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lunedì, Gennaio 26, 2026

Il “Giorno della Memoria” e i genocidi dei nostri giorni

EditorialiIl “Giorno della Memoria” e i genocidi dei nostri giorni

di Vincenzo Musacchio*

Il Giorno della Memoria, commemorato il 27 gennaio in ricordo delle vittime dell’Olocausto, rappresenta non solo un momento di rievocazione storica ma anche un impegno civile a prevenire la reiterazione di violenze di massa. Questa ricorrenza ha origine nella liberazione del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau nel 1945 e si è progressivamente affermata come occasione per riflettere sulle cause profonde del genocidio, sulla responsabilità collettiva e sulla necessità di educazione alla memoria.

Il valore simbolico della data risiede nell’appello alla coscienza pubblica affinché la consapevolezza storica traduca in azioni concrete contro discriminazione, odio e intolleranza. Per comprendere i genocidi contemporanei è utile richiamare la definizione normativa stabilita dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (1948), che individua il genocidio come qualsiasi atto commesso con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Tra gli atti qualificanti vi sono l’uccisione di membri del gruppo, il danneggiamento grave dell’integrità fisica o mentale, le condizioni di vita miranti alla sua distruzione, le misure volte a impedire le nascite e il trasferimento forzato di bambini. Questa definizione giuridica è fondamentale per l’accertamento della responsabilità penale internazionale e per l’adozione di provvedimenti preventivi e repressivi. Nonostante la definizione sia chiara, l’individuazione e la qualificazione di atti come genocidio restano complesse e spesso politicamente controverse.

Negli ultimi decenni si sono verificati eventi che, nella loro gravità e portata, richiedono un esame attento: il genocidio in Ruanda del 1994, in cui furono uccise circa un milione di persone in pochi mesi; le atrocità in Bosnia-Erzegovina nei primi anni Novanta, compresi i massacri di Srebrenica; i conflitti più recenti che hanno comportato crimini di massa e pulizie etniche in aree quali la Palestina (Gaza), Darfur, Yemen, Siria e Ciad. Le stime delle vittime variano secondo le fonti: ad esempio, l’ONU ha stimato che in Palestina ci sono state circa settanta mila vittime di cui oltre ventimila sono bambini, nel Darfur, dall’inizio del conflitto, centinaia di migliaia di persone sono morte e milioni sono state sfollate. Questi numeri evidenziano l’urgenza di risposte multilaterali efficaci. I genocidi di massa emergono da una combinazione di fattori politici, economici, sociali e culturali. Tra le cause ricorrenti vi sono la radicalizzazione ideologica, la costruzione di nemici interni attraverso propaganda e disinformazione, l’instabilità politica, la competizione per risorse scarse e l’impunità delle élite. Le dinamiche includono la disumanizzazione sistematica delle vittime, la mobilitazione militare o paramilitare, e il ricorso alla violenza organizzata per finalità di controllo territoriale o etnico. Comprendere queste cause è essenziale per progettare interventi basati su prevenzione precoce, costruzione di istituzioni democratiche e promozione dei diritti umani. La Comunità Internazionale dispone di strumenti giuridici e operativi per prevenire e contrastare i genocidi, tra cui il diritto internazionale umanitario, la giustizia penale internazionale (Corte Penale Internazionale) e meccanismi di sanzione e intervento diplomatico. Tuttavia, l’efficacia di tali strumenti dipende dalla volontà politica degli Stati e dalla loro capacità di cooperazione. Azioni preventive efficaci includono la raccolta e la condivisione tempestiva di informazioni di intelligence, programmi di mediazione e costruzione della pace, iniziative di educazione ai diritti umani, e misure di protezione per le popolazioni a rischio. L’intervento umanitario e la protezione dei civili rimangono priorità, ma devono essere calibrati per ridurre il rischio di escalation e garantire il rispetto del diritto internazionale. Il Giorno della Memoria deve essere inteso come parte di una strategia educativa più ampia che promuova la conoscenza storica, il pensiero critico e la resilienza democratica. L’educazione sul genocidio e sulle persecuzioni contemporanee deve includere testimonianze dirette, analisi critiche delle cause, studio delle modalità di prevenzione e riflessioni etiche sul dovere di intervenire. Inoltre, la memoria collettiva contribuisce alla tutela delle vittime e al riconoscimento del loro dolore, favorendo processi di riconciliazione quando possibile. Le istituzioni scolastiche, i media e la società civile hanno un ruolo centrale nel mantenere viva la memoria e nel trasformarla in impegno civico. Oggi la Comunità Internazionale affronta i genocidi con ritardi nell’intervento, selettività nelle azioni e spesso coinvolgendo interessi geopolitici che ostacolano decisioni coraggiose ed efficaci. Esiste purtroppo l’alto rischio di politicizzazione del concetto di genocidio, con conseguenze per la credibilità delle istituzioni internazionali. Al contempo, vi sono posizioni che mettono in guardia dall’uso diluito del termine, che può ridurne il significato e compromettere l’azione penale di matrice repressiva. Affrontare queste complessità richiede trasparenza, coerenza normativa e una maggiore partecipazione della Comunità Internazionale nei processi decisionali. Celebrare il Giorno della Memoria allora significa rinnovare l’impegno a riconoscere lo strazio delle vittime, a sostenere la ricerca della verità e a rafforzare le misure di prevenzione e repressione dei crimini di guerra. La combinazione di memoria storica, strumenti legali, educazione e volontà politica costituisce la base per ridurre il rischio che atrocità simili si ripetano. In un mondo caratterizzato da interdipendenze crescenti, la prevenzione e la repressione dei genocidi è una responsabilità collettiva: richiede vigilanza continua, prontezza istituzionale e una cultura politica che rifiuti l’odio e promuova la dignità umana.

* giurista, criminologo, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS di Newark (USA)-.

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