di Paolo Frascatore

 

Ѐ una fase politica anomala quella che stiamo attraversando. Se è pur vero che la pandemia ha messo in crisi stili di vita e di comportamento, dall’altro si registra una sorta di arretramento della democrazia a livello mondiale.

Paolo Frascatore

La democrazia segna il passo, la politica è diventata quasi una lobby per pochi che a rimorchio dell’economia sono ormai incapaci di ridisegnare il futuro dei popoli e degli Stati.

Si dirà che tutto questo è l’effetto della globalizzazione dei mercati e del liberismo che ormai hanno una influenza determinante anche sulla politica e quindi sulle linee dei governanti.

In questo quadro fosco, dal sapore molto antico, anche la democrazia sembra essere ormai un optional. Non c’è bisogno di scomodare i pensatori classici delle dottrine politiche o quelli più moderni per scoprire, come osserva acutamente Colin Crouch, che siamo in una fase postdemocratica e che, pertanto, proprio questa post democrazia dovrebbe essere l’avversario politico da combattere.

La democrazia, colpa anche delle nuove tecnologie e dei social, non è più partecipazione al governo della cosa pubblica, ma sempre più oligarchia che si rinnova di elezione in elezione attraverso messaggi pubblicitari interessati e poco veritieri che incidono sulle scelte di un elettorato che ormai non arriva più neanche al quaranta per cento degli aventi diritto al voto.

Un sistema per il quale, al di là di alcuni giudizi positivi, si muove (soprattutto per quel che ci riguarda) in una continua cessione di diritti all’Unione Europea con la conseguente incapacità di ogni Stato membro nel poter disegnare il processo di sviluppo del proprio popolo.

Ѐ una situazione sicuramente imbarazzante e poco democratica, ma soprattutto anche iniqua se guardiamo all’interno della realtà politico-sociale italiana.

Il verbo di questo ultimo anno di governo è rappresentato dal termine “crescita”, “sviluppo economico” senza, però, guardare alla situazione sociale ed in particolare a quel vocabolo che si chiama redistribuzione.

La domanda che andrebbe fatta all’attuale classe politica di Governo (che abbraccia ormai la quasi totalità delle forze politiche presenti in Parlamento) può essere coniata così: cosa se ne fa il popolo della crescita economica se il caro energia e l’inflazione dilapidano la maggior parte dei salari?

Una situazione che ci porta a considerare come questo tecnicismo politico è molto distante dalla vita reale delle persone e che solo la politica (quella vera) ed una classe politica degna di questo nome possono incidere positivamente sul futuro della stragrande maggioranza delle famiglie italiane.

Una situazione per la quale si impone una riflessione su quella che possiamo definire democrazia sociale e che andrebbe attentamente valutata non con l’occhio macroeconomico, ma con quello microeconomico.

Forse nessuno sa che  l’Italia è l’unica nazione dove negli ultimi trenta anni i salari sono diminuiti e che a fronte di 540 mila di nuovi posti di lavoro creati lo scorso 2021, ben 434 mila sono a tempo determinato.

Ed allora, più che di Governi tecnici, di unità nazionale, di arcobaleno di colori, è necessario affrontare il discorso sullo stato sociale e sulle condizioni reali di vita degli italiani.

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