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mercoledì, Luglio 29, 2026

Quando la sicurezza diventa licenza di uccidere

EditorialiQuando la sicurezza diventa licenza di uccidere

di Italo Di Sabato*

Italo Di Sabato

Ci sono momenti in cui fatti apparentemente distinti smettono di appartenere alla cronaca e rivelano una trasformazione più profonda. L’uccisione di Abderrahim Fakir durante un intervento di polizia a Bologna, il caso del gioielliere Mario Roggero trasformato in simbolo di una presunta giustizia negata e il nuovo decreto sicurezza non raccontano tre storie diverse. Sono le tappe di uno stesso processo: la progressiva affermazione di un modello politico in cui la sicurezza non è più un diritto da garantire, ma il principio attorno al quale ridefinire il rapporto tra cittadini, istituzioni e uso della forza.
L’errore sarebbe considerarli episodi isolati: discutere della morte di Fakir come di un problema esclusivamente operativo, del decreto sicurezza come di una semplice riforma penale o della vicenda Roggero come di una controversia sulla legittima difesa. Il filo che li unisce è un altro: la trasformazione della sicurezza in un’ideologia capace di legittimare l’espansione del potere coercitivo dello Stato.
Negli ultimi decenni, mentre crescevano precarietà, disuguaglianze e impoverimento, sarebbe stato naturale rafforzare scuola, sanità, politiche abitative e servizi sociali. È accaduto il contrario. Alla riduzione del welfare ha corrisposto un’espansione senza precedenti del diritto penale. Alla crisi dello Stato sociale ha fatto da contrappeso la crescita dello Stato penale.
La politica ha smesso di affrontare le cause dell’insicurezza e ha concentrato la propria azione sulla repressione delle sue conseguenze. Povertà, marginalità, immigrazione, disagio psichico, conflitto sul lavoro e dissenso vengono progressivamente tradotti in problemi di ordine pubblico.
La sicurezza diventa così un dispositivo politico prima ancora che giuridico. Ogni fatto di cronaca alimenta la richiesta di nuove pene, nuovi reati, maggiori poteri di polizia e minori garanzie. Non importa che i dati mostrino, da anni, una diminuzione di molti reati. La paura non deve corrispondere alla realtà: deve essere percepita come permanente. È questa la logica del populismo penale, che trasforma l’emergenza in uno strumento stabile di consenso.
In questo quadro il caso Mario Roggero rappresenta un passaggio decisivo. Quando, nell’aprile 2021, il gioielliere di Grinzane Cavour uccise due rapinatori ormai in fuga ferendone gravemente un terzo, il dibattito avrebbe potuto interrogarsi sui limiti della legittima difesa e sul monopolio pubblico della forza. Accadde invece l’opposto. Una parte della politica e del sistema mediatico trasformò Roggero nell’emblema del cittadino costretto a sostituirsi allo Stato.
Fu uno slittamento culturale di enorme portata. La questione non era più stabilire se quei colpi sparati alle spalle fossero compatibili con lo Stato di diritto, ma sostenere che, anche se non lo fossero stati, avrebbero comunque dovuto esserlo. La legittima difesa cessava così di essere una causa eccezionale di giustificazione per diventare un presunto diritto naturale alla punizione.
Il confine tra difesa e vendetta iniziava a dissolversi. Alcune categorie di persone – il ladro, il rapinatore, il migrante percepito come minaccia, il marginale – venivano progressivamente rappresentate come soggetti nei confronti dei quali la violenza non era soltanto comprensibile, ma moralmente giusta.
Questo cambiamento investe il cuore stesso della democrazia. Lo Stato costituzionale si fonda sul principio che la forza sia sottoposta a limiti, controlli e responsabilità. Quando, invece, si diffonde l’idea che esistano vite sacrificabili e che la reazione violenta costituisca una forma superiore di giustizia, si incrina uno dei pilastri dello Stato di diritto.
Il caso Roggero non ha prodotto questa trasformazione. L’ha resa visibile.
Il nuovo decreto sicurezza rappresenta il punto di approdo di questo percorso. Non introduce soltanto nuovi reati o aggravanti: consolida una diversa idea di Stato. La repressione non interviene più quando ogni altra risposta è fallita; diventa la risposta principale. Non sono i grandi patrimoni criminali il bersaglio privilegiato della nuova legislazione, ma studenti che occupano una scuola, lavoratori in sciopero, attivisti climatici, movimenti per il diritto all’abitare, detenuti che protestano, migranti rinchiusi nei CPR, giovani delle periferie.
Il messaggio è inequivocabile: il conflitto sociale non viene più considerato una componente fisiologica della democrazia, ma una minaccia da neutralizzare. La politica rinuncia a rimuovere le cause dell’insicurezza e sceglie di amministrarne gli effetti attraverso il controllo e la sanzione.
