Comunali, a Campobasso sfida a cinque. Tramontano lascia, Mazzuto lancia Maria Domenica D’Alessandro. Centrodestra unito.

di GIOVANNI MINICOZZI A meno di improbabili sorprese dell’ultima ora il quadro delle candidature a sindaco per la città di Campobasso è definito. Dopo Alberto Tramontano, che si è ritirato per non dividere la coalizione di centrodestra ma sarà capolista del suo partito, la Lega ha proposto il nome di Maria Domenica D’Alessandro, già candidata alle politiche del 4 marzo 2018 ma traslocata nel partito di Salvini subito dopo le regionali del 22 Aprile.  Per uscire dallo stallo che si era creato Forza Italia, Fratelli d’Italia e le liste civiche, annusando odore di vittoria con il centrodestra unito, hanno accettato la nuova proposta fatta dal coordinatore regionale della lega Luigi Mazzuto.  Solo Salvatore Micone Udc e Vincenzo Niro Popolari per l’Italia hanno chiesto qualche ora in più per decidere. Lo stesso Niro, però, ha precisato che ha bisogno di alcune ore solo per verificare con il suo Partito e con i componenti della lista il gradimento di Maria Domenica D’Alessandro. Ma, ha spiegato Niro, apprezzo l’inversione di rotta sul metodo di aver scelto il candidato sindaco al tavolo regionale e non con le odiose imposizioni dall’alto. Contrarietà, invece, è stata espressa dalle due ex leghiste Aida Romagnuolo e Filomena Calenda che non sono state neanche invitate al tavolo del centrodestra per la scelta definitiva del candidato sindaco. E’ probabile che le fondatrici del movimento denominato Prima il Molise non presentino la lista a sostegno di Maria Domenica D’Alessandro. Dunque il dado è tratto e va riconosciuto a Luigi Mazzuto una insolita determinazione che gli ha consentito di uscire a testa alta dal confronto e di mantenere gli impegni assunti da Salvini al tavolo nazionale. Non ne esce bene, invece, il presidente della Regione, Donato Toma, che anziché unire la coalizione inconsapevolmente ha cercato di dividerla proponendo nomi improbabili, schierandosi contro l’accordo nazionale del centrodestra e ipotizzando un centrodestra “diviso ma unito”. In definitiva saranno in cinque a sfidarsi per la conquista della prestigiosa poltrona di palazzo San Giorgio: -Maria Domenica D’Alessandro per il centrodestra con sei liste al suo fianco; -Antonio Battista per il centrosinistra con cinque liste; -Roberto Gravina per il Movimento 5Stelle con una lista; -Paola Liberanome per Io amo Campobasso con due liste -Pino Libertucci Italia in Comune con una lista.   - >>>>>


Contratto di sviluppo del Molise, il premier Giuseppe Conte e la ‘sfilata’dei big nostrani

di GIOVANNI MINICOZZI Al di là delle legittime e diversificate ideologie politiche va riconosciuto al premier Giuseppe Conte impegno e determinazione nel tentare di risollevare le storiche difficoltà economiche, produttive e infrastrutturali del Mezzogiorno d’Italia e del disastrato Molise.  Fino ad ora, infatti, non si era mai visto un Presidente del Consiglio dei Ministri visitare una piccola Regione per ben due volte a distanza di due mesi. Sarà la vicinanza del suo paese natale, Volturara Appia ai confini con il Molise, sarà il suo essere meridionale e meridionalista convinto ma Conte a differenza di tanti altri Premier sta dimostrando di voler investire nel sud per invertire la rotta di un atavico sottosviluppo che nei decenni trascorsi tra sprechi, corruzione e mafie ha alimentato solo emigrazione, povertà e disperazione.  Per riuscire nell’intento però è necessaria una vera e propria “rivoluzione culturale” che deve coinvolgere tutta la classe dirigente e in particolare le Istituzioni, la politica, le organizzazioni datorili e sindacali.  Un qualsiasi progetto di sviluppo non può decollare in un contesto di clientelismo esasperato, incapacità, conflitto di interessi ne’ dove il principio della meritocrazia viene messo sotto i piedi. In mancanza di un diverso atteggiamento da parte di tutti gli attori politici, sociali e Istituzionali Giuseppe Conte da solo non ce la farebbe a invertire la rotta di un Molise senza infrastrutture, senza lavoro e senza sanità. Bene ha fatto il Premier a sottolineare tutte le carenze della Regione e a mettere in evidenza il ruolo importante dei Commissari ad Acta che, dopo dieci anni di gestione delka sanità affidata ai governatori, hanno il compito di garantire un’assistenza adeguata ai cittadini. Non servono a niente e a nessuno le rivendicazioni di “lesa maestà” che a giorni alterni emergono contro Angelo Giustini e Ida Grossi da parte di chi vuole prendere il loro incarico. La politica e le istituzioni devono lasciarli lavorare in tranquillità senza frapporre ostacoli, diffide ingiustificate e sgambetti di vario genere. Allo stesso modo per poter realizzare il contratto di sviluppo serve una classe imprenditoriale capace di investire risorse proprie e di utilizzare contributi pubblici in progetti concreti e con lo sguardo rivolto non solo ai propri profitti ma anche alle ricadute occupazionali e sociali. Sono queste alcune precondizioni indispensabili a far decollare il contratto istituzionale di sviluppo del Molise che, però, deve puntare sul potenziamento delle infrastrutture, sul rilancio dell’occupazione e sulla rinascita delle aree interne, non solo sui borghi antichi e sul turismo. Diversamente tutto resterebbe immutato e, se così fosse, le due visite di Giuseppe Conte e il suo encomiabile impegno verrebbero ricordati come l’ennesima inutile “sfilata” dei big nostrani e la conseguente reiterata presa in giro dei molisani.   - >>>>>

Il 25 aprile, per non dimenticare. Nessuno!

di Angelo Persichilli Il 25 aprile è la Festa della Liberazione, festa importante per celebrare la liberazione dell’Italia dalla dittatura fascista. Ho sempre festeggiato tale ricorrenza e continuerò a farlo, ma credo che siano necessarie alcune puntualizzazioni. Primo, bisogna smetterla di usare la Festa della Liberazione per fare politica partitica; Secondo, bisogna evitare che alcune organizzazioni si approprino di tale ricorrenza storica ignorando TUTTI gli altri che si immolarono per difendere democrazia e libertà; Terzo, la lotta per la Liberazione dell’Italia dal fascismo finì il 25 aprile del 1945, ma la lotta per mantenerla libera e democratica è continuata ancora per qualche decennio. Questa seconda lotta, non militare ma politica, meno cruenta ma certamente non meno importante, è cominciata il 26 aprile e continuata per alcuni decenni al fine di evitare che l’Italia democratica rischiasse di finire dalla padella fascista nella brace comunista. I partiti antifascisti, confluiti nel CNL (Comitato Nazionale di Liberazione), gestirono le fasi di transizione tra dittatura e democrazia per alcuni anni. Fu un periodo di attesa, confuso, ma i maggiori leader dell’epoca avevano le idee molto chiare: Alcide De Gasperi voleva mantenere l’Italia in quello che sarebbe diventato nel 1949 il Blocco della Nato, mentre Palmiro Togliatti voleva tirarla dentro quello che poi si è rivelato l’inferno sovietico. Le elezioni più importanti della storia repubblicana italiana furono quelle del 18 aprile del 1948, le prime dopo l’approvazione della nuova costituzione. Se nelle elezioni del 1948 avesse vinto il partito di Togliatti, l’Italia avrebbe fatto la fine della Polonia, Ungheria, Germania comunista. Celebriamo quindi il 25 aprile, la Festa della Liberazione dal fascismo, ma ho qualche riserva farlo insieme a persone e organizzazioni che hanno nei decenni successivi lavorato per difendere e supportare la dittatura criminale di Giuseppe Stalin riciclandosi oggi come difensori della libertà e della democrazia. Non mi riferisco certo a quei comunisti alla Peppone di Giovannino Guareschi. Quelle sono brave persone che hanno sinceramente creduto e lottato per una Italia migliore. Non mi riferisco nemmeno al famoso Nicoletti, ovvero Giuseppe Di Vittorio, e tanti che come lui si batterono per difendere gli operai dagli eccessi del capitalismo che, di sicuro, non è una organizzazione di beneficenza gestita da Madre Teresa. Mi riferisco invece ai leader del Partito Comunista, e in particolare a Palmiro Togliatti, che tentarono di usare il lavoro di queste persone per portare l’Italia dalla dittatura fascista a quella comunista. Bisogna aspettare l’arrivo di Enrico Berlinguer per fare uscire il Partito Comunista Italiano dall’orbita sovietica. Ma fu un lavoro che, purtroppo, fu lasciato a metà per la scomparsa del leader eurocomunista. È il momento di completare l’opera iniziata da Berlinguer, prima che altri comincino a riciclare quella di Togliatti. Se a distanza di tre quarti di secolo è giusto continuare a ricordare i crimini nazifascisti e celebrare la loro sconfitta, è giunto ora il momento di non ignorare più nemmeno coloro che in Italia appoggiarono e coprirono le stragi della dittatura sovietica e osannarono il criminale Giuseppe Stalin. Ultimamente alcuni scendono in piazza usando l’antifascismo per mantenere in vita un ideale che li ha traditi. Sia ben chiaro, il comunismo è finito sotto il peso dei crimini commessi e soprattutto schiacciato dai fallimenti storici di carattere economico, sociale e politico ovunque si sia tentato di attuarlo (ma di questo ne riparleremo). Ma se è finito il comunismo, qualche nostalgico comunista è rimasto aggrappandosi a qualsiasi scusa per ricreare un movimento pre-Berlinguer, fallito per sempre. I seguaci di Togliatti dell’altro secolo avevano l’attenuante di non sapere cosa succedesse oltre cortina. Non sapevano né dei crimini di Stalin, né del fallimento di una ideologia che non è riuscita ad andare al di la di slogan e demagogia per coprire fame, delitti e stragi. Alcuni degli individui che scendono in piazza il prossimo 25 aprile, per essere credibili, devono prima liberarsi e denunciare questo passato ingombrante. Devono apertamente denunciare i crimini di organizzazioni e persone che hanno sostenuto per decenni e prima di presentarsi ora come unici difensori della democrazia e libertà. Bisognerebbe istituire un’altra celebrazione, il 18 aprile di ogni anno, per festeggiare le elezioni del 1948 quando Alcide De Gasperi guidò gli italiani alla vittoria contro il partito dei Palmiro Togliatti. Se avesse vinto quest’ultimo, infatti, staremmo a festeggiare una seconda liberazione dell’Italia, quella dalla dittatura comunista, come fanno in Polonia, Ungheria e nel resto dell’ex blocco sovietico. Ultima osservazione a proposito della Festa della Liberazione del 25 aprile. La lotta contro il nazifascismo è stata la lotta di tantissime persone, di molte ideologie politiche e nazionalità. I partigiani hanno dato un contributo significante, ma non vanno dimenticati altri giovani canadesi, polacchi, inglesi e americani che hanno perso la vita per farci vivere in una Italia libera e democratica. Ho visitato i cimiteri polacchi, canadesi, francesi e americani di Montecassino, Ortona, Venafro, Firenze e tante altre città italiane e mi piacerebbe che qualche manifestazione si tenesse anche in qualcuno di questi cimiteri per onorare la memoria di questi giovani morti in terra straniera per sconfiggere la dittatura nazifascista.   - >>>>>

Editoria, due pesi e due misure. Federazione Nazionale della stampa e sindacati schierati con i più forti. Il Consiglio di Stato blocca le ingiustizie 

DI GIOVANNI MINICOZZI Ancora polemiche e ricorsi sull’erogazione dei contributi alle Tv locali provenienti dalla legge nazionale modificata ad arte per escludere le emittenti delle piccole regioni. Telemolise e altre testate hanno presentato un ricorso cautelare al Consiglio di Stato contro il provvedimento del Tar del Lazio che aveva sbloccato l’ulteriore 40% (in totale il 90% dell’intero importo relativo all’anno 2016) per liquidare i contributi sempre alle stesse emittenti insediate nelle Regioni con oltre due milioni di abitanti. Il Consiglio di Stato ha sospeso l’efficacia  della decisione del Tar e ha fissato l’udienza di merito per il prossimo 9 maggio. Sulla vicenda è intervenuto, a gamba tesa, il segretario generale della Federazione nazionale della stampa Raffaele Lo Russo, in modo discriminatorio e in favore delle grandi emittenti non considerando affatto i giornalisti che rischiano il posto di lavoro nelle piccole realtà. Immediata la replica degli avvocati Massimo Romano e Pino Ruta che, insieme a Margherita Zezza, hanno patrocinato e vinto il ricorso al Consiglio di Stato. “Non soltanto la Federazione della stampa ma anche Cgil, Cisl, Uil hanno una posizione assolutamente omologa e schiacciata su quella della Confindustria. Adducono motivazioni inerenti la presunta tutela dei giornalisti ma dimenticano che quel 40% accantonato è proprio finalizzato a tutelare la posizione di altri giornalisti altrettanto legittima se non di più rispetto a quella rappresentata dalle grandi emittenti delle grandi Regioni a tutto danno delle grandi emittenti delle piccole Regioni. Quindi, francamente, questo è  un atteggiamento processuale che si commenta da sé. Esiste un’ assonanza di posizioni tra gruppi che sono del tutto eterogenei perché difendono interessi del tutto eterogenei. Basti pensare che per effetto dell’eventuale sblocco di questi contributi ci sarebbe l’assegnazione di decine di milioni di euro in favore di pochi editori, tutti localizzati nelle realtà più ricche del Paese, a tutto danno delle emittenti  delle realtà demograficamente minori nonostante ci siano ben due pronunciamenti del Tribunale amministrativo regionale del Lazio e, oggi, anche del Consiglio di Stato che invece hanno sancito massima prudenza nell’assegnazione di queste risorse perché si ha a che fare non soltanto  con  il delicato comparto dell’informazione ma anche con la tutela di preminenti valori Costituzionali quali il pluralismo informativo” – ha dichiarato l’avvocato Massimo Romano. Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’avvocato Pino Ruta: “Siamo di fronte a un’onda avversa che si è in qualche modo costituita contro i ricorrenti per consolidare  i criteri di aggiudicazione di queste somme, di queste consistenti forme di contribuzione alle Tv locali che noi abbiamo censurato. C’è  stato un primo passaggio presso il Tar del Lazio dove, in qualche modo, il giudice ha seguito il nostro discorso e  ha riconosciuto che c’era questo effetto distorsivo proprio rispetto al criterio del pluralismo. A quel punto il governo ha trasformato il decreto milleproroghe , che conteneva oggettive sperequazioni,   in legge per tentare di sminare i ricorsi e per mantenere i privilegi dei gruppi editoriali più consistenti a danno delle emittenti localizzate nelle regioni più piccole” – ha detto l’avvocato Pino Ruta. Evidentemente la Federazione nazionale della stampa, che dovrebbe rappresentare tutti i giornalisti, si è vergognosamente schierata solo con i grandi gruppi editoriali determinando sperequazioni e iniquità nel comparto giornalistico.   - >>>>>

