di Paolo Frascatore

Verso la fine del secolo scorso e nel corso di questo Terzo millennio (soprattutto in occasione del centenario della nascita) si contano a iosa le pubblicazioni sulla figura di Giuseppe Dossetti, sia come politico che come uomo religioso.

Paolo Frascatore

Questa sorta di excursus politico-religioso non ha la pretesa di entrare negli elenchi di una vastissima bibliografia, ma l’ambizione modesta di un contributo ideale e sintetico su Dossetti nell’ottica del doppio binario: politico e religioso.

L’immagine del doppio binario è efficace per comprendere come i due piani, partendo da posizioni distinte, a un certo punto si intersecano. Inizia qui la complessità del pensiero dossettiano e l’intreccio tra religione e politica che non è mai integralismo (come sostenuto con molta superficialità da alcuni autori), ma innervamento valoriale della prima sulla seconda.

A tal proposito è molto interessante ciò che sostiene lo stesso Dossetti nel 1993 ai redattori della rivista “Bailamme”: «Io non dico che ci sia incompatibilità assoluta tra la fede cristiana vissuta con impegno e con lealtà e l’impegno politico. Non c’è una contraddizione a priori: di questo sono convinto. Per me è importante non negare a priori la possibilità di una conciliazione tra un agire coerente e profondo con la fede e un agire politico. Ma è una conciliazione non sistematica, non intenzionale, non consapevole, non in funzione di una missione o di un progetto definito.»

Da quest’intreccio è possibile ricavare non solo la profondità di un pensiero, ma soprattutto gli insegnamenti nei due diversi ambiti sui quali si svolge la sua vita: quello politico e quello religioso.

Parlare dell’impegno politico di Dossetti come semplice azione nella realtà temporale sarebbe riduttivo; il suo agire, infatti, si inserisce all’interno di un più ampio orizzonte culturale dove s’intrecciano concezioni religiose, storiche, filosofiche e giuridiche. All’interno di questo panorama culturale si svolge la vicenda dossettiana e il complesso rapporto tra fede e impegno politico, dove l’elemento religioso o spirituale assume sempre la prevalenza rispetto alla realtà del naturale.

Il rapporto tra naturale e soprannaturale caratterizza l’intera vicenda della sinistra dossettiana, snodandosi lungo un sentiero ideale originale all’interno del mondo cattolico, perché mette in crisi posizioni catto-borghesi nettamente maggioritarie e legate alla politica di restaurazione dello Stato liberale prefascista.

Nascono soprattutto da queste posizioni i contrasti tra Dossetti e l’ala moderata legata alle idee di De Gasperi. Dossetti arriva a sostenere che «tra l’ideologia e l’esperienza del liberalismo capitalista e l’esperienza dei movimenti anticapitalistici, la più radicalmente anticristiana non è la seconda, ma la prima.»

Si tratta di quella famosa terza via tra liberalismo e comunismo che la storiografia attribuisce giustamente a Dossetti, ma che non viene esplorata sino in fondo nel suo significato più autentico.

Certo, Dossetti fonda tutte le sue riflessioni (anche di natura prettamente giuridica) sui principi cristiani. Si può dire che egli è il massimo rappresentante dello Stato laico-cristiano.

Sembrerebbe un paradosso, ma invece è la sostanza culturale profonda che anima Dossetti e che non contraddice con la cultura laica della politica e dello Stato. Infatti, la prova concreta è costituita dalla prima parte della Costituzione dove i contributi di Dossetti, Moro e La Pira furono determinanti ed essenziali.

Si tratta di articoli laici pensati da uomini cristiani, ma che racchiudono in sé le due categorie in una sintesi che mette insieme laici e cattolici.

La raffinata cultura giuridica di Dossetti negli anni dell’Assemblea Costituente lo porta a rappresentare all’interno del mondo cattolico uno dei rari teorici completi dello Stato democratico.

Infatti, il mondo cattolico dell’epoca è ancora pervaso da quella diffidenza verso lo Stato, retaggio culturale della questione temporale ottocentesca.

Dossetti invita i cattolici a “non aver paura dello Stato” e a guardare alla nascita della Repubblica in funzione di un rinnovamento sociale dove i ceti popolari possano essere protagonisti.

Anzi, li chiama a raccolta sul concetto di finalismo dello Stato rispetto alla concezione liberale. Infatti la libertà economica del liberalismo non ha come fine la produzione di beni e servizi da destinare ad una funzione sociale (anche se il consumo avviene da parte di gruppi sociali), ma risponde alla legge del profitto da parte dell’imprenditore privato.

Ecco perché egli sostiene il finalismo dello Stato, che ricava dalla cultura cristiana e comunitaria, in contrapposizione allo Stato liberale che, non avendo un fine, si pone come massima espressione dell’individualismo sfrenato.

Le idee di Dossetti hanno permeato il dibattito all’Assemblea Costituente, i giovani della prima Democrazia Cristiana e poi, in ambito religioso, le tesi del Concilio Vaticano Secondo.

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