di Giovanni Mascia*
Un monumento alla memoria di una comunità
Il volume Canti e Inni religiosi di San Giovanni in Galdo di Guido Messore (Palladino Editore 2025) si presenta come un’opera di alto profilo musicologico, etnografico e civile, capace di coniugare rigore scientifico, partecipazione affettiva e profonda consapevolezza del valore culturale della tradizione. Non è soltanto una raccolta di melodie e testi, ma un vero e proprio archivio vivente della memoria religiosa di una comunità molisana, restituito alla forma scritta e musicale con metodo, competenza e sensibilità.
Già la quarta di copertina chiarisce l’orizzonte di un lavoro nato dalla collaborazione con la Parrocchia, alla quale l’autore ha lasciato tutti i diritti di distribuzione del volume, e fondato su numerose testimonianze orali, volto a sottrarre all’oblio un repertorio che unisce vetera et nova in una “perfetta simbiosi”, evitando che melodie secolari venissero “fagocitate irrimediabilmente dal tempo”. La lunga e “certosina” ricerca sul campo, condotta attraverso la voce degli anziani custodi della tradizione, restituisce l’immagine di una comunità la cui fede si è espressa per generazioni soprattutto attraverso il canto, forma primaria di preghiera, catechesi e partecipazione liturgica.
Nell’Introduzione, Messore dichiara esplicitamente la matrice ideale del suo lavoro richiamando le parole di Benedetto XVI sul valore del canto come “patrimonio di fede e di amore che non deve andare perduto”. È una dichiarazione di poetica e, al tempo stesso, un programma culturale. L’autore racconta come la ricerca sia iniziata già negli anni Ottanta con la trascrizione dello Stabat Mater della Settimana Santa, nucleo emotivo e simbolico di tutto il repertorio passionale locale.
Il quadro che emerge è quello di una tradizione fragile, esposta a dispersioni, varianti, oblii: la trasmissione orale, pur ricchissima, è per sua natura instabile. Da qui l’urgenza di fissare testi e linee melodiche, senza però snaturarne l’origine popolare. L’attenzione di Messore si estende anche alle figure storiche che hanno segnato la vita musicale del paese: il parroco don Nicola Graziano, probabile autore di alcuni tra i canti più amati (come Dio ti salvi Giovanni, O Maria nostra speranza, Dolcissimo Bambino), e l’abate don Giovanni Zampino, promotore della Schola Cantorum e della pratica corale nel secondo Novecento.
Di grande rilievo è inoltre il recupero della produzione di Giovanni Marino (1878–1958), compositore locale, animatore instancabile della vita musicale e religiosa del paese, autore di numerosi inni dedicati ai santi venerati nella chiesa parrocchiale. Messore ne ricostruisce con affetto e precisione il profilo umano e artistico, riconoscendogli una “profonda valenza creativa sia sotto il profilo poetico che sotto quello musicale”. Accanto a lui compaiono le laudi di Michele Marino e composizioni più recenti, alcune dello stesso Messore su testi del poeta sangiovannaro Nicolino Di Donato.
Il corpus complessivo — circa novanta canti organizzati secondo il calendario liturgico — offre una visione sistematica della devozione cantata locale: dall’Avvento al Natale, dalla Passione alla Pasqua, fino ai cicli mariani, al Sacro Cuore, al Santissimo Sacramento, ai santi e al patrono. Tutte le sezioni sono introdotte dalle opere del pittore Annunziato De Rubertis, fotografate dal giovane Alessandro Alfonso, autore anche della suggestiva foto di copertina con le canne del maestoso organo della chiesa madre.
Questo lavoro si comprende appieno solo alla luce della statura artistica e scientifica del suo autore. Guido Messore, laziale di nascita ma molisano di adozione, formatosi presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma, allievo di maestri quali Bartolucci e Vignanelli, diplomato in organo, composizione sacra e direzione polifonica, è figura di primo piano nel panorama della musica sacra italiana. Concertista di livello internazionale, già organista aggiunto della Basilica Vaticana, ispettore onorario per la tutela degli organi storici del Molise, già insegnante presso il Conservatorio di Campobasso, fondatore di istituzioni corali e vincitore di numerosi premi di composizione, Messore incarna una rara sintesi tra alta cultura musicale e radicamento territoriale.
Il suo stile, fortemente debitore del canto gregoriano e della modalità antica, rielaborata in chiave contemporanea, si riflette anche nell’approccio alla tradizione popolare: non uno sguardo folkloristico o paternalistico, ma un dialogo profondo tra competenza tecnica e rispetto per l’autenticità delle forme tramandate.
