
di MICAELA FANELLI
Gran parte della sociologia, dell’economia e della governance che hanno
accompagnato il viaggio dell’umanità lungo sei millenni di storia è iscritta
nell’infrastruttura idraulica. Sono le grandi civiltà urbane a segnare l’impronta della
nostra vicenda umana, dal Tigri al Nilo fino all’ingegno dell’Impero Romano, che
proprio in queste terre ha lasciato tracce indelebili, come la celebre Tavola Acquaria
di Venafro.
Oggi questa storia millenaria si scontra con la modernità del cosiddetto “tubone”, il
progetto di collegamento tra la diga del Liscione e l’innesto di Finocchito. Non si
tratta di una mera questione di scavi e condotte, ma di un bivio ontologico profondo.
Come suggerito dalle tesi di Jeremy Rifkin nel suo Pianeta Acqua, dobbiamo
chiederci dove vada l’idrosfera in un’epoca in cui il riscaldamento globale,
alimentato dal nesso acqua-energia-cibo, rischia di far collassare la nostra civiltà.
La nuova normalità dell’emergenza, fatta di inondazioni, siccità e laghi che si
riducono a volumi minimi nei mesi estivi, ci impone una consapevolezza
radicalmente diversa. Guardare l’invaso del Liscione in quei periodi significa
osservare una distesa che assomiglia a un set cinematografico di frontiera, dove il
verde lascia spazio al grigio argilla e alle rughe del suolo, che fanno male tanto
quanto quelle degli anziani malati su un letto d’ospedale.
In questo scenario, il progetto del tubone promette al Molise diversi benefici. Il
primo è la realizzazione di un comprensorio irriguo di 4.500 ettari tra Ururi, San
Martino in Pensilis, Rotello e Santa Croce di Magliano: un’opera da 37 milioni di
euro capace di iniettare 20 milioni l’anno di reddito agricolo e creare centinaia di
nuovi posti di lavoro. Il valore dei terreni potrebbe raddoppiare, portando un
incremento patrimoniale di circa 70 milioni di euro per le imprese locali (secondo le
stime del Consorzio di Bonifica della Capitanata).
Eppure, questo miraggio di benessere poggia su fondamenta ancora fragili: mancano
studi di fattibilità con proiezioni di lungo periodo e circa 105 milioni di euro di
finanziamenti complessivi restano ancora da stanziare formalmente. Soprattutto, il
rischio risiede nella gestione delle priorità d’uso. Di fronte alla sete delle famiglie
pugliesi, l’uso irriguo molisano passerebbe correttamente in secondo piano. Bisogna
saperlo e valutarlo per decidere se procedere o meno, prevedendo comunque
compensazioni adeguate. Il pericolo è quello di imbrigliare l’acqua proprio mentre la
crisi climatica ne accelera l’evaporazione, esponendo il Molise a una riduzione della
disponibilità idrica superiore a quella delle regioni vicine, con danni incalcolabili per
gli ecosistemi del Biferno.
La sfida è però soprattutto politica ed etica. Mentre il governo nazionale accentra le
decisioni attraverso commissari straordinari della Presidenza del Consiglio,
esautorando rappresentanti territoriali e cittadini, emerge un nodo gordiano di
interessi che non può essere taciuto.
In tutto questo, è vero che l’attuale Presidente di Molise Acque, scelto dal governo
regionale di centrodestra, sia contemporaneamente progettista di parte dell’intervento
e suo attivo promotore pubblico? Non lo sappiamo con certezza, ma sappiamo che ha
svolto il ruolo di Presidente del Consorzio di Bonifica di Larino, maturando
condizioni di dubbia oggettività rispetto alle valutazioni in campo. È un cortocircuito
che rischia di trasformare l’acqua — bene comune che deve restare pubblico e
funzionale agli interessi collettivi — in un asset soggetto agli appetiti dello
sfruttamento privato o del mercato.
Difendere l’acqua oggi significa pretendere una governance a guida regionale,
rinegoziare accordi storici ormai obsoleti come quelli per Occhito (la più grande
fregatura mai presa dal Molise!) e mettere la distribuzione al centro di una
programmazione condivisa che parta dal basso. Dobbiamo lanciare da qui una
sperimentazione sui diritti delle acque che garantisca personalità giuridica ai nostri
fiumi e laghi, proteggendoli da chi vorrebbe ridurli a mera merce.
Questo cortocircuito gestionale si riflette drammaticamente sulla quotidianità, come
dimostra il recente caos delle bollette emesse dalla società GRIM. Negli ultimi giorni
ho denunciato con forza una situazione insostenibile: fatture esorbitanti e conguagli
incomprensibili che hanno spinto centinaia di molisani alla protesta, portando la
questione fino ai banchi del Consiglio Regionale. Non si può parlare di grandi opere
strategiche se non si è in grado di garantire una fatturazione corretta del servizio
idrico essenziale.
La vicenda è emblematica: non mostra solo l'incapacità organizzativa, ma anche una
scarsa sensibilità politica per gli interessi quotidiani dei cittadini, colpiti da rincari di
cui la politica regionale si è occupata poco o nulla. Ancor di più, impone di
interrogarsi sul futuro della Grim: i venti di privatizzazione spireranno anche dalle
nostre parti? Qualcuno sta lavorando per una vendita di quote ad Acea? Chi
controlla? Noi sicuramente sì! Ci auguriamo lo facciano anche le altre forze politiche
e i sindaci, solo formalmente chiamati alla governance di Grim, ma sostanzialmente
estromessi.
Se non saremo capaci di rettificare la nostra visione oggi, resteremo testimoni muti di
un saccheggio spacciato per progresso, lasciando ai cittadini solo il peso di bollette
ingiustificate. Da grande occasione a grande delusione il passo è brevissimo; da
tubone a bidone ancora di più. Siamo qui per fare il massimo affinché questo non
succeda, né ora né domani. Siamo qui perché Finocchito non diventi le nostre nuove
Forche Caudine.



