
“Per una pace disarmata e disarmante”
Si è tenuto venerdì 17 aprile a Termoli, presso la Sala “Ecclesia Mater” della Curia Vescovile, organizzato da
Pax Christi Italia e dal Movimento dei Focolari Italia, un momento pubblico di approfondimento della Nota
Pastorale “Educare ad una Pace Disarmata e Disarmante”, approvata dalla Conferenza Episcopale Italiana
il 19 novembre 2025. Il moderatore, Antonio De Lellis, coordinatore di Pax Christi Italia, ha aperto la serata
ricordando le parole di Papa Leone, a seguito di alcune accuse rivolte dal presidente degli USA: “Io non ho
paura”. La sua è una indicazione per una pace disarmata ma anche disarmante, che con la mitezza disarma
il potente, disarma il cuore e la mente.
Ha quindi preso la parola la prima relatrice, Chiara Pagano, ricercatrice in Storia e Istituzioni dell’Africa
all’Università di Pavia, che è partita da un primo interrogativo: davvero possiamo dirci in pace quando i
nostri confini producono morte per il controllo delle migrazioni? Il confronto tra i dati ufficiali e quelli stimati
dalle ONG mostra una forte discrepanza per numero di vittime lungo i confini che l’Europa tende a
controllare. E tutte sono vittime civili, che non hanno alcuna parte in conflitti armati se non quello portato
avanti ai loro danni dai Paesi europei con le politiche di controllo delle migrazioni. Tali politiche nascono
con l’idea dell’Europa di controllare uno spazio integrato che comprendesse anche il continente africano,
mantenendo il controllo economico e politico attraverso la gestione asimmetrica – ossia la restrizione – della
mobilità in ingresso da Africa e Asia.

Soprattutto dopo gli attentati alle torri gemelle del 2001, viene
condotto un discorso sulla sicurezza che sempre più criminalizza la migrazione come “rischio terrorismo” e
questo ha potuto giustificare politiche di controllo dei confini sempre più violente e che causano morte.
L’Agenzia europea per le frontiere Frontex, dal 2004 ha centuplicato il proprio budget e persegue politiche
di collaborazione e gestione integrata e militarizzata delle frontiere con Paesi del “vicinato mediterraneo”
che si sono sempre di più armati e militarizzati non solo contro le persone in movimento ma anche contro i
propri cittadini.

Questo pone un secondo interrogativo sul nodo della cooperazione internazionale: quella per il controllo
delle frontiere è una cooperazione fondamentalmente armata contro le persone in movimento. In
particolare, l’Europa applica la “condizionalità migratoria”: si finanzia un Paese a condizione che blocchi le
migrazioni e questo significa uccidere i migranti o costringerli a morte anche in maniera indiretta. L’UE
investe miliardi di euro in queste forme di cooperazione: soldi delle contribuenti e dei contribuenti, investiti
per una serie di tecnologie impiegate oggi alle frontiere dell’Europa ma che sono state sperimentate nei
decenni precedenti, proprio sul popolo palestinese, sorvegliato e controllato dallo Stato di Israele. Vi è una
connessione strettissima tra queste logiche e le strategie di guerra e genocidiarie a cui assistiamo dal 2023.
Dobbiamo quindi chiederci come abbiamo potuto pensare che questo tipo di militarizzazione delle
frontiere, e di guerra alle persone migranti, garantisse la nostra sicurezza e la nostra pace mentre in realtà
alimentava la guerra e si alimentava di tecnologie di guerra. Questo succede in Europa, in Israele e anche
con le violenze dell’ICE negli Stati Uniti d’America: disumanizzare esseri umani e trattarli come minaccia.
Vi è un ulteriore elemento di connessione tra politiche di controllo delle migrazioni e politiche di guerra:
negli stessi anni (2020-2024) in cui si discuteva il nuovo Patto Europeo sull’Asilo e sulle Migrazioni, si è
cominciato a parlare di riarmo all’interno dell’Unione Europea, di spendere fino al 2% del PIL in armamenti
per garantire la pace e la sicurezza europea. In questo momento in Europa, e in Italia, non si può fare
debito per il welfare ma si può fare debito per spendere in armamenti. Da questo punto di vista, siamo già
in guerra da diversi anni e forse dobbiamo chiederci se non stiamo producendo ulteriore guerra
vulnerabilizzando sempre più persone.