Autismo, lettera di una madre: “Alcuni figli si amano di più”

Lo spot di Raiuno di Manuela Petescia In occasione della giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo, che cade il 2 aprile, abbiamo raccolto la testimonianza di una madre, struggente e concreta insieme e per questo di grandissimo valore in un momento storico – il nostro – in cui gli studi sullo spettro autistico ancora non inquadrano con esattezza scientifica questa forma di isolamento in cui può restare imprigionato un bambino. Il disturbo dello spettro autistico non è una patologia mentale ma molto probabilmente ha radici genetiche. Per una triste e variegata combinazione di geni materni e paterni, e con una forbice di gravità molto ampia da caso a caso (si passa da lievi disturbi di socializzazione alla chiusura totale verso il mondo circostante), stando agli ultimi dati statistici l’autismo colpisce 1 bambino su otto. Insorge nel bel mezzo di una crescita serena, tra un sorriso e l’altro, tra un gioco e l’altro, come se il bambino decidesse all’improvviso, e apparentemente senza alcun motivo, di isolarsi per sempre condannando la sua famiglia a una vita di incertezze e, talvolta, di vera e propria disperazione, vista la carenza sia di percorsi di cura che di strutture di sostegno pubblico. Il disturbo dello spettro autistico diventa così un dramma familiare, spesso incompreso, dove ogni onere ricade sui genitori, sui fratelli, insomma sul nucleo, abbandonato a se stesso. Ecco perché questa lettera di questa madre supera i confini del dolore privato e illumina di “consapevolezza”. ******** «I figli si amano. Qualcuno non lo fa come dovrebbe, è vero… ma se non si riceve amore a sufficienza capita che alcuni non ne imparino la dolcezza e che, quindi, non siano capaci di donarla… questo è ciò che con grande generosità, ma immagino anche con tanto dolore, devono cercare di capire coloro che non si sono sentiti mai al caldo nel cuore di una mamma o di un papà. I figli si amano tutti, perché sono il nostro domani e la nostra unica, illusoria, possibile immortalità. Perché anche chi non è credente sa che quel piccolo, in qualche maniera, gli è stato affidato… dalla natura o dal caso… e bisogna portare a termine un lavoro fatto di impegno e tenerezza… attraverso una cura quotidiana, fino a che il tempo penserà a staccarlo da noi. Si amano per come ci guardano, quando siamo il loro unico punto di riferimento e il loro unico oggetto d’amore… per come ci ammirano come se fossimo eroi senza macchia e senza paura… sì, eroi… noi che, spesso, siamo sperduti e pieni di incertezze. Si amano perché ci danno soddisfazioni… nell’imparare, nell’essere svegli ed intelligenti… nell’essere, ai nostri occhi, belli come il sole. Si amano anche quando, adolescenti, ci massacrano… e solo a loro permettiamo il calpestìo della nostra anima… perché sappiamo che per crescere si deve passare attraverso l’opposizione, e rimaniamo lì pazienti ad aspettare che il loro tono di voce ritorni ad essere lieve. Ma alcuni figli si amano di più…. o meglio, si amano diversamente, poiché essi sono “diversi”. Essi non sono il nostro domani luminoso, perché il loro domani sarà come il triste “oggi” che vivono. Essi non evocano nel nostro spirito l’idea dell’immortalità, perché ogni giorno ci straziamo il cuore pensando che moriremo lasciandoli soli… soli e “diversi”. Essi ci impegneranno tutta la vita e non si staccheranno da noi, perché non sanno nemmeno che al mondo c’è altro, al di là di mamma e papà. Essi non ci ammirano e non hanno bisogno di conforto, perché spesso non hanno nemmeno consapevolezza del pericolo. Essi non ci faranno dannare quando saranno adolescenti, perché il loro corpo, che pure cresce, avrà sempre una mente bambina. Essi non sono intelligenti e non ci danno soddisfazioni… ma, ai nostri occhi, sono ugualmente belli come il sole. Anzi di più, come il sole al tramonto. Uno di questi figli “diversi” è capitato a me. Lei è la mia bambina. E io sono sua madre. Quei figli, come tutti i bambini, hanno diritto più di altri al rispetto e alla cura… invece, paradossalmente, tendono a riceverne di meno… non dai loro genitori, che solitamente li amano con amore struggente, ma dalla società di cui essi sono parte. Spesso vengono discriminati o derisi o isolati… vengono usati… oppure ignorati da chi decide che il proprio orticello è l’unico degno di essere curato… ma i bambini “diversi” non hanno nemmeno la facoltà di parlare e difendere la propria dignità. I genitori, le sorelle e i fratelli di quei bambini speciali, quindi, diventano la voce che quei bambini non hanno, la testimonianza di esserci che quei bambini non possono attestare, la fierezza di essere PERSONA che quei bambini non possono affermare. Io, che sono la mamma di quella bambina speciale, testimonio in qualsiasi luogo, per sempre e con forza la sua presenza concreta».   - >>>>>

Non c’è democrazia senza un’alternativa

di Angelo Persichilli Vi sono indubbie analogie tra il massacratore di Christchurch e il mancato pluriomicida di Milano. Ma tali analogie servono a farci capire il perché questi tragici fatti? Dopo le reciproche accuse di coloro che cercano sfruttare tali avvenimenti per fini politici, il resto lo fanno gli avvocati che, chiedendo, una perizia psichiatrica, tolgono il delinquente dal mazzo e tutto il resto si autoassolve. Invece bisogna andare oltre, individuare i responsabili di questo imbarbarimento del dibattito che partorisce violenza. Ma per farlo bisogna prima liberarsi delle antiche zavorre ideologiche di qualsiasi colore e andare alla radice. Ci sto provando. Ora non appartengo ad alcuna parrocchia politica. Ne ho avuto una, la Democrazia Cristiana, ma è chiusa per mancanza di preti. Ora bisogna cercare la persona giusta, ovunque si trovi, anche se questo è sempre più difficile in quanto il più pulito ha la rogna (chiedetelo alla povera Raggi). Bisogna comunque abbandonare l’equilibrio dialettico su temi falsamente ideologici e individuare colpe e responsabili. In questo contesto dico che il maggiore responsabile del caos politico e sociale in Italia è Matteo Renzi. Qualcuno dirà ‘…e mo’ te ne accorgi?” In verità me ne ero accorto da tempo ma, siccome avevo un certo rispetto per lui, speravo tanto che si mettesse dignitosamente da parte. Renzi è stato un leader politico giovane, con un certo carisma, anche qualche successo con qualche idea di rinnovamento che, anche se confusa, sollecitava speranza. Ho creduto in lui e, per un certo periodo, l’ho anche difeso e votato, ma ha fallito. Ma la sua colpa principale non è il fallimento, che in una carriera ci può anche stare, ma la gestione del fallimento stesso caratterizzata dalla sua caparbietà di rimanere leader a tutti i costi. Una specie di Hillary Clinton made in Italy che, troppo presuntuosa per fare un passo indietro, ma incapace di fare un passo avanti, si è messa di traverso contribuendo all’elezione di Donald Trump. Renzi ha fatto lo stesso in Italia favorendo la creazione del governo Conte-Salvini-Di Maio. Confermo che Trump non mi è piaciuto quando era un businessman e non mi piace ora come politico. Nemmeno Salvini mi piaceva, ma non lo considero il Trump italiano. Non mi piacciono alcuni suoi commenti caustici su certi avvenimenti drammatici del presente che contribuiscono a rivangare un suo passato che ho sempre combattuto, ma la causa di questo imbarbarimento dialettico è da ricercarsi nelle azioni sconsiderate e provocatorie di altri. E questo mi riporta su Renzi e i suoi successori. Preciso che mi riferisco specificamente al PD di Renzi e Martina, una organizzazione politica né di destra, né di sinistra, ma un contenitore dei rimasugli dei partiti della Prima Repubblica. Successivamente la sinistra ha abbandonato il PD (anche se non so dove sia finita) lasciando questa barca alla deriva nelle mani di Renzi e compagni (non in quel senso). È invece ancora presto per esprimere un giudizio sul PD di Zingaretti. Ma quale è la colpa di Renzi? A mio avviso è la mancata capacità di collegare la violenta e disperata retorica usata per fare politica e le drammatiche conseguenze che essa ha sulla società. Questo tipo di retorica tira fuori il peggio da tutti noi. Ma perché tale violenza verbale? Ignoranza prima e presunzione poi. Renzi non ha capito la gravità dei flussi migratori dall’Africa e ha cercato la gloria in Europa con una capatina nella Casa Bianca di Obama. Ha fatto il vassallo di Francia e Germania aprendo i porti italiani per una photo-op insieme a François Hollande e Angela Markle che gli hanno fatto credere che in Europa contasse anche lui. I suoi successori hanno sostituito Hollande con Emmanuel Macron ma la musica non è cambiata, né al governo, né all’opposizione. Francia e Germania avevano invece capito molto bene la gravità della situazione nel Mediterraneo, se ne sono sbarazzati lasciando il problema nelle mani degli utili idioti del PD. Contrariamente a Parigi e Berlino, i resti del PD non avevano capito che non si trattava di qualche barcone pieno di sventurati provenienti dall’Africa, ma di un esodo pluriennale, frutto di un genocidio, in alcuni, come in Libia, innescato proprio dalla Francia e dalla sua politica coloniale. Fuga che coinvolgeva milioni di persone e che si è poi tramutata in traffico di esseri umani con ingenti guadagni soprattutto per il crimine organizzato. Una volta perse le elezioni, i resti dei renziani, incapaci di presentare un programma concreto e sostenibile (se lo avessero avuto non avrebbero perso le elezioni) hanno fatto ricorso alla rissa dialettica. Hanno esacerbando il dibattito creando due partiti, quello dei razzisti e degli antirazzisti, conditi da manate di fascismo e antifascismo e facendo venire fuori il peggio di tutti i partecipanti. Ed eccoci a Salvini. È il leader della Lega un razzista? Se lo è non lo è per la gestione del fenomeno migratorio. Egli sta facendo quello che avevano fatto Holland e i successivi governi socialisti francesi, spagnoli e dei democristiani tedeschi. Tutti avevano chiuso porti e frontiere come e prima di Salvini. Bisogna creare una alternativa a Salvini? Ogni democrazia ha sempre una alternativa e, in questo momento, in Italia la matematica, confermata da risultati elettorali regionali a raffica, ci dice che non c’è. Per crearla bisogna prima eliminare le cause che l’hanno eliminata. I democratici americani hanno capito che, per sbarazzarsi di Trump, dovevano prima sbarazzarsi dei Clinton. Hanno fatto il primo passo ora devono trovare il loro leader. In Italia il PD è un passo avanti in quanto ha un già nuovo leader, Zingaretti, ma è anche un passo indietro in quanto c’è ancora Renzi e compagni messi di traverso. La loro presenza, e la loro dialettica politica, è il principale punto di forza dell’attuale governo.   - >>>>>

Editoria, partono i licenziamenti, mobilitati Ordine dei giornalisti e Assostampa. Maria Guia Federico come Ponzio Pilato

DI GIOVANNI MINICOZZI La profonda crisi che attanaglia il settore dell’informazione non fa prigionieri e diverse aziende del settore hanno preannunciato decine di licenziamenti che scatteranno nelle prossime settimane. Nel silenzio più o meno tombale calato sul grave problema, condito dall’immobilismo e dalla complicità delle istituzioni preposte alla salvaguardia del diritto dei cittadini ad essere informati e alla tutela dei posti di lavoro (Regione e Prefettura di Campobasso in primis) spiccano le iniziative a sostegno della stampa avviate con determinazione dall’Ordine dei Giornalisti e dall’Assostampa. Il presidente dell’associazione di categoria, Giuseppe Di Pietro, ha sollecitato le Istituzioni preposte ad avviare un confronto urgente con le parti interessate ma, al momento, non ha avuto alcun riscontro. “Il soggetto scatenante di questa vicenda è la Prefettura di Campobasso e, quindi, la stessa Prefettura deve ascoltare le parti in causa. Noi abbiamo inoltrato al Governo e ai ministeri competenti un corposo faldone con delle controdeduzioni che vanno nella posizione opposta della impugnazione fatta dal Governo e quindi noi chiediamo di interloquire per esporle e poi, perché no, la Prefettura può farle proprie ed inviarle anche al Governo. Però la Prefettura ha il dovere di mettere intorno a un tavolo i soggetti coinvolti dalla crisi e mi auguro che lo faccia in tempi rapidi” ha detto Di Pietro. L’Assostampa aveva già avuto un incontro in Prefettura in passato proprio sulla situazione di crisi dell’editoria. “Certo e mi ricordo che questo era uno dei punti dolenti. Noi contestammo alla Regione, perché era presente l’allora presidente Frattura con l’attuale prefetto, proprio questo punto delicato e chiedemmo: ma scusate perché avete fatto e continuate ad avere una legge che ostacola l’accesso a chi ha più di quarantamila euro di contributi ottenuti da una pubblica amministrazione? E’ un limite una cosa che non sta né in cielo e né in terra…” ha concluso Giuseppe Di Pietro. Anche il Consiglio direttivo dell’ordine dei giornalisti del Molise è intervenuto a sostegno della categoria. Il Presidente Pina Petta ha incontrato il Prefetto di Campobasso Maria Guia Federico la quale ha ribadito che rientra nelle sue “prerogative dare tempestiva informazione alla presidenza del Consiglio dei ministri su eventuali ipotesi di illegittimità di una Legge regionale“. Sarà, ma resta il giallo sul perché la stessa Maria Guia Federico, da quanto è dato sapere, non abbia segnalato le illegalità contenute nella legge relativa alla prima interpretazione autentica che ha sanato, sempre con data retroattiva, situazioni eclatanti come la mancanza del Durc per i contributi non pagati e, addirittura, la compensazione di fatture da centinaia di migliaia di euro ammessa tra società riconducibili allo stesso proprietario. Il Prefetto di Campobasso farebbe bene a chiarire questa anomala e discriminante circostanza per salvaguardare innanzitutto la credibilità dell’Istituzione che rappresenta.   - >>>>>

