Riconsacrazione della Cattedrale di Trivento avvenuta 297 anni fa, oggi la solenne celebrazione presieduta dal vescovo Claudio Palumbo. Nel 1726, quando il vescovo della Diocesi era monsignor Alfonso Mariconda, venne riconsacrata la Cattedrale. In occasione dell’anniversario, oggi 20 gennaio alle ore 18, presso la Cattedrale, si terrà la solenne concelebrazione eucaristica presieduta dal vescovo Claudio Palumbo. Tutti i fedeli triventini – l’appello della Curia – sono invitati a prendere parte. Riportiamo di seguito il profilo del vescovo Mariconda e una poesia dedicata alla cattedrale, ad opera del vicario don Mimì Fazioli. Se il settecento era iniziato per i Triventini con un grandissimo Vescovo, Tortorelli, il secolo dei lumi continua con un altro pastore tra i più noti e infaticabili che la nostra Diocesi abbia mai avuto: mons. Alfonso Mariconda. Questi venne a Trivento nel 1717, proveniente da Napoli, certamente ricco e di sangue nobile, come mons. Giulio Cesare, forse anche suo parente. Nella tradizione orale è stato spesso confuso con il suo omonimo, sia quando gli vengono attribuite iniziative realizzate dall’altro che quando gli vengono sottratti i meriti che ingiustamente si ascrivono all’altrettanto illustre predecessore. Certo si è che in quasi tutte le chiese parrocchie della Diocesi vi è una qualche lapide che lo ricorda: in due anni riconsacrò quarantaquattro tra chiese ed altari. Pensate l’onere e la fatica di questo vero glob-trotter della Diocesi, solo si vogliono considerare i mille e mille disagi dovuti alle condizioni delle strade del tempo, ai mezzi di locomozione e alla enorme durata delle funzioni religiose annesse alle consacrazioni dei luoghi sacri. A proposito, quand’ero piccolo, mamma mi raccontava che a Frosolone, nella parrocchia di Santa Maria, l’arciprete Notte, ai ragazzi del catechismo, poneva spesso questa domanda “Cosa racconta mons. Mariconda?” e la risposta in filastrocca doveva essere “Mariconda racconta e dice / che questo luogo è il più felice, / il tredici luglio del millesettecentoventisette / le sue colonne egli ha tutte benedette, / con l’olio santo lo ha consacrato / e chi lo frequenta sarà certo beato”; e se qualcuno s’impappinava nella risposta, il dottissimo sacerdote lo faceva girare intorno all’altare perché potesse leggere la lapide che ricordava il memorabile evento e il nome dell’illustre presule. Ma torniamo alla storia, la fama di tanto infaticabile zelo e struggente passione verso i luoghi di culto dovevano essere noti anche oltre i confini della nostra Diocesi, tanto è che, quando Benedetto tredicesimo consacrò l’altare maggiore della Abbazia di Montecassino, al suo fianco insieme allora cardinale viceré di Napoli egli volle anche il nostro Vescovo, al quale riservò il grande privilegio di consacrare, nella stessa chiesa abbaziale, l’altare minore dedicato a san Giovanni Battista. A distanza di soli sei anni organizzò e portò a termine due importanti Sinodi diocesani, nel 1721 e nel 1727. Con rara abilità diplomatica ricompose dissidi di carattere giuridico che da anni ed anni intristivano la vita ecclesiale e contrapponevano la Curia triventina alla chiesa arcipretale di Castropignano sulla giurisdizione del clero locale e la stessa Curia con il Comune di Agnone. Ottenne da papa Benedetto tredicesimo per i canonici di Trivento il privilegio dell’uso del rocchetto che, imposto da lui nella festa dei santi Patroni del 1725, da allora è stato sempre poi indossato con giusto e civettuolo orgoglio dai componenti del Capitolo della Cattedrale. Prima di andare Arcivescovo di Aderenza-Matera in Lucania, 1735 (?), lasciò la somma di millecinquecento ducati per la fusione dei busti di san Nazzario e di san Celso, quelli che con tanta devozione il popolo triventino porta ancora oggi in processione ogni 28 luglio. In particolare la disposizione, minuziosa e dettagliata, riguardava anche il riutilizzo della testa del precedente busto di san Nazzario, sopra un busto completamente nuovo, mentre al contrario si doveva procedere alla fusione della testa di san Celso e delle mani di entrambe le statue preesistenti, perché a suo parere erano di “troppa scadente fattura”, per farne così due nuovi busti con l’aggiunta di nuovo argento. Le statue furono pronte solo nel 1742, accolte con grande giubilo al tempo del vescovo Palumbo, e da allora sono di quanto più bello e prezioso il tesoro della Cattedrale di Trivento conserva e la fede dei triventini onora. Altro merito di mons. Mariconda è stato quello di aver completato in Trivento il monastero delle Clarisse, famoso nel Molise per l’alto grado di stima che si è conquistato per la profonda spiritualità che diffondeva intorno e per mezzo della quale attraeva alla vita religiosa le fanciulle anche di nobile casato. In episcopio si può ammirare un espressivo ritratto di mons. Mariconda, rivestito del sacro pallio, il distintivo caratteristico degli arcivescovi, e da lui inviato a Trivento dopo che esser diventato arcivescovo

 

 

 

Antico e sacro Duomo di Trivento

dalla bella facciata di pietra grigia,

così ben ornato di simboli e colonne,

tanti, passando indaffarati e distratti,

appena ti volgono lo sguardo

di te restano ammirati ed estasiati.

 

Pochi sanno però quanto tu,

di questa gloriosa città,

di questa vetusta nostra Diocesi,

per secoli, sia stato e resti

il centro, il cuore, l’anima.

Eppure ogni triventino verace,

sia pure emigrato in terre lontane,

ti sogna sovente

e, nel ripensare nostalgico a te,

sicuramente rimpiange

l’austera bellezza della quieta

e silenziosa tua piazza,

sulla quale t’affacci maestoso

e che tu imponente domini.

 

E’ proprio allora che, riempiendosi

gli occhi di ricordi e di lacrime,

ognuno, fiducioso e commosso,

chiede ai Santi Patroni Nazario, Celso e Vittore

una particolare e santa benedizione.

Tu sei sempre nei nostri cuori,

amato e ammirato monumento di fede,

a tutti ridoni momenti lieti e sereni.

Ebbene, come custodisci

da secoli nel tuo grembo

la splendida cripta di san Casto,

prezioso scrigno di storia e di arte,

aiutaci a conservare orgogliosi

la fede, la speranza e la pace.

 

Quanti ti passano vicino,

se entrano poi, o spinti da curiosità

o con atteggiamento pio e devoto,

restano conquistati subito e rapiti

dalle navate tue ampie e severe.

Tu diventi per loro l’amico di sempre,

il geloso custode d’una vita di grazia,

da trascorrere a servizio del mondo,

da testimoniare alla luce del vangelo.

 

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