù della loro rilevanza economica, in un contesto pesantemente dominato dalla figura della società in house providing e del suo strettissimo collegamento funzionale con l’ente di riferimento. La normativa ha strumentalizzato in modo abile la giurisprudenza comunitaria tanto da far evocare una situazione giuridica di dipendenza organica. Alla originaria disciplina contenuta nell’art. 113 TUEL, infatti, si sono sovrapposti prima l’art. 23 bis del d.l. n. 112/08 (successivamente abrogato con referendum) e poi la successiva disciplina introdotta con il D.L. 138/11 (dichiarata incostituzionale dalla Consulta con la sentenza n. 199 del 20 luglio 2012), per giungere infine al d.l. 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito con l. 17 dicembre 2012 n. 221). Le Sezioni Unite della Cassazione nel 2013 hanno scelto forzatamente di adattare l’impostazione comunitaria, al fine di riconoscere la giurisdizione piena della Corte dei conti sulle azioni di responsabilità agli organi sociali delle società in house[17]. I giudici del Supremo consesso qualificano, in modo in verità opinabile, questo genere di società come una mera articolazione interna della P.A., una sua longa manus al punto che l’affidamento diretto neppure consentirebbe di configurare un rapporto intersoggettivo di talchè l’ente in house “non potrebbe ritenersi terzo rispetto all’amministrazione controllante ma dovrebbe considerarsi come uno dei servizi propri dell’amministrazione stessa”[18]. Le ormai numerose sentenze delle sezioni unite si rifanno tutte alla n. 26283 del 25 novembre 2013, il cui passaggio più forte è quello secondo cui “il velo che normalmente nasconde il socio dietro la società è dunque squarciato: la distinzione tra socio (pubblico) e società (in house) non si realizza più in termini di alterità soggettiva”. L’orientamento ha complicato ancora di più le cose perché molti non hanno inteso che si riferisse solo alla giurisdizione e perdippiù non esclusiva della Corte dei Conti sulle azioni di responsabilità, ma hanno provato a dedurre l’esistenza di una società di tipo pubblico meritevole di uno ius singulare. In realtà si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c. [19], con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa [20]. Viceversa, a parte i casi di società c.d. legali (istituite, trasformate o comunque disciplinate con apposita legge speciale)[21], ci troviamo sempre di fronte a società di diritto comune, in cui pubblico non è l’ente partecipato bensì il soggetto, o alcuni dei soggetti, che vi partecipano e nella quale, perciò, la disciplina pubblicistica che regola il contegno del socio pubblico e quella privatistica che regola il funzionamento della società convivono.     La storia che abbiamo raccontato è singolare: il legislatore italiano ha prima creato un monstrum e poi ha costretto gli interpreti, anche i più raffinati, a riconoscerlo e a ricostruirlo invece di “constatare i fenomeni giuridici quali sono, quali si trovano nel sistema positivo, non negarli o storpiarli per ragioni a priori”[22]. Quanto accaduto appartiene a una tendenza più generale diretta a creare sempre più frequentemente categorie di soggetti i cui rapporti sono regolati da uno ius singulare. Fenomeno deprecabile, in quanto nel migliore dei casi, finisce per originare privilegi, asimmetrie e discriminazioni. In taluni casi, poi, non è tanto la ponderata volontà di sottrarre alla disciplina comune determinati soggetti a spingere il legislatori, bensì l’incapacità a resistere alla pressione di chi, spesso emotivamente o prepotentemente, chiede e invoca questa o quella norma. Ecco che il potere legislativo, si muove talora male e si trasforma, come sul dirsi in una machine a faire lois[23], invece di dettare norme efficienti e cercare nell’armonia del sistema le soluzioni più giuste. Ed eccoci ora alla c.d. Riforma Madia. Servirà? Poteva intervenire in modo più chiaro e tecnicamente corretto su temi tanto delicati? Sicuramente sì. Ma comunque contiene principi importanti ad esempio chiarisce una volta per tutte che una società è una società, non è un tavolo né una sedia, e come tale ad esempio fallisce da chiunque sia partecipata. Una cosa appare evidente che ancora una volta non si è tenuto conto delle specificità ordinamentali e soprattutto disciplinari, ratione materiae. Il diritto pubblico o amministrativo mai potranno entrare appieno nella forma mentis di un societarista o di un fallimentarista e viceversa. E’ ora in corso di pubblicazione il Decreto Legislativo che reca “Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 19 agosto 2016 n. 175, recante testo unico in materia di società a partecipazione pubblica” (c.d. “Decreto Correttivo”).  