di Italo Di Sabato*
Bisogna colpire le cause dello smantellamento del servizio pubblico: aziendalizzazione, privatizzazione, tagli e pareggio di bilancio. Altrimenti resteremo prigionieri dell’emergenza permanente
C’è un errore che continuiamo a ripetere: indignarci sugli effetti senza agire sulle cause. Ogni volta che un ospedale viene depotenziato, che un reparto chiude, che una lista d’attesa diventa infinita, che una persona rinuncia a curarsi, esplode l’indignazione. Ma l’indignazione, da sola, non rompe il meccanismo che produce il disastro. Anzi, spesso ne diventa parte. È il carburante dell’emergenzialismo: ci si mobilita quando il danno è già compiuto, quando il servizio è già stato svuotato, quando la struttura è già stata resa inutilizzabile.

La chiusura del reparto di emodinamica a Termoli e del punto nascita di Isernia non sono episodi isolati, né i primi né gli ultimi. Sono il prodotto coerente delle stesse logiche aziendali e ragionieristiche che da anni governano la sanità: tagliare ciò che non “rende”, concentrare i servizi, svuotare i territori, spingere chi può verso il privato e lasciare chi non può dentro un pubblico sempre più povero, distante e inefficiente. Se non si rompe questa logica, il destino è già scritto: il progressivo smantellamento della sanità pubblica a beneficio delle strutture private.
La crisi della sanità pubblica non nasce oggi. Ha una data simbolica: dicembre 1992, governo Amato, ministro Francesco De Lorenzo. Con la legge 502 le Unità sanitarie locali vengono trasformate in Aziende sanitarie locali. Non è un cambio di nome: è un cambio di mondo. La salute entra nel linguaggio dell’impresa, del bilancio, della produttività, della compatibilità economica. Il paziente diventa utente, poi cliente. La cura diventa prestazione. L’ospedale diventa azienda. È lì che viene stravolto lo spirito della riforma del 1978, che aveva istituito il Servizio sanitario nazionale come conquista universalistica, finanziata dalla fiscalità generale e fondata sull’eguaglianza nell’accesso alle cure.
Da quel momento prende forma un processo preciso: trasformare progressivamente il diritto alla salute in un settore economico sottoposto alle logiche del mercato. Tagli alla spesa pubblica, ingresso crescente dei privati, esternalizzazioni, riduzione della medicina territoriale, managerializzazione della sanità pubblica, compressione dei servizi e definanziamento strutturale diventano gli strumenti attraverso cui smantellare pezzo dopo pezzo il carattere universalistico del sistema sanitario.
Poi sono arrivati la riforma Bindi, il rafforzamento dell’accreditamento, le convenzioni con il privato, i patti di stabilità, i tagli lineari, il blocco del personale, la riduzione dei posti letto, il pareggio di bilancio in Costituzione. Tutto è stato presentato come efficienza. Ma era sottrazione. Sottrazione di risorse, di personale, di democrazia, di prossimità, di diritto.
I numeri raccontano meglio di ogni retorica la portata del disastro: dalle 695 Usl si è arrivati alle attuali 128 Asl; i posti letto, pubblici e privati insieme, erano 530 mila nel 1981, sono scesi a 365 mila nel 1992, a 245 mila nel 2010, fino a circa 203 mila nel 2026. I medici e pediatri di base sono passati da 64 mila agli attuali 36 mila. Nel frattempo milioni di persone rinunciano a curarsi, spesso per ragioni economiche, mentre ticket, superticket e liste d’attesa spingono verso il privato.
Questo non è un fallimento del sistema. È il sistema che funziona secondo la logica per cui è stato ristrutturato: indebolire il pubblico, rendere insopportabile l’attesa, trasformare il bisogno di cura in domanda di mercato. Oggi oltre 40 miliardi l’anno finiscono nella spesa sanitaria privata. Un terzo della sanità è già stato spostato fuori dal perimetro del diritto universale.
E allora bisogna dirlo chiaramente: la sanità privata non “integra” il pubblico. Lo sostituisce, lo svuota, ne seleziona le parti redditizie, lasciando al pubblico emergenze, cronicità, complessità, povertà. Chi può pagare accorcia i tempi. Chi non può aspetta, rinuncia, peggiora, muore prima. Le diseguaglianze sanitarie sono diseguaglianze di classe. Dipendono dal reddito, dal titolo di studio, dal territorio in cui si vive, dall’età, dal genere. Anche nei nostri territori periferici, la distanza tra vita e morte è segnata dalle condizioni materiali.
Per questo non basta difendere “questo” servizio sanitario così com’è. Bisogna rovesciare la logica che lo ha devastato. Bisogna uscire dall’aziendalizzazione. Bisogna riportare la sanità dentro il campo dei diritti sociali, non dei conti economici. Bisogna rifinanziare il pubblico, assumere personale, ricostruire la medicina territoriale, riaprire presidi, rafforzare prevenzione, consultori, assistenza domiciliare, medicina di base. Bisogna rompere la dipendenza dal privato convenzionato.
E bisogna anche smascherare l’ipocrisia delle compatibilità finanziarie. Ci dicono che per la sanità non ci sono soldi, ma intanto si trovano miliardi per il riarmo europeo, per l’aumento delle spese militari, per la sicurezza intesa come controllo sociale e militarizzazione del territorio. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano ha rilevato che nell’ultimo decennio circa un terzo della spesa sociale è stato progressivamente trasferito verso le spese per la sicurezza: videosorveglianza, controllo urbano, militarizzazione degli spazi pubblici. E ora il nuovo piano di riarmo europeo rischia di aggravare ulteriormente questa tendenza, comprimendo ancora di più welfare, sanità, istruzione e servizi sociali.
Ma questa è sicurezza?
È sicurezza avere più telecamere e meno medici? Più divise e meno infermieri? Più posti di blocco e meno presidi sanitari sul territorio? Più spesa militare e ospedali al collasso?
La sicurezza vera è poter essere curati. È avere un medico vicino. È trovare un reparto aperto. È non dover scegliere tra pagare una visita privata o rinunciare. È sapere che la salute non dipende dal conto corrente, dal codice di avviamento postale, dalla regione in cui si nasce.
Per questo bisogna agire subito sulle cause. Non aspettare la prossima emergenza, il prossimo reparto chiuso, il prossimo ospedale svuotato, la prossima tragedia individuale trasformata in caso mediatico. L’indignazione arriva sempre dopo. La politica, se vuole essere all’altezza, deve arrivare prima.
La salute non è una merce. Non è un costo da comprimere. Non è un’occasione di profitto. È un diritto collettivo. E i diritti non si aziendalizzano: si finanziano, si organizzano, si garantiscono.
* Presidente Osservatorio sulla Repressione