Per andare in paradiso, si deve prima morire

di Angelo Persichilli Le manifestazioni mondiali della scorsa settimana a difesa dell’ambiente mi hanno fatto venire in mente Che Guevara e La Guerrigliera Tania. Condividevo, e condivido, molte delle loro critiche sociali al cosiddetto ‘imperialismo americano’ ma mi facevano più paura, lo confesso, le alternative da loro proposte. Ciò che invece ho sempre ammirato è stata la loro determinazione, coerenza e coraggio per promuovere le loro idee, ben sapendo che questa loro determinazione avrebbe potuto anche portarli alla morte. Che puntualmente arrivò. Ma cosa c’entrano Guevara e Tania con i dimostranti anti-inquinamento? Certo combattere nella foresta boliviana non è una scampagnata come passeggiare per il centro delle nostre città sventolando bandiere multicolori e non voglio di certo incoraggiare questi dimostranti a ricorrere alla violenza che aborro, ma una certa coerenza tra ciò che si predica e ciò che si fa non guasterebbe. L’ambiente è malato, ha bisogno d’aiuto, ma il pericolo più grosso non è l’inquinamento, bensì l’ipocrisia. Queste manifestazioni oceaniche, (non ho capito perché alcuni erano a volto coperto) avrebbero un loro valore se, alla fine dei cortei, rimanesse qualcosa e soprattutto una azione concreta che cambiasse qualcosa in tutti noi. Invece sono convinto che alla fine delle manifestazioni di ‘sensibilizzazione’ (ma sensibilizzazione di chi se non di noi stessi?), la stragrande maggioranza degli ‘ambientalisti’ a tempo determinato sia tornata alla vita di tutti i giorni. Tutti contenti di essersi sbarazzati dei ‘peccati’ commessi quotidianamente contro la natura e riprendere daccapo. Insomma, una specie di confessione per il reset della coscienza e poi riprendere a peccare come prima. Mi spiego. Molti commentatori hanno messo in risalto non solo il grande numero dei partecipanti alle manifestazioni, ma anche e soprattutto la grande presenza dei giovani. Uno dei titoli più ricorrenti sui giornali è stato: “Manifestazioni per chiedere ai governanti misure concrete”. Ma siamo proprio sicuri che vogliamo “misure concrete”? Mi disse una volta un mio datore di lavoro che contestavo in continuazione di smetterla “altrimenti faccio come dici tu!” Vediamo un po’. Ridurre l’inquinamento significherebbe innanzitutto ridurre l’uso delle macchine, con tutte le conseguenze sociali e economiche sulla nostra vita. Oppure produrre macchine meno inquinanti facendo salire i costi. Costi che potrebbero essere assorbiti in tre modi: ridurre i profitti dei produttori, ridurre i salari degli operai e aumentare i prezzi al consumatore. Non uno, ma tutti e tre: uno non basta. Fate un po’ voi. Già, le macchine elettriche. Innanzitutto, provate a comperarne qualcuna e vedrete quanto costa. E poi, l’elettricità produrrebbe comunque inquinamento. Ho letto da qualche parte che da uno studio tedesco dell’ADAC, l’ACI teutonica, emerge che una FIAT Panda a metano inquinerebbe meno delle auto elettriche. Insomma, si deve ancora lavorare sulla qualità e sui prezzi. L’energia solare? Certo, qualche piscina la riscalderebbe, ma dove la mettiamo l’estetica? Quegli orribili pannelli che rovinerebbero la nostra villetta costataci una fortuna? Per non parlare dell’energia eolica che, per difendere l’ambiente…rovinerebbe l’ambiente? Come dire, violentare qualcuno per difendere la verginità. O no? No, ‘nun ze po’ ffà. La realtà è che per difendere veramente l’ambiente bisognerebbe cambiare il nostro modo di vivere. E su questo tutti siamo d’accordo, a patto che sarebbe la vita degli altri. Senza scendere in noiosi quanto inutili dettagli tecnici, per combattere l’inquinamento, che esiste e è un problema serio, bisognerebbe guidare di meno, consumare di meno, pagare di più per ciò che si produce, usare meno tecnologia, usare meno corrente, imparare a riciclare (non i soldi) cercando almeno di capire prima cosa significa “raccolta differenziata” e poi di attuarla, bisognerebbe aumentare le tasse per promuovere iniziative valide e, insomma, cambiare il modo di vivere. ‘Na parola! Il Canada è uno dei Paesi più convinti della necessità di fare qualche cosa per la difesa dell’ambiente…fino a quando vengono proposte le cosiddette ‘carbon tax’. Purtroppo, queste necessarie manifestazioni di sensibilizzazioni cominciano con l’inizio del corteo e finiscono quando viene chiesto di fare dei sacrifici veri. Ricordate il famoso protocollo di Kyoto, firmato nel 1999 e che chiedeva ai Paesi firmatari di ridurre il livello di inquinamento ai livelli del 1990 entro il 2012? Tra i Paesi firmatari solo i Paesi che non inquinavano già da prima (leggi Paesi non industrializzati) rispettarono gli impegni. I Paesi industrializzati o in via di sviluppo, o non rispettarono gli impegni o non firmarono l’accordo. Tra questi ultimi c’erano anche gli Stati Uniti, la Cina, l’India e il Brasile, vale a dire i Paesi che, da soli, erano responsabili di circa il 50% di tutto l’inquinamento mondiale. Il Canada, uno dei Paesi tra i più grossi sostenitori di Kyoto, firmò. Ma poi, dal 1999 al 2006 aveva aumentato le emissioni inquinanti a un livello percentuale superiore anche a quello degli Stati Uniti che non l’aveva firmato! Mi ha detto un amico che questi dimostranti sono come i cattolici, vogliono tutti andare in Paradiso, ma nessuno vuole morire.   - >>>>>

PD in cerca di unità interna e di alleati. Facciolla si schiera con gli editori in crisi, ripropone Battista e Sbrocca ma Durante vuole le primarie

DI GIOVANNI MINICOZZI Con la prima riunione dell’assemblea regionale del Pd tenutasi all’ hotel Rinascimento di Campobasso è partita l’era del nuovo segretario Vittorino Facciolla scelto a maggioranza dagli elettori delle primarie. Obiettivi dichiarati dal neo segretario: Unità del Partito e coinvolgimento delle minoranze negli organismi dirigenti, segreteria compresa. Il primo Atto dell’assemblea regionale è stato quello della nomina del Presidente e della direzione del Partito. A dire il vero ,al di là dei buoni propositi, l’auspicata unità non c’è stata ed è stato eletto Presidente l’ex segretario dei Ds Pardo Antonio D’Alete, votato dai trentacinque componenti dell’assemblea in quota a Vittorino Facciolla. L’assemblea è composta da sessanta persone elette nelle primarie più i tre candidati alla segreteria, ovvero Vittorino Facciolla, Michele Durante e Stefano Buono, più i sette rappresentanti della commissione congressuale . Le minoranze invece si sono unite tra loro e per la Presidenza hanno votato Stefano Buono che ha incassato ventiquattro voti e, dunque, è stato sconfitto dal neo Presidente D’Alete. Alla vice presidenza sono stati eletti Alessandra Salvatore per Michele Durante , Michele Ventresca per Stefano Buono e Lordnzo Coia per la maggioranza. Eletti anche trentuno componenti della direzione regionale così suddivisi : diciassette in quota Facciolla, dieci a Michele Durante e quattro a Stefano Buono. Completato l’ organigramma del gruppo dirigente la discussione si è concentrata sulle iniziative da intraprendere per rilanciare il Pd. Anche su questo versante le posizioni sono state abbastanza articolate tra chi vuole ripartire nel segno della continuità con il passato, seppur riveduta e corretta, e chi chiede totale discontinuità. L’argomento che divide ulteriormente sono le prossime elezioni amministrative e in particolare la scelta dei candidati a sindaco nelle città di Campobasso e di Termoli. Vittorino Facciolla non fa mistero di voler dare l’opportunità agli uscenti Antonio Battista e Angelo Sbrocca di poter giocare la partita per il secondo mandato anche se ha dichiarato la sua disponibilità a confrontarsi con posizioni diverse. “Sia lo Statuto sia il buon senso danno la possibilità ai due sindaci delle città maggiori che hanno ben operato di essere ricandidati senza alcun ricorso alle primarie perché hanno svolto un solo mandato” – ha dichiarato Facciolla. Michele Durante, invece, chiede espressamente le elezioni primarie nelle due città maggiori per scegliere i rispettivi candidati a sindaco. Nei prossimi giorni si terrà il confronto tra le parti ma appare chiaro che la maggioranza del PD confermerà la candidatura per Antonio Battista e per Angelo Sbrocca. Per altro il tempo stringe, considerato che si voterà il prossimo 26 maggio, e lo spazio per le primarie non ci sarà. Infine per completare gli organismi dirigenti del Pd Vittorino Facciolla dovrà nominare i componenti della segreteria regionale e, in tale organismo, vuole inserire anche i rappresentanti delle minoranze e i segretari delle tre federazioni. Da quanto è dato sapere, però, la mozione che fa capo a Michele Durante non intende accettare una gestione unitaria. Vittorino Facciolla ha preso posizione anche sulla drammatica crisi dell’editoria : “Quello che sta accadendo non è normale perché gli organi di stampa devono poter ricevere il sostegno pubblico per poter continuare ad informare correttamente i cittadini in totale libertà e nello spirito dell’articolo 21 della Costituzione” ha dichiarato il neo segretario del Partito Democratico. Vogliamo solo ricordare che negli anni passati a fare approvare una legge iniqua e discriminatoria per l’editoria fu proprio il Governatore del centrosinistra Paolo Di Laura Frattura.   - >>>>>

Comunali, a Campobasso sfida a cinque. Tramontano lascia, Mazzuto lancia Maria Domenica D’Alessandro. Centrodestra unito.

di GIOVANNI MINICOZZI A meno di improbabili sorprese dell’ultima ora il quadro delle candidature a sindaco per la città di Campobasso è definito. Dopo Alberto Tramontano, che si è ritirato per non dividere la coalizione di centrodestra ma sarà capolista del suo partito, la Lega ha proposto il nome di Maria Domenica D’Alessandro, già candidata alle politiche del 4 marzo 2018 ma traslocata nel partito di Salvini subito dopo le regionali del 22 Aprile.  Per uscire dallo stallo che si era creato Forza Italia, Fratelli d’Italia e le liste civiche, annusando odore di vittoria con il centrodestra unito, hanno accettato la nuova proposta fatta dal coordinatore regionale della lega Luigi Mazzuto.  Solo Salvatore Micone Udc e Vincenzo Niro Popolari per l’Italia hanno chiesto qualche ora in più per decidere. Lo stesso Niro, però, ha precisato che ha bisogno di alcune ore solo per verificare con il suo Partito e con i componenti della lista il gradimento di Maria Domenica D’Alessandro. Ma, ha spiegato Niro, apprezzo l’inversione di rotta sul metodo di aver scelto il candidato sindaco al tavolo regionale e non con le odiose imposizioni dall’alto. Contrarietà, invece, è stata espressa dalle due ex leghiste Aida Romagnuolo e Filomena Calenda che non sono state neanche invitate al tavolo del centrodestra per la scelta definitiva del candidato sindaco. E’ probabile che le fondatrici del movimento denominato Prima il Molise non presentino la lista a sostegno di Maria Domenica D’Alessandro. Dunque il dado è tratto e va riconosciuto a Luigi Mazzuto una insolita determinazione che gli ha consentito di uscire a testa alta dal confronto e di mantenere gli impegni assunti da Salvini al tavolo nazionale. Non ne esce bene, invece, il presidente della Regione, Donato Toma, che anziché unire la coalizione inconsapevolmente ha cercato di dividerla proponendo nomi improbabili, schierandosi contro l’accordo nazionale del centrodestra e ipotizzando un centrodestra “diviso ma unito”. In definitiva saranno in cinque a sfidarsi per la conquista della prestigiosa poltrona di palazzo San Giorgio: -Maria Domenica D’Alessandro per il centrodestra con sei liste al suo fianco; -Antonio Battista per il centrosinistra con cinque liste; -Roberto Gravina per il Movimento 5Stelle con una lista; -Paola Liberanome per Io amo Campobasso con due liste -Pino Libertucci Italia in Comune con una lista.   - >>>>>

Unimol, la sfida entra nel vivo. Brunese e Coppola in corsa per il posto di Rettore. Presentate le proposte agli elettori dell’Ateneo

DI GIOVANNI MINICOZZI Ruolo dell’Università, integrazione con il territorio, assetti organizzativi, centri di ricerca, dottorati, potenziamento della facoltà di Medicina e chirurgia, offerta formativa e incremento delle iscrizioni degli  studenti molisani e di fuori regione. Due ore di confronto serrato, a porte chiuse, su questi temi nell’aula magna dell’Università del Molise tra i due contendenti alla carica di Rettore Luca Brunese e Raffaele Coppola. All’incontro hanno partecipato attivamente tutti gli elettori dell’Unimol ovvero docenti, amministratori e personale tecnico amministrativo. Il confronto è stato aperto dal decano con funzioni di Rettore, Donato Vito Casamassima e, a seguire, il presidente dell’assemblea Stefano Fiore, docente di Diritto penale, ha moderato la sfida tra i due aspiranti al posto di Rettore per la successione a Gianmaria Palmieri. Luca Brunese e Raffaele Coppola hanno presentato i loro rispettivi programmi e si sono sottoposti a una lunga serie di domande fatte dagli elettori  alle quali hanno risposto con tempo cronometro e, quindi, con assoluta par condicio. Soddisfatti i partecipanti che hanno avuto la possibilità di comprendere le proposte dei due candidati e le relative differenze nella futura gestione dell’Ateneo molisano. Si voterà il prossimo 8 maggio, dalle ore 9 alle 18 , per la prima volta con voto elettronico, e subito dopo ci sarà il risultato per conoscere il nome del Rettore  che gestirà l’Unimol per i prossimi sei anni. È da sottolineare che il ruolo dell’Università e di chi la dirige riveste un’importanza fondamentale per lo sviluppo del Molise e per il suo rilancio economico, produttivo,  occupazionale e sociale.   - >>>>>

