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sabato, Aprile 13, 2024

Un NO sociale all’autonomia differenziata

EvidenzaUn NO sociale all’autonomia differenziata

di Italo Di Sabato

“Baratro”, “provvedimento eversivo”, “disastro”. Molti sono i termini forti che vengono utilizzati per definire il progetto di autonomia differenziata elaborato dal Ministro Calderoli e approvato in prima lettura al Senato.

Il suo carattere devastante e i suoi effetti duraturi sono infatti di tale portata che ogni persona che analizzi il provvedimento con attenzione e abbia a cuore il bene comune, si sente in dovere di dare l’allarme e, conseguentemente, di attirare l’attenzione sul suo carattere eversivo, evidenziandone la pericolosità sociale.

Anche perché i media, che concorrono a formare il senso comune, non svolgono in alcun modo il loro compito di informare i cittadini circa gli effetti dirompenti del DDL Calderoli: o sono conniventi per schieramento politico, o sono conniventi per schieramento sociale come la Confindustria del Nord. Non sono certo delle sentinelle nella notte, non aiutano i cittadini a orientarsi nei guai che gli stanno per capitare tra capo e collo.

Da questo punto di vista, è forse corretto definire il disegno leghista una valanga: quando parte appare ed è poca cosa, praticamente irrilevante; poi, nella sua discesa, si ingrandisce, fino ad acquisire una forza enorme, in grado di spazzare via case, alberi, animali, persone. Il DDL Calderoli è come una valanga pilotata: serve a determinare il distacco della valanga e a garantire che questa, una volta partita, non possa più essere fermata. L’Autonomia differenziata è un atto di guerra contro il popolo italiano, un atto subdolo perché congegnato in modo che quando i suoi effetti cominceranno ad essere visibili non sia più possibile fermarlo. Una valanga quindi o – se volete – una bomba a scoppio ritardato, di quelle che si usano negli attentati. Perché il progetto del governo Meloni è un attentato alla Costituzione, alla Repubblica, ai diritti del popolo italiano. Nulla di meno.

Il contesto

Con la crisi della globalizzazione, a partire dal 2008, il tema dell’intervento pubblico in economia è tornato di attualità. Gli stati nazionali, che negli anni ruggenti del neoliberismo venivano descritti come residui del passato, sono tornati ad avere un ruolo centrale nell’accumulazione capitalistica: direttamente o attraverso aggregazioni macroregionali. I governi più accorti sono stati molto attenti a difendere la propria industria, la ricerca, a favorire la crescita di proprie industrie leader di settore e così via. Gli “aiuti di stato”, dopo essere stati messi al bando in Unione Europea, sono tornati in auge a livelli impensabili: basti pensare all’economia di guerra e alla riconversione ambientale e digitale che si fonda totalmente sul finanziamento statale delle imprese. Non solo gli stati – o le loro aggregazioni macroregionali – sono tornati al centro della scena ma proprio la loro dimensione, la loro capacità di intervenire sul piano quantitativo e qualitativo è oggi dirimente all’interno della competizione internazionale. La guerra ha fortemente accentuato questa dinamica.

In questa situazione, cosa si propone il DDL Calderoli? Di spezzettare lo stato italiano in una ventina di staterelli impossibilitati – per dimensione, peso economico, risorse, competenze, mercato interno – a sostenere il proprio tessuto economico. In pratica l’apparato industriale italiano – fondato su un tessuto di piccole, piccolissime e medie imprese – si troverebbe senza alcuna protezione statale, con le spalle scoperte. Già oggi l’assenza di politiche industriali pesa in modo drammatico, e lo spezzettamento dell’apparato statale determinerebbe una accentuazione di questo problema.

Tutti più deboli e più privatizzati

Se venisse meno lo stato nazionale, questa situazione, fondata sui bassi salari e sull’asservimento del pubblico alla pura compressione dei costi, sarebbe destinata ad aggravarsi duramente. In pratica ogni regione non potrebbe far altro che cercare di rendere più competitivo il proprio territorio riducendo costi, tasse e diritti, togliendo vincoli ambientali, in modo da essere più appetibile nella ricerca di investimenti.

