di Domenico Di Lisa

Le vicende giudiziarie che stanno investendo il Parlamento europeo -Qatargate- e, prima ancora,
quella riguardante la famiglia della compagna di Soumahoro, ripropongono in modo prepotente e
drammatico quella che è stata definita “questione morale”. E questa volta, almeno per ora, non
rimanda alle malefatte ed alle cialtronerie di esponenti della destra ma a quelli riconducibili a quel
che rimane, poco, della tradizione, nobile, della sinistra storica.
Ma davvero la definizione di “questione morale” è appropriata ed esauriente per la mole e l’entità
dei problemi che solleva, da quanto al momento è dato conoscere, o invece rivela il suo carattere
strutturale di “questione politica” e “democratica”? Cosa è stato stravolto nelle dinamiche interne
ai partiti determinando la riduzione o lo svilimento della vita associativa e la contemporanea
creazione di canali decisionali paralleli a quelli istituzionali?
Nel corso degli anni sono emersi non solo violazioni di leggi e gravi reati di corruzione ma della
alterazione dell’essenza stessa dei partiti che ha finito per ridurli a docile strumento per le nomine
dei parlamentari e/o in enti o società, degradandoli a lobby di pressione e di più o meno
sistematica distorsione delle regole democratiche, anche, interne.
A volte si è trattato del dominio incontrastato, o poco efficacemente contrastato, di un leader;
altre volte dello stabilizzarsi di un governo dei notabili e di oligarchie divenute via via meno
responsabili rispetto alla loro base associativa ed elettorale.
Particolare non da poco è che Berlinguer, nella storica intervista a Scalfari nel 1981 si riferiva ai
partiti allora al governo, oggi il problema travolge gli stessi eredi del P.C.I.
In verità già allora non pochi all’interno dello stesso Partito Comunista ritenevano che l’etica
pubblica, cioè il giudizio morale su certi comportamenti politici, fosse una fuga dalla strategia
politica, o un rifugio in un ideale di purezza che equivale a “non partecipare al presente”, a “non
occuparsi più di comprenderlo”.
L’etica pubblica, invece, soprattutto per i militanti e gli elettori della sinistra, costituisce una base
necessaria della legittimità democratica dei governanti, e quindi la precondizione di qualsiasi
azione e giudizio politico.
L’etica pubblica non è una fuga dalla politica, ma uno dei fondamenti della democrazia. E nel
momento in cui i cittadini sono responsabili delle azioni di governanti “democraticamente eletti”,
diventano responsabili anche della loro condotta, al limite anche di parte della loro condotta
privata. Se i cittadini pensano che una certa condotta dei politici sia immorale, questo non è base
per giudizi penali ma è indubbiamente base di giudizi politici, giudizi che possono, e secondo me
devono, portare a comportamenti elettorali conseguenti.
Nessuno, o quasi, si pone ormai il problema di andare oltre il rispetto delle leggi, ovvero di
improntare le proprie scelte non solo al rispetto della legalità ma alla difesa dell’interesse
pubblico, degli interessi generali, dell’etica pubblica. Solo chi non vuol vedere non si rende conto
che ci sono tantissime scelte che pur essendo penalmente irrilevanti sono politicamente ed
eticamente censurabili, scorrette.