Il saggio introduttivo di Vincenzo Lombardi, Ragioni e caratteristiche di una raccolta di canti, offre la cornice teorica più ampia e consapevole all’intera operazione. Richiamandosi a Pasolini e alla lezione di Gramsci e Cirese, Lombardi interpreta la tradizione come processo dinamico di costruzione del futuro attraverso una selezione del passato. La raccolta di Messore diventa così un atto culturale e politico nel senso più alto: fissare ciò che una comunità sceglie di riconoscere come proprio patrimonio identitario.
Particolarmente interessante è l’analisi del carattere ibrido del repertorio, dove convivono musiche di tradizione orale e composizioni d’autore divenute popolari. Alto e basso, colto e popolare, si intrecciano fino a risultare inseparabili, confermando come la devozione musicale sia uno spazio privilegiato di contaminazione.
Tra gli esempi più significativi Lombardi segnala il canto della Pasquetta legato al ciclo dell’Epifania, popolarmente chiamata Pasqua Epifania, eseguito di casa in casa da gruppi itineranti. Il testo, di chiara origine colta con funzione pedagogico-evangelica, narra il viaggio e l’adorazione dei Magi ed è diffuso in molte aree del Molise in versioni variamente frammentate. La melodia di San Giovanni in Galdo appare affine a quella di Campolieto, dove il testo è più completo; un indizio che suggerisce scambi e innesti tra comunità vicine, anche grazie alla figura del già ricordato sacerdote sangiovannaro don Giovanni Zampino, parroco prima a Campolieto e poi in patria. È un caso emblematico di circolazione intercomunitaria e di adattamento melodico secondo la prassi del “cantasi come”, tipica delle tradizioni orali.
Un posto centrale nella raccolta è occupato dai canti mariani: circa trenta, in gran parte d’autore (Giovanni Marino e C. Cacchione), testimonianza di una devozione intensissima e articolata. Lombardi ne sottolinea la varietà tipologica – inni, litanie, invocazioni – e la ricchezza simbolica, con il repertorio tradizionale di titoli attribuiti alla Vergine (Madre, Regina, Avvocata, Mediatrice) e con il riferimento alle principali feste locali: Madonna Incoronata, del Carmine, Addolorata, Immacolata.
Questa sezione del volume restituisce in modo particolarmente vivido il ruolo della pietà mariana come asse portante della religiosità popolare, capace di modellare il calendario, i riti collettivi, le processioni e le pratiche paraliturgiche.
Il vertice emotivo e artistico dell’intera raccolta è rappresentato, secondo Lombardi, dallo Stabat Mater tradizionale di San Giovanni in Galdo. Più che un semplice canto, esso appare come una preghiera corale, un’esperienza comunitaria di compassione e immedesimazione nel dolore della Madre.
L’analisi etnomusicologica mette in luce echi di antichi canti confraternali di Passione: ribattuti melodici, gruppi di note rapide, timbri vocali aspri e intensi, che rimandano a pratiche oggi quasi scomparse in Molise ma ancora riconoscibili in aree limitrofe. Qui l’ibridazione tra testo colto (la sequenza di Jacopone da Todi) e sensibilità popolare produce una forma di straordinaria potenza espressiva, difficilmente traducibile in parole ma profondamente radicata nell’identità locale.
Il valore dell’opera è colto con chiarezza anche nei saluti istituzionali che aprono il volume. Il sindaco Domenico Credico sottolinea come Messore, “maestro e fine insegnante di musica sacra e popolare”, abbia restituito nuova luce a una tradizione che altrimenti sarebbe andata perduta, trasformando la voce del popolo in patrimonio condiviso e consapevole. Nelle sue parole si avverte il senso di un recupero non solo artistico, ma civico, che rafforza la coscienza collettiva.
Il parroco don Mariano Gioia, dal canto suo, inserisce l’opera nel solco della grande tradizione liturgica della Chiesa, ricordando come il canto sia forma essenziale di preghiera – “chi canta bene, prega due volte” – e come la musica sacra, da Davide a Palestrina a Perosi e Bartolucci, abbia sempre accompagnato l’esperienza cristiana. Il volume di Messore, afferma, unisce felicemente tradizione popolare, fede e liturgia, risultando importante non solo per San Giovanni in Galdo, ma per l’intera comunità ecclesiale.
Canti e Inni religiosi di San Giovanni in Galdo è dunque molto più di una raccolta musicale: è un monumento discreto ma solido alla memoria di una comunità, un atto d’amore verso una tradizione fragile e preziosa, un esempio virtuoso di come la competenza musicologica possa mettersi al servizio della cultura locale senza snaturarla.
Come scrive Lombardi riprendendo Pasolini, Messore è davvero “una forza del passato che opera per il futuro”. E proprio in questa capacità di trasformare la memoria in progetto, la devozione in patrimonio condiviso, il canto in documento culturale, risiede il valore più profondo e duraturo del suo lavoro.
*Saggista e studioso