In assenza di una qualsiasi sovranità economica e produttiva, i nostri microstati sarebbero spinti a svendere il lavoro ed il territorio. Non a caso l’Autonomia differenziata porta con sé le privatizzazioni, la messa in discussione dei Contratti nazionali di lavoro, i diritti dei lavoratori e dei cittadini. Se il sistema paese viene esposto al massimo della concorrenza senza alcuna protezione, l’unica strada è quella della compressione progressiva e differenziata dei diritti dei cittadini e dei lavoratori. Punto. Questo significa che l’Autonomia differenziata è destinata non solo ad aumentare le diseguaglianze tra le regioni, ma anche a ridurre la ricchezza complessiva dell’Italia e a distruggere la sfera pubblica. Impossibilitato a giocare un ruolo sullo scacchiere europeo o mondiale, il nostro paese sarebbe un caso evidente di territorio privo di sovranità effettiva. L’Autonomia differenziata produce quindi una differenziazione interna al paese; il gioco, però, non è a somma zero o positiva – come dice la compagine governativa – ma negativa: anche le regioni più ricche saranno più deboli di prima.

L’attacco al Sud

Questo declassamento complessivo dei “sistema paese” si sommerà al drammatico aumento delle diseguaglianze tra le diverse regioni. Per il Mezzogiorno d’Italia l’approvazione di questo provvedimento produrrebbe una devastazione difficilmente immaginabile, con effetti cumulativi destinati a sommarsi in tempi non lunghi. Dai diversi livelli retributivi, ai diversi standard di tutti i servizi, alla frantumazione localistica del diritto allo studio, alla diversità di livelli di tutela ambientale e paesaggistica. L’Autonomia differenziata rappresenterà il deciso peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle regioni più povere. Il fulcro dell’autonomia differenziata è una guerra tra i poveri destinata a rendere tutti più poveri.

La distruzione della democrazia

Insieme ai diritti sociali, sono ovviamente sottoposti a compressione anche i diritti democratici, perché il disegno del governo è quello di accompagnare l’autonomia differenziata al presidenzialismo. In questo modo il Parlamento, stretto tra i governatori regionali in basso e il Presidente in alto, verrebbe svuotato di ogni potere effettivo. La drastica riduzione del ruolo delle assemblee elettive coinciderebbe a maggior ragione con un effettivo svuotamento del significato profondo della Repubblica. Lo stato unitario previsto dalla Costituzione, garante della sicurezza individuale e sociale dei cittadini e del loro benessere, tenderebbe a scomparire per lasciare il posto a microstati che legiferano per ridurre il costo della produzione di merci e della riproduzione sociale. Insomma: il paradiso dello sfruttamento.

È del tutto evidente che, se è vero che viene a mancare allo stato italiano la funzione fondamentale relativa alla sicurezza sociale dei cittadini, non scomparirebbe però l’altra funzione che caratterizza lo stato moderno: il monopolio della forza fisica legittima. La tendenziale scomparsa dello stato sociale non cancellerebbe il ruolo dello stato come garante dell’ordine pubblico, anzi: l’affievolirsi del ruolo pubblico nella tessitura sociale affiderebbe alla repressione statale e alle istituzioni di carità la gestione della frantumazione sociale e della guerra tra i poveri. Una Italia più diseguale e più povera in cui il ruolo dello stato passerebbe dalla garanzia del “benessere” a quella di gendarme, gestito dal Presidente, e in cui le istituzioni caritatevoli garantirebbero l’assistenza e “l’educazione morale” degli impoveriti.

Il regime presidenziale è meno democratico di un regime parlamentare in ogni situazione, come si vede bene guardando all’esempio francese. Deve però essere ben chiaro che, nello scenario generato dell’autonomia differenziata, il Presidenzialismo è destinato a dare il peggio di sé, privo come sarebbe di contrappesi e contropoteri istituzionali e sociali. Il tratto plebiscitario intrinseco nel presidenzialismo sarebbe in questo caso ingigantito, ed esso sarebbe difficilmente catalogabile come un regime democratico. Le italiane e gli italiani verrebbero chiamati a identificarsi nell’uomo o dalla donna della provvidenza, di volta in volta vincenti in tornate elettorali fagocitate dai media mainstream.

