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giovedì, Aprile 9, 2026

La Messa Crismale di Mons. Claudio Palumbo nella Cattedrale di Termoli

CulturaLa Messa Crismale di Mons. Claudio Palumbo nella Cattedrale di Termoli

Carissimi Presbiteri,

Religiosi e Religiose, Diaconi, Santo Popolo di Dio,

Quod differtur non aufertur, recita un antico motto latino: «ciò che viene rimandato non è tolto». Impediti a celebrare la Messa crismale per le avverse condizioni climatiche dei giorni scorsi, che tristi problemi hanno comportato, e ancora comportano, alla nostra gente e al nostro territorio, eccoci oggi a compiere il nostro dovere, confortati da Gesù, Sommo ed eterno sacerdote, pastore e vescovo delle nostre anime, la cui presenza in mezzo a noi, e in ciascuno di noi, percepiamo con gli occhi della fede. Il dono fluente e profumato dell’olio è il protagonista di questa suggestiva celebrazione, nella quale il presbiterio diocesano si riannoda al proprio Vescovo, e i presbiteri, insieme e singolarmente, sono riportati, non senza benefico stupore, all’alba della loro vocazione: potendo così risignificare il gesto delle mani poste in quelle del Vescovo; potendo riattizzare il fuoco della carità pastorale, affinché la luce e il calore che si irradiano da questo centro eucaristico raggiungano il cuore di ogni membro della Chiesa e del mondo. Ed eccoci puntualmente qui, nel cenacolo: nella stanza alta e addobbata. Forse vi siamo giunti dai sentieri del prodigo, dalle terre della dissomiglianza, dal deserto delle relazioni, dalla terra dell’esodo e del nostro peccato, dalle brume della solitudine e del dolore. L’importante, però, è che siamo qui, consapevoli che questo nostro esserci è anzitutto per un dono di grazia: il Padre ci attende per gettarci le braccia al collo, anzi esce fuori e ci cerca e per noi, provati dai sentieri accidentati della vita di ogni giorno, fa imbandire la tavola festiva della comunione ritrovata, da Lui mai abbandonata, dopo averci rivestiti con l’abito della festa. Assieme al Padre è Gesù che ci aspetta per condurci, anche stavolta, al Cenacolo della fraternità e della carità, alla mensa del pane e del vino, alla sorgente dell’acqua che disseta e purifica. Dalle sue mani trafitte, vogliamo ri-accogliere, la stola del sacrificio e la dalmatica del servizio, segni della nostra gioia sacerdotale. E noi siamo qui, grazie a Lui e con gli occhi fissi su di Lui, con le mani consacrate per Lui, con la nostra vita consegnata a Lui, pronti ancora a ricevere gli Oli per ungere, consacrare e profumare nuovamente la nostra vita e la vita del popolo affidatoci nel ministero per essere come olivi verdeggianti nella casa di Dio (Cf Sal. 52,10). Siamo qui, cari confratelli nel sacerdozio, con le nostre attese e le nostre domande; con le nostre paure e i nostri sogni; con le nostre amarezze e le nostre stanchezze, ma anche con gli slanci della nostra indomita generosità verso Dio e i fratelli, generosità che, nuovamente, e convintamente, ci fa rispondere ancora al Signore e alla Chiesa, tramite la domanda del Vescovo: sì, lo voglio. In questa celebrazione, unta di mistero, accogliamo gli Oli con fede e grande rispetto e con senso di trepidante responsabilità: il crisma che ci riporta al profumo del Giovedì Santo; l’olio degli infermi che ci richiama l’acidità e il fiele del Venerdì Santo e della sofferenza; l’olio dei catecumeni che ci fa pregustare la bellezza del Sabato Santo quando la Chiesa, ricca di carismi e ministeri, nasce e rinasce nella grande Veglia, e l’anelito al compimento, al fiat, si ridesta, provocato dalla parola del profeta: Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte? La sentinella risponde: Viene il mattino, poi anche la notte, se volete domandare, domandate, convertitevi, venite! (Is 21, 11-12). Ben sapendo che “quaggiù si va di inizio in inizio fino all’inizio senza fine” e che chi “ascende” non si ferma mai, ma procede attraverso “inizi che non finiscono mai” (Gregorio di Nissa, Omelie sul Cantico dei Cantici, V e VIII, Città Nuova, Roma 1988, pp.142 e 201), in questa singolare celebrazione, densa di mistero, ci chiediamo ancora una volta coraggiosamente: noi, sacerdoti, chi siamo? Siamo servi, e nulla più. Nella recente Messa in Coena Domini, papa Leone, nella basilica di san Giovanni in Laterano, ha lavato i piedi a 12 sacerdoti i quali, a un anno dalla loro Ordinazione, sono ritornati davanti al Vescovo di Roma per essere confermati nella fede, dopo aver percorso strade, incontrate persone, famiglie, comunità. Il papa ha lavato