Uno strano disegno del destino ha voluto che il verdetto sulla strage di Paupisi arrivasse nello stesso giorno in cui Salvatore Ocone ha portato a termine il suo folle piano omicida.
Il 30 settembre di un anno fa uccise la moglie Elisa Polcino, di 49 anni e il figlio Cosimo di 15, nella loro casa del paese alle porte di Benevento. L’uomo di 56 anni, poco dopo aver compiuto quel massacro, disse di aver ammazzato la moglie perché pensava fosse posseduta dal demonio. Ma dopo aver sfondato la testa alla donna, con un masso di una decina di chili, fece fare la stessa tragica fine al figlio più piccolo, ammazzandolo nel sonno.
Ocone pensava di aver ucciso anche la figlia Antonia, che all’epoca di anni ne aveva 16. Prese i due corpi e se li mise in macchina, dirigendosi verso il Molise, ma senza una meta precisa.
Dopo aver girovagato per alcune ore, fu trovato in una campagna tra Mirabello e Ferrazzano.
Antonia era ancora viva e dopo sei mesi di cure al Neuromed di Pozzilli è tornata a casa, miracolata.
Capace di intendere e di volere, lo ha ritenuto Vincenzo Scarallo, psichiatra del Cotugno di Napoli che ha svolto la perizia sull’imputato, capace secondo lo specialista di stare con cognizione in dibattimento. E Salvatore Ocone ha assistito impassibile in aula alla requisitoria del Pubblico ministero e alla lettura della sentenza, pronunciata dal presidente della Corte di Assise Sergio Pezza.
Ergastolo, con isolamento diurno di 8 mesi, il pubblico ministero ne aveva chiesti dodici, le pene accessorie con la revoca della revoca della potestà genitoriale. La Corte ha anche previsto una provvisionale di 50mila euro per il figlio maggiore scampato alla strage e di 80mila euro per Antonia.



