di Paolo Frascatore

La domanda del titolo si impone soprattutto dopo aver letto l’ultimo di Giuliano Amato (attuale presidente della Corte Costituzionale, più volte ministro e presidente del Consiglio dei ministri) dal titolo “Ben tornato Stato, ma” edito da Il Mulino.

Paolo Frascatore

Non sono tra quelli che ritengono lo Stato come semplice garante delle vicende economiche, come se queste ultime, da sole, possano rappresentare il senso di una comunità che, invece, andrebbe costruita sulla base di altri valori: la solidarietà, il rispetto ideale, la diversità, la cultura della sussidiarietà e della giustizia sociale.
Eppure, rispetto a queste problematiche mi sembra che il nuovo libro dell’attuale presidente della Corte Costituzionale sia una sorta di ritorno al passato con alcune precisazioni importanti.

Amato ripercorre le iniziative politico-economiche legate alle vicende degli anni Ottanta attraverso le politiche miranti a ridurre l’intervento pubblico in economia ed il conseguente debito pubblico con una politica di privatizzazioni selvaggia inaugurata da Bettino Craxi e dal suo governo.
Oggi l’attuale presidente della Corte Costituzionale saluta con entusiasmo il ritorno dello Stato. Ma di quale Stato? E soprattutto, di quale Stato Sociale?

Lo smantellamento dell’intervento pubblico in economia (citato da Amato nel suo libro) più che favorire il risanamento dei conti pubblici, si è rivelato una sorta di oligarchia economica che avvantaggia i più abbienti a danno di coloro che vivono del proprio lavoro quotidiano (sia esso manuale o intellettuale).
Ed infatti, oggi se si guarda alla realtà sociale, si scopre che tutta una classe media che negli anni Settanta ed Ottanta ha vissuto in condizioni dignitose ed agiate, oggi si ritrova a vivere quasi alle soglie della povertà.

Gli stipendi dei lavoratori dipendenti (sia privati che pubblici) segnano il passo da diversi anni con tutte le conseguenze relative all’economia in generale, soprattutto se riferita ai consumi e, quindi, all’espansione.

Anche l’attuale Governo presieduto da Mario Draghi (super Mario) al di là della credibilità al cospetto della comunità mondiale, rappresenta una certa situazione retrograda se si considera l’annullamento totale di quella piccola elemosina che Matteo Renzi aveva inteso concedere agli stipendi che non arrivavano alle mille e cinquecento euro nette e che poi il governo Conte portò a cento euro mensili.
Da Gennaio, invece, questo piccolo aiuto concesso ai lavoratori è sparito dalle iniziative del Governo tra il silenzio grave non solo del Movimento 5 Stelle e del Partito democratico, ma anche e, soprattutto, da parte delle forze sociali.
Una situazione sociale grave che sembra non preoccupare minimamente Giuliano Amato, tanto che considera l’attuale situazione completamente diversa dal passato, ma in segno positivo con argomentazioni che vanno dalle regolazioni di settore per le attività bancarie e finanziarie, nonché l’intervento dello Stato come investitore nelle imprese come Ente capace di favorire il progresso e l’innovazione e quindi una maggiore produttività del sistema economico.
Tutti argomenti di alta cultura borghese, ma che esclude totalmente i lavoratori privati e pubblici che non raggiungono la soglia mensile dei mille e cinquecento euro.
Ed allora a cosa e a chi serve una tale tendenza economica che penalizza sempre di più i più deboli a danno dei più forti?

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