Postremos, in latino, è l’ultimo, quello che viene dopo, ma postremos, in spagnolo, è anche il dolce, il dessert. La pietanza che chiude il pranzo. Se ci sia un dopo o se ci sia un dessert nella storia di Emilia Agnesa e Xuliano Dule così intitolata, Postremos, messa in scena al Teatro del Loto, per la regia di Stefano Sabelli, sta allo sguardo dello spettatore. Sul palco corre un dialogo misterioso, allusivo eppure intimo, che subito ipnotizza. La scena è per due donne, Rose e Simone, – Eva Sabelli e Bianca Mastromonaco (bravissime) -, costrette in uno spazio sotterraneo che toglie tutto alla possibilità di evasione dell’una dall’altra. Devono stare lì per un patto noir, per un dovere, per una missione che sa di nero. Sono lì in attesa di ordini, senza possibilità di preavviso. Ognuna di loro ci sta a modo suo. Una si trucca, l’altra si corazza di fastidio e insofferenza per tutti quei cedimenti alla vanità. Dietro i gesti della prima, dietro ogni durezza della seconda, c’è lo stesso identico motivo. Per ragioni e per rapporti diversi, ma lo stesso identico motivo. Quello che le soggioga, quello che impartisce loro ordini spietati. Quello che le ruba al mondo che intanto sopra scorre. Quello dalle quali, forse, vorrebbero anche ribellarsi. Ma che, sempre forse, dà loro un senso.
Donne come killer, ma donne che non cedono alla spietatezza dell’uomo killer. Nessuna uccide un bambino, nessuna uccide un gattino. Il loro potere, la loro cifra. È in fondo la loro sfida al piano di sopra. Quel piano che sembra ignorarle. Quel piano che ogni tanto le pietrifica irrompendo all’improvviso. Una musica a loro nota e da un piccolo carrello viene calato un messaggio. In codice.
Quella musica è suonata dalla terza donna in scena, Erika Petti (pazzesca), lei è sempre lì in disparte, ma dominante al piano o con la chitarra. Canta e suona pezzi di una bellezza struggente che segna il tempo che scorre e va avanti e non pensa alle due donne rinchiuse di sotto.
Spie sovietiche di un dopo guerra ancora dietro l’angolo: tutta l’atmosfera è un continuo richiamo. A quella tensione fredda che, storia di questi giorni con le invasioni spacciate per liberazioni, sembra tornata. Postremos è intriso di attualità. Perché in fondo anche in quest’attualità così confusa, così fluida, così all’improvviso di nuovo armata è piuttosto chiaro chi sta dalla parte sbagliata e chi no.
Il mitra che sembra sciogliersi in un abbraccio, perché imbracciato da due donne, forse ci dice che sì, può esserci un dopo e forse anche dessert. Diversamente, sarebbe davvero finita.
Potremos, liberamente ispirato al Calapranzi di Pinter, è uno spettacolo decisamente bello. Per tutta una serie di ragione. A cominciare dalla perfezione delle attrici e della musicista, favoloso trio, per arrivare alle scene di Michelangelo Tomaro: il sopra e il sotto e due ali, due muri di led dove passano, andata e ritorno (inconfondibile firma di Stefano Sabelli), volti e pezzi di storia che danno i brividi. La fine del Novecento, i primi 20 anni del Duemila. E dentro tutto l’inevitabile smarrimento di un pubblico che si scioglie in un grande applauso finale.
Sabrina Varriano