Trattamenti chemioterapici, dalla Regione un aiuto ai pazienti

“Sono particolarmente orgogliosa di questa iniziativa”. E’ il commento della Consigliera regionale di “Prima il Molise”, Aida Romagnuolo, prima firmataria della proposta di legge regionale per l’acquisto di parrucche a favore di pazienti oncologici colpiti da alopecia a seguito di trattamenti di chemioterapia. Il dramma della malattia, specie quella di natura oncologica, produce degli effetti collaterali altrettanto devastanti quanto la patologia. Purtroppo, tra questi, vi è la caduta repentina e totale dei capelli dei pazienti sottoposti a trattamento di chemioterapia. Nella maggior parte dei casi, le conseguenze di ordine psicologico hanno ripercussioni che vanno dall’isolamento alla depressione. Uno dei modi per tamponare questo genere di contraccolpi – eliminarli sarebbe impossibile – è quello dell’utilizzo di parrucche che possano ridare al malato quella dignità estetica che la malattia si è inghiottita. Con questo spirito nasce la legge presentata in Consiglio regionale e che ha avviato il suo iter in questi giorni. Un supporto ai pazienti oncologici che è previsto nella misura massima di 250 euro (erogabile una volta sola entro due anni)per l’acquisto di una parrucca. Sempre nello spirito di un sostegno concerto ai malati, la legge prevede anche la istituzione della “Banca dei capelli”, con la funzione di promuovere la cultura della donazione attraverso la sottoscrizione di apposite convenzioni con imprese di produzione o distribuzione di parrucche. Da parte della Regione verranno poi assicurati, attraverso i consultori specifici percorsi di sostegno e accompagnamento per l’orientamento psicologico dei pazienti e delle loro famiglie. Sono inoltre previsti anche contributi specifici alle organizzazioni di terzo settore per lo svolgimento, in stretto raccordo con la rete ospedaliera, di attività di supporto psicologico e di orientamento, sempre nei confronti delle persone affette da questa particolare patologia.   - >>>>>

Contratto di sviluppo del Molise, il premier Giuseppe Conte e la ‘sfilata’dei big nostrani

di GIOVANNI MINICOZZI Al di là delle legittime e diversificate ideologie politiche va riconosciuto al premier Giuseppe Conte impegno e determinazione nel tentare di risollevare le storiche difficoltà economiche, produttive e infrastrutturali del Mezzogiorno d’Italia e del disastrato Molise.  Fino ad ora, infatti, non si era mai visto un Presidente del Consiglio dei Ministri visitare una piccola Regione per ben due volte a distanza di due mesi. Sarà la vicinanza del suo paese natale, Volturara Appia ai confini con il Molise, sarà il suo essere meridionale e meridionalista convinto ma Conte a differenza di tanti altri Premier sta dimostrando di voler investire nel sud per invertire la rotta di un atavico sottosviluppo che nei decenni trascorsi tra sprechi, corruzione e mafie ha alimentato solo emigrazione, povertà e disperazione.  Per riuscire nell’intento però è necessaria una vera e propria “rivoluzione culturale” che deve coinvolgere tutta la classe dirigente e in particolare le Istituzioni, la politica, le organizzazioni datorili e sindacali.  Un qualsiasi progetto di sviluppo non può decollare in un contesto di clientelismo esasperato, incapacità, conflitto di interessi ne’ dove il principio della meritocrazia viene messo sotto i piedi. In mancanza di un diverso atteggiamento da parte di tutti gli attori politici, sociali e Istituzionali Giuseppe Conte da solo non ce la farebbe a invertire la rotta di un Molise senza infrastrutture, senza lavoro e senza sanità. Bene ha fatto il Premier a sottolineare tutte le carenze della Regione e a mettere in evidenza il ruolo importante dei Commissari ad Acta che, dopo dieci anni di gestione delka sanità affidata ai governatori, hanno il compito di garantire un’assistenza adeguata ai cittadini. Non servono a niente e a nessuno le rivendicazioni di “lesa maestà” che a giorni alterni emergono contro Angelo Giustini e Ida Grossi da parte di chi vuole prendere il loro incarico. La politica e le istituzioni devono lasciarli lavorare in tranquillità senza frapporre ostacoli, diffide ingiustificate e sgambetti di vario genere. Allo stesso modo per poter realizzare il contratto di sviluppo serve una classe imprenditoriale capace di investire risorse proprie e di utilizzare contributi pubblici in progetti concreti e con lo sguardo rivolto non solo ai propri profitti ma anche alle ricadute occupazionali e sociali. Sono queste alcune precondizioni indispensabili a far decollare il contratto istituzionale di sviluppo del Molise che, però, deve puntare sul potenziamento delle infrastrutture, sul rilancio dell’occupazione e sulla rinascita delle aree interne, non solo sui borghi antichi e sul turismo. Diversamente tutto resterebbe immutato e, se così fosse, le due visite di Giuseppe Conte e il suo encomiabile impegno verrebbero ricordati come l’ennesima inutile “sfilata” dei big nostrani e la conseguente reiterata presa in giro dei molisani.   - >>>>>

Il premier Conte torna in Molise per il Contratto istituzionale di sviluppo: noi promotori del riscatto del Mezzogiorno

“Ci faremo promotori del riscatto del Mezzogiorno, di regioni silenziose come il Molise, che non fanno rumore, che intendo sostenere. Tornerò ancora, se necessario, promuovere lo sviluppo”. Sono le parole del premier Giuseppe Conte, tornato a Campobasso, a distanza di due mesi dalla sua ultima visita per fare il punto sul percorso avviato dal Contratto istituzionale di sviluppo del Molise. Ad attenderlo i prefetti di Campobasso ed Isernia, il governatore Toma che gli ha chiesto di difendere le regioni e le ragioni del sud, l’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri. E poi c’erano i sindaci del Molise. Al centro dell’incontro i primi dati sul contratto di sviluppo. Ad oggi sono arrivate 252 proposte che riguardano essenzialmente la valorizzazione dei borghi, dei piccoli, centri, le infrastrutture e il rilancio del sistema turistico. Dati giudicati positivi da Invitalia ma anche dallo stesso Conte che si è detto sorpreso della risposta positiva, segno che in Molise la sfiducia sta lasciando spazio alla voglia di riscatto. Molti i temi affrontati da Conte nel suo intervento, tra la sanità, ribadendo la scelta di inviare in Molise il commissario ad acta Giustini ed il suo sub, Grossi. “Ai cittadini va garantito il diritto alla cura e alla salute -ha dichiarato – e cercheremo di risolvere la delicata situazione in cui si trova il sistema sanitario regionale con interventi mirati. Un problema – ha aggiunto – che nasce da lontano ma che va necessariamente affrontato e risolto”. Novità in arrivo anche per le infrastrutture e per gli interventi destinati a combattere il dissesto idrogeologico che interessa gran parte del territorio regionale. Un intervento coinciso ma efficace, al termine del quale Conte si è letteralmente precipitato fuori per partire alla volta della Capitale, dove ad attenderlo questioni internazionali, con la crisi libica.   - >>>>>

Editoria, due pesi e due misure. Federazione Nazionale della stampa e sindacati schierati con i più forti. Il Consiglio di Stato blocca le ingiustizie 

DI GIOVANNI MINICOZZI Ancora polemiche e ricorsi sull’erogazione dei contributi alle Tv locali provenienti dalla legge nazionale modificata ad arte per escludere le emittenti delle piccole regioni. Telemolise e altre testate hanno presentato un ricorso cautelare al Consiglio di Stato contro il provvedimento del Tar del Lazio che aveva sbloccato l’ulteriore 40% (in totale il 90% dell’intero importo relativo all’anno 2016) per liquidare i contributi sempre alle stesse emittenti insediate nelle Regioni con oltre due milioni di abitanti. Il Consiglio di Stato ha sospeso l’efficacia  della decisione del Tar e ha fissato l’udienza di merito per il prossimo 9 maggio. Sulla vicenda è intervenuto, a gamba tesa, il segretario generale della Federazione nazionale della stampa Raffaele Lo Russo, in modo discriminatorio e in favore delle grandi emittenti non considerando affatto i giornalisti che rischiano il posto di lavoro nelle piccole realtà. Immediata la replica degli avvocati Massimo Romano e Pino Ruta che, insieme a Margherita Zezza, hanno patrocinato e vinto il ricorso al Consiglio di Stato. “Non soltanto la Federazione della stampa ma anche Cgil, Cisl, Uil hanno una posizione assolutamente omologa e schiacciata su quella della Confindustria. Adducono motivazioni inerenti la presunta tutela dei giornalisti ma dimenticano che quel 40% accantonato è proprio finalizzato a tutelare la posizione di altri giornalisti altrettanto legittima se non di più rispetto a quella rappresentata dalle grandi emittenti delle grandi Regioni a tutto danno delle grandi emittenti delle piccole Regioni. Quindi, francamente, questo è  un atteggiamento processuale che si commenta da sé. Esiste un’ assonanza di posizioni tra gruppi che sono del tutto eterogenei perché difendono interessi del tutto eterogenei. Basti pensare che per effetto dell’eventuale sblocco di questi contributi ci sarebbe l’assegnazione di decine di milioni di euro in favore di pochi editori, tutti localizzati nelle realtà più ricche del Paese, a tutto danno delle emittenti  delle realtà demograficamente minori nonostante ci siano ben due pronunciamenti del Tribunale amministrativo regionale del Lazio e, oggi, anche del Consiglio di Stato che invece hanno sancito massima prudenza nell’assegnazione di queste risorse perché si ha a che fare non soltanto  con  il delicato comparto dell’informazione ma anche con la tutela di preminenti valori Costituzionali quali il pluralismo informativo” – ha dichiarato l’avvocato Massimo Romano. Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’avvocato Pino Ruta: “Siamo di fronte a un’onda avversa che si è in qualche modo costituita contro i ricorrenti per consolidare  i criteri di aggiudicazione di queste somme, di queste consistenti forme di contribuzione alle Tv locali che noi abbiamo censurato. C’è  stato un primo passaggio presso il Tar del Lazio dove, in qualche modo, il giudice ha seguito il nostro discorso e  ha riconosciuto che c’era questo effetto distorsivo proprio rispetto al criterio del pluralismo. A quel punto il governo ha trasformato il decreto milleproroghe , che conteneva oggettive sperequazioni,   in legge per tentare di sminare i ricorsi e per mantenere i privilegi dei gruppi editoriali più consistenti a danno delle emittenti localizzate nelle regioni più piccole” – ha detto l’avvocato Pino Ruta. Evidentemente la Federazione nazionale della stampa, che dovrebbe rappresentare tutti i giornalisti, si è vergognosamente schierata solo con i grandi gruppi editoriali determinando sperequazioni e iniquità nel comparto giornalistico.   - >>>>>

Elettrificazione ferroviaria. Domani presentazione del cantiere e via ai lavori

Domani 15 aprile 2019, saranno presentati i lavori di potenziamento infrastrutturale e tecnologico della tratta Roccaravindola-Isernia-Campobasso. Alle ore 16.15, i giornalisti, dalla stazione ferroviaria di Roccaravindola saranno accompagnati con una navetta sul luogo del cantiere. I lavori prevederanno una prima fase di interventi di elettrificazione sulla Roccaravindola – Isernia, tratta (lunga circa 18km) e di velocizzazione della tratta Roccaravindola – Isernia – Bojano, attraverso la sostituzione dei binari, la realizzazione di sottopassi e sovrappassi, di adeguamenti tecnologici, marciapiedi e pensiline. La seconda parte vedrà  il completamento dell’elettrificazione sulla tratta Isernia – Campobasso (lunga circa 57 km). 80 milioni di euro il costo totale degli interventi, suddivisi in 30 milioni per la prima tranche di lavori e 50 milioni per la seconda. I lavori della prima fase sono stati finanziati per 15 milioni attraverso risorse previste nel Contratto di Programma – Investimenti tra il MIT e RFI e per gli altri 15 milioni dalla Regione Molise, attraverso il “Patto per lo sviluppo” di luglio 2016. I lavori della seconda fase saranno invece finanziati a valere sui Fondi di Sviluppo e Coesione 2014-2020. Un imponente investimento, dunque, che potrebbe rappresentare il punto di svolta per il Molise, che migliorerebbe di molto la qualità del servizio, soprattutto per la grande quantità di pendolari che quotidianamente usufruiscono del servizio di trasporto ferroviario, ma che spesso sono costretti a subire grandi ritardi e disagi.   - >>>>>

Editoria, due pesi e due misure. Federazione Nazionale della stampa e sindacati schierati con i più forti. Il Consiglio di Stato blocca le ingiustizie 

DI GIOVANNI MINICOZZI Ancora polemiche e ricorsi sull’erogazione dei contributi alle Tv locali provenienti dalla legge nazionale modificata ad arte per escludere le emittenti delle piccole regioni. Telemolise e altre testate hanno presentato un ricorso cautelare al Consiglio di Stato contro il provvedimento del Tar del Lazio che aveva sbloccato l’ulteriore 40% (in totale il 90% dell’intero importo relativo all’anno 2016) per liquidare i contributi sempre alle stesse emittenti insediate nelle Regioni con oltre due milioni di abitanti. Il Consiglio di Stato ha sospeso l’efficacia  della decisione del Tar e ha fissato l’udienza di merito per il prossimo 9 maggio. Sulla vicenda è intervenuto, a gamba tesa, il segretario generale della Federazione nazionale della stampa Raffaele Lo Russo, in modo discriminatorio e in favore delle grandi emittenti non considerando affatto i giornalisti che rischiano il posto di lavoro nelle piccole realtà. Immediata la replica degli avvocati Massimo Romano e Pino Ruta che, insieme a Margherita Zezza, hanno patrocinato e vinto il ricorso al Consiglio di Stato. “Non soltanto la Federazione della stampa ma anche Cgil, Cisl, Uil hanno una posizione assolutamente omologa e schiacciata su quella della Confindustria. Adducono motivazioni inerenti la presunta tutela dei giornalisti ma dimenticano che quel 40% accantonato è proprio finalizzato a tutelare la posizione di altri giornalisti altrettanto legittima se non di più rispetto a quella rappresentata dalle grandi emittenti delle grandi Regioni a tutto danno delle grandi emittenti delle piccole Regioni. Quindi, francamente, questo è  un atteggiamento processuale che si commenta da sé. Esiste un’ assonanza di posizioni tra gruppi che sono del tutto eterogenei perché difendono interessi del tutto eterogenei. Basti pensare che per effetto dell’eventuale sblocco di questi contributi ci sarebbe l’assegnazione di decine di milioni di euro in favore di pochi editori, tutti localizzati nelle realtà più ricche del Paese, a tutto danno delle emittenti  delle realtà demograficamente minori nonostante ci siano ben due pronunciamenti del Tribunale amministrativo regionale del Lazio e, oggi, anche del Consiglio di Stato che invece hanno sancito massima prudenza nell’assegnazione di queste risorse perché si ha a che fare non soltanto  con  il delicato comparto dell’informazione ma anche con la tutela di preminenti valori Costituzionali quali il pluralismo informativo” – ha dichiarato l’avvocato Massimo Romano. Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’avvocato Pino Ruta: “Siamo di fronte a un’onda avversa che si è in qualche modo costituita contro i ricorrenti per consolidare  i criteri di aggiudicazione di queste somme, di queste consistenti forme di contribuzione alle Tv locali che noi abbiamo censurato. C’è  stato un primo passaggio presso il Tar del Lazio dove, in qualche modo, il giudice ha seguito il nostro discorso e  ha riconosciuto che c’era questo effetto distorsivo proprio rispetto al criterio del pluralismo. A quel punto il governo ha trasformato il decreto milleproroghe , che conteneva oggettive sperequazioni,   in legge per tentare di sminare i ricorsi e per mantenere i privilegi dei gruppi editoriali più consistenti a danno delle emittenti localizzate nelle regioni più piccole” – ha detto l’avvocato Pino Ruta. Evidentemente la Federazione nazionale della stampa, che dovrebbe rappresentare tutti i giornalisti, si è vergognosamente schierata solo con i grandi gruppi editoriali determinando sperequazioni e iniquità nel comparto giornalistico.   - >>>>>

