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domenica, Gennaio 4, 2026

Carcere fuori legge: tra sovraffollamento, repressione e speranze tradite

EditorialiCarcere fuori legge: tra sovraffollamento, repressione e speranze tradite

di Italo Di Sabato*

La fine del 2025 consegna al sistema penitenziario italiano un nuovo simbolo della sua crisi profonda: l’autorizzazione all’uso dello spray urticante da parte della polizia penitenziaria. Uno strumento che i sindacati definiscono di difesa, ma che molti osservatori considerano l’ennesimo tassello di una deriva repressiva nei confronti delle persone detenute. Il via libera è arrivato con un provvedimento firmato a fine anno da Stefano Di Michele, capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap). Una decisione che si inserisce in un quadro già segnato da sovraffollamento cronico, carenza di personale e compressione sistematica dei diritti fondamentali.

Italo Di Sabato

I numeri fotografano un’emergenza ormai strutturale. Al 30 novembre 2025, nelle carceri italiane erano recluse 63.868 persone a fronte di circa 45.000 posti realmente disponibili: quasi 18.000 detenuti in più rispetto alla capienza effettiva. In Molise il rapporto è persino più drammatico, con 427 persone recluse per 269 posti. Tra i detenuti si contano 2.772 donne e 20.211 stranieri; in Molise gli stranieri sono 79. Una situazione che non migliora, nonostante gli annunci politici, e che continua a produrre effetti devastanti sul piano umano, giuridico e sociale.
C’è però un aspetto di questo disastro umanitario e civile su cui si riflette ancora troppo poco e che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore lo Stato di diritto: il sovraffollamento non è solo un problema logistico, ma una forma di maltrattamento. È negazione dei diritti umani basilari e della dignità personale. Vivere stipati, senza spazi, senza attività, senza cure adeguate, significa subire una violenza quotidiana che segna il corpo e la mente.
Questo meccanismo produce un effetto perverso: il detenuto, anziché essere accompagnato a una riflessione critica sul reato commesso e a un percorso di responsabilizzazione, è spinto a percepirsi come vittima di un’ingiustizia continua. La pena perde così ogni significato rieducativo e viene vissuta esclusivamente come punizione ottusa e incomprensibile. Il tempo della detenzione non diventa tempo di cambiamento, ma tempo di difesa e sopravvivenza. Le istituzioni vengono percepite come un nemico che tenta di annientare l’identità psicofisica della persona detenuta, non come un riferimento di legalità e reintegrazione.
Questo maltrattamento strutturale non solo viola apertamente l’articolo 27 della Costituzione, ma espone l’Italia a continue condanne internazionali: dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura alla Corte di Strasburgo, alla Cedu, fino alle denunce di organizzazioni umanitarie come Amnesty International e Medici Senza Frontiere. Soprattutto, alimenta un’altissima percentuale di recidiva. Da condizioni di non-vita non può che uscire un individuo peggiore, che potrà arrivare a giustificare nuovi reati anche come forma di rancore e vendetta per ciò che ha subito in carcere.
Il paradosso è che il sistema continua a riempirsi senza alcuna strategia credibile di deflazione. In assenza delle riforme strutturali più volte richiamate, ogni mese entrano in carcere mediamente circa 1.000 nuove persone. Un semplice calcolo aritmetico dimostra l’insostenibilità del modello: il ritmo di ingresso dei cosiddetti “nuovi giunti” è immensamente più rapido rispetto a quello necessario per costruire nuovi istituti penitenziari. Il risultato è che le carceri sono già oggi sovraffollate “sulla carta” e, continuando così, nel giro di tre anni la popolazione detenuta potrebbe superare abbondantemente le 100.000 unità.
Eppure, le alternative esistono. Dei 63.868 detenuti presenti in Italia, 9.714 sono in attesa di primo giudizio e 47.813 hanno una condanna definitiva. Il 38% delle persone recluse ha una pena residua inferiore ai tre anni, e il 12,6% addirittura inferiore all’anno: soggetti che potrebbero accedere a misure alternative alla detenzione. Misure che non significano impunità o incertezza della pena, ma una modalità diversa e più efficace di scontarla, capace di produrre sicurezza reale grazie a tassi di recidiva enormemente inferiori.
Il carcere italiano, invece, continua a produrre sofferenza e morte. Il 2025 ha segnato ben 241 persone decedute in carcere, di cui 80 per suicidio. Molti erano giovani o giovanissimi. Un dato che racconta meglio di qualsiasi slogan lo stato di abbandono in cui versa il diritto alla salute dietro le sbarre.
Neppure l’anno del Giubileo ha invertito la rotta. Le speranze accese dagli appelli di Papa Francesco si sono infrante contro una visione carcerocentrica che continua a considerare la privazione della libertà come risposta primaria a ogni conflitto sociale. Ancora più allarmante è la situazione delle carceri minorili: con il Decreto Caivano il numero dei giovani detenuti è aumentato fino a circa il 50% in più rispetto al passato. Molti ragazzi vengono trasferiti nelle carceri per adulti al compimento dei 18 anni, interrompendo bruscamente percorsi educativi e vanificando ogni possibilità di recupero.
In questo quadro, amnistia e indulto non appaiono come atti di debolezza, ma come strumenti costituzionali di buon governo. Provvedimenti necessari per affrontare il sovraffollamento carcerario e l’enorme arretrato dei procedimenti penali, che da decenni il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa definisce incompatibili con i principi di uno Stato di diritto. Una giustizia che arriva troppo tardi è una giustizia negata, tanto per le vittime quanto per i rei.
Negare il problema o criminalizzare chi propone soluzioni non ne cancellerà la verità. Lo dimostra anche l’assemblea nazionale convocata per il prossimo 6 febbraio a Roma da un ampio fronte di associazioni, movimenti e operatori del settore. Sarà un’occasione importante per ascoltare non solo volontari e garanti, ma soprattutto chi lavora ogni giorno nelle carceri: agenti, educatori, insegnanti, sanitari. Tutti accomunati dalla stessa consapevolezza: così non si può andare avanti.
Resta la speranza – da incarnare e non solo da proclamare – che il nuovo anno segni un’inversione di rotta. Perché il carcere, così com’è oggi, non è solo un fallimento del sistema penale. È una ferita aperta nella democrazia.

* Coordinatore Osservatorio Repressione

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