Questa mattina presso la zona artigianale di Agnone è stata celebrata la Festa dei Lavoratori del 1° maggio. All’evento hanno preso parte diverse sigle sindacali ed associazioni. Presente anche la Consigliera regionale del Partito Democratico Micaela Fanelli.

Nel corso delle celebrazioni, il Sindaco Daniele Saia è intervenuto lanciando un appello a tutte le istituzioni per una linea coordinata che faciliti l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Di seguito, il suo discorso integrale: “Sono stati 1221 i morti sul lavoro nell’anno 2021. 1221 tra donne, uomini, madri, padri, figli giovanissimi. 1221 storie di vita stroncate da disattenzioni e norme poco efficaci. Un dato amaro in apertura di questo 1° maggio, giornata identificativa della Festa dei Lavoratori, ma allo stesso tempo un dato necessario da citare.

Necessario perché ci ricorda il motivo per cui siamo qui oggi da fortunati eredi di quei moti ottocenteschi dell’Illinois. Discendenti di quegli operai in lotta, di quelle fatiche, di quegli aspri confronti che resero il terreno fertile per lo sviluppo di una nuova coscienza del lavoro. Siamo qui ancora oggi a narrare di grida, pianti e dolori che portarono l’uomo a comprendere quanto fosse necessario svincolarsi dall’idea di individuo come macchina da lavoro.

Le manifestazioni di ribellione degli operai accesero tra gli animi della gente quei sentimenti di rivalsa e di ritorno al proprio io. Un individualismo buono di riappropriazione della propria sfera personale scissa dalla sfera lavorativa. Dalle lotte operaie dell’Illinois si arrivò nel 1867 alla prima legge che fissava l’orario lavorativo alle consuete 8 ore; nel 1898, in Italia, grazie alle agitazioni operaie si arrivò all’istituzione obbligatoria dell’assicurazione relativa agli infortuni sul lavoro; attraverso le rivendicazioni dei movimenti femminili le donne ottennero via via una maggiore indipendenza economica.

Lotte necessarie, queste, che ci riportano al dato dei 1221 morti per dire che lottare è ancora necessario. Per far sì che nuove norme sul diritto del lavoro vengano emanate affinché i lavoratori possano sentirsi più tutelati. Purtroppo, infatti, le morti sul lavoro non interessano solamente le figure professionali più esposte come coloro che lavorano sui cantieri o nell’ambito delle costruzioni, ma riguardano anche i lavoratori in luoghi considerati tendenzialmente più sicuri. Nei giorni scorsi, ad esempio, l’operaio Fabio Palotti è morto nel tentativo di sistemare l’ascensore all’interno del Ministero degli Esteri di Roma.

I tragici eventi che balzano costantemente alle cronache dei giornali non sono puramente casi di sciagura e sfortuna; in verità tali tristi notizie mettono a nudo un sistema che non è ancora in grado di assicurare giuste tutele. Il nostro apparato normativo, inoltre, non è stato ancora in grado di rimuovere gli ostacoli alla parità salariale tra uomini e donne e all’inserimento del genere femminile in determinate posizioni ai vertici del sistema lavorativo. Certo, sono stati fatti grandi passi avanti, ma si può fare ancora di più. Il compito della politica, quindi, è quello di ascoltare le richieste dei lavoratori e delle sigle sindacali che operano per loro. Nessuna voce deve rimanere inaudita.

In particolar modo, sarà opportuno dare nuovo spazio ai giovani per facilitare il loro ingresso nel campo lavorativo, garantendo loro salari che permettano di ottenere una certa indipendenza economica. Perché se i giovani continueranno a fuggire all’estero non solo le nostre economie saranno più povere, ma lo saranno anche i nostri territori. A soffrire maggiormente saranno proprio le nostre Aree Interne che, vittime di spopolamento, andranno a celare e poi cancellare gli inestimabili tesori di cultura, paesaggi e tradizioni che oggi custodiscono.

Affrontare tali tematiche è una delle attività più importanti in questo particolare momento storico e per questo abbiamo deciso di dedicarvi un incontro.