Università del Molise, sfida a due per il dopo Palmieri. Luca Brunese ha presentato il programma. Si vota l’8 maggio

DI GIOVANNI MINICOZZI Sposato con due figli, ha 53 anni, professore ordinario all’Unimol dove dal primo maggio del 2015 ha ricoperto l’incarico di Direttore del Dipartimento di Medicina e Scienze della Salute e dal 1 novembre 2013 quello di Pro- Rettore per le attività formative e i rapporti nel settore medico-sanitario. Ricopre anche il prestigioso incarico di Presidente della sezione Diagnostica per immagini in oncologia della società italiana di radiologia medica. È Luca Brunese, personalità di spicco del mondo accademico nel quale ha conquistato la stima e il rispetto professionale dei suoi colleghi italiani, europei ed internazionali. Personaggio simpatico a pelle, dotato di ironia intelligente, disponibile al confronto con tutti ma determinato e intransigente nell’esercizio delle sue funzioni. Luca Brunese è uno dei due candidati alla guida del mondo accademico molisano quale successore di Gianmaria Palmieri. L’aspirante rettore ha illustrato agli elettori dell’Unimol e ai molisani, attraverso Telemolise, la sua idea di università. “Io immagino una università giovane, viva, dinamica, libera, indipendente, fortemente integrata con la comunità accademica nazionale e con un forte rapporto sul territorio” – ha dichiarato il professore. Che tipo di rapporto con il territorio? “Penso a un ateneo che possa essere contemporaneamente motore e strumento. Motore quando l’idea portante del progetto nasce dall’università può essere realizzata nel territorio regionale. Invece strumento quando l’idea migliore e il progetto entusiasmante e interessante è della Regione. L’ università rappresenta lo strumento ideale per portare avanti il progetto“. In caso di vittoria il suo incarico sarà in continuità o in discontinuità rispetto alle cose realizzate da Gianmaria Palmieri? “È la domanda più frequente di questa campagna elettorale, lo capisco. Io penso che quando un professore arriva a un incarico così prestigioso, quello di fare il rettore della propria università, ci mette tutto il suo cuore, la sua mente, la sua forza per cercare di disegnare una università il più possibile simile al suo sogno da realizzare. Così spero di fare e spero di farlo anche in una maniera, se vogliamo originale, con una governance molto allargata e molto partecipata dai colleghi. Noi siamo un ateneo giovane con grandi competenze multidisciplinari che possono essere messe tutte insieme a frutto per la governance molto più partecipata e molto più allargata di quella che si è vista negli ultimi vent’anni nelle università italiane“. Lei e stato Preside nella facoltà di Medicina e Chirurgia all’Unimol qui a Campobasso. Ecco, un tema di stretta attualità è la carenza di medici nelle corsie degli ospedali. Questa facoltà quale contributo può dare per risolvere questo annoso problema? “La prima cosa che vorrei dire è che forse siamo arrivati quasi tardi, mi spiego meglio. La creazione del corso di laurea magistrale di Medicina e Chirurgia avvenuta nel 2006 ha avviato un percorso che oggi sta cominciando a portare i suoi frutti. È chiaro che va completata la seconda parte, dobbiamo lavorare sulla specializzazione affinché il percorso venga completato. A quel punto, dopo dieci anni, lo studente diventato medico e specialista rimarrà volentieri nel Molise e verrà introdotto nella nostra rete sanitaria regionale. Io penso che, paradossalmente, il percorso completo di Medicina è l’ultima speranza, è l’ultimo traguardo per salvare il sistema sanitario pubblico regionale“. In coincidenza con la sua candidatura lei si è dimesso da Preside della facoltà di Medicina e Chirurgia, perché lo ha fatto? “Perché non volevo essere identificato come il candidato di Medicina poiché ritengo di essere il candidato non solo di Medicina ma di tutto l’ateneo e per tutto l’ateneo“- ha concluso l’aspirante rettore. Lo sfidante di Luca Brunese è Raffaele Coppola, ordinario di Microbiologia Agraria. Si voterà il prossimo 8 maggio e l’appuntamento è importante non solo per l’Unimol ma per tutto il Molise considerato il notevole contributo che l’ateneo può dare alla crescita e allo sviluppo di questa Regione flagellata dalla crisi economica e produttiva.   - >>>>>

La Molisana investe in nuove tecnologie. Nel primo trimestre 2019, fatturato a + 29%

Pasta canta, potrebbe essere questa la sintesi della conferenza annuale del pastificio “la Molisana”. Infatti oltre alla carta che canta, con numeri da capogiro che riguardano la crescita, il fatturato e gli addetti, a cantare con voce squillante è la qualità, un fattore che ha determinato il successo di un brand che ormai è conosciuto in tutto il mondo. Più 29% il dato di crescita nel primo trimestre 2019, 150 milioni di euro il fatturato stimato per il 2019, nuove assunzioni con gli addetti passati dalle 68 unità presenti all’inizio della gestione Ferro, alle 250 attuali. A rafforzare il percorso di qualità, è giunto un importante investimento tecnologico. Varato da poche settimane un nuovo impianto essiccatoio per la pasta. A monte della nuova tecnologia adottata da la Molisana, c’è l’azienda Fava Spa, specializzata dal 1937 nella produzione di macchine industriali per i pastifici. Una azienda che detiene il 40% del fatturato mondiale. A coronamento di un successo che fa dell’azienda il fiore all’occhiello dell’industria molisana, l’assegnazione del “Premio Leonardo” da parte del Presidente della Repubblica. Un riconoscimento che, ha detto Rossella Ferro, direttore del Marketing, conferma il nostro percorso di qualità.   - >>>>>

Al via Poietika, Wim Mertens la star della nuova stagione

Al via la quinta edizione di Poietika,la Kermesse artistica ideata e condotta da Valentino Campo in collaborazione con la Fondazione Molise Cultura. Il duo Campo – Presutti, la presidente della Fondazione, ha sfornato un’edizione di altissimo pregio che fa il paio con la precedente, conclusasi con la presenza a Campobasso del fotografo di fama mondiale Steve McCurry, i cui scatti sono in mostra al palazzo della ex GIL fino al prossimo 28 aprile. Tema della edizione in partenza il prossimo 8 con la lectio magistralis di Salvatore Natoli è “La parola che arde” e star della manifestazione è il musicista Wim Mertens che si esibirà il prossimo 13 aprile al Teatro Savoia. Su Poietika si sono accesi i riflettori nazionali ed internazionali. Ai riconoscimenti della stampa specializzata di è aggiunto il Ministero per i beni e le attività culturali che ha inserito Poietika tra le manifestazioni di interesse nazionale. Soddisfazione è stata espressa dal Presidente della Regione Toma e dall’Assessore al turismo e alla cultura, Vincenzo Cotugno. Il cartellone di quest’anno che vede in campo, oltre a Natoli e Mertens, Vandana Shiva, Letizia Battaglia, Pino Bertelli, Jason Hikel, Nedim Gursel e Raul Zurita, vede la sponsorizzazione di un gruppo privato.     - >>>>>

Autismo, lettera di una madre: “Alcuni figli si amano di più”

Lo spot di Raiuno di Manuela Petescia In occasione della giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo, che cade il 2 aprile, abbiamo raccolto la testimonianza di una madre, struggente e concreta insieme e per questo di grandissimo valore in un momento storico – il nostro – in cui gli studi sullo spettro autistico ancora non inquadrano con esattezza scientifica questa forma di isolamento in cui può restare imprigionato un bambino. Il disturbo dello spettro autistico non è una patologia mentale ma molto probabilmente ha radici genetiche. Per una triste e variegata combinazione di geni materni e paterni, e con una forbice di gravità molto ampia da caso a caso (si passa da lievi disturbi di socializzazione alla chiusura totale verso il mondo circostante), stando agli ultimi dati statistici l’autismo colpisce 1 bambino su otto. Insorge nel bel mezzo di una crescita serena, tra un sorriso e l’altro, tra un gioco e l’altro, come se il bambino decidesse all’improvviso, e apparentemente senza alcun motivo, di isolarsi per sempre condannando la sua famiglia a una vita di incertezze e, talvolta, di vera e propria disperazione, vista la carenza sia di percorsi di cura che di strutture di sostegno pubblico. Il disturbo dello spettro autistico diventa così un dramma familiare, spesso incompreso, dove ogni onere ricade sui genitori, sui fratelli, insomma sul nucleo, abbandonato a se stesso. Ecco perché questa lettera di questa madre supera i confini del dolore privato e illumina di “consapevolezza”. ******** «I figli si amano. Qualcuno non lo fa come dovrebbe, è vero… ma se non si riceve amore a sufficienza capita che alcuni non ne imparino la dolcezza e che, quindi, non siano capaci di donarla… questo è ciò che con grande generosità, ma immagino anche con tanto dolore, devono cercare di capire coloro che non si sono sentiti mai al caldo nel cuore di una mamma o di un papà. I figli si amano tutti, perché sono il nostro domani e la nostra unica, illusoria, possibile immortalità. Perché anche chi non è credente sa che quel piccolo, in qualche maniera, gli è stato affidato… dalla natura o dal caso… e bisogna portare a termine un lavoro fatto di impegno e tenerezza… attraverso una cura quotidiana, fino a che il tempo penserà a staccarlo da noi. Si amano per come ci guardano, quando siamo il loro unico punto di riferimento e il loro unico oggetto d’amore… per come ci ammirano come se fossimo eroi senza macchia e senza paura… sì, eroi… noi che, spesso, siamo sperduti e pieni di incertezze. Si amano perché ci danno soddisfazioni… nell’imparare, nell’essere svegli ed intelligenti… nell’essere, ai nostri occhi, belli come il sole. Si amano anche quando, adolescenti, ci massacrano… e solo a loro permettiamo il calpestìo della nostra anima… perché sappiamo che per crescere si deve passare attraverso l’opposizione, e rimaniamo lì pazienti ad aspettare che il loro tono di voce ritorni ad essere lieve. Ma alcuni figli si amano di più…. o meglio, si amano diversamente, poiché essi sono “diversi”. Essi non sono il nostro domani luminoso, perché il loro domani sarà come il triste “oggi” che vivono. Essi non evocano nel nostro spirito l’idea dell’immortalità, perché ogni giorno ci straziamo il cuore pensando che moriremo lasciandoli soli… soli e “diversi”. Essi ci impegneranno tutta la vita e non si staccheranno da noi, perché non sanno nemmeno che al mondo c’è altro, al di là di mamma e papà. Essi non ci ammirano e non hanno bisogno di conforto, perché spesso non hanno nemmeno consapevolezza del pericolo. Essi non ci faranno dannare quando saranno adolescenti, perché il loro corpo, che pure cresce, avrà sempre una mente bambina. Essi non sono intelligenti e non ci danno soddisfazioni… ma, ai nostri occhi, sono ugualmente belli come il sole. Anzi di più, come il sole al tramonto. Uno di questi figli “diversi” è capitato a me. Lei è la mia bambina. E io sono sua madre. Quei figli, come tutti i bambini, hanno diritto più di altri al rispetto e alla cura… invece, paradossalmente, tendono a riceverne di meno… non dai loro genitori, che solitamente li amano con amore struggente, ma dalla società di cui essi sono parte. Spesso vengono discriminati o derisi o isolati… vengono usati… oppure ignorati da chi decide che il proprio orticello è l’unico degno di essere curato… ma i bambini “diversi” non hanno nemmeno la facoltà di parlare e difendere la propria dignità. I genitori, le sorelle e i fratelli di quei bambini speciali, quindi, diventano la voce che quei bambini non hanno, la testimonianza di esserci che quei bambini non possono attestare, la fierezza di essere PERSONA che quei bambini non possono affermare. Io, che sono la mamma di quella bambina speciale, testimonio in qualsiasi luogo, per sempre e con forza la sua presenza concreta».   - >>>>>

Ruotolo e Albanese: “Oggi più che mai si ha bisogno della voce dei giornalisti che raccontano la verità”

Sandro Ruotolo e Michele Albanese sono due giornalisti noti, sotto scorta perchè hanno raccontato e raccontano, con..

Inaugurato l’Anno Giudiziario Tributario 2019

L’Italia è oppressa dal debito pubblico su cui grava un’infedeltà fiscale che non ha eguali nei paesi..

“Elezioni trasparenti”: Al via le nuove regole per le elezioni a Campobasso e Termoli

Dalle prossime elezioni amministrative interessanti i Comuni con popolazione pari o superiore a 15.000 abitanti, i partiti..

