di Italo Di Sabato
Il dato politico più rilevante delle elezioni regionali in Lombardia e nel Lazio è stato l’alta percentuale di astensionismo. Si sono recati alle urne solo quattro elettori su dieci. Il 41,53% per la Lombardia e di 43,30% per il Lazio. Raffrontiamo questi dati con alcuni precedenti: nel 1970 all’esordio del voto popolare per le Regioni, si presentarono ai seggi il 95,5% in
Lombardia e il 91,67 nel Lazio. Nelle ultime elezioni con il sistema proporzionale 1990 in Lombardia votò il 91,21% e nel Lazio 83,24%. Nel 1995 primo tornata con un sistema maggioritario a coalizioni in Lombardia si recarono alle urne 84,24% e nel Lazio 81,23&. Nelle precedenti regionali del 2013 in Lombardia il 76,74% e nel Lazio il 71,96%. Un divorzio incolmabile si è creato tra contenuti e obiettivi e la ragioneria dei numeri dei seggi. Effetti di leggi elettorali ad excludendum, ma non solo. Nessuna dirigenza di partito è espressione delle forze sociali che non si sentono rappresentate dalla sinistra riformista, ma nemmeno della cosiddetta sinistra radicale ormai presa dal feticismo elettorale nel partecipare per racimolare misere percentuali dell’1% utili solo a legittimare la recita della commedia della democrazia in atto.
Univoco è il disinteresse per l’astensionismo, come se questa non fosse la manifestazione più chiara della crisi della politica e con essa della democrazia rappresentativa.
Chi rappresenta il Paese reale? Come è rappresentato il Paese se il Parlamento (ma anche i consigli regionali), da molte legislature, non discute le leggi, che vengono varate con il solo voto di fiducia? Perché far passare per incidenti o emergenze una prassi che evidenzia una crisi della democrazia della rappresentanza?
Ma siamo il Paese dove l’ipocrisia non è certo una sorpresa. Trasmissioni televisive e giornali faranno le loro false riflessioni sull’astensionismo alle regionali in Lombardia e nel Lazio.
Qualcuno potrà obiettare che lo stia facendo anch’io, ma con una differenza non da poco: sono favorevole all’astensione per autodifesa. Cosi come ho detto alla trasmissione “Ingresso Libero” andata in onda su Telemolise venerdi 10 febbraio (https://www.youtube.com/watch?v=l_ogPiLHxls)
Non sono diventato improvvisamente anarchico, influenzato dalla campagna di Alfredo Cospito contro il 41 bis. Proprio per niente, anzi, ho sempre ritenuto la democrazia parlamentare un baluardo al populismo e al vento autoritario che pervade il mondo.
All’apparenza può sembrare che le due posizioni siano molto contraddittorie, ma l’esperienza degli ultimi anni ha prodotto che alla parola democrazia non corrisponde nulla, e della democrazia parlamentare e del suo funzionamento non è rimasto neanche il ricordo. Basta ricordarsi del referendum contro la privatizzazione dell’acqua, i suoi risultati trionfali, e i suoi effetti praticamente nulli sulla realtà economica e politica. E allora, se le elezioni non sono una strada percorribile, ce ne viene in mente un’altra cosa? A me viene in mente che talvolta nella vita (e nella storia) è opportuno partire da un’ammissione di impotenza sul campo della partecipazione elettorale. Cioè, fermiamoci un attimo. Ma due cose, credo che possiamo fare: La prima cosa da fare è capire, e quindi prevedere.
La sinistra riformista si è effettivamente arresa al dettato del processo di accumulazione, al dogma della competitività, al restringimento della democrazia, alla privatizzazione di ogni ambito comune, all’accettazione di fatto delle disuguaglianze. Il divario, ormai divenuto una vera e propria antinomia (opposizione non ricomponibile) tra la geometria politica e la geometria elettorale, tra quel che resta di contenuti e obiettivi e la ragioneria dei numeri e dei seggi. Non è solo l’effetto di leggi elettorali psichedeliche ma ormai una vera e propria forma mentis.
La ben nota malattia senile della sinistra maggioritaria consiste nel voler arginare la destra da destra: sottraendole temi e terreni, assecondando gli egoismi e le paure del suo elettorato conservatore, cercando non di metterne in crisi gli intendimenti, ma di sottrarre quanti più voti possibile non paga più neanche nei minimi termini elettorali.
Gli esempi sono talmente numerosi che ciascuno potrà rammentare quelli che più lo indignano, dalle politiche sui migranti di Minniti alla supina adesione a qualsiasi avventura bellica col timbro Nato.
Un’altra tendenza, mostra una accelerazione estrema, il rapporto rovesciato tra formazioni politiche e forze sociali. Di queste ultime, o della loro storia, nessuna dirigenza di partito è anche solo indirettamente espressione. Il “capo politico” è generato dai mutevoli equilibri interni alle organizzazioni, dal gioco dei veti incrociati e delle astuzie, dal marketing dell’immagine e, sempre più spesso, dal puro e semplice caso. Una volta emersa in questo modo la figura del leader si offrirà di rappresentare diversi settori sociali attraverso un’affannosa raccolta degli interessi corporativi contingentemente presenti sul mercato
politico.