Chi vuole questo?

E’ del tutto evidente che questo modello sociale non è auspicabile per la grande maggioranza della popolazione. Non solo per gli strati popolari, ma anche per larghe fasce benestanti e imprenditoriali.
Bisogna allora chiedersi su quali basi cammina questo delirio organizzato, e quindi quali siano i punti di debolezza su cui far leva per arrestarne la sua “resistibile ascesa”.

Innanzitutto la legge approvata in Senato non è un progetto, ma un intreccio perverso tra micro interessi privati, politici ed economici, che si sostengono a vicenda senza però diventare un interesse collettivo.

Un accrocchio di interessi privati

Il primo accrocchio di interessi privati è quello del gruppo dirigente della Lega, e segnatamente dei presidenti di regione, che rappresentano il vero punto forte del Carroccio odierno. Per una Lega in palese crisi di identità e progetto, l’Autonomia differenziata rappresenta un elemento simbolico attorno a cui cercare il proprio rilancio. Tutto questo viene presentato al Nord come una formidabile occasione per “spiccare il volo” sganciandosi dal Mezzogiorno, ma nulla viene detto riguardo alle conseguenze negative del progetto. Si ha l’impressione che dietro l’utilizzo spregiudicato della tecnica parlamentare da parte di Calderoli vi sia semplicemente il tentativo di far velocemente approvare un provvedimento, rendendolo irreversibile, senza farlo capire. Nemmeno ai parlamentari, e tanto meno al complesso dei cittadini italiani.

Il secondo aggregato di interessi privati è dato da quel tessuto imprenditoriale del Nord Italia che fa parte delle catene di subfornitura dell’industria tedesca e che pensa, attraverso l’Autonomia, di ridurre i costi e la burocrazia, garantendosi la permanenza nell’orbita tedesca. Non stiamo parlando di tutti gli imprenditori italiani, e tanto meno di tutti i cittadini del nord. Gli strati sociali che al Nord spingono per l’Autonomia differenziata non sono portatori di interessi generali, ma semplicemente rappresentanti di interessi privati, specifici, “particolari”.

Non si dica che questi imprenditori in realtà difendono più complessivamente l’occupazione delle regioni del Nord, perché nessuno è in grado di sapere cosa succederà in campo occupazionale, in un contesto in cui i salari diretti e indiretti sono destinati a scendere, la precarietà a salire, il mercato interno a restringersi drasticamente e l’economia di guerra a trasformare il volto dell’Europa.

Il terzo interesse privato in ballo è quello della destra fascistoide che, in cambio dell’Autonomia differenziata, si porta a casa il Presidenzialismo. Com’è del tutto evidente, quest’ultimo rappresenta una storica rivendicazione della destra italiana in generale, e di quella fascista in particolare. Non è un segreto che la cultura autoritaria della destra italiana preferisca gli uomini con pieni poteri alla dialettica politica e i plebisciti alle elezioni. Non si è fascisti per nulla. Ma anche in questo caso il dato simbolico copre una sostanza assai diversa: come abbiamo visto, il presidenzialismo previsto dall’Autonomia differenziata potrà avere pieni poteri nella gestione dell’ordine pubblico, ma certo non nel progettare lo sviluppo del paese. Se il presidenzialismo è pensato per sintetizzare in un’unica figura l’italico spirito e il comune sentire della nazione, qui siamo decisamente da un’altra parte: il presidenzialismo come inutile orpello di una comunità nazionale frantumata sin nelle radici. Inoltre, visto che le intese previste tra lo stato italiano e le regioni si caratterizzano, a tutti gli effetti, come accordi di diritto esterno tra “potenze sovrane”, è chiaro che, una volta innescato, il meccanismo è irreversibile: lo stato italiano non avrà più la possibilità, il diritto, la legittimità di riportare al suo interno le competenze che oggi consegna alle regioni. Salvo che le regioni non intendano rendergliele; ma, appunto, stiamo parlando di rapporti tra stati, non del decentramento dello stato italiano. E il presidente, che cosa presiederebbe?

