di Paolo Frascatore

La corsa alle candidature per le prossime elezioni regionali del 2023 sta entrando, ormai, nel vivo.
In sordina o sotto mentite spoglie, i neo-candidati per un posto al sole trovano espedienti per mettersi in mostra; criticano l’attuale classe politica (sia di maggioranza che di opposizione) per l’inadeguatezza e l’incapacità dimostrate; scrutano il panorama politico per decidere dove sia più conveniente collocarsi.
E nel far questo, tirano fuori argomenti vaghi, riferimenti che non hanno nulla di concreto, idee di sviluppo fumose per questa Regione. I problemi sul tappeto sono tanti (basta leggere le cronache regionali di questi giorni), ma passano come sempre nel disinteresse più totale della politica e delle forze sociali.
Si preferisce restare nel vago, nella protesta spicciola con l’intima convinzione che al cittadino comune interessa più la protesta umorale che un disegno vero e completo di sviluppo.

Paolo Frascatore

Quando si era bambini le favole che ci raccontavano i nostri genitori o la maestra dell’asilo iniziavano sempre con “c’era una volta………..”. La conclusione era per lo più a lieto fine e si guardava il mondo con gli occhi della fantasia.
Divenuti grandi poi ci si accorgeva che la realtà è altra cosa dal mondo delle favole.
Eppure, vi è ancora chi vorrebbe continuare o ricominciare a raccontare ai molisani le favole di un futuro roseo, migliore, improntato allo sviluppo. L’unica condizione imprescindibile è logicamente la presenza personale a Palazzo D’Aimmo, ma meglio se a Palazzo Vitale.
Il tutto condito con l’esternazione di “nuove” idee di Regione che siano al passo con i tempi e che invertano la rotta degli ultimi lustri, ossia per ritornare dal decentramento amministrativo al centralismo dello Stato.
Sarebbe quest’ultima la panacea dei problemi del Molise o, piuttosto, una sorta di idea bizzarra e, allo stesso tempo, miope, ma che comunque fa notizia ed attira l’attenzione su di sé?
Francamente chi sostiene queste teorie o è completamente fuori dalla realtà politica italiana che si è venuta costruendo in primis con l’Assemblea Costituente e poi con la conseguente Costituzione della Repubblica, oppure è incline al decisionismo di uno statalismo chiuso che rifiuta in via preliminare l’indipendenza se non la libertà della persona umana.
Si tratta di argomenti sui quali riflettere con la massima serietà, senza infingimenti e, soprattutto, senza interessi politici personali.
L’analisi fatta dal sen. Ulisse Di Giacomo, ripresa da questa testata in un articolo, sui risultati elettorali recenti al Comune di Isernia dovrebbe far riflettere tutti: centrodestra e centrosinistra.
I primi devono convincersi che le elezioni non si vincono meccanicamente soltanto perché vi è una certa predisposizione per l’area di centrodestra; i secondi, invece, devono allo stesso modo convincersi che la vittoria di Castrataro non appartiene né al PD, né al Movimento Cinque Stelle: è la vittoria di un candidato indipendente che ha saputo porsi al di sopra delle beghe di partito per un programma complessivo di sviluppo sostenibile.
Dunque, la politica (proprio con l’esperienza ultima di Isernia) non si fa con le favole e con quella sorta di arrivismo fine a sé stesso che sino ad oggi ha caratterizzato questa Regione, non soltanto a livello politico, ma anche a livello delle forze sociali.
Siamo di fronte ad una radicalizzazione delle posizioni politiche, per cui, al di là delle proprie intime convinzioni, una risposta politica seria non può non tener conto di una posizione di centro diversa e distante dagli attuali assetti partitici.

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