Questo rovesciamento spiega fra l’altro l’indigenza in cui versa da tempo la cosiddetta sinistra radicale. Coloro che quest’ultima si offre insistentemente di rappresentare, gli svantaggiati, i precari, i lavoratori poveri, i movimenti giovanili e in generale le numerose vittime dell’aggressività neoliberale, non sembrano volersi far rappresentare da queste ininfluenti forze al cui processo di formazione non hanno se non del tutto marginalmente partecipato.
In breve, in assenza di movimenti sociali significativi (come vi sono in Francia) il destino di questi piccoli partiti, in termini elettorali, è segnato. Non c’è ragioneria elettoralistica né ragione politica che ne garantirà la sopravvivenza. Tanto vale lasciar perdere. Semmai è in ambito extraparlamentare che queste disastrate esperienze politiche possono tentare di ricostruirsi un qualche ruolo. Una sola forma di rappresentanza sopravvive, molto effimera e alquanto ripugnante, quella degli umori, di cui però si nutre soprattutto la destra.
Tra pochi mesi cesserà l’erogazione del Reddito di Cittadinanza, deprecato anche da chi strumentalmente oggi denuncia la decisione del governo Meloni, ovvero il Pd, che il RdC l’ha sempre detestato. Le Regioni decidono in materia di sanità e l’avanzare inarrestabile del privato non è certo imputabile soltanto alla destra meloniana. Anzi nella trasmissione in cui
ho partecipato, gli esponenti del Pd e Articolo 1 hanno parlato del “Gemelli” come se fosse Emergency e del suo amministratore delegato come un Gino Strada calato in Molise.
Tutte le regioni durante la pandemia hanno evidenziato esattamente il fallimento di questo processo di risanamento dei conti, dietro cui hanno nascosto la distruzione della medicina
territoriale, la chiusura di ospedali e servizi pubblici, con gestione da ragionieri della salute dei meno abbienti.
Sanità per tutti e RdC sono la base in questo momento, per chi di povertà s’interessa, per giudicare l’offerta politica disponibile. Anche i “poveracci” che votano a destra, convinti che il centrosinistra rappresenti soltanto le famose elites (la sinistra ztl), dopo cento giorni di governo Meloni hanno capito: non cambia niente. Chi guarda alle proprie tasche ha capito che le aveva vuote prima come adesso.
In queste condizioni c’è un solo modo per far sentire la propria voce: non votare. Non si può legittimare un punto mai così basso raggiunto dal disprezzo delle forze politiche per i problemi dei cittadini. Le lacrime ipocrite per l’astensionismo sono insopportabili. Gli inviti al sacro diritto del voto, diritto e non obbligo, appunto, esercitati facendo finta che tutte le categorie sociali trovino rappresentazione elettorale, offrono l’immagine impietosa dello stallo politico e soprattutto culturale dell’Italia.
Per chi dovremmo votare quindi noi e gli altri disgraziati a cui ci accompagnamo? Tutte le forze impegnate nelle regionali hanno governato la nazione e gli enti locali, dimostrando di essere sovrapponibili in materia economica, sovrapponibili in termini d’incapacità nel migliore dei casi, di corruzione nel peggiore. Il fenomeno è destinato ad ampliarsi sempre più, senza scomodare i paragoni sociologici con gli Usa. Il mio intendimento nel sostenere le ragioni dell’astensione attiva è quello di creare un circolo virtuoso in natura.
La seconda cosa da fare è: immaginare per fare. Quanto tempo ci occorre? Basteranno dieci anni? Forse. E intanto? Intanto disertiamo questa recita. La catastrofe è ormai in corso. Stiamo a guardare il processo di finale disgregazione dell’Unione europea, la vittoria delle destre in molti paesi europei, il peggioramento delle condizioni di vita della società. Sono processi scritti nella materiale composizione del presente, e nel rapporto di forza tra le classi.
Nessuna coalizione elettorale può contrastare le destre e i moderati, solo la ripresa del conflitto sociale può fermare la restaurazione neoliberale e aprire qualche prospettiva. Molto importante è scegliere di occuparsi di ciò che sta accadendo, importante è scegliere di non
delegare ad altri la propria vita e i propri bisogni. Molto importante è condizionare, con il conflitto, l’agenda del governo, qualsiasi sia (non sarà un governo “amico”), e trovare insieme ad altre le forme di lotta più efficaci. La ribellione sociale può essere l’unico strumento che abbiamo a disposizione per fare politica. Non ci sono ultime spiagge da difendere. Sono tutte
inondate.
Disertare le urne, quindi, non significa stare a guardare. Non c’è democrazia senza conflitto. Di più, sono i conflitti che assicurano alla democrazia vitalità e legame con la materialità della storia. Questa prospettiva è recepita nella declinazione dei diritti e delle libertà costituzionali.
Ma per dare legittimità al conflitto sociale bisogna cominciare da subito a non esimerci dal costruire un intervento politico sulla giuridicità. Se si vuole tornare a far respirare la società, ridare ossigeno alle lotte bisogna allargare il più possibile le maglie che la contengono Non c’è critica dell’attuale società liberista che possa aver successo senza una contemporanea rimessa in discussione dell’apparato penale che la sostiene. Se vogliamo cominciare a capovolgere
questa situazione serve innanzitutto un reale cambio di paradigma politico che si liberi una volta per tutte dell’ideologia giudiziaria e penale altrimenti tutte le vertenze avrebbero sempre le ali piombate.