Il passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale si coglie con chiarezza anche nella gestione dell’immigrazione. Da oltre trent’anni il fenomeno migratorio viene affrontato quasi esclusivamente attraverso strumenti repressivi e amministrativi: espulsioni, trattenimenti nei CPR, restrizioni ai permessi di soggiorno, procedure sempre più rigide. Parallelamente si riducono i servizi per l’integrazione, i corsi di lingua, le politiche abitative e il sostegno all’inserimento lavorativo.
Il risultato è un cortocircuito evidente. Persone che vivevano regolarmente nel nostro Paese vengono spinte nell’irregolarità da modifiche legislative che cancellano tutele e permessi. Perdono il lavoro, la casa, l’accesso ai servizi e finiscono ai margini. Quella marginalità, prodotta dalle istituzioni, diventa poi la prova del presunto fallimento dell’immigrazione e il pretesto per nuove strette securitarie. Prima si costruisce la fragilità, poi la si criminalizza.
Lo stesso meccanismo si riproduce nelle periferie urbane. Quartieri come il Pilastro, Rogoredo, Tor Bella Monaca o lo Zen vengono raccontati quasi esclusivamente attraverso il linguaggio del degrado e della microcriminalità. Scompaiono le reti di solidarietà, il lavoro, la vita quotidiana. Resta soltanto l’immagine di territori da presidiare. Così chi li abita finisce per essere percepito come un sospetto permanente.
È dentro questa cornice che la morte di Abderrahim Fakir assume un significato politico che va oltre la ricostruzione giudiziaria dei fatti. Sarà la magistratura ad accertare responsabilità e dinamica dell’intervento, ma esiste un piano che il processo non può affrontare: quello delle responsabilità politiche e culturali.
Fakir non era un boss mafioso né un terrorista. Era un operaio della logistica, residente in Italia da oltre trent’anni, segnato da una condizione di fragilità personale e dal timore di perdere il permesso di soggiorno. Una paura che accomuna migliaia di persone costrette a vivere in una precarietà amministrativa permanente, nella quale ogni controllo può trasformarsi nell’inizio della perdita del lavoro, della casa e dei diritti.
Quando, durante il presidio organizzato al Pilastro, gli abitanti hanno raccontato di controlli continui, documenti che richiedono mesi o anni per essere rinnovati e identificazioni motivate più dal colore della pelle che dai comportamenti, hanno descritto una forma di cittadinanza diseguale. È qui che il racial profiling smette di essere una definizione accademica e diventa esperienza quotidiana.
Il problema non riguarda soltanto i singoli comportamenti degli agenti. Riguarda un modello di sicurezza che tende a costruire alcune categorie sociali come potenziali nemici. Quando povertà, marginalità, immigrazione e conflitto vengono trattati principalmente come questioni di ordine pubblico, aumenta inevitabilmente il rischio che la forza sostituisca la mediazione e il controllo prenda il posto della tutela.
Per questo il caso Fakir e il decreto sicurezza appartengono allo stesso orizzonte politico. Da una parte si ampliano i poteri coercitivi e si rafforzano le tutele per chi esercita la forza; dall’altra diminuiscono gli investimenti nella prevenzione, nella salute mentale, nell’inclusione e nei servizi sociali. Situazioni di disagio che richiederebbero cura vengono affrontate con strumenti pensati per il controllo.
La domanda decisiva, allora, non è se servano più sicurezza o più forze dell’ordine. Ogni società democratica ne ha bisogno. La vera domanda è quale idea di sicurezza vogliamo costruire. Una sicurezza fondata su lavoro, scuola, sanità, casa, inclusione e uguaglianza oppure una sicurezza affidata quasi esclusivamente all’espansione del diritto penale e degli apparati repressivi.
Perché una democrazia non smette di essere tale all’improvviso. Cambia lentamente. Cambia quando la paura prende il posto della solidarietà, quando il conflitto sociale viene trattato come una minaccia e quando il controllo viene presentato come l’unica risposta possibile alle disuguaglianze.
È in questa lenta normalizzazione che si nasconde il rischio più grande. La licenza di uccidere non nasce il giorno in cui qualcuno preme un grilletto o un intervento di polizia si conclude tragicamente. Nasce molto prima, quando una società accetta l’idea che alcune vite meritino meno tutela di altre, che alcuni corpi possano essere controllati più degli altri e che il diritto possa piegarsi alla paura. È allora che la sicurezza smette di essere una garanzia per tutti e diventa il linguaggio con cui il potere decide chi proteggere e chi, invece, può essere sacrificato.
*Responsabile nazionale dell’Osservatorio sulla repressione

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