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giovedì, Marzo 5, 2026

Lettera del direttore Caritas Trivento all’amico scomparso, il professor Leone

TriventoLettera del direttore Caritas Trivento all'amico scomparso, il professor Leone

 

Nel decimo anniversario della morte del professore Leo Leone, il direttore della Caritas trignina, don Alberto Conti, gli scrive questa lettera. «La democrazia è stata del tutto esiliata da questo mondo». Caro Leo, sono passati dieci anni da quel 5 marzo 2016 in cui la notizia del tuo ritorno alla Casa del Padre è giunta ai nostri cuori, portando con sé dolore e smarrimento. Fu un momento di silenzio e di incredulità, in cui abbiamo dovuto aggrapparci con forza alla fiamma della speranza cristiana, l’unica capace di rischiarare il buio della perdita e di continuare, ancora oggi, ad accompagnare i nostri passi nei giorni della fatica. Il tempo è trascorso, ma non ha affievolito la profondità della tua assenza. Anzi, forse la rende più evidente. Ci mancano la tua parola limpida e mai gridata, la tua grande umiltà che ti rendeva amabile e vicino a tutti, la tua capacità di ascolto paziente e rispettoso. Ci manca la tua cultura profonda, mai esibita, capace di attraversare le notizie della cronaca quotidiana e di leggerle con uno sguardo sapiente, radicato nella fede e aperto al mondo. In questi giorni segnati da tante ingiustizie, a cominciare dalla nostra amata terra molisana, ferita da difficoltà e incertezze, fino alle terre lontane dove si consumano disumane guerre che portano morte e distruzione, sentiamo ancora di più il bisogno della tua voce. Una voce capace di richiamare alla responsabilità e all’impegno, al senso del bene comune, alla dignità inviolabile di ogni persona. Avevi il dono di tenere insieme Vangelo e Costituzione, non come parole astratte, ma come orizzonti concreti che orientavano il tuo cammino di cristiano e di cittadino. Nella tua vita fede e impegno civile non erano mondi separati, ma dimensioni profondamente intrecciate di un’unica testimonianza coerente e credibile. Ci hai insegnato che la fede in Cristo morto e risorto non allontana dalla storia, ma la abita; che la speranza non è evasione, ma responsabilità; che la giustizia è una forma alta di carità. Davanti alla crisi che stiamo vivendo – una crisi che non è soltanto economica o istituzionale, ma culturale e persino spirituale – tornano alla mia mente quelle tue parole, che allora suonavano severe e oggi appaiono profetiche: «la democrazia è stata del tutto esiliata da questo mondo». Nel volume che insieme a Umberto Berardo abbiamo pubblicato in tuo onore, Leo Leone, il pensiero nella vita, ho ritrovato questo tuo brano, che conserva una lucidità e attualità disarmante: «Sono queste testimonianze quotidiane che esplicitano l’emarginazione dell’idea di democrazia che si fonda sulla disponibilità a interloquire con l’altro per procedere anche alla ricerca di un bene comune che vada oltre le linee personali e di gruppo che non sempre si dispongono all’ascolto, una delle dimensioni di un linguaggio disposto al confronto e a un modello di intesa che promuove la democrazia autentica che non si rinserra nello spazio ristretto di gruppi, famiglie, movimenti e quant’altro reclusi nel loro piccolo mondo. I toni elevati sono più incisivi delle argomentazioni addotte ed è divenuto uno stile corrente il sovrapporre la propria voce a quella dell’altro. Squallidi segnali che costituiscono una chiara prova che la democrazia è stata del tutto esiliata da questo mondo». Per te la democrazia non era una semplice architettura istituzionale, né un meccanismo procedurale; era prima di tutto uno stile, un’etica della relazione, una pedagogia dell’ascolto. Era la ricerca ostinata del bene comune, capace di superare appartenenze, schieramenti e interessi particolari. Oggi, mentre assistiamo alla violenza dei linguaggi, alla trasformazione del confronto in scontro permanente, le tue parole suonano come un monito e insieme come un programma. La sovrapposizione delle voci, che tu denunciavi, è diventata norma in questo nostro tempo: si parla molto, si ascolta poco; si reagisce d’impulso, si riflette raramente. Tu ci ricordavi che la democrazia autentica non si rinchiude nei piccoli mondi autoreferenziali, gruppi, partiti politici, movimenti, ma si espone sempre al rischio dell’incontro. E questo ci insegnavi costa sempre fatica, pazienza, ma è sempre necessario percorrere la strada esigente del dialogo, anche quando appare inefficace o impopolare. Le tue parole oggi non sono soltanto una diagnosi della società di ieri, ma sono un invito per oggi. Ci chiedono di recuperare un metodo e uno stile che coincidono con una visione alta della politica: una politica che non umilia l’avversario ma lo riconosce interlocutore; che non alza la voce per prevalere, ma argomenta per convincere; che non si accontenta di rappresentare interessi, ma si impegna a far nascere la tavola della “convivialità delle differenze”, perché come amava dire il vescovo don Tonino Bello: “La pace è convivialità. E’ mangiare il pane insieme con gli altri, senza separarsi. E l’altro è un volto da scoprire, da contemplare, da togliere dalle nebbie dell’omologazione, dell’appiattimento”. In queste righe è racchiuso il cuore del tuo modo di pensare la politica intesa e vissuta come la “forma più alta di carità”. La politica che ti ha visto impegnato in prima persona è, prima di tutto, l’arte di costruire ponti e non muri. È la capacità di creare dialogo dove c’è distanza, comprensione dove c’è conflitto, collaborazione dove c’è diffidenza. Non nasce per dividere, ma per unire; non per alimentare lo scontro, ma per trasformarlo in confronto civile e costruttivo. La vera politica è servizio, responsabilità e visione del futuro, come ci insegna la Dottrina