di Antonello Catelli*
La celiachia non è una moda alimentare né una scelta personale ma una malattia autoimmune cronica, riconosciuta dallo Stato italiano, che comporta un’intolleranza permanente al glutine. L’unica terapia possibile è una rigorosa dieta senza glutine per tutta la vita. Molto spesso anche una minima contaminazione può risultare fatale, causando danni intestinali e complicanze serie.
Nonostante il riconoscimento formale di questa patologia, chi convive con la celiachia continua ad essere trascurato dalle politiche pubbliche, sia dal punto di vista economico che da quello sociale.

In Italia si stimano, secondo i dati forniti dall’ Associazione Italiana Celiachia, che le persone celiache siano circa 600.000, parliamo quindi di centinaia di migliaia di cittadini che ogni giorno devono affrontare limitazioni alimentari e costi sempre più elevati.
In Molise, una regione piccola ma non esente da questa realtà, si stima che i celiaci siano circa duemila. Anche qui, resta una condizione poco raccontata e raramente posta al centro del dibattito pubblico.
Lo Stato italiano prevede un buono mensile per l’acquisto dei prodotti “Gluten Free” capace, in teoria, di soddisfare le esigenze alimentari di un individuo. Nella pratica, però, questo buono si aggira intorno ai 90 euro al mese. Una cifra abbastanza irrisoria se rapportata alla realtà dei prezzi.
Infatti, i prodotti senza glutine, hanno un costo nettamente superiore rispetto agli alimenti tradizionali: ad esempio, una semplice confezione di pasta da 500g può arrivare a costare anche 6/7 euro. Fare la spesa non può e non deve essere un lusso, e quella cifra erogata mensilmente non è lontanamente in grado di coprire il fabbisogno mensile di una persona adulta.
Il paradosso più grave, difficile da comprendere e allo stesso tempo da giustificare, è che la cifra erogata mensilmente, diminuisce in maniera proporzionale con l’avanzare dell’età come se improvvisamente, crescendo, i prodotti costassero meno o come se fosse meno prioritario alimentarsi in modo sicuro.
A peggiorare la situazione c’è un altro problema concreto: sempre meno esercizi commerciali accettano il buono per i prodotti senza glutine. Le ragioni sono diverse – burocrazia, ritardi nei rimborsi, margini ridotti – ma il risultato è uno solo: i celiaci si trovano con un diritto teorico e una possibilità pratica sempre più limitata di esercitarlo.
Nei piccoli centri e nelle aree interne questo disagio è ancora più evidente. Chi è celiaco è spesso costretto a spostarsi, a rinunciare alla scelta o addirittura ad anticipare di tasca propria spese che dovrebbero essere garantite dal servizio sanitario.
La celiachia è una malattia invisibile, ma le sue conseguenze sono reali e quotidiane. Ignorarla significa ignorare migliaia di famiglie, studenti, lavoratori che chiedono solo di poter vivere una vita normale, senza dover scegliere tra salute e sostenibilità economica.
Serve un cambio di approccio: adeguare i buoni ai costi reali, garantire una rete commerciale realmente accessibile, rimettere al centro il diritto alla salute senza distinzioni di età. Prendersi cura delle persone celiache non è un favore, ma un dovere dello Stato.
Una società che si definisce equa non può continuare a considerare questa condizione come un problema secondario. Perché la salute non può essere ridotta a una voce marginale di bilancio, né la dignità a un buono insufficiente.
* Capo Dipartimento Esteri – Lega Molise