loro i piedi, per sottolineare come sia questa la via da seguire, sull’esempio di Gesù, il quale nell’Ultima Cena ha insegnato che il vero potere è il servizio. Servi, e nulla più. Servitori dell’Amore che si fa carne, a cominciare dai più poveri; ponti tra Dio e l’umanità, che, così, diviene comunità unita intorno alla mensa della Parola e del Pane e custodi del Mistero di salvezza, che nei divini misteri amministriamo per trasformare l’esistenza quotidiana in un’offerta spirituale gradita al Padre. Siamo gente che abita la tensione tra la propria fragilità umana e la grandezza del ministero ricevuto in dono. Ha scritto Jean Guitton: «Come può un prete conoscersi e accettarsi davanti a Dio, davanti a Gesù, sia come peccatore che come santificato? L’ho chiesto a un amico prete che mi ha dato una risposta ammirevole: “Canto due cantici: il Miserere e il Magnificat”» (Cf Lettera al Papa sul Sacerdozio, in: «Lettere aperte», Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1995, p. 84). Miserere e Magnificat, che cantiamo da uomini della Messa, da uomini dell’ascolto, uomini degli affetti puri, uomini della devozione, uomini della adorazione eucaristica, uomini mariani, uomini della riconciliazione, uomini della debolezza nella fatica quotidiana, uomini della Pasqua (Cf Ottavio de Bertolis, Poveri preti. Per una spiritualità sacerdotale, Tau Editruice, 2025). Sì. Gente che canta ogni giorno la Pasqua alternando i due cantici del Miserere e del Magnificat. Ecco chi siamo e chi vogliamo sempre più diventare: servi, e nulla più. Profumati di olio, tessuti e marcati nell’eucarestia, temprati nel grazie e nel gratuito eucaristici, sentiremo sempre più la ricchezza del dono posto in quel fatidico giorno dell’ordinazione sacerdotale nelle nostre povere mani.          Ma anche voi, carissimi fratelli e sorelle del laicato, non ci desiderate forse così? La Chiesa tutta di Cristo forse che non ci pensa e ci attende così? Per questo oggi, in particolare, e come sempre, vi chiediamo di pregare per noi, per sostenere le nostre mani alzate nella preghiera sul monte, come Aronne e Cur facevano con Mosè (cfr. Es. 17,12-16) e vincere la buona battaglia della fede. Sia veramente questa la nostra Pasqua di Risurrezione, che in questi giorni cantiamo. Sia questa la nostra Pasqua di Risurrezione profumata dall’olio della letizia; l’olio dell’amicizia e della fraternità che tutti rianima. Sì. Olio dell’amicizia e della fraternità sacerdotale; olio dell’amicizia e della fraternità cristiana e universale.                      In una sua celebre opera ha scritto così Miguel de Unamuno: «Ogni “amicizia” ci migliora e ci arricchisce, non tanto per ciò che ci dà, quanto per quello che possiamo scoprire di noi stessi. Ognuno di noi ha risorse inutilizzate, angoli dell’anima, cantucci e sacche di consapevolezza che se ne stanno addormentate. E possiamo anche morire senza averle scoperte, per l’assenza di uno spirito affine che ce le riveli. Noi tutti abbiamo sentimenti insoddisfatti e idee che possono essere attuate solo se viene qualcuno a risvegliarle. Ogni essere umano ha dentro di sé un Lazzaro che ha bisogno di un Cristo per risorgere. Sventurati quei poveri Lazzari che giungono al termine della propria vita senza incontrare un Cristo che dica loro: “Alzati!”». Parole sì umane, queste di Unamuno, ma valide, anche emotivamente, nel concretizzare il significato di questo olio dell’amicizia e della fraternità umana, cristiana e sacerdotale; nel declinare quel titolo di gloria espresso dal profeta Isaia nella prima lettura, titolo riferito dal Cristo a se stesso e, quindi, per sacramentale costituzione, a noi, ministri del Suo amore: «Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, (…) per consolare tutti gli afflitti (….) per dare loro una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, canto di lode invece di un cuore mesto» (Is 61, 1-3).                  Maria Santissima ci aiuti a fare sintesi gioiosa del dono e del mistero che, grazie a Cristo, avvolge tutti e ciascuno di noi, nell’ insieme della cena eucaristica, della notte fonda dell’agonia, passione e morte di Gesù, della notte gelida del sepolcro, della notte luminosa della risurrezione e, come Madre dei discepoli del Figlio, ci insegni a metterci in ginocchio, a curvare la fronte, in un ascolto personale, intimo e silenzioso per abilitarci a cantare con la vita, pur nell’alternanza del Miserere e del Magnificat, l’annuncio pasquale: Cristo è Risorto! Amen. Alleluia.

 

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