di Paolo Frascatore

Sul “Corriere della Sera” della scorsa settimana, Angelo Panebianco (noto editorialista e politologo) riflette sul nuovo corso della politica italiana innescato da Mario Draghi, ponendo alcuni interrogativi.

Il primo riguarda se davvero l’entrata sulla scena politica di Draghi rappresenti un modo nuovo rispetto ai politici del recente passato.

Paolo Frascatore

Il secondo è una sorta di constatazione sulla posizione politica dell’attuale presidente del Consiglio, rilevando o, meglio, rispolverando quel centro politico contro il quale Panebianco nella prima Repubblica si era scagliato rilevandone la non necessità, se non l’inutilità.

Il riferimento era non solo alla Democrazia Cristiana, ma anche al sistema politico e al sistema elettorale che doveva passare (come poi avvenne) dal proporzionale al maggioritario.

Il noto editorialista di “Corsera” aveva intuito allora che un sistema elettorale maggioritario avrebbe non solo spaccato la DC, ma avrebbe reso evanescente proprio la posizione politica di centro con un dibattito politico imperniato sul confronto tra una destra e una sinistra.

Oggi Panebianco torna indietro nel tempo e folgorato sulla strada dei populismi e dei sovranismi, riscopre il centro politico come punto più alto di mediazione e di ricerca di equilibri seri riguardo alla governabilità del nostro Paese.

Errare è umano, solo perseverare è diabolico, ma Panebianco, da questo punto di vista, è immune, avendo sperimentato come la sua teoria del passato sulla inutilità del centro si sia rivelata, a distanza di tanti anni, un vero e proprio fallimento.

Un nuovo centrismo impersonato da Mario Draghi? La teoria di Panebianco è abbastanza chiara e riflette quello che sta avvenendo all’interno dell’attuale compagine governativa tra una destra leghista che si scontra giorno per giorno con una sinistra incarnata dal PD.

Al centro vi è proprio Draghi che, nel pensiero dell’editorialista di “Corsera”, potrebbe aprire con la sua discesa in campo una nuova fase politica; ma non per costruire un partito unico di centro, quanto invece per valorizzare quell’area moderata che si ritrova sia nel Partito Democratico, sia nel Movimento Cinque Stelle (Conte), ma anche in alcuni settori della stessa Lega di Salvini.

Dunque, scomporre o, meglio, depotenziare gli attuali Partiti che collaborano al Governo per prenderne soltanto la parte buona, equilibrata, moderata, ossia di centro.

Resta, però, in questo quadro disegnato da Panebianco un interrogativo di fondo: come si fa a governare con un centro politico che non rappresenta un solo Partito, ma spezzoni di vari Partiti?

Quest’ultimo interrogativo non è peregrino, ma probabilmente il noto politologo immagina un’area non definita di centro per paura del ritorno della Balena Bianca.

Una paura che non ha motivo di esistere: la DC del passato, la sua forza elettorale sono ormai esperienze che riguardano i libri di storia.

Piuttosto, ci sarebbe da riflettere sull’utilità di un Partito di centro che parta da un quindici per cento in su.

Sarebbe, questa sì, una esperienza nuova per quel popolarismo immaginato da don Luigi Sturzo che nel nostro Paese ha visto solo la luce per ben due volte (nel 1919 e nel 1994).

Questa prospettiva, però, non intriga tanto Panebianco per una sorta di allergia a tutto ciò che promana dal mondo cattolico; ma quel centro a cui si appella oggi come unico rimedio alla deriva del sistema politico italiano, ha proprio negli uomini provenienti dal mondo cattolico i migliori esempi di governabilità e di senso dello Stato in una visione laica della politica (De Gasperi e Moro ne sono gli esempi eloquenti).

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