Dovendo rispondere alla domanda su come uscire da questa situazione, il documento della CEI propone
molti elementi su come disertare le logiche e le pratiche di guerra. Praticare la nonviolenza innanzitutto
come non-paura, non cedere alla paura della diversità. Ripensare al modo in cui pensiamo noi stesse e noi
stessi, e non solo gli altri: provare a declinare le nostre identità al plurale e guardare ai momenti di incontro
come “momenti di attraversamento”: non soltanto delle frontiere internazionali ma anche di quelle che
dividono il modo di intendere noi stessi e le nostre società. Sicuramente bisogna chiedere la fine delle
guerre ma è importante soprattutto pensare alle differenze e ai conflitti come spazi per prendersi cura delle
relazioni che possono nascere dal superamento del conflitto.

E’ possibile Intendere il conflitto in maniera
generativa e “vivere la differenza come uno spazio di attraversamenti”. Infine, contestare i confini nella
loro forma mortifera che abbiamo visto negli ultimi decenni.
Don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio Nazionale CEI per i Problemi Sociali, il Lavoro, la Giustizia, la Pace
e la Salvaguardia del creato e docente di Teologia Morale, ha introdotto la Nota Pastorale, approvata
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dall’intera Conferenza Episcopale Italiana come presa di posizione netta e radicale sul tema, a partire dalla
prima parte: ci siamo diseducati alla pace, abbiamo bisogno di educarci alla pace. L’Unione Europea, dopo
secoli di guerre, negli ultimi decenni era stato un esperimento di come è possibile costruire la pace: creare
un parlamento comune, leggi comuni e così via.
Cosa vuol dire avere un approccio educativo? La guerra è una realtà organizzata, molto ben strutturata:
c’è un’economia della guerra, ci sono gli eserciti, c’è la costruzione del nemico. E’ necessario organizzare la
pace: attraverso un’economia di pace, relazioni di pace tra i Paesi, dialogo, diplomazia. Questo significa
educarci alla pace, cioè esercitare una conversione radicale alla pace. Per spiegare come si organizza la
guerra, cita Hermann Göring al Processo di Norimberga: “È ovvio che la gente non vuole la guerra […]. Ma il
popolo può essere sempre assoggettato al volere dei potenti. Basta dirgli che sta per essere attaccato e
accusare i pacifisti […] Funziona sempre”. Stessa logica è quella di Trump: l’Iran sta per attaccarci, è il
nemico numero uno. L’altro esercizio di organizzazione bellica è una economia di guerra: basta osservare
l’aumento delle spese militari mondiali e in Italia. Nel messaggio per il 1° maggio sul rapporto tra pace e
lavoro, i vescovi italiani hanno scritto che oggi il rischio è che il lavoro, cioè produrre armi, finisca per
distruggere il mondo, assicurando forti guadagni ad una minoranza.
La seconda parte della Nota dice come la fede cristiana annuncia Cristo che è la nostra pace. La pace ha
radici bibliche e non è l’assenza di guerra, è la pienezza di relazioni, pienezza di umanità. Per educare alla
pace occorre educare alle relazioni. Invece, la guerra, l’uso della violenza è il modo per gestire i conflitti di
chi non sa relazionarsi, di una povertà relazionale enorme. Un tema importante della tradizione cristiana è
stato, storicamente, il teorema della guerra giusta che nasceva per limitare il più possibile la guerra e, tra
l’altro, c’era sempre un criterio di base: che nelle guerre non bisognava coinvolgere i civili. Nel corso dei
secoli, però, questo principio è diventato il cavallo di Troia per giustificare qualsiasi guerra. Nel tempo, la
tradizione cristiana ha riveduto completamente le proprie posizioni. Al riguardo, la “Fratelli Tutti” di papa
Francesco afferma: «oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di
una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!». Le religioni non possono prestarsi a nessun tipo di
mentalità bellicista e non possono essere assoldate al più forte di turno. È emblematico Francesco d’Assisi
che, quando tutti partivano per le crociate, va a incontrare il sultano e insieme pregano ciascuno il proprio
Dio: un’esperienza d’incontro spirituale. Questo è il senso delle religioni.