Si attua in tal modo la delega contenuta nell’art. 16, comma 7, della legge 7 agosto 2015, n. 124 (c.d. legge Madia), il quale, nel disegnare la delega per una complessa operazione di riorganizzazione normativa in materia di amministrazioni pubbliche, prevede che entro dodici mesi dall’entra in vigore dei decreti delegati il Governo avrebbe potuto adottare, appunto, uno o più decreti correttivi. L’intervento integrativo e correttivo, nel caso del TUSP, è dovuto anche a – e ha dovuto tener conto di – quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 251/2016, con la quale è stata ravvista una violazione delle norme costituzionali sul concorso di competenze statali e regionali da parte della citata legge n. 124 del 2015[24]. La Consulta ha in questa sede dichiarato che l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni si sarebbe potuta rimediare, nel rispetto del principio di leale collaborazione, avviando le procedure inerenti all’intesa con Regioni e enti locali nella sede della Conferenza unificata[25]. L’impatto della sentenza, che per qualche settimana ha tenuto col fiato sospeso gli operatori del settore che hanno temuto che essa potesse demolire tutta la riforma, è stato però limitato.  In primo luogo, come la Consulta stessa ha precisato, “le pronunce di illegittimità costituzionale, contenute in questa decisione, sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso, e non si estendono alle relative disposizioni attuative” (ossia ai decreti delegati[26]).  Inoltre, il Consiglio di Stato, con parere n. 83 del 17 gennaio 2017 si è espresso sugli adempimenti da compiere a seguito della sentenza della Corte Costituzionale[27], e ha precisato che il percorso più ragionevole e compatibile con l’impianto della sentenza – postulato anche dalla stessa Consulta – sarebbe stato quello di intervenire con decreti correttivi, previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni, da svolgersi in base alle previsioni di cui all’art. 3 del decreto legislativo 28  agosto  1997,  n.  281  (Definizione  ed  ampliamento  delle  attribuzioni della  Conferenza  permanente  per  i  rapporti  tra  lo  Stato,  le  regioni  e  le  province autonome  di  Trento  e  Bolzano  ed  unificazione,  per  le  materie  ed  i  compiti  di interesse  comune  delle  regioni,  delle  province  e  dei  comuni,  con  la  Conferenza Stato-città ed autonomie locali), in modo da “sanare l’eventuale vizio derivante dal procedimento  originariamente  seguito”, avendo peraltro la  sentenza  “fatto  riferimento  al Governo  (e  non  al  Parlamento)  e  considerato  che  in  alcuni  casi  i  termini  per l’adozione di simili decreti non sono ancora scaduti”. Tra le modifiche senz’altro di maggior rilievo portate dal Decreto Correttivo è quella che riguarda la governance delle società partecipate. Come noto, una delle innovazioni più importanti del nuovo testo unico è quella che stabilisce che “di norma” (e già l’espressione prelude ad eccezioni[28]) l’organo amministrativo debba essere costituito da un amministratore unico (art. 11, comma 2, TUSP). Nell’impianto originario del TUSP, il comma terzo di tale articolo prevedeva che, in deroga al principio appena affermato, un apposito decreto del Presidente del Consiglio, da emanarsi entro sei mesi dall’entrata in vigore del testo unico (quindi entro il 23 marzo 2017), avrebbe dovuto enucleare i criteri secondo i quali “per specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa”, sarebbe stato possibile optare per  un consiglio di amministrazione – composto da un minimo di tre a un massimo di cinque membri – ovvero per i sistemi dualistico o monistico (art. 11, comma 3, TUSP). Con tale previsione si è invertito il criterio in vigore, previsto, da ultimo, nell’art. 4, commi 4 e 5, d.l. 6 luglio 2012 n. 95, conv., con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, in cui l’opzione per l’amministratore unico era consentita, ma residuale[29]. L’art. 7 del Decreto Correttivo è ora intervenuto sostituendo integralmente il comma terzo dell’art. 11 TUSP, che ora recita: “L’assemblea della società a controllo pubblico, con delibera motivata con riguardo a specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa e tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi, può disporre che la società sia amministrata da un consiglio di amministrazione composto da tre o cinque membri, ovvero che sia adottato uno dei sistemi alternativi di amministrazione e controllo previsti dai paragrafi 5 e 6 della sezione VI-bis del capo V del titolo V del libro V del codice civile. La delibera è trasmessa alla sezione della Corte dei Conti competente ai sensi dell’articolo 5, comma 4, e alla struttura di cui all’articolo 15”. Nel quadro attuale, dunque, la scelta per un sistema collegiale di amministrazione (oppure per i modelli dualistico o monistico), è interamente rimessa all’assemblea dei soci, i quali dovranno però giustificare tale scelta per ragioni di adeguatezza organizzativa e “tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi” (requisito, quest’ultimo, che non era posto come criterio per il Dpcm).  