Scuole aperte scuole chiuse, Dad si Dad no. Il tema, altamente divisivo, ha letteralmente spaccato in due il Paese. Dal Governo alle Regioni, dalle famiglie ai comitati, passando per i dirigenti scolastici e gli operatori di settore. Ultimi, ma anello più importante della catena, i sindaci, cui spetta come autorità sanitaria sul territorio l’ultima parola.

Differenti le posizioni tra i primi cittadini, tema al quale il Molise non fa eccezione, e a non fare eccezione è anche lo spartiacque che divide le posizioni in campo, una linea di confine che vede contrapposte da un lato la tesi dei rigoristi, fermamente ancorati al dato e alle verifiche scientifiche – vedi contagi, vaccinazioni e tamponi – e dall’altro chi, influenzato da un retaggio ideologico sottotraccia, sembra seguire più gli umori del momento e della piazza che le effettive risultanze oggettive.

A ben vedere, il criterio da adottare come bussola appare nel caso della scuola uno solo. O almeno questo in particolare: lo screening preventivo della popolazione scolastica, unico strumento che consente, sulla base del dato finale, l’apertura o la temporanea chiusura di classi, scuole e istituti e quindi l’adozione della Didattica a distanza, strumento utile ma solo in fase di emergenza.

Lo screening preventivo della popolazione scolastica, accompagnato da una generale valutazione del livello di contagio nelle città e nei paesi, risulta la sola strada oggettivamente attendibile a cui i sindaci possono fare riferimento. Ciò impedirebbe di chiudere le scuole davanti ad un numero contenuto di contagi e poi riaprirle, inspiegabilmente, quando i contagi schizzano in alto. Si rischia, in questo caso, di alimentare la confusione, il disorientamento e l’innesco di una schizofrenia didattica che, a distanza o in presenza, invece di essere parte della soluzione, rappresenta una parte del problema.

Il Molise, in perfetta linea con l’Italia, non è esente da questa schizofrenia amministrativa.

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