di Paolo Frascatore

Ebbene, sì! Occorre affermarlo a chiare lettere: la posta in gioco non è il futuro della democrazia, ma la riforma strutturale di questa democrazia che si è venuta affermando dalla metà degli anni Ottanta.
Non si tratta di un’affermazione che esula dalla realtà, né tanto meno di un processo irrealizzabile rispetto agli attuali canoni del vivere civile.

Paolo Frascatore

Anzi, a ben guardare, tutta la riflessione moderna sulla democrazia (da Norberto Bobbio a Giovanni Sartori) si incentra sul solo modello che si è sinora realizzato nella storia: la democrazia liberale.
Negli Stati Uniti d’America, in Gran Bretagna sull’onda dei pensatori politici ed economici di stampo liberale, tale visione ed organizzazione dello Stato si è non solo affermata, ma ha coinvolto di riflesso anche gli altri Stati occidentali che pur se orientati verso concezioni socialdemocratiche, tuttavia hanno recepito i principi economico-sociali tipici del liberismo.
In Italia, dopo l’avventura drammatica del fascismo, la neonata democrazia ha visto (soprattutto in sede di Assemblea Costituente) l’incontro-scontro tra posizioni politiche liberali, cristiane e socialcomuniste.
Le ultime due, pur partendo da motivazioni ideologiche diverse, palesavano alla fine il comune obiettivo di dar vita ad uno Stato sociale (e perciò solidale) come il primato della persona umana sull’economia e sulle sue leggi.
La prima parte della Costituzione, soprattutto per il contributo eccezionale di Dossetti, La Pira e Moro, ha inteso recepire questa visione di Stato nell’ottica del principio solidaristico e non individualistico.
I tempi però non erano abbastanza maturi per la democrazia italiana ancora in fasce: il pericolo del neo-fascismo, una classe borghese che vedeva nella libertà economica la strada maestra degli affari individuali e di casta, l’atteggiamento di una parte non secondaria del mondo cattolico e della gerarchia ecclesiastica (ancora lontana dal Concilio Vaticano Secondo), imponevano allo stesso De Gasperi di tirare il freno sul piano delle riforme strutturali e della stessa concezione della democrazia, pena lo sgretolamento del giovassimo Stato democratico italiano.
Sta di fatto che questa sorta di stagnazione della democrazia italiana, riprendeva vigore con il centrosinistra voluto dalle sinistre democristiane e da Aldo Moro durante i primi anni Sessanta.
Dossetti aveva abbandonato ormai la politica attiva (1951) per esplorare il suo disegno di vita religioso, ma anche per cambiare la situazione all’interno del mondo cattolico ed aprirlo verso nuovi orizzonti ecclesiali e politici.
Dossetti-Moro: vi è un fil rouge che lega idealmente i due pensatori e che traspare proprio negli anni Sessanta nei due diversi ambiti (Chiesa e politica).
Entrambi convinti che lo Stato liberale dovesse essere superato per uno Stato solidale, hanno tessuto fino all’ultimo la strategia di quella famosa terza via capace di dare protagonismo al popolo (soprattutto agli ultimi) che, di volta in volta, secondo la concezione morotea, diventava Stato e che, quindi, creava nuovi diritti da tutelare.
Un discorso, quest’ultimo, che merita una particolare attenzione e considerazione e che sarà oggetto di studio prossimo per una nuova pubblicazione editoriale.
Quello che bisogna mettere in luce in conclusione è il fatto che con la morte di Aldo Moro finisce quel grande disegno per l’Italia di arrivare non solo alla democrazia compiuta, ma a quella democrazia sostanziale nella quale il protagonismo non appartiene all’economia, ma alla persona umana che vive in sintonia e in comunione con gli altri.

 

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