In sostanza, il Governo ha ritenuto di preferire un sistema in cui l’adozione dei sistemi di amministrazione e di controllo alternativi all’amministratore unico non fosse eterodeterminata al di fuori della singola compagine societaria. La scelta, inoltre, è servita a rimediare un potenziale corto circuito della previgente formulazione, poiché l’adeguamento degli statuti era fissato al 31 dicembre 2016, mentre il Dpcm avrebbe dovuto essere emanato entro il 23 marzo 2017. Si sarebbe quindi potuta creare una situazione potenzialmente dannosa per quelle società che, diligentemente rispettando il termine per l’adeguamento dello statuto, avesse optato per l’organo monocratico di amministrazione, per poi scoprire che secondo i criteri dettati dal Dpcm avrebbe potuto optare per un sistema collegiale (o per uno dei modelli alternativi di gestione), sobbarcandosi gli oneri procedurali e notarili di una doppia modifica statutaria. Immediatamente collegato al precedente è il tema delle tempistiche prescritte dal TUSP per l’adeguamento degli statuti e per altri adempimenti. Per quanto riguarda il primo, inizialmente fissato al 31 dicembre 2016 dall’art. 26 TUSP, è ora fissato al 31 luglio 2017 dall’art. 15 del Decreto Correttivo. Per quanto attiene invece ai secondi, essi si trovano in vari luoghi del testo. Così, ad esempio, è differito al 31 luglio 2017 il termine, inizialmente fissato al 23 marzo 2017 dall’art. 26 TUSP, per l’adeguamento delle società a controllo pubblico alle disposizioni contenute nell’art. 11, comma 8, TUSP, secondo cui gli amministratori delle società a controllo pubblico non possono essere dipendenti delle amministrazioni pubbliche controllanti o vigilanti (art. 15 Decreto Correttivo)[30]. Ancora, sempre all’art. 26 è introdotto un nuovo comma 12-ter, ai sensi del quale “per le società di cui all’art. 4, comma 8, le disposizioni dell’art. 20 trovano applicazione decorsi 5 anni dalla loro costituzione”. In altre parole, per le società spin off o start up universitarie o di enti di ricerca non vige, per i primi 5 anni di vita, l’obbligo di procedere alla razionalizzazione delle partecipazioni dalle amministrazioni pubbliche. Un differimento di qualche mese è anche previsto per il termine per la ricognizione del personale in servizio, propedeutico all’individuazione di eventuali eccedenze, previsto dall’art. 25, comma 1, TUSP, al 23 marzo 2017, e ora posticipato al 30 giugno 2017 (art. 14, comma 1, lett. a), Decreto Correttivo). Si chiarisce, inoltre, un dubbio interpretativo circa l’applicazione del divieto di nuove assunzioni, esplicitando (art. 14, coma 1, lett. c), Decreto Correttivo) che il periodo di durata del blocco delle nuove assunzioni, stabilito dall’art. 25, comma 4, TUSP, fino al 30 giugno 2018, decorre dalla data di pubblicazione del decreto del personale eccedente di cui alla nota precedente.  Al termine del 30 giugno 2017 (anziché di sei mesi dall’entrata in vigore del TUSP, ossia il 23 marzo 2017) è posticipato anche il termine per la ricognizione di tutte le partecipazioni possedute dalle pubbliche amministrazioni (art. 13, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo – art. 24, comma 1, TUSP).  È stato infine posto modificato il termine per le disposizioni in materia di personale previste dalla normativa vigente (legge 27 dicembre 2013, n. 147), che si applicheranno non più soltanto fino al 23 settembre 2016, ma fino all’entrata in vigore del decreto ministeriale sul personale eccedente di cui all’art. 25, comma 1, TUSP, e comunque non oltre il 31 dicembre 2017 (art. 11 Decreto Correttivo). Un altro importante elemento di novità introdotto dal Decreto Correttivo (art. 5) incide sulle finalità perseguibili dalla p.a. mediante l’acquisizione e la gestione di partecipazioni pubbliche.  Si è più precisamente ampliato il novero delle funzioni perseguibili per le società aventi ad oggetto l’autoproduzione di beni e servizi (di cui all’art. 4, comma 2, lett. d), TUSP), che ora non dovrà essere limita ai beni e servizi strumentali all’ente o degli enti pubblici partecipati, ma potrà riguardare anche lo svolgimento delle funzioni dei predetti enti. È stato previsto, ad integrazione dell’art. 4, comma 7, TUSP, che sono ammesse anche le partecipazioni nelle società aventi per oggetto sociale la produzione di energia da fonti rinnovabili. Ed è stata fatta salva, all’art. 4, comma 8, TUSP, la possibilità per le università di costituire società per la gestione di azienda agricole con funzioni didattiche. Inoltre, al fine di valorizzare il principio di leale collaborazione nei rapporti tra Stato e regioni, come richiesto dalla citata sentenza della Corte Costituzionale, è stato previsto, dall’art. 5, comma 1, lett. d), Decreto Correttivo, che ha modificato l’art. 4 comma 9 TUSP, che il Presidente della Regione possa, con provvedimento adottato ai sensi