Non proseguo oltre, se non per invitarvi a riflettere su una cosa: com’è possibile che interessi privati così limitati e così mal assemblati possano dar luogo a un attentato alla Repubblica di queste dimensioni? Per dirla meglio, com’è possibile che l’opposizione a questa operazione sia ad oggi così limitata?

Dove risiede il punto di forza di questo golpe bianco?

La vera forza di questa operazione politica risiede nell’egemonia reale che l’egoismo territoriale leghista ha avuto sul centro sinistra. Il punto vero è che il centro sinistra, così come ha incorporato l’ideologia neoliberista, ha incorporato anche l’ideologia leghista del conflitto tra territori. Temperata ma assai presente.
Nel momento in cui il centro sinistra è ancorata all’abbandono della divisione di classe come punto di vista da cui guardare alla società, l’intreccio tra liberismo economico e concorrenza tra i territori è diventato l’ideologia dominante del centrosinistra. E’ doveroso ricordare come la riforma del titolo V della Costituzione – che è la madre del DDL Calderoli – venne varata dal governo Amato nel 2001. Erano gli anni in cui Massimo D’Alema parlava della Lega Nord come di una costola della sinistra e in cui il centrosinistra pensava di poter continuare a governare, inseguendo la Lega sul terreno del federalismo egoista. In questo modo, il centrosinistra ha fatto apparire la linea politica della Lega come un’istanza generale e universale, come una necessità del paese, fatta salva la necessità di mitigarne i toni e ingentilirne le espressioni.

Non a caso le firme degli accordi preliminari tra regioni e governo in merito all’intesa prevista dall’articolo 116, terzo comma della Costituzione vennero apposte il 28 febbraio 2018 con il governo Gentiloni. Giova ricordare a questo riguardo che una delle tre regioni che firmò queste pre-intese fu la regione Emilia Romagna, guidata dal PD, con Bonaccini presidente e Elly Schlein vicepresidente.
L’autonomia differenziata non ha quindi una sua forza intrinseca: galleggia su un senso comune – diffuso a piene mani dal centro sinistra – fondato sulla convinzione che ogni devoluzione di potere, dal centro alla periferia, sia di per sé positivo. Non a caso Calderoli, alle numerosissime obiezioni che vengono mosse al suo DDL, non risponde mai nel merito, ma fa sempre riferimento al fatto che quando erano al governo, i suoi critici di centrosinistra, “erano d’accordo”.

La palese strumentalità del centrosinistra, che cambia posizione a seconda della propria collocazione politica, è infatti uno dei fattori che più rafforzano la sgangherata operazione di Calderoli. Nel merito infatti la situazione è semplicemente imbarazzante, in quanto è palese che il progetto Calderoli non sta in piedi, e le evocazioni positive sono completamente infondate come ha fatto notare l’ultimo rapporto della Svimez.

Rimettere al centro la questione sociale

Potremo contrastare il disegno dell’autonomia differenziata solo se saremo capaci di riportare la questione sociale al centro dell’agenda politica e farla diventare la vera emergenza nazionale.

Il progetto è destinato ad avere un impatto molto pesante sulle condizioni di vita, aumentando le disuguaglianze e favorendo un’ulteriore riduzione dei servizi. Ma per spiegarlo e denunciarne i pericoli abbiamo bisogno di parlare delle condizioni reali in cui si produce oggi lo sfruttamento.

Tecnicizzare la discussione sull’autonomia differenziata e circoscriverla a tema complesso per esperti di diritto sarebbe un errore imperdonabile. La questione va portata nelle piazze e sui posti di lavoro, legandola alle battaglie per l’occupazione e contro il precariato, per la difesa dei servizi pubblici e del sistema sanitario pubblico, nelle lotte per il salario e per rinnovi contrattuali veri, capaci di recuperare il potere d’acquisto che abbiamo perso in questi anni.
Per parlare di autonomia differenziata dobbiamo partire dai territori, dai paesi che fanno i conti con i processi di spopolamento ed espropriazione dei servizi, con i lavoratori che saranno sempre più ricattati nei luoghi di lavoro, i precari, il mondo contadino, il personale della sanità cronicamente in affanno e sottopagato, gli ex-percettori del reddito di cittadinanza e dai lavoratori della ristorazione, super-sfruttati e con salari da fame. A tutti questi soggetti, l’autonomia differenziata ruberà il futuro

Conclusione

In questa situazione mi pare che tre siano le contraddizioni che emergono con maggiore nettezza e su cui fare leva.
La prima è data dai danni che subirebbe il Mezzogiorno dall’inveramento delle perverse fantasie del Calderoli. Il Sud è destinato a prendere una botta mortale.