La risposta che amministratori, sindacati e associazioni dovranno dare alle nuove generazioni dovrà essere chiara e netta. Dovrà essere indirizzata all’attuazione di linee politiche volte ad incentivare una nuova imprenditorialità nelle nostre terre. Perché perdere la tradizione artigianale? Perché abbandonare i campi coltivabili? Perché rinunciare ad una migliore qualità della vita dal punto di vista della sostenibilità e dell’ambiente?

Sono queste le chiavi di lettura da reinterpretare. Sono questi i punti su cui basare le nostre riflessioni. L’avvento della tecnologia ha di certo facilitato lo sviluppo di settori lavorativi che gravitano attorno al caos delle grandi città. Nessuno, però, ci vieta di cercare di applicare tali nuove tecnologie allo sviluppo dei nostri settori di forza citati pocanzi.

Sviluppare l’agricoltura tramite l’innovazione tecnologica è possibile, come dimostrato da tantissimi casi di studio in tutta Italia. Ripartire dall’innovazione per ampliare i processi artigianali, inoltre, permette di conservare lo scrigno delle tradizioni e portare all’attenzione di tutto il mondo la nostra arte tramite l’utilizzo degli immediati mezzi di comunicazione di oggi.

Salvarci dallo spopolamento è possibile. Per farlo, però, sarà necessario dare ascolto alle idee dei giovani. Fondamentale sarà affidare loro i giusti compiti affinché possano sviluppare uno spirito critico e di responsabilità che possa traghettare le nostre Aree Interne verso un futuro più roseo. Sotto questo profilo, sono rimasto piacevolmente colpito dall’operato di un gruppo di ragazze e ragazzi italiani che hanno costituito l’Officina dei giovani delle aree interne e hanno presentato al Ministero del Sud e della Coesione territoriale un pacchetto di 15 proposte per il rilancio dei centri del nostro Paese.

Ecco, è arrivato il momento di prendere in mano questo documento e credere nel futuro dei nostri giovani e delle nostre terre. Senza fiducia nel progresso andremo a lacerare i sogni di una nuova generazione che crede nella possibilità di riscatto dei loro piccoli paesi d’origine.

Per consentire un ripopolamento dei nostri borghi, inoltre, è importante promuovere l’integrazione dei migranti. Spesso si tratta di persone che fuggono da guerre, come quella in Ucraina, e che hanno voglia di riscatto e rivalsa. Diamo loro la possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro, partendo dai livelli base fino a raggiungere posizioni più ambite grazie alla promozione di una formazione equa e giusta.

L’unione di questi elementi di rilancio potrà far nascere nuovi germogli. Proprio come quello raffigurato nell’opera alle nostre spalle, quella del “Monumento ai caduti sul lavoro” donata alla nostra comunità dal compianto artigiano Nicola Cacciavillani. In questo 10° anniversario dalla donazione dell’opera, va a Nicola il nostro solenne e commosso ricordo. Giunga a lui il nostro sentito ringraziamento, non solo per il suo stupendo regalo, ma anche per il simbolo di lungimiranza che ha voluto lasciare al suo paese come monito per il futuro. Il germoglio incastonato tra due ingranaggi spezzati, simbolo delle morti sul lavoro, è quanto di più significativo possa esserci in rappresentanza dei pensieri espressi in questo intervento. Nicola aveva ben saputo interpretare le sfide che il futuro ci avrebbe posto dinanzi. La sua conoscenza del mondo del lavoro, il suo grande spirito di aiuto e benevolenza verso il prossimo, il suo grande amore per la collettività: sono questi gli elementi che dobbiamo custodire nella definizione dell’agire dei nostri giorni.

Il germoglio di Nicola è qui, forte, imperturbabile. E’ un germoglio che nasce tra le difficoltà, un germoglio che tra mille lotte si fa strada verso un sentiero di luce e speranza che deve ricordarci quanto la resa sia deleteria. Una nuova primavera è possibile, ripartendo dal territorio, ripartendo dai giovani e dalle rivendicazioni di diritti tese al raggiungimento di un sistema attento ai più deboli e bisognosi.

Credere in quello che si fa oggi per credere in quanto sarà costruito domani. Buon primo maggio a tutti!”

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