delle disposizioni regionali e nel rispetto dei principi di trasparenza e pubblicità, deliberare l’esclusione totale o parziale dell’applicazione delle disposizioni dell’art. 4 – attinenti appunto alle limitazioni delle finalità perseguibili mediante acquisizione o gestione di partecipazioni pubbliche – rispetto a singole società a partecipazione regionale. La suddetta esclusione dovrà essere motivata con riferimento alla “misura e qualità della partecipazione pubblica, agli interessi pubblici a essa connessi e al tipo di attività svolta, riconducibile alle finalità di cui al comma 1”. Un tema affine al precedente riguarda la motivazione analitica che l’atto deliberativo di costituzione di una società partecipata o di acquisto di partecipazioni deve riportare ai sensi dell’art. 5 TUSP: l’art. 6 del Decreto Correttivo ha eliminato, al riguardo, il riferimento alla possibilità di destinazione alternativa delle risorse pubbliche impegnate e ha precisato che le modalità della consultazione pubblica sono disciplinate dagli enti locali interessati.  Le scelte legislative di fondo che traspaiono dal Decreto Correttivo si confermano, dunque, muovere essenzialmente su due binari: (i) il rispetto del principio di leale collaborazione tra istituzioni centrali e locali, cui consegue lo spostamento di alcune decisioni nella sfera locale e la necessità dell’intesa della Conferenza unificata in relazione a diversi aspetti disciplinari che potenzialmente impattano sulle partecipate degli enti locali; (ii) lo smorzamento di alcuni oneri motivazionali e di alcuni limiti di operatività, che, insieme con l’ampliamento della libertà di manovra nella costituzione e gestione delle partecipazioni pubbliche, e con il molteplice allungamento dei vari termini per gli adempimenti prescritti dalla nuova normativa, tende alla valorizzazione dell’autonomia delle singole società.         [1] Con l’indicata disposizione il Parlamento ha delegato il Governo a semplificare, attraverso il riordino delle disposizioni nazionali e la creazione di una disciplina generale organica in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche, il relativo quadro di regolazione anche in linea con i principi dettati dalla costante giurisprudenza nazionale e comunitaria, con effetti positivi in termini di valorizzazione della tutela della concorrenza e di generale trasparenza ed efficacia dell’azione amministrativa. [2] Cfr. in particolare Cons. Stato, nn. 1206 e 1207 del 2001 e nn. 4711 del 2002 e 1303 del 2002. [3] Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011. [4] La giurisprudenza ha evidenziato d’altra parte che la qualificazione di servizio pubblico locale spetta a quelle attività caratterizzate sul piano oggettivo dal perseguimento di scopi sociali e di sviluppo della società civile, selezionate in base a scelte, appunto, di carattere eminentemente politico quanto alla destinazione delle risorse economicamente disponibili e all’ambito di intervento e su quello soggettivo dalla riconduzione diretta o indiretta a una figura soggettiva di rilievo pubblico (cfr. Cons. Stato, 13 dicembre 2006 n. 7369; TAR Campania, Napoli,  24 aprile 2008 n. 2533). [5] Nella Relazione al Codice Civile, si legge, in riferimento alle società pubbliche che lo Stato “si assoggetta alla legge della società per azioni per assicurare alla propria gestione maggiore snellezza di forme e nuove possibilità realizzatrici” (Relazione al Codice Civile, n. 998. Artt. 2458 e ss., vecchio testo). [6] L’introduzione del bilancio consolidato civilistico per la holding-ente pubblico poteva rappresentare una scelta funzionale all’indirizzo e al coordinamento dell’intero gruppo pubblico locale (cfr. A. Tredici, Il bilancio consolidato del gruppo pubblico locale quale strumento di programmazione e controllo, in Il controllo nelle società e negli enti, 2006, 256 s.). Solo con il d.lgs. n. 118 del 2011, recante disposizioni in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni, degli enti locali e dei loro organismi, si è previsto che tali enti territoriali adottino «…comuni schemi di bilancio consolidato con i propri enti ed organismi strumentali, aziende, società controllate e partecipate e altri organismi controllati….» (art. 11, comma 1). Tale innovazione che impone (e non facultizza più) l’adozione di un bilancio preventivo (e non solo un conto consuntivo) di tipo consolidato, è stata progressiva nel corso del tempo, mediante la previsione, ai sensi dell’art. 36, d.lgs. cit., di un periodo di sperimentazione biennale (2012-2013), coinvolgente talune amministrazioni pubbliche territoriali prescelte in ragione della loro collocazione geografica e densità demografica, per poi entrare a regime dall’anno finanziario 2014. In tema cfr già F. Fimmanò, L’ordinamento delle società pubbliche tra natura del soggetto e natura dell’attività, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, (a