E’ necessario fare leva su questo dato per cercare di costruire una forte opposizione nel Mezzogiorno. Per le ragioni sopraesposte, non è pensabile avere un generale movimento di opinione nel paese contro l’Autonomia differenziata. Per come ci siamo arrivati a questa vicenda, solo coloro che sono più direttamente e chiaramente colpiti dal provvedimento possono determinare un salto di qualità nella discussione politica. Occorre quindi agire su tutti i livelli per costruire, nel Sud, una coalizione contro l’Autonomia differenziata: dal mondo politico al mondo culturale a quello sociale. In particolare, serve una ribellione democratica contro questo provvedimento. Il solo dibattito politico e culturale non fermerà Calderoli! Solo una mobilitazione sociale radicale nel Mezzogiorno, anche puntiforme ma dura e chiara nell’indirizzo, può aprire una discussione di massa nel paese e fermare il governo.

Il secondo è un terreno impervio ma non eludibile: se vogliamo costruire un mondo fondato sull’eguaglianza e la cooperazione al posto di un mondo fondato sulla competizione e sul conflitto militare ed economico, perché dobbiamo scardinare il poco di solidarietà presente nella comune appartenenza ad un unico stato? Io penso che lo stato vada profondamente riformato, garantendo forti elementi di autogestione delle comunità locali in una prospettiva di confederalismo democratico, di autogoverno solidale delle comunità locali. Ma questa prospettiva autogestionaria e solidale non ha nulla a che vedere con la trasformazione degli stati in una pura gestione della riproduzione della forza lavoro a basso costo. L’autonomia differenziata di Calderoli non è un passo avanti verso il federalismo solidale, ma un passo indietro verso l’ancien regime. Anche le proposte del PD e circonvicini, che figliano dalla stagione della modifica del Titolo V della Costituzione senza rovesciarne la logica, sono parte del problema e non della soluzione. La lotta contro ogni autonomia differenziata, proprio per essere credibile e non essere tacciata di strumentalismo e di tatticismo, deve partire dalla messa in discussione della Modifica del Titolo V della Costituzione. In altri termini, occorre indicare una strada di sviluppo dell’autogoverno popolare che sia opposta a quella voluta dalla Lega e quindi anche a quella sancita nella manomissione del Titolo V da parte del centrosinistra.

Da ultimo, penso sia necessario aprire una specifica offensiva sulle contraddizioni presenti nella destra: è infatti del tutto evidente che, in un contesto in cui le regioni possono diventare titolari di 23 materie, non solo perderanno potere le assemblee elettive, ma anche, come abbiamo ricordato, lo stato italiano e con esso il futuro Presidente. Nell’impossibilità di incidere anche minimamente sulle principali variabili economiche, il loro ruolo regredirà sempre di più alla gestione dell’ordine pubblico e della partecipazione alle guerre che la NATO deciderà di volta in volta. Non che ai fascisti non piacciano manganelli e carri armati, ma certo non possono far leva solo su questi per costruire consenso e alimentare le dinamiche nazionaliste di cui si riempiono la bocca. Anche su queste contraddizioni occorre fare leva, contro i patrioti che vogliono distruggere la patria, avendo ben presente che il progetto di manomissione Costituzionale voluto da Renzi venne sconfitto da un fronte ampio ed eterogeneo. Lo stesso che dobbiamo costruire oggi.
Costruire una coalizione per la difesa della Costituzione e del suo spirito originario è e rimane l’unico punto fermo politico su cui ci dobbiamo e ci possiamo attestare per sconfiggere i progetti reazionari, ieri di Renzi e oggi di Calderoli e Meloni.

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