Il testo unico sulle società pubbliche: una occasione colta o perduta?

di Francesco Fimmanò In attuazione della delega conferita dall’articolo 18 della legge 7 agosto 2015, n. 124,[1] il decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 175, Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica, in vigore dallo scorso 20 settembre, cerca per l’ennesima volta di ricondurre a fisiologia un coacervo di disposizioni gemmate negli ultimi 25 anni. Il corpus, al di là delle luci e delle ombre, ha certamente il merito di tentare di mettere a “sistema” una fenomenologia peculiare, interdisciplinare, complessa e figlia di una legislazione a “toppe”, piuttosto che “a tappe”. Al tempo stesso non può che rilevarsi che la sovraregolamentazione appare in molte norme come una sorta di inseguimento tra legislatore e giurisprudenza, con il risultato di sentenze che hanno fatto le veci della legge e una legge che fa le veci delle sentenze. La legislazione di un tempo non dirimeva contrasti giurisprudenziali ma costruiva sistemi di regole per principi e i giudici la interpretavano. Basti pensare che l’espressione normativa più in voga – in materia – negli ultimi anni nel settore che ci occupa è quella di “controllo analogo”. In realtà il legislatore italiano ha usato l’escamotage di far proprie le espressioni usate nella famosa sentenza Teckal della Corte di giustizia U.E. (e in quelle analoghe successive) riguardanti un consorzio tra Comuni, per applicarle a un soggetto giuridico completamente diverso e cioè a una società di capitali. Da questa operazione è nata una serie di equivoci con il “livello comunitario” anche perché a nessun altro Stato nel Continente è venuto in mente di utilizzare lo strumento societario per ragioni “meramente opportunistiche”. A tutto questo aggiungiamo che calare le società di capitali e il loro enorme apparato regolamentare (ipertecnico) in un ambiente normativo giuspubblicistico, dove l’operatore medio neppure immagina che le sole società per azioni (non quotate) sono disciplinate da oltre 650 commi, è stata operazione dagli effetti dirompenti. L’equivoco principale è stato quello riguardante il tipo di disciplina da applicare alle società in mano pubblica, nato in passato dalla errata impostazione secondo cui la partecipazione di una pubblica amministrazione a una società di capitali potesse alterarne la struttura, dando vita a un “tipo” di diritto speciale. In particolare una certa impostazione, ignara delle complessità sistematiche, partendo dal principio della neutralità della forma giuridica rispetto alla natura dello scopo, è arrivata ad attribuire alle società partecipate una connotazione pubblicistica[2], frutto di una sostanziale mutazione genetica nel senso di una riqualificazione del soggetto. In realtà tale impostazione è stata gravemente fuorviante negli anni, in quanto si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c., con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa[3]. In realtà l’uso dello strumento societario a partecipazione pubblica ha avuto spesso finalità meramente segregative. Le pubbliche amministrazioni, incentivate nel tempo dallo stesso legislatore, hanno infatti cercato a tutti i costi, negli ultimi venticinque anni, di creare e poi mantenere la “sacca” del privilegio derivante dall’affidamento diretto della gestione di attività e servizi pubblici a società partecipate, in deroga ai fondamentali principi della concorrenza tra imprese e della trasparenza. In buona sostanza da una parte v’è stata la tendenza ad ampliare l’ambito dei servizi pubblici includendo non solo quelli aventi per oggetto attività economiche incidenti sulla collettività, ma anche quelli riguardanti attività tendenti a promuovere lo sviluppo socio-economico delle comunità locali, fino ad arrivare ad affidare a società partecipate funzioni, che lungi dal rientrare nell’ambito dei servizi pubblici in senso proprio, costituivano tipiche attività istituzionali o strumentali dell’ente[4]. Dall’altra parte è stata incentivata la gestione mediante società partecipate in un’ottica rivolta (solo) formalmente alla aziendalizzazione dei servizi e a una privatizzazione effettiva (come auspicato dal legislatore sin dal 1942)[5], in realtà sostanzialmente diretta a eludere procedimenti a evidenza pubblica e a sottrarre comparti dell’amministrazione ai vincoli di bilancio, anche in considerazione della mancata applicazione, per molti anni, all’ente-capogruppo dei principi di consolidamento di diritto societario a partire dall’elisione delle partite reciproche[6]. Questo processo ha avuto l’effetto di trasformare talora il modello di gestione da strumento di efficienza in strumento di protezione e in taluni casi in escamotage per eludere i c.d. patti di stabilità e le regole di contabilità pubblica.   La Corte dei Conti ha contato, in un momento che sembrava culminante del ciclo espansivo, nell’anno 2008, 5.860 “organismi” partecipati da 5.928 enti pubblici locali con un incremento dell’11,08% rispetto al dato del 2005. Poco meno del 65% di questi organismi partecipati aveva natura societaria con prevalenza delle società per azioni, mentre circa il 35% ha forma giuridica diversa dalla società, in prevalenza consortile[7]. Allo stato, dalle informazioni rilevabili nella banca dati SIQUEL, emerge che il 16,65% dei Comuni (1.340 su 8.047), pari al 7,11% della popolazione nazionale, non è in possesso di partecipazioni societarie, gli organismi rilevati alla data dell’8 luglio 2016 risultano essere 7.181: le analisi sui risultati economici e finanziari, sui servizi affidati e sulle modalità di affidamento hanno riguardato, tuttavia, 4.217 soggetti, per i quali sono disponibili a sistema i dati di bilancio relativi all’esercizio 2014. Ancor più ristretto è il numero di istituzioni per le quali si hanno informazioni sui flussi di entrata e di spesa degli enti affidanti[8]. Gli organismi operanti nei servizi pubblici locali sono numericamente limitati (il 34,72% del totale), pur rappresentando una parte importante del valore della produzione (il 69,34% dell’importo complessivo). Il maggior numero (65,28%) rientra nel novero di quelli che svolgono attività diversificate, definite come “strumentali”[9]. Marcata è la prevalenza degli affidamenti diretti: nonostante la rigidità dei presupposti legittimanti tale procedura, a salvaguardia dei principi della concorrenza, su un totale di 22.342 affidamenti, le gare con impresa terza sono soltanto 150 e gli affidamenti a società mista, con gara a doppio oggetto, 319. Con riferimento agli organismi in perdita nell’ultimo triennio, l’analisi della Corte dei conti mostra come circa un terzo sia a totale partecipazione pubblica, mentre quelli misti a prevalenza privata costituiscono la categoria all’interno della quale le perdite sono più diffuse, con una tendenza al peggioramento dei risultati nell’arco del triennio. Nel referto della Corte v’è anche una ricognizione delle partecipazioni rilevanti ai fini del consolidamento dei conti, ed emerge che, su 700 organismi totalmente pubblici a unico socio (Comune/Provincia), meno della metà sono risultati assoggettabili a consolidamento – sulla base dei parametri indicati dal principio contabile applicato allegato n. 4/4 al d.lgs. n. 118/2011. Di contro, 368 (il 52,6%) non superano la soglia di rilevanza e potrebbero essere consolidati solo se ritenuti significativi dall’ente proprietario, secondo la sua valutazione discrezionale. La gestione finanziaria dimostra una netta prevalenza dei debiti sui crediti in tutti gli organismi esaminati. Nel complesso, i debiti ammontano a 83,3 miliardi, di cui circa un quarto è attribuibile, in sostanza, alle partecipazioni totalitarie. Il rapporto crediti/debiti verso controllanti, nelle partecipazioni pubbliche al 100%, è sbilanciato in favore dei primi. Emerge, quindi, la forte dipendenza delle partecipazioni totalitarie dagli enti controllanti, pur in presenza di un rilevante indebitamento verso terzi. Dall’analisi degli organismi partecipati in via totalitaria da un unico socio emerge, nella gran parte dei casi, che le risorse complessivamente impegnate e pagate dagli enti proprietari tendono a coincidere con l’importo dei valori della produzione degli organismi destinatari delle erogazioni. Abbiamo dunque assistito, per tutte queste ragioni, a un percorso legislativo incoerente, caratterizzato da frequenti ripensamenti, fatta eccezione per una costante: la crescente e progressiva espansione delle società a partecipazione pubblica locale, anche attraverso la trasformazione di aziende speciali, consorzi e istituzioni.   La “storia” del fenomeno comincia nel 1990 con la espressa previsione nella legge n. 142 della società per azioni a partecipazione pubblica maggioritaria[10], passa attraverso l’introduzione della società c.d. minoritaria[11], l’apertura al tipo della S.r.l. e l’incentivo alla trasformazione delle aziende speciali e dei consorzi[12], per subire un provvisorio assestamento nel 2000 con il Testo Unico delle autonomie locali (Tuel) che sistemava organicamente la materia[13]. Nel 2001 il quadro viene virtualmente rivoluzionato con l’introduzione della categoria mai definita dei c.d. servizi industriali e l’introduzione rigorosa, mai attuata, dei principi della concorrenza[14]. Con la contro-riforma del 2003 e la legge finanziaria per il 2004, si arriva infatti a un risultato esattamente opposto[15]. Quest’ultimo intervento, in parte censurato dalla Corte Costituzionale[16], ha suddiviso i servizi in virtù della loro rilevanza economica, in un contesto pesantemente dominato dalla figura della società in house providing e del suo strettissimo collegamento funzionale con l’ente di riferimento. La normativa ha strumentalizzato in modo abile la giurisprudenza comunitaria tanto da far evocare una situazione giuridica di dipendenza organica. Alla originaria disciplina contenuta nell’art. 113 TUEL, infatti, si sono sovrapposti prima l’art. 23 bis del d.l. n. 112/08 (successivamente abrogato con referendum) e poi la successiva disciplina introdotta con il D.L. 138/11 (dichiarata incostituzionale dalla Consulta con la sentenza n. 199 del 20 luglio 2012), per giungere infine al d.l. 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito con l. 17 dicembre 2012 n. 221). Le Sezioni Unite della Cassazione nel 2013 hanno scelto forzatamente di adattare l’impostazione comunitaria, al fine di riconoscere la giurisdizione piena della Corte dei conti sulle azioni di responsabilità agli organi sociali delle società in house[17]. I giudici del Supremo consesso qualificano, in modo in verità opinabile, questo genere di società come una mera articolazione interna della P.A., una sua longa manus al punto che l’affidamento diretto neppure consentirebbe di configurare un rapporto intersoggettivo di talchè l’ente in house “non potrebbe ritenersi terzo rispetto all’amministrazione controllante ma dovrebbe considerarsi come uno dei servizi propri dell’amministrazione stessa”[18]. Le ormai numerose sentenze delle sezioni unite si rifanno tutte alla n. 26283 del 25 novembre 2013, il cui passaggio più forte è quello secondo cui “il velo che normalmente nasconde il socio dietro la società è dunque squarciato: la distinzione tra socio (pubblico) e società (in house) non si realizza più in termini di alterità soggettiva”. L’orientamento ha complicato ancora di più le cose perché molti non hanno inteso che si riferisse solo alla giurisdizione e perdippiù non esclusiva della Corte dei Conti sulle azioni di responsabilità, ma hanno provato a dedurre l’esistenza di una società di tipo pubblico meritevole di uno ius singulare. In realtà si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c. [19], con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa [20]. Viceversa, a parte i casi di società c.d. legali (istituite, trasformate o comunque disciplinate con apposita legge speciale)[21], ci troviamo sempre di fronte a società di diritto comune, in cui pubblico non è l’ente partecipato bensì il soggetto, o alcuni dei soggetti, che vi partecipano e nella quale, perciò, la disciplina pubblicistica che regola il contegno del socio pubblico e quella privatistica che regola il funzionamento della società convivono.     La storia che abbiamo raccontato è singolare: il legislatore italiano ha prima creato un monstrum e poi ha costretto gli interpreti, anche i più raffinati, a riconoscerlo e a ricostruirlo invece di “constatare i fenomeni giuridici quali sono, quali si trovano nel sistema positivo, non negarli o storpiarli per ragioni a priori”[22]. Quanto accaduto appartiene a una tendenza più generale diretta a creare sempre più frequentemente categorie di soggetti i cui rapporti sono regolati da uno ius singulare. Fenomeno deprecabile, in quanto nel migliore dei casi, finisce per originare privilegi, asimmetrie e discriminazioni. In taluni casi, poi, non è tanto la ponderata volontà di sottrarre alla disciplina comune determinati soggetti a spingere il legislatori, bensì l’incapacità a resistere alla pressione di chi, spesso emotivamente o prepotentemente, chiede e invoca questa o quella norma. Ecco che il potere legislativo, si muove talora male e si trasforma, come sul dirsi in una machine a faire lois[23], invece di dettare norme efficienti e cercare nell’armonia del sistema le soluzioni più giuste. Ed eccoci ora alla c.d. Riforma Madia. Servirà? Poteva intervenire in modo più chiaro e tecnicamente corretto su temi tanto delicati? Sicuramente sì. Ma comunque contiene principi importanti ad esempio chiarisce una volta per tutte che una società è una società, non è un tavolo né una sedia, e come tale ad esempio fallisce da chiunque sia partecipata. Una cosa appare evidente che ancora una volta non si è tenuto conto delle specificità ordinamentali e soprattutto disciplinari, ratione materiae. Il diritto pubblico o amministrativo mai potranno entrare appieno nella forma mentis di un societarista o di un fallimentarista e viceversa. E’ ora in corso di pubblicazione il Decreto Legislativo che reca “Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 19 agosto 2016 n. 175, recante testo unico in materia di società a partecipazione pubblica” (c.d. “Decreto Correttivo”).  Si attua in tal modo la delega contenuta nell’art. 16, comma 7, della legge 7 agosto 2015, n. 124 (c.d. legge Madia), il quale, nel disegnare la delega per una complessa operazione di riorganizzazione normativa in materia di amministrazioni pubbliche, prevede che entro dodici mesi dall’entra in vigore dei decreti delegati il Governo avrebbe potuto adottare, appunto, uno o più decreti correttivi. L’intervento integrativo e correttivo, nel caso del TUSP, è dovuto anche a – e ha dovuto tener conto di – quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 251/2016, con la quale è stata ravvista una violazione delle norme costituzionali sul concorso di competenze statali e regionali da parte della citata legge n. 124 del 2015[24]. La Consulta ha in questa sede dichiarato che l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni si sarebbe potuta rimediare, nel rispetto del principio di leale collaborazione, avviando le procedure inerenti all’intesa con Regioni e enti locali nella sede della Conferenza unificata[25]. L’impatto della sentenza, che per qualche settimana ha tenuto col fiato sospeso gli operatori del settore che hanno temuto che essa potesse demolire tutta la riforma, è stato però limitato.  In primo luogo, come la Consulta stessa ha precisato, “le pronunce di illegittimità costituzionale, contenute in questa decisione, sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso, e non si estendono alle relative disposizioni attuative” (ossia ai decreti delegati[26]).  Inoltre, il Consiglio di Stato, con parere n. 83 del 17 gennaio 2017 si è espresso sugli adempimenti da compiere a seguito della sentenza della Corte Costituzionale[27], e ha precisato che il percorso più ragionevole e compatibile con l’impianto della sentenza – postulato anche dalla stessa Consulta – sarebbe stato quello di intervenire con decreti correttivi, previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni, da svolgersi in base alle previsioni di cui all’art. 3 del decreto legislativo 28  agosto  1997,  n.  281  (Definizione  ed  ampliamento  delle  attribuzioni della  Conferenza  permanente  per  i  rapporti  tra  lo  Stato,  le  regioni  e  le  province autonome  di  Trento  e  Bolzano  ed  unificazione,  per  le  materie  ed  i  compiti  di interesse  comune  delle  regioni,  delle  province  e  dei  comuni,  con  la  Conferenza Stato-città ed autonomie locali), in modo da “sanare l’eventuale vizio derivante dal procedimento  originariamente  seguito”, avendo peraltro la  sentenza  “fatto  riferimento  al Governo  (e  non  al  Parlamento)  e  considerato  che  in  alcuni  casi  i  termini  per l’adozione di simili decreti non sono ancora scaduti”. Tra le modifiche senz’altro di maggior rilievo portate dal Decreto Correttivo è quella che riguarda la governance delle società partecipate. Come noto, una delle innovazioni più importanti del nuovo testo unico è quella che stabilisce che “di norma” (e già l’espressione prelude ad eccezioni[28]) l’organo amministrativo debba essere costituito da un amministratore unico (art. 11, comma 2, TUSP). Nell’impianto originario del TUSP, il comma terzo di tale articolo prevedeva che, in deroga al principio appena affermato, un apposito decreto del Presidente del Consiglio, da emanarsi entro sei mesi dall’entrata in vigore del testo unico (quindi entro il 23 marzo 2017), avrebbe dovuto enucleare i criteri secondo i quali “per specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa”, sarebbe stato possibile optare per  un consiglio di amministrazione – composto da un minimo di tre a un massimo di cinque membri – ovvero per i sistemi dualistico o monistico (art. 11, comma 3, TUSP). Con tale previsione si è invertito il criterio in vigore, previsto, da ultimo, nell’art. 4, commi 4 e 5, d.l. 6 luglio 2012 n. 95, conv., con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, in cui l’opzione per l’amministratore unico era consentita, ma residuale[29]. L’art. 7 del Decreto Correttivo è ora intervenuto sostituendo integralmente il comma terzo dell’art. 11 TUSP, che ora recita: “L’assemblea della società a controllo pubblico, con delibera motivata con riguardo a specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa e tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi, può disporre che la società sia amministrata da un consiglio di amministrazione composto da tre o cinque membri, ovvero che sia adottato uno dei sistemi alternativi di amministrazione e controllo previsti dai paragrafi 5 e 6 della sezione VI-bis del capo V del titolo V del libro V del codice civile. La delibera è trasmessa alla sezione della Corte dei Conti competente ai sensi dell’articolo 5, comma 4, e alla struttura di cui all’articolo 15”. Nel quadro attuale, dunque, la scelta per un sistema collegiale di amministrazione (oppure per i modelli dualistico o monistico), è interamente rimessa all’assemblea dei soci, i quali dovranno però giustificare tale scelta per ragioni di adeguatezza organizzativa e “tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi” (requisito, quest’ultimo, che non era posto come criterio per il Dpcm).  In sostanza, il Governo ha ritenuto di preferire un sistema in cui l’adozione dei sistemi di amministrazione e di controllo alternativi all’amministratore unico non fosse eterodeterminata al di fuori della singola compagine societaria. La scelta, inoltre, è servita a rimediare un potenziale corto circuito della previgente formulazione, poiché l’adeguamento degli statuti era fissato al 31 dicembre 2016, mentre il Dpcm avrebbe dovuto essere emanato entro il 23 marzo 2017. Si sarebbe quindi potuta creare una situazione potenzialmente dannosa per quelle società che, diligentemente rispettando il termine per l’adeguamento dello statuto, avesse optato per l’organo monocratico di amministrazione, per poi scoprire che secondo i criteri dettati dal Dpcm avrebbe potuto optare per un sistema collegiale (o per uno dei modelli alternativi di gestione), sobbarcandosi gli oneri procedurali e notarili di una doppia modifica statutaria. Immediatamente collegato al precedente è il tema delle tempistiche prescritte dal TUSP per l’adeguamento degli statuti e per altri adempimenti. Per quanto riguarda il primo, inizialmente fissato al 31 dicembre 2016 dall’art. 26 TUSP, è ora fissato al 31 luglio 2017 dall’art. 15 del Decreto Correttivo. Per quanto attiene invece ai secondi, essi si trovano in vari luoghi del testo. Così, ad esempio, è differito al 31 luglio 2017 il termine, inizialmente fissato al 23 marzo 2017 dall’art. 26 TUSP, per l’adeguamento delle società a controllo pubblico alle disposizioni contenute nell’art. 11, comma 8, TUSP, secondo cui gli amministratori delle società a controllo pubblico non possono essere dipendenti delle amministrazioni pubbliche controllanti o vigilanti (art. 15 Decreto Correttivo)[30]. Ancora, sempre all’art. 26 è introdotto un nuovo comma 12-ter, ai sensi del quale “per le società di cui all’art. 4, comma 8, le disposizioni dell’art. 20 trovano applicazione decorsi 5 anni dalla loro costituzione”. In altre parole, per le società spin off o start up universitarie o di enti di ricerca non vige, per i primi 5 anni di vita, l’obbligo di procedere alla razionalizzazione delle partecipazioni dalle amministrazioni pubbliche. Un differimento di qualche mese è anche previsto per il termine per la ricognizione del personale in servizio, propedeutico all’individuazione di eventuali eccedenze, previsto dall’art. 25, comma 1, TUSP, al 23 marzo 2017, e ora posticipato al 30 giugno 2017 (art. 14, comma 1, lett. a), Decreto Correttivo). Si chiarisce, inoltre, un dubbio interpretativo circa l’applicazione del divieto di nuove assunzioni, esplicitando (art. 14, coma 1, lett. c), Decreto Correttivo) che il periodo di durata del blocco delle nuove assunzioni, stabilito dall’art. 25, comma 4, TUSP, fino al 30 giugno 2018, decorre dalla data di pubblicazione del decreto del personale eccedente di cui alla nota precedente.  