cura di F. Fimmanò), Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 12 s. [7] Alle Sezioni regionali di controllo della Corte compete – come confermato anche dal d.lgs. n. 175/2016, di riordino della disciplina in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche – di monitorare il percorso di razionalizzazione delle partecipazioni e di vigilare sull’effettivo completamento delle procedure di dismissione e/o liquidazione. Le Sezioni, in attuazione della legge di stabilità 2015, hanno già verificato i piani di razionalizzazione, che sono stati presentati da un elevato numero di enti (quasi l’80%). [8] Cfr. Sezione delle Autonomie: Referto su “Gli organismi partecipati degli enti territoriali” Delibera n. 27/SEZAUT/2016/FRG e documenti allegati. [9] Nei 3.076 organismi con fatturato non superiore a 5 milioni operano in media 8,7 dipendenti, a fronte di una media di 56 dipendenti nel complesso di quelli osservati. In 1.279 organismi, di cui 776 società, si registra un numero di dipendenti inferiore a quello degli amministratori. [10] La società mista a prevalente capitale pubblico locale venne prevista per la prima volta dall’art. 22, lettera e) della legge 142 del 1990, (testo poi modificato dall’art. 17, comma 58, legge 15 maggio 1997, n. 127, Bassanini-bis) e la legge non vietava peraltro che la società fosse interamente in mano pubblica. [11] La società mista con partecipazione maggioritaria dei soci privati ha trovato riconoscimento testuale con l’art. 12 della legge n. 498 del 1992, attuata con la normativa regolamentare dettata dal D.p.r. n. 533 del 16 settembre 1996 (al riguardo G.F. Campobasso, La costituzione delle società miste per la gestione dei servizi pubblici locali: profili societari, in Riv. soc., 1998, 390 s., che esamina in particolare gli aspetti della compagine, della scelta dei soci e dello scopo di lucro). [12] Norme contenute nella c.d. legge Bassanini bis (n. 127 del 15 maggio 1997), che all’art. 17, commi 51-58, consentiva agli Enti locali di procedere alla trasformazione delle aziende speciali, deputate alla gestione dei servizi pubblici, in società per azioni o a responsabilità limitata con capitale misto, pubblico e privato, anche a partecipazione minoritaria. [13] D. lgs. n. 267 del 2000. [14] Articolo 35 della legge n. 448 del 2001. [15] Si tratta in particolare dell’art. 14 del d.l. n. 269 del 30 settembre 2003 «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici», convertito con modificazioni nella l. n. 326 del 2003 (conseguente alle osservazioni della Commissione Europea sul sistema delineatosi con l’entrata in vigore dell’art. 35). [16] Nel luglio del 2004, la Corte Costituzionale accolse in parte il ricorso avanzato dalla regione Toscana e dichiarò illegittimo l’art. 14, comma 1, lett. e), e comma 2, del D.l. 30 settembre 2003, n. 269, conv. nella L. 24 novembre 2003, n. 326, (Corte Cost., 27 luglio 2004, n.272, cfr. al riguardo G. Marchi, I servizi pubblici locali tra potestà legislativa statale e regionale, in Giorn. Dir. Amm., 1, 2005). [17] Cass., Sez. Un., 25 novembre 2013, n. 26283 – Pres. Rovelli – est. Rordorf, in Società, 2014, 55 s. con nota di F. Fimmanò, La giurisdizione sulle “società in house providing”, e in Fallimento, 2014, 33 s., con nota di L. Salvato, Riparto della giurisdizione sulle azioni di responsabilità nei confronti degli organi sociali delle società in house; e poi in scia: Cassazione, Sez. Un., 16 dicembre 2013 n. 27993;  Cass., Sez. Un., 26 marzo 2014, n. 7177 – Pres. Rovelli – est. Macioce; Cass., Sez. Un., 24 ottobre 2014, n. 22609- Pres. Rovelli – est. D’Ascola. Nello stesso senso ma con approdo opposto Cass., Sez. Un., 10 marzo 2014, n. 5491 – Pres. Rovelli – est. Nobili, in Società, 2014, 953 s. con nota di F. Cerioni; Cass. Sez. Un. n. 26936 del 2 dicembre 2013, che non riconoscono la giurisdizione contabile per l’inesistenza dei tre requisiti individuati: la necessaria appartenenza pubblica del capitale della società (con la previsione statutaria del divieto di cedere a soggetti privati quote della stessa), l’inesistenza di margini di libera agibilità sul mercato (neppure attraverso partecipate e la sottoposizione a controllo analogo (che non può ridursi al potere di nomina degli organi sociali). [18] In buona sostanza la Cassazione ha riprodotto l’orientamento del Consiglio di Stato (Cons. Stato, Adunanza Plenaria, 3 marzo 2008 n. 1, su rimessione di Cons. Stato, Sez. V, 23 ottobre 2007 n. 5587 ; nello stesso senso Cons. Stato, sez. VI, 16 marzo 2009, n. 1555 e prima TAR Valle d’Aosta, 13 dicembre 2007 n. 163; TAR Sicilia, 5 novembre 2007 n. 2511; TAR Piemonte, 4 giugno 2007 n. 2539; TAR Calabria, Catanzaro, 15 febbraio 2007 n. 76 e dopo TAR Campania, Napoli, Sez. I, 28 luglio 2008 n. 9468). Il Consiglio di stato ha sostenuto in particolare che il modello di società mista elaborato, in sede consultiva, con il