Ultimo passaggio: costruire la pace, far diventare ogni comunità un luogo dove si costruisce la pace.
Educarci da questo punto di vista: quando c’è un conflitto, abbandonare l’idea che si possa risolvere con
la violenza. Perché la guerra funziona semplificando la realtà: “noi due siamo nemici, quindi o sopravvivo io
o sopravvivi tu per cui è meglio che io ti elimini”. È una semplificazione, perché in realtà nella vita non siamo
in due, siamo miliardi! Paolo VI all’ONU l’aveva già denunciato quando aveva detto che nelle guerre non ci
sono solo i capi, ci sono anche le vittime, cioè le popolazioni civili: è il terzo che è parte in causa, che va
messa in gioco. Altro punto: conflitto e guerra non sono sinonimi, perché il conflitto è parte della vita,
ognuno di noi vive nei conflitti. La guerra è la soluzione del conflitto attraverso la violenza ma non è vero
che le guerre ci sono sempre state: il conflitto c’è sempre stato. La guerra c’è quando il conflitto “si abita”
con la violenza ma ci sono stati momenti nella storia in cui l’uomo non ha usato la violenza. Quindi, il primo
modo per educare alla pace è tornare a tutti i livelli a parlare di nonviolenza come unico modo per stare
nel mondo e radiare la violenza come modo di soluzione dei conflitti. Il conflitto segnala che io e te siamo
diversi e possiamo avere pensieri diversi e soluzioni diverse. Se io però “abito il conflitto” e guardo la realtà,
allora forse l’altro mi sta insegnando qualcosa e io insegno all’altro. È la dinamica della relazione. Educare
alla pace significa entrare dentro i conflitti e abituarci ad abitarli. La violenza non è mai la soluzione;
quando al conflitto si toglie la violenza e usiamo la nonviolenza come modo di relazionarsi, allora si
sprigiona la fantasia umana e iniziano molte opportunità: il perdono, il dialogo, la diplomazia, l’ascolto,
l’economia di pace, il riconoscimento dell’altro, la giustizia riparativa; si sprigiona la potenzialità umana
delle relazioni. Quindi dobbiamo imparare a vivere questa fantasia relazionale, questa creatività che
genera qualcosa sempre di nuovo.
Come può allora funzionare la società? La difesa non va fatta attraverso il riarmo e la deterrenza ma
attraverso l’obiezione di coscienza, il servizio civile, creando più solidarietà, con l’obiezione bancaria:
occorre creare un’economia di pace. E’ richiesta una conversione culturale, uno spirito critico e anche di
intervento. La pace è la condizione di partenza, non il punto di arrivo: se vuoi la pace, prepara la pace.
Infine, ricordare che non siamo all’anno zero, abbiamo dei maestri nella storia, cattolici, di altre religioni e
anche tanti maestri laici: basta guardare queste figure e anche noi possiamo educare alla pace.
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AL termine delle relazioni, diversi gli interventi dal pubblico, numeroso in sala, che hanno posto domande ai
relatori, è stata presentata l’azione della “Assemblea Palestina Libera Basso Molise”, realtà che da tempo si
muove con azioni di solidarietà al popolo palestinese, organizzando presidii e attività culturali, curando
legami con altri gruppi e movimenti a livello regionale e nazionale sul tema del disarmo e della tutela dei
diritti, ed è stata anche avanzata dai presenti una proposta per coordinarsi a livello locale sulle tematiche
trattate.
Salvatore Russo, Movimento dei Focolari Italia
Antonio De Lellis, Pax Christi Italia




