Il calcio come passione, cuore, afflato di una città. Il calcio visto attraverso gli occhi di un bambino che per la prima volta entra in uno stadio, con un campo in carbonella, e si innamora dei colori rosso e blu della sua città; di un ragazzo, tifoso sfegatato e ultra con un tamburo, che sente di appartenere a quella città anche grazie anche ai successi di quegli undici ragazzi in giro per l’Italia; e infine di un uomo che ricorda anche con tenerezza gli anni d’oro, irripetibili perchè unici per vari fattori, del Campobasso calcio ma anche di una Campobasso diversa, fatta di umanità, persone e personaggi, fatti ed eventi. “Ho visto i lupi volare” è un romanzo che il collega Giovanni di Tota ha finalmente messo nero su bianco in 250 pagine che scorrono piacevolmente. Assolutamente non un arido e semplice resoconto, ma il racconto gustoso di come il Campobasso diventò una realtà sportiva nazionale, fino a conquistare la serie B e sfiorare la A e di una città che con passione alimentò quel sogno e Giovanni fu tra quelli che soffiarono più forte, animato da una sorta di febbre, passione assoluta, monopolizzante. Davanti a un pubblico divertito e attento, con amici ed ex calciatori rossoblu, nell’Auditorium del palazzo ex Gil di Campobasso, stimolato anche dalle domande della giornalista Sabrina Varriano, ha presentato il suo lavoro.

Uno stile in cui il Giovanni di Tota giornalista comunque c’è, nella precisione del racconto di fatti e personaggi unici, scolpiti e cesellati, con uno stile mai retorico, un’eleganza essenziale, alla Biondi, per citare uno di quei ragazzi d’oro del Campobasso calcio; una scrittura che però è capace di guizzi repentini, come un dribbling e tiro di Tacchi. Ai più attenti non sfugge qualche concessione terminologica alla Brera, che lui ama e con cui condivide il nome. C’è la tenacia caratteriale di uno Scorrano, anche, nel simpatico aneddoto di come viene a sapere di quella famosa decisione della giustizia sportiva che portò a una storica promozione del Campobasso. Nel romanzo aleggia, tenero e riconoscente, il ricordo del papà, del babbo, un uomo dalla vasta cultura che per curiosità oserei dire anche sociologica e non da tifoso, seguiva il Campobasso e per la prima volta portò il decenne Giovanni nello stadio. A lui ha dedicato il libro.

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