parere n. 456 delle 2007, rappresenta solo una delle possibili soluzioni delle problematiche connesse alla costituzione di tali società e all’affidamento del servizio alle stesse, anche se, in mancanza di indicazioni precise da parte della normativa e della giurisprudenza comunitaria, non può allo stato essere elaborata una soluzione univoca o un modello definitivo di società mista. In ogni caso, il modello di società costruito con il citato parere non è rinvenibile allorchè il socio non venga scelto mediante procedura a evidenza pubblica nella quale la gestione del servizio sia stata definita e precisata. [19] Al riguardo: G. Visentini, Partecipazioni pubbliche in società di diritto comune e di diritto speciale, Milano, 1979, 4 s.; M. Mazzarelli, La società per azioni con partecipazione comunale, Milano, 1987, 117; G. Marasà, Le «società» senza scopo di lucro, Milano, 1984, 353; P. Spada, La Monte Titoli S.p.a. tra legge ed autonomia statutaria, in Riv. dir. civ., 1987, II, 552. [20] Al riguardo R. Guarino, La causa pubblica nel contratto di società, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di F. Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 131 s. [21] Ci riferiamo agli enti pubblici con mera struttura organizzativa societaria (cfr. al riguardo C. Ibba, Le società «legali», Torino, 1992, 340; Id., La tipologia delle privatizzazioni, in Giur. comm., 2001, 483 s.; Id., Le società “legali” per la valorizzazione, gestione e alienazione dei beni pubblici e per il finanziamento di infrastrutture. Patrimonio dello Stato e infrastrutture s.p.a, in Riv. dir. civ., 2005, II. 447;  e in un’ottica estensiva: G. Napolitano, Soggetti privati «enti pubblici»,in Dir. amm., 2003, 81 s.) previsti, trasformati o costituiti appunto in forma societaria con legge (ad es. l’art. 7 del D. L. 15/4/2002 n. 63, convertito dalla L. 15/6/2002, n. 112, ha istituito la Patrimonio dello Stato S.p.a.; l’rt. 8 del D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito dalla L. 8/8/2002, n. 178, ha gemmato la Coni Servizi s.p.a.; il D. Lgs. 9/1/1999 n. 1, ha istituito Sviluppo Italia s.p.a. poi integrato con altre norme dirette a disciplinarne la governance dell’attuale “Invitalia s.p.a”; l’art. 3, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79, ha previsto la costituzione del Gestore della rete di trasmissione nazionale S.p.a.; l’art. 13, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 ha contemplato la nascita della Sogin s.p.a.; stessa cosa è accaduta per “Gestore del Mercato s.p.a.” ex art. 5, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 e l’Acquirente Unico s.p.a. ex art. 4, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79). In altri casi il legislatore ha trasformato o previsto la trasformazione di enti pubblici in società (così per l’Ente Nazionale per le Strade ex art. 7 D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito in L. 8/8/2002 n. 178; per l’Istituto per i servizi assicurativi del commercio estero Sace ex art. 6 D. L. 30/9/2003, n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326; per l’Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma ex D. Lgs. 17/8/1999 n. 304; per la Cassa Depositi e Prestiti ex art. 5 D.L. 30/9/2003 n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326). [22] È l’avvertimento metodologico già lucidamente espresso da F. Ferrara sr., La teoria della persona giuridica, in Riv. dir. comm., 1911, p. 638. [23] Già con riferimento alla normativa speciale a “toppe” per il diritto sportivo: U. Apice, La società sportiva: dentro o fuori al codice civile, in Dir. fall., 1986, 538 s.; F.Fimmanò, La crisi delle società di calcio professionistico a 10 anni dal caso Napoli, in Gazzetta Forense, 2014, 4, 8 s. [24] In particolare, con riguardo alle previsioni della legge delega riguardanti i principi e criteri direttivi per l’emanazione del TUSP, la Regione Veneto ricorreva sostenendo che le relative disposizioni avrebbero violato gli artt. 117, secondo, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost., “poiché la fissazione di tali principi e criteri eccederebbe dalle competenze statali in materia di «tutela della concorrenza» e di «coordinamento della finanza pubblica», invadendo sfere di competenza regionali. Inoltre, esse violerebbero il principio di leale collaborazione di cui agli artt. 5 e 120 Cost., poiché prescriverebbero, in combinato disposto con il comma 4 dell’art. 16, per l’attuazione della delega, una forma di raccordo con le Regioni – il parere in Conferenza unificata – da ritenersi insufficiente, tenuto conto delle molteplici interferenze con le attribuzioni regionali” (v. Corte Cost., 25.11.2016,  n. 251). Il tema delle società a partecipazione pubblica era già stato oggetto di pronunce da parte del c.d. Giudice delle Leggi. In alcuni casi, la Consulta ha ricondotto le disposizioni inerenti all’attività di società partecipate dalle