Di Angelo Persichilli
Avere talento è un dono della natura, gestirlo bene richiede sacrificio, ma sapere uscire di scena o accettare il naturale ridimensionamento delle proprie capacità fisiche richiede umiltà e intelligenza. Si chiama invecchiare con grazia. Tre grandi, due del mondo dello sport, l’altro della lirica, stanno invece avendo qualche difficoltà ad accettare questa inesorabile legge della natura rischiando così di perdere parte del prestigio derivante dal dono che la natura ha fatto loro.
Mi riferisco a Serena Williams, Cristiano Ronaldo e Placido Domingo. La prima è stata grandissima nel mondo del tennis, il secondo è stato bravissimo a tirare calci al pallone, il terzo a deliziarci per anni con la sua voce vellutata e nello stesso tempo potente.
Purtroppo, come spesso accade ad artisti superdotati come loro sono, essi considerano i loro meriti una eredità di famiglia, un qualche cosa di personale ed eterno e quindi non soggetto alle leggi della natura.
Dovrebbero sapere che ciò che natura dà, prima o poi riprende in base a leggi che vanno al di sopra delle nostre capacità. Confondiamo ciò che ci arriva come dono, con un diritto naturale e personale. Il declino di questi tre grandi artisti, a prescindere da alcune vicissitudini personali che potrebbero averlo accelerato (Ronaldo e Domingo), rientra in questo contesto e che una persona intelligente dovrebbe capire e accettare con classe. Il talento segue un percorso che richiede impegno, sacrificio, serietà e consapevolezza dei propri mezzi, ma anche accettazione dei propri limiti dettati dalla natura. Se non si capisce questo, si sperpera un prestigio accumulato meritatamente durante anni di brillante carriera e si sfocia nel patetico, nel ridicolo.
Di questo problema non sono vittime solo i campioni ma anche gente comune come noi.
A volte per strada incontro persone di una certa età, uomini e donne, vestiti come teenager che vorrebbero essere eleganti e aitanti, che rincorrono, all’indietro, una gioventù che non esiste più e che invece mettono in mostra solo la loro frustrazione. Sarebbe come guidare un’automobile usando lo specchietto retrovisore per ammirare dei paesaggi che ci lasciamo alle spalle.
Cristiano Ronaldo è un professionista serio e una persona responsabile, a parte qualche eccesso incoraggiato dalla popolarità. È stato con pieno merito uno dei più grandi giocatori di calcio a livello mondiale, ma ora, anche se rimane un grande, ma non ha più l’esclusività di qualche anno fa. Il campione portoghese non riesce ad accettare che la sua presenza in campo, una volta indispensabile, è ora un valore aggiunto importante ma non più determinante e che molti club non sono più disposti ad assecondare le sue aspirazioni (calcistiche ed economiche). Ronaldo, inoltre, ha effettivamente dimostrato di sapere giocare a calcio, di amare il calcio e di voler vincere, ma il problema è che non lo fa per la squadra o per il club, ma solo per lui. Ronaldo non è come un Totti per la Roma, un Del Piero per la Juventus o un Rivera per il Milan. Ronaldo è per Ronaldo e la sua fedeltà è solo per Ronaldo e, fino a quando c’è talento e il suo talento aiuta la squadra a vincere, le sue bizze vengono tollerate. Quando invece rimane l’ambizione non più sostenuta dal talento, cominciano i problemi. E Ronaldo si trova in questo momento di congiuntura.
Per Domingo o la Williams il problema di squadra non c’è ma le conseguenze sul singolo sono lo stesso impietose. Lo abbiamo visto con Domingo a Verona e con la Williams sconfitta agli Open USA da una sconosciuta australiana Ajla Tomljanović.
Invecchiare non è una colpa e nemmeno una vergogna, anzi è la cosa più bella che possa esistere… considerando l’alternativa.
Non capire questo è da presuntuosi e, lasciatemelo dire, anche da persone poco intelligenti che confondono la bravura a smanacciare una pallina da tennis o prendere a calci un pallone come un diritto all’eternità. Uno solo, almeno per noi cattolici, è eterno e anche lui è finito in croce. A loro si chiede solo di invecchiare con grazia.

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