Al termine del 30 giugno 2017 (anziché di sei mesi dall’entrata in vigore del TUSP, ossia il 23 marzo 2017) è posticipato anche il termine per la ricognizione di tutte le partecipazioni possedute dalle pubbliche amministrazioni (art. 13, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo – art. 24, comma 1, TUSP).  È stato infine posto modificato il termine per le disposizioni in materia di personale previste dalla normativa vigente (legge 27 dicembre 2013, n. 147), che si applicheranno non più soltanto fino al 23 settembre 2016, ma fino all’entrata in vigore del decreto ministeriale sul personale eccedente di cui all’art. 25, comma 1, TUSP, e comunque non oltre il 31 dicembre 2017 (art. 11 Decreto Correttivo). Un altro importante elemento di novità introdotto dal Decreto Correttivo (art. 5) incide sulle finalità perseguibili dalla p.a. mediante l’acquisizione e la gestione di partecipazioni pubbliche.  Si è più precisamente ampliato il novero delle funzioni perseguibili per le società aventi ad oggetto l’autoproduzione di beni e servizi (di cui all’art. 4, comma 2, lett. d), TUSP), che ora non dovrà essere limita ai beni e servizi strumentali all’ente o degli enti pubblici partecipati, ma potrà riguardare anche lo svolgimento delle funzioni dei predetti enti. È stato previsto, ad integrazione dell’art. 4, comma 7, TUSP, che sono ammesse anche le partecipazioni nelle società aventi per oggetto sociale la produzione di energia da fonti rinnovabili. Ed è stata fatta salva, all’art. 4, comma 8, TUSP, la possibilità per le università di costituire società per la gestione di azienda agricole con funzioni didattiche. Inoltre, al fine di valorizzare il principio di leale collaborazione nei rapporti tra Stato e regioni, come richiesto dalla citata sentenza della Corte Costituzionale, è stato previsto, dall’art. 5, comma 1, lett. d), Decreto Correttivo, che ha modificato l’art. 4 comma 9 TUSP, che il Presidente della Regione possa, con provvedimento adottato ai sensi delle disposizioni regionali e nel rispetto dei principi di trasparenza e pubblicità, deliberare l’esclusione totale o parziale dell’applicazione delle disposizioni dell’art. 4 – attinenti appunto alle limitazioni delle finalità perseguibili mediante acquisizione o gestione di partecipazioni pubbliche – rispetto a singole società a partecipazione regionale. La suddetta esclusione dovrà essere motivata con riferimento alla “misura e qualità della partecipazione pubblica, agli interessi pubblici a essa connessi e al tipo di attività svolta, riconducibile alle finalità di cui al comma 1”. Un tema affine al precedente riguarda la motivazione analitica che l’atto deliberativo di costituzione di una società partecipata o di acquisto di partecipazioni deve riportare ai sensi dell’art. 5 TUSP: l’art. 6 del Decreto Correttivo ha eliminato, al riguardo, il riferimento alla possibilità di destinazione alternativa delle risorse pubbliche impegnate e ha precisato che le modalità della consultazione pubblica sono disciplinate dagli enti locali interessati.  Le scelte legislative di fondo che traspaiono dal Decreto Correttivo si confermano, dunque, muovere essenzialmente su due binari: (i) il rispetto del principio di leale collaborazione tra istituzioni centrali e locali, cui consegue lo spostamento di alcune decisioni nella sfera locale e la necessità dell’intesa della Conferenza unificata in relazione a diversi aspetti disciplinari che potenzialmente impattano sulle partecipate degli enti locali; (ii) lo smorzamento di alcuni oneri motivazionali e di alcuni limiti di operatività, che, insieme con l’ampliamento della libertà di manovra nella costituzione e gestione delle partecipazioni pubbliche, e con il molteplice allungamento dei vari termini per gli adempimenti prescritti dalla nuova normativa, tende alla valorizzazione dell’autonomia delle singole società.         [1] Con l’indicata disposizione il Parlamento ha delegato il Governo a semplificare, attraverso il riordino delle disposizioni nazionali e la creazione di una disciplina generale organica in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche, il relativo quadro di regolazione anche in linea con i principi dettati dalla costante giurisprudenza nazionale e comunitaria, con effetti positivi in termini di valorizzazione della tutela della concorrenza e di generale trasparenza ed efficacia dell’azione amministrativa. [2] Cfr. in particolare Cons. Stato, nn. 1206 e 1207 del 2001 e nn. 4711 del 2002 e 1303 del 2002. [3] Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011. [4] La giurisprudenza ha evidenziato d’altra parte che la qualificazione di servizio pubblico locale spetta a quelle attività caratterizzate sul piano oggettivo dal perseguimento di scopi sociali e di sviluppo della società civile, selezionate in base a scelte, appunto, di carattere eminentemente politico quanto alla destinazione delle risorse economicamente disponibili e all’ambito di intervento e su quello soggettivo dalla riconduzione diretta o indiretta a una figura soggettiva di rilievo pubblico (cfr. Cons. Stato, 13 dicembre 2006 n. 7369; TAR Campania, Napoli,  24 aprile 2008 n. 2533). [5] Nella Relazione al Codice Civile, si legge, in riferimento alle società pubbliche che lo Stato “si assoggetta alla legge della società per azioni per assicurare alla propria gestione maggiore snellezza di forme e nuove possibilità realizzatrici” (Relazione al Codice Civile, n. 998. Artt. 2458 e ss., vecchio testo). [6] L’introduzione del bilancio consolidato civilistico per la holding-ente pubblico poteva rappresentare una scelta funzionale all’indirizzo e al coordinamento dell’intero gruppo pubblico locale (cfr. A. Tredici, Il bilancio consolidato del gruppo pubblico locale quale strumento di programmazione e controllo, in Il controllo nelle società e negli enti, 2006, 256 s.). Solo con il d.lgs. n. 118 del 2011, recante disposizioni in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni, degli enti locali e dei loro organismi, si è previsto che tali enti territoriali adottino «…comuni schemi di bilancio consolidato con i propri enti ed organismi strumentali, aziende, società controllate e partecipate e altri organismi controllati….» (art. 11, comma 1). Tale innovazione che impone (e non facultizza più) l’adozione di un bilancio preventivo (e non solo un conto consuntivo) di tipo consolidato, è stata progressiva nel corso del tempo, mediante la previsione, ai sensi dell’art. 36, d.lgs. cit., di un periodo di sperimentazione biennale (2012-2013), coinvolgente talune amministrazioni pubbliche territoriali prescelte in ragione della loro collocazione geografica e densità demografica, per poi entrare a regime dall’anno finanziario 2014. In tema cfr già F. Fimmanò, L’ordinamento delle società pubbliche tra natura del soggetto e natura dell’attività, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, (a cura di F. Fimmanò), Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 12 s. [7] Alle Sezioni regionali di controllo della Corte compete – come confermato anche dal d.lgs. n. 175/2016, di riordino della disciplina in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche – di monitorare il percorso di razionalizzazione delle partecipazioni e di vigilare sull’effettivo completamento delle procedure di dismissione e/o liquidazione. Le Sezioni, in attuazione della legge di stabilità 2015, hanno già verificato i piani di razionalizzazione, che sono stati presentati da un elevato numero di enti (quasi l’80%). [8] Cfr. Sezione delle Autonomie: Referto su “Gli organismi partecipati degli enti territoriali” Delibera n. 27/SEZAUT/2016/FRG e documenti allegati. [9] Nei 3.076 organismi con fatturato non superiore a 5 milioni operano in media 8,7 dipendenti, a fronte di una media di 56 dipendenti nel complesso di quelli osservati. In 1.279 organismi, di cui 776 società, si registra un numero di dipendenti inferiore a quello degli amministratori. [10] La società mista a prevalente capitale pubblico locale venne prevista per la prima volta dall’art. 22, lettera e) della legge 142 del 1990, (testo poi modificato dall’art. 17, comma 58, legge 15 maggio 1997, n. 127, Bassanini-bis) e la legge non vietava peraltro che la società fosse interamente in mano pubblica. [11] La società mista con partecipazione maggioritaria dei soci privati ha trovato riconoscimento testuale con l’art. 12 della legge n. 498 del 1992, attuata con la normativa regolamentare dettata dal D.p.r. n. 533 del 16 settembre 1996 (al riguardo G.F. Campobasso, La costituzione delle società miste per la gestione dei servizi pubblici locali: profili societari, in Riv. soc., 1998, 390 s., che esamina in particolare gli aspetti della compagine, della scelta dei soci e dello scopo di lucro). [12] Norme contenute nella c.d. legge Bassanini bis (n. 127 del 15 maggio 1997), che all’art. 17, commi 51-58, consentiva agli Enti locali di procedere alla trasformazione delle aziende speciali, deputate alla gestione dei servizi pubblici, in società per azioni o a responsabilità limitata con capitale misto, pubblico e privato, anche a partecipazione minoritaria. [13] D. lgs. n. 267 del 2000. [14] Articolo 35 della legge n. 448 del 2001. [15] Si tratta in particolare dell’art. 14 del d.l. n. 269 del 30 settembre 2003 «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici», convertito con modificazioni nella l. n. 326 del 2003 (conseguente alle osservazioni della Commissione Europea sul sistema delineatosi con l’entrata in vigore dell’art. 35). [16] Nel luglio del 2004, la Corte Costituzionale accolse in parte il ricorso avanzato dalla regione Toscana e dichiarò illegittimo l’art. 14, comma 1, lett. e), e comma 2, del D.l. 30 settembre 2003, n. 269, conv. nella L. 24 novembre 2003, n. 326, (Corte Cost., 27 luglio 2004, n.272, cfr. al riguardo G. Marchi, I servizi pubblici locali tra potestà legislativa statale e regionale, in Giorn. Dir. Amm., 1, 2005). [17] Cass., Sez. Un., 25 novembre 2013, n. 26283 – Pres. Rovelli – est. Rordorf, in Società, 2014, 55 s. con nota di F. Fimmanò, La giurisdizione sulle “società in house providing”, e in Fallimento, 2014, 33 s., con nota di L. Salvato, Riparto della giurisdizione sulle azioni di responsabilità nei confronti degli organi sociali delle società in house; e poi in scia: Cassazione, Sez. Un., 16 dicembre 2013 n. 27993;  Cass., Sez. Un., 26 marzo 2014, n. 7177 – Pres. Rovelli – est. Macioce; Cass., Sez. Un., 24 ottobre 2014, n. 22609- Pres. Rovelli – est. D’Ascola. Nello stesso senso ma con approdo opposto Cass., Sez. Un., 10 marzo 2014, n. 5491 – Pres. Rovelli – est. Nobili, in Società, 2014, 953 s. con nota di F. Cerioni; Cass. Sez. Un. n. 26936 del 2 dicembre 2013, che non riconoscono la giurisdizione contabile per l’inesistenza dei tre requisiti individuati: la necessaria appartenenza pubblica del capitale della società (con la previsione statutaria del divieto di cedere a soggetti privati quote della stessa), l’inesistenza di margini di libera agibilità sul mercato (neppure attraverso partecipate e la sottoposizione a controllo analogo (che non può ridursi al potere di nomina degli organi sociali). [18] In buona sostanza la Cassazione ha riprodotto l’orientamento del Consiglio di Stato (Cons. Stato, Adunanza Plenaria, 3 marzo 2008 n. 1, su rimessione di Cons. Stato, Sez. V, 23 ottobre 2007 n. 5587 ; nello stesso senso Cons. Stato, sez. VI, 16 marzo 2009, n. 1555 e prima TAR Valle d’Aosta, 13 dicembre 2007 n. 163; TAR Sicilia, 5 novembre 2007 n. 2511; TAR Piemonte, 4 giugno 2007 n. 2539; TAR Calabria, Catanzaro, 15 febbraio 2007 n. 76 e dopo TAR Campania, Napoli, Sez. I, 28 luglio 2008 n. 9468). Il Consiglio di stato ha sostenuto in particolare che il modello di società mista elaborato, in sede consultiva, con il parere n. 456 delle 2007, rappresenta solo una delle possibili soluzioni delle problematiche connesse alla costituzione di tali società e all’affidamento del servizio alle stesse, anche se, in mancanza di indicazioni precise da parte della normativa e della giurisprudenza comunitaria, non può allo stato essere elaborata una soluzione univoca o un modello definitivo di società mista. In ogni caso, il modello di società costruito con il citato parere non è rinvenibile allorchè il socio non venga scelto mediante procedura a evidenza pubblica nella quale la gestione del servizio sia stata definita e precisata. [19] Al riguardo: G. Visentini, Partecipazioni pubbliche in società di diritto comune e di diritto speciale, Milano, 1979, 4 s.; M. Mazzarelli, La società per azioni con partecipazione comunale, Milano, 1987, 117; G. Marasà, Le «società» senza scopo di lucro, Milano, 1984, 353; P. Spada, La Monte Titoli S.p.a. tra legge ed autonomia statutaria, in Riv. dir. civ., 1987, II, 552. [20] Al riguardo R. Guarino, La causa pubblica nel contratto di società, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di F. Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 131 s. [21] Ci riferiamo agli enti pubblici con mera struttura organizzativa societaria (cfr. al riguardo C. Ibba, Le società «legali», Torino, 1992, 340; Id., La tipologia delle privatizzazioni, in Giur. comm., 2001, 483 s.; Id., Le società “legali” per la valorizzazione, gestione e alienazione dei beni pubblici e per il finanziamento di infrastrutture. Patrimonio dello Stato e infrastrutture s.p.a, in Riv. dir. civ., 2005, II. 447;  e in un’ottica estensiva: G. Napolitano, Soggetti privati «enti pubblici»,in Dir. amm., 2003, 81 s.) previsti, trasformati o costituiti appunto in forma societaria con legge (ad es. l’art. 7 del D. L. 15/4/2002 n. 63, convertito dalla L. 15/6/2002, n. 112, ha istituito la Patrimonio dello Stato S.p.a.; l’rt. 8 del D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito dalla L. 8/8/2002, n. 178, ha gemmato la Coni Servizi s.p.a.; il D. Lgs. 9/1/1999 n. 1, ha istituito Sviluppo Italia s.p.a. poi integrato con altre norme dirette a disciplinarne la governance dell’attuale “Invitalia s.p.a”; l’art. 3, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79, ha previsto la costituzione del Gestore della rete di trasmissione nazionale S.p.a.; l’art. 13, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 ha contemplato la nascita della Sogin s.p.a.; stessa cosa è accaduta per “Gestore del Mercato s.p.a.” ex art. 5, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 e l’Acquirente Unico s.p.a. ex art. 4, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79). In altri casi il legislatore ha trasformato o previsto la trasformazione di enti pubblici in società (così per l’Ente Nazionale per le Strade ex art. 7 D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito in L. 8/8/2002 n. 178; per l’Istituto per i servizi assicurativi del commercio estero Sace ex art. 6 D. L. 30/9/2003, n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326; per l’Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma ex D. Lgs. 17/8/1999 n. 304; per la Cassa Depositi e Prestiti ex art. 5 D.L. 30/9/2003 n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326). [22] È l’avvertimento metodologico già lucidamente espresso da F. Ferrara sr., La teoria della persona giuridica, in Riv. dir. comm., 1911, p. 638. [23] Già con riferimento alla normativa speciale a “toppe” per il diritto sportivo: U. Apice, La società sportiva: dentro o fuori al codice civile, in Dir. fall., 1986, 538 s.; F.Fimmanò, La crisi delle società di calcio professionistico a 10 anni dal caso Napoli, in Gazzetta Forense, 2014, 4, 8 s. [24] In particolare, con riguardo alle previsioni della legge delega riguardanti i principi e criteri direttivi per l’emanazione del TUSP, la Regione Veneto ricorreva sostenendo che le relative disposizioni avrebbero violato gli artt. 117, secondo, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost., “poiché la fissazione di tali principi e criteri eccederebbe dalle competenze statali in materia di «tutela della concorrenza» e di «coordinamento della finanza pubblica», invadendo sfere di competenza regionali. Inoltre, esse violerebbero il principio di leale collaborazione di cui agli artt. 5 e 120 Cost., poiché prescriverebbero, in combinato disposto con il comma 4 dell’art. 16, per l’attuazione della delega, una forma di raccordo con le Regioni – il parere in Conferenza unificata – da ritenersi insufficiente, tenuto conto delle molteplici interferenze con le attribuzioni regionali” (v. Corte Cost., 25.11.2016,  n. 251). Il tema delle società a partecipazione pubblica era già stato oggetto di pronunce da parte del c.d. Giudice delle Leggi. In alcuni casi, la Consulta ha ricondotto le disposizioni inerenti all’attività di società partecipate dalle Regioni e dagli enti locali alla materia dell’«ordinamento civile», di competenza legislativa esclusiva statale, in quanto volte a definire il regime giuridico di soggetti di diritto privato, nonché a quella della «tutela della concorrenza» in considerazione dello scopo di talune disposizioni di «evitare che soggetti dotati di privilegi operino in mercati concorrenziali» (Corte Cost., sent. n. 326 del 2008). In altri, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di disposizioni statali che, imponendo a tutte le amministrazioni, quindi anche a quelle regionali, di sciogliere o privatizzare le società pubbliche strumentali, sottraevano alle medesime la scelta in ordine alle modalità organizzative di svolgimento delle attività di produzione di beni o servizi strumentali alle proprie finalità istituzionali, violando la competenza legislativa regionale residuale in materia di organizzazione amministrativa regionale (Corte Cost., sent. n. 229 del 2013). [25] Infatti, la materia delle partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche coinvolge, da un lato, profili pubblicistici, che attengono alle modalità organizzative di espletamento delle funzioni amministrative e dei servizi, perciò riconducibili alla competenza residuale regionale, anche con riguardo alle partecipazioni degli enti locali che non abbiano come oggetto l’espletamento di funzioni fondamentali. Dall’altro lato, però, ogni intervento in materia coinvolge anche profili privatistici, inerenti alla forma delle società partecipate, che trova nel codice civile la sua radice, e aspetti connessi alla tutela della concorrenza, riconducibili alla competenza esclusiva del legislatore statale. La sede preposta alla necessaria integrazione dei suddetti punti di vista e delle diverse esigenze degli enti territoriali coinvolti, è la Conferenza unificata, di cui nel TUSP era richiesto il solo “parere”. [26] La Corte Costituzionale ha precisato che “nel caso di impugnazione di tali disposizioni, si dovrà accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione”. [27] Il supremo organo amministrativo non ha mancato di rilevare l’importanza di “portare a termine le previsioni della l. n. 124 a seguito della sentenza della Corte”, anche “per non far perdere slancio riformatore all’intero disegno: i decreti legislativi interessati dalla sentenza costituiscono, infatti, non soltanto misure di grande rilievo di per sé, ma anche elementi di una riforma complessiva, che risulterebbe meno incisiva se limitata ad alcuni settori” (v. parere Cons. Stato n. 83/2017, in www.giustizia-amministrativa.it). [28] Assai diversa era stata la prima versione del decreto legislativo, in cui si discorreva di “obbligo” per le società di optare per l’amministratore unico, obbligo poi mutato in una più rassicurante “normalità” durante i lavori di stesura del testo definitivo. [29] «I consigli di amministrazione delle società di cui al comma 1 devono essere composti da non più di tre membri. È comunque consentita la nomina di un amministratore unico» (art. 4, comma 4, d.l. 95/2012). «Fermo restando quanto diversamente previsto da specifiche disposizioni di legge e fatta salva la facoltà di nomina di un amministratore unico, i consigli di amministrazione delle altre società a totale partecipazione pubblica, diretta o indiretta, devono essere composti da tre o da cinque membri, tenendo conto della rilevanza e della complessità delle attività svolte» (art. 4, comma 5, d.l. 95/2012, come modificato con l’art. 16, comma 1, lett. b), d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla l. 11 agosto 2014, n. 114). D’altronde, già con la legge finanziaria 2007 si era previsto, oltre al generico richiamo a un emanando «atto di indirizzo volto, ove necessario, al contenimento del numero dei componenti dei consigli di amministrazione delle società non quotate partecipate dal Ministero dell’economia e delle finanze e rispettive società controllate e collegate, al fine di rendere la composizione dei predetti consigli coerente con l’oggetto sociale delle società» (art. 1, comma 465, l. 27 dicembre 2006, n. 296), che «il numero complessivo di componenti del consiglio di amministrazione delle società partecipate totalmente anche in via indiretta da enti locali, non può essere superiore a tre, ovvero a cinque per le società con capitale, interamente versato, pari o superiore all’importo che sarà determinato con decreto», e che nelle società miste il numero massimo di componenti del consiglio di amministrazione designati dai soci pubblici locali comprendendo nel numero anche quelli eventualmente designati dalle regioni non può essere superiore a cinque (art. 1, comma 729, l. 296/2006). [30] A tal riguardo, viene altresì precisato (art. 14, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo) che il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro delegato per la semplificazione e la pubblica amministrazione e con il Ministro dell’economia e delle finanze, volto a disciplinare le modalità di trasmissione dell’elenco del personale eccedente, debba essere adottato previa intesa in Conferenza unificata ai sensi dell’art. 9 d.lgs. 28.8.1997, n. 281.   - >>>>>