Regioni e dagli enti locali alla materia dell’«ordinamento civile», di competenza legislativa esclusiva statale, in quanto volte a definire il regime giuridico di soggetti di diritto privato, nonché a quella della «tutela della concorrenza» in considerazione dello scopo di talune disposizioni di «evitare che soggetti dotati di privilegi operino in mercati concorrenziali» (Corte Cost., sent. n. 326 del 2008). In altri, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di disposizioni statali che, imponendo a tutte le amministrazioni, quindi anche a quelle regionali, di sciogliere o privatizzare le società pubbliche strumentali, sottraevano alle medesime la scelta in ordine alle modalità organizzative di svolgimento delle attività di produzione di beni o servizi strumentali alle proprie finalità istituzionali, violando la competenza legislativa regionale residuale in materia di organizzazione amministrativa regionale (Corte Cost., sent. n. 229 del 2013). [25] Infatti, la materia delle partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche coinvolge, da un lato, profili pubblicistici, che attengono alle modalità organizzative di espletamento delle funzioni amministrative e dei servizi, perciò riconducibili alla competenza residuale regionale, anche con riguardo alle partecipazioni degli enti locali che non abbiano come oggetto l’espletamento di funzioni fondamentali. Dall’altro lato, però, ogni intervento in materia coinvolge anche profili privatistici, inerenti alla forma delle società partecipate, che trova nel codice civile la sua radice, e aspetti connessi alla tutela della concorrenza, riconducibili alla competenza esclusiva del legislatore statale. La sede preposta alla necessaria integrazione dei suddetti punti di vista e delle diverse esigenze degli enti territoriali coinvolti, è la Conferenza unificata, di cui nel TUSP era richiesto il solo “parere”. [26] La Corte Costituzionale ha precisato che “nel caso di impugnazione di tali disposizioni, si dovrà accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione”. [27] Il supremo organo amministrativo non ha mancato di rilevare l’importanza di “portare a termine le previsioni della l. n. 124 a seguito della sentenza della Corte”, anche “per non far perdere slancio riformatore all’intero disegno: i decreti legislativi interessati dalla sentenza costituiscono, infatti, non soltanto misure di grande rilievo di per sé, ma anche elementi di una riforma complessiva, che risulterebbe meno incisiva se limitata ad alcuni settori” (v. parere Cons. Stato n. 83/2017, in www.giustizia-amministrativa.it). [28] Assai diversa era stata la prima versione del decreto legislativo, in cui si discorreva di “obbligo” per le società di optare per l’amministratore unico, obbligo poi mutato in una più rassicurante “normalità” durante i lavori di stesura del testo definitivo. [29] «I consigli di amministrazione delle società di cui al comma 1 devono essere composti da non più di tre membri. È comunque consentita la nomina di un amministratore unico» (art. 4, comma 4, d.l. 95/2012). «Fermo restando quanto diversamente previsto da specifiche disposizioni di legge e fatta salva la facoltà di nomina di un amministratore unico, i consigli di amministrazione delle altre società a totale partecipazione pubblica, diretta o indiretta, devono essere composti da tre o da cinque membri, tenendo conto della rilevanza e della complessità delle attività svolte» (art. 4, comma 5, d.l. 95/2012, come modificato con l’art. 16, comma 1, lett. b), d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla l. 11 agosto 2014, n. 114). D’altronde, già con la legge finanziaria 2007 si era previsto, oltre al generico richiamo a un emanando «atto di indirizzo volto, ove necessario, al contenimento del numero dei componenti dei consigli di amministrazione delle società non quotate partecipate dal Ministero dell’economia e delle finanze e rispettive società controllate e collegate, al fine di rendere la composizione dei predetti consigli coerente con l’oggetto sociale delle società» (art. 1, comma 465, l. 27 dicembre 2006, n. 296), che «il numero complessivo di componenti del consiglio di amministrazione delle società partecipate totalmente anche in via indiretta da enti locali, non può essere superiore a tre, ovvero a cinque per le società con capitale, interamente versato, pari o superiore all’importo che sarà determinato con decreto», e che nelle società miste il numero massimo di componenti del consiglio di amministrazione designati dai soci pubblici locali comprendendo nel numero anche quelli eventualmente designati dalle regioni non può essere superiore a cinque (art. 1, comma 729, l. 296/2006). [30] A tal riguardo, viene altresì precisato (art. 14, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo) che il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro delegato per la semplificazione e la pubblica amministrazione e con il Ministro dell’economia e delle finanze, volto a disciplinare le modalità di trasmissione dell’elenco del personale eccedente, debba essere adottato previa intesa in Conferenza unificata ai sensi dell’art. 9 d.lgs. 28.8.1997, n. 281.   - >>>>>

