US Capitol Building at dusk, Washington DC, USA

Di ANGELO PERSICHILLI
Il fallimento politico di una nazione si manifesta in tanti modi. Uno è quello dei governanti che fanno politica attaccando gli avversari invece di parlare di programmi. L’esempio più evidente giunge dagli Stati Uniti dove l’amministrazione di Joe Biden, per giustificare la sua esistenza, continua a servirsi delle stravaganze legate alla precedente amministrazione Trump per darsi una personalità.
Biden ha ancora (poca e per poco) popolarità solo perché la stampa ‘democratica’ (leggi soprattutto CNN), mantiene in vita lo spauracchio Trump per deviare l’attenzione dalla imbarazzante presidenza Biden, in termine di stile e programmi. Ma, come si dice dalle nostre parti, sono cambiate le coppole ma i suonatori sono sempre gli stessi. L’unica differenza è che la politica americana prima era caratterizzata dall’arroganza oscena, ora dal ridicolo patetico.
Qualcuno dovrebbe comunque dire a Biden che ora il presidente è lui, non Trump. Infatti, se si esamina la sostanza, vediamo che l’economia ha gli stessi pregi e difetti di prima, la credibilità della politica estera sempre latitante (l’unica preoccupazione dei consiglieri di Baden durante il vertice di Bonn era quello di mantenerlo sveglio), la lotta al Covid inefficiente. L’unica differenza è l’immigrazione dove Biden il buono è riuscito dove Trump il cattivo aveva fallito, cioè chiudere (o quasi) le frontiere, soprattutto col Messico, e promuovere la politica dell’America First, vituperata quando ne parlava Trump.
Per mandare quindi avanti la baracca si ricorre alle scempiaggini del predecessore. Hanno ricordato l’anniversario dell’assalto al Campidoglio da parte di tragicomici personaggi come il bisonte-Vichingo mascherato, come fosse la campagna di George Washington a Valley Forge. Altri tempi, ma i resti di quello che fu il glorioso Partito Democratico di F. D. Roosevelt e, diciamolo, dei Kennedy, sanno che per esistere hanno bisogno ancora del lupo cattivo, appunto, Donald Trump.
E veniamo a Silvio Berlusconi, il Trump ‘made in Italy’.
Possibile che il suo sia l’unico nome di cui si parla come futuro Capo dello Stato? Inoltre, è possibile che l’unica alternativa sia il capo del governo Mario Draghi?
Ho già scritto che il leader di Forza Italia è stato criminalizzato se non al di là delle sue colpe, certamente in modo discriminatorio rispetto ad altri leader che hanno agito come lui. Riconosco i torti subiti da parte di certa magistratura usata come manganello da alcuni schieramenti di sinistra per bloccare gli oppositori. Tutto vero. Ma questo non fa di Berlusconi un martire, ci dice solo che altre persone come Berlusconi dovrebbero essere in carcere invece che in Parlamento o liberi di guidare le loro aziende come se fossero persone oneste.
Ma torniamo all’elezione del Capo dello Stato.
Precisiamo che la nomina del Presidente della Repubblica non è uno strumento per “risarcire” chi ha subìto dei torti giudiziari. Se Berlusconi ha subìto ingiustizie, mandiamo i giudici corrotti in carcere, non Berlusconi al Quirinale. Se vogliamo “risarcire” con la presidenza della Repubblica tutti coloro che sono stati danneggiati da una magistratura che si definiva ‘democratica’, ci sarebbero oggi più Capi dello Stato che malati di Covid.
La soluzione? Ecco la quadratura del cerchio tutta italiana: mandare Mario Draghi al Quirinale.
Ma perché Draghi, che sta facendo un ottimo lavoro come tutto il mondo ha riconosciuto? Perché a Berlusconi interessa il Quirinale e a certa sinistra Palazzo Chigi.
La sinistra tradizionale si è chiamata fuori da tempo; il PD di Enrico Letta è un partito senza idee, Matteo Renzi ha idee ma non un partito, mentre il M5S è una macchina in panne in mezzo al guado con gli occupanti che spingono in tutte le direzioni, peraltro senza scendere dalla macchina.
Quindi c’è il centrodestra con Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Si scambiano molto diligentemente il ruolo di buono/cattivo ma, in realtà, sono bambini cresciutelli non ancora in grado di camminare da soli senza il cordone ombelicale con Arcore. Forza Italia è un partito importante dal quale non si può e non si deve prescindere; è un partito che ha contribuito negli ultimi decenni a governare un Paese in un momento difficile dal punto di vista sociale ed economico. Un merito che, piaccia o no, si deve riconoscere a Berlusconi; ma se il suo fondatore vuole usare la sua creazione per promuovere le sue ambizioni personali, ora inaccettabili considerando gli eventi degli ultimi anni, allora il discorso cambia e Salvini e Meloni devono imparare, in fretta, a camminare da soli. Se non ci riescono, confermano ciò che i loro detrattori gridano e i sostenitori sussurrano: sono solo marionette nelle mani di un burattinaio di Arcore. Ho rispetto per l’imprenditore Berlusconi e accetto il Berlusconi politico, ma l’uomo non merita il Colle. Il Capo dello Stato deve avere caratteristiche che Berlusconi ha, purtroppo, da tempo buttate al vento.

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