di Paolo Frascatore

Molti, soprattutto quelli che vengono ancora definiti come componente cattolica all’interno del PD, ritengono che ormai sia i risultati del Concilio Vaticano Secondo, sia la fine dei sistemi del socialismo reale siano fatti giustificativi per non avere più un partito di ispirazione cristiana.

Paolo Frascatore

Ѐ una querelle che si trascina stancamente da diversi lustri, ossia da quando con una buone dose di superficialità e di approssimazione si è deciso di annientare il Partito Popolare Italiano nella Margherita.

Un’operazione, quest’ultima, che di fatto annullava la presenza politica autonoma dei cattolici democratici progressisti proseguendo, quindi, con l’indicazione prodiana di un unico partito che raccoglie l’eredità dei post marxisti e dei post democristiani.

Una sorta di “fusione a freddo” (come l’ha definita Gianfranco Pasquino) che nel mettere insieme due culture si proietta esclusivamente come partito di governo (di potere).

Al di là delle visioni politiche anche personali sul bipartitismo e sul maggioritario o proporzionale, il Partito Democratico così concepito, di fatto, ha prodotto solo guasti anche in termini di quadro democratico di riferimento, contribuendo a radicalizzare le posizioni e favorendo quella scalata delle destre che rappresentano una spina nel fianco per la tenuta dello stesso sistema democratico (gli ultimi eventi di Roma ne sono la testimonianza lampante).

Si tratta di una situazione politica abbastanza evidente quella che vede la mancanza e, nel contempo, la necessità di una posizione politica di centro che sappia incarnare non soltanto i valori più alti della mediazione politica (intesa nel senso moroteo), ma che possa restituire finalmente a milioni e milioni di cittadini italiani (oggi collocati nell’astensionismo) una rappresentanza politica e ideale.

Il termine popolare (politicamente inteso) è oggi inflazionato e lo ritroviamo addirittura nel centrodestra in diverse formazioni (anche a carattere regionale); ma si tratta di una sorta di azione politica trasformista a proprio uso e consumo elettorale.

Il Partito Popolare di don Luigi Sturzo nacque, non soltanto per legittimare i cattolici all’impegno politico attivo, ma anche come contrapposizione allo Stato liberale e poi al fascismo.

In altri termini, i cattolici conservatori non facevano parte del PPI sturziano, difatti preferirono storicamente l’abbraccio politico con il fascismo.

Ripensare oggi al popolarismo sturziano costituisce un dovere per chi non vuol rinunciare all’essere cattolico-democratico;  per chi crede ancora che l’impegno politico costituisce “la forma più alta di carità”; per chi è consapevole che una politica cristianamente ispirata non rappresenta in questo terzo Millennio una idea vecchia e fuori da questa storia, ma la pietra miliare e l’abbrivio di un’azione civile morale e competente.

Padre Giuseppe Ciutti di Roma, nel farmi notare come “la Gaudium et Spes parlava liberamente di temi sociali, a livello di interesse nazionale, europeo ed internazionale”, ha fermato la mia attenzione sulla seconda parte di questa Costituzione pastorale, ossia laddove “parla di collaborazione con la politica e stabilisce, facendo appello alla libera coscienza degli operatori laici cristiani presenti sulla scena, di principi generali, dettati per orientare e agevolare il riferimento all’ispirazione cristiana, ritenendo così di poter evitare l’uso strumentale della religione a stretto di consenso politico.”

Partire (o ri-partire) da queste riflessioni non è più soltanto un dovere civile per ridare moralità a questa politica ormai vuota e fine a sé stessa, ma è anche un diritto di restituire ad una parte della società una rappresentanza politica degna di questo nome.

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