Toma in Europa a caccia di fondi per il Molise

A caccia fondi europei da destinare al Molise. E’ questo l’obiettivo prefissato dal presidente della Regione, Donato Toma, in occasione del suo primo viaggio all’estero. Una tre giorni fitta di incontri con funzionari e politici impegnati sul fronte della programmazione. Fondamentale quello con la responsabile della Politica di Coesione, Rossella Rusco, in vista del periodo di programmazione 2021-2027. “Dobbiamo seguire costantemente il negoziato in corso tra Roma e Bruxelles sul posizionamento della Regione Molise in relazione agli obiettivi di sviluppo in cui si colloca l’Unione Europea”, ha detto Toma che poi ha proseguito: “Considerata la crisi infrastrutturale ed economica, le trattative con Bruxelles assumono un’importanza fondamentale affinché la regione intercetti maggiori fondi europei”. Insieme a Toma si sono mossi per la tre giorni belga alcuni funzionari molisani per un confronto con la delegazione regionale presente presso la sede della Regione Molise a Bruxelles. In particolare lo staff del presidente ha come obiettivo quello di individuare gli strumenti finanziari destinati alle imprese. Presente all’incontro presso la sede regionale, anche l’europarlamentare Aldo Patriciello. Altro appuntamento di rilievo per Toma è quello col vice presidente della Commissione europea ed alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, Federica Mogherini. La chiusura della tre giorni è destinata al rafforzamento delle attività nell’area adriatico-ionica. A tal fine è previsto un incontro con l’on. Ivan Jakovcic, già presidente dell’euroreione adriatica. Fitta quindi l’agenda del governatore, dalla quale ci ci attende un primo importante passo verso una collocazione strategica del Molise sul fronte europeo. Da anni si susseguono progetti e iniziative che sinora hanno prodotto ben poco e, in una fase di generale cambiamento, sul fronte regionale quanto su quello nazionale, il momento è propizio per determinare una inversione di tendenza e un cambio di marcia.   - >>>>>

Termoli, un cimitero industriale alle porte della città. Acciaieria, Zuccherificio, San Nicola: che fare?

Rischia di diventare una vera e propria bomba ecologica il cimitero industriale localizzato tra la vecchia Acciaieria, l’ex Zuccherificio e l’ormai..

Pd, Fanelli si dimette. Il partito verso il congresso: sì al coordinamento di nove componenti

di ANNA MARIA DI MATTEO Il Partito democratico del Molise prova a rialzarsi, dopo la pesante sconfitta elettorale rimediata alle Politiche..

Sesto Campano. Emissione di assegni a vuoto, arrestato 40enne

Un quarantenne di Sesto Campano, è stato arrestato dai Carabinieri della locale Stazione in esecuzione di una ordinanza di detenzione domiciliare, in quanto ritenuto responsabile del reato di emissione di assegni a vuoto commesso in più circostanze tra gli anni 2014 e 2015. L’uomo, fermato ed accompagnato in caserma, dopo le formalità di rito è stato dichiarato in stato di arresto e trasferito presso il proprio domicilio dove dovrà scontare la pena detentiva pari a otto mesi di reclusione. Ad Agnone, continuano in modo serrato i controlli dei Carabinieri della locale Compagnia che, dal primo gennaio ad oggi, hanno sviluppato molteplici operazioni contro l’uso e lo spaccio di sostanze stupefacenti. Solo negli ultimi mesi sono 26 le persone finite, a vario titolo, sotto la lente d’ingrandimento degli uomini in divisa: 19 segnalati quali assuntori perché sorpresi in possesso di sostanze stupefacenti, un uomo finito in manette ed altri 6 denunciati per reati della medesima materia. Questa volta a finire nella rete degli uomini dell’Arma un 36enne del luogo che, nel corso del controllo, con il proprio atteggiamento, insospettiva i militari e li spingeva ad eseguire più dettagliati accertamenti. L’intuizione dei militari otteneva un positivo riscontro all’esito delle analisi a cui è stato sottoposto il giovane presso l’ospedale Caracciolo che ne accertavano lo stato di alterazione a seguito dell’uso di sostanze stupefacenti. L’uomo veniva quindi denunciato e si vedeva portare via il veicolo nonché la patente di guida. L’attento intervento dei Carabinieri di Agnone ha, ancora una volta, scongiurato le ben più gravi conseguenze che possono scaturire da chi si mette alla guida in uno stato di alterazione.   - >>>>>

Isernia. Spaccio di droga alla stazione, giovane mamma arrestata dalla Polizia

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Cerro al Volturno. Documenti falsi per ottenere una casa popolare, denunciata

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