Di ANGELO PERSICHILLI
Ho seguito da vicino la vicenda giudiziaria tra la direttrice di Telemolise Manuela Petescia e l’ex presidente della Regione Molise Paolo Di Laura Frattura. Una vicenda conclusasi, come è noto, con la completa assoluzione della prima e con il rinvio a giudizio del secondo con l’accusa di calunnia continuata.
Comunque, nonostante il mio interesse per questa vicenda come giornalista e la consapevolezza della onestà della Petescia che, per correttezza professionale, preciso è anche una mia amica, mi sono sempre astenuto dall’esprimere commenti che potevano facilmente essere scambiati per piaggeria e comunque scontati, essendo la stessa anche direttrice di questa testata.
Lo faccio ora citando un comunicato dell’ANSA: “La procura di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio per l’ex presidente della Regione Molise Paolo di Laura Frattura e per l’avvocato Salvatore Di Pardo per il reato di calunnia continuata in concorso”. Il ricatto non c’è mai stato e le accuse inventate di sana pianta.
Come suol dirsi, tutto è bene ciò che finisce bene (ovviamente dipende da che parte si sta), ma la gravità della vicenda ha due aspetti: l’attacco personale contro una professionista che difendeva il diritto della sua emittente all’accesso legale ai finanziamenti pubblici, ma anche una battaglia per difendere il diritto all’informazione e la libertà di stampa senza pressioni politiche.
Ricordiamo che tutto è iniziato con la regolare richiesta di Telemolise di ottenere i fondi pubblici legalmente destinati alla stampa, senza vincoli particolari se non il rispetto della deontologia professionale. Le cose sono andate diversamente, come stabilito dal tribunale di Bari, e terminate con il rinvio a giudizio dell’ex presidente della Regione Molise.
A prescindere comunque dagli ormai noti gravissimi aspetti legali e personali della vicenda, sui quali si è già pronunciata la magistratura di Bari, vorrei anche parlare del diritto alla libertà di stampa e della battaglia, purtroppo solitaria, condotta da Telemolise senza il sostegno morale della categoria e dei suoi membri per difendere tale diritto.
Scopo di questa colonna non è quindi quello di difendere la direttrice di Telemolise, che ha dimostrato di essere in grado di farlo da sola e anche abbastanza bene, ma di parlare dei diritti di una categoria, quella dei giornalisti, che in questa vicenda, a parte qualche eccezione, si è distinta per il suo assordante silenzio. Sia chiaro che la sentenza di Bari non ha solo scagionato Petescia da accuse palesemente false, ma ha riaffermato un principio importantissimo, quello sacrosanto della libertà di stampa.
Un lieto fine, dunque, ma con l’amaro in bocca.
Capisco che in una piccola Regione, dove tutti conoscono tutti, i rapporti istituzionali sono più influenzati dalle conoscenze personali (e clientelari) che dai valori sociali, morali e professionali dai quali non si dovrebbe mai prescindere. Dovremmo comunque porci qualche domanda.
Per esempio, se al posto della direttrice di Telemolise ci fosse stato un cittadino con ridotte possibilità finanziarie e senza l’appoggio di una organizzazione solida alle spalle, che ne sarebbe stato della giustizia? Adesso tutti, anche quelli che prima tacevano, dicono che la giustizia ha trionfato, ma quanto valgono sette anni della vita sospesa di una persona in attesa della giustizia?
Conoscendo la direttrice di Telemolise sono sicuro che presto gli eventi citati saranno solo un brutto ricordo e la vita riprenderà regolarmente come è giusto che sia, ma 7 anni di tormento sono tantissimi.
Ma ciò che dovrebbe anche farci riflettere è la fragilità di un bene prezioso come la libertà di stampa. L’attacco alla Petescia è stato anche un attacco alla libertà di stampa la cui difesa è stata condotta solo con la forza, la rabbia e l’intraprendenza del singolo e non delle istituzioni di categoria che, nella migliore delle ipotesi, sono rimaste in assordante silenzio. E questo è avvilente e preoccupante.
Per concludere una nota sul leader di Italia Viva Matteo Renzi. Quest’ultimo, all’epoca primo ministro del governo italiano, in visita nel Molise si schierò apertamente contro la Petescia difendendo l’allora capo della Giunta molisana Frattura. Per dovere di cronaca ricordiamo che oggi Frattura è rinviato a giudizio dalla magistratura di Bari mentre per l’ex premier, leggiamo dall’Ansa, che per i fatti di Open “La procura chiede il processo per Renzi e altri 10 indagati” con numerose accuse oltre che calunnia continuata e corruzione. Ma si tratta, appunto, solo di accuse e quindi, contrariamente a ciò che ha fatto lui in Molise, bisogna astenersi dal fare commenti prima della fine della procedura legale. Gli auguro di riuscire a dimostrare l’infondatezza delle accuse nelle sedi appropriate, proprio come ha fatto Manuela Petescia. Nel frattempo, un modesto consiglio: prima di scagliarsi contro la magistratura che lo accusa, farebbe bene a chiedere scusa a chi lui ha accusato incautamente prima ancora che la magistratura si pronunciasse.

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