Da tempo, gradualmente ma costantemente, anche nei gruppi dirigenti dei partiti di sinistra, è
aumentato, fino a diventare preponderante, il numero di coloro che ritengono che l’etica e la
politica siano due categorie diverse: uno è il campo della morale, l'altro quello della politica.
La inevitabile conseguenza della scissione netta tra la politica e l’etica rappresenta lo
stravolgimento dell’essenza stessa della politica e dei partiti, che hanno finito per concepire la
gestione del potere come fine e non come mezzo, strumento per cambiare questa società, e la
politica come carriera, come successo personale, come potere, forse anche come corruzione.
Quindi nei partiti non ci sono persone oneste e perbene? Certamente sì. Ci sono, ma non hanno
peso perché da tempo i meccanismi di selezione e di promozione negli organismi dirigenti interni e
nelle istituzioni, sono stati sovvertiti e una persona onesta, libera, competente, rappresenta,
paradossalmente, non un valore ma un pericolo per il sistema.
In questa cornice è stata inevitabile anche la metabolizzazione delle logiche del calcio-mercato,
per cui pur di vincere si è evitato accuratamente una seria ed approfondita analisi sulla perdita di
consenso ad ogni tornata elettorale ed è diventato normale, per vincere e gestire il potere,
candidare nelle proprie liste personaggi, quasi sempre mediocri e spesso screditati, appartenuti
fino al giorno prima allo schieramento opposto.
Ed è un fatto che ormai la politica, tout court, sa e ritiene che dispensare posti di sottogoverno,
profumatamente remunerati, elargire favori, raccomandazioni, porti più voti di un bel programma
politico. E non solo al sud.
A questo punto, il superamento di questo sistema marcio e dannoso per la collettività non è né
semplice né rapido e paradossalmente richiederebbe, nell’immediato, costi elevati in termini di
consenso elettorale che nessun gruppo dirigente, il cui unico scopo è la propria sopravvivenza,
mette in conto di pagare. Cosicché le maggioranze politiche che si succedono alla guida del Paese
hanno fatto e fanno a gara nel denunciare la malattia e nell’evitare, al contempo, la responsabilità
della cura. Ma non c’è scorciatoia, alternativa.
Per la sinistra si tratta di avviare una vera e propria impresa, un cantiere, che non ha molto a che
vedere con l'idea di "inclusività" di ceto politico biascicato da coloro che ancora non trovano il
coraggio di analizzare in modo franco, sincero, le ragioni, che vengono da lontano, del disastro
politico provocato, ammettere le proprie responsabilità e lavorare per far emergere una nuova
classe dirigente, non i loro cloni, lasciando la testa del convoglio per spingerlo, eventualmente,
dalle retrovie. L'alternativa non può essere affidata all'attuale ceto politico incapace e tanto
screditato da non essere credibile neanche come opposizione.
Il re è nudo e quel che rimane della sinistra, privata degli strumenti del potere, si dimostra esso
stesso vittima della mutazione genetica che ha subito nel corso degli anni ed incapace di articolare
una qualsiasi forma efficace di opposizione, di proposta, per riavvicinare, rimotivare e riagganciare
gli strati sociali che in via teorica avrebbe dovuto rappresentare. Anche al cospetto di un governo
di destra che, come è evidente dalle prime scelte operate, adotta provvedimenti per molti aspetti
antidemocratici o reazionari, si accanisce contro i più deboli ed i cittadini onesti e si appresta a
disarticolare definitivamente quel che resta dello Stato.
Se la sinistra vuole provare a scongiurare di rassegnarsi alla marginalità ed alla irrilevanza politica e
sociale deve trovare il coraggio di superare il proprio gruppo dirigente, a tutti i livelli, responsabile

non solo del disastroso esito elettorale ma della incapacità anche di immaginare un mondo
diverso, di farsi interprete e di rappresentare le istanze dei ceti subalterni, dei lavoratori, dei più
deboli, degli emarginati, dei diseredati, della distruzione di quel grande patrimonio di idee di
giustizia sociale, di uguaglianza, di passione per la politica, di valori, che hanno sempre
orgogliosamente contraddistinto i suoi militanti ed i suoi elettori.
Una sinistra che non rappresenti più "il problema" ma una possibile soluzione. In Italia una sinistra
c'è, è fatta di uomini e donne che hanno subito sulla propria pelle umiliazioni, discriminazioni. Da
molto tempo non esiste sul piano delle organizzazioni politiche, delle offerte elettorali, della
rappresentanza istituzionale, ma è presente nella società. In gran parte è disillusa, si astiene nelle
competizioni elettorali, testimonia le proprie idealità ed esplica la propria azione nei meandri della
vita civile.
Ci sono ancora persone, giovani, che vorrebbero impegnarsi nel processo di ricostruzione di una
sinistra egualitaria e libertaria, moderna, ma non hanno e non trovano gli strumenti, i mezzi, gli
spazi, i luoghi, le organizzazioni per farlo.
E’ una sinistra amareggiata, sfiduciata, ma non arresa. Sono certo che se un gruppo dirigente
nuovo, nel senso di credibile, provasse a rimotivarla attraverso un progetto politico di profondo ed
ampio respiro, a coinvolgerla non strumentalmente, potrebbe superare la passività con la quale
assiste alla distruzione della più nobile tradizione politica italiana, costruita con le lotte ed il
sangue di milioni di persone, per ottenere una società più equa, più libera, più democratica, più
inclusiva, e potrebbe fornire le energie per la ripartenza.
Riaprire una prospettiva di futuro, nonostante tutto, è compito che spetta alla sinistra. Una sinistra
rinnovata, vera, degna di questo nome. Perché, paradossalmente, in un mondo globalizzato nel
quale le disuguaglianze sono aumentate ed aumentano sempre più e si sommano alla grande
emergenza climatica ed ambientale, al dramma di una guerra planetaria, che non è più un tabù e
viene evocata con sempre più leggerezza e superficialità, mettendo in discussione la stessa
sopravvivenza del genere umano, c’è bisogno di più sinistra.
Campobasso 12.01.2023

Domenico Di Lisa

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