La vittoria del No al referendum ha fermato una deriva autoritaria. Ma, soprattutto, ha detto qualcosa di più scomodo: chi ha reso possibile quella vittoria non coincide con il perimetro tradizionale dell’opposizione parlamentare.
C’è un dato che andrebbe guardato con onestà: una parte decisiva del risultato è venuta da chi normalmente non vota, da chi diserta le urne piuttosto che riconoscersi in un’offerta politica percepita come distante, insufficiente, quando non indistinguibile. Un elettorato popolare, giovane, conflittuale, che non si sente rappresentato ma che, quando intravede uno spazio reale, torna a incidere.
È da qui che dovrebbe partire ogni riflessione.
Non hanno vinto i partiti. Non hanno vinto le leadership. Non ha vinto il ceto politico che oggi già si affanna a intestarsi il risultato. Ha vinto un pezzo di Paese che negli ultimi anni è stato ignorato, quando non apertamente respinto: i giovani mobilitati contro la guerra e il genocidio a Gaza, le realtà del sindacalismo di base, la sinistra di classe, i movimenti sociali, quell’area vasta di astensione che non è apatia ma rifiuto politico.
È stata l’irruzione di questo insieme a fare la differenza.

E questo, inevitabilmente, ridimensiona anche un altro mito: quello del centro come perno della futura alternativa. L’area moderata si è rivelata marginale, in parte perfino convergente con le posizioni della destra, incapace di parlare a quel blocco sociale che ha determinato l’esito del referendum. Pensare che la partita si giochi lì, ancora una volta, significa non aver capito cosa è successo.
Il rischio è già davanti agli occhi. Invece di interrogarsi su questo scarto tra rappresentanza e società, una parte dell’opposizione sembra voler tornare subito alle solite liturgie: primarie di coalizione, giochi di leadership, accordi di vertice senza contenuto. Primarie a scatola vuota, senza un programma, senza una rottura reale con il modello che ha prodotto la crisi attuale.
È un errore grave.
Non solo perché rischia di apparire – e di essere – un modo per aggirare ancora una volta la domanda sociale emersa dal voto, ma anche perché finisce per legittimare, nei fatti, la stessa logica plebiscitaria che si dice di voler contrastare. L’ossessione per la leadership e la personalizzazione dello scontro politico non è un antidoto al premierato: ne è la sua anticipazione.
Il punto non è scegliere il capo. Il punto è cambiare direzione.
Senza un fronte ampio, aperto e reale, capace di includere quel pezzo di società che oggi non si sente rappresentato, nessuna vittoria sarà possibile. E non si tratta di cooptare o addomesticare quei soggetti, ma di riconoscerne il ruolo e il conflitto, di costruire uno spazio politico che non li neutralizzi ma li valorizzi.
Questo significa assumere fino in fondo le ragioni che hanno portato al No.
Significa opporsi alla conversione dei decreti sicurezza e a tutte quelle norme che criminalizzano il dissenso, i poveri, i migranti. Significa smontare un impianto che ha trasformato il diritto penale in strumento di governo della società e che ha reso la repressione una risposta ordinaria ai problemi sociali.
Significa rifiutare la logica della guerra e del riarmo, e rimettere al centro politiche di pace, giustizia sociale, redistribuzione. Significa investire su ecologia e innovazione tecnologica senza riprodurre modelli estrattivi e predatori. Significa, soprattutto, restituire valore alla partecipazione, al pluralismo, al conflitto come elementi costitutivi della democrazia.
È leggere troppo in quel No?
No. Quel voto è stato un’occasione rara in cui la politica è tornata a essere terreno di discussione reale. Ha mostrato un desiderio di rottura, una domanda di altra politica che già esiste nei territori, nelle mobilitazioni, nelle pratiche dal basso.
È una voce contro l’esistente. E quella voce, se verrà ignorata o tradita da accordi di vertice e operazioni di palazzo, non tornerà disciplinatamente dentro il recinto elettorale. Si ritirerà di nuovo, lasciando campo libero a chi oggi governa.
La Costituzione – lo dimostra anche il voto dei giovani – resta ancora uno spazio di immaginazione politica. Non come testo da difendere in modo rituale, ma come terreno da riattivare, da spingere oltre l’esistente.
Il referendum ha aperto una crepa. Sta a chi ha prodotto quel risultato allargarla, senza farsi riassorbire da chi finora non ha voluto vedere.
Italo Di Sabato