Sociale della Chiesa. È l’impegno quotidiano a cercare soluzioni condivise, a tutelare la dignità di ogni persona e a promuovere il bene comune. Costruire pace significa avere il coraggio dell’ascolto, la pazienza del compromesso e la forza di mettere l’interesse collettivo al di sopra di quello personale. Quando la politica dimentica questa missione, diventa strumento di divisione e paura. Quando invece resta fedele alla sua vocazione più alta, diventa seme di convivenza, giustizia e futuro. Perché governare non è mai dominare, ma prendersi cura: delle persone, delle comunità, del mondo che lasceremo a chi verrà dopo di noi. È stata proprio questa idea alta e responsabile della politica — intesa come servizio al bene comune e non come ricerca di consenso o di potere — a spingerci, nel 1992, a fondare una scuola di formazione all’impegno sociale e politico. Decidemmo di intitolarla alla memoria di Paolo Borsellino, il magistrato ucciso a Palermo insieme agli agenti della sua scorta: Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano, Walter Cusina ed Emanuela Loi, la prima donna poliziotta caduta per mano della mafia. Quel nome non fu una scelta simbolica formale, ma un’assunzione di responsabilità: volevamo che l’esempio di chi aveva servito lo Stato fino al sacrificio estremo diventasse per noi e per i giovani un riferimento concreto di coerenza, coraggio e fedeltà alle istituzioni. Scrivevi: «L’aver allora intitolata la scuola di formazione all’impegno sociale e politico della diocesi di Trivento alla persona e alla testimonianza di Paolo Borsellino ha voluto significare anche questo: si formano le coscienze alla legalità seminando messaggi in tale direzione ma, soprattutto, restando coerenti nella propria vita a difesa della legalità. Anche perché, come sempre, quando legalità e giustizia sono a rischio i primi a pagarne il prezzo sono in più poveri, i più emarginati, gli ultimi». La scuola socio-politica nacque all’interno del cammino della Caritas Diocesana di Trivento, come espressione di una Chiesa attenta alla formazione delle coscienze e alla crescita civile di un territorio ferito dallo spopolamento. In questi anni ha offerto occasioni di studio, dialogo e confronto; ha promosso incontri con testimoni credibili, laboratori di cittadinanza attiva, riflessioni sui temi della legalità, della giustizia sociale e della solidarietà. Non è stata soltanto un luogo di approfondimento culturale, ma uno spazio generativo di idee e di progetti, un laboratorio di futuro. Sempre con l’intento di alimentare — come amavi ripetere — la speranza: una speranza non ingenua, ma operosa, capace di tradursi in scelte concrete, responsabilità condivise e impegno quotidiano per costruire comunità più giuste e più umane. Forse il compito che ci affidi è proprio questo: far tornare la democrazia dall’esilio in cui l’abbiamo relegata. Non con proclami, ma con pratiche quotidiane di ascolto, con la sobrietà dei toni, con il coraggio del confronto leale. Restituirle cittadinanza nel nostro modo di parlare, di decidere, di vivere insieme. Perché la democrazia, come ci hai insegnato, non è mai definitivamente perduta, ma può essere dimenticata. E ogni generazione ha la responsabilità di ritrovarla e di farla rifiorire nel proprio tempo. Caro amico Leo, non posso non richiamare un’altra tua grande passione e il tuo instancabile impegno: l’idea della vita come conquista della regola. Una visione che ha trovato nello sport la sua metafora più alta e più autentica. Per te lo sport non è mai stato fine a se stesso, né semplice esercizio fisico o competizione. È stato, piuttosto, una disciplina capace di formare il carattere prima ancora del fisico, una palestra di responsabilità, rispetto, lealtà e perseveranza. Nella regola accettata e condivisa hai sempre visto non un limite, ma una condizione di libertà; nella fatica dell’allenamento, non un sacrificio sterile, ma un percorso di crescita personale. L’incontro con lo sport e con l’associazionismo sportivo, il tuo impegno nel volontariato generoso e senza riserve nel Centro Sportivo Italiano e nel Gruppo Sportivo “Virtus” di Campobasso , non è stato una casualità, ma una vera vocazione. Hai scelto di dedicarti ai giovani con la convinzione che attraverso il gioco di squadra, l’impegno costante e il confronto leale si potessero educare non solo atleti, ma cittadini consapevoli. Per te il campo sportivo è stato un luogo di formazione alla vita professionale, all’impegno civico e alla responsabilità sociale. Oggi più che mai abbiamo bisogno di recuperare anche questa visione: restituire allo sport il suo ruolo educativo, il suo valore formativo, la sua capacità di generare comunità. In un tempo in cui tutto sembra rapido e frammentato, occorre tornare a considerare lo sport come scuola di regole, di sacrificio, di rispetto reciproco e di solidarietà. È anche attraverso questo patrimonio di idee e di esempio che possiamo ridare ai nostri giovani un orizzonte più solido e uno spazio in cui crescere non solo più forti nel corpo e nello spirito, ma anche migliori. Il tuo esempio caro amico Leo continua a parlarci. Ci invita a non cedere, in questo tempo così difficile, alla rassegnazione, a custodire la memoria come seme fecondo, a trasformare la nostalgia in impegno. E mentre affido al Signore la gratitudine per il dono che sei stato per me e per tutti coloro che ti hanno incontrato lungo la tua vita, chiedo la grazia e la forza di proseguire il cammino con quella mitezza e quella fermezza che ti hanno contraddistinto la tua vita di cristiano e cittadino. Con affetto sincero e profonda riconoscenza, nel ricordo che non si spegne e continua a vivere nei nostri cuori, custodiamo ciò che sei stato e ciò che sempre sarai. Il tuo amico Alberto.

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