di Luigi Pizzuto

Salta anche quest’anno, a Colletorto, il 17 gennaio, la tradizione dei falò in onore di Sant’Antonio Abate. La festa, legata al culto del fuoco, molto sentita dalla popolazione, viene rinviata ancora una volta all’anno prossimo. Per evitare, in questo momento difficilissimo, assembramenti sregolati e, pertanto, la diffusione della pandemìa. Si tratta di una ricorrenza antichissima che si perde nella notte dei tempi. Nella sua dimensione spontanea la festa del fuoco coinvolge svariati gruppi sociali che, nel solco della tradizione, rinnovano i valori di un passato lontano. Nel culto di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali, attraverso il rituale del fuoco, si cerca di scacciare via il demonio in tutte le sue forme. E quanto di peggio spesso il destino riserva alla vita dell’uomo. I caratteri del rito seguono una morfologia originale.

Nella loro composizione si rispetta la forma del cono. Questo solido, in geometria, ridotto nella forma del triangolo, esprime come d’incanto la bellezza della realtà divina. Tale simbolismo ancestrale, racchiuso nella forma conica del fuoco, puntualmente si mette al centro dell’attenzione, per accendere a tutto campo una dimensione spirituale piena di valori. Utile senz’altro ad un cammino più puro, più sano e più solidale. Tra terra e cielo, accanto al calore del fuoco, che riscalda le mani in ogni luogo del vecchio abitato, si esprimono non pochi desideri nascosti in questa sacrale rappresentazione. Sulla scorta di una saggezza antica l’andamento delle scintille, che salgono sempre verso l’alto, nasconde poi un sapere arcano e sibillino. Dopo l’accensione dei fuochi, che avviene a conclusione della messa vespertina, gli anziani ci dicono di guardare col naso all’insù la direzione delle lingue di fuoco scintillanti nell’oscurità.

Una lettura più attenta dei tracciati che sfavillano verso l’alto, nel loro rossore consente di capire, in qualche modo, come sarà l’anno nuovo. Il lungo pezzo di quercia che, a sua volta, allunga e dirige verso l’alto la punta conica dell’accurata composizione del falò, porta i suoi trofei di carne di maiale. L’animale, appunto, sacro al Santo, che nei tempi passati assicurava una certa sicurezza alimentare per tutto l’anno. Sulla sommità del fuoco, tra le testa e i piedi di porco, predominano i pezzi di lardo come si nota dalle immagini. Perché, secondo una pratica medioevale, il lardo, tagliato a strisce sottili, serviva per curare l’atroce dolore prodotto dal “fuoco di Sant’Antonio”. Corrispondente all’herpes Zoster, una malattia oggi ancora viva che fa sentire senza sosta il suo bruciore sull’epidermide. Questo mondo di antica memoria rivive nella festa del diciassette gennaio. S’intreccia certamente a pratiche di natura pagana.

La religiosità, nascosta puntualmente negli spazi familiari, scuote i luoghi del cuore quando ogni pezzo di legna si trasforma completamente in brace. Così ritornano alla mente i detti atavici per tirare avanti. Saggi certamente nel loro empirico significato. Sant’Antonio Abate infatti è una figura propiziatoria. Mette alla spalle tutto ciò che non va. Inaugura una nuova stagione. Forse più felice. Quantomeno a livello di luminosità reale, legata all’orologio delle ore, come recita un vecchio proverbio locale. “A Sand’Andone a jernate s’allunghe de n’ore”. Dalle fonti più antiche, invece, si scopre che davanti al sagrato della vecchia chiesa di San Giovanni Battista veniva allestito il falò più grande dedicato appunto a Sant’Antonio Abate. Accadde che ai primi del Novecento le sue incontrollabili fiammate rischiarono di bruciare le abitazioni circostanti.

Prima della festa, i gruppi del vicinato si mostravano alquanto attivi per non vanificare le aspettative. La questua veniva richiesta di casa in casa. Oggi resiste grazie all’impegno dei più piccoli. Era diffusa all’epoca mettere in bella mostra in ogni stalla un’immaginetta del Santo circondato dal porcellino e dagli animali per scongiurare ogni male. Nella mente degli anziani resiste l’immagine del porcellino dedicato al Santo. Aveva legato al collo un campanellino che annunciava la sua presenza quando girava per le strade liberamente. Tutti gli davano da mangiare. Guai a toccarlo. Un santino ai piedi del Santo oggi lo ritrae simpaticamente. C’è ancora la consuetudine di consegnarlo ai fedeli durante la festa. I fuochi, nella loro povertà, erano capaci di regalare un calore umano decisamente spontaneo che dava fiducia e forza a tutti i partecipanti. Con questi propositi la vita del vicinato diveniva senz’altro più coesa e solidale.

La forma conica del fuoco, destinata a volgere lo sguardo verso il firmamento, era un’umile preghiera indirizzata al Cielo. Attualmente è appeso ad un filo questo sapere curioso e straordinario, costruito lungo la linea del tempo piano piano. La sua voce immateriale rilancia non pochi messaggi di natura sociale. In diverse occasioni si fa sentire vivo questo patrimonio di sapere locale genuino. Radicato squisitamente nel linguaggio della civiltà contadina. Nell’occasione riaffiora nei ricordi di chi è costretto a rimanere in casa per via di una variante contagiosa che fa avvertire senza sosta non poche preoccupazioni. Oggi cerchiamo di riviverla in maniera virtuale. Diversamente non si può fare. Rivedendo i filmati e le foto degli anni passati che con piacere pubblichiamo. A distanza di due anni si tratta di fonti visive che custodiscono la memoria più gioiosa della vita colletortese. Non solo.

Le foto sono piene di accorati sentimenti quando ritraggono la persona cara che, a distanza di poco tempo, il Covid, nella sua azione più brutale, ha portato via per sempre. Una foto è fonte di un sapere genuino. Le immagini che vediamo fanno memoria. Sono già storia. Sono capaci in effetti di riannodare velocemente i fili con cose, luoghi e persone, vicine oppure molto distanti. Le fotografìe che vediamo in questo caso, riaccendono sicuramente il legame con la terra di appartenenza che ci è cara. Ci fanno apprezzare il piacere della festa e i suoi momenti socializzanti. In particolare quando i gruppi sociali si mostrano uniti, inclusivi ed ospitali. E’ quanto si desidera di vivere realmente nel prossimo anno che verrà. Quando il Covid passerà. Speriamo.

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