Termoli: la Stumpo punta su partecipazione e solidarietà. Ha l’appoggio anche di Marinucci

Da sempre impegnata in prima persona nelle battaglie per il bene comune, Marcella Stumpo, anche alla partita per le Comunali di Termoli, non si è tirata indietro e ha detto sì alle numerose sollecitazioni che le arrivavano dal gruppo con cui ha sempre condiviso uno spiccato senso civico. A capo della Lista “Termoli Bene Comune, Rete della sinistra” il 26 maggio sfiderà gli altri 5 candidati per diventare il sindaco della città. Una lista nata dall’esigenza – è stato detto – di dar voce a quella parte della sinistra che non si sente più rappresentata, con una discesa in campo della Stumpo al culmine di numerosissime battaglie per la difesa del bene pubblico, contro le trivelle, il nucleare, la Turbogas, in ultimo il progetto del Tunnel, verso il quale non c’è stata democrazia, non c’è stata partecipazione, ha detto la Stumpo. E proprio da partecipazione e solidarietà che parte il progetto di una Termoli nuova, con attenzione all’ambiente, alla salute, al diritto all’abitare. Al fianco di Marcella Stumpo, il consigliere Paolo Marinucci, che alle scorse Amministrative sfidò Sbrocca. “Dopo una lunga riflessione ho deciso di non ricandidarmi, ma appoggerò totalmente Marcella, chi vota per lei è come se votasse per me” ha affermato il consigliere che ricambia lo stesso appoggio, che cinque anni prima, era arrivato proprio dal gruppo della Stumpo. “Ripartiamo dall’urbanistica, se non torniamo al concetto di città pubblica, non c’è futuro per la nostra società” ha affermato la professoressa. “Termoli deve cambiare, e se non lo fa, morirà” ha ribadito.   - >>>>>

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